FISICA/MENTE

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Ottobre-2006/art44.html

Legge sulle armi, uno solo dice no


L'assemblea generale dell'Onu ha approvato la proposta di redigere un trattato per limitare la vendita di armamenti. Con un solo voto contrario, quello di Washington, il principale esportatore di armi del mondo: 18,5 miliardi di dollari l'anno


Gabriele Carchella*


Questa volta gli Stati uniti sono proprio soli. Soli di fronte al resto del mondo, che ha deciso di mettere nero su bianco le nuove regole sul commercio delle armi. Non ci sono neanche i cugini britannici a dar man forte all'alleato d'oltreoceano: giovedì sera, quando il comitato dell'Onu ha messo ai voti la proposta di redigere un trattato sulla compravendita di armi, Londra ha risposto sì. Lo stesso i francesi, che in tema di armamenti hanno sempre fatto la voce grossa. Persino la grande Russia e il gigante cinese hanno preferito non opporsi, scegliendo la via più prudente dell'astensione. Due produttori emergenti dell'ex blocco sovietico, Ucraina e Bulgaria, hanno invece espresso parere positivo. Riassumendo: 139 sì, 26 astensioni (tra cui India e Pakistan) e un solo no. Quello degli Stati uniti. L'unilateralismo della super potenza, insomma, assomiglia sempre di più a una malattia irreversibile. Di fronte all'isolamento internazionale, Washington risponde che i trattati già in vigore sono più che sufficienti. Diverso il parere dei britannici, che salutano il voto all'Onu come un grande traguardo: «Tutti i paesi dovrebbero sostenere un trattato come questo, perché offre la speranza di un mondo più sicuro in cui i bambini non debbano aver paura di andare a scuola», ha dichiarato il ministro per lo Sviluppo internazionale di sua maestà Gareth Thomas. Le organizzazioni per i diritti umani applaudono. Per Amnesty International, si tratta di «un'opportunità storica» per redigere un trattato credibile, che metta fuorilegge i trasferimenti di armi, causa di «sistematici omicidi, stupri, torture».
Il voto del primo comitato dell'Assemblea generale dell'Onu è frutto di un lungo lavoro. Negli ultimi tre anni, la campagna «Control Arms» - promossa da Amnesty, Oxfam International e dalla Rete internazionale d'azione sulle armi leggere (Iansa) - ha raccolto un milione di adesioni in 170 paesi. Nella lista dei sostenitori spiccano i nomi di 15 premi Nobel per la pace, tra cui l'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu e il Dalai Lama. «Questa decisione deve tradursi in un trattato forte, basato sugli impegni di diritto internazionale assunti dagli stati», ha detto Rebecca Peters, direttrice di Iansa.
Ma perché i trattati in vigore non sono efficaci? La globalizzazione ha reso i controlli attuali inadeguati, spiegano i promotori di «Control Arms». Per le grandi industrie di armamenti, infatti, è semplice sfuggire ai controlli. Se in un paese le regole sono rigide, basta trasferire i centri di produzione dove le leggi sono più permissive. Il voto all'Onu, comunque, è solo un primo passo. Il segretario generale dell'Onu (dal primo gennaio Ban Ki-Moon) ha un anno di tempo per ascoltare i pareri di tutti gli stati membri delle Nazioni unite. Terminate le consultazioni, riferirà alla fine del 2007 all'Assemblea generale. La parola passerà poi a un gruppo di esperti governativi, che a sua volta sarà ascoltato dall'Assemblea nel 2008. Insomma, prima di vedere la bozza del trattato ci vorranno anni. Proprio per questo colpisce il voto contrario degli Usa, che hanno detto no prima ancora di conoscere i principi guida del possibile trattato. In America latina e Africa, al contrario, l'idea ha suscitato molto interesse. Soprattutto tra i paesi che hanno sofferto gli effetti del traffico incontrollato di armi, come Colombia, Haiti, Liberia e Rwanda.
L'idea piace meno all'industria bellica, per la quale ogni anno si spendono nel mondo più di mille miliardi di dollari. Al primo posto tra i paesi esportatori ci sono gli Stati uniti. Secondo le stime del londinese Institute for Strategic Studies, nel 2004 gli Usa hanno esportato armi per un valore di 18,5 miliardi di dollari Seguono molto distanziate Russia (4,6 miliardi), Francia (4,4), Regno unito (1,9) e Germania (0,9). Nella classifica degli acquirenti, considerando solo i paesi in via di sviluppo, il primo posto spetta agli Emirati arabi uniti (3,6 miliardi di dollari spesi nel 2004), seguiti da Arabia saudita (3,2 miliardi), Cina (2,7) e India (1,7). Di sicuro non sarà facile mettere tutti d'accordo su un trattato internazionale. Oltre al no degli Usa, pesano le astensioni di Russia e Cina, che faranno di tutto per evitare danni alle loro industrie belliche.
Lettera22*


