FISICA/MENTE

 

IBRAHIM WARDE

«Il Dio dell'islam non è il nostro Dio e l'islam è una religione malvagia e scellerata». Così si è espresso il reverendo Franklin Graham nell'ottobre 2001. Il caso ha voluto che, qualche settimana dopo, il pubblico scoprisse che suo padre, il reverendo Billy Graham, indubbiamente il predicatore più rispettato del paese, aveva l'abitudine di fare affermazioni altrettanto spiacevoli, ma sugli ebrei. La registrazione di una conversazione privata avuta nel 1972 con Richard Nixon nello studio ovale della Casa bianca era stata resa pubblica. Il pastore - che dagli anni '50 fu intimo amico e consigliere spirituale di tutti i presidenti - si lamentava (tra le altre cose) del controllo degli ebrei sui media: «bisogna spezzare questo controllo, altrimenti il paese è fottuto». Billy Graham presentò «scuse sincere» per queste affermazioni, «che non riflettevano per nulla il suo pensiero», e ha ricordato che aveva sempre appoggiato senza esitazioni lo stato di Israele. Invece, l'erede del suo impero di predicazione, non ha cercato di temperare le affermazioni anti-musulmane. Anzi, non ha fatto che amplificarle.
La transizione dall'anti-semitismo all'islamofobia colpisce ancora di più nel caso del pastore Pat Robertson. In un libro pubblicato nel 1990, si scagliava contro «gli ebrei liberali che negli ultimi quarant'anni si sono dedicati a ridurre l'influenza cristiana nella vita pubblica americana». In seguito, il celebre televangelista, che in un primo tempo si era rallegrato per gli attentati dell'11 settembre, sanzione divina imposta a un paese colpevole di aver tollerato aborto e omosessualità, si è accanito soprattutto contro i musulmani: «vogliono convivere con noi fino a quando non potranno controllare, dominare e persino, se necessario, distruggere». Nel luglio scorso, questo stesso Pat Robertson è stato insignito del Premio degli amici di Israele, conferito dall'Organizzazione sionista d'America (1).
L'interesse per il Medioriente non è recente. Dal XIX secolo, la regione è stata una terra di missione per numerose chiese protestanti, dove alcuni non avevano visto di buon occhio la creazione dello stato ebraico. Soltanto i gruppi fondamentalisti - che fanno una lettura letterale dei testi sacri - vedevano nella creazione di Israele la realizzazione di profezie bibliche. E, come nel caso del pastore Billy Graham, il «sionismo cristiano» poteva coesistere serenamente con l'antisemitismo, di cui a volte si nutriva. Il conflitto in Medioriente era però lungi dal figurare tra le prime preoccupazioni dei pastori e dei loro fedeli.
Bisogna risalire alla fine degli anni '70 per capire il rafforzamento della destra cristiana e l'alleanza con Israele. Gli sconvolgimenti sociali, politici ed economici dell'epoca crearono un terreno fertile per i gruppi religiosi reazionari, come la Moral Majority del pastore Jerry Falwell. In Israele, il Likud, partigiano del «ritorno» su tutta la terra di Israele (Eretz Israele) biblica, era alla fine arrivato al potere. Nel 1978-79, il reverendo Falwell si era recato in Terra santa, su invito del primo ministro Menahem Begin. Si compresero così bene che nel 1980 al pastore venne conferita la medaglia Vladimir Jabotinsky (dal nome del fondatore del sionismo «revisionista» e mentore di Menahem Begin, Itzhak Shamir e Ariel Sharon) (2).
Quegli anni furono egualmente segnati da sconvolgimenti all'interno della comunità ebraica statunitense. Due delle sue figure di punta, Irving Kristol e Norman Podhoretz, avevano rotto con la tradizione «liberal» (nel senso americano di progressista) alla quale gli intellettuali ebrei erano stati a lungo legati. Dopo aver militato a favore dei diritti civili, della «discriminazione positiva» e della distensione con l'Unione sovietica, avevano fatto un voltafaccia spettacolare, fondando così il movimento neo-conservatore. Numerosi punti comuni - la critica del welfare, il ritorno ai «valori tradizionali», l'anticomunismo puro e duro e un appoggio senza riserve al Likud - li avvicinavano ormai alla destra cristiana (3).
L'elezione di Ronald Reagan nel 1980 consacrò questa alleanza per una frazione - che restò a lungo minoritaria - della popolazione ebraica statunitense, tradizionalmente più vicina alla sinistra democratica.
I neoconservatori svolgevano allora la funzione di intellettuali di corte, mentre il presidente nominava nel suo gabinetto alcuni fondamentalisti d'assalto. Il segretario agli interni, James Watt, spiegò che l'inquinamento della terra non doveva essere fonte di inquietudine, poiché «il ritorno del Signore è vicino». Fu davanti all'Associazione nazionale dei gruppi evangelici che Reagan pronunciò, l'8 marzo 1983, il celebre discorso nel quale definì l'Unione sovietica l'«impero del male».
Nel 1989, giudicando la «missione compiuta», il reverendo Falwell affondò la sua «maggioranza morale». Le chiese fondamentaliste, d'altronde, erano indebolite dagli scandali dei televangelisti e la lobby israeliana Aipac (American Israeli Public Affairs Commitee) subì una delle sue rare sconfitte (4). Il presidente Bush si era infatti opposto a garantire un prestito di 10 miliardi di dollari fino a quando il primo ministro Itzhak Shamir avesse proseguito la politica con la quale incoraggiava l'insediamento di colonie nei territori occupati.
