Che ne facciamo dell'Iran? Israele, gli Usa, e la prossima guerra
Per il presidente Bush, l'idea di un attacco fatto solo con l'aviazione, i missili e le portaerei è una sicura tentazione. Ma se conflitto sarà, presto gli americani avranno la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano
Uri Avnery
Qualche tempo fa uno stimato giornale americano ha messo
a segno uno scoop: il vicepresidente Dick Cheney, Re dei
Falchi, avrebbe escogitato un piano machiavellico per
attaccare l'Iran. In sostanza: Israele inizierà
bombardando un'installazione nucleare iraniana, l'Iran
reagirà lanciando missili contro Israele, e questo
servirà come presteso per un attacco americano all'Iran.
Troppo arzigogolato? In realtà no. Il piano è piuttosto
simile a ciò che avvenne nel 1956. Allora Francia,
Israele e Gran Bretagna progettarono di attaccare
l'Egitto per rovesciare Gamal Abd-al-Nasser (un «cambio
di regime», si direbbe oggi). Fu deciso di lanciare
paracadutisti israeliani vicino al Canale di Suez: il
conflitto conseguente sarebbe servito da pretesto a
francesi e britannici per occupare l'area del Canale,
allo scopo di «garantirsi» quella via di navigazione. Il
piano fu messo in atto (e fallì miseramente).
Cosa succederebbe se aderissimo al piano di Cheney? I
piloti israeliani rischierebbero la vita per bombardare
le installazioni iraniane, difese con armi pesanti. Poi
i missili iraniani pioverebbero sulle città di Israele.
Centinaia, forse migliaia di persone sarebbero uccise. E
tutto, per fornire agli americani un pretesto per andare
in guerra. Il pretesto reggerebbe? Gli Usa sono tenuti a
scendere in guerra al nostro fianco, anche quando la
guerra è causata da noi? In teoria sì. Gli attuali
accordi dicono che l'America deve intervenire in aiuto
di Israele in qualunque guerra, chiunque l'abbia
cominciata.
Ha qualche sostanza l'indiscrezione del giornale
americano? Difficile dirlo. Ma rafforza il sospetto che
un attacco all'Iran sia più imminente di quanto
comunemente si immagini.
Bush, Cheney e compagnia. intendono davvero attaccare
l'Iran? Non lo so, ma il mio sospetto che possano farlo
si sta rafforzando. Perché? Perché George Bush si sta
avvicinando al termine del suo mandato. Se questo
dovesse finire così come le cose appaiono ora, sarà
ricordato negli annali della repubblica come un
presidente pessimo, se non il peggiore. La sua
presidenza è iniziata con la catastrofe delle Torri
Gemelle, cosa che non ha dato una buona immagine delle
agenzie di intelligence, e si chiuderebbe con il tragico
fallimento dell'Iraq.
Gli è rimasto solo un anno di tempo per fare colpo
sull'opinione pubblica e salvare il suo nome nei libri
di storia. In situazioni come queste, i leader tendono a
cercare avventure militari. Considerati i tratti
caratteriali di cui ha dato prova, l'opzione guerra
appare assai preoccupante.
E' vero, in Iraq e Afghanistan l'esercito americano è
impantanato. Neanche persone come Bush e Cheney
potrebbero sognarsi, in questo momento, di invadere un
paese quattro volte più grande dell'Iraq, con il triplo
della popolazione.
Ma probabilmente i guerrafondai stanno sussurrando
nell'orecchio di Bush: non c'è bisogno di invadere
l'Iran. E' sufficiente bombardarlo, così come abbiamo
bombardato la Serbia e l'Afghanistan. Useremo le bombe
più intelligenti e i missili più sofisticati contro
circa duemila target, per distruggere non solo i siti
nucleari iraniani, ma anche le loro installazioni
militari e gli uffici del governo. «Li bombarderemo fino
a farli tornare all'età della pietra», come disse una
volta un generale americano a proposito del Vietnam, o
«gli metteremo indietro l'orologio di vent'anni», come
ha detto a proposito del Libano il generale
dell'aeronautica israeliano Dan Halutz.
L'idea è allettante. Gli Stati Uniti userebbero solo
l'aviazione, missili di tutti i tipi e le loro potenti
portaerei, già schierate nel Golfo Persico. Tutte queste
cose possono essere attivate in qualunque momento, con
breve preavviso. Per un presidente fallito che si sta
avvicinando alla fine del mandato, l'idea di una guerra
breve e facile deve avere un'attrattiva immensa.
Sarebbe davvero una «passeggiata»? Ne dubito. Anche le
bombe «intelligenti» uccidono le persone. Gli iraniani
sono un popolo orgoglioso, risoluto e fortemente
motivato. Sottolineano il fatto che in duemila anni non
hanno mai attaccato un altro paese, ma negli otto anni
della guerra Iran-Iraq hanno ampiamente dimostrato la
loro determinazione a difendersi, se attaccati.
La loro prima reazione a un attacco americano sarebbe di
chiudere lo stretto di Hormuz, l'accesso al Golfo.
Questo strozzerebbe larga parte della fornitura mondiale
di petrolio e causerebbe una crisi economica mondiale
senza precedenti. Per aprire lo stretto (ammesso che ciò
sia possibile), l'esercito Usa dovrebbe conquistare
larghe fette del territorio iraniano e mantenerle sotto
il proprio controllo. La guerra breve e facile
diverrebbe lunga e difficile.
