FISICA/MENTE

ALCUNE QUESTIONI SULLA GESTIONE USA DELL'ARMAMENTO NUCLEARE

NEL MONDO

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http://scienzapertutti.lnf.infn.it/fermi/Fermi_P12bis.html

L' organizzazione dell' industria nucleare e il dibattito sulla bomba

Nel 1946 fu instituita la Atomic Energy Commission, con competenza sia sugli aspetti civili che militari dell'energia nucleare. Alcuni eminenti fisici, e tra essi Fermi, furono chiamati a far parte di una sua commissione consultiva.

Il 29 ottobre 1949, sulla scia dell'impressione sull'opinione pubblica della prima bomba atomica sovietica, alla commissione fu chiesto un parere sull'opportunità di sviluppare una bomba all'idrogeno.
La commissione unanimemente espresse un parere contrario allo sviluppo della bomba all'idrogeno, e Fermi e Rabi vollero aggiungere una loro postilla:

Il fatto che non esista limite alla capacità distruttiva di questa arma rende la sua stessa esistenza e la capacità di costruirla un pericolo per l'umanità intera.
È inevitabilmente un ordigno diabolico sotto qualunque aspetto lo si consideri. Per questa ragione, noi crediamo che sia importante per il Presidente degli Stati Uniti dire all'opinione publica americana e al mondo di ritenere che sia sbagliato, per fondamentali principi etici, iniziare lo sviluppo di una simile arma.
Enrico Fermi, Isaac Rabi

http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/a/a100.htm

L'INIZIO DELLA CORSA AL NUCLEARE DI GUERRA

Le armi nucleari, già entrate nel sistema della "diplomazia della forza" tipico dello scontro est-ovest durante il blocco di Berlino del 1948 (quando gli Usa attivarono in Gran Bretagna una base aerea dalla quale erano in grado di colpire direttamente il territorio sovietico), divennero il principale strumento della strategia della deterrenza avviata dall'amministrazione Truman. Dopo lo scoppio sperimentale della prima bomba atomica sovietica (1949) la politica statunitense elevò a proprio principale obiettivo lo sviluppo di un arsenale bellico in grado di colmare il distacco creato dal rapido riarmo dell'Unione sovietica. In questo quadro venne incentivata la ricerca per la costruzione della bomba all'idrogeno, realizzata nel 1952. Il New Look varato dall'amministrazione Eisenhower in materia di sicurezza, con forti tagli ai bilanci per la difesa convenzionale, accelerò lo sviluppo degli arsenali atomici, affidando l'efficacia della strategia della deterrenza soprattutto all'arma nucleare, in base alla dottrina della "rappresaglia massiccia" (massive retaliation) il cui potere di dissuasione e distruzione doveva essere assicurato dall'aeronautica, beneficiaria dei più cospicui stanziamenti a favore della ricerca e dell'innovazione tecnologica. Questo processo subì un'ulteriore accelerazione dopo il lancio da parte sovietica del primo satellite artificiale, lo Sputnik (1957), che apriva la possibilità di controllo strategico dell'intera superficie terrestre. Il successivo dibattito sulla sicurezza si incentrò sulla previsione che di lì a pochi anni l'Urss sarebbe stata in grado di sferrare attacchi contro gli Usa con missili balistici intercontinentali; ne derivò un deciso rafforzamento dei programmi missilistici statunitensi, in una drammatica escalation destinata a creare, dopo l'installazione in Europa (Gran Bretagna, Italia) e in Turchia di missili nucleari Nato a portata intermedia, quella situazione di stallo e reciproca vulnerabilità nota come "equilibrio del terrore". La scelta dell'overkill, ossia di una capacità distruttiva più volte superiore a quella necessaria ad annientare l'avversario, fu infine istituzionalizzata nel 1960 con la preparazione del Single Integrated Operation Plan, piano completo degli obiettivi di una eventuale rappresaglia Usa la cui attuazione prevedeva da 360 a 425 milioni di vittime in Urss e in Cina. Fin dalla metà degli anni cinquanta tuttavia emerse all'interno dell'amministrazione statunitense la convinzione che fosse necessario giungere con i sovietici a forme di controllo degli armamenti. Ma nel breve periodo i tentativi fallirono nella conferenza di Ginevra (1955). Solo negli anni successivi furono avviate faticose trattative sulla disciplina della militarizzazione dello spazio e sulla interruzione delle esplosioni atomiche sperimentali nell'atmosfera (ma non nel sottosuolo), conclusesi nel 1963 con la firma del trattato sul divieto parziale degli esperimenti atomici. Parallelamente, dopo la crisi di Berlino (1961) e la crisi dei missili a Cuba (1962), l'amministrazione Kennedy avviò una politica di potenziamento del bilancio militare che durò per tutti gli anni sessanta. Non giustificata sul piano dell'equilibrio strategico, data la netta inferiorità sovietica, la scelta del riarmo fu alimentata dalla concorrenza reciproca tra gli apparati militari delle tre armi, sostenuta dagli interessi del sempre più potente complesso militare-industriale. Frenate dall'amministrazione federale in materia di programmi per la difesa missilistica, le forze armate statunitensi ottennero un successo con lo sviluppo delle tecnologie dei missili a testata multipla e a rientro automatico, che incrementò sensibilmente la loro efficacia penetrativa e distruttiva. Tuttavia, dopo l'abbandono nella seconda metà degli anni sessanta da parte degli Usa delle strategie nucleari di risposta flessibile e "controforze", interpretabili da parte sovietica come strategie di "primo colpo", la politica di sicurezza degli Usa registrò una svolta decisiva. Preceduto dalla proposta formulata dall'amministrazione Johnson nel gennaio 1967 per l'avvio di trattative sulla limitazione degli arsenali strategici, il nuovo orientamento (maturato nel quadro di una crescente protesta dell'opinione pubblica sulla questione dei bombardamenti in Vietnam e illustrato dal segretario alla Difesa R. McNamara nel settembre 1967) denunciava il principio della "distruzione assicurata" e il meccanismo di "azione-reazione" all'origine della corsa agli armamenti, proponendo la fine dell'accumulazione di strumenti distruttivi. Da questa iniziativa prese le mosse un lungo, faticoso e contraddittorio processo di trattative sul disarmo che, con alti e bassi, contraddistinse i rapporti Usa-Urss negli anni della distensione. Dopo la firma del trattato di non proliferazione (Helsinki, novembre 1969) che impegnava Stati uniti e Unione sovietica ad avviare negoziati sulla limitazione degli armamenti, si approdò ai nuovi importanti accordi Salt 1 nel 1972, Salt 2 nel 1974 e 1979. Nonostante la mancata ratifica statunitense dell'accordo Salt 2, il duro scontro sull'installazione degli "euromissili" e l'esasperazione del confronto con l'Urss perseguita dal progetto reaganiano di Scudo spaziale, nel corso degli anni ottanta si conseguirono ugualmente risultati positivi grazie al trattato Inf (Intermediate Nuclear Force) e all'avvio dei negoziati Start. Rilanciate le trattative dal successo dei numerosi vertici tra il segretario del Pcus M. Gorbaciov e i presidenti R. Reagan e G. Bush e dalla disponibilità sovietica a negoziare la riduzione dei propri armamenti strategici offensivi in cambio della rinuncia degli Stati uniti ai progetti di difesa spaziale, un'intesa definitiva sulle armi nucleari e convenzionali fu siglata con gli accordi sottoscritti da Bush e Gorbaciov nel summit di Washington (giugno 1990).
 


http://www.sapere.it/tca/MainApp?srvc=vr&url=/7/8755_1

UN POCO DI STORIA

 

Costruzione e utilizzo della bomba

I primi esperimenti di controllo della fissione nucleare risalgono agli anni '30. Nel 1942, durante la II guerra mondiale, il governo statunitense avviò il "progetto Manhattan" che, applicando tali conoscenze, in tre anni portò alla sperimentazione del primo prototipo di bomba atomica (16.VII.1945). Il neopresidente Harry S. Truman accelerò le conclusioni con l'intento di avvicinare la fine della guerra sul fronte del Pacifico, ma anche per la volontà di dare una manifestazione di potenza militare in vista degli equilibri postbellici. Non si tenne conto delle forti riserve sull'effettivo uso della bomba atomica, di immenso potenziale distruttivo, espresse da una parte della stessa comunità scientifica corresponsabile della sua realizzazione. Il 6 e 9.VIII.1945 due ordigni atomici vennero sganciati sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, provocando quasi 300 000 morti e altrettanti feriti.

 

Monopolio atomico e potenza internazionale

Nelle intenzioni statunitensi, il monopolio acquisito nel campo degli armamenti atomici doveva rappresentare il fattore decisivo nel confronto apertosi al termine della guerra con la potenza sovietica: la minaccia dell'uso della bomba atomica doveva svolgere la duplice funzione di deterrente militare dal lancio di un attacco convenzionale nemico e di strumento di pressione perché venissero modificati indirizzi politici giudicati non conformi alla sicurezza nazionale (politica di dissuasione). L'iniziale condizione di vantaggio degli USA (che il piano Baruch del 1946 tentò senza successo di istituzionalizzare) ebbe comunque termine ben presto con l'esplosione della prima bomba atomica sovietica (23.IX.49). Gli USA tentarono di ricostituire i precedenti rapporti di forza con la costruzione (1950-52) di una bomba termonucleare (bomba H) mille volte più potente dell'atomica. La teoria strategica della "rappresaglia massiccia" esprimeva la volontà di usare la bomba atomica sostanzialmente come strumento deterrente. Di quest'epoca fu la prima larga mobilitazione popolare contro gli armamenti nucleari, con le raccolte di firme per la loro messa al bando promosse dai Partigiani della Pace (manifesto di Stoccolma, 19.III.1950).

 

Equilibrio del terrore e coesistenza pacifica

L'URSS tornò d'altronde a rompere il monopolio strategico-nucleare statunitense (prima bomba H, 12.VIII.1953, e primo bombardiere intercontinentale, estate 1954). Intanto la guerra di Corea (1950-53) evidenziò il limite intrinseco delle armi nucleari: il carattere di "armi ultime" ne restringeva infatti l'uso al caso estremo di una guerra totale tra le due superpotenze. Solo nel 1962 la strategia USA riconobbe questo fatto (dottrina della "risposta flessibile", a seconda del tipo di minaccia). Al di là dell'effettiva efficacia militare, tuttavia, il possesso di armamenti nucleari era ormai divenuto elemento indispensabile per definire lo status di grande potenza spingendo alla loro realizzazione non solo grandi potenze tradizionali (Gran Bretagna e Francia), ma anche nazioni emergenti con un ruolo spiccatamente "regionale" quali Cina o Israele, nonché paesi del Terzo Mondo come l'India. Tale diffusione fu teoricamente limitata nel 1968 con la firma tra molti paesi di un trattato di non proliferazione nucleare. La parità nucleare ("equilibrio del terrore") finì per divenire la base della forzata coesistenza tra i due blocchi, spostando di nuovo il loro confronto sul piano economico e ideologico, e affidando la loro relativa supremazia strategica al ruolo più o meno meno diretto svolto in azioni militari convenzionali (dalle guerre nel Sudest asiatico degli anni '60 e '70, alle guerre postcoloniali in larghe regioni africane); nel contempo, continuava la ricerca di un vantaggio decisivo sull'avversario mediante una spirale qualitativa (sempre più sofisticati e costosi sistemi di offesa e difesa nucleare, tra cui decisivi saranno con gli anni '70 i sommergibili nucleari) e quantitativa (escalation). I "complessi militar-industriali" sviluppatisi nell'Unione Sovietica e nelle maggiori nazioni occidentali erano sia prodotto che causa di tale situazione. I periodici appuntamenti per la limitazione-riduzione di tali armamenti (colloqui SALT o START) non condussero a risultati definitivi. Tale spirale si sarebbe invece rivelata decisiva nel confronto tra le superpotenze per i suoi costi economici, che contribuirono in misura rilevante a determinare il collasso del sistema sovietico.

 

Fine della questione nucleare?

La "politica sull'orlo dell'abisso" (anni '50 - '80) ebbe i suoi momenti di maggior tensione con l'introduzione dei missili a medio raggio o "di teatro" (1974) e la loro installazione sui due fronti dell'Europa, che rese le armi nucleari strumenti non solo di dissuasione, ma utilizzabili teoricamente in un conflitto convenzionale, senza funzione di soluzione finale (contemporanea la diffusione di bombe atomiche "tattiche", da impiegare sul campo di battaglia). In questo senso, se la vicenda degli euromissili e del futuristico programma statunitense di "scudo spaziale" (1982-83) segnò l'apice del confronto tra USA e URSS, essa mise anche in piena luce la totale subordinazione politica dell'Europa entro la logica dell'"ordine atomico". Questa fase determinò anche una diffusa presa di coscienza popolare delle complesse e differenziate problematiche connesse alla questione nucleare (movimenti per la pace dei primi anni '80), che permise di diffondere riflessioni sino a quel punto limitate a ristretti ambiti intellettuali (Betrand Russell, Albert Einstein, Karl Jaspers, George Anders, Raymond Aron, Norberto Bobbio) sul significato e i rischi della bomba atomica. Lo smembramento dell'URSS dal 1991 ha posto il problema di controllare sia gli arsenali nucleari delle repubbliche ex sovietiche che la diffusione delle cognizioni tecnico-scientifiche dell'apparato militare sovietico. Molti altri paesi sono però sospettati di lavorare per entrare nel cosiddetto "club atomico", e ciò dimostra che la fine della guerra fredda non ha chiuso la questione nucleare, nonostante l'ONU abbia deliberato il divieto di ulteriori esplosioni sperimentali (1996) e aperto i colloqui per proibire la produzione di materiali fissili per armamenti nucleari (1997). Su quest'ultimo punto le trattative si sono arenate per la richiesta avanzata dai paesi in via di sviluppo di smantellare previamente ogni postazione atomica esistente, che ha incontrato il fermo rifiuto di tutte le potenze nucleari. La fine della guerra fredda non ha chiuso la questione nucleare, nonostante l’ONU abbia deliberato il divieto di ulteriori test atomici (1996) e aperto i colloqui per proibire la produzione di materiali fissi li per armamenti nucleari (1997). Gli ultimi sviluppi della strategia nucleare hanno visto l’ingresso nel 1998-1999 dell’India e del Pakistan nel novero delle potenze atomiche e la firma, nel 2002, di un nuovo accordo tra Stati Uniti e Russia per una forte riduzione degli arsenali nucleari entro il 2012.

 


 

http://amscampus.cib.unibo.it/archive/00001930/01/Lezione_V.doc

Buenos Aires, 30 giugno 2006

 ANCORA STORIA

Lezione V

La militarizzazione del containment e la corsa al riarmo. La sicurezza come preminenza tecnologica.

 

Il containment, che nella visione originaria di Kennan doveva limitarsi ad un contenimento costante ma soft, abbinato a dimostrazioni di forza che non lasciassero dubbi sulle intenzioni americane, si militarizza nel corso degli anni cinquanta attraverso tre principali dinamiche:

 

           patti militari. Al Patto Atlantico,  nato nel 1949,  si affiancano patti che estendono la rete di alleanze e contenimento militare vis-à-vis l’Unione Sovietica fino all’ Estremo Oriente (Patto di Manila, 1954 –Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Pakistan e Tailanda- Patto di Bagdad, 1955 –Turchia, Irak, Pakistan, Iran e Gran Bretagna). 

 

           la g.f. diventa “calda” in Corea –l’intervento della Corea del Nord contro quella del Sud viene presentato da Truman al Congresso e all’opinione pubblica americana come “proxy war” (guerra per procura). Nella visione americana, Stalin vuole “testare” il grado di resistenza degli Stati Uniti in un paese la cui situazione geografica e politica (divisione artificiale che è una legacy dell’occupazione alleata dopo la II g.m. –le truppe sovietiche e americane si erano ritirate rispettivamente dal nord e dal sud del paese nella seconda metà degli anni ’40- ) assomiglia a quella della Germania, per poi utilizzare la stessa tattica nel cuore dell’Europa.

 

Nelle interpretazioni storiche attuali, sembra che Stalin non abbia spinto il maresciallo Kim il Sung ad attaccare il regime di Syghman Ree, ma ne abbia in qualche modo sostenuto l’espasionismo regionale.   Stalin considerava probabilmente la penisola coreana fuori dal perimetro di interesse diretto degli Stati Uniti. Contra, vedi l’allerta creata negli Stati Uniti dalla rivoluzione di Mao in Cina e dall’impossibilità del regime nazionalista di Cina Kai Shek di resistere alle truppe rivoluzionarie, malgrado gli ingenti aiuti militari ricevuti. Sono proprio i “volontari”cinesi che costringono MacArthur a ritornare verso il 38o parallelo. Nella memoria americana la guerra di Corea, per molti, e’la prima sconfitta subita.

 

v       Riferimento all’Uniting for Peace –che permette di aggirare il blocco del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovuto al ritiro del rappresentante sovietico  dopo il non-riconoscimento internazionale del regime di Mao (nel Consiglio rimane il rappresentanti di Formosa) e al suo successivo veto in Consiglio. Nella risoluzione, votata in Assemblea,  questa si autoproclama legittimata ad agire con raccomandazioni (che possono anche includere l’uso della forza) quando, in presenza di una minaccia alla pace, il Consiglio di Sicurezza non sia in grado di raggiungere l’unanimita’.

 

           esplosione della prima bomba atomica sovietica nell’agosto del 1949. Annuncio di Truman nel settembre e discussioni interne sull’opportunità di procedere verso un crash program nucleare (che porterà in pochi anni alla sperimentazione della prima bomba termonucleare).

 

NB. Il governo americano diventa sempre più un  garrison state, in stato d’assedio permanente, dove i bilanci militari e le spese per ricerca e sviluppo indirizzate al settore militare crescono a dismisura (dopo la guerra di Corea) e inducono alla creazione di quello che il Presidente Eisenhower, nel suo discorso di  farwell alla nazione (1961) definirà “complesso militare-industriale” –e, in  altra parte del teso, “complesso scientifico-militare-industriale”.

 

Fonti primarie

*   Testo del Patto Atlantico, Washington D.C. - 4 April 1949

Disponibile in spagnolo: <http://www.nato.int/docu/other/sp/treaty-sp.htm >

Disponibile in italiano: <http://www.nato.int/docu/other/it/treaty-it.htm>

[Ultima consultazione: 29/06/2006]

*   President Truman's speech sending troops to Korea, June 27, 1950

Disponibile sul sito: http://www.historychannel.com/gspeech/speeches/970630gs.html

[Ultima consultazione: 29/09/2006]

*   Testo della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite Uniting for Peace, 3 di novembre 1950.

      Disponibile in: <http://www.un.org/Depts/dhl/landmark/pdf/ares377e.pdf>

      [Ultima consultazione: 29/06/2006]

*   President Dwight D. Eisenhower Farewell Address,  17 gennaio 1961

      Disponibile sul sito:      

      http://www.homeofheroes.com/presidents/speeches/eisenhower_farewell.html

      [Ultima consultazione: 29/06/2006]

 

Fonti secondarie

*   ALSOS : Digital Library for nuclear issues

            Disponibile in:   <http://alsos.wlu.edu/qsearch.aspx?browse=warfare/Hydrogen+Bomb&related=true>

            [Ultima consultazione: 29/06/2006]

*   Vincent Ferraro, Resources for the Study of International Relations

            Disponibile in: www.mtholyoke.edu/acad/intrel/feros-pg.htm

            [Ultima consultazione: 29/06/2006]

 

Riferimenti bibliografici

Gaddis, John Lewis, "Who Started the Korean War?" Review Essay, Atlantic Monthly, 8 May 1994

Disponibile in: <http://ac.acusd.edu/History/20th/review70.html>

[Ultima consultazione: 03/07/2006]

Herken, Gregg, Cardinal choices: presidential science advising from the atomic bomb to SDI, Standford, Calif., Standford University Press, 2000.

Howard, Michael, “NATO at fifty: an unhappy successful marriage: security means knowing what to expect” in Foreign Affairs, May-Jun, 1999.

Disponibile in: <http://www.foreignaffairs.org/19990501faessay1035/michael-howard/nato-at-fifty-an-unhappy-successful-marriage-security-means-knowing-what-to-expect.htm>

[Ultima consultazione: 03/07/2006]

Millett, Allan, “A reader’s guide to the Korean war” in Journal of Military History, July, 1997.


 

http://www.storico.org/FUCHS.htm

KLAUS FUCHS SPIA O EROE ?

Lo scienziato che portò il mondo al confronto atomico

 

di  Giovanni Venezia

 

"Sono fiero di avere impedito la guerra nucleare e di aver dato ai Russi il mezzo di opporsi con la stessa efficacia ad eventuali attacchi della bomba H....."

Con queste parole, pronunciate nel corso dell'interrogatorio subìto dopo essere stato arrestato ed accusato di spionaggio a favore dell'URSS, Fuchs si sentì fiero ed orgoglioso di sé stesso. Nella sua mente in quelle giornate scorreva la sua vita, come in un film.

Nei quartieri bassi dell 'East Side a New York, Henry Gold "Raymond", la più grande spia del mondo sovietico quella sera gelida , era il 5 febbraio 1944 , attendeva con pazienza l'uomo che avrebbe cambiato il destino del mondo. Aveva ricevuto ordini precisi dal capo Semenov: "...si prepara un'azione molto impegnativa....rifletti una, due, tre o anche più volte prima di intraprendere qualsiasi azione. Di fare un piccolo gesto. La missione è molto importante..."

Stava per giungere dall'Inghilterra colui che avrebbe collaborato con scienziati americani e che avrebbe dato tutte le informazioni " importanti per l'Unione Sovietica e per il comunismo."

L'incontro tra Henry Gold e l' inglese avvenne, secondo le modalità impartite da Anatolj Yakovlev ( aveva sostituito da qualche ora Semenov nella direzione del servizio segreto sovietico), alla stazione Lower. Con molta discrezione i due si strinsero la mano e si allontanarono per sedersi ad una tavola del ristorante Manny Wolf. E' l'inizio di un nuovo corso dello spionaggio ? L'uomo non è una spia di professione. E' uno scienziato , fisico nucleare, uno dei più grandi studiosi di energia atomica del globo.

Proprio quando gli americani erano consapevoli della loro supremazia e di essere l'unica grande potenza mondiale , mai si sarebbero immaginato che l'ingegner Klaus Fuchs, originario della Germania, li stava tradendo per l'Unione Sovietica alleata degli U.S.A. Un grave colpo che ha dato, però, la certezza a Stalin di avere realizzato un suo vecchio sogno: riuscire ad essere grande potenza da trattare con gli Stati Uniti d'America da pari a pari. E l'ing.Fuchs dette al "Baffone" questa certezza.

L'energia atomica percorre di pari passo con lo spionaggio la sua strada. Viene perfezionata la bomba "H" . Il 16 luglio 1945 nel nuovo Messico esplode la prima micidiale bomba. Fuchs era presente. Il 6 agosto l'esperimento atroce avviene su Hiroshima e solo pochi giorni dopo su Nagasaki. Centinaia di migliaia i morti e così i feriti. La storia segna la capitolazione del Giappone.

Il 1949 è l'anno in cui Truman annuncia al mondo che l'Unione sovietica ha fatto esplodere la sua prima bomba atomica. "Tutti si chiedono come mai la Russia abbia superato il loro ritardo. Ma non certamente Fuchs, perché è per il suo tradimento che si è costituito nel mondo un equilibrio delle forze distruttive."

C'è incredulità nei Paesi anglosassoni ed in America quando, pochi mesi dopo l'esplosione della bomba sovietica, la "spia" viene smascherata, Ci si è interrogato sui motivi che hanno indotto una personalità così straordinaria, uno scienziato a tradire .

Chi lo ha conosciuto sostiene che la verità è nella natura di quell'uomo, nella formazione all'interno dell'ambiente familiare, nonché nella sua formazione politica.

E' stato definito un dr. Jekill e Mr.Hyde; intelligente ed ingenuo, cinico e sentimentale, orgoglioso ed umile. Ma è lo stesso Fuchs a descriversi con completezza nel corso dell'interrogatorio. Disse di sé: "Il marxismo mi ha permesso di dividere i miei pensieri in due settori e di rendermi completamente indipendente dalle forze della società che mi circondano. Il miglior modo per giungere a questo risultato è una schizofrenia controllata. ...Sono fiero di avere impedito la guerra nucleare e di aver dato ai Russi il mezzo di opporsi con la stessa efficacia ad eventuali attacchi della bomba H."

Ma chi era Klaus Fuchs ?

Della sua vita, dei suoi studi di fisica, dell'abbraccio alla politica, dell'attività di spionaggio inteso non come professione ma per amore di pace, della reciprocità della paura, degli intrecci, hanno scritto D. Bourcart, lo storico Dallin, il prof. di fisica E. Locare nonché B.Newmann, de Poncis e tanti altri nonché riviste di storia e cultura di tutto il mondo.

Tedesco di nascita (29.12.1911) , figlio di pastore luterano, riceve un'educazione improntata al fare ciò che si sente di fare purché l’azione che si percorra sia giusta. Abbraccia la politica sin da ragazzo e percorre quella strada distinguendosi per numerose gesta ed eclatanti iniziative. Iscrittosi all'università di Leipzig si distingue per intelligenza e per i risultati brillanti raggiunti. Odia il marxismo ed abbraccia le tesi della socialdemocrazia. Sostenitore della parresia, ha espresso civilmente e con chiarezza, da libero cittadino, giudizi su fatti e persone. Rompe gli indugi e si avvicina al comunismo e fonda una santa alleanza contro l'avanzata del nazismo. Infatti, le violenze dei nazisti gli consentono di solidificare le proprie convinzioni. Subisce violenze e viene, poi, gettato nel fiume. Si salva. Le peripezie si moltiplicano e con il passar del tempo la famiglia Fuchs viene dispersa. Lo stesso Klaus, dopo aver partecipato a sommosse antinaziste fugge a Berlino e quindi a Parigi dove vuole terminare gli studi finalizzati a ricomporre la Germania senza Hitler e C.

A Parigi conosce Greta, un amore per una sola stagione.La separazione scaturisce dalla decisione di rimanere in occidente per potersi specializzare nel ramo degli studi che ha scelto.

Si trasferisce in Inghilterra e, in pace con se stesso, impara l'inglese, ottiene una borsa di studio che gli consente di laurearsi in fisica generale, Nel 1937 ottiene il dottorato in fisica-matematica ed, infine, nel 1939 consegue il diploma di dottore in fisica teorica.

Stimato per l'intelligenza, seppur giovane austero, timido e taciturno, Fuchs diventa un brillante scienziato di fisica nucleare conquistandosi le simpatie di tutti. Chiede, quindi, la cittadinanza inglese ma... siamo già in guerra, ed al cittadino Fuchs non la si può dare in quanto "pericoloso comunista". Supera ogni ostacolo, l'ottiene ma deve fuggire. Dopo tante peripezie finalmente raggiunge Quebèc.

Solo nel 1941 ritorna in Inghilterra perché chiamato dal prof .Rudolf Peierls: "Venite è urgente". Fuchs entra a far parte di un gruppo di ricerche nucleari. Un gran passo avanti professionalmente ma nello stesso tempo un grande impegno morale. A Birmingham viene a conoscenza che i Russi sono molto in ritardo negli studi sull'atomica e che gli americani e inglesi avevano accelerato l'attività di ricerca. E' questa presa di coscienza che induce il Fuchs a tradire in quanto aveva compreso lo scopo reale ed unico delle ricerche che vi si conducono: giungere al più presto alla messa a punto dell'arma atomica. “Ho deciso - confesserà in seguito - di informare i Russi non appena ho capito lo scopo delle nostre ricerche. Avevo completa fiducia, in quell'epoca, nella politica dell'URSS ed ero persuaso che gli Alleati occidentali la lasciassero sola di fronte all'aggressione tedesca, nella speranza che si distruggessero a vicenda. Non ho avuto alcuna esitazione a trasmettere tutti i dati che possedevo.”

Fuchs - è stato scritto - inizia con serenità una incredibile doppia vita. Viene, però, scoperto dopo qualche mese.

Nel freddo silenzio di un'austera aula di giustizia inglese lo scienziato-spia Klaus Fuchs viene condannato a 14 anni di prigione. La pena massima prevista.

Il caso Fuchs apre nuove strade alle tecniche dello spionaggio occidentale, soprattutto americano che crea: l'agente segreto.

Alle ore 14 del 2 luglio 1959 K. Fuchs, la spia che venne dal caldo è in volo verso Berlino -est dopo circa nove anni e mezzo di prigione. Ritorno al passato. Si sa che di lui si disse di tutto. Amato ed odiato, la sua vita continua all'est . Molto attivo e sereno gli è stato riconosciuto il grande merito di aver salvato l'umanità da una guerra atroce, dove tutti gli innocenti avrebbero pagato con la vita la condanna per non aver commesso il fatto. Gli stessi americani, consapevoli ormai che non erano più l'unica potenza si disse che per paura ebbero a ripetere sempre: "In questo momento della storia gli americani pregano perché Dio Onnipotente vegli sul popolo russo".

Gli storiografi ripercorrendo la vita della spia della pace scrissero che il governo russo, venuto a conoscenza che la Cina voleva recuperare il ritardo per la costruzione della bomba atomica servendosi dell'esperienza di Fuchs, intervenne presso il governo tedesco orientale allo scopo di impedire che lo scienziato accettasse l'offerta cinese.

E' la storia di un grande scienziato amante della pace e che, per mantenerla, ha armato di una potente arma le due sole Nazioni capaci usarla a fini bellici.

E' stato condannato giustamente dalle leggi inglesi. Ma Fuchs si è dimostrato uno di quegli uomini, rari, capaci di assumersi le proprie responsabilità e di sopportarne le conseguenze con energia perché ha ritenuto di vedere più chiaro del potere che lo ha giudicato.


http://www.temporis.org/storia_nascitabombatomica.htm

DA ALTRA FONTE

Dopo l'utilizzo su Hiroshima e Nagasaki, che in totale causarono circa 200.000 vittime, anche Fermi ed Oppenheimer furono tormentati dai rimorsi. Il primo, che pur aveva ritenuto necessaria la bomba per evitare ulteriori vittime, rifiutò inizialmente a collaborare al progetto per la nuova bomba all'idrogeno che il fisico Edward Teller aveva iniziato a studiare, mentre Oppenheimer rifiutò anch'egli la collaborazione al progetto. Quest'ultimo divenne però vittima di accuse diffamatorie che lo costrinsero a lasciare nel 1954 la presidenza della commissione consultiva sull'energia atomica. Lo si accusava nello specifico di simpatizzare per il Partito Comunista, in un periodo di diffuso maccartismo, di aver ostacolato i progetti a cui aveva collaborato e di passare importanti informazioni alle potenze straniere. Seppure assolto, Oppenheimer, che trascorse gli anni seguenti quasi in ritiro, fu riabilitato soltanto nel 1963, quando fu insignito del premio Fermi.

Commentando il lancio delle bombe nucleari sul Giappone, tempo prima, lo scienziato aveva commentato: "I fisici hanno conosciuto il peccato e questa conoscenza non potranno perderla". Mentre Oppenheimer diventava il simbolo dello scienziato tormentato dalle nuove responsabilità della scienza, un altro concretizzava le paure americane su possibili fughe di notizie da parte dei ricercatori.

Nel gennaio 1950 vi fu un arresto clamoroso. Tedesco, perseguitato dal regime nazista come comunista, Klaus Fuchs aveva collaborato dopo il 1941 agli studi di New York che portarono alla costruzione della bomba atomica. Nel 1949 si scoprì che Fuchs aveva passato all'Unione Sovietica, che aveva intanto accelerato il proprio programma nucleare, importanti segreti che riguardavano anche la nuova bomba H. Nel 1949, i russi avevano così la bomba a fissione mentre già nel 1953 l'equipe di Andrej Dimitrievic Sacharov metteva a punto la bomba H. Dopo appena tre anni di monopolio statunitense, in cui si pensò di usare l'atomica come mezzo di dissuasione, la spaventosa energia dell'atomo era in mano sovietica. Era la nascita dell'equilibrio del terrore.


http://www.solidarietalegambiente.org/cgi/jump.cgi?t=default&l=it&ID=243

Stati che hanno testato ordigni nucleari

Le Nazioni che hanno effettuato test "ufficiali".

Gli Stati Uniti svilupparono Gli Stati Uniti svilupparono la prima bomba atomica durante la seconda Guerra Mondiale, nella fretta e col timore che la Germania nazista arrivasse per prima ad ottenere un ordigno simile. Il progetto, chiamato Manhattan, venne portato avanti da una equipe internazionale di scienziati di cui facevano parte tra l’altro alcuni italiani (tra cui Enrico Fermi) emigrati in America anche a causa delle persecuzioni razziali. Il primo test venne eseguito nel 1945 (Trinity), e l’America rimane ad oggi l’unica nazione che abbia mai utilizzato un ordigno nucleare contro un’altra Nazione, durante il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. E’ stata inoltre la prima Nazione ad aver sviluppato una bomba all’idrogeno, che testò del 1952 (Ivy Mike) e successivamente sviluppò nel 1954 (Castle Bravo).

L’Unione Sovietica testò il suo primo ordigno nucleare nel 1949 (Joe-1), grazie ad un progetto in parte dovuto all’azione di spionaggio portata avanti durante la seconda Guerra Mondiale. La motivazione dello sviluppo sovietico va ricercata in una sorta di mantenimento dell’equilibrio “atomico” durante la Guerra Fredda. Testò una primitiva bomba all’idrogeno nel 1953 (Joe-4) ed una bomba a megatoni nel 1955 (RDS-37). Dopo la dissoluzione dell’Impero sovietico, nel 1991, l’arsenale entrò in possesso della Russia.

La Gran Bretagna testò il suo primo ordigno nucleare nel 1952 (Hurricane), utilizzando largamente i dati ottenuti dalla collaborazione con gli Stati Uniti durante il Progetto Manhattan. Il programma di sviluppo fu motivato dal desiderio di avere loro stessi un deterrente contro lo sviluppo atomico che avveniva in Unione Sovietica, in un ottica anche europea di Guerra Fredda. Testò la sua prima bomba all’idrogeno nel 1957.

La Francia testò la sua prima bomba atomica nel 1960, anch’essa per avere un deterrente nei confronti dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Testò la sua prima bomba all’idrogeno nel 1968.

La Cina testò la sua prima bomba atomica nel 1964, con grande sorpresa delle agenzie di intelligence occidentali. Inizialmente ottenne dall’URSS una preziosa assistenza per sviluppare un programma nucleare a scopo militare, assistenza che si blocco dopo la “divisione Cino-Sovietica” che tra il 1969 ed il 1980 vide contrapposte le due potenze, tanto da portare il programma di sviluppo atomico cinese ad essere un deterrente sia contro gli Stati Uniti che contro l’Unione Sovietica. Testò la sua prima bomba all’idrogeno nel 1967 a Lop Nur. La Cina era stata accreditata di possedere 400 testate fino ai primi anni ’80: attualmente il numero stimato é inferiore e non risultano recenti attività di sviluppo in tal senso.

L’India testò un “ordigno pacificatore”, così venne chiamato dal governo indiano, nel 1974 (Smiling Buddha): fu il primo test dopo la costituzione dell’NPT (trattato di non proliferazione atomica), ed innescò nuove domande in merito a come lo sviluppo del nucleare civile può essere segretamente dirottato verso la produzione di ordigni atomici (la cosiddetta dual-use technology). Si disse che l’arsenale atomico doveva servire quale deterrente nei confronti della Cina, e venne sviluppato in collaborazione con l’Unione Sovietica. L’India testò anche missili a testata nucleare nel 1998 (operazione Shakti), e fu accreditata di test anche su bombe all’idrogeno (anche se su questo vi é un dibattito in merito all’autenticità della notizia). Nel luglio 2005 é stata ufficialmente riconosciuta dagli Stati Uniti come una nazione con “responsabilità nucleare” ed é iniziata una collaborazione tra i due stati. Ciò si può configurare come un’entrata ufficiale dell’India nel club nucleare.

Il Pakistan ha segretamente sviluppato i suoi armamenti nucleari con l’assistenza della Cina, seppur con altalenanti rapporti che hanno visto iniziare questa la collaborazione alla fine del 1970 per arrivare a testare il primo ordigno solamente nel 1998. Si ritiene che abbia avviato lo sviluppo atomico in risposta all’attività in tal senso portata avanti dall’India. Non si sa esattamente quando il Pakistan ha iniziato effettivamente il programma, ma si sospetta che già dal 1980 avesse sviluppato con successo armamenti nucleari. Comunque, ciò rimase un sospetto solo sino al 1998, quando il Pakistan condusse il suo primo test nucleare nelle colline di Chahaii, pochi giorni dopo che l’India aveva concluso i propri test.


http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/israelnukenation/index.htm

LA BOMBA ISRAELIANA

di John Steinbach

tratto da CovertAction Quarterly
n. 70 Aprile-Giugno 2001
http://www.covertactionquarterly.org

 

Il programma nucleare israeliano iniziò negli ultimi anni '40. Fu stabilito dal Dipartimento di Ricerca sugli Isotopi al Weissman Institute of Science, sotto la direzione di Bergmann, il "padre della bomba israeliana", che nel 1952 fondò la Commissione israeliana per l'Energia Atomica.
Sin dall'inizio, gli USA sono stati pesantemente coinvolti nello sviluppo della capacità nucleare israeliana, addestrando scienziati nucleari israeliani e fornendo tecnologia nucleare incluso un piccolo reattore per la "ricerca" nel 1995 nell'ambito del programma "Atomi per la pace".

E' stata la Francia, comunque, a fornire il grosso dell'assistenza nucleare ad Israele, culminata con la costruzione di Dimona, un pesante reattore ad uranio naturale e a riprocessamento di plutonio, situato vicino Bersheeba, nel deserto del Negev.
Israele è stato attivo nel programma di armi nucleari francese dal suo inizio e ha fornito fondamentali competenze tecniche. Dimona diventò operativa nel 1964 e il riprocessamento del plutonio cominciò subito dopo. Nonostante le affermazioni israeliane che Dimona fosse una "fabbrica di manganese o un'industria tessile", le misure di sicurezza estreme che sono state impiegate, hanno smascherato queste falsità.
Nel 1976 Israele ha abbattuto uno dei suoi aerei Mirage e nel 1973 un aereo civile libico che si era avvicinato troppo a Dimona, uccidendo 104 persone.