Inoltre, il crollo del comunismo toglieva sia un argomento di primo piano ai sostenitori dei movimenti anti-comunisti in America centrale (numerosi tra i fondamentalisti) che alla tesi geostrategica a favore di Israele («unico stato democratico e stabile in una regione minacciata dall'Unione sovietica»). L'Aipac allora cercò di convertire alla propria causa settori più ampi: piuttosto che concentrare i propri sforzi sugli stati con una forte presenza ebraica (New York, California, Florida, Illinois), la lobby pro-israeliana tesseva ormai alleanze in tutto il paese, anche là dove la popolazione ebraica era quasi inesistente (5). Nel corso degli anni di Clinton, le scappatelle del presidente e soprattutto la battaglia per l'impeachment riunirono di nuovo neo-conservatori e destra fondamentalista in una linea di difesa della virtù generosamente finanziata e molto ben organizzata.
Con l'aiuto della febbre millenarista, le presidenziali del 2000 hanno segnato il ritorno alla grande di Dio nel dibattito politico.
Il candidato repubblicano George W. Bush ha dichiarato che il suo filosofo politico preferito era «Gesù Cristo: ha salvato la mia vita», mentre il rivale Albert Gore ha rivelato che, prima di prendere una decisione, si chiede: «cosa avrebbe fatto Gesù?». Scegliendosi come vice il senatore Joseph Lieberman, un ebreo ortodosso noto per i suoi discorsi moralistici, ha fatto contenti tutti gli integralisti.
Ma sono soprattutto gli attentati dell'11 settembre 2001 ad aver cementato l'alleanza dei neo-conservatori e dei fondamentalisti, impegnati a trasformare lo «scontro delle civiltà» in una profezia che si autorealizza. L'islam è stato in effetti designato come il nuovo impero del male. Il discorso martellato senza sosta dai media e ripreso dalla quasi totalità dei parlamentari statunitensi (6) ha adottato le tesi del governo israeliano: poiché Yasser Arafat è il «bin Laden d'Israele», i due paesi sono uniti nella stessa lotta.
Sono d'altronde i falchi vicini ad Israele (come il segretario alla difesa, Paul Wolfovitz o lo stratega del Pentagono, Richard Perle) ad aver guidato il rinnovamento della dottrina di difesa: l'America ormai procederà a interventi preventivi contro i paesi in grado di dotarsi di armi nucleari, biologiche o chimiche - di qui l'urgenza di un «cambiamento di regime» in Iraq (si legga l'articolo in alto).
Tutti i grandi nomi della destra cristiana - Ralph Reed, Gary Bauer, Paul Weyrich - si sono impegnati nella nuova crociata, spesso teleguidata da Israele. Per esempio, è Ariel Sharon stesso che ha voluto che il rabbino Yechiel Eckstein, fondatore dell'International fellowship of christians and jews, reclutasse Ralph Reed, ex presidente della coalizione cristiana, per predicare la buona parola: 250mila cristiani hanno così inviato in Israele più di 60 milioni di dollari. Allo stesso modo, l'organizzazione Christians for Israel/Usa ha finanziato l'immigrazione di 65mila ebrei, con lo scopo di realizzare, a dire del suo presidente, il reverendo James Hutchens, «l'appello di Dio che consiste ad aiutare il popolo ebraico e ritornare e a ripristinare la terra di Israele» (7).
La retorica del presidente Bush («chi non è con noi, sta con i terroristi», «noi siamo buoni») ha favorito il discorso binario e manicheo che coincide con gli schemi del pensiero degli integralisti. Secondo un recente sondaggio Time/Cnn, il 59% degli statunitensi pensa che gli avvenimenti descritti nell'Apocalisse si realizzeranno (a Har Meggidar, situata nella pianura di Jezreel oggi in Israele - «Armageddon» nel Nuovo Testamento) e il 25% crede che gli attentati dell'11 settembre fossero stati predetti dalla Bibbia (8). Di qui il successo fenomenale della serie Left Behind (50 milioni di copie vendute): dieci volumi, a metà tra romanzo di anticipazione e guida pratica per la fine dei tempi, che pretendono di offrire la chiave dei misteri dell'Apocalisse (9).
In alcuni ambienti fondamentalisti, l'intransigenza di Ariel Sharon e il suo spirito guerriero vengono accolti con esaltazione. Non è stata difatti la sua visita - puramente provocatoria - del 28 settembre 2000 al monte del Tempio (la spianata delle Moschee) ad aver scatenato il ciclo di violenza di cui non vediamo ancora la fine? Secondo le scritture, è proprio in questo luogo sacro che verrà eretto il terzo Tempio, preludio alle sanguinose guerre escatologiche. In queste condizioni, una soluzione pacifica o delle concessioni territoriali potrebbero compromettere - o ritardare - la realizzazione delle profezie.
Come ha sottolineato il pastore Hutchens: «non ci sarà pace prima dell'avvento del Messia».
Malgrado un'apparente solidità, l'alleanza tra estremisti israeliani e fondamentalisti cristiani si basa su un malinteso. In effetti, la cronologia prevista dai fondamentalisti è inquietante: prima i flagelli, le sofferenze e le guerre; poi la ricostruzione del Tempio e l'arrivo dell'Anticristo; infine, il secondo avvento del Messia e la lotta finale a Gerusalemme tra il Bene e il Male. I giusti saranno allora trasportati «in estasi» in cielo. I due terzi degli ebrei saranno convertiti, gli altri eliminati o destinati alla dannazione (10). Per alcuni, la fine del mondo è più vicina di quanto sembri.
Nel gennaio 1999, il reverendo Jerry Falwell ha dichiarato che l'avvento del Messia potrebbe prodursi nei prossimi dieci anni. Ha egualmente affermato che l'Anticristo è già tra noi e che è «ebreo e maschio» (11).

