FISICA/MENTE

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Responsabilità e Crimini di Guerra.

Una élite che produce cultura

 

Noam Chomsky intervistato da Gabriel Matthew Schivone

Traduzione: Bernardino Tolomei

http://www.democrazialegalita.it/tolomei/Tolomei_Noam%20Chomsky_crimini%20di%20GUERRA_responsabilita%20polltiche%20culturali=11settembre2007.htm

 

-La responsabilità degli intellettuali

 GMS:Rivolgendosi ad un gruppo composto soprattutto da studenti, durante un forum tenutosi al Massachusetts Institute of Technology nel 1969, lei affermò: “Questa comunità è da tenere in una particolare considerazione in un posto come il MIT perché, naturalmente voi siete tutti liberi di entrare in questa comunità, anzi siete invitati ed incoraggiati ad entrarvi. La comunità dell’elite tecnologica, dei progettisti di armi, degli esperti anti-sommossa, dei pianificatori di un impero americano, è ricca di incentivi ad entrare a farne parte. Gli incentivi sono davvero molto concreti, il compenso in potere, ricchezza, prestigio e autorità sono notevoli.”

Cominciamo parlando dell’importanza di questi incentivi, sia al livello dell’università che a quello della società. Secondo lei quanto è cruciale che gli studenti considerino e capiscano questo, come lei lo definisce, ordine sociale altamente tecnocratico della comunità accademica, e la sua funzione nella società, in confronto agli scienziati professionali, che sono già direttamente coinvolti?

NC:Quanto sia importante individualmente dipende dagli obbiettivi che un individuo ha nella vita. Se i tuoi obiettivi sono di arricchirti, acquisire privilegi, puoi fare un lavoro nel campo tecnologico – in poche parole, se gli obbiettivi riguardano il tuo appagamento, allora queste questioni non hanno molta importanza. Se ti interessano le conseguenze delle tue azioni, quello che succede nel mondo, come sarà il futuro dei tuoi nipoti, a così via, allora sono fondamentali. Quindi è questione di quali scelte uno fa.

GMS:Cosa fa degli studenti un pubblico naturale cui rivolgersi? Pensa che si debba “dire la verità” allo stesso modo con gli scienziati professionali, o diversamente? Con questi ultimi ci sono possibilità a breve o lungo termine?

NC:Sono sempre a disagio col concetto di “dire la verità”, come se noi in qualche modo sapessimo la verità e dovessimo solo illuminare gli altri che non sono arrivati al nostro alto livello. La ricerca della verità è un’impresa collettiva ed interminabile. Noi possiamo, e dovremmo, impegnarci in essa quanto possiamo ed incoraggiare gli altri a fare altrettanto, cercando di liberarci dai limiti posti da istituzioni coercitive, dogmi, irrazionalità, eccessivo conformismo e mancanza di iniziativa e di immaginazione, e molti altri ostacoli.

Per quanto riguarda le possibilità, esse sono limitate solo dalla volontà e dalla libera scelta.

Gli studenti sono ad uno stadio della loro vita in cui le scelte sono più urgenti e pressanti, ed anche in cui godono di una rara, se non unica, libertà e opportunità di esplorare le scelte disponibili, di valutarle e di perseguirle.

GMS:Secondo lei, che cosa c’è nei privilegi di una educazione universitaria e dell’appartenenza al mondo accademico che, come lei afferma in alcuni suoi scritti, li accomuna ad una maggiore responsabilità per atrocità catastrofiche come laguerra in Vietnam o quelle in Medio Oriente in cui sono ora coinvolti gli Stati Uniti?

NC:Be’, ci sono ci sono delle evidenti verità morali. Una è che la possibilità di scelta conferisce responsabilità: se uno ha scelte molto limitate, alloraha una limitata responsabilità per quello che fa. Se ha una grande possibilità di scelta ha anche una maggiore responsabilità. E’ elementare, non vedo come lo si possa confutare.

