FISICA/MENTE

 

 

I maestri dell'11 settembre

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Settembre-2006/art11.html


Come cominciò la guerra. Cinque anni fa l'attacco al World Trade Center.
Verità ambigue e oscure, curiose coincidenze che alla Casa bianca non piace siano indagate, intorno a degli strani fatti concomitanti con l'attacco terroristico al cuore di New York

 

Sergio Finardi


Terrore e «guerra al terrore» si tengono per mano ogniqualvolta la politica si avvicina a certi nodi o la tensione «securitaria» si abbassa. Anche l'ultimo «complotto» di Londra - quello che avrebbe dovuto far esplodere un sacco di aerei, il mese scorso - darà a Bush qualche argomento per cercare di fermare la caduta libera della sua popolarità in vista delle elezioni di mid-term; anche Blair sperava (a quanto pare senza successo) di ricavarne un sostegno contro gli attacchi della società civile e del suo stesso partito - che gli rimproverano, tra l'altro, la sua scelta di trasformare gli aeroporti inglesi in centri di smistamento di voli Cia e di voli civili/militari Usa carichi di armi dirette in Israele. All'indomani della scoperta del complotto, Bush e Blair hanno subito enfatizzato che la loro guerra al terrore è più che giustificata e dovrà essere anzi rafforzata. Che siano state e siano le loro politiche a provocare la deriva terroristica non viene naturalmente menzionato; men che meno il fatto che forse c'è più di un legame tra le due cose.
E' allora forse necessario tornare a riflettere su una delle origini principali della «guerra al terrore»: gli eventi dell'11 settembre 2001. La strada verso la verità si è fatta piu ampia e nuove cose sono emerse, anche grazie ad un determinato «movimento per la verità sull'11 settembre» che ha preso piede proprio negli Stati uniti e che, ad esempio, nel giugno di quest'anno ha organizzato due importanti assise: Los Angeles ha ospitato l'American Scholars Symposium «9/11 + Neo-Con Agenda» e Chicago l'annuale Conferenza del movimento per la verità sul 9/11, con il titolo «9/11: Rivelare la verità, rivendicare il nostro futuro».
Quante esercitazioni...
Si ricorderà che alcune esercitazioni e operazioni relative ad attacchi aerei e biologici sul suolo statunitense erano in corso l'11 settembre 2001, alcune di esse iniziate nei giorni immediatamente precedenti. Ognuna di tali esercitazioni implicherà conseguenze considerevoli sulla risposta agli eventi di quel giorno, non foss'altro per le gravi confusioni tra «esercitazione» e «realtà» che esse provocarono.
L'esistenza di tali esercitazioni è emersa dalle indagini svolte dagli studiosi del «movimento per la verità sull'11 settembre», dalla cosiddetta Commissione sul 9/11 (Final Report of the National Commission on Terrorist Attacks upon the United States, 2004, testimonianze dei vertici militari, di Rudolf Giuliani, sindaco di New York, e altri passaggi), nonché su alcuni fonti di stampa (Toronto Star, 9 dicembre 2001; Associated Press, 21 Agosto 2002; Aviation Week & Space Technology, 3 Giugno 2002; Usa Today, 18 aprile 2004) e nel libro «Against All Enemies» (2004) di Richard Clarke, capo dell'antiterrorismo statunitense al tempo degli eventi e coordinatore con Cheney della «risposta» agli attacchi. In dichiarazioni ufficiali dei comandi militari si è parlato, senza ulteriori specificazioni, di un «maestro» coordinatore di quelle esercitazioni. Vediamone la sequenza temporale.
Il tempo di una di queste esercitazioni/operazioni (Operation Northern Vigilance) non venne deciso negli Stati uniti, poiché il suo scopo era di sperimentare le capacità di controllo dello spazio aereo nordamericano e di risposta militare in relazione ad una contemporanea esercitazione aerea militare russa sull'Artico e Pacifico settentrionale. L'esercitazione, annunciata il 9, venne condotta sotto la direzione del North American Aerospace Defense Command (Norad).
Il riflesso più immediato di tale operazione sugli eventi dell'11 fu che una buona parte dei caccia solitamente disponibili nelle basi della costa est a difesa di Washington e New York venne dislocata in basi dell'Alaska e del Canada settentrionale. Al momento dell'emergenza, il Norad aveva solo 8 caccia a disposizione nel settore orientale. Northern Vigilance venne interrotta la mattina dell'11 dopo il primo attacco al World Trade Center, quando i russi annunciarono di aver sospeso la loro per permettere agli statunitensi di focalizzarsi sull'emergenza.