note:
* Ricercatore alla Harvard Univesity (Boston, Stati uniti), autore di Islamic Finance in the Global Economy, Edimburgh University Press, 2000.
(1) Pat Robertson, The New Millenium: 10 trends that will impact you and your family by the year 2000, World Publishing, Dallas, 1990, Christian Broadcasting Network, 21 febbraio 2002. Si veda anche Ingrid Carlander, «La Foire aux miracles des télévangelistes américains», Le Monde diplomatique, giugno 1988.
(2) Grace Halsell, Prophecy and Politics: The Secret Alliance between Israel and the US Christian Right, Lawrence Hill, Westport (CT), 1989.
(3) Norman Podhoretz, Breaking ranks: A Political Memoir, Harper and Row, New York, 1980.
(4) Si legga Serge Halimi, «Le poids du lobby pro-israélien aux Etats Unis», Le Monde diplomatique, agosto 1989.
(5) «How Israel Became a favorite Cause of the Conservative Christian Right», The Wall Street Journal, 23 maggio 2002.
(6) Con 94 voti contro 2 al Senato e 352 contro 21 alla Camera dei rappresentanti, il Congresso statunitense ha proclamato che «Israele e gli Stati uniti sono impegnati in una causa comune contro il terrorismo».
(7) Jeffrey I.Sheler, «Evagelicals Support Israel, but Some Jews Are Skeptical», U.S. News and World Report, 12 agosto 2002.
(8) Time, 23 giugno 2002.
(9) Ultimo volume uscito: Tim La Haye e Jerry Jenkins, The Remnant: On the Brink of Armageddon, Tyndale House, 2002.
(10) Cfr. Per esempio: http://www.bible-prophecy.com, http://bci.org/prophecy-fulfilled, http://www.raptureready.com
(11) The Washington Post, 16 gennaio 1999.
(Traduzione di A. M. M.)

 


 