Ci sono ipotesi credibili sul fatto che Israele abbia fatto esplodere almeno uno e forse diversi ordigni nucleari a metà degli anni '60 nel deserto del Negev, vicino alla frontiera egiziana, e che abbia partecipato attivamente ai test nucleari francesi in Algeria.
Dal tempo della guerra dello Yom Kippur nel 1973, Israele ha avuto un arsenale di forse diverse dozzine di atomiche pronte ed arrivò allo stato di pieno allarme nucleare.

Possedendo un'avanzata tecnologia nucleare e il meglio degli scienziati nucleari, Israele ha dovuto presto affrontare un grosso problema - come ottenere l'uranio necessario. La fonte propria di uranio erano i depositi di fosfati nel Negev, totalmente inadeguati per il fabbisogno del programma in rapida crescita. La risposta a breve termine furono i raid in Francia e Gran Bretagna per appropriarsi delle spedizioni di uranio di contrabbando e nel 1968 con il "Plumbatt Affair" collaborò con la Germania occidentale per appropriarsi i 200 tonnellate di yellowcake (ossido di uranio).

Queste acquisizioni clandestine di uranio per Dimona furono successivamente coperte dai paesi coinvolti.
Ci fu anche l'ipotesi che una Società USA, Nuclear Material and Equipment Corporation (NUMEC), ha deviato centinaia di libbre di uranio arricchito a Israele dalla metà degli anni '50 alla metà dei '60. Nonostante inchieste della CIA e dell'FBI e udienze del Congresso, nessuno èstato perseguito.
Alla fine degli anni '60 Israele risolse il problema dell'uranio sviluppando stretti legami con il Sud Africa con degli accordi per cui Israele forniva la tecnologia e le competenze per la "Bomba dell'Apartheid" mentre il Sud Africa provvedeva all'uranio.

 


IL SUD AFRICA E GLI USA

Nel 1977 l'Unione Sovietica avvertì gli USA che delle foto satellitari indicavano che il Sud Africa stava progettando un test nucleare nel deserto del Kalahari. Il regime di apartheid tornò indietro, sotto le pressioni dell'amministrazione Carter.
Il 22 settembre 1979, un satellite USA captò un test in atmosfera di una piccola bomba termonucleare nell'oceano Indiano, al largo delle coste sudafricane, ma dato il coinvolgimento israeliano, il rapporto fu prontamente insabbiato. Più tardi si è appreso da fonti israeliane che erano effettivamente avvenuti tre test di ordigni nucleari di artiglieria israeliani miniaturizzati.

La collaborazione israelo-sudafricana non si concluse con i test ma è continuata fino alla caduta dell'apartheid, specialmente con lo sviluppo e i test di missili a medio raggio e artiglieria avanzata. Oltre ad uranio e test il Sud Africa ha fornito ad Israele grossi capitali da investire, mentre Israele metteva a disposizione la sua capacità commerciale per permettergli di aggirare le sanzioni internazionali imposte al regime di apartheid.
Nonostante la Francia e il Sud Africa sono stati i primi responsabili dello sviluppo del programma nucleare israeliano, gli USA conservano la maggior parte delle colpe. Un osservatore ha rimarcato che il programma nucleare israeliano "è stato possibile solo per un raggiro calcolato da parte israeliana e un'attiva complicità da parte americana". Iniziando con la fornitura di un piccolo reattore a metà degli anni '50, l'America ha giocato un ruolo critico nei piani nucleari israeliani.

Gli scienziati israeliani sono stati ampiamente addestrati nelle università USA e nei laboratori militari. Nei primi anni '60, i controlli per il reattore di Dimona sono stati ottenuti clandestinamente da una società chiamata Tracer Lab, la pincipale fornitrice dei pannelli di controllo per i reattori militari USA, comprati attraverso una sussidiaria belga.
Nel 1971 l'amministrazione Nixon approvò la vendita a Israele di centinaia di Kryton, un apparecchio necessario allo sviluppo di sofisticate bombe nucleari. E nel 1979 il presidente Carter fornì a Tel Aviv foto ad altissima risoluzione del satellite spia KH-11, che furono poi usate due anni dopo per bombardare il reattore iracheno Osirak. Con l'amministrazione Nixon e Carter, accelerando poi drammaticamente sotto Reagan, i trasferimenti di tecnologia avanzata a Israele continuarono e continuano fino ad oggi.


LE RIVELAZIONI DI VANUNU

Dopo la guerra del 1973 Israele ha intensificato il suo programma nucleare, continuando la sua politica di oscuramento. Alla metà degli anni '80 molte stime dell'arsenale nucleare israeliano erano dell'ordine di due dozzine ma le esplosive rivelazioni di Mordechai Vanunu, un tecnico nucleare che lavorava nel complesso di riprocessamento di uranio di Dimona, ha cambiato tutto.

Un sostenitore di sinistra dei diritti dei palestinesi, Vanunu credeva che fosse un dovere verso l'umanità divulgare il programma nucleare israeliano al mondo. Ha esportato clandestinamente dozzine di foto e dati scientifici fuori da Israele e nel 1986 la sua storia fu pubblicata dal londinese Sunday Times.

Rigorose valutazioni scientifiche delle rivelazioni di Vanunu portarono alla scoperta che Israele possedeva la bellezza di 200 bombe termonucleari miniaturizzate e altamente sofisticate. Le sue informazioni rivelavano che la capacità dell reattore di Dimona si era ampliata e che Israele produceva 1.2 chili di plutonio a settimana, abbastanza per fabbricare 10-12 bombe all'anno e che stava producendo armi nucleari avanzate. Appena prima della pubblicazione, Vanunu fu rapito a Roma da una agente segreta israelo-americana del Mossad, fu picchiato, drogato e rapito in Israele. Dopo una campagna di disinformazione e diffamazione sulla stampa israeliana, Vanunu fu processato per tradimento da una corte di sicurezza segreta e condannato a 18 anni di prigione. Ha scontato più di 12 anni in isolamento in una cella di 6 piedi per 9 e, secondo Amnesty International è il prigioniero conosciuto della nostra epoca che ha scontato il più lungo periodo di isolamento. Dopo un anno di trattamento speciale rispetto alla popolazione carceraria - non gli era permesso avere contatti con arabi - Vanunu è stato soggetto, dal 2000, a periodi di punizione in isolamento e deve ancora scontare tre anni di prigione. Le rivelazioni di Vanunu sono state ampiamente ignorate dalla stampa internazionale, specialmente in USA e Israele continua a godere di campo libero riguardo al suo status nucleare.


L'arsenale nucleare

I prodotti principali dell'arsenale nucleare israeliano sono bombe al neutrone, bombe termonucleari miniaturizzate destinate a massimizzare l'irradiazione di raggi gamma, minimizzando gli effetti esplosivi e le radiazioni a lungo termine (in pratica destinate ad uccidere le persone, lasciando intatte le cose).
Le armi comprendono missili balistici e bombardieri capaci di raggiungere Mosca, missili da crociera, mine terrestri (negli anni '80 Israele ha impiantato mine terrestri nucleari lungo le alture del Golan) e ordigni di artiglieria con una gittata di 45 miglia.

Il Sunday Times (Londra) riporta nel Giugno 2000 che un sottomarino israeliano ha lanciato un missili cruise, colpendo un obiettivo a 950 miglia. Israele è la terza nazione dopo USA e Russia ad avere questa capacità. Quest'anno dispiegherà` tre di questi sottomarini, virtualmente imprendibili, di cui ognuno equipaggiato con 4 missili Cruise.

Lo stesso arsenale nucleare schiera dalle "bombe che distruggono città" più potenti di quella di Hiroshima a mini-bombe tattiche. L'arsenale israeliano di armi di distruzione di massa fa impallidire il potenziale effettivo o virtuale di tutti gli stati mediorientali messi insieme ed è sproporzionato per ogni ragionevole bisogno di "deterrenza".

Israele possiede anche un completo arsenale di armi chimiche e biologiche. Secondo il Sunday Times, Israele ha prodotto sia armi chimiche e batteriologiche con un sofisticato sistema di lancio. Un alto ufficiale dei servizi israeliani ha ammesso: "c'è a malapena una singola arma biologica o chimica che non sia stata prodotta nell'Istituto Biologico di Nes Tziyona". Lo stesso rapporto descrive Jet F-16 destinati specificatamente ad armare armi chimiche e biologiche, con personale addestrato ad essere operativo in pochi istanti.

Nel 1998 il Sunday Times ha scritto che Israele, usando ricerche sudafricane, stava sviluppando una "bomba etnica". Nello sviluppo di quest'arma, gli scienziati israeliani stavano sfruttando i progressi medici identificando un gene distintivo degli arabi, creando un batterio o virus geneticamente modificato Gli scienziati stavano provando a costruire microorganismi mortali che potessero attaccare solo coloro con il gene distintivo nella loro mappa genetica.
Dedi Zucker, membro di sinistra della Knesset, il parlamento israeliano, ha denunciato questa ricerca dicendo: "Moralmente, e sulla base della nostra storia, delle nostre esperienze e delle nostre tradizioni, tale arma è mostruosa e deve essere bloccata".


 

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/27/27A20020409.html

la rivista del manifesto numero  27  aprile 2002

La normalità dell’atomica

L’OROLOGIO DELL’APOCALISSE
Isidoro D. Mortellaro
 
 

«Benché questa sia pazzia, pure c’è metodo in essa»: così da qualche secolo constata, presago, Polonio al cospetto di Amleto. A conclusioni analoghe è giunto il «Bullettin of Atomic Scientists», dopo l’11 settembre, ma soprattutto di fronte all’impressionante escalation, verbale e strategica, di Bush il Giovane. Infatti, netto, e incontrastato, ormai si staglia il suo tentativo di trasformare l’atomica in arma non di sola deterrenza ma d’uso concreto, in ferro adeguato al mondo del XXI secolo. E così il 27 febbraio l’organizzazione degli scienziati atomici americani ha provato a lanciare un inequivoco segnale al mondo. Ha spostato in avanti, a sette minuti dalla mezzanotte, la lancetta di quel Doomsday Clock, l’«orologio dell’apocalisse», che fin dalla propria nascita, nel 1947, costituisce il logo dell’associazione e da allora, come simbolico timer, prova a segnalare al mondo l’approssimarsi, il pericolo di una possibile ecatombe nucleare 1. Mai nell’ultimo decennio del Novecento, dopo la caduta del Muro, dopo la dissoluzione della morsa bipolare, ci si era avvicinati tanto all’ora fatale. A distanze simili o più corte, del resto, ci si era portati nel lungo inverno della guerra fredda solo in occasione di palpitazioni terribili del mondo unificato dal terrore nucleare: crisi di Cuba, euromissili, o magari per salutare l’allargamento del ristrettissimo club del bottone rosso, quando, preceduto da funeste eplosioni, qualche nuovo socio si univa alla schiera.
A distanza di pochi giorni, la cronaca ha dato ragione a chi aveva deciso di far nuovamente rimbombare nel cervello del globo quel sinistro ticchettio. Sono del 9 marzo le rivelazioni del «Los Angeles Times», seguito a ruota dal «New York Times» 2. Entrambi hanno svelato le parti segrete della Nuclear Posture Review (NPR), il documento con cui il dipartimento della Difesa, diretto da Donald Rumsfeld, ha proceduto all’inizio dell’anno, secondo un esplicito mandato congressuale e specifici impegni elettorali di Bush, a rivedere complessivamente gli orientamenti strategici statunitensi circa la progettazione e l’impiego dell’arma nucleare.
Apparentemente, non sembrano esservi novità di rilievo. Alcune indicazioni, infatti, erano già trapelate a febbraio 2001, quando Rumsfeld aveva sapientemente fatto filtrare le prime indiscrezioni sui principi ispiratori della futura revisione strategica; altre ancora a novembre, durante il summit Bush-Putin, in gran parte dedicato a una riduzione dei missili strategici per gentlemen’s agreement e non per trattato; altre infine a gennaio 2002, al momento di illustrare al Congresso la nuova NPR. Inoltre, aveva già provveduto a far luce la lenta ma univoca formazione della squadra presidenziale. A cuore e cervello della nuova Amministrazione si è venuta addensando un’inquietante schiera di Old Cold Warrior, coriacei legionari della guerra fredda, paladini per oltre un trentennio dell’unthinkable, dell’impensabile: ovvero della odierna possibilità – nella globale asimmetria segnata nel secolo nuovo dall’iperpower a stelle a strisce – di sdoganare l’atomica dai vecchi fondali della MAD, la Mutua Distruzione Assicurata. Sospinto da un ossessivo e generale unilateralismo, aveva poi aggiunto vivide pennellate al quadro generale il meticoloso abbattimento d’ogni accordo in materia di armamento nucleare. Nell’ottobre 1999, regnante Clinton, il Congresso aveva già provveduto a negare la ratifica del trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari, CTBT. Bush, soprattutto dopo il trauma fatale dell’11 settembre, ha trasformato quel varco in voragine. E così, mentre i bombardamenti in Afghanistan accompagnavano proposte di riarmo che già portano gli Usa a impegnare da soli oltre il 40% delle spese militari del mondo intero, uno dopo l’altro sono stati accantonati o denunciati lo START, il trattato sulla riduzione degli armamenti nucleari strategici, e l’ABM ovvero la proibizione di difese antimissile, che faceva ombra all’ulteriore sperimentazione dell’agognato scudo spaziale. In apparenza resiste ancora il trattato-quadro contro la proliferazione delle armi nucleari, che in realtà corazza un regime di apartheid globale: da una parte il club atomico di cui gli Usa sono primo attore; dall’altra, il resto del mondo impegnato a star lontano dalla tentazione finale.
In realtà le decisioni assunte nella nuova NPR e svelate il 9 marzo ci traghettano in un altro mondo, davvero oltre il Novecento, oltre le costrizioni che hanno congelato la guerra e la seconda metà del secolo. Univoca e radicale la principale direttrice di marcia: allargare il possibile spettro di utilizzo delle armi atomiche, predisponendo, in ogni evenienza, piani contro almeno sette paesi, ovvero oltre a Russia, Cina, Libia e Siria, i tre paesi dell’axis of evil, l’«asse del male»: Iraq, Iran e Corea del Nord. In maniera esplicita si chiede ai militari di prepararsi all’utilizzo dell’atomica nel caso di un conflitto tra arabi e Israele, in una guerra tra la Cina e Taiwan e nel caso di un attacco della Corea del Nord contro il Sud. Quanto alla progettazione e al dispiegamento di vecchi e nuovi ordigni, si indica la strada maestra dell’integrazione delle armi nucleari con le nuove tecniche elettroniche e informatiche. Si vogliono armi capaci di distruggere bersagli resistenti ad attacchi non nucleari o collocati a grandi profondità; devono essere pronte a ogni emergenza, a garantire rappresaglie per attacchi con mezzi di distruzione di massa, ovvero nucleari, chimici o batteriologici, così come devono esser capaci di seguire e colpire armamenti mobili e di assicurare comunque precisione e danni collaterali contenibili. La progettazione di mini-atomiche, per colpire bunker e postazioni sotterraneee, si affianca così all’armamento strategico tradizionale. Di questo si conferma la riduzione, dalle 6.000 testate attuali a 1.700/2.200 circa, in linea con il declassamento della Russia da nemico numero uno a possibile avversario tra altri. Si chiarisce, però, definitivamente che solo in minima parte le testate eccedenti potranno essere smontate e riciclate; le altre dovranno essere stivate e manutenute in modo da dispiegarle rapidamente, alla bisogna. Sul piano degli orizzonti strategici generali gli Usa mutano completamente la loro postura: in luogo della ‘Triade’ nucleare – assicurata al tempo del confronto con l’Urss da missili intercontinentali, bombardieri strategici e sottomarini e finalizzata alla minaccia della MAD, della Mutua Distruzione – ora scelgono un Triad composto da «un braccio offensivo», le forze nucleari più quelle convenzionali, da «difese attive e passive», ovvero scudo spaziale più altre forme di difesa, e «una infrastruttura flessibile di difesa», ovvero un arsenale scientifico e produttivo pronto a sfornare nuovi armamenti, atomici o meno, più o meno sofisticati. Spingendo sull’integrazione più stretta d’ogni tecnologia disponibile, attraverso la deterrenza a tutto campo, si vuole perseguire la full spectrum dominance, il dominio di qualsiasi campo di battaglia. Quanto poi si possa contribuire a rinnovare i fasti di un neo-keynesismo militare è argomento di discussione. Intanto, Wall Street brinda.
La nuova NPR smentisce radicalmente, in primo luogo, tutti quegli osservatori, anche quelli più attenti – quale, ad esempio, Arundhati Roy – che, guardando all’America del dopo 11 settembre, avevano pensato che «il suo arsenale di armi nucleari non vale neppure il proprio peso come ferro vecchio» 3. Al contrario, riguardando il mondo attraverso la voragine di Ground Zero, i Rumsfeld e i Cheney ridisegnano una nuova centralità dell’arma atomica. In soffitta finisce l’idea di deterrenza che nel ‘900, l’altro secolo ormai, presiedeva al suo possibile utilizzo. Sotto la scorza irritante e cupamente immaginifica del gergo fanta-guerresco, nette si stagliano due scelte epocali: mescolare armi convenzionali e nucleari; traguardare nel mirino atomico Stati non in possesso di armamento nucleare. La prima presuppone una ripresa in grande stile della sperimentazione nucleare, sulla linea del primo passo compiuto dal Congresso in materia di CTBT, ma non ancora coronata da una decisione definitiva e soprattutto costellata di divieti congressuali, ad esempio a sperimentare mini-nukes, mini-atomiche. Soprattutto segna l’oltrepassamento di una soglia, l’abbattimento di una distinzione – tra convenzionale e nucleare – che prima faceva anche barriera, ostacolo. Integrare, mescolare significa già pensare una compatibilità, allenarsi e allenare all’Impensabile, predisporsi all’Unthinkable. La seconda decisione viola l’ultimo trattato in materia ancora formalmente lasciato indenne dal rullo compressore di Bush & Co.: il trattato generale contro la proliferazione nucleare, NPT. Pietra angolare di quell’impegno sottoscritto finora da oltre 180 nazioni – si sono chiamati fuori e non a caso solo Israele, India, Pakistan e Cuba – è infatti l’impegno delle cinque potenze o superpotenze dotate di armamento atomico a non attaccare in nessun caso paesi che ne siano sprovvisti. Solo a fronte di questa garanzia le altre nazioni possono infatti accettare, in epoca di fantastica diffusione di conoscenze e tecnologie, lo stato di apartheid nucleare globale che le tiene lontane da un teorico, ma catastrofico, scudo di sicurezza e alla mercè dei grandi. Bush di fatto demolisce quest’ultimo contrafforte. E non è un caso che proprio su questo versante la sua squadra provi a nascondere un certo imbarazzo, tentando di annacquare la svolta compiuta. Ora si invoca una qualche continuità e si ammette ciò che prima si era sempre voluto mantenere coperto: ovvero la direttiva segreta PPD-60 del presidente Clinton del 1997 con cui, all’ombra della NPR del 1994, si contemplava la possibilità di un first strike, un primo colpo nucleare da parte degli Usa – e così anche della Nato – nel caso di possibili minacce di distruzione di massa.
In realtà, quella scelta, mai ammessa ufficialmente, costituiva la possibile eccezione all’interno di un altro quadro strategico: l’atomica allora era finalizzata ancora a dissuadere, come «weapon of last resort», ordigno finale. È il quadro strategico ora a mutare, con la scelta di fare dell’atomica un’arma sì eccezionale, ma normalizzata, integrata tra i ferri abituali della guerra. Il tutto scoperchiato da una calcolata fuga di notizie e commenti, da un annuncio che di per sé già suona minaccia, segna un colpo, una spallata al regime, alle regole e agli equilibri internazionali complessivi instaurati nei decenni passati sulle materie ultime del nucleare. La mancanza di imbarazzo o reticenza negli uomini e nelle donne dell’entourage presidenziale è sommamente rivelatrice. Ci si limita al più a derubricare il tutto in «normale pianificazione» – «a posture, not a plan» – quando invece non si offre conferma, come nel caso del vicepresidente Cheney, che definisce le indiscrezioni sull’esistenza di piani per attacchi preventivi: «a bit over the top», un pizzico sopra le righe.
Ora la Nuclear Posture Review è sul tavolo del comando strategico Usa che ne sta ricavando piani operativi. Il Congresso – in cui pure l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term favorisce il sorgere di primi interrogativi sulla guerra e sui suoi obiettivi – non ha potuto o saputo far altro che prenderne atto. Contrastarla o anche provare a limitarla avrebbe richiesto risorse politiche e legislative eccezionali, già scarse in materia così bipartisan come quella militare e, comunque, inattingibili negli equilibri istituzionali segnati dal dopo 11 settembre e dall’ascesa della nuova presidenza imperiale. Diversa comincia a essere piuttosto l’interrogazione nell’opinione pubblica più avvertita e soprattutto più attenta al quadro internazionale. Il «New York Times» del 12 marzo, e non Noam Chomsky, ha riservato agli Usa l’etichetta di «Nuclear Rogue», fuorilegge nucleare. E posizioni analoghe hanno adottato i maggiori quotidiani, dal «Washington Post» al «Los Angeles Times», prendendo di mira la segretezza delle decisioni o il rischio su cui viene spinto il globo.
Inquietante piuttosto è il sostanziale silenzio in cui nel mondo è risuonato l’annuncio. Rotto magari dall’usuale protesta diplomatica o dalla nota degli addetti ai lavori di questo o quel paese preso di mira. Cina e Russia sono state al gioco, edotte forse già da tempo di sviluppi cui provano piuttosto ad adattarsi e speranzose magari in possibili contraddizioni nel campo altrui. Stupefacenti l’ignavia e il silenzio europei. Nella Nato – ancor oggi con l’arma imbracciata della mobilitazione generale, giusta Art. 5 del proprio Statuto – non si è mosso ciglio. Come se le decisioni d’oltre Atlantico non modificassero radicalmente la propria costituzione militare e politica, l’assetto di un’alleanza piena di segreti militari e geneticamente fondata sull’ombrello atomico dispiegato dagli Usa sull’Europa occidentale. All’Art. 62 del Nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza approvato nell’aprile 1999, si può utilmente leggere: «la massima garanzia della sicurezza degli alleati è costituita dalle forze nucleari strategiche dell’Alleanza, in modo particolare da quelle degli Stati Uniti…esse continueranno a compiere un ruolo essenziale instillando incertezza nella mente di ogni aggressore». Cosa accade della Nato e dell’Europa quando quelle armi dal piede vengono portate alla spalla e si inizia a prender la mira?
E che dire dell’Europa raccolta nel massimo consesso a Barcellona, proprio mentre si infittivano rivelazioni e impegnative dichiarazioni dell’Amministrazione americana. Il Consiglio europeo ha taciuto, fingendo di ignorare il terremoto indotto dalle scelte statunitensi negli equilibri internazionali e nella propria PESC (Politica Estera e di Difesa Comune) che, come recita l’Art. 17 dei Trattati dell’Unione europea, si è disegnata «compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata…nell’ambito del Trattato dell’Atlantico del Nord». Certo c’è stata qualche dichiarazione isolata di condanna, ma non è mancato il tentativo, ad esempio del ministro della Difesa Martino, di derubricare il tutto a banale e periodico riordino di scartoffie, usualmente catastrofiche come tutte le carte di programmazione militare, e perciò lontane dalla realtà.
Si potrebbe pur convenire sulla discrepanza tra i piani per l’Apocalisse e il più prosaico e prudente mondo degli uomini, se al silenzio sullo sdoganamento atomico non si fosse aggiunto il mutismo sul secondo tempo della guerra infinita, la guerra all’Iraq, l’axis of evil, l’«asse del male» preso di mira da Bush. Perché è già in quell’annuncio che il nuovo scenario si fa realtà e dal cielo della programmazione strategica piomba sulla terra per farsi guerra manovrata. Eppure Bush è stato chiaro il 29 gennaio nel suo messaggio sullo stato dell’Unione: «Saremo decisi, finché il tempo è a nostro favore. Non consentirò che il rischio si approssimi. Non starò con le mani in mano mentre il pericolo diventa sempre più vicino. Gli Usa non permetteranno che regimi pericolosi ci minaccino con le armi più distruttive». Prima ancora che la NPR vi accennasse con elaborate circonlocuzioni, la guerra preventiva era già stata annunciata. Mai nessuno ha osato in passato spingersi fino a questo punto: non gli americani con i sovietici impegnati nella rincorsa nucleare alla fine degli anni ‘40. Né sovietici e americani con i cinesi, o tutte le potenze nucleari con indiani o pakistani. E ora quella guerra, con la missione di Cheney in Europa e Medio Oriente, è uscita anche dal piano degli annunci per farsi arma nel gioco diplomatico e politico, trattativa con soci e alleati.
È su questo piano che il silenzio europeo diventa, oltre che scandaloso, suicida. Come è anche a questo livello che si misura ancora quanto spazio deve percorrere il globalismo democratico, il movimento dei movimenti, che, uscito rafforzato da Porto Alegre, non riesce ancora a schiodare la propria azione dal contrasto puntuale dei summit altrui e a darle autonomia. Nel quotidiano massacro mediorientale e nella progettazione della guerra all’Iraq, infatti, sta maturando una partita che può consegnare ai passi già compiuti da Bush e dai suoi conseguenze fatali e incontrollabili.
Bush programma un intervento contro un nemico, l’Iraq di Saddam Hussein, cui addebita ogni nefandezza e addirittura il possesso o la preparazione di armi di distruzione di massa. E si dichiara pronto anche al lancio o all’impiego di atomiche. Ma assieme a tutti i suoi alleati, compresi gli europei, tace del fatto che il nucleare in Medio Oriente è già una realtà, una minaccia concretamente esibita ed esercitata. Come documentano tutte le istituzioni deputate o allertate al controllo degli armamenti nucleari, comprese quelle statunitensi, l’armamento atomico di Israele, mai ufficializzato ma ormai ufficiosamente ammesso, allineerebbe fino a 200 testate, capaci con aerei o missili di raggiungere tutta l’area mediorientale. Si tace inoltre del fatto che, in realtà, già un’altra volta e proprio in quelle terre è stato compiuto un intervento preventivo e chirurgico, per quanto senza atomiche, contro installazioni nucleari. Era il 7 giugno 1981, quando caccia israeliani di fabbricazione americana bombardarono in Iraq il reattore nucleare di Osirak, costruito dai francesi presso Baghdad e sospettato di approntare materiale fissile passibile di applicazioni militari. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite allora condannò l’impresa come atto contrario alla Carta delle Nazioni Unite e al trattato NPT.
Già oggi la guerra infinita dichiarata dagli Usa e dall’Onu al terrorismo e in Afghanistan è divenuta nell’impostazione di Sharon una lotta senza quartiere per liquidare la questione palestinese. Il suo risultato intanto è la riduzione all’incrudelimento generale, quello che Ali Rashid con efficacia e dolore ha definito l’«imbarbarimento» delle parti in lotta 4. Già oggi attraversare quotidianamente la soglia della mutua distruzione è lì pratica sempre più diffusa, risorsa ultima e disperata di giovani e donne, per bocche affamate di guerra santa e orecchie vogliose di ticchettii ultimi. Intanto il conflitto israelo-palestinese si salda alla progettata impresa contro l’Iraq, mentre si riacutizzano contenzioso e inimicizia mortali tra Iran e Israele.
Come può essere reinterpretata, da cosa può finire accompagnata una nuova spedizione americana contro l’Iraq, condotta secondo i dettami di Bush II, all’insegna della lotta assoluta contro il male e con dispiegamento di atomiche? Già nella precedente guerra del Golfo Bush I dovette faticare, e non poco, a tener buoni gli israeliani costretti a ripararsi dagli Scud.
C’è un vecchio detto arabo per il quale un mondo siffatto regge solo perché «sostenuto dal palmo di un diavolo». È forse il caso di affrettarsi: anche quel diavolo dà segni di insofferenza.


note:
1  Il testo del comunicato è stato tradotto in italiano e pubblicato da «Internazionale» nel numero del 22 marzo 2002.
2  P. Richter, U.S. Works Up Plan for Using Nuclear Arms, in «Los Angeles Times», 9 marzo 2002 e M. R. Gordon, U.S. Nuclear Plan Sees New Weapons and New Targets, in «The New York Times», 10 marzo 2002.
3  A. Roy, Guerra è pace, Milano, Guanda, 2002, pp. 7-8.
4  Rompere il silenzio, in «il manifesto», 5 marzo 2001.


 


 

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/51/51A20040607.html

la rivista del manifesto numero  51  giugno 2004 Sommario

Dossier Europa/2

USA VERSUS EUROPA
Immanuel Wallerstein
 
 


Assicurarsi che l'Europa occidentale rimanesse un elemento subordinato, altamente integrato, delle proprie risorse geopolitiche strategiche è stato, sin dal 1945, un obiettivo centrale della politica estera statunitense. Un risultato facile da ottenere subito dopo la Seconda guerra mondiale, con un'Europa economicamente stremata per gli esiti del conflitto e in cui la maggioranza della popolazione, e ancor di più l'élite politica ed economica, era spaventata dalle potenze comuniste, sia a causa del potere militare sovietico, sia per il grande seguito popolare dei partiti comunisti europei occidentali. Il programma Usa prese la forma degli aiuti economici del Piano Marshall per la ripresa dell'Europa e della creazione della Nato.
I primi passi verso la creazione delle istituzioni europee furono mossi in questo contesto. Inizialmente, il progetto coinvolgeva solo sei Stati - Francia, Germania Occidentale, Italia e i tre paesi del Benelux - e prevedeva accordi economici limitati. Ci fu anche un primo tentativo di creare strutture militari europee, che però si risolse nel nulla. Il processo in questa direzione era fortemente sostenuto dai partiti democratico-cristiani europei, ma anche da quelli socialdemocratici. A loro si opponevano tenacemente i partiti comunisti, che vedevano in quelle strutture un effetto della Guerra fredda. Dall'ottica statunitense, le istituzioni europee apparivano auspicabili, sia perché avrebbero rafforzato le economie dell'Europa (facendone così clienti più solvibili per le esportazioni e gli investimenti Usa), sia perché costituivano un modo per attenuare i timori della Francia verso un possibile riarmo militare della Germania e la sua integrazione nella Nato.
Negli anni '60, due elementi dell'equazione cominciarono a mutare dal punto di vista Usa. Innanzi tutto, l'Europa occidentale stava diventando troppo forte. Cominciava a emergere sullo stesso livello economico degli Stati Uniti e perciò come un possibile serio rivale nell'economia-mondo. In secondo luogo, in Francia salì al potere ancora una volta Charles de Gaulle. E De Gaulle pensava a strutture europee politicamente autonome, cioè non come segmenti subordinati delle risorse strategiche geopolitiche Usa. A quel punto, l'entusiasmo statunitense nei confronti dell'unità europea cominciò a declinare; ma gli Usa si rivelarono politicamente incapaci di dichiararlo apertamente. La situazione subì poi ulteriori mutamenti: i partiti comunisti dell'Europa occidentale s'indebolirono sul piano elettorale; e la loro politica cominciò a cambiare nella direzione di ciò che allora veniva definito `eurocomunismo'. Una delle conseguenze fu il cambiamento di posizione di questi partiti nei confronti delle istituzioni europee, ed essi cominciarono a manifestare nei loro riguardi un cauto sostegno, o almeno, maggiore tolleranza.
Era l'epoca in cui gli Usa stavano perdendo la guerra in Vietnam, il che assestò un duro colpo alla loro posizione geopolitica. La concomitanza tra questa battuta d'arresto politico-militare e l'emergere di Europa occidentale e Giappone come principali rivali economici segnò la fine dell'indiscussa egemonia Usa nel sistema-mondo e il principio di un lento declino. Nella politica estera Usa era necessaria una svolta importante rispetto al progetto di puro dominio totale dei primi tempi. La trasformazione cominciò con Nixon: distensione con l'Unione Sovietica e, ancora più importante, il viaggio a Pechino e il cambiamento nelle relazioni Usa-Cina. Nixon intraprese la politica di ciò che definisco `multilateralismo soft', una linea che avrebbero seguito tutti i successivi presidenti da Nixon a Clinton, compresi Reagan e George H.W. Bush.
Quanto all'Europa, la prima preoccupazione fu come rallentare quella che sembrava una crescente tendenza verso la sua autonomia politica. A tale scopo, gli Usa offrirono all'Europa un `partenariato' geopolitico (cioè una certa misra di consultazione politica) su due fronti: il protrarsi della Guerra fredda con l'Unione Sovietica, e le battaglie politico-economiche del Nord contro il Sud. Per la sua realizzazione era prevista una serie di istituzioni, come la Commissione Trilaterale, gli incontri del G7 e il World Economic Forum di Davos. Il programma relativo alla Guerra fredda mise capo agli Accordi di Helsinki, mentre il programma sul rapporto Nord-Sud generò la spinta contro la proliferazione nucleare, il `Washington Consensus' (a favore del neoliberismo, contro lo `sviluppismo'), e la creazione dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto).
Negli anni '70 e '80, la politica estera messa a punto dagli Usa poteva dirsi in parte vittoriosa. Anche se l'autonomia politica dell'Europa era aumentata - ricordiamo la Ostpolitik dei tedeschi e il gasdotto di collegamento tra Unione Sovietica ed Europa occidentale - nell'insieme, sul piano geopolitico, l'Europa non si discostava poi tanto dagli Usa. In particolare, i tentativi di creare un esercito europeo furono efficacemente ostacolati dalla costante opposizione degli Stati Uniti. In pratica, anche se non apertis verbis, gli Usa erano diventati ostili all'unità europea.
La politica statunitense sembrò ancora più vincente sul fronte Nord-Sud. Quasi tutti i paesi del Terzo Mondo si allinearono con le politiche di aggiustamento strutturale del Fmi, e anche i paesi socialisti dell'Europa centro-orientale presero la stessa direzione. La delusione popolare nei confronti dei movimenti di liberazione nazionale saliti al potere e dei regimi comunisti del blocco socialista spense ogni residuo impegno militante di massa e generò negli ambienti della sinistra di tutto il mondo un senso di cupo pessimismo. Poi, certamente, il `trionfo' finale fu il crollo dell'Urss.
Questo `trionfo', tuttavia, non giovò in alcun modo agli interessi della politica estera americana, e men che mai rispetto all'Europa occidentale, dove furono battute tutte le posizioni che sostenevano che l'Europa avrebbe dovuto accettare la subordinazione alla leadership geopolitica statunitense sul mondo. Saddam Hussein colse l'occasione per lanciare un'aperta sfida agli Usa, cosa che non avrebbe mai potuto fare ai tempi della Guerra fredda. La prima Guerra del Golfo terminò con una tregua sulle posizioni di partenza, che, col passare degli anni, risultò sempre meno accettabile per gli Usa. Clinton perseguì comunque la politica nixoniana di `multilateralismo soft' nei Balcani, in Medio Oriente e in Asia orientale, e gli europei occidentali continuarono a evitare di scontrarsi apertamente con gli Usa su ogni questione importante. Allo stesso tempo, per assicurarsi che l'Europa occidentale sarebbe rimasta allineata, gli Usa esercitarono forti pressioni per l'inclusione dei paesi non più comunisti dell'Europa centro-orientale nelle istituzioni europee (e nella Nato), nella convinzione che questi paesi sarebbero stati ben felici di mantenere e rafforzare i legami con gli Usa, controbilanciando così le spinte all'autonomia dagli Usa, che emergevano in Europa occidentale.
Ed ecco entrare in scena George W. Bush e i falchi: ai loro occhi, la politica estera Usa da Nixon a Clinton appariva estremamente debole, nonché un fattore determinante del continuo declino del potere Usa nel mondo. Non intendevano in nessun modo far affidamento sugli organismi delle Nazioni Unite ed erano particolarmente ansiosi di contenere le aspirazioni all'autonomia politica dell'Europa. Nella loro ottica, era necessario a tale scopo affermare il potere degli Usa con la forza unilateralmente, e militarmente, in modo aperto. L'obiettivo prescelto, largamente annunciato già negli anni '90, era l'Iraq, per tre ragioni: la guerra del Golfo era stata `umiliante' per gli Stati Uniti, poiché Saddam Hussein era sopravvissuto; l'Iraq sarebbe stato un luogo ideale per collocare le basi permanenti Usa in Medio Oriente; l'Iraq era, sul piano militare, un bersaglio facile proprio perché non possedeva armi di distruzione di massa.
Secondo la teoria dei falchi, la conquista dell'Iraq avrebbe dimostrato l'invincibile superiorità militare degli Stati Uniti, producendo in particolare tre effetti: avrebbe intimorito l'Europa occidentale (e, in secondo luogo, l'Asia Orientale) e messo fine a ogni aspirazione d'autonomia politica; avrebbe intimorito le potenze che aspiravano a dotarsi di armamento nucleare, facendole desistere da ogni pretesa di procurarsele; avrebbe intimorito infine tutti gli Stati mediorientali, inducendoli a rinunciare a ogni volontà di autonoma affermazione geopolitica e ad accettare sulla questione Israele/Palestina un accordo a condizioni accettabili per Israele e gli Usa.
Questa politica è stata un fallimento totale. L'Iraq si è rivelato un bersaglio tutt'altro che facile. Al momento, l'occupazione statunitense deve scontrarsi con la resistenza e con una ribellione crescente che si concluderà, come minimo, con un governo iracheno non del tutto gradito agli Usa e, al massimo, con un ritiro totale delle truppe, com'è successo in Vietnam. L'intento di dividere l'Europa in due campi - la cosiddetta `vecchia Europa' e la `nuova'- ha avuto un successo momentaneo. Ma con le elezioni spagnole l'orizzonte è completamente cambiato, e l'Europa è sul punto di affermare, per la prima volta dopo il 1945, la propria autonomia sulla scena geopolitica. La proliferazione delle armi nucleari non è stata rallentata; se mai, si è accelerata. Piuttosto che allinearsi con gli Usa gli Stati mediorientali se ne stanno allontanando (con l'eccezione della Libia, che ha scelto una politica che potrebbe non durare). La questione Israele/Palestina è a un punto morto, e rimarrà tale finché non esploderà in maniera incontrollabile.
L'unilateralismo macho dei falchi ha fallito, e il sostegno a una tale politica dentro gli Stati Uniti si è notevolmente affievolito, persino tra i conservatori repubblicani. Ma qual è l'alternativa? La soluzione proposta dai repubblicani moderati, e ancor di più dai democratici centristi, guidati da John F. Kerry, è un ritorno al `multilateralismo soft' degli anni di Nixon-Clinton. Potrà funzionare, adesso? È alquanto improbabile. È piuttosto certo che, nei prossimi dieci anni, la sirena degli armamenti nucleari ammalierà una dozzina di Stati, a dir poco, e che nel prossimo quarto di secolo potremmo passare da otto a venticinque potenze nucleari. Questo pone seri limiti al potere militare Usa. Sembra difficile che le realtà mediorientali decidano di muoversi in una direzione che piaccia agli Usa, in particolare nel caso di Israele/Palestina.