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Ottobre-2006/art51.html

Interrogatori «robusti»? Sì, se permettono di ottenere informazioni. Parola di vicepresidente


Usa, torturare un po' va bene


In un'intervista messa sul sito della Casa Bianca il vice di Bush, Dick Cheney, assolve il «water-boarding», che consiste nel legare un detenuto a una tavola e portarlo quasi all'annegamento: «Se serve a salvare vite umane è sciocco perfino parlarne»


Franco Pantarelli
New York


Dick Cheney, il vice di George Bush, parla poco ma quando apre bocca colpisce duro. Nell'ultima sua uscita, in un'intervista radiofonica dell'altro ieri, ha detto che il «waterboarding» - cioè il trattamento che fa sentire quelli che vi vengono sottoposti sull'orlo di annegare - va benissimo e non costituisce tortura. Anzi, se deve servire a salvare vite umane è un «no-brainer», cioè una cosa ovvia che non costituisce neanche un grattacapo. Si fa e basta.
Immediata reazione delle associazioni per la difesa dei diritti umani e domande a ripetizione, durante il briefing quotidiano della Casa bianca, al portavoce ufficiale Tony Snow, che naturalmente ha negato tutto. Il vice presidnte, ha detto Snow, «non parla del waterboarding. Non lo farebbe mai, non lo fa mai e mai lo farà». Ma il testo dell'intervista, che è stato posto perfino nel sito ufficiale della Casa bianca, dice esattamente il contrario. L'intervistatore Scott Hennen, «stella» di una radio del Minnesota (una delle tante di di cui la destra dispone, le sole con cui parla Dick Cheney) gli chiede se non sia d'accordo nel considerare il gran discutere sul waterboarding, diventato una sorta di simbolo, non sia per l'appunto una schiocchezza e lui risposnde tranquillamente: «Sono d'accordo», anche se poi - come al solito infischiadosene della logica - ribadisce che «noi non torturiamo, noi rispettiamo gli impegni che ci vengono dai trattati internazionali e dalle nostre stesse leggi».
Il riferimento è ovviamente alla Convenzione di Ginevra e alla nuova legge sulle «commissioni militari», cioè quella che conferisce al presidente il potere di decidere a suo insindacabile giudizio di stabilire cosa è permesso dalla Convenzione di Ginevra e cosa no. Fra le varie nefandezze di quella legge c'è anche quella di consentire che - quando i detenuti di Guantanamo e quelli finora tenuti nelle prigioni segrete della Cia compariranno di fronte alle commissioni militari per il processo - a loro carico potranno anche essere presentate testimonianze ottenute con «trattamenti coercitivi». Dove passa il confine fra tortura e trattamenti coercitivi?. I giornalisti hanno preso a chiederlo a qualunque membro dell'amministrazione che capitasse loro a tiro, ma nessuno rispondeva. Hanno cambiato tattica, chiedendo esplicitamente se fra i trattamenti coercitivi consentiti ci fosse anche il waterboarding, ma ugualmente nessuno rispondeva.
Ora la risposta l'ha data Cheney, spiegando tranquillamente che, sì, quella tecnica si può usare. Il waterboarding consiste nello stendere il detenuto su una tavola inclinata in modo che la sua testa sia più in basso dei piedi, nel coprirgli il viso con un foglio di plastica e nel gettarvi acqua sopra. Il risultato è che il poveraccio sente che sta per annegare e si dichiara pronto a dire tutto ciò che da lui si vuole sapere. Cheney ha fatto il nome di almeno un detenuto che è stato sottoposto a quel trattamento - il famoso Khaled Sheikh Mohammed, considerato il cervello dell'attacco contro le Torri Gemelle - per dire che lui ha fornito «informazioni di enorme valore sul numero dei militanti di Al Qaeda, su come loro preparano i loro piani, su come funzionano i loro addestramenti e così via». A quel punto l'intervistatore, mostrandosi molto impressionato da quella spiegazione che «ci fa sentire più sicuri», chiede a Cheney se non sia d'accordo che il dibattito sul waterboarding non sia «un po' sciocco» e il vicepresidente si dice «del tutto d'accordo».
Del resto lo scopo dell'intervista era di far rientrare la «paura del terrorismo» nel dibattito elettorale, ormai completamente monopolizzata dal disastro iracheno e quindi molto pericoloso per le fortune del partito repubblicano. Se davvero Cheney e la sua «spalla» Scott Hennen siano riusciti nell'impresa è dubbio. Di sicuro il vice presidente è riuscito a riaffermare la sua figura come la più sinistra - ma in qualche modo la più schietta - di questa amministrazione. Ma c'è una cosa che va ricordata, e cioè che il dibattito e le decisioni prese sulla pratica della tortura non era centrato sull'elemento «salvare vite umane», che sembra fatto apposta per evocare una situazione in cui si sa che sta per scattare un'azione terroristica ma non si sa esattamente cosa verrà colpito, dove e quando e l'unico modo per saperlo e quindi salvare vite umane è torturare chi «si è sicuri che lo sa», tipo uno di quelli impegnati nell'azione. No, la legge che consente la tortura Bush l'ha voluta per «sanare» la situazione che si è venuta a creare con i detenuti di Guantanamo e altrove, che - stante che le vecchie leggi che non consentivano la tortura - non si potevano processare perché sarebbero stati tutti assolti. Non potendo confessare di aver portato nella prigione di Cuba gente che in gran parte col terrorismo non c'entra nulla (il 90 per cento di quei detenuti non sono stati catturati dai soldati americani ma consegnati da gente che cercava solo le loro laute ricompense), Bush ha voluto una legge ad hoc che consentisse di processarli e condannarli usando le confessioni estorte con la tortura, in modo che tutto alla fine il processo appaia legittimo. I parlamentari repubblicani gli hanno fato questo regalo e dovrebbe bastare questo a indurre gli elettori del prossimno 7 novemnbre a ripudiarli. Ma è più probabile che siano sconfitti per la guerra in Iraq. Per ora, la bruttura di Bush che il pubblico americano ha individuato è solo questa.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Ottobre-2006/art53.html
 