http://www.ultimathule.it/modules.php?name=News&file=article&sid=344

“The Public Interest” di Irving Kristol chiude i battenti da vincitore

La rivista fondata da Irving Kristol e da cui è nato il movimento neoconservatore, “ The Public Interest”, chiude i battenti.
L’ ultimo numero è uscito pochi giorni fa nelle edicole americane.
La rivista, fondata nel 1965, ha rappresentato, insieme a Commentary Magazine di Norman Podhoretz, i primi spostamenti di settori liberal newyorchesi verso destra. Irving Kristol nasce nel 1920, negli anni dell’ università frequenta il New York City College assieme ad altri esponenti neocon del futuro, come Daniel Bell e Nathan Glazer. Si avvicina ai gruppi trotzkisti, ma già a 22 anni abbandona le idee del rivoluzionario russo.
Fondamentale furono per lui sia l’ esperienza militare in Europa durante la Seconda Guerra mondiale, sia la presa di contatto con l’ orrore stalinista.
Resosi conto del pericolo, Kristol supporta con entusiasmo la dottrina Truman del “contenimento comunista” nei confronti dell’ Urss e inizia la lunga marcia di attraversamento dello spettro politico americano.
Dapprima come professore inizia la critica al comunismo dall’ interno dell’ establishment, ma la svolta arriva con la rivolta studentesca degli anni sessanta e la guerra del Vietnam. Come Kristol, molti intellettuali liberal rifiutano le proposte dei contestatori, portatori di un falso liberalismo e di un disprezzo verso la storia americana e gli ideali dei Padri Fondatori. Mentre alcuni futuri neocon come Podhoretz e il suo Commentary si oppongono all’ intervento in Vietnam, Kristol lo ritiene necessario e si oppone al ritiro dall’ Indocina.
Ma la marcia verso il Grand Old Party ( altro nome del Partito Repubblicano ) non fu così diretta. Anzi, per alcuni ciò non è ancora avvenuto. Inizialmente l’ anticomunismo di riviste conservatrici come la National Review di William Buckley non riuscirono a convincere i neocon, sempre più a disagio nella sinistra liberal.
Kristol nel 1972 decide di appoggiare Nixon contro l’ improponibile e “debole” McGovern. Ma pochi neocon lo imitano.
Ma la luna di miele dell’ eterogeneo movimento neoconservatore con i repubblicani avviene sotto l’ era Reagan. Il suo anticomunismo, la sua volontà di sconfiggere l’ Urss e non di accettarne la convivenza, il suo progetto di “guerre stellari” con il forte aumento del bilancio per la difesa, rappresentavano musica giusta per le orecchie dei neocon. Ma il loro pensiero si forgia anche sulle politiche interne. Proprio Kristol fu uno dei primi sostenitori dell’ economia dell’ offerta ( supply side economy ) che si rivelò la ricetta vincente per Reagan.
Sotto la presidenza Reagan lavorano molti neocon : da Michal Ledeen ( membro dell’ American Enterprise Institute ed esponente di spicco del movimento ) all’ambasciatrice all’ Onu Jeane Kirkpatrik, Paul Wolfowitz ( oggi presidente della Banca Mondiale ), Gary Schmitt ( executive director del Project for the New American Century ), Daniel Pipes ( direttore dell’ US Institute for Peace e del Middle Est Forum ), Lewis Libby ( Capo dello staff del Vice presidente Cheney ) e altri.
Il rapporto si deteriorò sotto la presidenza “realista” di Bush Senior e, dopo gli anni clintoniani, si assiste ad un nuovo amore con la presidenza Bush Junior.
Public Interest si occupava proprio di politica interna e di politiche sociali. Da qui nasce il pensiero neocon. La rivista proponeva ricette antitetiche all’ utopismo dei “paradisi” proposti dalla sinistra, ovvero una società basata su valori morali, famiglia, religione, sulla cultura borghese.
Sulla rivista di Kristol vennero pubblicate le prime proposte e i primi studi sull’ economia dell’ offerta di Wanninski, così come più recentemente è stato pubblicato il saggio “Broken Windows” che ha ispirato la filosofia dell’ amministrazione Rudy Giuliani a New York. L’ influente rivista cessa la pubblicazione dopo aver sostenuto e vinto molte battaglie, sia sociali che culturali.

Ma Irving Kristol lascia al mondo pensante conservatore un degno erede, suo figlio William ( detto Bill ), direttore della rivista-bibbia dei neocon e, a quanto si dice, molto influente alla Casa Bianca, “ The Weekly Standard” e chairman del Project for the New American Century. Continua la pubblicazione l’ altra sua creatura, nata nel 1985, “The National Interest”, specializzata in politica estera.
Irving si è attivato anche in Europa, creando nel 1953 in Gran Bretagna “Encounter ”.
Rimane oggi "distinguished fellow" all’ American Enterprise Institute ( "think tank" di riferimento dei neocon ) e uno dei più ascoltati guru del movimento a cui lui stesso ha contribuito da protagonista.
 

J. Landi
 


Link correlati:

www.newamericancentury.org
www.aei.org
www.theweeklystandard.org
www.thepublicinterest.com
www.thenationalinterest.org
www.commentarymagazine.com
www.nationalreview.com
www.jewishworldreview.com
 