Il tempo delle altre esercitazioni venne invece deciso da qualche entità interna agli Stati uniti: Global Guardian e Vigilant Guardian/Vigilant Warrior erano esercizi routinari effettuati sotto il comando militare, previsti solitamente per l'ottobre. Esse implicavano sia l'immissione sui sistemi della Federal Aviation Administration (che controlla il traffico aereo statunitense e partecipava all'esercitazione), di false informazioni indicanti il dirottamento di aerei civili, sia l'esecuzione di voli effettivi di aerei civili che dovevano agire come aerei dirottati (per testare le capacita di intercettamento). Le esercitazioni coinvolgevano in particolare un settore del Norad, il Neads (North-East Air Defense Sector), responsabile per la costa est. Le esercitazioni erano in corso durante gli attacchi e sono agli atti le frasi di alcuni controllori Faa che si chiedono se la sparizione dai radar di segnali che identificano alcuni aerei sotto il loro controllo fosse parte dell'esercitazione o fosse indicativa di eventi reali.
Nella stessa mattina dell'11 settembre, un'altra esercitazione, questa condotta da Cia e Nro (National Reconaissance Office, responsabile della gestione dei satelliti-spia statunitensi) coinvolgeva lo scenario di un aeroplano che fosse precipitato sul quartiere generale della Nro - situato a circa 6 km dall'aeroporto Washington-Dulles - con prove reali di evacuazione del personale, di cui c'è testimonianza ufficiale.
Infine, per la mattina del 12 settembre, l'Office of Emergency Management (Oem) che aveva sede nella torre Wtc7 fatta evacuare alle 9,30 dell'11, aveva previsto un'esercitazione civile contro un attacco biologico a New York City, in congiunzione con la Fema (Federal Emergency Management Agency) e il Dipartimento della giustizia. L'esercitazione, chiamata Tripod II, o Trial Point of Dispensing, aveva la sua sede operativa al molo 92, sull'Hudson. Quando la Wtc7 verrà evacuata, l'Oem si trasferirà alla sede di Tripod II (testimonianza di Rudolf Giuliani alla National Commission on Terrorist Attacks upon the United States, vedi www.gpoaccess.gov/911).
Né la grande stampa ha mai chiesto, né le commissioni ufficiali sugli avvenimenti dell'11 settembre e i comandi militari hanno mai voluto dire chi fosse il «maestro» di quelle esercitazioni, ovvero il loro punto di pianificazione e coordinamento. Il 16 febbraio 2005, in un'udienza della Camera dedicata alle allocazioni di bilancio per la difesa, la deputata Chinthia McKinney chiese al ministro della difesa Rumsfeld di dare informazioni su quelle esercitazioni. Non ottenne alcuna risposta perché il presidente della sessione non consentì altro che quella domanda fosse messa semplicemente a verbale per future sessioni.
Tuttavia, non tutto è oscuro sul «maestro»: un comunicato stampa della Casa bianca dell'8 maggio 2001, quattro mesi prima degli attentati, recita: «Il presidente Bush ha ordinato al vicepresidente Cheney di coordinare lo sviluppo delle iniziative del governo per combattere attacchi terroristici sul suolo degli Stati uniti». (Office of Press Secretary, the White House). Entro il quadro della preparazione per combattere «attacchi terroristici» ricadeva anche il coordinamento e la supervisione dei cosiddetti war games e di uno speciale ufficio, l'Office of National Preparedness (Onp), istituito con la stessa direttiva dell'8 maggio nell'ambito della Fema, il cui direttore, Joe Allbaugh, da allora risponderà direttamente a Cheney delle attività dell'Onp.
Il nuovo nemico
Molti anni prima, nell'estate del 1993, il politologo statunitense Samuel Huntington pubblicherà su Foreign Affairs, organo del Council for Foreign Relations di rockefelleriana moneta, il suo famoso saggio Clash of Civilizations? I poteri forti che dominano la politica statunitense, troveranno in quel saggio il nuovo Graal, la teoria che avrebbe sostituito quella del nemico totale sovietico: le braci dei conflitti etnici e di religione sarebbero tornate ad ardere, con l'aiuto di fanatici che abbondano in ogni parte del globo, Stati uniti inclusi. Non era, quella di Huntington, un'analisi scientifica sui nuovi pericoli del mondo, ma il suggerimento di un programma di intervento.
Nel 1997, l'ex-consigliere alla Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski avrebbe scritto nel suo libro La grande schacchiera: l'egemonia americana e i suoi imperativi: «Nel tempo in cui l'America diviene una società sempre più multiculturale, si può trovare sempre maggiore difficoltà a costruire un consenso sui temi della politica estera, eccetto che nella circostanza di una massiccia, universalmente sentita, e diretta minaccia esterna». Come è noto, l'amministrazione Bush si opporrà per più di un anno alla formazione di una commissione d'inchiesta sugli eventi dell'11 settembre, formata solo il 27 novembre 2002 e durata quasi due anni, non ultimo per l'opposizione continua apposta dalla Casa bianca al rilascio dei documenti richiesti dalla commissione, la più parte dei quali non verrà mai desecretata.
Dagli war games alle guerre vere i passi sono stati brevi e le loro ombre lunghe si stendono oggi da Tel Aviv a Beirut, da Baghdad a Kabul, da Washington a Bruxelles.