E l'Europa? Al momento, l'Europa è il grande punto interrogativo sulla scena geopolitica mondiale. Anche gli europei più `altlantisti' sono diventati diffidenti nei confronti del governo Usa, e anche di un `multilateralismo' a egemonia Usa. Ma l'Europa ha ancora un interesse in comune con gli Stati Uniti: la lotta Nord-Sud. L'adozione di una vera e propria Costituzione europea è ancora incerta, soprattutto dal momento che basta un solo risultato negativo nel referendum confermativo di un singolo paese per smontare ogni accordo. Per di più, la sinistra europea non è ancora totalmente guarita dai suoi dubbi post-1945 sull'unità europea, e non è pronta perciò a lanciarsi interamente nella costruzione dell'Europa. Questo è particolarmente vero per i paesi nordici e in Francia, ma riserve dello stesso tenore si registrano un po' ovunque.
Un'Europa autonoma, forte rappresenta il primo, essenziale, fondamento per la costruzione di un mondo multipolare. Un'Europa autonoma che intenda elaborare una sostanziale ristrutturazione dell'economia-mondo, verso direzioni in cui si cominci a superare in modo concreto la costante polarizzazione Nord-Sud, costituirebbe una svolta ancora più grande sulla scena mondiale. Entrambe le cose sono particolarmente possibili. Nessuna delle due è completamente certa.
 


 

http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdg5g24.htm

www.resistenze.org - osservatorio - della guerra - 24-07-05

 

da Parti du Travail de Belgique – PTB –18 luglio 2005
 

http://www.ptb.be/scripts/article.phtml?section=A1AAAABM&obid=27775



60 anni dopo Hiroshima, gli USA hanno più della metà delle armi nucleari

 


Quante armi nucleari possiedono i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? E come il loro arsenale si è evoluto da quando gli Stati Uniti hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki nell'agosto 1945? Una domanda essenziale, vent' anni dopo.

Jean Pestieau
18-07-2005

 

Fino al 1949 gli Stati Uniti credevano di avere l'egemonia sull'armamento nucleare e di poter terrorizzare a loro piacimento il pianeta intero.

A più riprese e particolarmente nel 1951, Stalin, il dirigente dell'Unione Sovietica, ha espresso la posizione dei comunisti per l'interdizione totale delle armi nucleari.

Fino al 1961, l'URSS aveva 10 volte meno testate nucleari degli Stati Uniti.

Nel 1966, gli Stati Uniti hanno raggiunto il loro massimo, con 31.700 testate nucleari contro le 7.089 dell'URSS e le 20 della Cina. Gli Stati Uniti si concentrano poi sulla qualità dei vettori, mettendo a profitto la loro superiorità crescente nei campi dell'elettronica e dell'informatica.

Tra il 1977-1978, c'è parità nucleare tra gli Stati Uniti e le URSS con circa 25.000 testate nucleari per ciascuno.

Nel 1986, l'URSS possiede 40.723 testate nucleari contro le 23.254 degli Stati Uniti e le 425 della Cina. È la fine dell'epoca delle due "super-potenze". I sovietici, in 20 anni (1966-1986), si sono dissanguati nella produzione di armamento nucleare per contrastare l'imperialismo statunitense.
Questa esagerazione, a livello nucleare, è stata una delle ragioni che hanno fatto si che l'Unione Sovietica fosse erroneamente percepita da una buona parte dei lavoratori come un pericolo comparabile a quello degli Stati Uniti. Le autorità, in Unione sovietica, puntavano sulla quantità piuttosto che sullo sviluppo tecnologico e sulla mobilitazione dei lavoratori per la difesa dell'unione delle Repubbliche Socialisti Sovietiche.
Bisogna ricordare anche che 1986 la catastrofe nucleare di Chernobyl ha determinato la morte di migliaia di persone a causa soprattutto dell'incuria e dal lassismo della direzione dell'URSS che si scostava sempre più dagli interessi del popolo. Tutto questo è diventato evidente tre anni più tardi, nel 1989.

Nel 2002, gli Stati Uniti hanno 10.600 testate nucleari - di cui molte tecnologicamente avanzate - contro 8.600 - invecchiate o molto invecchiate - in Russia, 200 in Gran Bretagna, 350 in Francia e 400 in Cina. Per ciò che riguarda gli altri paesi, le stime danno 200 testate nucleari ad Israele, 30-35 all'India, 24-48 al Pakistan. La Repubblica Popolare Democratica della Corea ha tra 0 e 4 testate nucleari.

Queste cifre bastano per capire l'importanza che ha oggi l'arsenale nucleare della Russia per bloccare la marcia verso la guerra globale che gli Stati Uniti d'America tentano di imporre ai popoli del mondo. Sono lo Stati Uniti, i primi guerrafondai. Sono essi che minacciano il mondo di attacchi nucleari preventivi. È per questo che la prima rivendicazione mondiale, per ciò che riguarda le armi nucleari, deve essere l'eliminazione totale delle armi nucleari, per primi gli Stati Uniti.
L'arsenale nucleare globale 1945-2002 

 

Anno

U.S.A

Russia

GB

Francia

Cina

Totale

1945

6

-

-

-

-

6

1949

235

1

-

-

-

236

1953

1.436

120

1

-

-

1.557

1955

3.057

200

10

-

-

3.267

1960

20.434

1.605

30

-

-

22.069

1964

30.751

5.221

310

4

1

36.287

1966

31.700

7.089

270

20

36

39.115

1970

26.119

11.643

280

36

75

38.153

1975

27.052

19.055

350

188

185

46.830

1980

23.764

30.062

350

250

280

54.706

1986

23.254

40.723

300

355

425

65.057

1990

21.211

33.417

300

505

430

55.863

1995

10.953

14.978

300

500

400

27.131

2000

10.615

10.201

185

470

400

21.871

2002

10.600

8.600

200

350

400

20.150


Source: Bulletin of the Atomic Scientists, November/ December 2002

http://www.thebulletin.org/article_nn.php?art_ofn=nd02norris

 
traduzione dal francese a cura del CCDP


http://www.zmag.org/Italy/herman_peterson-crisiraniana.htm

Novembre 2005 Volume 18 Numero 11
Z Magazine Online

La crisi iraniana
Un preludio all’aggressione

Edward S. Herman & David Peterson



 

Non c’è nessuna buona ragione di aspettarsi che quelli, che non hanno armamento nucleare, non cerchino di averlo, dato un contesto internazionale in cui chi le ha nello stesso tempo li minaccia, rifiutando esplicitamente il disarmo. A destabilizzare e a minacciare la pace, la sicurezza e addirittura la sopravvivenza internazionale è la condotta di chi ha armamenti nucleari.
 

___________________________________

E’ un po’ spaventoso vedere come, mentre sono ancora in corso la catastrofica aggressione e l’occupazione dell’Iraq, gli Stati Uniti, ancora una volta impegnati nel “crimine supremo” siano ancora in grado di mobilitare l’ONU e i loro alleati della NATO perché si concentrino, intimidiscano e minaccino l’Iraq, perché ponga fine alle sue attività nucleari, se non vuole affrontare una rappresaglia di qualche tipo. Questa collaborazione avviene nonostante abbiano già

costruito una montatura sulla minaccia di “armi di distruzione di massa” del governo irakeno - forse la più screditata serie di bugie ufficiali nella storia degli USA - mentre gli Stati Uniti ammazzano ancora Irakeni, avendo distrutto l’importante città di Fallujah e riservando lo stesso trattamento di Fallujah a tutta una serie di città, ritenute ospitali nei confronti degli insorti (ultimamente Tal Afar), senza neppure lasciare che si intraveda la fine della vicenda.

Veramente l’ONU e gli alleati della NATO hanno dato il loro assenso retrospettivo all’aggressione-occupazione e l’hanno sostanzialmente appoggiata: la Risoluzione 1546 del giugno 2004 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU equivaleva a un completo rovesciamento del loro iniziale rifiuto a approvare l’invasione-occupazione. Ma allo stesso modo, se la Germania e l’Italia fossero state sufficientemente forti, nell’epoca precedente la Seconda Guerra Mondiale forse la Lega delle Nazioni avrebbe approvato a posteriori l’occupazione nazista della Cecoslovacchia e della Polonia o l’invasione-pacificazione dell’Abissinia attuata da Mussolini. Questa è una forma kafkiana di progresso: quella che va in direzione del riconoscimento dei diritti di quelli con le zanne più lunghe e gli artigli più affilati a governare la giungla, con l’approvazione della comunità internazionale (cioè dei governi, delle istituzioni internazionali di qualche ONG, spesso molto lontani dalle persone che si presuppone essi rappresentino).

Gli Stati Uniti sostengono che le iniziative nucleari dell’Iran sarebbero “incredibilmente destabilizzanti” (Bush) e che minaccerebbero la “pace internazionale” e la stabilità, mentre con ogni probabilità gli Stati Uniti sono molto bene informati su pace e stabilità, che hanno con tatto successo portato in Iraq e che loro e Israele, loro paese vassallo, hanno portato in Palestina. In questo mondo kafkiano “stabilità” significa una sistemazione approvata dal Padrino, sicché qualsiasi effettiva instabilità a livello mondiale è solo transitoria, benché possa durare molto tempo e implicare stragi di massa e immense distruzioni. Un’altra rilevante caratteristica della nuova “crisi” è che l’Iran viene ritratto con successo come una canaglia e una minaccia sulla base della remota possibilità che sia entrato in possesso di armi nucleari, nel momento in cui gli Stati Uniti e Israele brandiscono queste armi e minacciano di attaccare l’Iran. Se L’Iran fosse effettivamente entrato in possesso di armi nucleari, non le potrebbe mai usare contro Israele o gli Stati Uniti senza commettere un suicidio nazionale, mentre gli Stati Uniti le hanno già usate in passato e potrebbero farlo ora senza correre il pericolo di una ritorsione nucleare. Comunque sia, se l’Iran avesse costruito un piccolo arsenale di armi del genere, avrebbe una piccolissima possibilità di minacciare una risposta nucleare a un attacco diretto. così l’effettiva “minaccia” dell’Iran è la minaccia di essere capace a difendersi (si legga di Herman “Iran’s Dire Threat,” Z Magazine, Ottobre 2004). Nell’attuale panorama politico, nonostante le loro recenti sconfitte, gli Stati Uniti possono ancora convincere la “comunità internazionale” ad assentire alla loro pretesa che l’Iran costituisca un qualche tipo di effettiva minaccia e a collaborare con loro per il contenimento di questa fantasiosa minaccia: mentre in realtà la comunità internazionale aiuta Stati Uniti e Israele a contenere la “minaccia” iraniana a dotarsi di un’efficace capacità di autodifesa e a costruire la messinscena di un’altra invasione-occupazione.

Gli Stati Uniti se la cavano, a dispetto del fatto che siano gli unici a aver usato le armi nucleari -addirittura contro la popolazione civile -, continuino a perfezionarle e, in tempi più recenti, abbiano cercato di fabbricarle più piccole e maneggevoli, minacciando apertamente di usarle di nuovo. Hanno receduto dall’impegno preso con la firma del Trattato di Non-proliferazione Nucleare del 1970 di non farne uso contro potenze non nucleari. Sono venuti chiaramente meno alla promessa, inclusa nel trattato, di cercare di eliminare congiuntamente le armi nucleari. (Nel 1996, la Corte Internazionale di Giustizia all’unanimità sentenziò che “sussiste l’obbligo di intraprendere onestamente e di condurre a termine negoziati, che portino al disarmo nucleare generalizzato sotto lo stretto ed effettivo controllo internazionale”). Gli Stati Uniti hanno collaborato col loro vassallo israeliano, permettendo e sostenendo concretamente ormai da tempo il programma di armamento nucleare di Israele, che ha fatto di quest’ultimo la sola potenza nucleare del Medio Oriente. Così, collaborando con gli Stati Uniti al loro programma di contenimento preliminare all’aggressione all’Iran, la comunità internazionale accetta esplicitamente due pesi e due misure: solo gli Stati Uniti e i loro alleati e vassalli hanno il diritto di acquisire armi nucleari e solo i loro obiettivi sono effettivamente soggetti al diritto internazionale e devono mantenere le promesse prese negli accordi internazionali.

Naturalmente si argomenta o si lascia implicitamente intendere che gli Stati Uniti e Israele sono buoni, hanno bisogno di queste armi per legittima difesa e che è inverosimile che le possano utilizzare irresponsabilmente, mentre l’Iran non è buono, sostiene i terroristi e non ha bisogno di queste armi per legittima difesa. Ciò è pura ideologia e assolutamente privo di senso, confutato da una semplice occhiata alla realtà (per un quadro esauriente si veda di William Blum, “Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions Since World War II”, di Blum, “Rogue State” e di Noam Chomsky, “Egemonia e sopravvivenza”). Come abbiamo sottolineato, i buoni Stati Uniti sono il solo paese a aver usato le armi nucleari e a farlo contro obiettivi civili. Gli Stati Uniti hanno irresponsabilmente violato il divieto sancito dalla Carta dell’ONU ad attacchi oltre confine, macchiandosi almeno tre volte negli ultimi sette anni del “crimine supremo”, che l’ONU è stata designata a prevenire. Inoltre insieme col vassallo israeliano hanno sistematicamente violato le Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri e sul comportamento nei territori occupati, mentre Israele, col sostegno degli USA, ha ignorato dozzine di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Per quanto riguarda il sostegno al terrorismo, l’Iran non può essere assolutamente messo a fianco degli Stati Uniti e di Israele, che sono stati entrambi direttamente coinvolti nel terrorismo - cioè, nel terrorismo all’ingrosso - così come hanno sponsorizzato e sostenuto i dettaglianti del terrorismo. il randello e la minaccia nucleare sono di per sé una forma di terrorismo e gli Stati Uniti hanno più volte minacciato attacchi nucleari. Le loro strategie “shock and awe” sono apertamente programmate per portare terrore e in Iraq (come nel Vietnam e altrove) “pacificano” utilizzando un’enorme potenza di fuoco, che terrorizza almeno quanto uccide. Gli Stati Uniti in Serbia, nel 1999 poi, si sono diretti contro obiettivi civili con l’obiettivo esplicito di indurre a una più rapida resa del nemico con attacchi terroristici sui civili. Anche Israele ha fatto la stessa cosa: il suo processo di pacificazione nel corso della lunga occupazione e della “riconquista della terra” in Cisgiordania ha comportato l’uso costante e brutale della forza e del terrore. Anni fa, Abba Eban ammise che in Libano i civili erano stati bombardati, perché “c’era una ragionevole possibilità, alla fine verificatasi, che le popolazioni colpite avrebbero esercitato pressioni per la cessazione delle ostilità”. Ciò significa che, stando alla stessa definizione che dà della parola Benjamin Netanyahu (“la strage deliberata e sistematica, i ferimenti e le minacce degli innocenti per incutere paura a fini politici”), Israele ha seguito una politica terroristica.

Il terrorismo all’ingrosso, praticato direttamente, è integrato dalla sponsorizzazione e dal sostegno ai terroristi locali e agli eserciti terroristici. Gli Israeliani hanno finanziato per armi un esercito mercenario in Libano, così come gli Stati Uniti hanno sostenuto i contras nicaraguensi, i mujaheddin e i talebani in Afghanistan (negli anni 1980) e l’UNITA di Savimbi in Angola. Si tratta di livelli di terrorismo al’ingrosso e al minuto, con i quali l’Iran non può competere. E’ un grande risultato della propaganda occidentale che questi veri e propri atti terroristici di vasta portata siano considerati come cose normali, non possano essere definiti con una parola infamante come terrorismo, e che si possa dire che chi li compie sta solamente “attuando rappresaglie” ed è impegnato in “attività antiterroristiche”.

Paralleli fra Iraq e Iran.

Di simile nella rincorsa all’attacco militare a Iraq e Iran c’è l’esagerazione della minaccia e la costante attenzione sulla pretesa minaccia. Anche se l’Iran avesse una bomba o anche una dozzina di bombe nucleari ciò minaccerebbe la pace mondiale e produrrebbe instabilità , piuttosto, ridurrebbe la minaccia nei confronti dello stesso Iran da parte della potenza, che proclama di avere il diritto alla guerra preventiva e al suo vassallo israeliano? I media dominanti si rifiutano nella maniera più assoluta di discutere questo problema, assumendo come verità inoppugnabile che l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran sarebbe una pessima cosa e incentrando, da buoni propagandisti, la loro attenzione solo sulle quotidiane affermazioni sulla minaccia e sulla pretesa illecita iniziativa iraniana di cominciare a acquisire tali armi. Se il loro governo dice che le iniziative iraniane costituiscono una grave minaccia, per i media è sufficiente. I media sono malamente scottati con l’escalation contro l’Iraq e pochi di essi hanno, in ritardo, fatto ammenda per la loro dabbenaggine - ottimamente il New York Times -, ma non ci hanno messo molto a cadere nella stessa dabbenaggine e nello stesso ruolo propagandistico di fronte alla terribile minaccia iraniana.

Nel trattare queste cose gli Stati Uniti hanno la coscienza a posto? Cioè: hanno tenuto fede all’obbligo, sottoscritto col Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di non minacciare o usare armi nucleari contro paesi, che acconsentono a rinunciare armi nucleari, e anche di “perseguire negoziati in buona fede per misure effettive tese alla cessazione della corsa all’armamento nucleare a breve termine e al disarmo nucleare, e a un trattato di disarmo completo e generale sotto stretto ed effettivo controllo internazionale” (articolo VI)? La risposta a entrambe le questioni è no: ora hanno apertamente minacciato l’uso di tali armi contro obiettivi di qualsiasi tipo e non solo si sono rifiutati di adoperarsi per l’eliminazione delle armi nucleari, ma di esse ne hanno fatto parte del loro arsenale militare e spendono ingenti somme per renderle più maneggevoli. I media non trattano mai questi argomenti, che renderebbero poco credibile l’atteggiamento degli Usa nei confronti delle politiche iraniane di armamento nucleare.

Tali omissioni da parte degli Stati Uniti suggeriscono anche che si potrebbero ragionevolmente imputare gli Stati Uniti di “inadempienza” del Trattato di Non Proliferazione Nucleare e si potrebbe fare una “cronologia” di questa inadempienza, che sarebbe assai più fitta e di gran lunga più rilevante per la sicurezza planetaria, di quella definita riguardo la condotta dell’Iran. Dopo tutto, l’Iran non ha una sola bomba nucleare e, sulla base del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, ha diritto a sviluppare una capacità nucleare a scopi pacifici (articolo IV); gli Stati Uniti hanno migliaia di tali bombe minacciano di usarle e violano sfacciatamente gli accordi sottoscritti per operare alla riduzione degli stock esistenti di armi nucleari. ( Secondo la stima del Consiglio Nazionale per le Risorse della Difesa, gli Stati Uniti possedevano nel 2002 10.600 testate nucleari, un po’ più del totale mondiale).

Stati Uniti e Israele costituiscono per l’Iran una minaccia, forse più grossa di quella costituita dall’Iran nei confronti di questi due paesi? L’Iran ha il diritto di difendersi da queste minacce? Questi argomenti sono fuori dell’agenda del sistema propagandistico, ma è implicito che l’Iran non ha questo diritto. Quest’uso di due pesi e due misure è qualcosa che sarebbe imbarazzante discutere apertamente.

Israele ha sviluppato e prodotto armi nucleari e ha minacciato di usarle e di attaccare l’Iran, se questi desse segni di lavorare allo sviluppo di tali armi. E’ ragionevole che Israele sia libero di fare ciò, di creare e mantenere un enorme squilibrio di potenza in Medio Oriente e di rifiutarsi di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, mentre l’Iran, che ha firmato il trattato e permette l’effettuazione di frequenti e importune ispezioni, dovrebbe essere attentamente vigilato e sarebbe giudicato criminale a fronte di qualsiasi problema fatto sulle ispezioni? Lo ripeto, questo non si può discutere perché riflette un immenso pregiudizio e la valutazione, che usa due pesi e due misure, è meglio che rimanga implicita.

Come nel caso dell’Iraq, l’ONU e gli alleati della NATO hanno nuovamente scelto di conformarsi al Padrino, così invece di respingere l’imposizione della politica dei due pesi e due misure da parte di un governo, che ha chiaramente le mani sporche, si battono per indurre l’Iran all’accordo a rinunciare del tutto all’indipendenza nucleare, anche per usi pacifici dell’energia nucleare, che gli Stati Uniti all’Iran, quando era al potere lo Scià, loro dittatore vassallo.

Il meccanismo della dinamica che precede l’attacco all’Iran è, per molti aspetti, simile a quello utilizzato nell’invasione dell’Iraq.Grosso modo da quando gli USA hanno occupato l’Iraq, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha fatto pressioni sull’Iran perché si adeguasse alle “misure di sicurezza” fino a sottoscrivere il Protocollo Aggiuntivo al Trattato per la Non Proliferazione Nucleare (cosa che ha fatto nel 2003). L’attenzione è puntata su quelle che il regime ispettivo dell’AIEA considera “questioni rimaste in sospeso”, come le ha definite nella sua conferenza stampa del 24 settembre il direttore generale dell’AIEA. Il risultato è stato una serie senza fine di giudizi dell’AIEA sull’“inadempienza” dell’Iran agli obblighi imposti dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, combinata con una spietata ridefinizione delle “questioni in sospeso” davanti all’AIEA. Questo processo segue un meccanismo istituzionale, che, una volta attivato, come nel caso dell’Iraq, rende impossibile per lo stato accusato sciogliere i sospetti sollevati a proposito del suo programma di armamento. Questo meccanismo istituzionale viene essenzialmente attivato solo per concentrarsi su obiettivo scelto dal Padrino e mai sul padrino o sul suo vassallo israeliano: benché il Padrino violi apertamente il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e il suo vassallo rifiuti di assoggettarsi a questo accordo.

La principale “questione in sospeso” attualmente davanti all’AIEA e la sola, che sia Washington che i tre dell’UE (Gran Bretagna, Francia e Germania) sono riusciti a trasformare nella bestia nera della risoluzione speciale dell’AIEA del 24 settembre - la prima risoluzione a partire dalla quale è possibile per il programma nucleare iraniano ricadere “nella competenza del Consiglio di Sicurezza , come organo principalmente responsabile del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale” - verte sulla riluttanza dell’Iran a rinunciare al diritto, garantitogli dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, a dotarsi del ciclo del combustibile nucleare. Nell’accordo di Parigi con i tre dell’UE del novembre 2004, l’Iran aveva concordato di “estendere la sua sospensione fino a includere tutte le attività collegate all’arricchimento e di rigenerazione” in cambio del riconoscimento da parte dei tre dell’UE che “questa sospensione è una misura volontaria di fiducia costruttiva e non un obbligo legale” (INFCIRC/637). Nei primi di agosto di quest’anno, l’Iran ha notificato all’AIEA che avrebbe fatto ripartire l’impianto per la conversione dell’uranio di Isfahan, ponendo così termine alla sua volontaria sospensione delle attività di arricchimento di uranio di questo impianto. Così la “comunità internazionale” se l’è presa con l’Iran, perché l’Iran non rinuncia più volontariamente a dotarsi del ciclo del combustibile nucleare, avendo scelto al contrario di rimuovere i sigilli dell’AIEA alle sue centrifughe e dui rimetterle nuovamente in moto. Per essere del tutto chiari in proposito, nessuno dell’AIEA ha trovato che l’Iran sia venuto meno ai suoi obblighi contratti col Trattato per la Non Proliferazione Nucleare. Piuttosto, l’Iran viene accusato di non rinunciare al suo diritto di intraprendere attività, che l’Iran ha tutto il diritto di intraprendere sulla base del Trattato per la Non Proliferazione Nucleare. L’immagine della “crisi” non è stata costruita con nulla più che con questo.

La Risoluzione votata dal direttivo dell’AIEA il 24 settembre con 21 favorevoli, 1 contrario e 12 astenuti non fa alcun cenno a violazioni iraniane di obblighi di qualsiasi tipo. Manifesta piuttosto ira nei confronti della riluttanza dell’Iran a mantenere la sospensione volontaria della produzione del suo impianto per la conversione d’Uranio di Isfahan, decisione che l’Iran ha tutto il diritto di prendere sulla base del Trattato per la Non Proliferazione Nucleare. Questa risoluzione usa anche la locuzione “risultando l’assenza di fiducia che il programma nucleare dell’Iraq sia esclusivamente per scopi pacifici”: echeggia sicuramente l’affermazione del segretario alla Difesa USA a proposito delle pretese capacità nucleari dell’Iraq, secondo cui l’“assenza di prove non è la prova dell’assenza” (“L’attuazione da parte della Repubblica Islamica dell’Iran dell’accordo di salvaguardia del Trattato per la Non Proliferazione Nucleare”, Direttivo dell’AIEA, 24a settembre 2005). Col Padrino che minaccia una nuova aggressione e l’ONU e la comunità internazionale ancora una volta, assai poco propense a frenarlo, come nel caso dell’Iraq, per l’Iran sarà difficile rinnovare la “fiducia” nei suoi obiettivi e prevenire una nuova ondata di suprema criminalità.

Come nel caso dell’Iraq, e molto raro che i media mainstream suggeriscano motivazioni USA, oltre quelle proclamate dalla stessa amministrazione Bush: la preoccupazione per altre violazioni al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, comportamento menzognero dell’Iran, possibile instabilità e sostegno nucleare ai terroristi. L’attenzione degli USA non potrebbe fondarsi sulla preoccupazione per una potenza petrolifera ancora indipendente in Medio Oriente, che ha anche proposto l’organizzazione di un mercato alternativo del petrolio con la contrattazione in euro? Non potrebbe trattarsi di una semplice continuazione di quella espansione di potenza messa in atto da uno stato imperialista apertamente aggressivo, che è fuori controllo e minaccia guerra e aggressioni permanenti?

L’arsenale nucleare USA contiene grosso modo una bomba su due dell’arsenale mondiale e gli stati Uniti possiedono di gran lunga il più sofisticato e diversificato sistema di smistamento delle loro bombe in qualsiasi posto e in qualsiasi momento. Anche ammettendo l’impegno dell’attuale regime a ridurre, nel 2012, l’arsenale nucleare a 6.000 testate (e non siamo ottimisti sulle prospettive attuali), in termini operativi assoluti, gli Stati Uniti sono una potenza nucleare senza pari. Si ritiene che Israele, da parte sua, possieda all’incirca 200 testate nucleari (benché le stime varino), avendo portato a termine il suo primo esperimento nucleare almeno nel 1967 (se non prima). Ma è essenziale notare che, benché sia l’unica potenza nucleare in tutto il Medio Oriente, Israele è l’unico stato della regione a non aver accettato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, né alcun altro accordo di salvaguardia del tipo di quello, in cui è stato intrappolato l’Iran. Non è mai stato sottoposto alla pur minima ispezione sugli armamenti.

Non se ne è mai fatto argomento, tanto meno un argomento ricorrente, delle preoccupazioni sulla non proliferazione della comunità internazionale, con il relativo obiettivo puntato da parte dei media, l’esagerazione della minaccia e la demonizzazione politica che invariabilmente l’accompagnano. Chiaramente la politica USA e israeliana a proposito di armi nucleari, l’ossessione di questi stati a mantenere la loro superiorità militare con un ulteriore armamento e un atteggiamento aggressivo sul piano diplomatico e militare, le loro politiche di espansione e di “recupero della terra”, sono di per sé altamente destabilizzanti e sono fattori turbativi in Medio Oriente, prospettando per gli anni a venire un conflitto violento permanente.

Lo sfruttamento e l’abuso da parte degli USA dello status dell’Iran di firmatario del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, quindi, delle “salvaguardie” collegate al Trattato e del processo ispettivo dell’AIEA, per attaccare ripetutamente l’Iran nel corso degli ultimi tre anni a proposito del suo programma nucleare, e le crescenti minacce di USA, Israele e altri contro l’Iran fanno tutte chiaramente parte di questa più ampia operazione espansionistica. Dati questi fatti, è ridicolo dipingere le politiche nucleari dell’Iran come minacce “alla pace e alla sicurezza internazionale”, come hanno fatto gli USA e l’asse dell’UE, composto da Gran Bretagna, Francia e Germania. L’Iran è la futura prossima vittima e viene minacciato solo in parte per impedirgli di intraprendere passi, che aumenterebbero la sua capacità di difesa. In base al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, l’Iran non può sviluppare legalmente armi nucleari per questo fine e, qualsiasi scarsissima quantità potesse acquisire, non potrebbe minacciare nessuno nel prossimo decennio. Comunque, in Medio Oriente, l’Iran è un altro centro di potere, come lo era l’Iraq, e permettergli di crescere e di prosperare al di fuori del controllo USA e israeliano è contrario ai piani espansionistici. La consistenza della sua minaccia nucleare è l’equivalente della minaccia degli ordigni di distruzione di massa irakeni: una copertura e una giustificazione razionale per l’aggressione e la conquista.

Se l’ONU e la comunità internazionale fossero governate da un senso di giustizia piuttosto che di potenza e fossero in grado di adottare misure per difendere la pace e la sicurezza da tutte le minacce, non minaccerebbero di deferire l’Iran al Consiglio di Sicurezza per un programma nucleare che non è illegale, né si può dimostrare che serve a qualcosa di diverso che a scopi pacifici. Al contrario, affronterebbero gli Stati Uniti e Israele e farebbero pressione su di essi, perché abbandonino l’atteggiamento minaccioso nei confronti dell’Iran e comincino a comportarsi secondo la lettera e lo spirito del Trattato di Non Proliferazione: gli USA lavorando per il disarmo nucleare e Israele sottoscrivendo i Trattato e disarmando. Sia per l’invasione dell’Iraq, che per quella dell’Iran, le priorità dell’ONU non solo sono state e sono malamente indirizzate, ma sono fondamentalmente l’antitesi della causa della pace e della sicurezza. Per di più, hanno raggiunto questo livello pericoloso soprattutto per una ragione: il dirottamento delle istituzioni multilaterali fondamentali da parte delle grandi potenze, impegnate a sfruttarle per scopi unilaterali.

Laddove si tratta di armi nucleari, nel lungo termine, il solo obiettivo ragionevole è la loro eliminazione e la cessione di quella parte di sovranità, che concerne l’energia nucleare, da parte di ogni stato all’amministrazione di un’effettiva agenzia internazionale, capace di assicurare che l’energia nucleare contribuisca alla “pace, alla salute e alla prosperità di tutto il mondo” e che non sia “usata in maniera tale da non favorire alcun fine militare” (citazione dallo statuto fondativo dell’AIEA, scritto nel 1956: l’idea degli “atomi per la pace”). All’interno di una graduatoria razionale di preoccupazioni, il rischio dello sviluppo di armamenti nucleari da parte di stati, che ne sono privi, è una preoccupazione secondaria; a rimanere la preoccupazione più seria, piuttosto, è il possesso di armi nucleari da parte degli stati, che le hanno. Il fatto che la AIEA o qualche altra organizzazione multilaterale si comportino secondo una diversa gerarchia di preoccupazioni mostra come siano mal gestite e politicizzate. Quando riportano notizie e commenti su chi ha e chi non ha armi nucleari, i nostri giornali e i nostri canali televisivi mostrano quotidianamente questa inversione di priorità. Ma non c’è nessuna buona ragione di aspettarsi che coloro, che non hanno armamento nucleare, non cerchino di averlo, dato un contesto internazionale in cui chi le ha nello stesso tempo li minaccia, rifiutando esplicitamente il disarmo. A destabilizzare e a minacciare la pace, la sicurezza e addirittura la sopravvivenza internazionale è la condotta di chi ha armamenti nucleari. Dal punto di vista di un mondo più pacifico, liberato dalla regola della violenza, c’è soprattutto bisogno che ogni arma nucleare sia vietata e fermata.


http://www.zmag.org/Italy/schwellenbach-pruett-armi-nucleari.htm

06 Dicembre 2004
Znet

Los Alamos e lo sviluppo di nuove armi nucleari
 

Nick Schwellenbach & John Pruett


   

J. Robert Oppenheimer aveva appena assistito alla prima esplosione nucleare prevista dal Progetto Manhattan - presso il National Laboratory di Los Alamos - quando dichiarò di essere diventato "la morte, il distruttore di mondi". La frase, una citazione dal Bhagavad-Gita, esprimeva la sua personale preoccupazione per l'aver contribuito a creare armi dalle capacità distruttive schiaccianti.
 

Quasi 60 anni dopo, Los Alamos, situata nel nord New Mexico, torna ad essere nuovamente il nodo cruciale nello sviluppo di armi nucleari, questa volta senza che tra gli ufficiali di laboratorio circolino riserve del tipo di quelle di Oppenheimer. Difatti, Los Alamos, nel suo radicato interesse istituzionale, ha dato il via a una trasformazione radicale nella plitica di sviluppo di armi nucleari. Ora che Bush è stato rieletto e il Congresso si è spostato ulteriormente a destra, questo inquietante campo di ricerca è certo di poter continuare a lungo. Dopo quasi un decennio di scandali gestionali e di imbarazzanti falle nella sicurezza di Los Alamos, il Dipartimento dell'Energia (DOE) ha deciso di aprire il proprio organigramma a personale esterno, con fuori dalla porta l'Università del Texas e alcune altre corporazioni (Northrop Grumman e Bechtel, per esempio), pronte a valutare l'offerta.

L'opposizione a Los Alamos si è fatta vedere sia all'Università del Texas che a quella della California, da lungo a capo della gestione del laboratorio. Gli studenti, hanno fatto sentire la loro protesta fondata ragioni tanto etiche quanto più normalmente quotidiane - sulla gestione, la sicurezza collettiva, l'ambiente, e anche sulla possibilità di risarcimenti adeguati alle spese e ai rischi affrontati.

Entrambe le università hanno assicurato che la gestione di Los Alamos avrebbe assicurato prestigio e ricerca a chiunque se ne fosse assunto il compito. In ogni caso, qualunque ricercatore qualificato di qualsiasi università, manager o meno, già ha possibilità di lavorare e contribuire alle ricerche di Los Alamos.

Per questo, membri e studenti di alcune facoltà hanno messo in dubbio i presunti benefici che le rispettive università dovrebbero ricavare, in termini di ricerca, da questo contratto di gestione. Ancora, è dubbio pure l'eventuale "prestigio" derivante dalla gestione di questa "punta di diamante" della scienza statunitense, dal momento che Los Alamos si rivela facilmente per quello che è: un laboratorio di ricerca per la costruzione di bombe.

Quanti propongono la firma del contratto pongono l'accento sui pochi veri progetti di ricerca degni di rispetto come quello sull'HIV, scordandosi di ricordare la devastante missione del laboratorio - ovvero il mantenimento dell'attuale arsenale nucleare e lo sviluppo di nuove armi nucleari. Tanto è vero che dei 2 miliardi di dollari complessivi del budget operativo del DOE, 1 miliardo e 36 milioni di dollari sono previsti per i programmi di sviluppo degli armamenti, qualcosa come il 79% del totale, mentre altri programmi di ricerca scientifici si vedono arrivare normalmente un mero 3,4%, all'incirca 59,8 milioni.

Ma è ancor più significativo, forse, il fatto che i finanziamenti per la ricerca siano crollati dai quasi 75 milioni di dollari del 2003 a meno di 60 nel 2005. In questo stesso arco di tempo, i finanziamenti dedicati ai programmi d'armamento presso il laboratorio si sono incrementati di circa 150 milioni di dollari. È evidente che Los Alamos non ha mai abbandonato il proprio ruolo di componente fondamentale della struttura d'armamento nucleare statunitense.

Al contrario, i recenti cambiamenti di rotta nella politica nucleare hanno spinto molti esperti a prefigurare l'emersione di una nuova corsa agli armamenti. Le iniziative in campo nucleare dell'amministrazione Bush, tese allo sviluppo di una nuova classe di armi, s'incontrano alla perfezione con la competitiva offerta di Los Alamos, e lo stesso fanno gli incentivi che il laboratorio riceve dal Congresso. I ricercatori di Los Alamos, insieme a quelli del laboratorio nazionale di Lawrence Livermore, stanno lavorando allo sviluppo di queste nuove "mini bombe nucleari". A dispetto del nome, queste armi non sono poi così piccole. Il range di potenza esplosiva può andare da un terzo fino a molte volte la potenza della bomba sganciata su Hiroshima uccidendo approssimativamente 100mila civili, durante la seconda guerra mondiale. E come molte altre armi, le "mini bombe nucleari" non fanno differenza tra combattenti e non combattenti.

Queste armi vengono progettate per scoraggiare i cosiddetti "stati canaglia" dall'avere un proprio arsenale di armi di distruzione di massa.