E si da il caso che quelli che noi chiamiamo “intellettuali” siano proprio quelli che hanno grandi possibilità di scelta. Hanno privilegi, risorse, preparazione. Nella nostra società hanno un alto grado di libertà, non il cento per cento, ma parecchia, e questo dà loro un’ampia gamma di scelte che sono raggiungibili con un buon grado di libertà, e conferisce loro la responsabilità per le conseguenze prevedibili delle loro scelte.

 

-Nascita di un’elite tecnologica

 GMS:Penso che a questo punto dovremmo indagare un po’ sulle origini e l’evoluzione delle correnti ideologiche attualmente presenti nella vita sociale intellettuale negli USA. A quando possiamo far risalire lo sviluppo di questa forte casta di esperti tecnologici nelle scuole, ed anche altrove, che talvolta sono stati definiti come un “clero laico” o “mercenario”?

NC:Beh, risale alla fine del XIX secolo, quando c’era un forte dibattito non solo negli USA ma anche in Europa, su quella che a volte era chiamata “una nuova classe” di intellettuali scienziati. In quel periodo c’era unacrescente conoscenza tecnologica che permetteva a dei dirigenti istruiti e preparati di avere un ruolo maggiore nei processi decisionali e progettuali. Si pensò a loro come ad una nuova classe che sostituiva l’aristocrazia, i proprietari, i leader politici ecc., e che essi potessero avere un ruolo maggiore, e naturalmente a loro l’idea piaceva.

Questo gruppo elaborò l’idea di una pianificazione tecnocratica. Nell’industria veniva chiamata “management scientifico”. Nell’ambiente intellettuale si coltivò l’idea di una “classe responsabile” di seri tecnocrati capaci di risolvere razionalmente i problemi del mondo, da tenere al ripario dalle “masse volgari” che potevano interferire. E questo è successo fino ai giorni nostri.

Quanto questo sia giustificato è un’altra questione, ma per la classe dei tecnocrati l’idea che “noi siamo quelli intelligenti, quelli razionali, e le funzioni direttive e decisionali dovrebbero nelle nostre mani” è un’idea molto allettante.

Di fatto, come ho sottolineato in altri miei scritti, siamo molto vicini al bolscevismo. Davvero, se si mettono vicino affermazioni di gente come, ad esempio Robert McNamara e V.I. Lenin, sono sorprendentemente simili. In entrambi i casi c’è la concezione di un’avanguardia di pianificatori razionali che sanno in che direzione deve andare la società, sono in grado di prendere le decisioni efficienti e devono essere lasciati liberi di farlo senza interferenze da parte di quelli che uno di loro, Walter Lippmann, chiamava gli “outsider ignoranti e ficcanaso”, cioè la popolazione, che è solo d’impaccio.

Il concetto non è del tutto nuovo, è nuova solo la categoria di persone. Duecento anni fa non c’era una classe di tecnocrati chiaramente identificabili, solo gente istruita in senso generale. Ma con il crescere dello sviluppo tecnologico e scientifico alcuni capirono che se ne potevano appropriare e diventare i dirigenti della società più adeguati, in ogni campo; che, come dicevo va dal management scientifico nell’industria al controllo politico e sociale.

Nella storia ci sono periodi, per esempio negli anni di Kennedy, in cui queste idee sono state davvero molto in auge. Loro erano, secondo la loro stessa definizione, “i migliori e i più brillanti”, i “ragazzi in gamba” che potevano decidere su tutto se solo glielo si permetteva; che potevano fare le cose in modo scientifico senza che la gente si mettesse di mezzo.

E’ una tendenza piuttosto costante, e anche comprensibile. E sottolinea la paura e il disgusto per la democrazia che attraversa sempre le elite culturali., e adesso in maniera particolarmente evidente. Spesso si accompagna a dichiarazioni d’amore per la democrazia. Come sa ogni lettore di Orwell, le due cose tendono a stare insieme: quanto più uno odia la democrazia, tanto più chiacchiera di quanto è meravigliosa e di quanto gli è devoto. E’ uno dei segni più chiari della paura e del disgusto viscerali per la democrazia e per l’idea di permettere che, per citare ancora Lippmann, che gli ”outsider ignoranti e ficcanaso” si mettano di mezzo. Bisogna distoglierli ed emarginarli, mentre noi ci curiamo delle questioni serie.