Il movimento per la verità sull'11/9

Sergio Finardi

Nel movimento vi sono molte personalità. Tra i parlamentari, Earl Hilliard e Cynthia McKinney (democratici) e Bob Barr (repubblicano), che la macchina elettorale dei rispettivi partiti ha poi boicottato per aver avanzato domande e fatto richieste importanti in relazione alla versione ufficiale dei fatti. Tra i giornalisti troviamo: Ian Woods, tra i maggiori animatori del movimento, nonché direttore della rivista e sito web Global Outlook, www.globaloutlook.ca); Michael C. Ruppert (ex-investigatore della polizia di Los Angeles e fondatore della pubblicazione web From the Wilderness, nonché autore di un fondamentale libro sul 9/11: «Crossing the Rubicon. The Decline of American Empire at the End of the Age of Oil», 2004); Webster Tarpley, autore di «9/11: Synthetic Terror. Made in Usa» (giunto alla terza edizione); Paul Thompson (Center for Cooperative Research), autore della più completa ricostruzione temporale (letteralmente minuto per minuto) degli eventi relativi all'11 settembre. Tra gli studiosi e scienziati: David Ray Griffin (autore di una critica serrata e documentatissima della verità ufficiale: «The 9/11 Commission Report. Omissions and Distorsions», 2004), il fisico Steven E. Jones (fondatore con il prof. James Fetzer del gruppo Scholars for 9/11 Truth, Accademici per la verità sull'11 Settembre, www.st911.org, che include una nutrita serie di ingegneri strutturali e aeronautici, nonché fisici, matematici e docenti di computer science). Tra i non pochi ex-militari troviamo in particolare Robert M. Bowman (tra i massimi esperti di sicurezza nazionale, ingegnere aeronautico e nucleare, tenente colonnello pilota della Us Air Force e, sotto le presidenze Ford e Carter, capo del progetto segreto che diverrà noto sotto Reagan come «Star Wars» o Strategic Defense Initiative), decorato dei più alti riconoscimenti militari e civili quali la Eisenhower Medal, la President's Medal of Veterans' for Peace, la Engineers Gold Medal e il George F. Kennan Peace Prize. Infine, e ancora esemplificativamente perché molti altri meriterebbero di essere citati, un tecnico, Kevin Ryan, che ha pagato un alto prezzo personale per la sua volontà di verità e la cui conferenza a Chicago sulle caratteristiche tecniche del crollo delle torri del Wtc è stata ripresa da Karen Harvey della snowshoefilms.com ed è disponibile su www.911blogger.com (si veda anche «9/11 & American Empire: Intellectuals Speak Out», 2006, di cui è co-autore con Peter Dale Scott).

http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=1641&tp=C

IL QUINTO ANNIVERSARIO


11 settembre, la memoria sprecata
 

10/9/2006


di Barbara Spinelli
 


INIZIATA da George W. Bush subito dopo l'attacco alle Torri di New York, la guerra contro il terrorismo non accenna a finire e già è durata molto tempo: cinque anni, più della prima guerra mondiale, poco meno della seconda. E nessuna vittoria in vista, nessuna indicazione su come l'impresa potrebbe andare a finire, ma anzi un proliferare di guerre etnico-religiose, di aggressioni terroriste in vari punti del globo, di disarticolazioni dei poteri statali in Medio Oriente, nel Golfo, in Afghanistan, in Pakistan, in India, nelle Filippine. Disarticolazione è un vocabolo terrorista, le Brigate Rosse si ripromettevano simile risultato quando attaccavano «il cuore dello Stato». Oggi la disarticolazione è epidemia planetaria e non sono le democrazie e neppure l'America ad avvantaggiarsene, anche se traumi come quello del 2001 in America non si sono riprodotti. Un grafico di Foreign Policy illustra l'approdo cui siamo giunti a cinque anni dall'11 settembre: fra il 2002 e il 2005 gli attacchi terroristici contro l'America sono scesi da 62 a 51 rispetto al ‘98-2001, e i morti sono diminuiti drasticamente (2991 fra il 1998 e il 2001, 3 fra il 2002 e il 2005). L'America è al momento risparmiata ma non l'Asia centrale e sud-orientale, l'Africa, e in primis il Medio Oriente (10.615 morti e 5517 attentati nel 2002-2005, contro 609 morti e 1376 attentati nel 1998-2001).