I difensori di questo progetto, ivi incluso il personale di Los Alamos, sostengono che le "mini bombe nucleari" rappresentano un fattore deterrente più credibile delle tradizionali armi nucleari perché riducono il complesso di "danni collaterali" nelle aree civili - ed essendo comunque capaci, al contempo, di distruggere obiettivi come aereoporti, tunnel sotterranei e bunker, oltre che arsenali nemici di armi biologiche e chimiche.

Mentre rimangono oscuri la fattibilità e gli eventuali benefici di queste "mini bombe nucleari", il personale di Los Alamos assume quanti, sul mercato, hanno febbrilmente intravisto una personale possibilità di realizzazione. Apparentemente, una delle ragioni più ovvie per l'entusiasmo generato dal laboratorio è che il progetto delle "mini bombe" attirerà scienziati e ai ricercatori con una missione e una direzione rafforzate. Un articolo del marzo 2002, pubblicato su USA Today ha posto l'attenzione su questo elemento. Sviluppare nuove armi nucleari provvederà a fornire un'istruzione pratica per le future generazioni di sviluppatori d'armi che già ora stanno soppiantando il vecchio personale da Guerra Fredda. Una sfida di questo tipo, dunque, permetterà a Los Alamos e ad altri laboratori nazionali di avanzare ulteriormente in campo tecnologico e trattenere "in patria" le migliori menti della ricerca.

Ma non è stato facile comunque, per i laboratori, convincere i leader governativi a cambiare radicalmente la politica nazionale sul nucleare. Due analisti di Los Alamos, T. N. Dowler e J. S. Howard, hanno firmato un testo che rimane una vera e propria pietra miliare, un saggio comparso sul numero dell'autunno 1991 di Strategic Review, nel quale promuovevano lo sviluppo di ciò a cui, al tempo, si riferivano col termine di "micro-nucleari". Prima ancora, durante quello stesso anno, avevano cominciato un'azione di lobbying e, con una presentazione intitolata "Usi potenziali di armi nucleari a gittata ridotta nel Nuovo Ordine Mondiale" si erano assicurati l'appoggio del Defense Science Board al loro progetto. Sfortunatamente per Dowler e Howard, l'allora Presidente George H. W. Bush propose una moratoria generale dei test e dello sviluppo di nuove armi nucleari per tutto il 1992. Conseguentemente, l'industria per l'armamento nucleare ha vissuto almeno un decennio di stagnazione, durante il quale ha lottato per sopravvivere a un'era post-Guerra Fredda.

 

Ma le proposte di "mini bombe nucleari", da parte di Los Alamos, hanno continuato. Nel 2000, Stephen Younger, allora a capo di tutto il lavoro sulle armi nucleari presso il laboratorio, scrisse un documento nel quale supportava le "mini bombe" e il loro possibile utilizzo in futuro. Più di recente, nell'ottobre 2003, 4 dipendenti di Los Alamos hanno firmato un saggio per Comparative Strategy intitolato "Un'analisi sulle armi nucleari a ridotto impatto collaterale". Questo saggio - un tentativo di riconciliazione tra sviluppo delle "mini bombe" e politica nucleare dell'amministrazione Bush - trapelò al pubblico solo nel gennaio di quest'anno.

I dipendenti di Los Alamos argomentavano se gli Stati Uniti volevano ridurre il proprio arsenale nucleare senza perdere, nei confronti dei cosiddetti "stati canaglia", un deterrente credibile in termini di armamento atomico, sarebbe stata necessaria una maggiore varietà di armi nucleari (come le "mini bombe nucleari", per esempio). Affermarono anche che lo sviluppo di armi di questo tipo avrebbe permesso alle forze statunitensi di ridurre al minimo i "danni collaterali". Nel 2003, Los Alamos ha festeggiato il 60° anniversario della creazione del laboratorio producendo il suo primo nocciolo di plutonio (il cuore di un'arma nucleare) da almeno 14 anni. Il Global Security Newswire, nel riferirsi a quest'avvenimento, ha parlato di "un primo passo verso la ricostruzione di un programma di produzione di testate nucleari", e Los Alamos ha pianificato che entro il 2007 potranno essere prodotti fino a 10 noccioli l'anno.

La ripresa della produzione di testate nucleari, nel 2003, insieme con l'approvazione del Defense Authorization Act, rappresentano il successo dell'industria nucleare e di Los Alamos. Peggio ancora, l'atto firmato al Congresso abbassa i limiti per il futuro per quanto riguarda i test atomici e annulla il provvedimento "Spratt-Furse" sul divieto di produzione di armi nucleari a gittata ridotta.

Lo sviluppo di "mini bombe nucleari" potrebbe rivelarsi molto più pericoloso di quanto non sia stata la corsa agli armamenti della Guerra Fredda. Come ha sottolineato Newt Gingrich su USA Today (2003), "si tratterebbe di armi progettate per essere usate. Non sarebbe soltanto un deterrente, come le armi nucleari attuali". Si farà sentire ancora più nettamente la tentazione di utilizzare una bomba atomica, una volta che gli Stati Uniti avranno portato avanti il loro progetto di aggressione con armi nucleari ridotte di paesi non detentori di ordigni atomici. Tutto questo scoperchierà definitivamente il vaso di Pandora. A turno, i paesi possessori di bombe nucleari potrebbero divenire più accomodanti nell'utilizzo dei loro arsenali, e spingere molti altri paesi ad acquistare armi nucleari come deterrenti nei confronti della politica di "guerra preventiva" degli Stati Uniti. Come in un circolo vizioso, gli Stati Uniti potrebbero attaccare con armi nucleari a gittata ridotta questi nuovi programmi d'armamento.

Tanto l'Università del Texas quanto l'Università della California sostengono che la gestione di Los Alamos è un servizio nazionale. Quel che realmente intendono è che la gestione di entrambe le università è parte attiva nello stato di guerra, a partire dal semplice celare dietro un'apparenza di ricerca accademica attività da cui la gran parte delle persone migliori, normalmente, si terrebbe alla larga. Ciò nonostante, Los Alamos e i suoi scienziati e ingegneri non stanno semplicemente "eseguendo degli ordini", visto che loro stessi si stanno adoperando nel modellare e incrementare una politica nucleare statunitense apertamente aggressiva a partire da una situazione completamente opposta. Chiunque resti alla "gestione" del laboratoriosi vedrà complice di una nuova corsa all'armamento nucleare. Los Alamos, negli anni, ha ampiamente dimostrato di rappresentare un potere a sé stante - e 60 anni di gestione universitaria non sembrano essere riusciti a risolvere o mitigare minimamente la sua funzione principale di laboratorio per lo sviluppo di armi di distruzione di massa.


http://newton.corriere.it/PrimoPiano/News/2006/07_Luglio/3/bomba.shtml

Sfida tra due laboratori Usa per l'atomica del futuro


Gli Stati Uniti sono vicini alla scelta di un nuovo ordigno nucleare per rimpiazzare quelli ormai obsoleti custoditi negli arsenali; molti esperti denunciano il rischio di una corsa al riarmo

 

Un team è al lavoro in un'area di 111 km quadrati in mezzo a una foresta di pini nel New Mexico. L'altro invece lavora in un paio di km quadrati sulle colline affacciate sulla baia di San Francisco. Scenari idilliaci, dove è in corso una sfida tra i migliori cervelli d'America che sembra riemergere dalle atmosfere della Guerra Fredda: la creazione della bomba nucleare del futuro.

La gara vede impegnati il Los Alamos National Laboratory del New Mexico, la "culla" del progetto atomico americano, e il Lawrence Livermore National Laboratory nella Bay Area. Giovani scienziati eccitati da una possibilità irripetibile si sfidano a distanza, con l'aiuto di tecnologie informatiche fornite da colossi come Microsoft e Apple. L'obiettivo è realizzare la prima nuova bomba nucleare americana da un ventennio a questa parte. Il vincitore, tra Los Alamos e Livermore, verrà annunciato entro la fine dell'anno.

Il Los Angeles Times, visitando i due laboratori, ha trovato frenesia ed entusiasmo ai massimi livelli nei due team. ''Ho gente qui che lavora di notte e nei fine settimana, devo ordinar loro di andare a casa altrimenti sarebbero sempre qui", ha detto Joseph Martz, direttore della squadra di Los Alamos, ricordando che si tratta di scienziati che hanno ''la possibilità di mostrare le loro doti come non è mai accaduto da 20 anni a oggi". A Livermore, il direttore Bruce Goodwin descrive uno scenario analogo, con i supercomputer che lavorano giorno e notte per eseguire simulazioni.

Assai meno eccitati sono alcuni esperti nucleari che temono che la scelta di dar vita a una nuova bomba inneschi una corsa al riarmo, alla ripresa dei test e a maggiori difficoltà nel sostenere scelte di politica estera contro l'armamento nucleare di Iran e Corea del Nord.
Il Congresso degli Usa in questi ultimi anni ha bocciato vari progetti di sviluppo di armi nucleari che davano l'impressione che l'America volesse dotarsi di strumenti di attacco preventivo. Una dopo l'altra, sono cadute così le proposte di creare bombe ai neutroni, mini-atomiche "bunker- busting" e superatomiche.
Ma lo scorso anno è passata invece la proposta di sostituire le attuali testate con nuove bombe di eguale potenza, ma di maggior durata e sicurezza, utilizzabili contro lo stesso tipo di bersagli di quelle attuali.

Sostituire il vecchio arsenale con le nuove testate, secondo il progetto varato dal Congresso, permetterà agli Usa di avere più fiducia nella qualità delle proprie armi e dovrebbe aiutare a diminuire le attuali 6.000 bombe americane.
Il trattato di Mosca siglato nel 2002 dal presidente George Bush e dal presidente russo Vladimir Putin, prevede che Usa e Russia riducano il loro arsenale a un numero di testate tra 1.700 e 2.200 entro il 2012 e Washington ha scelto la strada di un innovamento tecnologico, che permetta di avere meno armi, più sicure e affidabili, e anche impossibili da utilizzare nel caso finissero nelle mani sbagliate.
I finalisti per realizzare la bomba del futuro sono i due laboratori del West, che hanno già presentato progetti preliminari segretissimi al Nuclear Weapons Council, l'organismo federale che sceglierà il vincitore entro la fine dell'anno. Ma le critiche alla strada scelta dall'amministrazione Bush non mancano. C'è chi, come Sidney Drell, un esperto della Stanford University, non crede all'ipotesi che lo sviluppo della bomba possa avvenire senza test e limitandosi alle simulazioni computerizzate.
''Non conosco un generale, un ammiraglio, un presidente o alcuna persona responsabile - ha affermato Drell - che accetterebbe un'arma non sottoposta a test al posto di quelle del proprio arsenale e che si fiderebbe senza sperimentarla".

Gli Usa hanno dichiarato nel 1992 una moratoria contro i test sotterranei, dopo un'ultima esplosione in Nevada. I critici del programma ritengono che creare una nuova bomba induca nella tentazione di sperimentarla, avviando una pericolosa corsa al riarmo da parte di paesi come Russia e Cina e rendendo più difficili le iniziative diplomatiche che gli Stati Uniti hanno in corso sulle crisi nucleari iraniana e nordcoreana

 


http://www.americaoggi.info/site/it-it/AO/News/Dagli_USA/Dagli_Usa/2208200623121.html

Censurati i dati nucleari della Guerra fredda
Segreti una serie di dati sino ad oggi di pubblico dominio
22/08/2006

 

 

WASHINGTON. L’Amministrazione Bush ha deciso di rendere nuovamente segreti una serie di dati sino ad oggi di pubblico dominio, relativi all’armamento nucleare degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. Lo rileva un rapporto del National Security Archive, un’associazione di ricerca no-profit di Washington, di cui s’é accorto per primo il Washington Post.

Secondo lo studio, il Pentagono e il Dipartimento per l’energia americano stanno censurando da tutti i documenti altrimenti accessibili ogni informazione sull’ammontare totale di Minuteman, Titan 2 e altri missili a capacità nucleare costruiti nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Numerosi specialisti americani criticano l’iniziativa rilevando in essa degli elementi paradossali: tutti i dati censurati sono stati per anni di pubblico dominio e non è chiaro di quale utilità possa essere l’oscuramento di riferimenti storici a un periodo di tensioni internazionali ormai quasi del tutto superate.

Già nel 1971, l’allora segretario alla difesa dell’Amministrazione repubblicana di Richard Nixon, Melvin Laird, aveva comunicato che gli Stati Uniti disponevano di 30 squadroni di bombardieri strategici, di 54 missili balistici intercontinentali e di mille missili Minuteman: tutte cifre poi aggiornate nel corso degli anni, mentre l’equilibrio del terrore portava Washington e Mosca ad accumulare arsenali con decine di migliaia di ogive atomiche. Uno studio realizzato l’anno scorso dalla Coalition of journalists for open government, un’associazione di giornalisti americani che si batte per una maggiore trasparenza dell’Amministrazione pubblica, aiuta a individuare le cause dell’improvvisa svolta nella politica di sicurezza governativa.

Pochi mesi dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, infatti, l’allora procuratore generale John Ashcroft aveva emanato una direttiva intimando agli agenti federali di essere più prudenti nello scegliere quali informazioni relative alla sicurezza nazionale potessero essere rese pubbliche in forza del Freedom of Information Act, la legge che dovrebbe garantire proprio la trasparenza dell’Amministrazione. Da allora, rileva l’associazione giornalistica, i casi in cui agenzie federali si sono rifiutate di rendere pubblici dati adducendo a giustificazione la sicurezza nazionale sono aumentati del 22%.

Secondo William Burr, studioso del National Security Archive, “sarebbe difficile trovare un esempio più evidente di segretezza ingiustificata”, perché “il Pentagono sta cercando adesso di tenere segreti numeri relativi ad armi strategiche che non sono mai stati classificati prima”.

Robert Norris, ricercatore associato del Natural Resources Defense Council, un’organizzazione ambientalista americana impegnata anche sul fronte del nucleare, ha commentato così la decisione della Casa Bianca: “si stanno semplicemente coprendo di ridicolo”.

Ma l’Amministrazione Bush difende le proprie scelte: il portavoce del Pentagono Patrick Ryder sostiene che “il Dipartimento della Difesa prende seriamente il compito di classificare le informazioni”, anche “al più basso livello possibile”. E Bryan Wilkes, portavoce dell’Amministrazione per la sicurezza nucleare americana, ha giustificato la decisione del governo alla luce di una legge del 1998 che ingiunge di rimuovere dai documenti pubblici tutte le informazioni relative ad ordigni atomici che potrebbero costituire un pericolo per gli Usa se mai dovessero finire “nelle mani sbagliate”.

“Nella situazione odierna”, afferma Wilkes, “con tutte le preoccupazioni che Stati canaglia o gruppi terroristici s’impossessino di armi nucleari”, il giro di vite alle scelte di segretezza americane “ha decisamente senso”.


http://www.irib.com/worldservice/italyRADIO/spec/nucleare/articoli/due.htm

Due pesi e due misure: Brasile, Iran e la dottrina Bush

 

 

Il rilancio della tecnologia nucleare con la Nuclear Posture Review (sviluppo di armi nucleari a basso potenziale da impiegare sul campo di battaglia, ad esempio per la distruzione di bunker sotterranei) e la parallela messa sotto accusa dell’Iran per star sviluppando il suo programma nucleare (l’Iran sta producendo uranio arricchito, che può esser usato a scopi sia civili che militari –questa è la dualità della tecnologia nucleare, che concerne qualsiasi Paese ne sia in possesso) hanno valso alla amministrazione Bush accuse di ipocrisia.
Gli Stati Uniti, cioè, dovrebbero rivolgere la loro attenzione anche ad altri Paesi, se ritengono che lo sviluppo del nucleare in sé da parte di chi non lo possiede rappresenti una minaccia globale.
Tra questi c’è il Brasile, il quale sta portando avanti il suo programma di arricchimento dell’uranio. Membro del Trattato di Non-Proliferazione nucleare (Npt) il Brasile sostiene di avere il diritto di compiere tale operazione per usare l’uranio arricchito per scopi civili nei reattori nucleari.
Il Brasile ha realizzato quanto l’Iran sta cercando di fare, ma gli Stati Uniti non gli hanno chiesto di smantellare il suo programma nucleare e non lo hanno neppure criticato per la sua riluttanza ad aprire le porte agli ispettori della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Da più di otto mesi la Aiea chiede al Brasile -sesto al mondo per il possesso di riserve di minerale di uranio- di aprire le porte ai suoi ispettori secondo gli obblighi prescritti dal trattato Npt, ma finora si è trovata di fronte ai "no" ed alle restrizioni imposte da Brasilia, la quale adduce la motivazione di voler conservare la segretezza circa le nuove tecnologie sviluppate per le centrifughe nucleari. Non è un atteggiamento molto rispettoso degli ispettori dell’agenzia Onu, considerati alla stregua di agenti dello spionaggio industriale internazionale. La Aiea però non demorde e chiede il pieno accesso ai siti nucleari per certificare che il Brasile -conformemente alle norme del trattato Npt di cui è membro- sta arricchendo l’uranio limitatamente ai bassi livelli sufficienti per l’impiego a scopi civili, piuttosto che agli alti livelli che possono procurare materiale utilizzabile nella costruzione di bombe nucleari. Ciò che la Aiea teme non è che il Brasile voglia dotarsi di ordigni atomici, ma che la tecnologia da esso sviluppata possa esser rivenduta o possa in qualsiasi modo passare ad altri paesi.
Verso la fine di settembre -quando gli Stati Uniti hanno cominciato ad alzare la pressione sul programma nucleare iraniano- non si registrava ancora alcun passo avanti nelle trattative con la Aiea circa le modalità delle ispezioni e venivano contraddette tutte le precedenti dichiarazioni circa l’imminenza di un accordo con Brasilia. Nonostante ciò, il segretario di stato statunitense Colin Powell, non ha censurato la condotta del governo di Lula, limitandosi a dichiarare che gli Stati Uniti sono fiduciosi circa un futuro accordo tra il Brasile e la Aiea, e che il rifiuto alla ispezione dell’impianto nucleare di Resende non significa per Washington la volontà brasiliana di costruire ordigni atomici. "We know for sure Brazil is not thinking about nuclear weapons. That is not a concern of ours", ha dichiarato Powell durante una visita di due giorni in Brasile, animata dall’obiettivo di rafforzare i legami con l’importante attore regionale.
Quasi sicuramente il Brasile persegue fini esclusivamente civili, non ha intenzione di dotarsi di armi nucleari -sebbene alcuni esperti sospettino il contrario, come Victoria Samson del "Center for Defense Information" di Washington- e i suoi "no" alle ispezioni Aiea derivano soltanto dalla volontà di proteggere quella tecnologia che i portaparola dichiarano esser superiore a quella di altri paesi –oppure, più probabilmente, illeciti commessi in passato. Ciò non toglie, però, che l’indulgenza espressa nei suoi confronti da Powell contrasta con l’impegno dichiarato dall’amministrazione Bush l’11 febbraio 2004 a proposito del contenimento della proliferazione nucleare internazionale (non degli Stati Uniti!) e, in particolare, con l’intransigenza "preventiva" manifestata nei confronti dell’Iran.
Dal confronto tra il caso Brasile e il caso Iran, insomma, si comprende come per l’amministrazione americana neoconservatrice lo sviluppo della tecnologia nucleare (e la possibile proliferazione di ordigni atomici) non sia un pericolo in sé da combattere applicando restrizioni che coinvolgono tutti (Stati Uniti compresi, i quali -non a caso- non hanno ratificato il "Comprehensive Test Ban Treaty" che proibisce nuovi test atomici) ma solo se cade nelle mani (a suo giudizio) "sbagliate".
Per "falchi" come Robert Joseph (esperto di controproliferazione presso il National Security Council), Douglas Feith (sottosegretario alla difesa), John Bolton (sottosegretario di stato) e Stephen Cambone (primo vice-sottosegretario alla difesa), le armi nucleari di per sé non sono un problema, lo sono i "bad guys" che le possiedono. Rigettando la fondamentale premessa del trattato NPT, questi ufficiali non cercano di creare un equo regime globale che svaluti le armi nucleari e crei le condizioni per la loro eventuale eliminazione, ma piuttosto si pongono l’obiettivo di estirpare "i cattivi" o le loro armi, lasciando allo stesso tempo i "good guys" liberi da costrizioni alle loro attività nucleari.
Non rappresentano, allora, un pericolo i programmi nucleari degli alleati -Pakistan, India, Israele e Brasile- sui quali gli Stati Uniti non stanno facendo pressione perché chiudano i programmi di arricchimento dell’uranio ed eliminino le testate nucleari –neppure dopo che la scoperta della vendita di "know-how" all’Iran, alla Libia ed alla Corea del Nord da parte del Pakistan ha dimostrato come anche gli alleati possano rappresentare una seria minaccia.
Il discorso di Bush dell’11 febbraio 2004 (dichiarazione di intenti sul rafforzamento dei controlli riguardo la diffusione di materiale e tecnologia nucleare, senza alcuna menzione alla riduzione del numero di armamenti e al congelamento dei programmi nucleari da parte dell’America e dei suoi alleati) aveva già suscitato commenti a caldo circa l’esistenza di una legge "dei due pesi e due misure" nella condotta degli Usa, la quale ha trovato conferma nella diversità di atteggiamento tenuto nei mesi seguenti nei confronti del programma nucleare brasiliano e iraniano.
Gli Stati Uniti non vedono, in conclusione, il pericolo nell’esistenza in sé delle armi nucleari, ma nel tipo di Paesi che ne sono o possono entrarne in possesso. Così la questione della non-proliferazione perde senso in sé e per sé come questione universale, per esser coniugata sulla base della logica dualista "amico-nemico" della "dottrina Bush" a seconda dell’interesse nazionale statunitense in gioco.
Partendo da questa premessa, si comprende la particolare attenzione che gli Usa hanno dedicato al programma nucleare iraniano alla vigilia della presentazione a Vienna il 13 settembre 2004 del rapporto della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Nonostante questo dichiari che l’Iran non sta perseguendo un programma di armamento nucleare (non è stata trovata alcuna "smoking gun" –espressione che ricorda la farsa delle armi di distruzione di massa irachene) gli Stati Uniti non sono della stessa opinione e spingono perché il caso Iran sia portato di fronte al Consiglio di Sicurezza Onu perché siano decise misure punitive.
Per la linea più morbida sono invece i "tre grandi" della diplomazia europea –Gran Bretagna, Francia e Germania- per i quali tale strada è percorribile solo dopo che l’Iran avrà disatteso le direttive della Aiea sulla sospensione della produzione di uranio arricchito (la Gran Bretagna è, però, più vicina alla posizione degli Usa, perché oscilla tra la richiesta di sospensione e quella di azzeramento della produzione di materiale utilizzabile in reattori nucleari da parte dell’Iran).
La richiesta degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna) va oltre quanto disposto dal Trattato di Non-Proliferazione nucleare (Npt), che non proibisce a un Paese di produrre combustile nucleare (uranio arricchito) ma gli impone di sottoporsi ai controlli della Aiea. Per gli Usa, però, il problema è che l’Iran ha evaso le ispezioni in passato ed ora non dà più garanzie di credibilità. Siccome essi "credono" –e la cosa è plausibile, ma non è questo il punto- che l’Iran voglia costruire una bomba atomica, il Consiglio di Sicurezza Onu (fuori dai meccanismi di controllo del trattato Npt) dovrebbe chiedere all’Iran di fermare il suo programma di arricchimento dell’uranio come unico modo per ristabilire la fiducia nelle sue intenzioni pacifiche.
L’intransigenza americana, però, mal si concilia con la sua sostanziale disapplicazione del trattato Npt e in generale con tutta la linea della sua politica nucleare, che, oltre alle iniziative e mancanze già menzionate, ha visto anche il ritiro dallo Start II e la sua sostituzione con il meno vincolante Sort (Strategic Offensive Reduction Treaty) firmato a Mosca il 24 maggio 2002. La doppia politica nucleare dell’amministrazione Bush, insomma, come ha fatto notare il senatore Kerry nel corso dell’ultima campagna presidenziale, non è esattamente la politica che più di ogni altra saprà incoraggiare le altre nazioni ad attenersi alle condizioni del trattato di non proliferazione. I lavori della conferenza di revisione del trattato Npt che si apriranno presso le Nazioni Unite a New York nel prossimo maggio 2005 saranno una importante occasione di discussione al riguardo.

di Gabriele Garibaldi

Per approfondire:
• Brazil, U.N. nuclear talks melt down, "United Press International" (UPI), Sao Paulo, Sept. 23, 2004
• Tyler Marshall, Henry Chu, Powell Sees No Nuclear Red Flags in Brazil, "Los Angeles Times", 6 October 2004, www.latimes.com
• George Perkovich, Bush’s Nuclear Revolution: A Regime Change in Nonproliferation, "Foreign Affairs", March/April 2003
• James Sterngold, Bush’s two-tiered nuclear policy, "San Francisco Chronicle", 02/23/2004, www.sfgate.com

Fonte: www.canisciolti.info

p.s. - febbraio 2006
Brasilia ha recentemente riconosciuto gli esperimenti nucleari a fini bellici condotti segretamente ai tempi della giunta militare e li ha condannati. Si veda in proposito: "Nucleare, dal militare al civile" - http://musibrasil.net/vsl_art.asp?id=1208 - dall'edizione di settembre 2005 di Musibrasil.net Anche se si presentano episodi di incomprensione e di frizione con la Aiea, oggi il nucleare brasiliano non crea preoccupazioni nella comunità internazionale circa una sua possibile deriva in senso militare - a differenza di quello iraniano. Restano comunque in piedi le considerazioni circa l'esistenza, specialmente ma non solo a Washington, di una "legge dei due pesi e due misure" - che il governo iraniano non manca di utilizzare a proprio favore - la quale puo mettere seriamente in crisi la sopravvivenza del regime di non-proliferazione nucleare.

 


 

http://www.lettera22.it/showart.php?id=5395

 

 

GRANDI MANOVRE SULL'ENERGIA

 

Pakistan, India, Stati Uniti, Iran

Claudio Landi

Lunedi' 31 Luglio 2006



Il Pakistan sta costruendo, nel complesso nucleare di Khushab, un secondo reattore. Un reattore in grado di produrre plutonio. La scoperta, avvenuta grazie a rilevazioni satellitari di un organismo indipendente, l’Istituto per la scienza e la sicurezza internazionali, è stata riportata giorni or sono dal Washington Post (e ripresa anche da qualche giornale italiano). Interrogati in proposito, un portavoce ufficiale del governo pakistano ha detto, ‘il Pakistan è uno stato dotato di armamento nucleare, ciò è un fatto conosciuto come è noto che Khushab è un sito nucleare’. Il ministro degli esteri di Islamabad ha poi aggiunto, ‘Il reattore è in mani sicure’. Questo secondo reattore può servire per la produzione di energia ma la produzione del plutonio comunque desta non pochi timori. Il Pakistan infatti attualmente avrebbe da 30 a 50 ordigni nucleari, nessuno al plutonio. Con questo reattore potrà presto avere il combustibile nucleare per le bombe al plutonio, più sofisticate. E questa eventualità ovviamente preoccupa la Comunità internazionale perché potrebbe innescare una corsa all’armamento atomico in Asia meridionale, una corsa della quale non si sente particolarmente bisogno. La situazione quindi è alquanto delicata. E qui entra in scena l’accordo nucleare indiano-americano. Gli analisti, o meglio qualche analista politico indiano, mettono in relazione la decisione di partire con la costruzione di questo reattore al plutonio proprio con l’annuncio, l’anno scorso, dell’accordo nucleare fra India e Stati Uniti. L’accordo nucleare cioè avrebbe spinto il Pakistan ad attrezzarsi: con due scopi. Il primo sarebbe quello di premere su Washington e Delhi per contrastare l’intesa nucleare. Il secondo sarebbe quello di ‘bilanciare’ i contenuti di quell’intesa. Morale: l’accordo nucleare India-Usa, in questa ottica, non avrebbe stabilizzato l’equilibrio geopolitico della regione. Se poi si coniuga questa strategia nucleare con il recente attentato di Mumbay si ricava un quadro potenzialmente preoccupante della situazione: fino a qualche mese fa sembrava che India e Pakistan, con il cosiddetto ‘dialogo composito’ avessero iniziato a trovare un sentiero comune di pace o almeno di negoziato. Ora, dopo l’implementazione dell’accordo nucleare con gli Stati Uniti e i recenti attentati terroristici, la situazione sembra in via di involuzione.
Come abbiamo scritto più volte, il prezzo politico dell’accordo nucleare India-Stati Uniti sembra essere costituito dal raffreddamento dei rapporti Delhi-Teheran, un raffreddamento forse provvisorio in attesa di tempi migliori ma pur sempre un prezzo geopolitico significativo. Un prezzo che comporta costi non secondari per Delhi. Fra India e Iran (e Pakistan) continuano infatti i negoziati per la nota ‘pipeline’ della pace (un progetto osteggiato dall’amministrazione Bush ed ora sostenuto dalla Russia, il cui presidente Putin ha ‘offerto’ il sostegno di Gazprom all’iniziativa). Il prossimo 3-4 agosto si terranno nuovi contatti, ma la questione del prezzo del gas iraniano rischia di mettere in pericolo l’accordo per la pipeline della pace: Teheran sembra infatti chiedere un prezzo elevato per il gas da vendere all’India. E Delhi non ci sta. Non solo: l’Iran vuole un prezzo elevato anche per il gas liquefatto la cui vendita era prevista nell’ambito del megaccordo iraniano-indiano del valore di 22 miliardi di dollari. Qualche analista ha collegato questa politica dei prezzi di Teheran con l’atteggiamento indiano in tema di programma nucleare iraniano. Teheran smentisce, ma il sospetto del linkage ovviamente è forte. Ed allora ci si chiede, a Delhi, quali possano essere le alternative: il Kazachistan, i progetti di gas e pipeline americani per l’Asia centrale, nuovi accordi India-Russia.




http://www.globalresearch.ca/

IL "SECONDO 11 SETTEMBRE" DEL PENTAGONO

MICHEL CHOSSUDOVSKY, Global Research

11.08.2006

 

 

25 agosto 2006

Un altro attacco in stile 11 settembre può creare sia una giustificazione sia una opportunità per scatenarsi contro alcuni obiettivi prestabiliti

Una caratteristica essenziale della "difesa" nel caso di un secondo grande attacco negli Stati Uniti è la"offesa", secondo il Segretario alla Sicurezza Nazionale Michael Chertoff: "La sicurezza nazionale è parte di una più generale strategia che porta la battaglia sul campo del nemico" (
Trascrizione completa del discorso di marzo 2005 di Chertoff)

Nei mesi successivi gli attentati di Londra del 7 luglio, è stato riportato che il Vice Presidente Dick Cheney ha dato istruzioni allo USSTRATCOM per mettere a punto un piano di contingenza "da essere attuato in risposta ad un altro attacco in stile 11 Settembre contro gli Stati Uniti". Implicato nel piano di contingenza era la certezza che dietro il Secondo 11 settembre ci sarebbe stato l'Iran.

Questo "piano di contingenza" usava il pretesto di un "secondo 11 settembre", che non è ancora accaduto, per preparare una grande operazione militare contro l'Iran, mentre veniva anche esercitata pressione su Tehran per il suo (non esistente) programma di armamento nucleare.

Quello che fu diabolico in questa decisione del Vice Presidente degli Stati Uniti era la giustificazione presentata da Cheney per sferrare guerra all'Iran basata sul coinvolgimento dell'Iran in un ipotetico attacco terroristico contro gli usa, che non è ancora successo:

Il piano include un vasto attacco aereo che impieghi sia armi convenzionali che nucleari tattiche. In Iran ci sono oltre 450 grandi obiettivi strategici, inclusi molti sospetti siti legati al programma delle armi nucleari. Molti degli obiettivi sono rinforzati o sono sotterranei e non possono essere eliminati con armi convenzionali, da qui l'opzione nucleare. Come nel caso dell'Iraq, la risposta non è connessa al fatto che l'Iran sia realmente stato coinvolto nell'atto di terrorismo diretto contro gli Stati Uniti. Molti alti ufficiali delle Forze Aeree coinvolti nella pianificazione si dice siano sconcertati dalle implicazioni di quello che stanno facendo – che si stia programmando un attacco nucleare non provocato all'Iran – ma nessuno è pronto a rovinare la sua carriera ponendo delle obiezioni (Philip Giraldi, Attacco all'Iran: guerra nucleare preventiva, American Conservative del 2 agosto 2005)

Dobbiamo forse intuire che gli strateghi militari statunitensi, britannici ed israeliani stanno aspettando nel limbo un secondo 11 settembre, per estendere la guerra oltre i confini del Libano, per lanciare un'operazione militare diretta contro Siria ed Iran?

Il "piano di contingenza" proposto da Cheney non si focalizzava nel prevenire un secondo 11 settembre.

Il piano di Cheney è fondato sulla presunzione che l'Iran sia responsabile di un secondo 11 settembre e che possano essere immediatamente attivati i bombardamenti punitivi, prima della conduzione di un'indagine, in modo molto simile agli attacchi all'Afghanistan nell'ottobre del 2001, presumibilmente in risposta al presunto supporto del Governo Talebano ai terroristi dell'11 Settembre. E' importante notare che non si programma una guerra in 3 settimane: il bombardamento e l'invasione dell'Afghanistan era stato pianificato molto prima dell'11 Settembre. Come Michael Keefer spiega in un incisivo articolo:

Ad un livello più profondo, implica che "attacchi terroristici in stile 11 settembre" siano considerati da Cheney e dal Pentagono come metodi appropriati per legalizzare guerre di aggressione contro ogni paese selezionato per quel trattamentl dal regime e dal suo sistema mediatico di amplificazione della propaganda... (Keefer, febbraio 2006)

In una dichiarazione tempestiva, appena pochi giorni dopo il massacro del bombardamento sul Libano, il Vice Presidente Cheney ha ripetuto il suo avvertimento: "Il nemico che ci ha colpito l'11 Settembre è diviso e debole, ma ancora letale, ancora determinato a colpirci ancora" (Waterloo Courier, Iowa, 19 luglio 2006, corsivo aggiunto).

"Giustificazione ed opportunità per una rappresaglia contro... gli stati sponsor [del Terrorismo]"

Nell'aprile 2006, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha lanciato un piano militare di vasta portata per combattere il terrorismo nel mondo, con la prospettiva di vendicarsi nel caso di un secondo grande attacco terroristico negli Stati Uniti.

"Il Segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld ha approvato il piano militare più ambizioso elaborato finora per combattere il terrorismo nel mondo e per attaccare più rapidamente e decisivamente nel caso di un altro grande attacco terroristico negli Stati Uniti, secondo i funzionari della difesa.

Il piano a lungo atteso per la guerra globale al terrorismo, così come i due piani subordinati approvati anche questi da Rumsfeld negli scorsi mesi, sono considerati la massima priorità del Pentagono, secondo funzionari ben informati dei tre documenti che hanno parlato in condizione di anonimato perchè non sono autorizzati a parlarne pubblicamente.

I dettagli dei piani sono segreti, ma in generale prefigurano un ruolo significativamente allargato per l'esercito – ed in particolare, una crescente forza delle truppe di elite per le Operazioni Speciali – operazioni continue per combattere il terrorismo al di fuori delle zone di guerra come Iraq e Afghanistan. Sviluppati in oltre tre anni dal Comando Operazioni Speciali (SOCOM) di Tampa, i piani riflettono un rafforzamento del ruolo del pentagono in settori tradizionalmente di competenza della CIA e del Dipartimento di Stato (Washington Post, 23 aprile 2006)


Questo piano è ideato sulla possibilità di un secondo 11 settembre e sul bisogno di una rappresaglia se e quando gli Stati Uniti siano stati attaccati:

[i]"Un terzo piano stabilisce come l'esercito può sia interrompere che rispondere ad un altro grande attacco terroristico contro gli Stati Uniti. Include lunghi allegati che offrono un ventaglio di opzioni all'esercito per una veloce rappresaglia contro specifici gruppi terroristici, individui o stati sponsor in relazione a chi si crede sia dietro un attacco. Un altro attacco potrebbe creare sia una giustificazione sia una opportunità che manca oggi per una rappresaglia contro alcuni obietivi noti, secondo funzionari ed funzionari della difesa, che conoscono il piano.

Il piano dettaglia "quale tipo di terroristi o responsabili colpiremmo in caso di contesa. Non è ancora il tempo", ha aggiunto un funzionario, il quale ha chiesto di non essere identificato a causa della delicatezza dell'argomento (grassetti aggiunti, WP 23 aprile 2006)

La presunzione di questo documento militare, è che un secondo attacco in stile 11 settembre "che manca oggi" creerebbe sia una "giustificazione che una opportunità" per sferrare guerra ad "alcuni obiettivi noti [Iran e Siria]".

L'annuncio del 10 Agosto da parte delle autorità britanniche di uno sventato attacco su larga scala che avrebbe fatto saltare in aria simultaneamente fino a 10 aeroplani, dà l'impressione che sia il mondo Occidentale piuttosto che il Medio Oriente ad essere sotto attacco.

Le realtà sono capovolte. La campagna di disinformazione è a pieno regime. I media britannici e statunitensi, in modo crescente, stanno suggerendo la "guerra preventiva" come un atto di "autodifesa" contro Al Qaeda e gli Stati sponsor del terrorismo, i quali si dice stiano preparando un secondo 11 settembre. L'obbietto sotteso, mediante la paura e l'intimidazione, è in ultima analisi costruire il conenso pubblico per la prossima fase dalla "guerra al terrorismo" in Medio Oriente, diretta contro la Siria e l'Iran.

