FISICA/MENTE

 

 

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/11_Novembre/13/testate.shtml

Con GoogleEarth possibile viaggio virtuale attraverso i siti nucleari

Dove sono le testate atomiche targate Usa?

 

Diciotto siti distribuiti tra dodici paesi statunitensi e sei europei. Lo rivela uno studio pubblicato sul Bullettin of The Atomic Scientist

MILANO - Vi siete mai chiesti dove si trovino le bombe atomiche americane? Adesso uno studio pubblicato dalBullettin of The Atomic Scientist, il bollettino degli scienziati atomici, dà la risposta: esistono circa diecimila testate nucleari statunitensi distribuite tra dodici Paesi americani e sei Stati europei.Gli autori dell'articolo - Hans M. Kristensen, della Federation of American Scientists (FAS), e Robert S. Norris del Natural Resources Defense Council (NRDC), hanno identificato le possibili posizioni esaminando attentamente documenti ufficiali e non, dichiarazioni di funzionari, report e foto satellitari ad alta definizione. Il risultato? La più alta concentrazione di testate nucleari si trova a Bangor, Washington, nella sede dello Strategic Weapons Facility Pacific (Comando delle armi strategiche del Pacifico): qui si contano più di 2.300 testate. Si tratta forse del sito con il maggior numero di atomiche al mondo. La metà delle quali è collocata a bordo di sottomarini missile-balistici nell'Oceano Pacifico. Circa 1.700 testate sono schierate su sommergibili di classe Ohio e funzionano negli oceani Pacifico e Atlantico.

VIAGGIO VIRTUALE TRA LE TESTATE - Sulla base dello studio, la federazione degli scienziati americani (FAS) e il Consiglio di Difesa delle risorse naturali (NRDC) ha poi creato, servendosi del programma Google Earth, una mappa virtuale molto dettagliata dei siti nucleari scoperti (per vedere la mappa è necessario comunque scaricare il client a questo indirizzo: http://earth.google.it/downloads.html). Il governo degli Stati Uniti rifiuta di rendere pubblica l'esatta posizione delle armi nucleari, ma i ricercatori sottolineano di essere da anni a conoscenza di tali informazioni. La sicurezza delle armi nucleari, spiegano, non è determinata dalla conoscenza della loro posizione ma dalla protezione fisica dei militari e dal fatto che le armi non possano essere fatte esplodere da personale non autorizzato.

SOLO IN EUROPA 400 TESTATE USA- In otto basi di sei Paesi europei si trovano quattrocento testate. I Paesi sono Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Gran Bretagna, tutti membri della Nato. Gli Stati Uniti sono l'unica potenza che dispiega armi nucleari in Paesi stranieri. Nel decennio scorso l'America ha rimosso siti nucleari dalla California, dalla Virginia e dal South Dakota, oltre che dalla Grecia. Lo studio rivela che più di due terzi di tutte le testate nucleari a stelle e a strisce sono ancora in funzione nonostante la Guerra Fredda si sia conclusa più di sedici anni fa. Più di 2.000 atomiche potrebbero essere sganciate con pochissimo preavviso.

La mappa dei siti nucleari negli  Usa (dal sito www.fas.org)

La mappa dei siti nucleari negli Usa (dal sito www.fas.org)

Solo il 28 per cento circa delle testate statunitensi è stato spostato per agevolare le operazioni di immagazzinamento. Il sito più grande, nella base aeronautica sotterranea di Kirtland a Albuquerque, Nuovo Messico, conserva 1.900 testate.

IN AMERICA 10 SITI - Nel territorio americano i dieci siti che attualmente ospitano le armi nucleari sono: lo Strategic Weapons Facility Pacific a Bangor, la base aeronautica di Nellis, nel Nevada; quella di Warren, in Wyoming, ma che si estende anche in Colorado e nel Nebraska; Kirtland, Nuovo Messico; Malmstrom, Montana; Minot, Nord Dakota; Pantex Plant, Texas; Barksdale, Louisiana; Whiteman, Missouri e lo Strategic Weapons Facility Atlantic a King Bay, Georgia. Certamente il lavoro degli scienziati sarebbe più completo se si potessero «tracciare» allo stesso modo le testate di altre nazioni «nucleari»: la Russia, la Cina, l'India, il Pakistan... Ma evidentemente le informazioni relative ai siti di questi Paesi sono molto più scarse e molto meno facili da reperire.