Alcuni esperti americani si consolano con queste cifre: l'avversario non è in grado di nuocere come nel 2001 e in fondo si torna al pre-11 settembre. Ma un'America che si protegge dal mondo mettendo a repentaglio il mondo non può sentirsi né vittoriosa né sicura. Il suo governo s'è lanciato in guerre mondiali con la pretesa di imitare il coinvolgimento Usa nei conflitti europei del '900, ma il suo disegno è per la verità isolazionista, autarchico. I critici di Bush impiegano un termine calzante, quando ne riassumono i difetti: lo chiamano incurious. La persona incurious è priva di curiosità, di desiderio di conoscere, d'apprendere: ignora volontariamente le cose attorno a sé, è disattenta, distratta, prigioniera di sue astratte fantasie. La politica della memoria, nelle mani dell'incurious, produce danni perché è disordinata, procede a casaccio, dunque è inservibile. La sua tentazione è la self-fulfilling prophecy, la profezia che si auto-realizza e che di regola non è affatto una profezia ma una falsa definizione dei fatti: le conseguenze di tali definizioni sono diabolicamente reali, ma non per questo è reale anche l'originaria definizione.

Lo stesso vale per la memoria, che è una profezia sui generis: ogni giorno Bush evoca le guerre antitotalitarie del '900, ma quasi si direbbe che non sa quel che evoca. La lotta odierna contro il terrore ha temporaneamente protetto gli americani in America (il tempo di vincere questa o quella elezione), ma ha frantumato l'influenza statunitense nel pianeta. Per cinque anni è stata condotta senza pensare il mondo, addirittura ignorandone la fattura. È stata ed è fatta con vista breve, con conoscenza nulla, con ricordi storici storti. È perduta in Iraq, può naufragare in Afghanistan. Con le guerre Usa nel '900 ha poco a che vedere. Allora il centro dell'Occidente era forte. Oggi i mondi attorno all'America franano e il centro non tiene. Come nell'oracolo poetico di Yeats: «Things fall apart; the centre cannot hold; Mere anarchy is loosed upon the world», pura anarchia si rovescia sul mondo. Nonostante questo precipitare i discorsi ufficiali restano eguali a se stessi, e non solo in America: sono ripetitivi, vacui, annunciano offensive globali contro terrori globali senza riconoscere che il terrorismo ha preso forme ormai locali, nazionali, distinte. Gli slogan sul conflitto globale sono un regalo che ogni giorno facciamo a Bin Laden, aggrappato a quest'immagine che lusinga la sua potenza e nasconde le sue spossatezze. È vero, dopo l'11 settembre gli occidentali e parte dell'Islam (innanzitutto sciita) solidarizzarono con l'America e la missione afghana. Ma continuare a invocare l'iniziale unità senza domandarsi quel che nel frattempo è accaduto sul terreno è poco sensato. I talebani sono di ritorno da molto tempo in numerose province nel Sud e nell'Est (compresa la zona assegnata agli italiani) ed è impressionante come le due cose s'intreccino: la ripetitività dei discorsi occidentali e la negligenza dei fatti. Son ripetitivi non solo i governanti Usa ma anche la Nato, gli europei. In questi giorni lo stupore li ha assaliti, di fronte alla forza talebana che si consolida nelle zone trasferite dagli Usa alla Nato - è «sorpreso» il generale James Jones, comandante delle truppe atlantiche in Europa, s'è detto «sorpreso» il segretario alla Difesa Rumsfeld, a Kabul nel dicembre 2005: sono anni che in Afghanistan siamo sempre più esterrefatti. Neppure ci siamo accorti che sradicare le colture di oppio senza rassicurare i suoi diseredati coltivatori è consegnare questi ultimi ai talebani. Quando una sorpresa dura troppo a lungo c'è qualcosa che non va: il buon senso sta svanendo. La potenza che aveva ambizioni imperiali, a forza di sorprendersi, si perde. Forse ha ragione lo storico Niall Ferguson: gli imperi moderni, Usa in testa, durano ben poco, molto meno degli antichi.