Questa è la tendenza di base, e la si ritrova in ogni tempo, ma sempre più nell’epoca moderna, in cui, almeno, le ambizioni di autorevolezza degli esperti sono in una certa misura più plausibili. Se siano concrete o meno, anche questa è un’altra questione, ma le ambizioni degli esperti sono molto pressanti. Gli economisti vi dicono ”noi sappiamo governare l’economia”, i politologi vi dicono ”noi sappiamo governare il mondo e voi statene fuori perché non avete né pratica né conoscenze specifiche”.

A ben guardare, poi, queste ambizioni tendono a perdere di fondamento in fretta: non si tratta di fisica quantistica; c’è comunque qualche fondamento, a volte qualche giustificazione per esse. Ma quello che è importante per gli uomini deve, per sua natura, essere affidato nelle mani delle persone più responsabili,disposte ad affrontare dei sacrifici.

GMS:Dato e non concesso che questa nuova classe abbia titolo a governare, quanto vicina è essa al potere reale?

NC:La mia impressione è che non siano per niente tanto potenti quanto credono. Quando per esempio, John Kenneth Galbraith scrisse dell’elite tecnocratica che stava per impossessarsi del governo della società, o quando ne scrissero McNamara o altri, in tutto questo c’era molto di illusorio. Voglio dire che loro possono raggiungere posizioni di autorevolezza e influenza quando agiscono nell’interesse di chi davvero possiedee governa la società. Ci possono essere persone altrettanto competenti, o anche di più, con una concezione dell’ordine sociale ed economico contraria agli interessi, metta, delle grandi aziende, e costoro non entreranno mai nella cerchia dei tecnocrati. Quindi, per entrare in quell’elite, prima di tutto devi conformarti agli interessi dei reali centri di potere.

Anche nei media c’è molta illusione a questo proposito. Ne è un esempio famoso Tom Wicker, uno degli “opinionisti di sinistra” del New York Times. Lui si arrabbiava molto quando dei critici lo accusavano di conformarsi agli interessi del potere, di mantenersi nello schema dottrinale dei media, che risente della loro struttura aziendale, e così via. Lui rispondeva furioso, e correttamente, che nessuno gli dice cosa deve scrivere; lui scrive tutto quello che vuole, il che è assolutamente vero. Ma se non scrivesse quello che scrive, non avrebbe una rubrica sul NYT.

Questo è il tipo di cose difficili da cogliere. La gente non vuole, spesso non è capace di capire che sta conformandosi ad una autorità esterna. Si sente molto libera, e di fatto lo è, nella misura in cui si conforma. Ma il potere sta altrove. Nell’epoca moderna, questo succede da sempre. Spesso è anche molto evidente.

Adam Smith, pere esempio, parlando dell’Inghilterra, sottolineò in modo molto interessante che i mercanti e i proprietari d'impresa, le forze economiche del suo tempo, sono i “principali architetti delle scelte politiche” e controllano che i loro interessi siano “curati con ogni attenzione”, non importa quanto gravi possano essere gli effetti per gli altri, compreso il popolo inglese. Questo è un buon principio di governo e di pianificazione sociale ed economica, che è stata adottata fino ai nostri giorni: le persone con capacità amministrative e decisionali possono entrare nel sistema e possono davvero prendere delle decisioni … all’interno di un quadro fissato dai reali centri di potere. Che oggi non sono i mercanti e i proprietari d'impresa dei tempi di Adam Smith, ma le multinazionali, gli istituti finanziari, e così via. Ma prova a sgarrare dall’ambito dei loro interessi, e non sarai tu quello che prende le decisioni.

Questo non avviene in modo meccanico, ma è infallibilmente sicuro che le persone che arrivano a posizioni dirigenziali (cioè a quelle che loro ritengono posizioni dirigenziali) sono quelle che si adeguano allo schema di fondo di chi ha la proprietà e la guida della società. Ecco perché c’è sempre un certo genere di tecnocrati e non un altro genere di persone altrettanto o più capaci di fare delle scelte politiche, ma che anno idee differenti.