Guerra al terrore


Usa, da Ginevra al sì alla tortura


Nuove leggi In un pugno di anni, cambiati a fondo (e in peggio) gli strumenti legali nel conflitto con i «terroristi»
Roberto Zanini


Nell'agosto del 2002, l'attorney general degli Stati uniti, Alberto Gonzales, consegnava il suo secondo rapporto sulla tortura - il primo l'aveva finito qualche mese prima, in febbraio. Il testo definiva tortura ciò che «pregiudica irrimediabilmente l'integrità fisica dei prigionieri». Nel pieno della cosiddetta guerra al terrorismo, a meno di un anno dall'attentato alle Torri gemelle, si apriva il primo spiraglio giuridico all'uso della violenza come strumento legittimo nel combattere il solo nemico della sola superpotenza rimasta. E' tortura solo la violenza estrema sui prigionieri, come un ago rovente in un occhio. I «robusti metodi di interrogatorio» - espressione usata dal vicepresidente Cheney nella sua ultima intervista - di conseguenza non lo sono. In qualche modo la modificazione genetica della democrazia di riferimento del pianeta, gli Stati uniti, era cominciata.
Da allora la disinvoltura nelle pratiche di lotta al terrore ha fatto passi da gigante. Gli Stati uniti di oggi non sono già più, sotto il profilo delle norme, gli stessi di cinque anni fa. Perché il conflitto del Ventunesimo secolo - è il mantra per giustificare ogni cambiamento - non va combattuto con le regole del Ventesimo.
La virata è cominciata subito dopo l'11 settembre. Il Patriot Act rese di fatto legale, tra l'altro, lo spionaggio interno su larga scala (milioni di telefonata e di e-mail intercettate). Poi l'amministrazione Bush istituì i tribunali speciali antiterrorismo, corti formate da giudici militari che operano fuori dal territorio americano. La Corte suprema sollevò eccezioni e l'amministrazione promosse e fece approvare il Military commission act, firmato da Bush la settimana scorsa, che regolamenta le condizioni di detenzione e di processo dei «nemici combattenti». E' il principale strumento legale della guerra al terrorismo, ha sollevato un mare di critiche ma ha messo un argine a un fenomeno imbarazzante: personale militare e di intelligence stava stipulando costose assicurazioni private contro il rischio di poter essere, in futuro, arrestato per crimini di guerra.
Nel dicembre del 2005, intanto, era arrivato il Detainee treatment act che vieta ai detenuti di ricorrere contro la propria incarcerazione e concede al presidente il potere di trattenere i nemici combattenti, in sostanza, fino alla fine della guerra al terrorismo - che non sembra propriamente dietro l'angolo. E nel marzo del 2006 un tribunale speciale, in un caso contro uno yemenita detenuto a Guantanamo, per la prima volta dichiara ammissibili «prove» ottenute con la tortura.
C'è anche per la Convenzione di Ginevra. Il termine «oltraggio alla dignità umana» contenuto nella Convenzione, ha detto Bush, è «troppo vago». E il consigliere legale del dipartimento di stato americano, John Bellinger, in un lungo intervento pubblicato anche sul sito dell'ambasciata Usa in Italia ha riscritto i termini dell'adesione americana ai principi di Ginevra esortando la comunità internazionale a «valutare se la Convenzione è appropriata per gestire il conflitto con terroristi internazionali che operano su scala globale». Un'altra norma che ha le ore contate.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Novembre-2006/art38.html