Versione originale


Versione italiana

Fonte: http://luogocomune.net/
Link: http://luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1354

Traduzione a cura di GOLDSTEIN

Article nr. s6153 sent on 27-aug-2006 06:05 ECT

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MENTRE LA STAMPA DORME, SI PREPARA UN ALTRO DISASTRO IN IRAN
Data: Venerdì, 01 aprile
Argomento: Iran


 

DI SCOTT RITTER

Alla fine dell’anno scorso, dopo la confusione delle elezioni presidenziali, fui contattato da qualcuno vicino alla amministrazione Bush per avere la mia opinione sulla guerra in Irak. Secondo questo contatto, l’amministrazione Bush era molto preoccupata su quello che stava succedendo. Da parte loro si desiderava che in Irak ci fosse una sembianza di stabilità entro giugno 2005.
Quando chiesi il perché di quella data ecco che la mia fonte fece calare l’asso: si trattava della data entro la quale il Pentagono era stato avvertito di prepararsi per lanciare un massiccio attacco aereo contro l’Iran, che si trova ai confini orientali dell’Irak, al fine di distruggere il suo programma nucleare.



Perché proprio giugno 2005? “Gli Israeliani temono che se gli Iraniani riescono a completare il loro programma di arricchimento dell’uranio non ci sarà più la possibilità di bloccarli nella costruzione della bomba atomica. Giugno 2005 è vista come l’ultima possibilità”.

Per essere chiari la mia fonte non ha detto che il Presidente Bush ha approvato i piani per bombardare l’Iran nel giugno 2005, come è stato ampiamente riportato altrove. Il Presidente ha revisionato i piani preparati dal Pentagono in ordine alla capacità militare di un attacco entro giugno 2005, qualora ne fosse stato dato l’ordine.

Però quando il segretario di stato, Condi Rice, a febbraio 2005, ha incontrato gli alleati europei, in risposta a una domanda della stampa a riguarda del presunto attacco previsto per giugno 2005, ha detto: “in questo momento la questione (di un attacco militare) è semplicemente fuori agenda – per affrontare questo problema abbiamo i mezzi diplomatici.”

Lo stesso Presidente ha seguito le orme di Rice dicendo che: “L’idea che gli USA siano pronti a un attacco contro l’Iran è semplicemente ridicola.” Però ha poi prontamente aggiunto: “Detto ciò, tutte le opzioni sono possibili.” In breve, sia il Presidente che il Segretario sono stati onesti, e poco svegli, allo stesso tempo.

A dire la verità in agenda, fino a giugno 2005, non sono previsti attacchi militari.

E’ curioso come nessuno, in America, si sia preoccupato di chiedere direttamente al Presidente o al Segretario di Stato un chiarimento a proposito della data del giugno 2005, oppure, per la stessa materia, a proposito della revisione dei piani di attacco effettuata dal Presidente a ottobre 2004.

I giornalisti americani, a riguardo di una guerra con l’Iran, dormono tranquilli con tutta l’incompetenza e mancanza di integrità già dimostrate in passato, sulla stessa materia, a proposito dell’Irak.

In generale non c’è nulla di strano che il Presidente ordini al Pentagono di preparare un attacco contro l’Iran per giugno 2005. Non è un segreto che l’Iran è sempre stato un obiettivo degli ideologi dell’amministrazione Bush: lo stesso Presidente ha messo il paese nell’elenco dell'“asse del male” nel 2002, e ha anche detto che il mondo sarebbe meglio se l’attuale governo iraniano fosse stato gettato nella spazzatura della storia.

L’amministrazione Bush ha anche espresso la sua preoccupazione riguardo ai programmi nucleari Iraniani, preoccupazione condivisa sia in Israele che nell’Unione Europea, sia pure con sfumature diverse.

Nel settembre del 2004 l’Iran ha respinto la richiesta della International Atomic Energy Agency di interrompere la produzione di combustibile nucleare (che molti ritengono, negli USA e in Israele, sia collegata a un programma di armamento atomico).

L’Iran poi ha collaudato un missile balistico capace di colpire sia Israele che obiettivi militari in Irak e in Medio Oriente.

La risposta iraniana ha fatto scattare una seria riconsiderazione delle proprie politiche sia negli USA che in Israele.

La politica israeliana è stata guidata in parte alle mosse iraniane e in parte dai risultati delle informazioni raccolte a proposito del programma nucleare iraniano, nell’agosto del 2004.

Le conclusioni sono state che l’Iran si trovava a “meno di un anno “dal completamento del suo programma di arricchimento dell’uranio. Se l’Iran avesse potuto raggiungere tale obiettivo, secondo il rapporto, si sarebbe arrivati a un “punto di non ritorno” per un programma di armamenti atomici. La data stabilita per questo “punto di non ritorno” è stata giugno 2005.

Il ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, ha dichiarato che “in nessuna circostanza Israele avrebbe tollerato che l’Iran fosse in possesso di armamenti nucleari.”

Israele ha pronti i piani di attacco contro i principali siti nucleari dell’Iran sin dall’ottobre 2003, compreso l’impianto di Busherer (che dovrebbe entrare in attività nel 2005.)

I piani vengono costantemente aggiornati, e questo non può essere sfuggito all’amministrazione Bush.

La politica israeliana verso l’Iran, quando si è trattato di bloccare i programmi atomici, è sempre stata quella di far andare avanti per primo l’alleato USA.

“Per bloccare l’Iran” – secondo un funzionario israeliano – bisogna lasciare l’iniziativa agli USA, aiutati dall’Unione Europea, portando la questione davanti all’ONU, attraverso i canali diplomatici, usando le sanzioni come strumento di dissuasione, e una serie di ispezioni molto accurate in totale trasparenza.”

Sembra che sia Tel Aviv che Washington non siano molto distanti fra loro per quanto riguarda gli obiettivi della loro politica iraniana, a meno che non esista la possibilità di un tacito “spostamento”: che cosa succede se gli USA non sostengono in pieno gli sforzi diplomatici europei, non hanno interesse al lavoro degli ispettori IAEA, e considerano le sanzioni ONU un mezzo permanente di pressione per ottenere un rovesciamento di regime, invece di uno strumento utilizzato solo per costringere gli iraniani a bloccare e a eliminare il loro programma atomico?

Perché la realtà è che, malgrado recenti calde assicurazioni da parte di Bush e Condi Rice, gli USA non sostengono in pieno gli sforzi diplomatici europei, e considerano i loro sforzi un tentativo “destinato a fallire.”

Secondo un rapporto della IEAE, compilato dopo una estesa serie di ispezioni nei luoghi dichiarati sede degli impianti nucleari nel novembre 2004, non ci sono prove di un programma di armamenti atomici iraniani; la risposta di Bush è stato il tentativo di far dimetter il capo degli ispettori, Mohammed al-Baradei.

L’insistenza USA per le sanzioni dimostra l’intenzione di renderle pesanti, dolorose e di lunga durata.

Abbastanza curiosamente la data scelta dagli USA per chiedere le sanzioni è giugno 2005.

Secondo documenti circolati a Vienna alla fine del mese scorso, gli USA hanno dato tempo agli incontri UE-Iran di raggiungere un'intesa, entro giugno 2005.

La posizione ufficiale USA è la seguente: “Solo la cessazione e lo smantellamento degli impianti di produzione di materiale fissile ci può dare la convinzione che l’Iran abbia abbandonato il suo programma di armamento atomico”.

L’Iran ha considerato queste richieste delle “allucinazioni.”

I media americani dormono quando si tratta della guerra fra USA e Iran. Sanzioni economiche e attacchi militari non sono la stessa cosa. A meno che, naturalmente, gli artefici della politica americana non abbiano alcuna intenzione di concedere qualche possibilità di riuscita alle sanzioni economiche.

Adesso si presenta John Bolton che, come ex sottosegretario dell’amministrazione Bush per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, è il responsabile della pianificazione della politica USA verso l’Iran.


In febbraio Bolton ha dato inizio alla sfida dichiarando che l’Iran aveva “un programma segreto di armamento nucleare” sconosciuto agli ispettori IAEA. “Non c’è alcun dubbio che l’Iran ha un programma segreto di armamento nucleare”, ha dichiarato Bolton senza però fornire alcuna prova che potesse sostenere le sue asserzioni.

Si tratta dello stesso Bolton che in passato aveva accusato Cuba di avere un programma di armi biologiche, una accusa da cui presero le distanze anche i più accesi sostenitori della linea dura americana.

John Bolton è il funzionario di Bush che ha dichiarato che gli sforzi dell’Unione Europea di parlamentare con l’Iran “erano destinati al fallimento”. Si tratta sempre dello stesso funzionario che ha cercato di far dimettere il capo degli ispettori ONU al-Baradei.

E’ la stessa persona che, nella stesura della politica USA verso il Consiglio di Sicurezza per imporre sanzioni economiche contro l’Iran, ha chiesto al Pentagono di essere pronto a lanciare un “robusto” attacco militare contro l’Iran nel caso in cui l’ONU non raggiungesse un accordo sulle sanzioni.

Bolton si rende conto meglio di altri quanto siano poche le possibilità che il regime delle sanzioni, favorito dagli USA, possa essere approvato dal Consiglio di Sicurezza.

L’ostacolo principale rimane la Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, che non solo ha il diritto di veto, ma è anche il principale sostenitore, e fornitore, dell’Iran per quanto riguardo il suo programma di ricerche nucleari.

Israele ha pronto un piano di attacco preventivo contro gli impianti iraniani sin dall’ottobre del 2003.

John Bolton si è costruito una carriera con suoi tentativi riusciti di alienarsi i Russi. Era una delle figure chiave durante i negoziati che hanno condotto alla firma di un trattato di riduzione degli armamenti nel maggio 2002, fra Bush e Putin a Mosca.

Il trattato prevedeva la riduzione degli arsenali nucleari dei due paesi di due terzi entro dieci anni. Ma il trattato, con immenso dispiacere della Russia, sembra sia diventato inefficace grazie a una trappola legale, ispirata da Bolton, che l’amministrazione Bush ha teso all’interno del trattato mediante la sua terminologia.

Bolton sa che la Russia non approverà mai le sanzioni contro l’Iran, e pertanto l’opzione militare affidata al Pentagono appare sempre più fattibile.

La nomina di Bolton come ambasciatore degli USA presso l’ONU è al tempo stesso curiosa e preoccupante. Si tratta dello stesso uomo che, in una conferenza organizzata dalla World Federalist Association nel 1994, ha dichiarato: “Non esiste una cosa chiamata Nazioni Unite.”

In un articolo scritto nel 1999 per la rivista Weekly Standard, Bolton, a proposito della possibilità che gli USA si sottomettano alle volontà del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha scritto che ciò avrebbe significato che “la sua discrezione nell’uso della forza per difendere i propri interessi nazionali in futuro sarebbe stata probabilmente inibita.”

Ma John Bolton non è tipo da lasciare che i trattati internazionali, come la carta dell’ONU firmata e ratificata dagli USA, gli intralcino la strada. “I trattati hanno valore di legge solo per i loro scopi interni, - ha scritto sul Wall Street Journal Op Ed del 17 novembre 1997 – “Quando si tratta di affari internazionali si tratta soltanto di obblighi politici.”

Secondo Bolton l’Iran deve venire isolato mediante le sanzioni ONU, e se non rinuncia al suo programma atomico, deve essere affrontato con la minaccia militare. Come è stato notato in passato, in particolar modo nel caso dell’Irak, la minaccia deve essere reale significativa, sostenuta dalla volontà e dalla determinazione di poterla usare.

L’iniziativa americana all’ONU per ottenere delle sanzioni dimostra che si vogliono sanzioni dure, dolorose e di lunga durata. John Bolton e altri dell’amministrazione affermano che, malgrado non ci siano prove, le intenzioni iraniane siano del tutto ovvie.

In risposta al-Baradai ha messo in evidenza come non esista nessuna prova provata del coinvolgimento dell’Iran in un programma di armamento atomico. “Non siamo Dio che può leggere nei pensieri.” Ha detto.

Ma, basandoci sulla storia, sui precedenti e sulle personalità coinvolte, le intenzioni degli USA riguardo all’Iran, appaiono di una chiarezza cristallina: l’amministrazione Bush vuole bombardare l’Iran.
Se l’attacco avverrà nel giugno del 2005, data per la quale il Pentagono era stato preavvertito, o più tardi, dopo che sono stati fatti tutti gli altri preparativi, è la sola domanda che attende una risposta.

Un’altra domanda è se i giornalisti che fanno parte della corporazione americana continueranno a dormire come al solito per rendere più facile il perpretarsi di un altro disastro in Medio Oriente.

Scott Ritter
è l’ex Capo degli Ispettori dell’ONU in Irak, 1991-1998, è autore di “Iraq confidential: The Untold Story of America’s Intelligence Conspirancy”. E’ stato anche agente CIA.
Fonte: http://www.commondreams.org
30.03.05

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da Vichi
 


http://digilander.libero.it/ilnucleare/bombeproliferazione2.htm

Le armi nucleari: chi le ha, e la proliferazione nell'"asse del male"


Molti stati aderiscono al Trattato di non Proliferazione, che prevede una serie di clausole volte ad evitare che lo sviluppo di armi nucleari si diffonda indiscriminatamente.
Il trattato prevede che tutti gli stati che vi aderiscono e che sono in possesso di tecnologie nucleari per uso civile sottopongano al controllo della Iaea  tutti i loro impianti che potrebbero essere sensibili da questo punto di vista. Si dividono quindi gli stati in tre categorie: gli stati dotati di armi nucleari, quelli con conoscenze nucleari ed impianti tali da poterle sviluppare facilmente, e che sono a loro volta fornitori di tecnologie per il nucleare civile, e quelli che non hanno (o non dovrebbero avere) la capacità di costruirle.

I primi sono ovviamente esenti da controlli, i secondi (tra cui l’Italia, molti paesi europei, il Giappone e la Corea del Sud) sono controllati ed accettano di non cedere tecnologie sensibili ai terzi, tra cui molti paesi che sono oggi a rischio di proliferazione, come l’Iran, l’Iraq o la Corea del Nord.  
Non aderiscono al trattato potenze nucleari come Israele, il Pakistan e l’India.
Gli Usa cercano di evitare il diffondersi di tecnologie sensibili (come quella del ritrattamento del combustibile), e non si fidano completamente del controllo Iaea, che risulta essere uno strumento quantomeno incompleto.

E’ famoso il caso dell’Iraq, che arrivò, nel 1991, ad un soffio dalla costruzione di armi nucleari, nonostante aderisse al trattato di non proliferazione, mentre la Iaea era presieduta proprio dall’Hans Blix che oggi (Febbraio2003) sta cercano prove del non riarmo dell'Iraq di Saddam Hussein, ed ugualmente famoso quello della Corea del Nord, che, dopo aver accumulato materiale nucleare e tecnologie, si è ritirato dal trattato ed ha affermato di essere ad un soffio dalla realizzazione della bomba.

Al momento i paesi che dispongono (certamente) di armi nucleari sono gli Usa, la Russia, la Francia, la Gran Bretagna, l’India, il Pakistan e Israele.
 

Gli Usa e l’Urss ancora oggi dispongono di un impressionante arsenale, rispettivamente di 12000 e 21000 testate rispettivamente, di cui 6700 e 5700 sono utilizzabili in breve tempo.
Entrambi dispongono di Icbm, ovvero di missili a lunghissimo raggio, di missili a medio e a corto raggio e di bombardieri e sottomarini strategici.
La Cina, invece, dispone di circa 500 testate, di Icbm (i Df5) e di missili a lungo raggio. Dispongono anche di sottomarini strategici e di bombardieri di teatro.
Francia e Gran Bretagna dispongono di qualche centinaio di testate, portate da sottomarini strategici (con missili con gittate fino a 7000 Km) o da bombardieri di teatro.

India e Pakistan sono potenze nucleari relativamente recenti, e dispongono di un piccolo arsenale (50 e 20 testate circa) su missili a medio-corto raggio (Agni e Ghauri), tali da poter essere usati in caso di conflitto Indo-Pakistano. L’India ha dimensionato i suoi missili in modo da poter arrivare a Pechino, in caso di conflitto con la Cina.
Il Pakistan sembra abbia costruito le sue armi con uranio arricchito con dispositivi a centrifuga abbastanza avanzati costruiti da progetti rubati, negli anni ’70, dal consorzio  Anglo-tedesco Urenco.

Israele dispone di qualche centinaio di testate, montate su missili (Jericho 1 e 2), con gittate fino a  4000 Km e di alcuni missili lanciati da sottomarini (Popeye Turbo, con gittata di circa 200 Km), anche se sembra che disponga di versioni capaci di gittate fino a 1500 Km.



Gli stati più a rischio di proliferazione nucleare, sono, al momento, Corea del Nord, Iran, e (più in passato che al presente) l’Iraq.
 

La Corea del Nord possiede da tempo centrali nucleari per uno civile, ma ha annunciato da poco tempo il suo ritiro dal trattato di non proliferazione, ha tolto i sigilli della Iaea al suo impianto di ritrattamento, e ha ricominciato a far funzionare un reattore ad uranio naturale e grafite, affermando di aver bisogno di energia elettrica.

Affermazione che suona più che altro come un paravento, visto che la centrale già accesa ha una potenza di 5 Mw (ridicola, per una centrale nucleare: di solito le centrali vanno da 300 a 1000 Mw), e visto che il paese non sta facendo grandi sforzi per completare i reattori da acqua leggera costruiti con l’aiuto statunitense. Le centrali a grafite, ricordiamo, possono produrre un plutonio adatto per fare bombe, mentre i reattori ad acqua leggera producono un plutonio peggiore.
Oltretutto voci di intelligence riportano la presenza di 39 Kg di plutonio come già presenti in Corea, e si pensa  che attualmente i coreani detengano da due a sei testate già assemblate.
La Corea del nord dispone di missili con una gittata di 1500 Km, che possono arrivare in ogni punto del Giappone, (e, ovviamente, della Corea del Sud), e sta sviluppando missili che arrivino fino a 4000 Km.


 

L’Iraq ha cercato per molti anni di costruire un arsenale nucleare.
Nonostante avesse firmato il trattato di non proliferazione, negli anni ’70 aveva costruito Osiraq, un reattore che doveva alimentare decine di unità Emis per l’arricchimento con il metodo della separazione elettromagnetica. e fornire combustibile da ritrattare.

Il reattore (con gli impianti di arricchimento) fu distrutto nel 1981 da una squadriglia di bombardieri israeliani.
Il programma nucleare ripartì poco dopo con la costruzione di altre unità Emis, e con la ricerca nel campo delle centrifughe a gas, ma abortì rumorosamente sotto le bombe alleate della guerra del Golfo nel 1991. Nel 1991, comunque, il programma era talmente avanzato che gli stessi irakeni preventivavano, nel giro di meno di un anno, di avere alcune testate disponibili, nonostante i controlli della Iaea allora presieduta da Hans Blix.
Le ispezione Onu, dopo la guerra del Golfo, non diedero mai risultati certi.
Si sa che in Iraq ci fu una vera caccia delle unità Emis, e si sa che nel 1998 gli ispettori dell’Onu denunciarono di non aver potuto  (su minaccia diretta dei militari irakeni) ispezionare dei camion su cui si stavano caricando dei componenti di Emis.
Si sa che il programma nucleare irakeno è stato fortemente aiutato dalla Francia, che avrebbe fornito non solo sopporto per la costruzione di Osiraq, ma anche 12 chilogrammi di uranio arricchito al 93% . E’ stato anche riportato (prima del ’91) l’acquisto di  13 Kg di uranio arricchito all’80% di provenienza sovietica, ma praticamente nulla di tutto ciò è sopravvissuto alla guerra del Golfo. 
Cosa sia rimasto del potenziale nucleare dell’Iraq è al giorno d’oggi una delle domande più di moda sui mezzi d’informazione di tutto l’occidente, ma quello che si sa di sicuro è che in Iraq c’è il Know How per la costruzione di armi nucleari, e non è chiaro dove siano finite molte unità Emis.
L’Iraq dispone sicuramente di un certo numero di Scud con circa 700 Km di gittata, adatti al trasporto di bombe anche non troppo raffinate.



 

A minore rischio di proliferazione è l’Iran, anche se i dati che si hanno non sono assolutamente chiari. Voci parlano di quattro testate passate nel 1991 dal Kazakistan all’Iran, ma non si hanno conferme. Si sa che l’Iran è un paese con una buona esperienza dal punto di vista dell’utilizzo civile del nucleare, e che, pur avendo sottoscritto il trattato di non proliferazione, sta sviluppando impianti di arricchimento e di ritrattamento che possono avere un doppio uso.

Oltretutto, il regime degli ayatollah si distingue per i suoi proclami ambigui in politica estera, e l’Iran sta importando dall’Europa e dalla Russia tecnologie che, pur essendo applicate al nucleare civile, potrebbero essere utilizzate anche per un programma militare. Oltretutto, sembra che i russi volessero fornire un impianto di arricchimento al laser, ottimo per produrre uranio militare, ma che il programma abortì alla fine del 2000 per le proteste americane.
Sono stati a segnalati degli impianti di produzione di acqua pesante, che potrebbe servire per costruire dei reattori che , come quelli a grafite, danno un buon plutonio militare.
Si teme che entro 5-6 anni  potrebbero essere costruite delle testate funzionanti.
l’Iran dispone di missili con 1500 Km di gittata, e sta sviluppando una versione successiva da 2500 Km (shahab4) capace di arrivare in Germania, e una, successiva, da  5000 Km (shahab 5), che porterebbe tutta l’Europa sotto l’ombrello nucleare iraniano.    



 

La circolazione di armi e di tecnologie  in Asia è un fenomeno molto complesso, in cui giocano un ruolo molto attivo l’Ucraina, il Kazakistan e la stessa Russia, per non parlare dei traffici di tecnologie nucleari e missilistiche tra Corea del Nord, Pakistan, Iran, Iraq, e Siria.
A titolo di esempio basti ricordare che i missili No-Dong, nordcoreani, sono praticamente uguali agli Shahab 3 iraniani e ai Ghauri 2 Pakistani, hanno identica gittata e identico carico trasportato.
I missili a corto raggio nordcoreani,  gli Hwasong 2, altro non sono che degli Scud C modificati, esattamente come tutti i missili irakeni altro non sono né erano altro che Scud sovietici rivisitati e migliorati.

Lo stesso dicasi per gli Shahab 4, evoluzione del vecchio SS4 sovietico, con qualche componente cinese.

L’Ucraina e il Kazakistan, dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, si trovarono ad avere oltre il 40 % della popolazione impiegata nell’industria militare, e ospitavano sul loro territorio importanti basi missilistiche e militari. Inutile dire che cercarono (e cercano ) di trarre vantaggio dalla situazione vendendo, senza troppi scrupoli, armi e tecnologie ai vicini. Ovviamente le armi nucleari furono riprese in mano dalla Russia, ma tutte le industrie missilistiche restarono dov’erano, con il  loro personale.

Si sospetta che il Pakistan, molto avanzato in campo nucleare, abbia ceduto alla Corea del nord tecnologie nucleari (in particolare per il  ritrattamento del combustibile nucleare) in cambio di tecnologie missilistiche.
       


Fonti: Iaea, Fas, Globalsecurity
 


http://www.zmag.org/Italy/harris_hatang-sanuclearweapons.htm

20 Marzo 2003
Znet Africa Watch

Sud Africa, armi nucleari e segretezza
 

Verne Harris e Sello Hatang


   

Nel recente dibattito internazionale sull'Iraq e sulla distruzione delle armi di distruzione di massa, il Sud Africa è stato frequentemente citato come un caso esemplare del disarmo nucleare. I media locali sono stati pronti a seguire l'argomento, e non ci sono state fatte mancare interviste con FW De Klerk, Pik Botha ed altri circa il programma segreto del regime dell'apartheid per la produzione dell'arsenale nucleare e il suo smantellamento nei primi anni Novanta.
  Il Sud Africa è uno dei pochissimi stati ad aver acquisito un arsenale di armi nucleari, ed è l'unico che abbia proceduto alla sua distruzione. Nel 1993 l'allora presidente De Klerk annunciò che il suo governo aveva smantellato il programma nucleare (che includeva sei bombe del tipo utilizzate ad Hiroshima) per soddisfare le richieste dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA). In seguito la locale Atomic Energy Corporation pubblicò un rapporto sul programma, e nel corso dei due anni successivi venne pubblicata una serie di articoli basati su interviste che rivelavano ulteriori dettagli sul programma.

Come è stato nuovamente dimostrato attraverso i dibattiti sull'Iraq, il Sud Africa ha maturato un considerevole capitale morale come risultato di questo processo. Nel decennio successivo, il Sud Africa ha conseguito una posizione di forte leadership nell'ambito della diplomazia internazionale della non-proliferazione. Adesso Saddam Hussein viene incoraggiato a seguire l'esempio sudafricano.

Ma quanto sono state realmente esaustive le rivelazioni del Sud Africa? La realtà è che ben poca informazione sul programma di armamento nucleare risulta essere di dominio pubblico. Né il governo segregazionista né quello salito al potere dopo il 1994 avviarono una sistematica divulgazione delle notizie. Le rivelazioni all'AIEA non sono mai state pubblicate. A differenza che nel caso del programma di armamento chimico e biologico dell'era dell'apartheid, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission - TRC) scelse di non inserire il programma nucleare tra gli argomenti di investigazione. E gli ufficiali che lavorarono al programma ritengono di essere ancora tenuti all'impegno alla segretezza.

Accademici, giornalisti e attivisti per la libertà di informazione che hanno tentato di fare luce sono stati bloccati da una istanza ufficiale costituita da tre asserzioni - primo, tutte le questioni chiave hanno già ricevuto risposta; secondo, ulteriori rivelazioni minerebbero l'impegno del Sud Africa alla non-proliferazione; e terzo, molta se non tutta la documentazione statale di rilevanza è stata in ogni caso distrutta. Nessuna di queste asserzioni si concede ad una analisi accurata.

Una miriade di domande basilari rimane senza risposta. Ne citiamo dieci a titolo di esempio. Il programma segreto "peaceful nuclear explosive" dei primi anni Settanta era sempre inteso a fornire un'opzione armata? Quando precisamente il governo segregazionista decise di acquisire armi nucleari? Il programma era teso ad ottenere una capacità militare, o era solamente un tentativo di fornirsi di una leva diplomatica? Le risorse straniere vennero ottenute con la collusione di governi stranieri o alle loro spalle? Armscor (industria bellica di Stato - ndt) stava preparando una nuova generazione di testate missilistiche nel momento in cui il programma giunse a termine? Quale era il proposito della riapertura del sito per i test nucleari di Vastrap (base militare sudafricana nel Deserto del Kalahari - ndt) nel 1986? In che modo era garantita la sicurezza? Quali danni ambientali si sono verificati? In quale misura la pressione esterna, e l'offerta di incentivi, giocarono un ruolo nella decisione di smantellamento? Fu in questo senso un fattore significativo la preoccupazione per un governo democratico (quindi nero) in possesso di un arsenale nucleare?

L'argomento della non-proliferazione necessita evidentemente di essere trattato seriamente. Come ebbe modo di segnalare David Albright, esperto internazionale di armi nucleari, "non tutte le informazioni dovrebbero essere rilasciate… il Sud Africa detiene informazioni che attirano i terroristi". Comunque, la preoccupazione per la proliferazione non è una ragione sufficiente per bloccare tutte le rivelazioni. Possono essere tracciate chiare distinzioni tra informazioni tecniche concernenti le armi e i materiali, che comportano un rischio di proliferazione, e informazioni che non promuoverebbero la proliferazione - per esempio, rispondendo alle domande riportate più sopra. Infatti, una sistematica declassificazione dell'informazione, come hanno scoperto gli Stati Uniti, può identificare informazioni tecniche sensibili ma non sufficientemente protette. Ovviamente, grande cautela va riservata nello svelare le identità degli scienziati che collaborarono al progetto degli armamenti e la fonte delle tecnologie nucleari - informazioni potenzialmente utilizzabili dai "proliferatori".

E per quel che riguarda la distruzione di documenti? Si tratta di un tema ricorrente nell'antica storia dell'apartheid. Come il TRC ha ampiamente documentato, nel periodo 1990-1994 si è verificata una massiccia e sistematica distruzione di documenti statali sensibili. Non ci sono dubbi che in questo processo finì anche la documentazione sulle armi nucleari. Comunque, è evidente come non tutta la documentazione rilevante sulla storia degli armamenti nucleari sudafricani è stata distrutta. Ricercatori risoluti hanno scovato tracce in luoghi improbabili e evidenze in luoghi più prevedibili. E il senso comune ci suggerisce che le esigenze organizzative legate allo smantellamento dovrebbero aver garantito la conservazione di certa documentazione. In ogni caso, i Sudafricani meriterebbero perlomeno dal loro governo una ricostruzione circostanziata del processo di smantellamento e un parimenti esaustivo esame della documentazione superstite.

Per preservare la sua reputazione di caso esemplare del disarmo nucleare, il Sud Africa deve giungere ad una divulgazione i più chiara possibile della storia del suo programma di armamento nucleare. Molte delle lezioni provenienti dalla sua esperienza e valide per altri paesi, incluso l'Iraq, non risultano condivisibili a causa della segretezza ufficiale. I suoi cittadini rimangono all'oscuro riguardo ad una dimensione altamente significativa della storia nazionale. Un programma di sistematica declassificazione delle informazioni, che comprendesse il rilascio dall'impegno alla segretezza da parte degli scienziati e altri funzionari dell'allora regime segregazionista, nel rispetto delle obbligazioni della non-proliferazione, rappresenterebbero un'adeguata espressione dell'impegno costituzionale del paese alla libertà d'informazione.

 


http://www.zmag.org/Italy/hallinan-sowingwind.htm

27 Gennaio 2003
San Francisco Examiner

Chi semina vento...
 

Conn Hallinan

 

Quando l'anno scorso l'Amministrazione Bush ha minacciato con armi nucleari la Corea del Nord, ha fatto ben piu' che provocare l'attuale situazione di stallo in quell'area dell'Asia: ha aperto un vero e proprio vaso di Pandora della proliferazione.

L'origine della presente crisi risale alla pubblicazione nel 2001 della Nuclear Policy Review (Documento di Revisione della Politica Nucleare), nella quale il Governo USA ha proposto l'utilizzo di armi nucleari contro stati sprovvisti di armamenti dello stesso tipo come la Libia, la Siria e la Corea del Nord. Mentre la Corea del Nord e' stata aspramente criticata per essersi ritirata dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, sono stati invece gli Stati Uniti a violarlo avendo espresso minacce di attacco.

Secondo l'Accordo firmato nel 1968 da 188 stati,infatti, le potenze nucleari hanno sottoscritto l'impegno a non minacciare mai nazioni non nucleari a meno che esse non siano alleate ad altre potenze nucleari. Questo impegno costituiva il cuore del Trattato: i firmatari accettavano di non sviluppare arsenali nucleari in base all'intesa che non sarebbero mai stati minacciati con le stesse armi da parte delle superpotenze.

Non ostante gli atteggiamenti rigidi e isolazionisti del regime nordcoreano (chiunque descriva i propri nemici come "bestie di aspetto umano infuse di misantropia fino al midollo" e' un tantino deviato) e' stato George Bush, non Kim Jong II, a farsi beffe della comunita' internazionale. Washington, e non Pyongyang, ha smantellato il Trattato sul Controllo dei Missili Balistici e gli Accordi sulla Limitazione delle Armi Strategiche, e ora si prepara a violare il Trattato sul Bando dei Test Atomici con il collaudo delle nuove testate penetranti antibunker. Come e' potuto accadere?

E' accaduto perche' gli smidollati Democratici se ne sono rimasti in silenzio mentre l'Amministrazione Bush ha allegramente demolito un accordo internazionale dietro l'altro. Ed e' accaduto perche' il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e' in un tale stato di soggezione da non sentirsela di accusare gli Stati Uniti di violare il Trattato di Non Proliferazione con il loro Documento di Revisione Nucleare.

Dove ci portera' tutto questo? Magari ad una corsa agli armamenti nucleari in Asia? La Corea del Nord non costituisce l'unico problema di proliferazione nella penisola coreana. Nel marzo 1994, il Capo dell'Agenzia per la Sicurezza Nazionale della Corea del Sud, Suh Su Joong, ha rivelato che il precedente Presidente Roh Tae Woo aveva approvato un programma segreto di armamento nucleare. La Corea del Sud inoltre ha collaudato una piattaforma missilistica mobile e possiede piu' di 24 tonnellate di plutonio.

Ci sono almeno altre due nazioni asiatiche che potrebbero produrre armi nucleari in pochi mesi se solo lo volessero: Giappone e Taiwan. Secondo la CIA, il 22 Settembre 1979 Taiwan, Israele e l'allora regime apartheid del Sudafrica hanno collaudato un ordigno nucleare sull'Atlantico meridionale. Si puo' ben supporre che i taiwanesi non abbiano cestinato i piani di quel test e quindi possano riprodurlo in qualsiasi momento.

A maggio dell'anno scorso, in piu', il Segretario Capo del Consiglio giapponese Yasuo Fukuda ha rivelato che il suo paese stava considerando l'abbandono della sua lunga opposizione alle armi nucleari. Di fronte alle allarmate reazioni coreane e cinesi il governo ha subito fatto marcia indietro, ma gli esperti concordano sul fatto che il Giappone non avrebbe alcun problema a costruire armi atomiche.

E che dire di armi atomiche in Sudamerica? All'inizio di questo mese il Ministro brasiliano della Ricerca Scientifica, Roberto Amaral, ha dichiarato che il Brasile non puo' permettersi di rinunciare ad alcun genere di conoscenza scientifica, "che riguardi la genetica, il DNA o la fissione nucleare."

La Costituzione brasiliana, che risale al 1988, proibisce un armamento nucleare, ed il governo di sinistra del presidente Luis Ignacio da Silva si e' velocemente distanziato dalle parole di Amaral. Tuttavia, i brasiliani si rendono ben conto dello squilibrio globale causato dal Trattato di Non Proliferazione. A settembre, lo stesso da Silva ha detto: "Se uno mi chiede di disarmarmi e tenere solo fionde, e poi mi viene contro con i cannoni, che cosa dovrei fare?"

Sia l'Argentina che il Brasile possiedono programmi nucleari fin dagli anni '50, e durante i rispettivi periodi di dittatura militare hanno sviluppato ricerche su armamenti nucleari. Entrambe hanno pure firmato il Trattato di Non Proliferazione, ma il Brasile ha le sue buone ragioni per essere nervoso, considerate le posizioni dell'amministrazione Bush nei confronti dei governi di sinistra in America Latina.

L'influente repubblicano Henry Hyde, a capo del Comitato Governativo per le Relazioni Internazionali, ha denominato Brasile, Cuba e Venezuela un "asse del male" latino e ha dato a da Silva del "radicale filocastrista". Constantine Menges, Direttore della Sicurezza per l'America Latina sotto il Presidente Reagan e gia' membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale afferma che questo "nuovo asse" ha legami con l'Iraq e l'Iran.

Dichiarazioni di questo genere riuscirebbero ad innervosire un po' tutti di questi tempi, soprattutto estremisti della destra come John Bolton, Otto Reich e Elliot Abrams, i quali si occupano delle politiche dell'Amministrazione Bush per l'America Latina. Se il Brasile decidesse di prendere sul serio queste provocazioni sull'"asse latino", potrebbe decidere di andare per l'atomica. E se il Brasile costruisce la bomba, lo fara' pure l'Argentina.

Chi semina vento raccoglie tempesta, secondo l'antico proverbio. L'Amministrazione Bush ha seminato minacce atomiche dall'inizio dell'anno scorso, e ora stiamo raccogliendo i risultati di quella politica.


http://italy.peacelink.org/disarmo/articles/art_16001.html

Torna la minaccia nucleare

 

Che il pericolo nucleare costituito dall'Iran sia una montatura, come ieri lo furono le armi di distruzione di massa dell'Iraq, è stato ampiamente chiarito (il che non toglie che eventuali, recondite, ambizioni di Teheran a dotarsi in futuro di armi nucleari andrebbero comunque interdette). Meno chiaro è che dietro questo pretesto è in corso un'allarmante ripresa della proliferazione nucleare a livello mondiale, che viene invece dissennatamente favorita da Washington, per puri, e miopi, calcoli di potere: vi sono infatti rischi nucleari ben più concreti di quelli presunti dell'Iran, o della Corea del Nord. Del resto, nel passato sono stati diffusissimi i progetti, ovviamente segreti, di sviluppare armi nucleari: dal Sudafrica (ma Mandela li smantellò) a Brasile e Argentina, dalla Svizzera alla Svezia, nonché all'Italia.

Angelo Baracca (Professore di Fisica presso l'Università di Firenze. Ha pubblicato diversi libri e svolto ricerche in varie aree della Fisica e in Storia e critica della Scienza. Da tempo si occupa di problemi inerenti agli armamenti nucleari e alle relazioni internazionali)

Fonte: Peacereporter del 13 aprile 2006


18 aprile 2006

Storia del Tnp.
 

La storia della proliferazione nucleare è effettivamente lunga, complessa e tortuosa. Dopo che le potenze nucleari avevano sviluppato questi armamenti (Usa nel 1945, Urss nel 1949, Gran Bretagna nel 1952, Francia e Israele nel 1960, Cina nel 1964), venne firmato nel 1968 il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Tnp, entrato in vigore nel 1970: Francia e Cina hanno aderito solo nel 1992, Israele non ha mai aderito). Questo trattato fu un compromesso: gli Stati che non avevano armi nucleari si impegnavano a non produrne, in cambio dell'impegno degli Stati nucleari ad effettuare il disarmo. Impegno palesemente non mantenuto. Il regime di non proliferazione così stabilito, e controllato dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Iaea), rimase gravemente asimmetrico, e comunque non impedì che gli arsenali nucleari aumentassero nei decenni della Guerra Fredda (fino a un massimo di 65mila testate nel 1986), anche se l'"equilibrio del terrore", basato sulla strategia della "distruzione mutua assicurata", contribuì forse ad evitare l'olocausto nucleare. Il crollo dell'Urss alimentò grandi speranze che le armi nucleari venissero riconosciute obsolete e fossero gradualmente eliminate. In effetti, si avviò un processo di eliminazione e di distruzione di testate. Questo processo però si arrestò: il numero di testate esistenti a livello mondiale nel 2004 era valutato in quasi 13mila e 500 operative (di cui circa 4mila non strategiche), su un totale di ben 27mila e 600 intatte, alle quali erano però da aggiungere altre migliaia di nuclei (pits) di plutonio immagazzinati come riserva strategica. Si prevede che quando le ulteriori riduzioni degli USA e della Russia saranno completate, nel 2012, rimarranno ancora 14mila testate intatte degli 8 Stati nucleari attuali.