GMS:Come valuta il grado di responsabilità, il peso della colpa a livello individuale? Cosa possiamo capire di come uno vede se stesso quando sta in una posizione di potere o autorità?

NC:Quasi mai lei vede qualcuno, che sia un fabbricante di armi, un funzionario governativo, un dirigente di grande azienda, o qualcuno di simile che dica ”sono proprio un tipaccio, faccio solo cose che favoriscono me stesso e i miei amici”. Quasi invariabilmente sentiamo una nobile retorica del tipo”stiamo lavorando per il bene della gente”. Il dirigente d’azienda che si ammazza di lavoro per il bene dei lavoratori e della comunità; il banchiere amichevole che vuole solo aiutare chiunque ad iniziare un’attività; il leader politico che cerca di portare libertà e giustizia nel mondo; e probabilmente ci credono tutti, non sto insinuando che mentano. C’è una quantità di giustificazioni standard per qualsiasi cosa uno stia facendo. E’ molto difficile guardarsi allo specchio e dire “caspita, quel tizio che mi sta guardando è un feroce criminale”. E’ molto più facile dire

“quel tizio che mi sta guardando è proprio buono, altruista, deve fare tutto questo per il bene di tutti”

Oppure ci sono dei rispettato moralisti come Reinhold Niebuhr, che una volta era chiamato “il teologo dell’establishment”, perché proponeva una visione che in pratica giustificava quasi tutto quello che loro volevano. La sua tesi è confezionata con paroloni e così via (è questo che si fa se si è un intellettuale), ma il succo è questo: anche se cerchi di fare il bene, ne verrà fuori solo del male, questo è il paradosso della benevolenza.E’ formidabile per i criminali di guerra : noi cerchiamo di fare il bene ma ne risulta necessariamente il male. Ed è contagioso. Quindi non penso che le persone con ruoli decisionali mentano quando descrivono se stessi come benevoli. Prenda uno che lavora su armi atomiche più avanzate; gli chieda cosa sta facendo; quello dirà “cerco di preservare la pace nel mondo”. Quelli che escogitano strategie militari che massacrano la gente diranno “beh, è il prezzo da pagare per la libertà e la giustizia”. E così via.

Però noi non prendiamo sul serio questi sentimenti quando li sentiamo da dei nemici, dei dirigenti stalinisti, per esempio. Loro daranno le medesime risposte, ma noi non le prendiamo sul serio, perché, se lo volessero, saprebbero quello che fanno. Se non vogliono, sono fatti loro; se vogliono credere ad una propaganda auto-rassicurante,, sono fatti loro, questo non cambia la loro responsabilità morale: Questo lo capiamo perfettamente quando riguarda gli altri, il difficile è applicare lo stesso modo di ragionare a noi stessi.

In realtà uno dei più elementari, forse il più elementare dei principi morali è quello dell’universalità. Se qualcosa è giusto per me, è giusto per te, se è sbagliato per te, è sbagliato per me. Ogni codice morale degno di questo nome lo ha come fondamento. Ma è un principio trascurato al massimo. Possiamo facilmente trovare molti esempi di ciò. Prenda George W. Bush, sin da quando è presidente; secondo gli standard applicati ai criminali di guerra nazisti a Norimberga, dovrebbe venire impiccato. E’ una possibilità anche solo concepibile? Non è nemmeno possibile discuterne. Perché non applichiamo a noi stessi i principi che applichiamo agli altri.

Si parla tanto del “terrorismo” e di quanto orribile esso sia. Il terrorismo di chi? Il nostro terrorismo contro di loro? Lo si considera da condannare? No, è considerato altamente morale, è considerato autodifesa, e così via. Il loro terrorismo contro di noi, quello è spaventoso, e terribile, ecc. Cercare di tenersi almeno ad un livello morale minimo, anche solo porsi nell’ambito di un discorso morale è molto difficile; perché significa accettare il principio di universalità. Può verificare lei stesso quanto spesso esso sia accettato: molto raramente.