 

13 novembre 2006


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Novembre-2006/art68.html

Stati uniti


Riapre la «scuola per dittatori»


Fuga a sinistra Chavez, Morales, ora Ortega: Bush ordina nuovi «aiuti militari» in America latina. E rilancia l'Escuela
 

Luca Celada


Los Angeles
«Gli Usa riprendono l'addestramento di eserciti latini». E' il giorno prima del fine-settimana successivo al terremoto elettorale di medio termine. E mentre il New York Times e il Los Angeles Times piazzano in copertina gli esiti della sbornia elettorale (I democratici guadagnano il Senato» sulla costa est, «Il Congresso in mano ai democratici» su quella ovest), il quotidiano a più alta tiratura degli States cambia clamorosamente argomento. E mette in prima pagina l'ordine esecutivo di Bush per riprendere l'addestramento di forze militari di 11 paesi in Sudamerica e nei Caraibi.
Dal 2002 l'addestramento di eserciti, polizie e forze paramilitari sudamericane era stato sospeso non per atto umanitario ma a causa del rifiuto dei governi latinoamericani di esentare soldati e «consulenti» nordamericani dall'eventuale denuncia per crimini di guerra presso le corti internazionali. Una specie di aministia plenaria e preventiva richiesta dagli americani che la dice lunga sulle loro buone ragioni (e notevole coda di paglia) per mettere le mani avanti.
I rapporti militari fra i due continenti hanno segnato i capitoli più torbidi e tragici nei rapporti degli Usa col proprio «cortile di casa» producendo tra l'altro la fanmigerata School of the Americas, l'università della tortura presso la base di Fort Benning in Georgia, dove generazioni di ufficiali centro e sudamericani sono state istruite sulle arti oscure dell'interrogazione «persuasiva» e su tecniche anti-insurrezionali applicate nella lotta a movimenti armati di liberazione, dai tupamaros ai sandinisti. Le squadre della morte diplomate a Fort Benning si sono macchiate di crimini in decine di paesi dell'emisfero. La Soa sarà oggetto la prossima settimana di una serie di inziative di protesta n Georgia e in molti paesi sudamericani.
L'attività ora viene ripresa, come ha scritto UsaToday, a seguito di una serie di elezioni che hanno visto diversi paesi svoltare a sinistra. Nell'articolo vengono citati oltre alla bestia nera Venezuela, la Bolivia di Morales e - goccia che ha fatto traboccare il vaso - il ritorno di Daniel Ortega in Nicaragua. Questi suffragi «negativi» a ripetizione a sud del confine sono una situazione ritenuta ora del tutto inaccettabile dal dipartimento di stato degli Stati uniti che per bocca del segretaria, Condoleezza Rice, dichiara: «Ci siamo sparati sui piedi da soli». La nuova istruzione militare mira a correggere l'errore e a «rinsaldare i legami» capaci di arginare la svolta (peraltro democratica) a sinistra. Regalando al contempo la più esplicita ammissione di una politica di destabilizzazione sistematica dell'emisifero. Un nuovo piano emisferico per l'esportazione di una democrazia più corretta che Bush amerebbe forse, se solo potesse, applicare anche a casa propria.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/15-Novembre-2006/art43.html

Finanziaria a mano armata, 21 miliardi alla difesa


I generali «Un esercito coerente con le ambizioni nazionali»