Ritorno alla proliferazione.

Nel frattempo si è verificata una vera inversione di tendenza. Le potenze nucleari anno deciso che non si libereranno mai, per il futuro prevedibile, degli armamenti nucleari (si conoscono programmi ufficiali fino al 2040). I test dell'India e del Pakistan del 1998 sancivano l'ingresso di questi due paesi, non aderenti al Tnp, nel club nucleare, evidentemente dopo anni di ricerche segrete (ma con gravi complicità internazionali) in questo campo. Le dottrine relative alle armi nucleari hanno subito, in primo luogo negli Usa, un'evoluzione a dir poco allarmante, che ne prevede l'uso anche contro Stati a cui si attribuisca l'intenzione di usare armi di distruzione di massa (anche chimiche e biologiche), ed anche a scopo preventivo (va sottolineato che questa dottrina viola il Tnp, che implica l'assicurazione degli stati aderenti a non venire attaccati in nessun caso con armi nucleari). Insomma, gli armamenti nucleari costituiscono per i militari, e le potenze che li possiedono, ordigni di carattere troppo risolutivo per rinunciarvi, ed anche per rinunciare ad usarli. È in corso anzi la ricerca per realizzare armi nucleari di tipo completamente nuovo, di potenza più piccola e con minore radiazione residua, con l'intenzione di cancellare la fondamentale distinzione tra armi nucleari e convenzionali. Ma negli ultimi anni le cose si stanno mettendo molto peggio. L'Iran non è che il pretesto per tenere sotto tiro una regione strategica, e maschera il tentativo sempre più chiaro di mettere in soffitta l'intero regime di non proliferazione e di avviare una nuova fase della proliferazione nucleare, a uso e consumo della Casa Bianca. Si sta delineando una strategia sempre più chiara. La "partnership nucleare" lanciata dagli Stati Uniti con l'India (in chiara funzione anticinese - con il riconoscimento di uno Stato nucleare fuori dal Tnp), è una mostruosità che tende a vanificare il trattato, facendone un pezzo da museo.

Nuove potenze all'orizzonte.
 

A chi tocca ora? Periodicamente compaiono rivelazioni sull'appoggio del Pakistan ad un programma nucleare militare dell'Arabia Saudita, a cui seguono le rituali quanto scontate smentite. Ma il rischio più concreto è costituito oggi dal Giappone. È opportuno ricordare che, quando si trattò di aderire al Tnp, vi fu un dibattito negli ambienti governativi, tanto in Germania quanto in Giappone, per assicurarsi che l'adesione non avrebbe sbarrato in modo definitivo la strada a dotarsi di armi nucleari. I due paesi sono tra quelli che hanno accumulato i più ingenti quantitativi di plutonio dal riprocessamento del combustibile esaurito dei loro reattori nucleari (rispettivamente 24 e 40-45 tonnellate: per fare una bomba ne occorrono pochi chili, a seconda della sofisticazione).
Va ricordato che il plutonio costituisce l'esplosivo nucleare ideale, e che, anche se il plutonio generato nei reattori civili (reactor-grade) non ha le caratteristiche del plutonio militare (weapon-grade), può essere utilizzato per le bombe. Gli Usa e la Gran Bretagna hanno ufficialmente esploso testate con plutonio riprocessato. Il Giappone e la Germania sono dunque due paesi (ma non i soli) che possiedono i materiali e le capacità tecnico scientifiche per produrre armi nucleari sofisticate in tempi brevissimi (proliferazione latente, o stand-by). In Giappone è in corso una vera escalation: prende sempre più forza la volontà di rivedere la costituzione post-bellica in senso militarista, e parallelamente di realizzare armi nucleari. Questa escalation ha avuto un'impennata recentemente con l'apertura del nuovo impianto di riprocessamento di Rokkasho-Mura, un impianto da 21 miliardi di dollari, che separerà 8 tonnellate di plutonio all'anno.

Armarsi sottobanco.
 

Deve essere chiaro che il riprocessamento del combustibile nucleare esaurito ha l'unico scopo di separare il plutonio, poiché moltiplica invece il volume dei prodotti e delle scorie radioattivi da custodire. Tra pochi anni il Giappone diventerà il paese che possiede il maggiore quantitativo di plutonio al mondo. Per farne cosa? I sospetti sono più che legittimi. Si tenga presente che Washington non si è mai espressa contro eventuali progetti militari giapponesi, che può vedere di buon occhio in funzione anti-cinese. Vi è poi una circostanza molto grave, ma poco nota, da sottolineare. La Iaea è responsabile di controllare che i progetti nucleari non abbiano diversioni militari. Ma,a parte i limiti di budget dell'agenzia, le tecniche di controllo oggi disponibili per il plutonio sono soggette a incertezze ed errori intrinseci di qualche percento: in un impianto commerciale che riprocessa tonnellate di plutonio all'anno, è assolutamente impossibile rivelare la scomparsa, o il mancato rendiconto, di decine di chili di plutonio, quando ne bastano pochi chili per realizzare una bomba. Nell'impianto di riprocessamento britannico di Sellafield, nel 2004, si verificò una fuga della soluzione acida del combustibile irraggiato, che venne rivelata solo dopo 8 mesi, quando erano già usciti 83 mila litri di soluzione contenenti 160 kg di plutonio! Le ambiguità del Giappone sulla sua rincorsa al plutonio possono quindi legittimare i peggiori dubbi sulle sue reali intenzioni.

Fine del Tnp?
 

La produzione di plutonio nel mondo deve assolutamente essere arrestata: si pensi che ad oggi sono state prodotte ben 1.250 tonnellate di plutonio "civile", di cui 250 sono state separate per riprocessamento (250 tonnellate di plutonio "militare"). Purtroppo gli Usa si oppongono da anni a stipulare un trattato per la limitazione della produzione di materiale fissile. Se la Corea del Nord avesse realizzato, come sostiene, alcune testate, potrebbe decidere di eseguire un test, qualora le altre strade possibili si chiudessero. Se questo avvenisse, non solo il Giappone, ma la Corea del Sud e Taiwan deciderebbero immediatamente di realizzare armamenti nucleari. D'altra parte, il messaggio è chiaro: chi ha la bomba, mettendo la comunità internazionale davanti al fatto compiuto, sarà rispettato! Così è per l'India e il Pakistan. La Corea del Nord non è attualmente minacciata di un attacco, mentre lo è l'Iran, accusato solo di volere la bomba in futuro. Se questo processo proseguirà, vi è il rischio concreto che molti paesi trovino penalizzante la loro adesione al Tnp e considerino l'opportunità di abbandonarlo (cosa che il trattato consente). I rischi di una ripresa della proliferazione nucleare su scala mondiale, quindi, sono oggi molto concreti. Se qualcuno pensa che questo quadro sia troppo allarmistico, tenga presente che le armi nucleari si differenziano da tutte le altre perchè vanno fermate prima di essere usate e perché il loro uso apre la strada a scenari apocalittici che non hanno uguali. Vi è una sola strada possibile: riprendere il processo di disarmo nucleare totale, incominciando con l'informazione e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica, sostenendo il gruppo di paesi impegnati in questo senso, rafforzando il Tnp ed il sistema di verifiche, riprendendo le decisioni dell'Assemblea Generale dell'Onu, estendendo le Zone Denuclearizzate e arrestando la produzione di materiali fissili.

 


 

 

http://www.intermarx.com/ossinter/recLorentz.html

Dominique Lorentz,

Affaires Atomiques

Les Arènes, Parigi, 2001

 

Questo è decisamente un libro da leggere! L'autrice riscrive letteralmente (ma non certo nella filosofia di Baldassarre!) la storia dell'ultimo mezzo secolo alla luce degli "affari nucleari", pilotati dagli Stati Uniti, tra manovre losche e tortuose, triangolazioni, alleanze segrete e ricatti di ogni tipo, tra i quali l'esplosione del terrorismo islamico.
Tutta la storiografia esistente, compresa la più autorevole, ha interpretato la storia della Guerra Fredda alla luce del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (TNP): Dominique Lorentz rovescia completamente questa interpretazione e propone una lettura assai più convincente delle vicende internazionali, la quale approda ad un quadro della situazione presente enormemente più limpida (se "limpidi" si possono chiamare i giochi sporchi tramati in tutti questi decenni dalla Casa Bianca in combutta con i loro mandatari, in primis Israele e la Francia, ma in secondo luogo Germania Federale, Argentina, Canada, Sud Africa, Cina, Brasile, Pakistan, ed altri). L'asse conduttore delle relazioni mondiali del secondo dopoguerra diventa così la proliferazione nucleare, e il TNP la copertura per questi disegni, uno "specchietto per le allodole, coperto ed avallato dai benevoli e complici controlli dell'Agenzia per l'Energia Atomica" (pp. 37-8). Del resto, le tecnologie nucleari sono per loro natura intrinsecamente "duali", cioè adatte per fini sia civili che militari, ed è impossibile tracciare una distinzione netta tra queste due valenze: i paesi che si sono materialmente dotati di armi nucleari lo hanno sempre fatto dietro la copertura di un programma nucleare "civile". E questo ha dotato del know how necessario per fabbricare la bomba anche quei paesi che non l'hanno realmente costruita (come potrebbero essere la Germania e il Giappone), ma potrebbero chiaramente farlo immediatamente (qualora, come appare più probabile, non l'abbiano già testata nelle collaborazioni fornite a paesi nucleari): come avrebbero, altrimenti, paesi come la Germania Federale o l'Argentina potuto fornire ad altri paesi impianti di arricchimento o di ritrattamento, con inequivocabile valenza militare?
Gli "affari nucleari" sono stati condotti dietro le quinte, eludendo le leggi e i controlli ufficiali, all'insaputa o contro la volontà dei Parlamenti: gli stessi deputati e senatori americani sono stati sistematicamente ingannati dalla Casa Bianca, o tenuti all'oscuro, sulla natura dei commerci nucleari e sugli impegni ufficiali dei partner di sviluppare solo programmi "civili (alcuni esempi pp. 48, 77, 304-19, 340-6, 351-3, 480, 486, 512); e quando non è stato possibile aggirare le leggi americane, si è ricorsi all'intervento di altri paesi, i quali hanno commercializzato impianti su licenza americana. Questi affari si svolgevano spesso in contrasto con le relazioni ufficiali, o apparenti: un esempio eclatante è costituito dalla Cina, il cui accesso agli armamenti nucleari è stato voluto dalla Casa Bianca appoggiandosi alla Francia, e che poi è stata utilizzata a sua volta per proseguire le forniture nucleari all,Iran, oltre che al Pakistan, ma sorprendentemente anche al nemico regionale indiano (pp. 354, 510); l'Iraq è un altro esempio significativo, se si pensa che appena dieci mesi prima della guerra del Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra 41 detonatori nucleari di fabbricazione americana destinati a Baghdad (p. 332).
L'aspetto più sorprendente del libro è che l'autrice non è giunta a questa ricostruzione attraverso l'esame di chissà quali documenti segreti, o desecretati recentemente. Le sue fonti sono sempre state alla portata di chiunque volesse leggere veramente i fatti (e in questo senso tutti dovremmo in un certo senso fare autocritica): gli articoli ed i commenti apparsi regolarmente su Le Monde; le memorie pubblicate dai personaggi che hanno deciso le sorti del mondo intessendo e reggendo questi intrighi, Truman, Eisenhower, Kissinger, de Gaulle, il suo ministro Alain Peyrefitte, Shimon Peres, Giscard d,Estaing, lo Scià di Persia Reza Pahlevi; saggi e storie "ufficiali" del nucleare scritte da autorevoli personaggi che ne hanno retto le sorti (tra i quali Goldshmidt, direttore delle relazioni internazionali del Commissariat à l'Énergie Atomique francese; Le Guelte, aggiunto alla stessa direzione; Girard, vicepresidente di Framatome e di Techniatome; un'opera collettiva diretta da Paul-Marie de la Gorce), le memorie pubblicate da dirigenti di Servizi Segreti, saggi sulle relazioni internazionali e il terrorismo. Dominique Lorentz ha semplicemente (si fa per dire) fatto una lettura attenta, critica e soprattutto incrociata, registrando resoconti e dichiarazioni espliciti e inequivocabili curiosamente passati sotto silenzio dagli storici, svelando le contraddizioni, le mistificazioni dei fatti consegnate alla storia da alcuni protagonisti per coprire gli scacchi o le manovre losche. Il solo appunto che farei all'autrice è di avere fatto le numerosissime citazioni e gli abbondantissimi rimandi alle opere ed agli articoli senza citare la pagina.
Questa ricostruzione della storia recente in termini di proliferazione nucleare è un saggio voluminoso, ma costituisce una lettura lineare ed avvincente, oltre che convincente: non è forse del tutto immune da alcune ingenuità o semplificazioni eccessive, rimangono ancora molti nessi da chiarire, ma la logica complessiva e la documentazione su cui si basa sembrano difficilmente attaccabili. Si spiegano anzi in modo molto più logico molti momenti cruciali delle vicende di questi decenni. Sembra incredibile, ad esempio, che di solito non si sia osservato che molti dei paesi che hanno voluto far credere di volere sviluppare un programma nucleare per fini civili siano tra i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas naturale, o comunque ben lontani dall'avere qualsivoglia preoccupazione di tipo energetico! Del resto, quasi tutti gli accordi e i trattati di cooperazione nucleare siglati dagli Stati Uniti, o dai loro mandatari, non contemplavano solo la fornitura di reattori nucleari, ma anche di impianti di ritrattamento del combustibile esaurito (dal quale notoriamente si estrae il plutonio, che costituisce l'esplosivo nucleare per eccellenza) e/o di impianti di arricchimento dell'uranio: impianti la cui vocazione militare è evidente! Del resto, non occorre un'eccessiva perspicacia, dato che lo stesso CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty) e l'ONU riconoscono ufficialmente che ben 44 paesi "dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico" (Le Monde, 15/10/99; si veda la mappa alle pp. 24-25 del libro). Almeno i 35 paesi con l'asterisco hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente, da Washington: Algeria*, Argentina*, Australia*, Austria*, Bangladesh*, Belgio*, Brasile*, Bulgaria, Canada*, Cile*, Cina*, Colombia*, Corea del Nord, Corea del Sud*, Egitto*, Finlandia*, Francia*, Gran Bretagna*, Germania*, Giappone*, India*, Indonesia*, Iran*, Israele*, Italia*, Messico*, Norvegia*, Olanda*, Pakistan*, Peru*, Polonia, Repubblica del Congo*, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna*, Stati Uniti*, Sud Africa*, Svezia*, Svizzera*, Turchia*, Ucraina, Ungheria, Vietnam.
Nel 1976 l'autorevole Le Monde rilevava che "se il TNP (proibiva) il possesso di armi nucleari, non impediva di percorrere tranquillamente tutto il cammino che conduce ad esse, e questo fino agli ultimi cinque minuti" (12/08/76); e denunciava l'evidenza che "la proliferazione delle centrali nucleari, degli impianti di arricchimento dell'uranio e delle installazioni di ritrattamento del combustibile provocherà, senza alcun dubbio, la proliferazione delle armi nucleari" (8.9.10/06/75). Del resto le autorità indiane hanno candidamente dichiarato allo stesso Le Monde che il TNP "costituisce più un trattato di proliferazione nucleare che di non-proliferazione" (16/05/98).
Questa storia comincia subito al finire del secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti decidono, per i propri disegni geopolitici, che una serie di stati devono essere dotati di armamenti nucleari, ma non possono farlo alla luce del sole. Questa politica è risultata decisiva nello sviluppo degli avvenimenti e delle relazioni mondiali, e chiarisce molti punti oscuri nelle ricostruzioni storiche ufficiali. Non sempre l'intenzione di Washington è giunta a buon fine; a volte è cambiata a causa degli sviluppi delle relazioni con i paesi designati. Spesso, come dicevamo, ha condotto i paesi all'acquisizione del know how per la fabbricazione delle armi nucleari, o alla loro sperimentazione nell'ambito delle collaborazioni nucleari con altri paesi, anche se esse non sono state materialmente realizzate (ad esempio, la Germania Federale e il Giappone hanno la proibizione di dotarsi di questi armamenti, anche se possono farlo in brevissimo tempo: è ben nota la polemica sul Giappone, che ritratta il combustibile esaurito delle sue centrali in Gran Bretagna e dispone di ingenti quantitativi di plutonio, il cui trasporto viene puntualmente contestato da Amnesty International; la Germania ritratta il proprio combustibile in Francia, e se anche non dispone di testate nucleari, questo non le ha impedito di collaborare alla loro realizzazione e sperimentazione in altri paesi).
Tra i fisici che avevano lavorato al "Progetto Manhattan" vi era un'altissima percentuale di ebrei, in maggioranza fuggiti dai paesi nazisti e fascisti: il neonato stato di Israele disponeva dunque di tutte le conoscenze necessarie a realizzare armi nucleari, ma non delle necessarie strutture industriali. La Gran Bretagna, che aveva partecipato al programma nucleare americano durante la guerra, era autorizzata ad avere la bomba, ma non poteva svolgere nessun commercio nucleare con stati terzi. La prima operazione pilotata dagli Stati Uniti consistette allora in una collaborazione sinergica, quanto segreta, in cui, con un accordo di cooperazione del 1952, i fisici israeliani realizzarono l'armamento nucleare francese (la force de frappe non fu affatto un'invenzione di de Gaulle, Washington fornì l'esplosivo nucleare) e la Francia, con l'accordo di reciprocità del 1956, dotò poi Israele delle capacità necessarie a realizzarlo a sua volta, usufruendo direttamente dei test nucleari francesi nel Sahara del 1960 (i parametri della bomba furono calcolati dai fisici israeliani con un computer americano, p. 167). Risulta davvero sorprendente che fino a non molti anni fa si sia parlato dell'arsenale israeliano come ipotetico, quando la sua realizzazione era ben nota sul finire degli anni 60. L'autorevole e insospettabile Le Guelte, che abbiamo citato, scrive a p. 40 della sua memoria del 1997 "La Francia ... (diede) nel più grande segreto il suo aiuto a Israele ... per la realizzazione a Dimona di un grande reattore di ricerca ... e di un impianto di ritrattamento" (p. 153). De Gaulle ha sempre fatto credere di avere interrotto ogni collaborazione nucleare con Israele quando giunse al governo, ma l'autrice smaschera acutamente questa fandonia (egli non poteva farlo per la semplicissima ragione che il programma nucleare francese dipendeva da Israele). Alain Peyrefitte riporta un'esclamazione del Generale "Israele ha la sua bomba; anche se non l'ha testata, la possiede; e siamo noi che gliela abbiamo fornita!", datandola al 1963, mentre l'autrice appura che deve essere stata successiva (p. 150: l'impianto israeliano cominciò a produrre plutonio nel 1965). Le ricognizioni sovietiche rivelarono immediatamente gli enormi lavori a Dimona; il 18 luglio 1960 ne parlò esplicitamente il New York Times (p. 175). Del resto, nel 1981 il Ministro degli Esteri iracheno, dopo il raid israeliano sulla centrale che i francesi costruivano a Tamouz, dichiarò davanti all'Assemblea dell,ONU: "Nel 1953 (Israele) concluse un accordo di cooperazione nucleare con la Francia ... Nel 1956 si decise di costruire un reattore ultra-segreto a Dimona ... Nel 1964 il reattore entrò in funzione con ... una produzione che poteva raggiungere tra 5 e 7 kg di plutonio all'anno ... Si deve notare che il reattore di Dimona è stato ottenuto dalla Francia" (pp. 142-3; anche pp. 187-88: si osservi che Israele ordinò missili destinati ad essere dotati di testata nucleare all'impresa francese Marcel Dassault). L'acquisizione da parte di Israele della bomba H può venire fissato senza errore al 1968, quando avvennero i primi test termonucleari francesi (p. 203).
La nuclearizzazione della Francia doveva costituire una difesa dell'Europa Occidentale contro la pretesa superiorità convenzionale del Blocco di Varsavia, e doveva coprire anche la nuclearizzazione della Germania Federale, che non è poi stata realizzata materialmente. L'autrice smaschera puntigliosamente la pretesa "grandeur" di de Gaulle: formalmente la Francia uscì dalla NATO, ma non ruppe mai con Washington, ed anzi divenne il principale esportatore delle tecnologie nucleari americane della Westinghouse (che ha detenuto il 45 % delle azioni di Framatom fino al 1975), essendo la Casa Bianca fortemente condizionati dalle proprie leggi e dal controllo del Congresso. [Chi scrive era in Francia nel 1971 e ricorda le accese polemiche per la decisione di abbandonare le tecnologie nucleari che, almeno apparentemente, il paese aveva sviluppato, per ripiegare interamente sulla filiera americana per il programma "civile" francese]
Quando, nel 1963, divenne difficile nascondere la collaborazione franco-israeliana, gli americani decisero di proseguirla in un paese terzo, il Sud Africa, a cui Washington aveva già fornito un reattore di ricerca, ma con cui non poteva proseguire la collaborazione fino alla realizzazione della bomba H alla luce del sole. Si sviluppò così il programma nucleare militare sud-africano: Pretoria divenne il principale fornitore di uranio di Israele e della Germania Federale. Quest'ultima aveva appreso così bene la lezione (a dispetto dei divieti ufficiali) che venne incaricata a sua volta di altre collaborazioni nucleari, in particolare con l'Argentina. Negli anni 90 il Sud Africa ha smantellato le proprie testate nucleari, ma non ha certo smantellato i cervelli degli scienziati e dei tecnici che ne detengono il know how.
La crisi di Berlino del 1961 fu motivata anche dall,opposizione dell,URSS alla nuclearizzazione della Germania Federale, che Washington voleva come sbarramento verso Est. Per questo aveva dislocato missili nucleari in Turchia. Il dispiegamento dei missili nucleari sovietici a Cuba nel 1962 ristabiliva un equilibrio: la crisi apparentemente superata grazie alla fermezza di Kennedy, segnò in realtà la vittoria di Kruscev, il quale ottenne lo smantellamento di tutte le basi nucleari delle due super-potenze in paesi stranieri (Capitolo 3).
Il libro ricostruisce puntigliosamente la storia e le vicende, spesso contorte, dei progetti nucleari voluti da Washington e realizzati attraverso i suoi partner: dopo il conflitto sino-indiano del 1962 fu la volta dell'India (il test del 1974 era addirittura una bomba H, ed era stata fornita dagli USA, p. 267); poi dell'Argentina (a cui i tedeschi avevano venduto un reattore di potenza nel 1968, mentre un piccolo impianto di estrazione del plutonio entrò in funzione verso il 1970, p. 249), del Brasile della dittatura militare; poi della Cina, dell'Egitto, dell'Iraq, dell'Iran. "Così, la logica infernale della dissuasione nucleare conduceva gli Americani a dotare l'India della bomba atomica perché non fosse minacciata dalla Cina; a fornire un'arma nucleare al Pakistan perché si proteggesse dall'Afganistan; a rafforzare il potenziale nucleare della Cina perché non fosse aggredita dai sovietici; a fornire la bomba atomica a Taiwan per bilanciare la potenza della Cina; a fornirla al Giappone per proteggerlo dalla Cina, dalla Corea del Sud e dalla Corea del Nord; a fornirla alla Corea del Sud per metterla al riparo dalla Corea del Nord" (pp. 169-70). È veramente il corollario della strategia ossessiva e proterva di Washington!
Molto interessante è la ricostruzione documentata della guerra del Kippour del 1973 (Capitolo 8), dove Nixon aveva architettato una complessa tattica per riequilibrare i poteri in Medio Oriente: l'Egitto, armato da Washington (che voleva fornirgli anche la bomba atomica), doveva attaccare di sorpresa, prendendo alla sprovvista Israele: quest'ultimo si trovò effettivamente all'inizio a mal partito, finché non indusse Washington a rifornirla di ingenti armamenti con un gigantesco ponte aereo, brandendo la minaccia di una risposta nucleare. Fu così che si rovesciarono le sorti del conflitto.
La Francia (che non aderiva al NPT) partecipò al programma nucleare del Pakistan dal 1976, così come a quello dell'Iraq e dell'Iran.
Data la drammatica attualità dell'Iraq, vale la pena ricordare che fin dagli anni '80 (quando lo stesso regime di oggi faceva comodo per la guerra all'Iran e non faceva ancora parte dell'asse del male) Washington e i suoi accoliti hanno fatto di tutto per fornirgli tutte le armi di distruzione di massa. La Francia costruiva il reattore Osirak a Tamouz, che proprio per questo Israele bombardò nel 1981 (dopo averlo addirittura ancor prima boicottato in territorio francese); La Francia ne riprese la costruzione; già nel 1980 Parigi aveva fornito a Baghdad un primo quantitativo di 12 kg di uranio altamente arricchito; la tecnologia della centrifugazione per l'arricchimento dell'uranio è di origine tedesca, e veniva collaudata dai nazisti già durante la seconda guerra mondiale; Saddam fu armato in funzione anti-ayatollah negli anni 80 (la lunga, sanguinosa, inutile, dimenticata guerra tra Iraq e Iran) da Washington e dai suoi accoliti, i quali gli fornirono evidentemente anche le tecnologie per gli aggressivi chimici che usò contro gli iraniani ed i kurdi (come denunciò lo stesso New York Times il 18.0.02, smentito dal Dipartimento di Stato con parole "impubblicabili"); Washington gli fornì anche le armi batteriologiche, come l'antrace e il botulino (come provano documenti a disposizione del Congresso); appena dieci mesi prima della guerra del Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra 41 detonatori nucleari di fabbricazione americana destinati a Baghdad.
I corposi capitoli finali del libro ricostruiscono la storia veramente tortuosa e complessa degli "affari nucleari con l'Iran. Lo Scià aveva contrattato con gli USA e la Francia un ambizioso programma nucleare e l'Iran era entrato con il 10 % di capitale nel consorzio europeo Eurodif di arricchimento dell,uranio: ma le pretese egemoniche avevano reso lo Scià scomodo a Washington, che insieme a Parigi preparò il suo rovesciamento. Fu allora che la CIA scelse di giocare la carta dell'islamismo radicale dei mullah contro il comunismo e le correnti laiche alleate dell'URSS: subito dopo la firma degli accordi di Camp David, Khomeiny, allora un oscuro personaggio, fu portato a Parigi per venire formato e lanciato politicamente. Ma l'illusione di Carter di poterlo controllare e manovrare durò poco: si aprì così uno dei decenni più convulsi ed intricati del dopoguerra, che non è possibile sintetizzare in poche righe. Dalla vicenda degli ostaggi americani del 1979 come pressione di Teheran per la ripresa delle forniture militari e del programma nucleare, alla disastrosa operazione per liberarli che segnò la fine di Carter, all'Irangate, alla guerra Iraq-Iran voluta da Washington, alla terribile serie di attentati della Jihad che dal 1984 al 1990 ebbe come retroscena il rispetto da parte della Francia dei precedenti accordi nucleari, la questione nucleare rivestì un ruolo centrale. Come aveva giocato Reagan contro Carter, Khomeiny giocò poi Chirac contro Mitterrand, finché nel 1991 Parigi sottoscrisse l'accordo che confermava l'azionariato di Teheran in Eurodif ed il corrispondente diritto di ritirare la quota corrispondente di uranio arricchito (pp. 536-40). Quello che vale la pena di sottolineare è come la Casa Bianca abbia voluto la prosecuzione del programma nucleare di un paese che al tempo stesso denunciava come appartenente all'"asse del male": la versione ufficiale secondo cui dal 1979 gli USA avrebbero interrotto ogni commercio nucleare con Teheran è una grande impostura. Washington non poteva però proseguirlo alla luce del sole, e ormai anche Parigi era nel mirino: così lo fece attraverso Pekino (che, come Parigi, aderì nel 1992 al NTP) e Mosca. "Riprendendo la costruzione della centrale di Busher, la Russia si era sostituita alla Germania, la quale, prima di nascondersi dietro l'Argentina, poi di tentare di passare attraverso la Repubblica Ceca, aveva operato sotto licenza americana, il tutto per conto degli Stati Uniti (p. 560): i quali tuttora fingono di essere preoccupati per la collaborazione nucleare di Mosca con Teheran.
Gli ultimi anni del decennio videro l'ultima (almeno per ora) raffica di test nucleari: ma anche per questi le cose stanno ben diversamente dalla versione ufficiale. Chirac eseguì i test del 1995 anche per conto di Washington (con cui aveva appena stipulato un accordo riservato di scambio di dati), per sperimentare un carica nucleare a potenza variabile; alcuni dei test dell'India del 1998 vennero eseguiti per conto di Israele (p. 579, Le Monde, 27/05/98); ed alcuni dei test del Pakistan (che in realtà deteneva la bomba dalla fine degli anni 70, p. 578, Le Monde, 16/05/98) erano fatti per conto dell'Iran (p. 582). Appare veramente complesso sbrogliare l'intricatissima matassa dei reali interessi economici, strategici e geopolitici dietro la cortina fumogena abilmente sollevata e mantenuta, con innumerevoli complicità, verso l'opinione pubblica!
Come abbiamo sottolineato, Dominique Lorentz ha svolto tutta la sua ponderosa ricerca analizzando in modo sistematico e intelligente la documentazione pubblicata ufficialmente e riuscendo a presentare una ricostruzione convincente degli avvenimenti mondiali dell'ultimo mezzo secolo, anche di molti che apparentemente non sembravano avere a che fare con il nucleare. Il suo saggio pertanto squarcia un velo, ma non chiude affatto questa intricatissima storia: senza nulla togliere ai suoi meriti, si deve riconoscere che rimangono molti punti da chiarire e approfondire. Si apre così un vastissimo terreno di ricerca, praticamente inesplorato, in archivi, su documenti segreti, o desecretati, come è avvenuto ad esempio nel passato per il "Progetto Manhattan".
Si potrebbe forse trarre una morale da questa storia intrigante. Forse l'incubo nucleare, sorto alla fine della prima guerra mondiale, ha segnato le nostre vite mentali, spirituali e materiali molto più profondamente di quanto la sistematica rimozione che ne è stata fatta possa far sospettare. Così come ha condizionato pesantemente le relazioni internazionali e l'ordine mondiale, può avere contribuito più di quanto possiamo sospettare anche a determinare l'oscuro malessere che permea le nostre società. Oggi l'incubo nucleare è più concreto che in tutti i decenni della Guerra Fredda. L'India e il Pakistan si fronteggiano minacciosamente con armi nucleari dispiegate; Israele non esiterebbe certo a lanciare le proprie qualora qualche paese arabo rappresentasse una minaccia concreta; Washington sta sviluppando uno sforzo senza precedenti per sviluppare testate nucleari nuove, più moderne e micidiali, mentre si prepara dichiaratamente a lanciare un "attacco preventivo". È grottesco agitare la minaccia (inesistente) delle armi di distruzione di massa di Saddam e dei paesi dell'asse del male preparandosi ad usare le proprie! C'è da chiedersi con che faccia le potenze nucleari si presenteranno per il rinnovo del TNP nel 2005! L'opera di Dominique Lorentz può aiutarci a svelare questi inganni, perché la ricostruzione del passato è un mezzo fondamentale per capire dove siamo e dove stiamo andando.

(Angelo Baracca)


http://www.zmag.org/Italy/wallerstein-liranelabomba.htm

15 Febbraio 2006
 

L'Iran e la bomba
 

Immanuel Wallerstein


   

La ragione per cui gli Stati Uniti in particolare sono così agitati per il potenziale armamento nucleare iraniano è che la diffusione delle armi nucleari ai cosiddetti paesi medi chiaramente riduce la forza militare americana. Ma questo non significa che minacci la pace del mondo. Allora dovremmo preoccuparci di un'invasione dell'Iran da parte degli Stati Uniti o di un attacco israeliano? In realtà no, perché gli USA adesso non hanno la forza militare da impegnare in un simile attacco, perché il regime iracheno non lo appoggerebbe, e perché Israele non può farlo da solo. Così, molto rumore per nulla.
 

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Buona parte della discussione sul programma nucleare iraniano è semplicemente isterica. Ne è testimonianza la dichiarazione proprio questo mese del senatore John McCain: "C'è solo una cosa peggiore dell'azione militare e questa è un Iran con armi nucleari." Si è tentati di rispondere con il titolo di Shakespeare: "Molto rumore per nulla". Solo che c'è una terribile quantità di “rumore” e alcune persone in alto sembrano fare sul serio sull'impegno in un'azione militare per impedire all'Iran di ottenere armi nucleari. Così dobbiamo chiederci perché questo è così importante, e così importante per chi?

Prima di tutto, perché dovremmo considerarla una catastrofe se domani l'Iran avesse armi nucleari? Oggi ci sono nove paesi di cui si sa che possiedono armi nucleari – USA, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Cosa cambierebbe se l'Iran diventasse il decimo? Chi sarebbe minacciato dall'Iran? Quale paese potrebbero voler bombardare? Al momento, non c'è alcun genere di indicazione che l'Iran sia o intenda essere militarmente aggressivo. Certo, l'attuale presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha pronunciato dichiarazioni molto ostili su Israele. Ma qualcuno pensa che intenda bombardare Israele, o che l'Iran abbia la capacità militare per farlo? La retorica e le intenzioni sono due cose diverse.

Ma se l'Iran non intende usare la bomba, perché vorrebbe averla? Esistono ragioni ovvie. Dei nove paesi che hanno la bomba, tutti meno uno hanno basi vicine abbastanza da poterla usare contro l'Iran. Il governo iraniano dovrebbe essere assai ingenuo a non preoccuparsene. Inoltre, possono dedurre facilmente dalla politica americana degli ultimi cinque anni che gli USA hanno invaso l'Iraq ma non la Corea del Nord, e che una delle maggiori differenze fra i due era che l'Iraq non aveva armi nucleari e la Corea del Nord sì.

Una seconda ragione ovvia è il nazionalismo iraniano. Dobbiamo ricordarci che le aspirazioni iraniane a essere una potenza nucleare non sono cominciate con l'attuale presidente. Risalgono a prima della rivoluzione iraniana, ai giorni dello Shah. Ovviamente, oggi una “media” potenza delle dimensioni dell'Iran aumenterà la propria forza geopolitica se sarà un membro del club nucleare. L'Iran ha i suoi interessi nazionali, come tutti gli altri stati, e chiaramente vuole svolgere un ruolo centrale nella propria regione.

Ma questo in se stesso minaccia la pace della regione o del mondo? Quando l'Unione Sovietica nel 1949 ebbe la sua prima esplosione nucleare, le lamentazioni del mondo occidentale furono assai forti. Ma retrospettivamente è chiaro che il singolo fattore che ha contribuito di più al non verificarsi di una guerra americano-sovietica dal 1949 alla dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991 è stato il fatto che entrambe le potenze avessero armi nucleari. Fu la paura della mutua distruzione a garantire che nessuno dei due avrebbe usato armi nucleari, malgrado tutte le acute tensioni dal blocco di Berlino alla cosiddetta crisi dei missili di Cuba alla guerra in Afghanistan. Il fatto che sia l'India che il Pakistan hanno la bomba è stato un fortissimo freno al loro conflitto sul Kashmir.

Perché l'equilibrio del terrore non dovrebbe operare altrettanto bene nel Medio Oriente? Perché il possesso da parte dell'Iran di armi nucleari non dovrebbe essere un elemento di pacificazione nel Medio Oriente piuttosto che il contrario? L'unica risposta che viene offerta è che il governo iraniano non è sufficientemente “razionale" da astenersi dall'usare la bomba. Ma questa è chiaramente una sciocchezza – e, andrebbe aggiunto, una sciocchezza razzista. L'attuale regime iraniano è politicamente sofisticato almeno quanto il regime di Bush, e molto meno rumorosamente militarista.

Allora, perché stanno facendo tutti tanto chiasso? Henry Kissinger lo ha spiegato più di un anno fa e Thomas Friedman lo ha recentemente ripetuto sul New York Times. È chiarissimo che, una volta che l'Iran avrà armi nucleari, la diga sarà stata sfondata, e almeno altri 10-15 paesi lavoreranno molto velocemente per acquistare queste armi. Esistono alcuni ovvi candidati: Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Indonesia, Egitto, Iraq (sì, Iraq), Sudafrica, Brasile, Argentina, e molti paesi europei. Nel 2015, potrebbero esserci venticinque potenze nucleari.

Questo è pericoloso? Naturalmente lo è, nel senso che ci sono sempre gruppi e individui folli che potrebbero ottenere l'accesso alle stanze dei bottoni. Ma questi gruppi e individui folli esistono negli attuali nove paesi nucleari e personalmente non credo che ce ne siano di più nei prossimi quindici. Il disarmo nucleare è un obiettivo urgente, ma non il disarmo nucleare solo di una parte del mondo – il disarmo nucleare di chiunque.