GMS:Cosa pensa della responsabilità degli intellettuali per i crimini? Norimberga è un precedente interessante.

NC:Norimberga è un precedente molto interessante. Per prima cosa i processi di Norimberga, di tutti i casi che ci sono stati da allora fino ad oggi, sono stati, io credo, di gran lunga i più seri. Tuttavia avevano anch’essi delle gravi pecche, questo è stato riconosciuto. Telford Taylor, il capo dell’accusa, quando ne scrisse, ammise che c’erano delle pecche, per più di una ragione fondamentale. Intanto i criminali di guerra nazisti venivano messi sotto accusa per crimini che ancora non erano mai stati dichiarati tali. Quindi ex post facto. “noi dichiariamo adesso che le cose che avete fatto erano crimini”. Gia questo è discutibile.

In secondo luogo la scelta di quali erano da considerare crimini si basava su un criterio molto esplicito, cioè la negazione del principio di universalità. In altri termini, veniva definito crimine quello che loro avevano fatto e noi no. Per esempio, il bombardamento di centri urbani non era considerato un crimine. I bombardamenti di Tokio, Dresda, ecc. , quelli non erano crimini. Perché? Perché gli avevamo fatti noi, quindi non erano crimini. Anzi i criminali nazistisotto accusa che riuscirono a dimostrare che gli americani e i britannici avevano fatto le stesse cose, evitarono la condanna. L’ammiraglio Doenitz, un comandante di sommergibili coinvolto in ogni genere di crimini, chiamò a propria difesa un alto ufficiale della marina inglese e, mi par, l’ammiraglio americano Nimitz, i quali dichiararono “certo, questo è il tipo di cose che facevamo”. Quindi loro non furono condannati per queste cose, e Doenitz fu assolto. E’ così che si svolsero i fatti, e questa naturalmente è una pecca molto grave. Tuttavia, di tutti i processi, questi sono stati i più seri. Quando il procuratore capo Jackson parlò all’udienza e spiegò l’importanza di ciò che si stavano facendo,disse (parafrasando): “Stiamo dando a questi imputati un calice avvelenato, e semai noi ne bevessimo, dovremmo essere sottoposti alla stessa condanna, altrimenti questo intero processo è una farsa”. Bene, guardi la storia da allora ad oggi, abbiamo bevuto da quel calice molte volte, ma non è mai stato considerato un crimine. E’ come dire che quel processo è stato una farsa.

E’ interessante notare che nella sua dichiarazione introduttiva Jackson affermò che non si intendeva incriminare l’intera popolazione tedesca, cui gli imputati appartenevano, per i crimini commessi da questi, ma solo “i pianificatori e gli ideatori” di quei crimini, “gli istigatori e i capi, senza la cui architettura scellerata il mondo non sarebbe stato devastato così a lungo dalla violenza e l’illegalità di questa terribile guerra”.

Questo è giusto, è un altro dei principi che noi semplicemente ignoriamo. A Norimberga non processavamo quelli che avevano gettato gli ebrei nei forni, processavamo i capi. Ora, se mai processiamo qualcuno, sono persone di basso livello, come i torturatori di Abu Ghraib, non quelli che hanno predisposto il quadro entro il quale essi hanno operato. E certo non processiamo i leader politici per il crimine di aggressione. E’ fuori questione. L’invasione dell’Iraq è stato il caso più chiaro di aggressione che si possa immaginare. Anzi, secondo i principi di Norimberga, se li si legge attentamente,la guerra degli USA contro il Nicaragua fu un crimine di aggressione per il quale si sarebbe dovuto giudicare Ronald Reagan. Ma è inconcepibile, in occidente non se ne può neanche parlare. E la ragione è la nostra totale negazione delle più elementari verità morali. Semplicemente le respingiamo. Non pensiamo neanche che stiamo respingendole, e questo è anche peggio che respingerle seccamente, nel senso che se fossimo capaci di dire a noi stessi “siamo totalmente immorali, non accettiamo i più elementari principi morali”, sarebbe una specie di posizione rispettabile, in un certo senso. Ma quando sprofondiamo al livello di non percepire neppure che stiamo violando dei principi elementari e la legge internazionale, questo è molto brutto. Ma è questa la natura della cultura intellettuale, non solo negli Stati Uniti, ma ovunque nelle società potenti.