Il fatto è che la guerra in Afghanistan non è solo lotta al terrorismo come sostiene il ministro della Difesa Parisi. Per ottenere risultati pratici deve conquistare anche cuori e anime delle popolazioni, dar loro la sicurezza che manca, aiutare lo Stato centrale a ridivenire autorevole. Se fosse solo lotta al terrorismo la missione in Afghanistan dovrebbe terminare, tanto somiglia - sempre più - all'esiziale intervento sovietico. D'altronde il terrorismo talebano è già stato in parte indebolito, non con la guerra bensì con interventi su flussi bancari e con l'intelligence. Per questo è utile esaminare le nostre sconfitte e imparare da esse, non solo in Iraq ma anche in Afghanistan: questa è vera memoria, non quella che ogni minuto evoca Hitler e Churchill. Se usano questa memoria viva, pratica, i responsabili italiani ed europei potranno rinegoziare con la Nato la missione, correggendo gli errori Usa. Altrimenti avranno ragione Fini e coloro che non vedono differenza alcuna, fra le scelte di Prodi e quelle di Berlusconi dopo l'11 settembre.

Eppure le differenze ci sono, innumerevoli. Oggi è l'ora dell'Europa ed è grande merito di Prodi, di D'Alema, averlo intuito presentandosi come custodi-sentinelle della tregua in Libano. Il conflitto libanese è stato cruciale perché ha evidenziato proprio questo: è il momento dell'Europa, del multilateralismo, dell'Onu, perché l'impero Usa periclita. L'impero non garantisce più sicurezza mondiale, non garantisce neppure più il punto nevralgico che è Israele. Negli Stati Uniti si moltiplicano le polemiche contro la lobby ebraica, in Israele aumentano le voci di chi considera l'America non più parte della soluzione ma del problema: lo studioso Jason Gitlin, su Haaretz di venerdì, sostiene che «gli Stati Uniti non sono più una risorsa nella regione ma un peso». Israele scopre l'importanza dell'Onu, cerca contatti e aiuti in Europa, in Italia. È una novità che tanti analisti Usa trascurano quando sostengono che nulla è realmente cambiato dopo l'11 settembre. Anche Berlusconi vorrebbe cancellare la novità, opponendosi all'operazione libanese.

L'Europa ha vantaggi notevoli, se i governi volenterosi congiungono le proprie forze: è capace di maggiore attenzione alle situazioni locali, e per esperienza storica sa i pericoli dei nazionalismi ideologici-millenaristi. Non globalizza tutto, generalizzando. Ma soprattutto è più restia a usare la memoria come arma politico-elettorale, come ancor oggi fanno Bush, Cheney, Rumsfeld. La memoria è una delle grandi vittime di questi cinque anni. È stata usata a sproposito, manipolata, sprecata. Si è parlato di Hitler e del cedimento democratico che va sotto il nome di appeasement con leggerezza stupefacente. Per questa via Bin Laden ha guadagnato lo statuto di possente avversario, contro il quale l'Occidente schiera eserciti. Forse la prima cosa da fare è dimenticare questi paragoni, smetterli per un po', comunque approfondirli. Non descrivono le situazioni effettive, non aiutano. L'Iran che cerca spazio nell'universo musulmano somiglia alla Prussia dell'800 più che a Hitler: secondo Vali Nasr, studioso degli sciiti, Teheran aspira a divenire una potenza regionale come la Germania di Bismarck, e della disputa atomica si serve a tale scopo. È impregnato di messianesimo, ma quel che cerca è una resa dei conti con i regimi sunniti, non uno scontro democrazia-dittatura né la rovina d'Israele. La democrazia è anzi strumento privilegiato dagli sciiti: il loro peso nella regione aumenta enormemente, se ovunque è applicata la regola democratica «un uomo, un voto». Comunque la voce iraniana s'è fatta grossa perché le guerre Usa hanno magnificato il suo peso, innalzando gli sciiti in Iraq e indebolendo i sunniti talebani in Afghanistan (Vali Nasr, The Shia Revival, La Rinascita Sciita, Norton 2006).