La ragione per cui gli Stati Uniti in particolare sono così agitati per il potenziale armamento nucleare iraniano è che la diffusione delle armi nucleari ai cosiddetti paesi medi chiaramente riduce la forza militare americana. Ma questo non significa che minacci la pace del mondo. Allora dovremmo preoccuparci di un'invasione dell'Iran da parte degli Stati Uniti o di un attacco israeliano? In realtà no, perché gli USA adesso non hanno la forza militare da impegnare in un simile attacco, perché il regime iracheno non lo appoggerebbe, e perché Israele non può farlo da solo. Così, molto rumore per nulla.


http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Novembre-2005/pagina.php?cosa=0511lm18.01.html&titolo=Sessant'anni%20di%20(non)%20proliferazione%20nucleare

I RISCHI DI UN MONDO PIU' INSTABILE, PIU' PERICOLOSO

 

Sessant'anni di (non) proliferazione nucleare



 

Gli Stati uniti (ma anche Gran Bretagna e Francia), responsabili del fallimento della conferenza sul trattato di non proliferazione (Tnp) del maggio 2005, si preparano a lanciarsi nella produzione di una nuova generazione di armi nucleari. Del resto, secondo documenti del Pentagono, Washington penserebbe all'utilizzo di tali armi a scopo preventivo, nelle situazioni di crisi, anche se l'avversario non disponesse di bombe nucleari. Un tale atteggiamento aggressivo non impedisce all'amministrazione Bush di moltiplicare le pressioni per far comparire l'Iran, accusato di infrazioni al Tnp, davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Tehran respinge le accuse e riafferma il suo diritto di sviluppare il settore nucleare, e di arricchire l'uranio (leggere Safdari alle pagine 20 e 21). Il regime iraniano rischia l'isolamento, tanto più che l'Unione europea si allinea alle posizioni degli Stati uniti - mentre Russia e Cina mantengono, per ora, un atteggiamento molto prudente (leggere Pailhe alle pagine 20 e 21). In questo contenzioso, come in quello relativo alla Corea del Nord, si gioca il futuro del Tnp, firmato quasi quarant'anni fa, e che, almeno fino alla fine della guerra fredda, ha funzionato abbastanza bene. La scomparsa dei blocchi, la tensione permanente in Medioriente, le rivalità in Asia rischiano infatti di rimettere tutto in discussione. Tanto più che i principali paesi detentori dell'arma atomica non hanno rispettato l'impegno, preso nel 1968, di avviare il proprio disarmo nucleare.

Georges Le Guelte

Più alto è il numero dei paesi che dispongono di armi nucleari, più grande è il rischio che siano usate deliberatamente, non per dissuadere, ma per annientare, o che, per errore, si scateni un conflitto, o che un paese bombardi a scopo preventivo le installazioni dei suoi avversari, o ancora che armi o materiali fissili cadano in mano a gruppi criminali.
La proliferazione nucleare è dunque uno dei pericoli più seri per il futuro dell'umanità. Non è stata però questa preoccupazione a sollecitare le prime misure di prevenzione. Fin dal lancio del loro programma nucleare militare, nel 1942, gli Stati uniti hanno proibito la divulgazione di qualsiasi informazione relativa all'energia atomica, per evitare che la Germania nazista arrivasse per prima a costruire la bomba atomica. Dopo il 1945, il divieto è stato mantenuto per ritardare i lavori dei sovietici. Nel 1954, dopo che l'Urss aveva ormai sperimentato il suo primo ordigno termonucleare, il segreto è stato sostituito da una politica denominata «Atomi per la pace»: i paesi che desideravano sviluppare il proprio settore nucleare potevano ottenere l'aiuto degli Stati uniti, a condizione di impegnarsi a utilizzarlo esclusivamente a fini pacifici e rimanendo liberi di avviare un programma militare, se in grado di realizzarlo da soli.
Molti paesi hanno approfittato dell'assenza di una regolamentazione internazionale complessiva per soddisfare le proprie ambizioni militari, ed è così che nel 1960 sette degli otto paesi che oggi dispongono di un arsenale nucleare avevano già acquisito gli elementi indispensabili a realizzarlo (1).
È soprattutto la crisi dei missili a Cuba, nel 1962, che fa nascere l'esigenza di una politica globale di non proliferazione: in quella occasione Washington e Mosca si resero conto che difficilmente avrebbero potuto governare lo svolgimento della crisi, se un'altra potenza in possesso di armi nucleari si fosse intromessa nel loro scontro.
All'origine, l'obiettivo fondamentale del trattato di non proliferazione (Tnp) era dunque, per le due superpotenze, il mantenimento del controllo sui paesi dei rispettivi campi di influenza. Il Tnp, concluso il 1° luglio 1968, divide il mondo in due: da una parte, gli «stati dotati di armi», quelli cioè che hanno fatto esplodere un ordigno prima del 1° gennaio 1967, ai quali viene chiesto di non aiutare altri paesi a dotarsene (2); dall'altra parte tutti gli altri stati, i quali, oltre a impegnarsi a non procurarsene, devono mettere tutte le proprie installazioni nucleari sotto il controllo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), incaricata di controllare che gli impegni siano rispettati.
Un suicidio collettivo?
Malgrado i suoi difetti e alcune carenze, il trattato di non proliferazione ha garantito gli strumenti necessari per impedire il proliferare delle armi, e oggi, se fosse stato applicato integralmente, solo cinque paesi sarebbero in possesso di un arsenale nucleare. Il suo successo esigeva un coinvolgimento universale, in altre parole che tutti gli stati vi aderissero, che si creasse un meccanismo di verifica veramente efficace e che, in caso di violazione da parte di un paese, le misure adottate per porre termine all'infrazione fossero così energiche da dissuadere altri stati dall'imitare il reo.
All'inizio, il trattato è stato percepito da molti paesi come un inaccettabile attentato alla propria sovranità: Germania, Giappone e Italia, i primi ad esserne colpiti, sulle prime hanno rifiutato di sottomettersi. Se nel 1970 è entrato in vigore (3), è stato grazie alla firma di paesi come Irlanda, Danimarca, Canada, Svezia o Messico che lo ritenevano un mezzo per ridurre i rischi di un suicidio collettivo, o di nazioni politicamente molto vicine a Stati uniti o Urss, o ancora di paesi che non pensavano di avere un giorno i mezzi per produrre bombe nucleari. Tra i primissimi firmatari si trovano così Iraq, Iran e Siria.
Una svolta si verifica a metà degli anni '70, con la comparsa dei movimenti antinucleari prima negli Stati uniti, poi in Europa, e soprattutto con la prima esplosione dell'India, nel 1974. L'opinione pubblica di molti paesi si allarma per i pericoli che la proliferazione nucleare fa correre alla sicurezza del mondo, e un gran numero di stati comincia a pensare che la propria sicurezza sarebbe meglio garantita se i paesi confinanti non disponessero di armi nucleari.
Grazie anche alle pressioni esercitate sia dagli Stati uniti che dall'Urss, la mobilitazione consente un rapido aumento del numero dei firmatari, tra cui i grandi paesi industriali - Germania, Giappone, Italia, Svizzera, Paesi Bassi: alla fine del 1979, il numero di aderenti supera i cento. L'ondata di adesioni prosegue nel corso degli anni seguenti e, malgrado la frammentazione dell'Urss, si amplia con la fine della guerra fredda.
Nel 1995, i paesi firmatari che vogliono mantenere in vigore il trattato per un tempo indeterminato sono già centosettantotto.
Tuttavia, le grandi potenze, per ragioni diverse, non hanno mai fatto lo sforzo necessario per convincere India, Israele e Pakistan a unirsi a loro. Avendo sempre rifiutato di aderire al trattato, i tre paesi hanno dunque potuto produrre i propri arsenali senza tradire alcun impegno. Oggi non sarebbe più possibile: il trattato conta centottantanove membri (4), cioè la quasi totalità degli stati, e nessun paese potrebbe ormai costruire un ordigno esplosivo senza violare i suoi impegni internazionali.
Tra questi stati ci sono anche l'Argentina e il Brasile che, negli anni '70 e '80, avevano promosso dei programmi di ricerca con obiettivi chiaramente militari. Poiché all'epoca non avevano firmato il trattato di non proliferazione, questi lavori non erano in contraddizione con i loro obblighi internazionali. Argentina e Brasile hanno abbandonato i progetti militari alla fine degli anni '90 e aderito al Tnp, la prima nel 1995, il secondo nel 1998. Vi hanno rinunciato non perché la loro sicurezza esterna fosse meglio garantita che nel passato, ma perché un regime democratico aveva sostituito le dittature militari al potere.
Simile il percorso del Sudafrica che negli anni '70 e '80 ha fabbricato, in modo del tutto lecito e senza che l'Aiea potesse intervenire, una mezza dozzina di ordigni nucleari. Pretoria ha smantellato l'arsenale poco prima di abbandonare il regime di apartheid e di aderire al Tnp, nel 1991.
A metà degli anni '90, gli Stati uniti hanno voluto completare il Tnp con un trattato di proibizione totale delle sperimentazioni nucleari (Tice) e una convenzione che vieta la produzione di uranio arricchito o di plutonio per scopi militari. I due accordi riguardavano unicamente l'India e il Pakistan, ma gli americani pensavano che i due paesi avrebbero aderito più facilmente a norme di carattere internazionale.
I due accordi non hanno infatti alcun senso per gli altri paesi: se centottantaquattro stati si sono impegnati a non procurarsi armi nucleari; chiedere loro di non fare esplodere ordigni non prodotti non rappresenta un progresso veramente significativo! I cinque stati dotati di armi nucleari hanno bloccato gli esperimenti e la Francia, una volta smantellato il poligono del Pacifico, non può più riprenderli.
Al contrario, l'India e il Pakistan, dopo aver fatto esplodere i loro ordigni nel 1998, proseguono a produrre materiali fissili militari e rifiutano di aderire al Tice o alla convenzione.
Bisogna aggiungere che l'impossibilità di fare esperimenti non ha mai impedito a un paese di procurarsi armi nucleari: Israele non ha mai fatto esperimenti, ma tutti gli specialisti l'accreditano di un arsenale; anche il Sudafrica ufficialmente non ha mai fatto esperimenti, e tuttavia possedeva una mezza dozzina di armi; infine in Pakistan veniva data per certa l'esistenza di molte armi nucleari anche prima del 1998. In conclusione, questo progetto di trattato, che gli Stati uniti rifiutano di ratificare (benché l'abbiano proposto!), non ha altra motivazione se non la carica simbolica conferitagli dall'opinione pubblica.
L'Aiea, incaricata di verificare il rispetto degli obblighi assunti dagli stati firmatari del Tnp, fin dall'inizio ha dovuto lavorare in condizioni piuttosto difficili. Gli ispettori possono recarsi solo in quei paesi, già membri del trattato, che abbiano firmato con l'agenzia, e ratificato, un accordo particolare che precisa diritti e doveri. È per questa ragione, ad esempio, che sono potuti entrare nella Corea del Nord solo nell'aprile del 1992, mentre l'esistenza di un reattore e dell'impianto di ritrattamento dove è stato prodotto il plutonio nordcoreano erano noti almeno dal 1990.
L'accesso ai diversi impianti da parte degli ispettori è poi limitato da numerose disposizioni amministrative: per esempio, devono prima sollecitare un visto il cui rilascio può richiedere tempi più o meno lunghi, in seguito sono autorizzati ad ispezionare uno stabilimento solo per un tempo minuziosamente calcolato secondo la natura delle attività e la quantità di uranio o di plutonio ivi presenti.
Tutte le regole alle quali gli ispettori devono sottostare sono state definite nel 1971, non dai funzionari dell'agenzia, che avrebbero potuto precisare di cosa avevano bisogno per compiere la loro missione, ma dai rappresentanti degli stati, in particolare da quelli dei paesi che all'epoca erano i più avanzati nel settore nucleare. Questi hanno cercato di limitare al massimo gli obblighi che i controlli avrebbero potuto comportare per le proprie nazioni e soprattutto per gli industriali.
Così, il meccanismo di controllo è stato basato sul postulato che un programma nucleare non poteva essere realizzato clandestinamente, la sola frode concepibile essendo la trasformazione per usi militari di uranio o plutonio destinati a scopi civili. Gli ispettori avevano dunque accesso solo agli impianti dichiarati dallo stato e il loro compito consisteva nell'assicurarsi che tutti i materiali fissili entrati fossero stati utilizzati per scopi pacifici. Non dovevano verificare l'esistenza nel paese di installazioni non dichiarate.
Tali limiti non erano del tutto irragionevoli, tenuto conto della tecnologia dell'epoca. Soprattutto per la produzione di uranio arricchito, erano necessarie fabbriche di dimensioni impressionanti, con forme architettoniche caratteristiche, che assorbivano considerevoli quantità di energia, in modo che sia la costruzione che il funzionamento potevano essere facilmente individuati. Bisogna aggiungere che all'inizio degli anni '70, solo paesi industriali avanzati erano in grado di realizzare un'attività nucleare di una certa rilevanza.
Si trattava di stati democratici, in cui l'informazione circolava liberamente e dove la decisione di dotarsi di un arsenale non poteva rimanere clandestina. Pur nei limiti così imposti, il sistema di controllo ha funzionato in modo soddisfacente visto che, dal 1945, nessun impianto sotto la sorveglianza dell'Aiea ha fabbricato armi nucleari. Non che i controlli siano infallibili, ma finora si sono rivelati efficaci per far sì che i bari preferiscano non correre il rischio di essere colti sul fatto dagli ispettori.
Tuttavia, dopo la guerra del Golfo, nel 1990-1991, sono state scoperte in Iraq delle installazioni che gli avrebbero permesso, nel giro di qualche anno, di disporre di un vero e proprio arsenale. Saddam Hussein ha fornito la prova che, perlomeno in un paese sottoposto ad un feroce regime dittatoriale, attività nucleari clandestine sono tranquillamente possibili. Gli iracheni avevano utilizzato il processo di arricchimento dell'uranio tramite centrifugazione, una tecnica adottata in Europa a metà degli anni '70, che consente impianti di dimensioni ridotte, facilmente occultabili in edifici dall'apparenza banale, che consumano meno energia e che i servizi d'informazione hanno poche possibilità di scoprire, a meno che non dispongano di informatori sul posto.
Per tentare di adattare i meccanismi di controllo a questo nuovo tipo di frode, nel 1997, l'Aiea ha adottato un Protocollo supplementare (5) che dà agli ispettori poteri investigativi molto più estesi, ma che per essere applicabile deve anch'esso essere firmato e ratificato dai singoli stati (6). Le nuove disposizioni hanno già permesso risultati apprezzabili (7), e potranno fornire agli ispettori gli strumenti per rilevare l'esistenza di attività rimaste segrete nei vari paesi.
Tuttavia, questa non è la panacea e, a meno di un colpo di fortuna, è poco probabile che gli ispettori scoprano, esclusivamente coi loro strumenti, il luogo in cui è stato costruito un impianto clandestino.
Usa, arsenale infinito Un'organizzazione internazionale come l'Aiea non è un servizio di spionaggio, non dispone di alcun mezzo per procurasi informazioni segrete ed è tenuta a rispettare gli accordi conclusi con il paese controllato. Localizzare con precisione una fabbrica è responsabilità dei servizi d'informazione; a loro spetta il compito di dare all'agenzia le notizie che le servono.
Nessuno dei cinque stati dotati di armi è obbligato a firmare il protocollo supplementare: peraltro se gli ispettori arrivassero alla conclusione che negli Stati uniti o in Francia, per esempio, esistono, magari in luoghi perfettamente conosciuti, impianti nucleari militari, non direbbero nulla di nuovo. Tuttavia, la Francia ne ha simbolicamente firmato una versione edulcorata per non urtare la suscettibilità degli altri membri dell'Unione europea, molto sensibili alla differenza di trattamento tra i paesi dotati di armi e gli altri.
Allo stesso modo, nessun trattato proibisce a uno dei cinque paesi di fabbricare nuovi tipi di armi: sarebbe sicuramente contrario allo spirito dell'articolo 6 del Tnp sul disarmo nucleare, ma non del tutto contrario, invece, alla lettera del trattato che, con grande ipocrisia, stabilisce un qualche legame tra disarmo nucleare e disarmo generale e completo. Da oramai quasi quarant'anni, i cinque stati dotati di armi nucleari, che sono anche i primi esportatori mondiali di armi convenzionali, si guardano bene dall'incoraggiare un disarmo generale e lamentano i mancati progressi su questo dossier per ignorare cinicamente gli impegni di disarmo nucleare da loro assunti.
Gli Stati uniti parlano regolarmente di produrre nuovi ordigni nucleari.
È l'ossessione dei costruttori di armi, che, da decenni, cercano tutti gli argomenti possibili per sviluppare l'attività. Questi progetti non hanno alcuna reale portata operativa, ma concentrano l'attenzione dell'opinione pubblica e occultano totalmente alcune trasformazioni infinitamente più importanti previste dalla Nuclear Posture Review (revisione della strategia nucleare) del gennaio 2002. In particolare, le armi nucleari non costituiscono più una categoria separata dell'arsenale americano, sono integrate nell'insieme delle armi offensive, e il presidente, di conseguenza, può utilizzarle come preferisce, allo stesso titolo di qualsiasi altra arma, a seconda della natura della missione da compiere. Lo stesso documento prevede: il reclutamento di una nuova generazione di specialisti nel settore delle armi per rimpiazzare quella che andrà in pensione, la sostituzione dei missili intercontinentali nel 2020, dei sottomarini nel 2030, e dei bombardieri nel 2040. Il che sta ad indicare che l'armamento americano è concepito per una durata indefinita e in ogni caso fino alla fine del secolo.
Se l'Aiea constatata che uno stato non ha rispettato i suoi impegni, ricorre al Consiglio di sicurezza dell'Onu, il solo abilitato ad adottare le misure necessarie per porre termine all'infrazione. L'Onu ha trattato a due riprese una violazione degli impegni di non proliferazione, e gli insegnamenti che si possono trarre da queste esperienze sono ambigui. Nel caso dell'Iraq, le cui attività clandestine sono state scoperte solo dopo la guerra del Golfo, nel 1991, mentre il paese era militarmente vinto e obbligato ad accettare le condizioni imposte dal Consiglio di sicurezza, l'Aiea ha potuto distruggere tutti gli impianti costruiti in maniera illecita.
Anche alla Repubblica popolare democratica coreana (Rpdc; Corea del Nord), nel 1992, è stata contestata la violazione degli impegni da lei assunti con la firma del trattato. Immediatamente la Corea del Nord ha dichiarato che avrebbe considerato un atto di guerra qualsiasi sanzione, e la Cina si è affrettata a far sapere che la crisi doveva essere regolata tramite trattative. La presa di posizione di Pechino e il timore di una guerra che, nella penisola, rischiava di fare un gran numero di vittime nella Corea del Sud, hanno portato, nel 1994, ad un accordo concluso tra Pyongyang e Washington, grazie al quale la Corea del Sud doveva costruire al Nord due grandi reattori per produrre elettricità, in cambio del blocco delle attività nord-coreane.
L'accordo ha retto fin quando gli Stati uniti hanno deciso di interromperlo, alla fine del 2002; a questo punto i nord-coreani si sono ritirati dal trattato di non proliferazione, hanno espulso gli ispettori dell'Aiea, separato la quantità di plutonio necessaria alla fabbricazione di una mezza dozzina di bombe nucleari e, dopo alcuni mesi, hanno dichiarato che ormai disponevano di armi nucleari.
Nessuna di queste decisioni ha suscitato la minima reazione da parte del Consiglio di sicurezza o degli altri paesi, se si eccettuano le minacce terribili, ma inoffensive, lanciate dal presidente degli Stati uniti. Da allora, in conformità alle richieste cinesi, proseguono le trattative tra le due Coree, gli Stati uniti, la Cina, il Giappone e la Russia (8). Alla fine di una dichiarazione comune, firmata il 19 settembre 2005, la Rpdc si è impegnata ad abbandonare i programmi nucleari; in cambio dell'aiuto energetico e di garanzie in materia di sicurezza da parte dei cinque paesi sopra citati. Tuttavia, non volendo perdere l'occasione, già il giorno successivo Pyongyang rimetteva in discussione l'accordo ed esigeva che le fosse riconosciuto il diritto all'uso pacifico dell'energia nucleare, per poi tornare, successivamente, su una posizione più conciliante. Ad oggi, in una risoluzione adottata il 30 settembre dall'assemblea dai centotrentanove stati membri, l'Aiea ha accolto la decisione della Rpdc di rinunciare agli armamenti nucleari.
Per quanto riguarda l'Iran (leggere l'articolo a pagina 20 e 21), nessuna infrazione si è potuta accertare, dovendo accontentarsi, come l'Aiea ha l'obbligo di fare, di un'interpretazione letterale del trattato. Ma se le discussioni in corso con Germania, Francia e Gran Bretagna non trovano sbocco, gli stati membri potrebbero ricorrere al Consiglio di sicurezza, basandosi su un giudizio politico, piuttosto che su un'interpretazione giuridica del testo.
La politica di non proliferazione è stata profondamente indebolita proprio dalla conferenza che, nel 1995, ha deciso di mantenere in vigore il trattato, nel momento stesso in cui l'obiettivo sembrava a portata di mano. La necessità di fermare la proliferazione delle armi è stata attaccata negli Stati uniti prima di tutto dai neoconservatori, che rifiutano l'idea che il loro paese sia tenuto ad osservare un qualsiasi obbligo internazionale, poi da altri secondo i quali la non proliferazione appartiene alla logica della guerra fredda e, finita questa, perde ogni sua ragion d'essere. Per costoro, la risposta alle minacce di diffusione delle armi sta nella costruzione di difese antimissili, che tutti i paesi dovrebbero acquistare dagli Stati uniti. Altri ancora, forse più numerosi o più influenti, ritengono che la proliferazione nucleare non sia da condannare, se a portarla avanti sono paesi alleati degli Usa.
Lo stesso trattato di non proliferazione è stato oggetto di critiche estremamente vivaci. Da tempo si nota lo scontento contro un sistema che permette a cinque paesi di possedere le armi più potenti e proibisce agli altri di procurasene. Spesso considerata come inevitabile durante la guerra fredda, questa disparità di trattamento viene sopportata con sempre maggiore difficoltà dopo il crollo dell'Urss. Tanto più che il trattato contiene anche disposizioni per il disarmo nucleare, che i cinque stati dotati di armi ignorano con la più grande ipocrisia.
Conservando oggi arsenali così ricchi, questi cinque stati di fatto incoraggiano gli altri paesi ad imitarli.
La disaffezione all'idea di non proliferazione si è manifestata in maniera clamorosa nel corso della Conferenza di revisione del trattato, nel giugno 2005: invece di manifestare unanime riprovazione contro chi inganna, gli stati partecipanti si sono lasciati senza aver trovato neanche un minimo accordo, a testimonianza di un mondo diviso, disilluso, disorientato. Tuttavia, queste disposizioni screditate, ma per le quali non si è mai riusciti a proporre alcuna soluzione alternativa, sono sempre in vigore e sarà probabilmente la conclusione della crisi sia nord-coreana che iraniana a decidere del loro futuro.

note:
(*) Direttore di ricerca all'Institut des relations internationales et stratégiques (Iris), Parigi.
(1) L'Urss ha sperimentato la sua prima bomba A nel 1949 e la prima bomba H nel 1953; la Gran Bretagna ha fatto esplodere il suo primo ordigno a fissione nel 1952 e la prima bomba a fusione nel 1957; per la Francia, le date sono 1960 e 1968; per la Cina, 1964 e 1967: Inoltre, la Francia ha fornito ad Israele, nel 1956, il reattore e l'impianto di ritrattamento di Dimona, da dove è uscito il plutonio delle sue prime armi, e il Canada ha consegnato all'India, nel 1955, il reattore ad acqua pesante che ha prodotto il plutonio delle prime bombe indiane.
(2) In ordine cronologico, con riferimento alla prima esplosione: Stati uniti, Urss (il cui successore è oggi la Russia), Gran Bretagna, Francia e Cina. Contrariamente a un'idea molto diffusa, non c'è alcun legame tra lo statuto di membro permanente del Consiglio di sicurezza e quello di stato dotato di armi nucleari. I membri di questo Consiglio, definiti dalla Carta dell'Onu firmata il 26 giugno 1945, data in cui nessun paese, nemmeno gli Stati uniti, disponeva di un ordigno nucleare, sono i paesi vincitori della seconda guerra mondiale. I «paesi dotati di armi» sono quelli che ne possedevano al momento della firma del trattato.
(3) Il testo del trattato condiziona la sua entrata in vigore alla firma e alla ratifica da parte di 40 stati.
(4) La cifra dovrebbe essere riportata a centottantotto, se si tiene conto della decisione presa dalla Corea del Nord, nel gennaio 2003, di ritirarsi dal trattato. Tuttavia gli altri paesi ritengono il ritiro non accettabile, in quanto non conforme alle condizioni previste dal trattato stesso affinché uno stato possa esercitare questo diritto.
(5) Il titolo completo è «Protocollo supplementare all'accordo tra lo Stato di ... e l'Aiea, relativo all'applicazione di garanzie».
(6) L'Iran lo ha firmato, ma non ratificato, e il nuovo Parlamento non è certamente disposto ad approvarlo. I responsabili iraniani affermano a volte di accettarlo volontariamente, ma lo fanno solo parzialmente, con molte reticenze.
(7) È così che, nel 2004, gli ispettori hanno stabilito che in passato Corea del Sud e Taiwan avevano fatto ricerche clandestine su tecniche di arricchimento dell'uranio e di separazione del plutonio.
(8) Washington, che fino ad allora lo aveva rifiutato, ha finalmente accettato un dialogo bilaterale con Pyongyang.
(Traduzione di G. P.)


http://italy.peacelink.org/disarmo/articles/art_15468.html

Il "Relativismo nucleare" di Washington

Carmela Cassese

11 marzo 2006

 

La questione del programma nucleare iraniano sembra essere avvolta da un alone di isteria: il dito minaccioso puntato dell'amministrazione Bush e la sua opposizione alla proposta russa di una riunione tra Usa, Ue, Russia e Cina sulla questione del nucleare iraniano solleva un clamore ancor più marcato rispetto a quello già posto in essere dalla situazione in sè.
 

L'atteggiamento degli Usa nei confronti del governo di Amadinejad, ritenuto "nemico numero uno degli Stati Uniti" dal Segretario di Stato Rice, sebbene l'espressione sia stata accortamente rimaneggiata dal Presidente Bush, solleva spontanee o forse scontate riflessioni su quello che qualche mese fa è sembrato essere una sorta di rinnovato approccio nei confronti del tema della proliferazione nucleare da parte della stessa amministrazione Bush.
Infatti con la dichiarazione congiunta indo-statunitense del 18 luglio 2005, attraverso la quale è stato ripreso il trasferimento di tecnologie americane nell'ambito del programma nucleare civile all'India, è emerso una sorta di "relativismo nucleare" della politica di Washington che nel corso di questi ultimi due decenni è stata orientata verso l'isolamento di quei paesi non aderenti al Trattato di Non Proliferazione (TNP), sostenendo ad ogni costo che l'assistenza tecnologica si limitasse esclusivamente al settore civile: partendo dal presupposto che non è più possibile evitare la proliferazione nucleare e che si registra l'emergere di nuovi attori sulla scena internazionale, i quali spingono verso l'elevazione del proprio status attraverso l'adozione di specifici programmi nucleari militari, il nuovo orientamento statunitense lascerebbe emergere un approccio selettivo nei confronti degli stati proliferatori o potenziali tali .
Ricordiamo a tal proposito che l'Atomic Energy act (Aea) così come emendato dal Nuclear Non-proliferation Act del 1978, che disciplina l'atteggiamento degli Usa in materia di trasferimento di tecnologia nel settore energetico nucleare verso quei paesi che non hanno intavolato accordi di salvaguardia con l'Aiea, o che non sono firmatari del TNP, ma proliferatori di fatto, subordina l'edificazione di rapporti di assistenza tecnologica e scientifica degli Usa alla presenza di accordi di salvaguardia e all'esplicita rinuncia da parte dello stato, supportato tecnologicamente, alla compattazione di un arsenale atomico. Essendo chiara a tal riguardo la posizione del governo di Delhi che da un lato non risulta essere firmatario di accordi di salvaguardia né tanto meno intende rinunciare ad un proprio arsenale nucleare, la contraddizione è insita nella questione in esame: in questa congiuntura sui generis soltanto l'intervento diretto del Presidente Bush avrebbe potuto legittimare l'accordo qualora non sussistessero le condizioni previste dall'Aea, e qualora fosse possibile giustificare il fatto che l'accordo in esame sia in grado di poter garantire il perseguimento degli obbiettivi di contenimento della proliferazione nucleare.
L'originalità dell'accordo indo-statunitense comporta inevitabilmente delle ripercussioni anche all'interno nel Regime Internazionale dei fornitori nucleari il Nuclear Suppliers Group (NSG) all'interno del quale gli Usa si sono impegnati ad assistere tecnologicamente soltanto quegli stati le cui condizioni tra l'altro richiamavano le medesime precondizioni dell'Aea, e gli Usa ora si trovano a dover intervenire all'interno del regime per ottenere il consenso per l'implementazione dell'accordo del 18 luglio, non essendo state rispettate le precondizioni di base per poter intavolare accordi di collaborazione.
L'approccio selettivo di Washington oltre a compromettere il ruolo e la coerenza di un importante regime internazionale quale il NSG andrebbe a compromettere la congiuntura geopolitica non solo regionale ma internazionale, in virtù dell'integrazione dell'India nel club dei paesi nucleari parte del regime di non-proliferazione: la stessa struttura del sistema posto in essere dal TNP potrebbe subire duri colpi.
In questo quadro a tinte sfumate quale potrebbe essere la reazione di paesi quali la Corea del Nord e l'Iran? Un'aperta e roboante "condanna"da parte di questi paesi, ovviamente in forme diverse, di quella che è la selettività del modus operandi degli Usa in materia di collaborazione tecnologica nucleare che muta a seconda di quelli che sono gli interessi e gli attori coinvolti. La categorizzazione tra bombe buone e bombe cattive potrebbe inasprire le tensioni in materia di volontà di elevazione dello status nucleare di molti stati.
Gli Usa mantengono alta la guardia e i toni nei confronti del regime di Pyongyang e di quello di Teheran e sembra che perseguano una forma di "disarmo a metà", adducendo la critica possibilità che un Iran dotato di armi nucleari legittimi una corsa proliferante di molti altri paesi in primis la Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Indonesia, Egitto, Sudafrica, Brasile e Argentina, paesi in cui l'irrazionalità di gruppi autonomi e con velleità terroristiche potrebbe ricreare una condizione ancor più spaventosa di tensione internazionale, ignorando però un chiaro aspetto, vale a dire che questa tipologia di "gruppi irrazionali" già prolifera in modo abbondante nei nove paesi possessori di armi nucleari de facto e de iure.
Qualora l'Iran dovesse accedere ai ranghi del club nucleare la sua potenza geopolitica ne risentirebbe notevolmente, così come i tratti del suo storico nazionalismo che spinge il governo ad accrescere il proprio ruolo in chiave regionale, al di là di quelli che sono gli inquietanti tratti della retorica del suo Presidente che in quanto retorica necessita di un'ovvia distinzione da quello che è lo stato di cose reale.
Le armi nucleari all'Iran oscurerebbero ulteriormente la forza militare americana e l'atteggiamento duro degli Usa mette in evidenza non esclusivamente il fatto che tale propensione di Teheran potrebbe rappresentare una forma di minaccia alla pace e alla sicurezza globale, ma lascia emergere la relatività dell'approccio alla questione nucleare in esame, approccio contraddistinto da sfumature diverse all'interno del quadro composto da diversi pesi e misure adottati dalla nuova strategia in materia nucleare collaudata dagli Usa.
 

 

Note:

Riferimento bibliografico:
M. Martellini e A. Plebani "Bombe 'Buone' e Bombe 'Cattive'", Limes 1/2006.

 

 

 

http://www.uspid.org/sections/02_Books_Documents/USPID_Documents/none_TNP/node1.html

 La Proliferazione Nucleare e il Trattato di Non-Proliferazione (TNP)

Il TNP, sottoscritto il 1-7-1968 ed entrato in vigore il 5-3-1970, proibisce agli stati firmatari che non disponessero di armamenti nucleari (stati non-nucleari), di ricevere o fabbricare tali armamenti o di procurarsi tecnologie e materiale utilizzabile per la costruzione di armamenti nucleari. Ugualmente il trattato proibisce agli stati nucleari firmatari di cedere a stati non-nucleari, armi nucleari e tecnologie o materiali utili alla costruzione di queste armi. Inoltre il trasferimento di materiale e tecnologie nucleari, da utilizzarsi per scopi pacifici, deve, secondo il trattato, avvenire sotto lo stretto controllo dalla IAEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica).

Nei 25 anni in cui è stato in vigore, il TNP ha contribuito in modo determinante a limitare la diffusione delle armi nucleari.

Un numero sempre maggiore di stati è arrivato a percepire la proliferazione nucleare come antitetica agli interessi della collettività degli stati e all'ordine globale. Inoltre un numero sempre maggiore di stati non-nucleari ha accettato il carattere intrinsecamente discriminatorio (tra stati nucleari e non-nucleari) del trattato, perchè ha riconcosciuto che i progetti di costruzione di armamenti atomici sono contrari ai propri specifici interessi, oltre che agli interessi globali.

D'altra parte un numero assai limitato di stati ha intrapreso, a vario livello, attività connesse allo sviluppo di armamenti nucleari: molte di queste attività sono state abbandonate o sono state comunque tenute sotto controllo. Questo comunque non ha impedito che, intorno al regime di non-proliferazione, si stabilisse un vasto consenso internazionale, come dimostra l'alto numero di stati aderenti al trattato stesso.

Quelli che seguono sono alcuni dati in proposito:

 


 

http://www.archivionucleare.com/index.php/2006/05/08/brasile-centro-arricchimento-uranio-centrifughe-tecnologia/

Brasile - inaugurazione centro per l’arricchimento dell’ uranio con centrifughe di nuova tecnologia brasiliana

Su il “Corriere della Sera” di oggi è presente un articolo di Rocco Cotroneo riportante la notizia che il governo del Brasile ha annunciato venerdi l’ inaugurazione di un centro per l’arricchimento dell’ uranio, non lontano da Rio de Janeiro. La notizia non ha avuto molto clamore né in Brasile né all’ estero.

Il Brasile ha già oggi due centrali nucleari in attività (nei pressi di Angra dos Reis) e vuole costruirne una terza. Attualmente l’ energia elettrica ricavata dalle due centrali nucleari soddisfa solo l’ 1-2 per cento del fabbisogno energetico del Brasile, am il govrno Lula punta molto a rafforzare la presenza del nucleare per creare una maggiore indipendeza dall’ estero.
Il Brasile è un paese molto ricco di uranio, il quale uranio fino ad oggi è stato spedito via nave in Europa e qui è stato effettuato l’ arricchimento dell’ uranio a cura della Urenco.
Ma il Brasile punta adesso a raggiungere la totale autonomia volendo completare sul proprio territorio tutto il ciclo integrale di produzione di energia atomica.
Le intenzioni del Brasile sono dichiaratamente a fini esclusivamente pacifici e il Brasile stesso nega che l’ arricchimento dell’ uranio sia la strada per raggiungere la costruzione di armi nucleari, sostenendo che i propri impianti sarebbero in grado di arricchire l’ uranio-235 a meno del 5%, ben lontano dal 95% necessario per costruire una testata nucleare.
Il Brasile ha dichiarato da tempo di essere in possesso di una tecnologia molto avanzata e sosteniene che le centrifughe sviluppate in Brasile sono le più moderne ed efficienti in ciroclazione: 25 volte più efficienti di quelle in uso negli Stati Uniti e in Europa.
Questo ha creato anche un fatto interessante da ricordare: il Brasile (pur essendo firmatario dei trattati di non proliferazione) ha a lungo opposto resistenza alle ispezioni dell’ Iaea, giustificando tale condotta per tutelare il segreto industriale della propria tecnologia. Alla fine l’ Iaea ha potuto effettuare le ispezioni solo nel 2005 e solo dopo che i macchinari in questione fossero stati coperti con schermi opachi e limitando i controlli al processo.


 

http://www.lettera22.it/showart.php?id=2493&rubrica=53

 

CHI HA L'ATOMICA?

 

 

Chi preoccupa la Casa Bianca: i paesi in cui il nucleare continua a essere coltivato per scopi bellici, in modo più o meno ufficiale e/o legale

Lettera22

Venerdi' 11 Febbraio 2005


In tutto il mondo la corsa al nucleare sembra non esser mai cessata. Dall'Est all'Ovest, una panoramica dei paesi che destano grattacapi all'amministrazione Bush per la produzione di armi atomiche.

Corea del Nord - L’ultima menzione di censura il leader nordcoreano Kim Jong-Il l’ha avuta nel settembre scorso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), che intimava di “smantellare completamente ogni programma nucleare in maniera immediata, trasparente, verificabile e irreversibile”. Pyogyang è nella lista dei “paesi canaglia” stilata dagli Usa dopo l’11 settembre. Dopo aver aderito al Trattato di non proliferazione nucleare nel 1985, ha ritirato la firma nell’aprile 2003, guardando con crescente irritazione allo strapotere militare americano. Il paese possiede da tempo centrali nucleari per uso civile. Secondo fonti di intelligence vi sarebbero in Nord Corea 39 kg di plutonio e fra 2 e 6 testate nucleare già assemblate, montate su missili con gittata di 1.500 km, capaci cioè di raggiungere Corea del Sud, Giappone, Cina.

India - New Delhi ha l’atomica e non ha aderito al Tratto di non proliferazione. Con una popolazione che supera il miliardo, l’India si va affermando come secondo colosso geopolitico e militare asiatico: per questo non ha disdegnato il nucleare, visto anche il perenne conflitto col vicino Pakistan per la regione del Kashmir. Con il suo arsenale di circa 50 testate, New Delhi si è dunque coperta le spalle, assicurandosi una capacità missilistica che gli consentirebbe di usare l’atomica, almeno come deterrente, verso Islamabad e verso l’altra superpotenza asiatica, la Cina.

Pakistan - Il lungo braccio di ferro con il potente vicino indiano si è concluso con una sostanziale parità, lasciando intatto l’equilibrio del terrore in Asia meridionale: anche Islamabad, che non ha aderito al Trattato di non proliferazione, ha costruito passo dopo passo il suo piccolo arsenale nucleare, giungendo a un totale di circa 20 testate. Sembra che il Pakistan sembra abbia costruito le sue armi con uranio arricchito grazie a progetti rubati negli anni ’70 da un consorzio anglo-tedesco. Secondo fonti di intelligence, il paese avrebbe ceduto tecnologie nucleari alla Corea del Nord, in cambio di tecnologie missilistiche. Nel periodo 1989-2003 scienziati nucleari pakistani hanno condiviso tecnologie e know-how nucleare con Iran, Nord Corea e Libia.