http://xoomer.alice.it/sitoaurora/Covert/Strauss1.htm
 
Ritratto di Leo Strauss
 
Emmanuel Ratier
 
Traduzione italiana su Alfa e Omega, marzo-aprile 2005
 
Tratto dal n. 169 (1/15 marzo 2004) di Faits & Documents. Lettre d'informations confidentielles d'Emmanuel Ratier
In Francia non lo conosceva praticamente nessuno.
Morto nel 1973, egli è tuttavia la principale fonte d'ispirazione dei falchi neoconservatori sionisti americani, che costituiscono i pretoriani di George W. Bush.
Ciò che Vanity Fair chiama "la giunta intellettuale dei falchi neoconservatori". Il New York Times (4 maggio 2003) ha consacrato un lunghissimo articolo in ricordo di questo filosofo tedescoamericano, discepolo di Carl Schmitt, di Friedrich Nietzsche, di Martin Heidegger, ma anche dei cabalisti e filosofi esoterici ebrei, come Maimonide. In A Classicist's Legacy: New Empire Builders, il giornalista James Atlas scrive:
"Per i teorici della cospirazione intellettuale, la politica estera dell'amministrazione Bush è interamente una creazione straussiana. Paul Wolfowitz, vicesegretario alla Difesa, è stato identificato come un discepolo di Strauss; Wiliam Kristol, fondatore del Weekly Standard, molto letto alla Casa Bianca, si considera uno straussiano. Gary Schmitt, direttore del Progetto per il nuovo secolo americano, influente gruppo di politica estera creato da W. Kristol, è stabilmente nel campo straussiano".
Presentato come di destra o di sinistra, secondo gli articoli, Strauss, in realtà, a detta della sua migliore specialista, Shadia Drury, professoressa all'Università di Calgary e autrice di due volumi su Strauss, "non era né liberale né democratico. L'inganno perpetuo dei cittadini da parte dei dirigenti al potere è indispensabile (secondo Strauss) giacché i primi hanno bisogno di essere diretti e hanno bisogno di autorità forti che indichino lor ciò che è meglio per essi […] Sono adatti alla direzione coloro che si sono resi conto che non esiste moralità e che non esiste che un solo diritto naturale, quello del superiore a guidare l'inferiore […] Si vuole una popolazione malleabile che si possa modellare come del mastice".
Ecco il primo studio dettagliato uscito in Francia sul maître à penser dei neoconservatori americani per i quali è la "guerra perpetua" e non la "pace perpetua" che guida il mondo e i popoli.