Che cosa significa questo per noi, in Israele? Possono
esserci pochi dubbi sul fatto che l'Iran, se attaccato,
reagirà come ha promesso: bombardandoci con i razzi che
sta preparando a questo scopo. Ciò non metterebbe a
rischio la vita di Israele, ma non sarebbe neanche
piacevole.
Se l'attacco americano si trasformasse in una lunga
guerra di logoramento, e se l'opinione pubblica
americana dovesse finire per considerare questo un
disastro (come sta succedendo ora per l'avventura
irachena), alcuni certamente darebbero la colpa a
Israele. Non è un segreto che la lobby filo-israeliana e
i suoi alleati - i neo-cons (soprattutto ebrei) e i
sionisti cristiani - stanno trascinando l'America in
questa guerra, proprio come l'hanno trascinata in Iraq.
Per la politica israeliana, i vantaggi sperati di questa
guerra potrebbero trasformarsi in gigantesche perdite,
non solo per Israele, ma anche per la comunità
ebraico-americana.
Se il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad non esistesse, il
governo israeliano avrebbe dovuto inventarlo. Ha tutto
ciò che si può desiderare in un nemico. Parla troppo. E'
uno spaccone. Gli piace dare scandalo. Nega l'Olocausto.
Profetizza che Israele «sparirà dalla mappa» (anche se
non ha detto, come erroneamente riferito, che sarebbe
stato lui a cancellare Israele dalla mappa).
Ma Ahmadi Nejad non è l'Iran. Ha vinto le elezioni, ma
l'Iran è come i partiti ortodossi in Israele: non sono i
suoi politici a contare, ma i suoi rabbini. E' la
leadership religiosa sciita a prendere le decisioni e
comandare le forze armate, e questa non usa alzare i
toni del discorso, né dare scandalo. E' estremamente
cauta.
Se l'Iran bramasse davvero una bomba nucleare, avrebbe
agito nel massimo riserbo e tenuto il profilo più basso
possibile (come ha fatto Israele). Le spacconate di
Ahmadi Nejad nuocerebbero a questo tentativo più di
quanto potrebbe fare qualunque nemico dell'Iran.
E' estremamente sgradevole pensare a una bomba nucleare
in mani iraniane (e, a dire il vero, nelle mani di
chiunque). Spero che ciò si possa evitare offrendo
incentivi e/o imponendo sanzioni. Ma anche se questo non
dovesse succedere, non sarebbe la fine del mondo, né la
fine di Israele. In questo campo, più che in qualunque
altro, il potere deterrente di Israele è immenso. Anche
Ahmadi Nejad non rischierà uno scambio di regine: la
distruzione dell'Iran per la distruzione di Israele.
Napoleone disse che per capire la politica di un paese,
basta guardare la carta geografica. Se lo faremo,
vedremo che una guerra tra Israele e l'Iran non avrebbe
una ragione oggettiva. Al contrario, per molto tempo a
Gerusalemme si è creduto che i due paesi fossero alleati
naturali.
David Ben-Gurion auspicava una «alleanza della
periferia». Era convinto che tutto il mondo arabo fosse
il nemico naturale di Israele, e che, dunque, gli
alleati andassero cercati ai margini del mondo arabo:
Turchia, Iran, Etiopia, Ciad ecc. (Egli cercò alleati
anche nel mondo arabo, in comunità non arabo-sunnite
come maroniti, copti, curdi, sciiti e altri.)
Al tempo dello scià, tra l'Iran e Israele vi erano
rapporti molto stretti, alcuni positivi, altri negativi,
altri ancora sinistri. Lo scià contribuì a costruire un
oleodotto che andava da Eilat ad Askelon, per
trasportare il petrolio iraniano fino al Mediterraneo,
bypassando il Canale di Suez. Il servizio segreto
interno israeliano (Shabak) addestrò il suo famoso
omologo iraniano (Savak). Israeliani e iraniani hanno
agito insieme nel Kurdistan iracheno, aiutando i curdi
contro i loro oppressori arabo-sunniti.
La rivoluzione di Khomeini all'inizio non ha messo fine
a questa alleanza, l'ha solo resa sotterranea. Durante
la guerra Iran-Iraq, Israele riforniva di armi l'Iran,
in base al presupposto che chiunque combatta contro gli
arabi sia un nostro amico. Allo stesso tempo gli
americani fornivano le armi a Saddam Hussein, uno dei
rari casi di divergenza tra Washington e Gerusalemme.
Questa fu colmata nell'affair Iran-Contra, quando gli
americani aiutarono Israele a vendere armi agli
Ayatollah.
Oggi tra i due paesi sta infuriando una battaglia
ideologica, ma questa è combattuta soprattutto a livello
retorico e demagogico. Oserei dire che a Ahmadi Nejad
non importa un fico secco del conflitto
israelo-palestinese, lo usa per stringere alleanze nel
mondo arabo. Se fossi un palestinese, non ci farei
affidamento. Prima o poi la geografia dirà la sua e le
relazioni israelo-iraniane torneranno quello che erano -
si spera su una base più positiva.
Una previsione di cui sono certo: chiunque farà
pressione per una guerra contro l'Iran, se ne pentirà.
Sia noi che gli americani potremmo presto avere la
sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in
confronto al pantano iraniano.
traduzione Marina Impallomeni
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Ottobre-2007/art49.html