War game nel Golfo persico, marina italiana in prima fila


Manlio Dinucci


Golfo persico: commandos italiani piombano dagli elicotteri su un mercantile sospetto e, tenendo a bada con i mitra l'equipaggio, lo perquisiscono per due ore scoprendo infine un «detonatore nucleare». È una delle fasi dell'esercitazione Leading Edge a guida Usa, svoltasi in acque internazionali «al largo della costa nord-orientale del Bahrain», ossia di fronte all'Iran. Qui sicuramente era diretto il mercantile con a bordo il «detonatore nucleare», intercettato dai commandos della marina italiana che hanno così impedito a Teheran di usare la Bomba. War game? Fino a un certo punto.
La forza navale schierata di fronte alle coste iraniane è decisamente superiore a quella necessaria per una esercitazione. Gli Usa hanno dislocato due portaerei, la Einsehower e la Enterprise, con i rispettivi gruppi di battaglia. Una forza che può attaccare simultaneamente con centinaia di aerei e missili e unità da sbarco. Essa è affiancata dalla Task force combinata 152 (Ctf 152), al comando di un contrammiraglio italiano, di cui fanno parte le navi Etna e Comandante Foscari. Di questa e altre due task force fanno parte anche unità britanniche, australiane, francesi e tedesche. Per giustificare lo schieramento di questa imponente forza navale, non credibile per un semplice war game, nei giorni scorsi fonti della Cia e della marina britannica hanno diffuso la voce di un possibile attentato di Al Qaeda contro terminali petroliferi, in particolare quello saudita di Ras Tanura. L'allarme è stato lanciato venerdì scorso anche dal comando italiano della Ctf 152, che ha avvertito di stare in allerta nei riguardi di navi o altre attività «sospette».
In attesa dell'«attentato di Al Qaeda» nel Golfo, la portaerei Enterprise è stata impegnata in un altro war game: dal 10 settembre sta bombardando l'Afghanistan. Come informa il Comando centrale delle forze navali Usa, in poco più di due settimane, «nel quadro dell'operazione Enduring Freedom, gli aerei imbarcati sulla Enterprise hanno effettuato circa 200 missioni di appoggio aereo ravvicinato contro estremisti talebani in Afghanistan». Il Comando centrale sottolinea che la «giornata più pesante» è stata quella in cui i jet hanno compiuto l'«appoggio ravvicinato alle forze Isaf in Afghanistan». In queste missioni vengono usate anche bombe a guida laser Gbu-12 da 500 libbre e altre armi di precisione: finora ne sono state sganciate sull'Afghanistan, solo dagli aerei dell'Enterprise, oltre 120. In questa macchina da guerra è inserita l'Italia. Il contrammiraglio italiano, cui è affidata la Ctf 152, è agli ordini del vice-ammiraglio Walsh, capo del Comando centrale delle forze navali Usa; questo dipende dal Comando centrale Usa, il cui quartier generale è a Tampa in Florida; a sua volta il Comando centrale dipende dal segretario alla difesa Rumsfeld e questi dal presidente Bush. Il contrammiraglio italiano è quindi inserito nella catena di comando statunitense. La Ctf 152, infatti, non fa parte della Nato ma della marina Usa impegnata nell'operazione Enduring Freedom lanciata dal Pentagono