GMS:Lei ha ricordato Doenitz, che è sfuggito alla condanna per i suoi crimini. Due che non sfuggirono e pagarono molto severamente a Norimberga furono Julius Streicher, il direttore di un importante giornale, e - anche questo è un esempio interessante – il dottor Wolfram Sievers dell’Istituto per la Ricerca Scientifica Militare della Società Ahnenerbe, per il quale si risalì a dei crimini compiuti presso l’Università di Strasburgo. Non sembrano i tipici personaggi imputati di crimini di guerra internazionali, data la loro attività civile.

NC:Certo, e c’è una giustificazione per questo. Quegli imputati potevano capire quello che stavano facendo, potevano capire le conseguenze della loro attività. Ma naturalmente, se noi accettassimo questo orribile principio di universalità, si andrebbe un po’ troppo oltre, ai giornalisti, ai ricercatori, eccetera.

GMS:Vorrei citarle la dichiarazione delle finalità dell’Ufficio Ricerche dell’esercito (ARO). Questa “agenzia esterna di primaria importanza” dell’esercito è impegnata a “sviluppare e sfruttare i progressi più innovativi per garantire la superiorità tecnologica della nazione” .Essa persegue la sua missione “mediante l’attuazione di un aggressivo programma di ricerca di base per conto dell’esercito, al fine di utilizzare in modo ottimale le scoperte scientifiche più all’avanguardia e l’insieme delle conoscenze scientifiche per il miglioramento e lo sviluppo dei sistemi che garantiscono la supremazia alle forze di terra”

NC:Sono un’agenzia del Pentagono e fanno il loro lavoro. Nel nostro sistema le forze armate sono sotto il controllo civile. I civili assegnano ai militari un determinato compito e il loro lavoro è quello di obbedire, portare a termine l’incarico, oppure andarsene. Avere i militari sotto il controllo civile significa questo. Dunque non sono loro da biasimare per quella dichiarazione. I colpevoli sono le autorità civili. Se queste politiche non ci piacciono(e a me non piacciono, e neanche a lei), è a quei civili che hanno concepito lo schema e dato gli ordini che dobbiamo far riferimento.

Si può, come hanno mostrato i precedenti di Norimberga essere accusati per aver obbedito a degli ordini illegittimi, ma spesso questa è una forzatura. Se si è un militare in una posizione di comando si è di fatto tenuti ad obbedire agli ordini civili, anche se non piacciono. Se si dice che sono davvero ordini criminale, allora, si, li si può respingere, e mettersi nei guai con quel che segue. Ma qui si tratta solo dell’esecuzione degli ordini ricevuti; quindi dobbiamo risalire alle autorità civili e di qui alla cultura intellettuale generale, che giudica tutto questo giusto e legittimo. E ritorniamo alle università, ai giornali, ai centri del sistema dottrinale.

GMS:Penso che a colpire sia anche l’onesta schiettezza di quella dichiarazione.

NC:E’ come andare in una fabbrica di armi, e scoprire che stanno fabbricando delle armi più nuove. E’ questo che ci si aspetta da loro. L’ordine per loro è “fai funzionare meglio questo cannone”, e loro lo fanno. Se sono onesti diranno “Si, è questo che facciamo, le autorità civili ci hanno chiesto questo”.

Ad un certo momento una persona deve chiedersi ”davvero voglio fare un cannone migliore?” E’ qui che sorge la questione di Norimberga. Ma non si può biasimare troppo severamente la gente per aver eseguito degli ordini, quando nella cultura non c’è niente che dica loro che in questo c’è qualcosa di sbagliato. Voglio dire che devi essere una specie di eroe morale per avvertirlo, per infrangere lo schema culturale e dire “quello che sto facendo è sbagliato”. Come chi diserta dall’esercito perché pensa che la guerra è sbagliata. Non è lì che va individuata la colpa, penso. Come a Norimberga. Come ho detto, lì non furono incriminate le SS che avevano gettato la gente nei forni. Avrebbero potuto essere processate altrove, ma non lì.