BIOGRAFIA
Fin dal 1994, il New York Times assicurò che il principale ispiratore, il "padre", del Contract with America, il programma del Partito Repubblicano, era morto da vent'anni… Era un illustre sconosciuto, un certo Leo Strauss, un emigrato ebreo tedesco. In effetti, nessuno più di lui ha dato al neoconservatorismo (che non ha in senso stretto nulla a che vedere con il conservatorismo americano classico) le sue peculiarità: sentimento della crisi, avversione per il liberalismo, rigetto del pluralismo, inquietudine per il nichilismo, insistenza sul nazionalismo, populismo, fondamentalismo religioso, ruolo primario di Israele nel concerto delle nazioni, ecc. Leo Strauss nacque in una famiglia di ebrei ortodossi in Germania nel 1899. Razionalista liberale ed ateo quando era studente, riteneva che l'antisemitismo non potesse che sparire in una società liberaldemocratica. All'Università di Marbourg, fu allievo di Hermann Cohen, un filosofo che intendeva riconciliare i princìpi etici di Kant e quelli morali dell'ebraismo, visto come il precursore della democrazia. È senz'altro da lui che attinse qull'idea di un "insegnamento segreto". Alla prima lettura la maggior parte dei libri di Stauss non sembra contenere che banalità. In realtà, Strauss selezionava, durante i suoi corsi, dei "giovani ragazzi intelligenti", ammaliati dagli obiter dicto, quelle osservazioni frammentarie quasi sempre fuori luogo, per fornire loro un insegnamento privato ed iniziarli a ciò che chiamava "il Regno Segreto".
Secondo la sua biografia, Shadia Drury, non dava lo stesso insegnamento a tutti, da cui una famosa controversia tra due suoi allievi, Thomas Pangle e Harry Jaffa, che ebbe luogo sulla "Clairmont Review" nel 1984-1985. Ai veri iniziati, Strauss inculcava una versione giudaizzata del pensiero di Nietzsche, con un nuovo "superuomo" (tema ripreso anche da Zeev Jabotinsky, il fondatore del Bétar), capace di sopportare la verità, cioè che non esiste alcuna moralità, né bene né male, e che la storia umana è insignificante di fronte all'universo. E inoltre che per far camminare l'umanità, bisogna convincerla dell'esistenza di un "padre fustigatore" cosmico. Il suo stile è spesso ampolloso, le sue idee piuttosto misteriose e incomprensibili. Per lui, il filosofo deve comunicare in modo sobrio, segreto e penetrante con il piccolo numero di allievi atti a ricevere il suo messaggio. Il filosofo deve essere celato per sfuggire alla persecuzione (o al ridicolo!) ed anche perché la verità ha degli esiti pericolosi, vale a dire distruttivi, per la società. Le idee di Leo Strauss non sono quindi democratiche, ma radicalmente elitistiche e gnostiche, ponendo, come si vedrà, le loro origini nel cabalismo. Come scrive "Alias" (luglio 2003),
"sono questi "preti atei" moderni, bugiardi patentati, che formano attorno a Bush il principale vivaio dei neoconservatori […] di cui il caporione è il vicesegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz, soprannominato "il Principe delle tenebre"".
Da più di trent'anni, questa piccola cerchia ha lavorato al fine di tessere dei legami nelle diverse sfere della vita politica americana: mezzi di comunicazione, informazione, giustizia, Senato, ecc. La combinazione degli avvenimenti dell'11 settembre 2001 e di un'amministrazione conservatrice diretta da un presidente totalmente incolto e ignorante in politica estera, le ha consentito di accedere al potere.
A partire dal 1920, in ragione della crisi interna tedesca della Repubblica di Weimar, Strauss fu disilluso dal liberalismo e seguì gli insegnamenti di Schmitt e di Heidegger (che sempre ritenne si trattasse del più grande filosofo del XX secolo, nonostante la sua adesione al nazionalsocialismo) a Friburgo. Dovette lasciare la Germania per la Francia, dove studiò i filosofi ebrei e islamici del Medio Evo, beneficiando di una borsa di studio Rockefeller. Partì per Londra nel 1943, poi emigrò negli Stati Uniti, dove risiedette fino alla morte, nel 1973. Insegnò filosofia politica dal 1938 al 1948 alla New York's New School of Social Research, poi all'Università di Chicago fino alla fine degli anni '60. Avrebbe scritto di Platone, Aristofane, Alfarabi, Maïmonide Averroé, Machiavelli, Hobbes, Locke…
Molti suoi allevi divennero personalità influenti, come il filosofo Stanley Rosen, che insegna ancora all'Università di Boston, lo storico Harry Jaffa, che fu il principale redattore dei discorsi del candidato conservatore Barry Goldwater, Allan Bloom, il cui best-seller, The Closing of American Mind, nel 1987, svelò Strauss al grande pubblico, Robert Goldwin, che diresse la campagna del candidato repubblicano nell'Illinois Charles Percy, ecc.
Allan Bloom, che era stato minacciato fisicamente dalle "Pantere nere", dovette traslocare all'Università di Toronto (Canada), che costituisce oggi il principale nucleo straussiano, con insegnanti come Walter Berns, Clifford Orwin, Thomas Pangle, Gorge F. Will, ecc. Citeremo anche Edward Shifts, che fece arrivare Bloom dall'Università di Cornell a quella di Chicago e fu un carissimo amico di Saul Bellow, che vi diresse il "Comitato per il pensiero sociale" (e doveva ricreare il personaggio di Leo Strauss nel suo famoso romanzo a chiave, Ravelstein), il matematico Albert Wohlstetter, che si orientò di conseguenza verso la strategia nucleare, che ebbe come allievi Paul Wolfowitz e Zalma Khalilzad, inviato di Bush in Iraq e coordinatore dell'opposizione irachena prima della caduta di Saddam Hussein, Francis Fukuyama, vecchio allievo di Bloom, che profetizzò "la fine della storia".