nel 2001. Contemporaneamente, in Afghanistan, il contingente italiano partecipa a una missione, quella Isaf, che ha cambiato natura da quando la Nato, con un atto unilaterale, ne ha assunto nell'agosto 2003 la direzione. A guidare la missione non è più l'Onu ma la Nato, che sceglie i generali da mettere a capo dell'Isaf. E poiché il «comandante supremo alleato» è sempre un generale statunitense, anche la missione Isaf è di fatto inserita nella catena di comando del Pentagono e quindi integrata con Enduring Freedom.
Inutile illudersi che «in territorio afghano l'Italia non è più in alcun modo impegnata militarmente nell'ambito della missione Enduring Freedom, essendo ormai il contributo italiano a questa iniziativa limitato alla presenza di unità navali nel Golfo arabico» (Mozione dell'Unione, luglio 2006). Lo conferma il fatto che gli aerei dell'Enterprise, schierata nel Golfo insieme alle navi italiane nel quadro di Enduring Freedom, bombardano l'Afghanistan per sostenere le forze Nato/Isaf. E, da un momento all'altro, le navi italiane schierate nel Golfo potrebbero trovarsi automaticamente in guerra. Basterebbe qualcosa di analogo all'«incidente del Golfo del Tonchino» dell'agosto 1964, in cui gli Usa inscenarono un attacco di motosiluranti nord-vietnamite a un proprio cacciatorpediniere per iniziare il bombardamento del Nord Vietnam. Il bombardamento dell'Iran potrebbe oggi essere motivato con un «incidente del Golfo persico».


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/02-Novembre-2006/art59.html
 

«Studiate o finirete in Iraq»


La battuta di John Kerry, il senatore sconfitto alle ultime presidenziali Usa dall'attuale capo dello stato, voleva essere uno scherzo a spese di Bush, ex studente mediocre, fatto davanti a un gruppo di universitari di Pasadena. «Datevi sotto, studiate, non siate pigri intellettualmente, altrimenti restate incastrati in Iraq», ha detto Kerry, primo della classe nel prestigioso ateneo di Yale mentre il suo compagno d'università Bush raggiungeva a malapena la sufficienza. Il testo scritto del discorso di Kerry aveva il riferimento esplicito a Bush ma al senatore l'aggiunta è rimasta sulla lingua. La Casa Bianca non aspettava altro: ha letto la battuta come «un insulto ai soldati» che si sono arruolati «per patriottismo, non perché erano studenti scarsi» e ha chiesto al senatore di scusarsi. Bush - sommerso dalle critiche per il pantano iracheno, a pochi giorni dalle elezioni del 7 novembre - si è buttato a capofitto nella polemica: ha dato all'ex rivale dell'«insolente», tuonando: «Vergognati». Sulle radio e sui blog repubblicani la polemica è cresciuta a valanga. Kerry, intervistato sulla MsNbc, ieri ha fatto mea culpa, ma solo per «lo scherzo mal riuscito». Il giorno precedente invece era esploso: «Se qualcuno pensa che un reduce possa criticare gli oltre 140 mila eroi che servono in Iraq e non il presidente che ci ha cacciato in questo guaio è un pazzo». E ancora: «Se Bush e Cheney fossero stati in guerra un minuto solo, non avrebbero mai mandato le truppe americane in guerra male equipaggiate e o senza un piano per la pace».
 