Negoziare con l'Iran è inevitabile, con o senza sanzioni, e chi è preveggente in Israele lo vede: Shlomo Ben Ami, negoziatore a Camp David nel 2000, consiglia su Haaretz la «distensione con l'Iran», e la sua «integrazione in una politica di stabilità regionale prima che la bomba sia acquisita». Gideon Samet, sullo stesso quotidiano, spera nei mediatori europei e chiede che Olmert cambi la strategia nucleare: «Perché Israele non consente ad abbandonare la politica ormai antiquata dell'ambiguità (ammettere e non ammettere il possesso della bomba), e non accetta supervisioni del proprio programma nucleare in cambio di supervisioni internazionali in Iran?». Ma per far tutte queste cose urge mutare linguaggio, ripensare la storia passata, connetterla meglio col presente, rimeditare parole come democrazia, profezia, impero. L'Europa può farlo, se non sarà incurious come l'America di Bush.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Settembre-2006/art2.html


Noi siamo sorpresi


Tommaso Di Francesco


Chi s'interrogava in modo «kabulista» e chi in maniera intelligente se era mai possibile che il governo di centrosinistra cadesse su Kabul, ha di che riflettere. Ieri due avvenimenti hanno illuminato le troppe zone d'ombra abusate per l'ultimo rifinanziamento della missione ormai più che bipartisan. E' stata attaccata la superblindata ambasciata americana a Kabul con molte vittime tra i marines e tra i civili afghani, e un ordigno è esploso contro un convoglio militare italiano nella provincia di Farah. Altro che dopoguerra. Gli attacchi purtroppo danno il segno di una precipitazione di eventi che era facile intravvedere ma che veniva oscurata nelle sedi istituzional-governative da una fitta cortina di «fumo afghano». L'attentato anti-Usa conferma una preoccupante ripresa di controllo del territorio da parte dei talebani che dice che la forza degli integralisti islamici non è solo militare ma politica e sociale, dopo tanti «aiuti» e tanti bombardamenti occidentali. L'agguato agli italiani vede i nostri soldati in pieno campo di battaglia come truppe speciali: i quattro soldati feriti sono incursori di marina.
La Farnesina e il ministro Parisi devono una spiegazione chiara. Le risposte ufficiali sono raggelanti. Il ministro Rutelli dichiara: «Impossibile il ritiro delle nostre truppe», lo stesso Parisi ha pensato bene di dire: «Non sono sorpreso». Stupefacente poi l'affermazione del capo dello stato Napolitano: «Il rischio fa parte della missione».
Alcune domande sono più che legittime. Che cosa differenzia ormai la guerra afghana da quella in Iraq dalla quale ci stiamo ritirando? Non siamo sempre nella linea di comando statunitense, sotto la Nato? Non siamo forse attivi in combattimento con le truppe speciali e, forse, ben lontano dalla «nostra zona»? Non era stato detto al momento del voto sul rifinanziamento, nemmeno un mese e mezzo fa, che nulla sarebbe cambiato? E invece risulta che i militari italiani sono aumentati di 600 unità e soprattutto che è cambiata la struttura originaria della missione Isaf. Già il 6 agosto la brigata multinazionale Kabul di cui fanno parte le forze italiane ha assunto la denominazione di «comando regionale della capitale», con un cambio di ruolo, perché ora l'Isaf è basata su comandi regionali e può inviare truppe soprattutto speciali - anche italiane - dove vuole. Insomma non c'è più una distinzione tra l'area di Kabul e il «fuoriarea», come aveva rassicurato Parisi. Ora Kabul - l'unico luogo realmente controllato dal signore della guerra Hamid Karzai - fa parte dell'intera struttura della Nato e non è un caso che la guerra con gli attacchi antiamericani ritorni proprio a Kabul.
Siamo ancora in tempo ad uscire da una guerra sanguinosa anche per noi: solo nel dicembre scorso hanno trovato la morte due soldati italiani. E dove i rovesci militari per le truppe britanniche - «peggio delle Falkland» scrive The Guardian - sono uno dei motivi delle difficoltà di Tony Blair. La prima guerra dove Bush ha cominciato a dissipare il consenso che aveva dopo l'11 settembre 2001. E' stato il primo conflitto «preventivo», ma è apparso subito come guerra di vendetta - con tanti effetti collaterali e stragi contro i civili.
Come scriveva su Le Monde ieri George Soros, non proprio un estremista,
«il concetto americano-israeliano di guerra contro il terrorismo» è fallito, «va tenuto conto che sul terreno sono cresciute realtà sociali e politiche e nuove possibilità di dialogo tra le parti». Vale anche per l'Afghanistan.


 

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