I DISCEPOLI DI STRAUSS
Lo storico Gordon S. Wood considera l'impatto di Strauss sulla vita intellettuale americana come il "più ampio movimento accademico del XX secolo". Dal 1987 gli straussiani dominano gli storici, benché essi non lo siano, nell'ambito del dibattito aperto per il 200° anniversario della Costituzione americana e la nuova visione imperiale dell'America. I discepoli di Strauss si rivolgono al passato dell'America per comprenderne il presente e foggiarne il domani.
Non sono storici, poiché gli straussiani, a differenza degli altri conservatori, negano che la storia sia la fonte della verità. Divisi sulla natura fondamentale del retaggio americano, convengono nel dichiarare l'America, cioè il mondo, in crisi, e a fare appello all'antica saggezza per arrestare la marcia del liberalismo. Le voci sono appunto per questo complesse: Harry V. Jaffa nega che l'America sia moderna, ritrovando le radici della sua politica nella grande tradizione, in particolare quella dei Greci e dei Romani.
Per Bloom, autore di The Closing of American Mind , voler fare dell'America l'incarnazione della modernità conduce a una situazione tragica e senza speranza. Quanto a Willmoore Kendall (che difende McCarthy e la caccia ai comunisti), che ha in ampia misura formato William Buckley, questi rifiuta la demoralizzazione e cerca di ottenere il miglior vantaggio dalla situazione. Tale approccio pragmatico, con le varianti offerte da Joseph Cropsey, Martin Diamond e Thomas Pangle, condurrà al trionfo del Neoconservatorismo.
Ma per tutti, la Costituzione può essere cambiata, ma dal Congresso e dal potere legislativo, e non dai giudici. È così che si è potuto modificare lo statuto degli schiavi, a dispetto del carattere sacro della proprietà. Quando Oliver North vende armamenti all'Iran per finanziare la guerriglia dei Contras contro il governo sandinista, si tratta di un'operazione contraria alla legislazione fissata dal Congresso; pertanto Jaffa rimprovera Reagan di non averlo sostenuto con risolutezza. Jaffa giustifica i metodi illegali da parte di un potere convinto del suo buon diritto.
Già nel 1964, Jaffa, per sostenere la campagna del senatore Barry Goldwater, dichiarò: "L'estremismo per la difesa della libertà non è un vizio. La moderazione per stabilire la giustizia non è una virtù".
I discepoli di Strauss occupano già delle importanti posizioni nell'amministrazione Reagan e Bush padre, così come nel Partito Repubblicano: Paul Wolfowitz, ambasciatore in Indonesia, Set Cropsey, portavoce di Caspar Weinberger, John T. Agresto, vicedirettore del "National Endowment for the Humanities", Carnes Lord, del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Alan Keyes, vicesegretario dell'" International Organization Affairs", i giudici della Corte Suprema Robert Bork e Clarence Thomas, William Bennet, ex segretario all'Istruzione e William Kristol, Capo di Stato Maggiore del vicepresidente Dan Quayle.
Seymour Hersch, nel The New Yorker, precisa che Abraham Shulsky,
"direttore dell'attuazione dei progetti speciali [n.d.a.: l'"informazione selettiva") è un universitario specializzato nelle opere di Leo Strauss […] L'ufficio progetti è supervisionato dal sottosegretario alla Difesa William Luti, anch'egli straussiano".
È lui che doveva trasmettere notizie contraffatte di pseudo-agenzie d'informazioni estere come il Congresso nazionale iracheno di Ahmed Chalabi per giustificare l'intervento americano in Iraq. È sullo stesso modello straussiano che Paul Wolfowitz dichiara che l'invenzione delle armi di distruzione di massa non era che "un pretesto burocratico".
"Come Wolfowitz, Shulsky - scrive Hersh - è stato un discepolo di Strauss all'Università di Chicago ed entrambi hanno ottenuto il dottorato presso di lui nel 1972".
William Kristol scrive
"Uno dei principali insegnamenti [di Strauss] è che tutte le politiche sono limitate e che nessuna si basa realmente sulla verità. Esiste dunque una disposizione filosofica che pone una distanza in rapporto a queste lotte politiche […] Non si prende così seriamente se stessi, né le cause che si difendono, come si farebbe se si ritenessero attendibili al 100%. I movimenti politici sono sempre pieni di partigiani combattenti per le proprie opinioni. Ma ciò è assai diverso dalla "verità". Tale "verità" non è sicuramente accessibile se non per un minuto gruppo di iniziati".
Nel corso di un suo colloquio con Inter Presse, Drury afferma inoltre:
"[Strauss] ritiene che in assenza di minaccia esterna, bisogna inventarne una. […] Secondo Strauss, si deve lottare costantemente. In questo senso, è molto spartano. La pace porta alla decadenza. La guerra perpetua [n.d.a.: espressione ripresa testualmente da Gorge W. Bush] e non la pace perpetua, ecco ciò in cui credono gli straussiani".
Ciò che è interessante e rimarchevole è comprendere come questo pensiero, divenuto il pensiero dominante dei teorici della Casa Bianca, totalmente impregnati di giudaismo rabbinico, sia riuscito ad allearsi con la destra cristiana. Irving Kristol (padre di William Kristol) si allinea a Srauss sulla necessità della religione per governare.
Per questo, sostiene la "Moral Majority" di Jerry Falwell e la "Christian Coalition" di Pat Robertson e Ralph Reed. Quest'ultima, forte di 1,6 milioni di attivisti, ha promosso il "Contract with America" del 1994, anno in cui assicura la metà dei guadagni realizzati al Congresso dal Partito Repubblicano. Essa ha sostenuto la candidatura di Robert Dole nel 1996, reclamando la preghiera nelle scuole, la denuncia dell'aborto, il rifiuto dei diritti civici agli omosessuali… Il sostegno ebraico è paradossale, quando si pensa che Pat Robertson (The New World Order) denuncia la cospirazione giudaicomassonica.
Ma i fondamentalisti cristiani non sono solo i difensori dell'ordine per strada, nella famiglia o nella scuola: essi vogliono a tutti i costi salvare lo stato di Israele, la cui sopravvivenza è la premessa storica necessaria alla conversione degli ebrei al Cristianesimo. La nuova destra americana reagisce contro il New Deal e l'assistenzialismo. Il neoconservatorismo amalgama l'economia capitalista e la politica sociale conservatrice: respinge l'intervento dello stato in economia, ma ne mantiene il controllo nel dominio sociale (scuola, arti, media e pubblicazioni).
Irving Kristol aveva appoggiato Richard Nixon nel 1972. Ma l'ora dei conservatori non giunge realmente che sotto la presidenza di Ronald Reagan, con le nomine di Jeane Kirkpatrick come ambasciatore all'Onu, Michael Novak alla Commissione per i Diritti dell'Uomo, Norman Podhoretz, editore di "Commentary", come consigliere per le relazioni internazionali, William Bennet come segretario all'Istruzione, Gertrude Himmelfarb, moglie di Irving Kristol, al "National Endowment for the Humanities". La campagna del 1996 in favore di Dole e di Jack Kemp è un modello di impegno neoconservatore. Con Dole, è il conservatorismo sociale e la sua nostalgia del passato, con l'accento posto sul controllo di sé e sul sacrificio, il primato della virtù sulla felicità; con Kemp, è la fede nel mercato, la difesa dei privilegi delle "corporations" come strumenti della prosperità nazionale.