http://www.lastampa.it/redazione/default.asp#

GAFFE NEGLI USA
Sul sito del Pentagono un manuale per la bomba atomica

 

Nella lotta alla diffusione delle armi di distruzione di massa gli Usa talvolta si distraggono. Su un sito web del Pentagono, con migliaia di documenti sequestrati in Iraq dopo l’invasione del 2003, erano presenti anche le istruzioni per costruire una bomba atomica perfettamente funzionante. Imbarazzo di Washington che ha immediatamente oscurato il sito.
 


http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/esteri/sondaggio-bush/sondaggio-bush/sondaggio-bush.html

A pochi giorni dal voto di mid term per il rinnovo del Congresso negli Stati Uniti
Ricerca internazionale di alcuni quotidiani in GB, Israele, Canada e Messico

"Bush pericoloso come Osama"
Sondaggio shock in 4 Paesi pro-Usa

Per il 69% degli inglesi, gli americani dal 2001 hanno reso il mondo meno sicuro
Il presidente più pericoloso dell'iraniano Ahmadinejad e del nordcoreano Kim Jong-Il


 

<B>"Bush pericoloso come Osama"<br>Sondaggio shock in 4 Paesi pro-Usa</B>

LONDRA - Il nemico pubblico numero uno? Risponde al nome di George W. Bush. Il presidente degli Stati Uniti sarebbe più pericoloso dei leader degli stati inseriti nel famoso 'asse del male': l'iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il nordcoreano Kim Jong-Il. Bush risulta secondo solo ad Osama bin Laden. La lista dei personaggi più dannosi per la pace mondiale, è stata realizzata grazie ad un sondaggio commissionato congiuntamente dai quotidiani "Guardian" in Gran Bretagna, "Haaretz" in Israele, la "Presse" e il "Toronto Star" in Canada e la "Reforma" in Messico.

I risultati del sondaggio confermano, a pochi giorni dal voto di mid term per il rinnovo del Congresso negli Stati Uniti, quello che in realtà si sapeva da tempo, cioè che all'estero non piace e preoccupa la politica estera "da cowboy" di Bush. Il fatto è che ora la rilevazione è stata ristretta solo in paesi alleati chiave di Washington, schierati, come nel caso della Gran Bretagna, in prima linea in Iraq ed Afghanistan. Guerre che solo per il 7 per cento degli intervistati britannici hanno migliorato la sicurezza globale, mentre per il 69 per cento degli intervistati la politica americana dal 2001 ha reso il mondo meno sicuro.

Convinzione condivisa anche dalla opinione pubblica dei paesi confinanti a nord e sud con gli Stati Uniti, dal 62 per cento dei canadesi ed il 57 dei messicani. Ma la cosa più clamorosa è che anche in Israele, che da sempre ha negli Stati Uniti il baluardo principale per la sua sicurezza, sta diminuendo il numero dei sostenitori della politica Bush. Solo il 25 per cento crede che questa aiuti la sicurezza, mentre il 36 pensa che la danneggi ed il 30 per cento considera che nella migliore delle ipotesi Bush non ha fatto alcuna differenza.

(3 novembre 2006)

 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200611articoli/13601girata.asp

LA CROCIATA PER I VOTI I TEOLOGI PROGRESSISTI CONTRO LA DESTRA RELIGIOSA

Scandalo evangelico indebolisce Bush

Il reverendo Haggard, leader di 30 milioni di fedeli repubblicani, pagava un gigolò

(è sempre la solita storia che riguarda anche la nostra Chiesa cattolica: chi  più predica contro i peccati dell'umanità è il peggiore peccatore; ndr)

4/11/2006

di Maurizio Molinari
 

George W. Bush

 