GMS:Ma nel caso della raccolta di lavoro di ricerca dell’ARO, per la progettazione di armi migliori, sono professori, studiosi, ricercatori, progettisti scientifici, ecc. che hanno la scelta di finalizzare un serio lavoro intellettuale e di essere utilizzati per questi obbiettivi, e che non agiscono necessariamente in seguito ad ordini diretti, ma per libera scelta.

NC: E’ una libera scelta, ma non dimentichi che c’è una cultura intellettuale generale che non solleva obiezioni contro questo.

Prendiamo la guerra in Iraq. Ci sono intere biblioteche piene di dibattiti sulla guerra, che si chiedono “cosa dovremmo fare?”, e così via. Bene, cerchi da qualche parte una sola frase che dica che “condurre una guerra di aggressione è il sommo crimine internazionale, che si differenzia dagli altri crimini di guerra in quanto comprende anche tutto il male che ne consegue” (parafrasando da Norimberga). Cerchi questo da qualche parte. Certo, può trovarlo, ne ho scritto io, e ci saranno un’altra ventina di persone che ne hanno scritto in tutto il mondo. Ma fa parte della cultura intellettuale? Può trovarlo in un giornale o una rivista, nel Congresso, in qualche discorso pubblico, in qualcosa che faccia parte del comune scambio di conoscenze e idee? Gli studenti lo studiano a scuola? Ci sono dei corsi che insegnino agli studenti che “condurre una guerra di aggressione è il sommo crimine internazionale, che comprende anche tutto il male che ne consegue”?

Se, per esempio, la guerra settaria è un’orribile atrocità, chi ne è responsabile? Secondo i principi di Norimberga, Bush, Rumsfeld, Cheney, Wolfowitz, Rice; sono loro i responsabili della guerra settaria perché hanno compiuto il sommo crimine internazionale che comprende anche tutto il male che ne consegue. Provi a trovare qualcuno che affermi questo; non lo troverà, perché la nostra cultura intellettuale dominante accetta come legittimo che noi calpestiamo chiunque ci piaccia.

Prendiamo anche l’Iran. Entrambi i partiti e in pratica l’intera stampa accettano come legittimo, anzi onorevole affermare che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, presumibilmente anche quella nucleare, per citare Hillary Clinton, e molti altri. “Tutte le opzioni sono sul tavolo” significa che stiamo minacciando una guerra. Bene, c’è una cosa chiamata Carta dell’ONU che pone fuori legge “la minaccia o l’uso della forza” negli affari internazionali. Questo importa a qualcuno? A dire il vero, ho visto da qualche parte un commento di Ray Takeyh, uno specialista dell’Iran vicino al governo, che affermava che le minacce sono una grave violazione del diritto internazionale. Ma è una cosa così rara che quando la trovi è come trovare un ago in un pagliaio. Non fa parte della cultura; noi possiamo minacciare chiunque vogliamo e aggredire chiunque vogliamo. E quando uno cresce e agisce in una cultura di questo tipo, si, in un certo senso è colpevole, ma la responsabilità è molto più diffusa.

Un paio di giorni fa leggevo una recensione di un nuovo libro di Steven Miles, un medico e bioetico che si è letto 35.000 pagine di documenti avuti dalla Freedom of Information Act sulle torture ad Abu Graib; e la domanda che si poneva era ”cosa facevano i medici mentre accadevano quelle cose?”. Presenti alle torture c’erano medici, infermiere, studiosi del comportamento e altri che le organizzavano. Cosa facevano mentre le torture avevano luogo? Bene, legga le testimonianze nei dettagli e vedrà che le progettavano e le perfezionavano. Proprio come i medici nazisti.