Cina - Secondo stime di think-tank americani, Pechino possiede oltre 450 testate nucleari e una tecnologia missilistica che raggiunge una gittata di 11.000 km, capace cioè, in teoria, di arrivare sul suolo americano. Il primo test nucleare la Cina lo ha fatto nel 1964. Negli anni ’80, la Cina è stata uno dei paesi che hanno fornito armi e tecnologie nucleari in Medio Oriente e in Asia meridionale. La firma di Pechino sul Trattato di non proliferazione (1992), la successiva ratifica (1997) e una serie di accordi bilaterali con gli Usa per limitare le esportazioni militari cinesi, hanno contribuito ad abbassare la tensione con la Casa Bianca. Anche la questione del sostegno militare americano a Taiwan sembra passata in secondo piano rispetto ai nuovi rapporti economici che legano a doppio filo Washington e Pechino.

Iran - L’ultima buona notizia sull’Iran l’ha fornita l’IAEA a metà novembre: il materiale nucleare dichiarato da Teheran non è stato utilizzato per fabbricare armi. Dall’11 settembre la pressione sul regime degli ayatollah, parte dell’“asse del male” secondo Washington, è cresciuta: negli Stati uniti e in Israele non vedono di buon occhio il programma nucleare iraniano, che prevede 17 nuovi reattori (ufficialmente per scopi civili). Ultimamente, però, la tensione è diminuita: gli iraniani hanno dichiarato che sospenderanno le attività di arricchimento dell’uranio entro il 22 novembre, come previsto da una risoluzione dell’IAEA. E le visite degli ispettori, già concordate nell’aprile scorso, continueranno. Ma i dubbi sui programmi di Teheran non sono ancora del tutto scomparsi.

Brasile - La grande federazione guidata da Lula è stata protagonista, quest’anno, di un prolungato braccio di ferro con l’IAEA. Il caso è nato quando il Brasile ha negato agli ispettori dell’agenzia l’accesso a un impianto per l’arricchimento dell’uranio nella città di Resende, a nord est di Rio. Brasilia affermava di voler solo proteggere i suoi segreti nucleari e di non avere nessuna intenzione di costruire bombe. Ma alla fine ha ceduto: gli ispettori hanno visionato il discusso impianto lo scorso ottobre e la polemica si è esaurita. La vicenda brasiliana appare come una parentesi. Nel 1988, infatti, il paese ha aderito al Trattato di non proliferazione e gli ordigni nucleari sono proibiti addirittura dalla Costituzione. Il Brasile utilizza il nucleare a scopi civili dal 1982 e dispone di due reattori che generano il 4% della sua energia elettrica. Secondo i dati disponibili, è la sesta nazione al mondo per riserve di uranio possedute.

Libia - Considerato un tempo come uno dei paesi a maggior rischio, l’ex “stato canaglia” non turba più i sonni della Casa Bianca. Non solo per la svolta voluta dal colonnello Gheddafi, ma anche per i limiti tecnologici. Secondo l’IAEA, infatti, la Libia non dispone di impianti adeguati a produrre armi nucleari. Il recente cambio di rotta non deve però indurre in inganno. In passato i libici hanno ottenuto piani, materiali e tecnologie dal Pakistan e hanno cercato di acquistare impianti dalla Russia e dal Belgio. Nel corso degli anni ’70, inoltre, Gheddafi proclamò a più riprese di volersi impossessare di armi nucleari, in risposta a Israele, che se ne riforniva dagli Usa.


 

http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/130Baracca.htm

NUCLEARE

 

La proliferazione nucleare sia con voi!

di Angelo Baracca

 

Dietro il paravento dei programmi nucleari dell’Iran, gli Usa alimentano la proliferazione riconoscendo lo status di potenza nucleare dell’India e coprendo i programmi nucleari del Giappone

 

Che il pericolo nucleare costituito dall’Iran non sia che una montatura, come ieri lo furono le armi di distruzione di massa dell’Iraq, è stato ampiamente chiarito (il che non toglie che eventuali, recondite o segrete, ambizioni di Teheran a dotarsi in futuro di armi nucleari andrebbero comunque interdette). Quello che è meno chiaro è che dietro questo pretesto è in corso, o in preparazione, un’allarmante ripresa della proliferazione nucleare a livello mondiale, che viene invece dissennatamente favorita da Washington, per puri, e miopi, calcoli di potere: vi sono infatti rischi nucleari ben più concreti di quelli presunti dell’Iran, o della Corea del nord. Del resto, nel passato sono stati diffusissimi i progetti, ovviamente segreti, di sviluppare armi nucleari: dal Sudafrica (che li realizzò, ma Mandela li smantellò) al Brasile e l’Argentina, alla Svizzera, la Svezia, nonché l’Italia (1).

 

UN’EVOLUZIONE ALLARMANTE

Le potenze nucleari non solo non hanno ottemperato agli obblighi di disarmo imposti fin dal 1970 dal Trattato di non proliferazione (Tnp), ma hanno deciso che non si libereranno mai, per il futuro prevedibile, di questi armamenti (si conoscono programmi ufficiali fino al 2040), e si preparano anzi per usarli. Le dottrine relative alle armi nucleari hanno subito infatti, in primo luogo negli Usa, un’evoluzione allarmante, che ne prevede l’uso anche contro Stati a cui si attribuisca l’intenzione di usare armi di distruzione di massa (anche chimiche e biologiche), e anche a scopo preventivo (2) (va sottolineato che questa dottrina viola il Tnp, che implica l’assicurazione per gli stati aderenti a non venire attaccati in nessun caso con armi nucleari). Insomma, gli armamenti nucleari costituiscono per i militari e le potenze che li possiedono ordigni di carattere troppo risolutivo per rinunciarvi, e anche per rinunciare a usarli. È in corso anzi la ricerca per realizzare armi nucleari di tipo completamente nuovo, di potenza più piccola e con minore radiazione residua, con l’intenzione di cancellare la fondamentale distinzione tra armi nucleari e convenzionali.

Ma negli ultimi anni le cose si stanno mettendo molto peggio. L’Iran non è che il pretesto per tenere sotto tiro una regione strategica (3), e maschera il tentativo sempre più chiaro di mettere in soffitta l’intero regime di non proliferazione (dopo il resistibile fallimento della 7a Conferenza di revisione del Tnp del maggio 2005) e di avviare una nuova fase della proliferazione nucleare, a (miope e folle) uso e consumo della Casa bianca. Si sta delineando una strategia sempre più chiara nella quale convergono due scopi: realizzare una cintura di deterrenza attorno alla Cina e fare delle armi nucleari l’asse portante di essa.

 

PONTI DI … URANIO ALL’INDIA

La “partnership nucleare” lanciata spudoratamente e con grande fragore mediatico dal presidente Bush con l’India - con il riconoscimento di uno stato nucleare fuori dal Tnp - è una mostruosità che evidenzia l’ipocrisia dello scandalo mostrato per i test del 1998 (con sanzioni ben presto eliminate, in nome della lotta comune al terrorismo), costituisce un ulteriore strappo al trattato di gravità senza precedenti, premeditato, e con implicazioni imprevedibili. Come è possibile riconoscere lo status nucleare di un paese al di fuori del trattato e stabilire addirittura un accordo di fornitura di tecnologia nucleare? Tecnologia “civile”, of course, se non fosse che proprio sulla base di questa l’India ha realizzato la bomba (come il Pakistan, e tutti i paesi che l’hanno fatta)! Questo equivale a fare apertamente del Tnp carta straccia.

La ciliegina sulla torta, o l’impudica foglia di fico, su questo mostro giuridico (e logico) è costituita dal fatto che l’India accetterà i controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) ai 14 reattori “civili”, dei 22 che il paese possiede: la Iaea nacque prima del Tnp (dopo che venne lanciata la campagna dell’Atomo per la pace del 1953, finalizzato appunto alla diffusione dei programmi nucleari per uso civile), ma oggi non si vede bene la funzione delle verifiche agli impianti nucleari civili di un paese non aderente al Tnp, dal momento che nei restanti 8 reattori - militari! - l’India beninteso potrà fare tutto quello che le pare (4). La Iaea ha statutariamente il diritto di ispezionare solo gli impianti civili: ma la ratio di questa limitazione stava originariamente nel fatto che gli impianti militari esistevano solo nei paesi nucleari aderenti al trattato, e obbligati quindi a smantellare i propri arsenali, e di conseguenza, si suppone, anche detti impianti. Tutto il Tnp è scandalosamente asimmetrico e ingiusto, una volta caduta, o disattesa, la clausola decisiva dell’obbligo del disarmo. La Iaea non ha mai messo piede negli impianti nucleari delle potenze nucleari, né di Israele.

 

PONTI DI … PLUTONIO AL GIAPPONE

A chi tocca ora? Periodicamente compaiono rivelazioni sull’appoggio del Pakistan a un programma nucleare militare dell’Arabia saudita, a cui seguono le rituali quanto scontate smentite. Ma il rischio più concreto è costituito oggi dal Giappone. È opportuno ricordare che, quando si trattò di aderire al Tnp, vi fu un dibattito negli ambienti governativi tanto in Germania quanto in Giappone per assicurarsi che l’adesione non avrebbe sbarrato in modo definitivo la strada a dotarsi di armi nucleari (5). I due paesi sono tra quelli che hanno accumulato i più ingenti quantitativi di plutonio al mondo dal riprocessamento del combustibile esaurito dei loro reattori nucleari civili (rispettivamente 24, e 40-45 tonnellate): va ricordato che il plutonio costituisce l’esplosivo nucleare ideale, e che - anche se il plutonio generato nei reattori civili (reactor-grade) non ha le caratteristiche del plutonio militare (weapon-grade) - è assolutamente certo che può essere utilizzato per le bombe, tanto più con la tecnologia del boosting per l’esplosione (6); gli Usa e la Gran Bretagna hanno infatti esploso ufficialmente testate con plutonio riprocessato. Il Giappone e la Germania sono dunque due paesi (ma non i soli) che possiedono i materiali e le capacità tecnico scientifiche per produrre armi nucleari sofisticate in tempi brevissimi (proliferazione latente, o stand-by).

In Giappone è in corso una vera escalation: prende sempre più forza la volontà di rivedere la costituzione post-bellica in senso militarista (7), e parallelamente di realizzare armi nucleari. Questa escalation ha avuto un’impennata recentemente con l’apertura del nuovo impianto di riprocessamento di Rokkasho-Mura, un impianto da 21 miliardi di dollari, che separerà 8 tonnellate di plutonio all’anno! Deve essere chiaro che il riprocessamento del combustibile nucleare esaurito ha l’unico scopo di separare il plutonio, poiché moltiplica invece il volume dei prodotti e delle scorie radioattivi da custodire (anche se diminuisce la quantità di quelle a più alta attività).

 

PER COSA FARNE?

Tra pochi anni il Giappone diventerà il paese che possiede il maggiore quantitativo di plutonio al mondo. Per farne cosa? Da anni Tokyo sostiene che ha bisogno di plutonio per utilizzarlo come combustibile nei reattori veloci (8) e mescolato con l’uranio (MOX: Mixed Oxide, con il 3-10 % di plutonio) nei reattori convenzionali (termici). Ma il programma dei reattori veloci è fermo, e l’uso del MOX ha incontrato difficoltà che non lo hanno ancora reso possibile. Perché dunque continuare ad accumulare plutonio? I sospetti sono più che legittimi. Si tenga presente che Washington non si è mai espressa contro eventuali progetti militari giapponesi, e ha rafforzato l’alleanza militare con Tokyo (9).

Vi è poi una circostanza molto grave, ma poco nota, da sottolineare. Le tecniche di controllo oggi disponibili alla Iaea per il plutonio sono intrinsecamente soggette a incertezze ed errori di qualche percento: in un impianto commerciale che ripromessa tonnellate di plutonio all’anno è assolutamente impossibile rivelare la sottrazione, o il mancato rendiconto, di decine di chili di plutonio (10), quando per realizzare una bomba ne bastano pochi chili (a seconda della sofisticazione). Nell’impianto di riprocessamento britannico di Sellafield nel 2004 si verificò una fuga della soluzione acida del combustibile irraggiato, che venne rivelata solo dopo otto mesi, quando erano già usciti 83.000 litri di soluzione contenenti 160 chilogrammi di plutonio! Le ambiguità del Giappone sulla sua rincorsa al plutonio possono quindi legittimare i peggiori dubbi sulle sue reali intenzioni.

 

ESPLOSIVI NUCLEARI A GO GO

La produzione di plutonio al mondo deve assolutamente venire arrestata: si pensi che ad oggi sono state prodotte ben 1.250 tonnellate di plutonio civile, di cui 250 sono state separate per riprocessamento, esattamente quanto le 250 tonnellate di plutonio militare! Purtroppo gli Usa si oppongono da anni a stipulare un trattato per la limitazione della produzione di materiale fissile, richiesto dall’Assemblea generale dell’Onu.

La ripresa della proliferazione nucleare a livello mondiale è appesa a un filo. Se la Corea del nord avesse realizzato, come sostiene, alcune testate, potrebbe decidere di eseguire un test qualora le altre strade possibili si chiudessero. Se questo avvenisse, non solo il Giappone, ma la Corea del sud e Taiwan deciderebbero immediatamente di realizzare armamenti nucleari.

D’altra parte, il messaggio è chiaro: chi ha la bomba, mettendo la comunità internazionale davanti al fatto compiuto, sarà rispettato! Così è per l’India e il Pakistan; la Corea del nord non è attualmente minacciata di un attacco, mentre lo è l’Iran, accusato solo di volerla realizzare in futuro. Se questo processo proseguirà, vi è il rischio concreto che molti paesi trovino penalizzante la loro adesione al Tnp e considerino l’opportunità di abbandonarlo (cosa che il trattato consente).

I rischi di una ripresa della proliferazione nucleare su scala mondiale sono oggi molto concreti. Se qualcuno dubitasse che questo quadro sia troppo allarmistico, tenga presente che quello che differenzia le armi nucleari da tutte le altre è che vanno fermate prima di essere usate, perché il loro uso apre la strada a scenari apocalittici che non hanno uguali. Vi è una sola strada possibile: riprendere il processo di disarmo nucleare totale, incominciando con l’informazione e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sostenendo il gruppo di paesi impegnati in questo senso, rafforzando il Tnp e il sistema di verifiche, riprendendo le decisioni dell’Assemblea generale dell’Onu, estendendo le Zone denuclearizzate e arrestando la produzione di materiali fissili.

 

NOTE

(1) Lelio Lagorio, L’Ora di Austerlitz, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 54-57.

(2) A. Baracca, “G&P” nn. 97 - 115. H.M. Kristensen, The role of U.S. nuclear weapons: new doctrine falls short of Bush pledge, Arms Control Association, settembre 2005: http://www.armscontrol.org/act/2005_09/ Kristensen.asp?print; http://www.nukestrat. com/us/jcs/jp3-12_05.htm; e Preparing for the failure of deterrence, Sitrep, Vol. 65, n. 6 (Novembre/Dicembre 2005), pp. 10-12: http://www.rcmi.org/archives/sitrep_november_2005.pdf.

(3) Mi riferisco all’analisi che ho sviluppato in “G&P”, n. 127, Guerra nucleare preventiva.

(4) Bisogna distinguere i reattori nucleari militari progettati unicamente per produrre plutonio, che funzionano a potenza zero, e i reattori civili progettati per produrre potenza: il carattere intrinsecamente dual use della tecnologia nucleare deriva dal fatto che anche all’interno di questi ultimi si produce comunque plutonio (che può venire estratto con le tecniche di riprocessamento del combustibile esaurito). Vi sono poi anche reattori militari di potenza per la propulsione navale (sommergibili nucleari).

(5) Per dettagli su questo aspetto si può vedere A. Baracca, A Volte Ritornano; Il Nucleare, Milano, Jaca Book, Cap. 7, Paragr. 4.

(6) Ivi, Appendice 7.1.

(7) V. A. Zecca, La nuova strategia aggressiva, “G&P”, n. 121.

(8) Il nome viene dal fatto che in questi reattori la fissione viene provocata (tipicamente nel plutonio, e nell’uranio-238) da neutroni “veloci”, mentre nei reattori “termici” vi è un moderatore che rallenta i neutroni, per rendere più efficiente la fissione dell’uranio-235. La realizzazione dei reattori veloci (che alimentavano anche il sogno di produrre più plutonio di quanto ne bruciassero!) ha incontrato fino ad oggi grandi difficoltà.

(9) Emilie Guyonnet, Le nuove ambizioni militari nipponiche passano per gli Stati uniti, “Le Monde Diplomatique/il manifesto”, aprile 2006, p. 10-11.

(10) Si veda ad esempio The need for stregthened Iaea safeguards systems, Briefing 12, BASIC/ORG, www.oxfordresearchgroup.org.uk.


 

http://www.uspid.org/print.php?news=1124960776

Angelo Baracca

A VOLTE RITORNANO: IL NUCLEARE
 

LA PROLIFERAZIONE NUCLEARE
IERI, OGGI E SOPRATTUTTO DOMANI

 

Dal 2 al 27 maggio 2005 si svolge a New York la quinquennale Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Questa scadenza, che si è avvicinata in un silenzio “assordante” dei cosiddetti organi di informazione,
assume un’importanza cruciale, perché mai come oggi il regime di non proliferazione costruito negli ultimi 35 anni appare a rischio.


 

Questo saggio di Angelo Baracca affronta, in modo completo e documentato, ma sempre in termini semplici, tutti gli aspetti della proliferazione nucleare, coprendo una grave lacuna nell’editoria, non solo italiana, e fornendo uno strumento insostituibile di informazione, di approfondimento, ma anche di lavoro per tutti coloro che operano nei movimenti per la pace.


 

L’incubo nucleare, che ha gravato sui destini dell’umanità nei decenni della Guerra Fredda, è stato rimosso (con la complicità degli organi cosiddetti di informazione) ma non è affatto scomparso: rimane in agguato, più vivo che mai, e sta anzi assumendo nuove sembianze, più subdole e pericolose. La Corea del Nord o l’Iran (appena ieri l’Iraq) non sono altro che specchietti per le allodole per coprire queste tendenze, e fungono come pretesto per giustificare il mantenimento e il perfezionamento degli armamenti nucleari, in primo luogo degli Stati Uniti, di Israele e degli altri Stati nucleari..


 

La scomparsa dell’Unione Sovietica aveva aperto l’illusione che gli armamenti nucleari fossero ormai divenuti obsoleti e potessero venire eliminati per sempre, pur se in modo graduale, dalla faccia della Terra.
Quella speranzasi dissolse nel giro di pochi anni. Oggi appare più che mai evidente che i militari considerano le armi nucleari troppo comode e importanti, e gli Stati nucleari hanno ormai deciso che non rinunceranno mai ad esse, violando così impunemente tutti i solenni impegni di disarmo: gli USA hanno programmi nucleari ufficiali almeno per i prossimi 40 anni! Così, mentre il nuovo mondo unipolare mostrava il suo vero volto, si è scatenata una ricerca frenetica di armi nucleari di tipo completamente nuovo, che si possano usare sul campo di battaglia, cancellando la fondamentale distinzione tra guerra “nucleare” e “convenzionale”. Ma l’intera popolazione mondiale è stata tenuta volutamente all’oscuro di queste manovre, e lasciata nella tranquillizzante illusione che ormai l’incubo nucleare non esista più. Questo saggio è stato scritto con il proposito di documentare,denunciare e rendere fruibili, da parte di tutti, e in tutti gli aspetti, la natura degli armamenti nucleari, il ruolo che essi hanno svolto e svolgono attualmente, nonché gli sviluppi ed i rischi delle nuove tendenze degli armamenti nucleari.

Per questo scopo, esso prende le mosse da un riesame degli ultimi 60 anni della storia mondiale incentrato sul ruolo delle armi, delle strategie e della diplomazia nucleari. Un apparato di Appendici semplici, complete ed esaustive,e di Schede su argomenti specifici consentono a qualsiasi lettore di comprendere tutti gli aspetti tecnici rilevanti. I testi dei trattati internazionali più importanti sono per la prima volta riportati integralmente in italiano.
Per completezza viene presentata anche un’analisi critica del nucleare cosiddetto “civile”, che oggi viene riproposto da varie parti.

Questa ricostruzione analizza in modo esaustivo il ruolo determinante che gli armamenti nucleari hanno svolto nelle vicende internazionali del secondo dopoguerra; documenta in particolare le gravissime responsabilità degli USA nella diffusione di progetti nucleari militari, dietro la copertura del programma dell’Atomo per la Pace, a partire da Israele e dalla Francia, fino all’Iran, all’Iraq, all’Egitto, e così via (anche la Svizzera e la Svezia hanno avuto rogetti militari fono a non troppo tempo fa); analizza poi la svolta seguita al crollo dell’Unione Sovietica; esamina in tutti i suoi aspetti (politici, tecnici e giuridici) la struttura ed i limiti del regime di non proliferazione stabilito con il Trattato di Non Proliferazione del 1970, ed integrato dai trattati degli anni ’90; consente così di cogliere la piena rivalutazione che hanno avuto gli armamenti nucleari, e le tendenze nuove e pericolosissime per la loro radicale innovazione. Queste ultime informazioni vengono fornite per la prima volta in modo completo ed accessibile: le nuove tendenze costituiscono infatti un problema molto complesso da affrontare, poiché da un lato i risultati più importanti per i militari sono ovviamente coperti dal più rigido segreto; ma dall’altro le ricerche in questa direzione si intrecciano in modo sempre più stretto e inestricabile con molti settori di avanguardia nelle tecnologie civili e nella ricerca fondamentale. I quali ne forniscono così anche una copertura.

A fronte di questi sviluppi, l’attuale regime di non proliferazione risulta superato e impotente. L’analisi, sviluppata in questo saggio, dei trattati internazionali vigenti (nonché di quelli firmati, ma decaduti prima ancora di diventare completamente operativi), mostra i motivi per cui le potenze nucleari, dopo decenni di negoziati inconcludenti, li hanno accettati, e le vie che tali trattati lasciano aperte per la ricerca di armi nucleari di tipo nuovo.
Per fare solo un esempio, i trattati internazionali riguardano solo armi che utilizzano la reazione a catena nell’uranio e nel plutonio: ma le armi basate su questi meccanismi presentano vari inconvenienti per il loro uso bellico effettivo, ed i perfezionamenti ancora possibili appaiono ormai molto limitati, per cui i militari sono ormai interessati soprattutto alla realizzazione di armi basate su meccanismi e processi di tipo completamente nuovo. Ma non esiste nessun trattato internazionale che possa tenere sotto controllo questi processi.
Mentre si contestano, a torto o a ragione, all’Iran o alla Corea del Nord progetti nucleari militari (sviando su di essi l’attenzione dell’opinione pubblica), e per gli altri paesi l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica svolge i
suoi controlli, nessuno può ragionevolmente impedire oggi a nessun paese di
realizzare strutture volte ad ottenere la fusione nucleare controllata, o di
sviluppare super-laser o le nanotecnologie. E le potenzialità “dual use
di queste ricerche sono accuratamente celate, o abilmente mistificate. Questo saggio solleva in modo documentato il velo su questi processi.

Oggi più che mai il solo obiettivo che può ritenersi efficace è quello della totale e definitiva eliminazione dalla faccia della Terra di tutti
i tipi di armamenti nucleari, passati, presenti e soprattutto futuri.


http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Febbraio-2003/pagina.php?cosa=0302lm11.01.html&titolo=Ricatto%20nucleare%20in%20Corea%20del%20Nord

Quando l'«asse del male» anticipa le mosse

 

Ricatto nucleare in Corea del Nord



 

La crisi provocata dal ritiro della Corea del Nord dal trattato di non proliferazione nucleare potrà essere risolta solo per via negoziale. Gli Stati uniti infatti non possono impegnarsi in un'operazione militare senza l'appoggio dei paesi vicini. E la loro politica è contestata tanto a Pechino che a Seul, dove il nuovo presidente, Roh Moo-hyun, intende proseguire sulla strada della riconciliazione con Pyongyang. Anche Tokyo peraltro teme gli effetti di una politica americana troppo aggressiva nei confronti della Corea del Nord.

Bruce Cumings

Nel 1991, l'amministrazione di George Bush padre iniziò a preoccuparsi delle attività del complesso nucleare nord-coreano di Yongbyon, che ospita un reattore a grafite. Tuttavia, visto che il Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) accorda diritti di autodifesa ai paesi non detentori di armi nucleari minacciati da questo stesso tipo di armamenti, gli Stati uniti dovevano disfarsi delle proprie armi nucleari in Corea del Sud - artiglieria, mine terrestri, bombe e missili Honest John (datati 1958) prima di poter affrontare il problema del programma nucleare nord-coreano Fu così che Bush senior intavolò le prime trattative con Pyongyang e, poco prima che egli lasciasse la Casa bianca, le armi nucleari americane vennero ritirate dalla Corea del Sud. Subito dopo il suo avvento al potere, Clinton diede una battuta d'arresto a questa diplomazia: aveva occhi solo per l'economia e all'inizio non prestò la minima attenzione alla Repubblica popolare democratica di Corea (Rpdc).
Sei settimane dopo l'insediamento del neo-presidente, la Corea del Nord dichiarò che gli ispettori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) erano agli ordini dei servizi segreti americani, annunciò il proprio ritiro dal Npt e, attivando la sua straordinaria macchina propagandistica, chiamò «atto di guerra» le eventuali sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. La crisi così scatenata da Kim Il Sung sarebbe durata diciotto mesi, aggravandosi drammaticamente quando, nel maggio del 1994, la Corea del Nord scaricò dal reattore di Yongbyon 8.000 barre di combustibile irradiato che contenevano abbastanza plutonio per fabbricare cinque o sei bombe atomiche. Alla fine del giugno 1994, Clinton era a due passi dal dichiarare guerra alla Corea del Nord. L'ex presidente James Carter volò a Pyongyang, intrattenne un colloquio diretto con Kim Il Sung e ottenne l'impegno per il congelamento totale del complesso di Yongbyon.
Impegno che fu ratificato dall'accordo-quadro tra Stati uniti e Rpdc nell'ottobre 1994. L'Aiea pose i sigilli sul reattore di Yongbyon, immagazzinò le barre di combustibile irradiato in cassoni di cemento e rimase a sorvegliare l'impianto per gli ultimi otto anni. L'amministrazione Clinton, in seguito, tentò di arrivare a un accordo globale proponendo a Pyongyang un aiuto economico in cambio del congelamento del suo programma nucleare. Tra il 1998 e il 2000, William Perry, ambasciatore itinerante del presidente Clinton, pose le basi per un mutuo riconoscimento e per un acquisto in blocco di tutti i missili nord-coreani, nonostante i servizi segreti avessero le prove che nel 1998 la Corea del Nord aveva iniziato a importare tecnologie riguardanti un nuovo programma per l'arricchimento dell'uranio (1). I repubblicani all'epoca gridarono alla condiscendenza nei confronti di uno «stato canaglia».
La crisi attuale si è scatenata ufficialmente dopo la visita a Pyongyang, dal 3 al 5 ottobre 2002, del sottosegretario di stato per gli affari del Pacifico e dell'Asia orientale James Kelly, che aveva con sé le prove di una ripresa del programma nucleare nord-coreano. Dopo aver inizialmente negato, alla fine i nord-coreani ammisero i fatti.
Pyongyang avrebbe concluso nel 1998 un accordo con Islamabad, che prevedeva il trasferimento in Pakistan dei missili nord-coreani in cambio della tecnologia pakistana di arricchimento dell'uranio. L'estate scorsa sarebbero emerse le prove che la Corea del Nord stava fabbricando uranio arricchito. Si tratta di un processo molto lento ma con uno sforzo sostenuto, e con l'aiuto di 1.000 centrifughe che gli si attribuiscono, i nord-coreani riuscirebbero a fabbricare all'anno una o due enormi bombe atomiche, poco maneggevoli, sul modello del Pakistan. Poco tempo dopo il ritorno di Kelly a Washington, un funzionario americano dichiarava ad alcuni giornalisti che l'accordo-quadro del 1994 sul congelamento del reattore di Yongbyon era nullo.
In realtà si trattava di una previsione auto-realizzatrice poiché i consiglieri del presidente Bush, poco dopo il suo arrivo alla Casa bianca, avevano dichiarato di ritenere l'accordo lettera morta (2). Per di più, dopo l'11 settembre 2001, Washington inventava «l'asse del male» e nel settembre 2002 si allontanava dalla sua storica politica di containment a vantaggio di una strategia di guerra preventiva.
Rispetto alla Corea del Nord, il presidente americano si è abbandonato a incessanti e gratuiti attacchi contro Kim Jong-il, dando prova di un completo disprezzo per la politica di riconciliazione condotta da Seul. Nel marzo 2001, il presidente sud coreano Kim Dae Jung, insignito del premio Nobel per la pace, incontrò Bush solo per sentirsi dire che il premier nord-coreano non era degno di fiducia (come se l'accordo del 1994 fosse stato basato sulla fiducia e non sulla sorveglianza).
E in un recente colloquio con il giornalista Bob Woodward, il presidente americano ha esclamato di «detestare Kim Jong-il», aggiungendo che preferirebbe «rovesciare» il regime nord-coreano (3). Il 27 dicembre 2002, la Rpdc ha nuovamente espulso gli ispettori dell'Aiea - denunciando tale organismo come strumento di Washington - e subito dopo ha iniziato a caricare nuove barre di combustibile a Yongbyon. Il 10 gennaio 2003, la Corea del Nord ha annunciato che si ritirava dal Npt e che qualsiasi sanzione presa nei suoi confronti dal Consiglio di sicurezza dell'Onu sarebbe stata considerata una «dichiarazione di guerra». Finora, però, si è guardata bene dall'aprire i cassoni contenenti il combustibile irradiato.
Il fondamento della non proliferazione Washington ostenta il proprio rifiuto di negoziare con i nord-coreani, sostenendo che significherebbe cedere al «ricatto nucleare». Fuori questione è anche il riconoscimento del regime, che gli Stati uniti rifiutano da quando Kim Il Sung salì al potere, nel 1946. Quello che doveva essere l'aspetto principale della posizione americana era stato enunciato dal segretario alla difesa di Clinton, William Perry, che nel 1994 dichiarava: «Non vogliamo la guerra e non provocheremo nessuna guerra in Corea né per questo né per un altro motivo». Ma se le sanzioni adottate dalle Nazioni unite «spingessero i nord-coreani a entrare in guerra... allora dovremo assumerci il rischio (4)».
Il presidente Clinton non si assunse il rischio: il generale Gary Luck, comandante in Corea, l'aveva informato che una nuova guerra sarebbe durata sei mesi e avrebbe potuto provocare fino a 100.000 vittime americane.
In realtà, la decisione presa nel settembre 2002 di affidare la risoluzione del problema delle armi di distruzione di massa dell'Iraq al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e all'Aiea ha fornito a Pyongyang l'occasione di scatenare la crisi attuale. Bush prevedeva di procedere contro «l'asse del male» in un dato ordine: prima Saddam Hussein, poi la Corea del Nord, infine l'Iran. Kim Jong-il, comprensibilmente impaziente, ha scombussolato l'ordine delle operazioni.
Dopo quasi due anni in cui la politica estera americana ha mescolato realismo più duro con idealismo messianico, era inevitabile che uno dei paesi «dell'asse» minacciati di attacco preventivo lo anticipasse, mettendo il presidente americano con le spalle al muro. Kim Jong-il non ha fatto altro che questo. Le sue recenti provocazioni gli hanno permesso di rafforzare la propria posizione mentre Bush teneva gli occhi fissi sull'Iraq. La Corea del Nord sa che gli Stati uniti non hanno i mezzi per portare avanti contemporaneamente due guerre di grande peso. Inoltre, come farebbe Bush a giustificare un'altra guerra devastante dopo essere stato lui stesso ad abbandonare il tentativo quasi riuscito di Clinton di comprare in blocco i missili nord coreani di media e lunga gittata e di portare avanti il congelamento nucleare?
Alcune fonti rendono noto che la squadra di Clinton, prima di andarsene, abbia aggiornato quella di Bush sulle informazioni ottenute riguardo alle importazioni nord-coreane di tecnologia pakistana per l'arricchimento dell'uranio. Tuttavia, l'amministrazione Bush non ha fatto nulla prima del luglio 2002, data in cui ha messo insieme informazioni sul probabile inizio della costruzione di un impianto per l'arricchimento dell'uranio da parte della Corea del Nord (5). Molti esperti ritengono che Pyongyang sia palesemente venuta meno al suo impegno importando tali tecnologie. Tuttavia, era possibile congelarne l'utilizzo, nell'ambito del proseguimento dell'accordo sui missili e della normalizzazione dei rapporti tra Stati uniti e Rpdc. Cambiando radicalmente politica e usando, poi, le nuove informazione raccolte nel luglio 2002 per affrontare i nord-coreani in ottobre, l'amministrazione Bush ha trasformato un problema risolvibile in una crisi grave che lascia poco margine di manovra alle due parti. Il pericolo risiede nella combinazione di alcuni elementi: le prevedibili provocazioni della Corea del Nord, l'intenzione americana di usare armi nucleari fin dall'inizio di un conflitto e la dottrina di guerra preventiva del presidente Bush - il diritto degli Stati uniti di attaccare un paese che essi pensano possa attaccare per primo. A questo pericolo si aggiunge una nuova minaccia contro l'apparato deterrente che esiste nella penisola. Secondo il generale James Grant, responsabile dei servizi di informazione militare in Corea tra il 1989 e il 1992, i progressi americani nelle munizioni di precisione rendono ora possibile la distruzione dei 10.000 pezzi di artiglieria nascosti tra le montagne a nord di Seul che, finora imprendibili, costituivano il principale baluardo della Rpdc contro un'eventuale aggressione da parte della Corea del Sud. Se questo è vero, e in assenza di garanzie credibili di sicurezza, i generali di Pyongyang sarebbero spinti a rivolgersi a un deterrente più affidabile.
Questa vicenda si rivela ancora più spiacevole se si considera che, dall'inizio del 1998, su esortazione di Kim Dae Jung sono stati realizzati enormi progressi in vista di una riconciliazione tra le due Coree.
Nel giugno del 2000, per la prima volta dalla divisione del paese nel 1945, i due capi di stato coreani si sono stretti la mano a Pyongyang.
Nel dicembre del 2002 i sud-coreani hanno rotto con il sistema politico della guerra fredda eleggendo alla presidenza, contro ogni previsione, Roh Moo Hyun, un avvocato con un coraggioso passato di difensore dei dirigenti operai e dei militanti dei diritti umani nella triste epoca della dittatura militare degli anni '80.
Tra i giovani si fa strada un'opposizione alla presenza americana in Corea del Sud. Nel grande viale che costeggia l'ambasciata americana di Seul, imponenti cortei hanno visto marciare ex studenti che parteciparono all'agitazione universitaria degli anni '80, epoca in cui la diplomazia americana a sosteneva la dittatura e la sua sanguinosa repressione della rivolta di Kwangju nel 1980. Essendo il governo di Roh Moo Hyun perfettamente cosciente della parte di responsabilità degli Stati uniti nell'attuale crisi, Bush dovrà gestire relazioni difficilissime con entrambi i paesi - la Corea del Nord e la Corea del Sud.
La non proliferazione poggia su un principio fondamentale: i paesi non detentori di armi nucleari non possono essere minacciati da quelli che ne possiedono. Nel 1968, con lo scopo di ottenere il voto degli stati non nucleari per far ratificare il Npt dalle Nazioni unite, gli Stati uniti, la Gran Bretagna e l'Unione sovietica si impegnarono a venire in aiuto a ogni «vittima di un atto o di una minaccia di aggressione che implichi il ricorso ad armi nucleari» (risoluzione 255 del Consiglio nazionale di sicurezza del 7 marzo 1968). Nel 1996 il Tribunale penale internazionale dell'Aja raccomandava che l'uso o la minaccia di armi nucleari fosse vietato in quanto «male estremo».
Tuttavia il Tribunale non riuscì a decidere se il ricorso a quelle armi fosse giustificato in caso di autodifesa: «Il Tribunale non può arrivare definitivamente a una conclusione sul fatto se sia legale o meno la minaccia o l'utilizzo di armi nucleari in circostanze estreme di autodifesa in cui è in gioco la stessa sopravvivenza di uno stato (6)». Secondo tale criterio la Corea del Nord ha più buone ragioni di sviluppare delle armi nucleari di quante ne abbiano gli Stati uniti di minacciare di annientamento una Corea del Nord non-nucleare.
La Rpdc ritiene sia in gioco la sua stessa sopravvivenza. È probabile che si sbagli, ma nel clima esplosivo in cui si trovano le vicende del mondo non ci si può aspettare che corra dei rischi per un problema così grave. L'unico modo per impedire la guerra consiste nel tornare rapidamente allo status quo di prima del 2001, vale a dire alla conclusione obbligata, e ancora possibile, che Clinton e Kim Il Jong avevano trovato durante la prima crisi.
 

note:
* Docente all'università di Chicago, autore di Parallax Visions: Making Sense of American-East Asian Relations, Duke University Press, Londra, 1999.
(1) Si legga Bruce Cumings «La distensione asiatica in pericolo», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2001.
(2) Contrariamente a ciò che sostiene l'amministrazione Bush, l'accordo non si oppone all'arricchimento dell'uranio. La Corea del nord però ne ha sicuramente violato lo spirito.
(3) Bob Woodward, Bush at War, Simon & Schuster, New York, 2002, p.340.
(4) Chicago Tribune, 4 aprile 1994. In un memorandum indirizzato alle Nazioni unite (10 aprile 1996) la Rpdc sosteneva che «se le Nazioni unite avessero deciso di ripetere la loro storia imponendo unilateralmente delle"sanzioni" alla Rpdc sarebbe scoppiata una seconda guerra di Corea».
(5) Informazione comunicata ufficiosamente all'autore da Joel Wit e Robert Galluci (quest'ultimo negoziò l'accordo con Pyongyang nel 1994, mentre Wit era una dei suoi assistenti.)
(6) New York Times, 9 luglio 1996.
(Traduzione di P. B.)


 

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