Manlio Dinucci
La Finanziaria sarà varata con «i muri maestri intatti», assicura il ministro Tommaso Padoa Schioppa. Ma dovrebbe essere più preciso: c'è un muro maestro, quello della spesa militare, che non solo resterà intatto ma sarà rafforzato.
Il bilancio di competenza della difesa per il 2007 sale a 18.134,5 milioni di euro rispetto ai 17.782,2 del 2006. E' quasi il doppio del bilancio di competenza dell'università e ricerca ma ancora non basta. Per questo, ha annunciato il ministro della Difesa Arturo Parisi, sono stati introdotti nella finanziaria alcuni «correttivi».
L'articolo 113 istituisce un «fondo per le esigenze di investimento della difesa», destinato a «programmi di investimento pluriennale, derivanti anche da accordi internazionali», con una dotazione di 1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 per il 2008 e 1.200 per il 2009: circa 4,5 miliardi in tre anni. Questa è però la punta dell'iceberg della spesa che l'Italia dovrà sostenere per partecipare a tali programmi.
Solo per il caccia statunitense F-35 Lightning, si è investito oltre un miliardo di dollari e per l'acquisto di 131 caccia ci vorranno come minimo altri 11 miliardi che si aggiungeranno ad almeno 7 miliardi di euro per l'acquisto di 121 Eurofighter Typhoon.
L'articolo 187 istituisce un fondo di 400 milioni di euro per il 2007 e 500 per ciascuno degli anni 2008 e 2009, per «la tenuta in efficienza dello strumento militare, mediante interventi di sostituzione, ripristino e manutenzione di mezzi e materiali». In altre parole: poiché aerei, autoblindo e navi da guerra si usurano soprattutto in missioni tipo quelle in Afghanistan e Libano, occorrono ogni anno centinaia di milioni di euro per tenerli in efficienza o sostituirli. Tali fondi non vengono però prelevati dal bilancio di competenza della difesa ma aggiunti dalla finanziaria. E, poiché bisogna incentivare l'arruolamento di volontari, l'articolo 187 autorizza per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 la spesa di 20 milioni di euro destinati alla «costruzione, acquisizione o manutenzione di alloggi per il personale volontario delle Forze armate».
L'articolo 188 autorizza, per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009, la spesa di 1 miliardo di euro per il finanziamento della partecipazione italiana alle «missioni internazionali di pace». Tali fondi sono però iscritti non nel bilancio di competenza della Difesa ma in quello del ministero dell'economia e delle finanze. Se poi occorreranno più soldi di quelli previsti, «il ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato, con propri decreti, a disporre le relative variazioni di bilancio».
Con questi e altri «correttivi», la spesa militare italiana supera ampiamente nel 2007 i 21 miliardi di euro, equivalenti a oltre 27 miliardi di dollari: l'Italia si colloca così come spesa militare al settimo posto mondiale. Vi sono per di più altre voci di carattere militare nascoste nelle pieghe del bilancio: tra queste un esborso di circa mezzo miliardo di dollari per la manutenzione delle basi Usa in Italia; un altro, non quantificabile, per i programmi previsti dall'accordo militare italo-israeliano (Legge n. 94/2005).
Così, mentre si effettua una manovra finanziaria che direttamente e indirettamente grava sulla maggioranza dei cittadini, si accresce la spesa militare e si pongono tutte le premesse per un suo ulteriore aumento.
Il sacrificio vale però la pena: in tal modo - spiega il capo di stato maggiore della difesa - l'Italia può avere «capacità di intervento efficace e tempestivo» nelle aree di «interesse strategico», dai Balcani al Caucaso, dal Nord Africa al Golfo persico. Ciò è reso possibile da uno strumento militare «proiettabile» dotato di spiccata capacità expeditionary coerente col «livello di ambizione nazionale». Ne fanno parte le forze speciali che, spiega il ministero della Difesa, sono impiegate «in modalità occulta o clandestina» in «operazioni dirette a conseguire obiettivi di natura militare, politica, economica o informativa in aree di difficile accessibilità». Tutto chiaro. Resta solo un dubbio: in quale capitolo di bilancio è inserito il finanziamento delle operazioni occulte e clandestine?