Robert Jay Lifton ha fatto una ricerca profonda sui medici nazisti. Lui afferma che in un certo senso non sono quei singoli medici ad aver avuto la colpa principale, è stata una cultura ed una società che accettavano la tortura e le attività criminali come legittime. Lo stesso vale per le torture ad Abu Graib. Voglio dire, concentrarsi su quelle persone come se fossero della gente orribile è davvero un grave errore. Loro sono il prodotto di una cultura che considera tutto questo legittimo. Ci sono eccessi cui non si dovrebbe arrivare, ma la tortura negli interrogatori è considerata legittima.

Ora c’è un grosso dibattito su “chi è un nemico combattente?”, un grosso dibattito tecnico. Mettiamo di invadere un altro paese e di catturare qualcuno che sta difendendo il suo paese dalla nostra invasione: cosa significa chiamarlo “nemico combattente”? Se un paese invadesse gli Stati Uniti e lei fosse catturato mentre tira un sasso ad un soldato, sarebbe legittimo mandarla all’equivalente di Guantanamo, e poi dibattere se lei è un combattente “legittimo” o “illegittimo”? Tutta la discussione è, diciamo, da fantascienza. Ma, in una cultura che accetta che noi abbiamo la proprietà e il governo del mondo, è ragionevole. Ma, di nuovo, dovremmo risalire alle radici della cultura intellettuale e morale, non solo agli individui direttamente coinvolti.

GMS:Tornando a quello cui lei accennava prima, se agli studenti vengano insegnati dei principi morali, dove io insegno, all’Università dell’Arizona, si tengono dei corsi di bioetica, molto richiesti in effetti, per laureandi in materie scientifiche (anch’io ne ho tenuto uno, perché mi interessava). Affrontano più che altro gli scenari in termini di “terreni scivolosi”, e questioni ipotetiche entro circostanze determinate, ma nessuna relativa alle scienze sociali o umane. Pensa che ce ne dovrebbero essere, che sarebbe utile?

NC: Se fossero corretti, si. Se fossero corretti parlerebbero di quello di cui stiamo parlando, studierebbero dei casi concreti. Non serve a niente pontificare su elevati principi, è facile, anche i medici nazisti potrebbero farlo. Diamo un’occhiata ai singoli casi e vediamo come si applicano quei principi, al Vietnam, a El Salvador, all’Iraq, alla Palestina, prendiamo i singoli casi e vediamo come i principi si applicano alle nostre azioni. Questo è di primaria importanza, ed è quello che viene meno discusso.

GMS:Un’osservazione per finire. Sembrano esserci gravi distorsioni e difetti nella nostra società e nel nostro livello culturale. Secondo lei, come si potrebbe correggerli e fissare un livello culturale nel quale, ad esempio, la tortura non sia accettata? (In fondo anche la schiavitù e il lavoro infantile sono stati accettati per molto tempo, e ora non lo sono più.)

NC: I suoi esempi danno una risposta alla sua domanda, la sola risposta che si conosca. Schiavitù e lavoro infantile non sono diventati inaccettabili per magia. Ci è voluto un duro, coraggioso, costante lavoro da parte di un sacco di gente. Lo stesso vale per la tortura, una volta era assolutamente di routine.

Se ricordo bene il celebre criminologo norvegese Nils Christie ha scritto che in Norvegia le prigioni hanno cominciato a proliferare all’inizio del XIX secolo. Prima non ce n’era molto bisogno, quando la pena per la rapina poteva consistere nel piantare un paletto nella mano dell’imputato. Oggi è il paese forse più civilizzato della terra.

C’è stata una codificazione graduale dei limiti alla tortura, che hanno avuto qualche effetto, anche se limitato, prima della regressione alla barbarie di Bush. L’opera di Alfred McCoy ripercorre quella brutta storia. Eppure c’è un miglioramento, e ce ne può essere ancora se abbastanza gente è disposta ad affrontare le stesse difficoltà che hanno portato ad un ripudio su larga scala della schiavitù e del lavoro infantile, ancora lontano dall’essere completo.


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