George W. Bush NEW YORK. Oppositore delle nozze gay, in prima linea nel promuovere i valori cristiani in America e spesso ospite alla Casa Bianca, il reverendo Ted Haggard è uno dei volti di spicco della destra religiosa in America. Ma è stato obbligato alle dimissioni dalle rivelazioni di stampa sul fatto di aver avuto negli ultimi tre anni un amante a pagamento. La notizia assomiglia ad un terremoto nella galassia delle Chiese evangeliche degli Usa perché Haggard è il leader della «New Life Church» del Colorado, che con 14 mila fedeli è una delle maggiori organizzazioni della «National Association of Evangelicals», che somma 30 milioni di aderenti. Lo scandalo a sfondo sessuale potrebbe avere conseguenze negative per i repubblicani a pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo del Congresso in quanto Haggard è uno dei leader spirituali ai quali la Casa Bianca si è rivolta per «consulenze sul come promuovere la fede in America». Haggard ha tenuto delle conferenze a membri dello staff presidenziale su temi come l’aborto e le nozze gay. A ciò bisogna aggiungere che il Colorado - assieme ad altri sette Stati - voterà martedì per approvare un emendamento contro le nozze gay che proprio Haggard aveva sostenuto con molta energia.

Ad accusare il reverendo evangelico - sposato e padre di cinque figli - è Mike Jones, un 49enne di Denver, che ha pubblicamente confessato di aver ricevuto denaro negli ultimi tre anni in cambio di ogni sorta di prestazioni sessuali. «Voglio solo fare un passo indietro e far capire a tutti che siamo tutti peccatori, che ognuno di noi ha commesso degli errori», ha detto il prostituto, dichiarandosi quindi a favore delle nozze gay perché «non c’è niente di male se due di noi vogliono sposarsi e vivere assieme una vita civile». Jones assicura di non essere spinto da «motivi politici», ma di essere rimasto molto contrariato quando, durante uno degli incontri avuti, ha scoperto che chi lo pagava si opponeva fermamente alle nozze gay. «Mi sono sentito offeso perché in pubblico affermava una cosa e poi dietro le quinte faceva sesso con me», ha aggiunto Jones.

Gli incontri a luce rosse avvenivano almeno una volta al mese, venivano pagati da 100 a 200 dollari ed iniziarono nel 2003 attraverso un sito Internet dove venne contattato da un uomo che si faceva chiamare «Art», di cui scoprì la vera identità solo grazie alla tv. Jones ha aggiunto che il suo amante consumava metanfetamine per rendere più intenso il rapporto. Haggard, 50 anni, ha affidato ad un comunicato della mega-chiesa la smentita della relazione omosessuale, ammettendo però di aver acquistato da Jones la droga: «Ero tentato, ma non l’ho mai usata», ha detto. Ma di fronte all’impatto delle rivelazioni ha scelto le dimissioni, lasciando nello sconforto i fedeli con una decisione che potrebbe pesare nelle urne del Colorado - e non solo - proprio sull’approvazione dell’emendamento costituzionale contro le nozze gay proposto da George W. Bush.

Le polemiche all’interno delle comunità evangeliche sono una brutta notizia per i candidati repubblicani che proprio su questi voti contano per risalire nei sondaggi molto negativi. Con l’obiettivo di riguadagnare terreno è sceso in campo Bush, dando inizio ad una maratona nei collegi più a rischio. Nei prossimi quattro giorni visiterà almeno cinque Stati e ieri, parlando a Springfield in Missouri, ha lanciato un duro attacco ai democratici accusandoli di «non essere patriottici» e di non essere in grado di garantire la sicurezza nazionale se dovessero controllare il Congresso. «I democratici hanno votato contro le leggi che consentono di interrogare i terroristi, contro i programmi di intelligence per sorvegliare Al Qaeda e contro il Patriot Act» ha accusato Bush, sottolineando come tali scelte testimoniano che «non possiedono un piano per sconfiggere il terrorismo». «Se voi democratici avete in mente come battere Al Qaeda allora ditelo», ha aggiunto il presidente con tono irridente, imputando a leader come Nancy Pelosi di «limitarsi a criticare duramente ciò che decidiamo senza proporre alcuna valida alternativa».


 

Torna alla pagina principale