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/15-Novembre-2006/art60.html

Dio lo vuole: tutti con Israele


Negli Usa la destra cristiana chiede a Bush (e lo ottiene) di scherarsi totalmente con Tel Aviv: «E' la politica estera di Dio». Con un nemico comune: Ahmadinejad


Franco Pantarelli


New York
Per chi è convinto che dio sia universale e che tutte le genti del mondo siano suoi figli il colpo sarà duro, ma la verità è che «dio ha un politica estera» e che il suo pilastro è l'appoggio incondizionato a Israele, cui la Bibbia assegna il ruolo di «annunciatore del nuovo avvento». E' la nuova frontiera della cosiddetta «destra religiosa» americana che dopo una lunga sedimentazione ha avuto modo di fare il suo debutto durante la crisi del Libano del luglio scorso. Su Beirut e dintorni, come si ricorderà, cadevano le bombe israeliane e le varie capitali che cercavano il modo di fermarle si scontravano con l'ostacolo posto da Washington, la cui linea era invece quella di «dare il tempo a Israele di finire il lavoro», come disse George Bush. Nel turbinio di viaggi di ministri degli esteri e consultazioni di primi ministri, nessuno si accorse che nello stesso tempo, proprio a Washington, c'era un raduno dei «Cristiani uniti per Israele», guidato dal reverendo John Hagee, predicatore di San Antonio e uno dei fondatori dell'organizzazione.
I suoi seguaci confluiti nella capitale da tutto il paese erano circa 3.500 e a loro Hagee presentò come un trofeo il sorridente ambasciatore israeliano, spiegò che ciò che stava avvenendo in Libano era «una battaglia del bene contro il male», lesse loro i messaggi di adesione di Bush e di Ehud Olmert e li esortò a scrivere ai deputati cui loro avevano assicurato l'elezione per dirgli appunto di «lasciare che Israele finisse il lavoro». In quel momento la comunanza di vedute fra il movimento e la Casa bianca era così completa che quando Hagee vi si recò per una «doverosa visita», il viceconsigliere per la sicurezza nazionale Elliot Abrams, incaricato di riceverlo, si dichiarò «essenzialmente d'accordo» con il messaggio da lui portato, che era: «Ogni volta che negli ultimi cinquanta anni c'è stata una battaglia come quella di questi giorni il dipartimento ha sempre mandato un proprio inviato a perorare il cessate il fuoco. Ma in questo modo i terroristi si riposano, si riarmano e riprendono la loro attività».
Uscendo dall'incontro con Abrams il reverendo Hagee disse trionfante di «sentirsi sulla retta via», ma poi il cessate il fuoco ci fu e lui rimase «molto deluso». Intanto però il sodalizio con il governo israeliano - le cui basi erano state gettate molti anni prima durante vari incontri fra Menachem Begin e James Dobson, un altro predicatore evangelico - era stato «lanciato» così bene che perfino la sparata di Pat Robertson, un predicatore della «vecchia guardia», secondo la quale l'ictus che ha colpito Ariel Sharon era la punizione per avere deciso il ritiro da Gaza, è stata «perdonata», nel senso che Robertson è andato in Israele per una visita «di riconcliazione» e il governo di Tel Aviv gli ha perfino offerto l'impiego di «testimonial turistico». In uno spot trasmesso nel suo impero televisivo lo si sente dire che «non c'è sulla terra un altro luogo come Israele, lì puoi camminare dove Gesù camminò, puoi pregare dove Gesù pregò, puoi essere dove Gesù fu».
Il cemento di questa alleanza ha un nome preciso: Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano che con lo sterminio degli ebrei che non c'è mai stato e la cancellazione di Israele dalla carta geografica riempie di benzina i serbatoi. E infatti l'ultimissimo «cattivo» individuato dal movimento è James Baker, l'ex segretario di Stato da cui tutti si aspettano la formula magica per uscire dal pantano iracheno e che ha già avuto modo di anticipare che una delle cose da fare è «parlare» con l'Iran. «E' come la trattiva che gli inglesi tentarono con tedeschi, italiani e giapponesi prima della seconda guerra mondiale», hanno tuonato i «Cristiani uniti per Israele», ricevendo un'ambigua approvazione dallo stesso Bush. Il presidente dimezzato dalle urne, infatti, proprio mentre si diceva «aperto a nuove idee» e alimentava l'attesa per una «svolta», ha trovato il modo - ricevendo Ehud Olmert alla Casa bianca - di sparare contro l'Iran. Esattamente come faceva prima delle elezioni.

 


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