IL DOPPIO INSEGNAMENTO DI STRAUSS: DA UNA PARTE IL LATO UFFICIALE E PUBBLICO, DALL'ALTRA IL REGNO SEGRETO
L'opera divulgativa più importante dedicata a Strauss, non tradotta in francese, è Leo Strauss (1899-1973) e la Destra americana (St. Martin's Press, 1999) di Shadia B. Drury, docente di politica all'Università di Calgary (Canada), che in precedenza aveva in particolare firmato The Esoteric Philosophy of Leo Straus ("Political Theory", n. 13, 1985), così come The Political Ideas of Leo Strauss (St. Martin's Press, 1988). Il primo capitolo dell'opera di Drury verte sul pensiero politico generale di Strauss, sul suo rapporto con il liberalismo e il conservatorismo.
Ossessionato dall'esperienza del nazismo, Strauss rigetta il liberalismo americano che, secondo lui, può sfociare, come la Repubblica di Weimar, in un'esperienza totalitaria. Egli esprime qui la sua paura del nichilismo, l'importanza della religione e il ruolo spettante agli intellettuali. Il secondo capitolo è consacrato all'esperienza straussiana della vita in America, in quanto ebreo, la convinzione che l'assimilazione sia impossibile e sgradita, l'elogio del nazionalismo ebraico, il rifiuto della saggezza dei Lumi, e l'adozione della religione come strumento politico. Il terzo capitolo esamina il debito contratto da Strauss nei confronti di Martin Heidegger e Carl Schmitt, vicini al nazionalsocialismo. Il quarto capitolo verte sull'applicazione delle idee straussiane alla storia e alla politica americane. Secondo lui, l'America è considerata come raffigurante il declino della civilizzazione occidentale. Per evitare il disastro è necessario agire; è la strada aperta al neoconservatorismo, divenuto ideologia dominante del Partito Repubblicano.
Strauss sostiene che le idee edificano il mondo. Esse derivano dalla modernità, dal liberalismo e dal razionalismo dei Lumi. La tendenza deve essere invertita e sarà questa l'opera degli intellettuali da lui formati. Un centinaio tra loro afferrerà l'opportunità offerta dalla presidenza di Reagan. L'America deve essere spogliata della sua modernità in modo dolce e impercettibile, senza violenza né traumi. E dato che si tratta di un'attività massimamente "antiamericana", c'è bisogno del massimo tatto, cioè del segreto. Per sradicare il liberalismo, occorre un'élite che "nobiliti" la democrazia, e la dissoci dal liberalismo. La democrazia è il governo del popolo, o in suo nome: questa regola può condurre alla tirannia della maggioranza. Il liberalismo è incaricato di assicurare la maggiore libertà possibile agli individui, cosa che può essere fatta da una monarchia costituzionale, e non necessariamente da una democrazia. Purtroppo, i due termini sono ordinariamente associati. Strauss propone il rimedio del populismo per cercare di minare l'attaccamento degli americani al liberalismo.
L'inconveniente con i neoconservatori è il fariseismo del loro atteggiamento elitario. Questo atteggiamento è una mistificatoria miscela di Platone e Nietzsche. Strauss, che rifiuta ogni idea di trascendenza, sostiene che cultura e moralità siano un prodotto umano dei filosofi e di altri ingegni per la protezione del branco. Presenta un particolare tipo di sapiente, a immagine del superuomo di Nietzsche: è il filosofo legislatore. Dal momento che la verità è oscura e sordida, essa deve essere riservata all'élite. Ma in pubblico, il filosofo deve fingere di credere ai miti e alle illusioni, orditi ad uso delle moltitudini. Deve diventare un paladino dell'immutabilità della verità, dell'universatilità della giustizia, della bontà disinteressata, anche se segretamente insegna ai suoi adepti che la verità è costruita, la giustizia favorevole all'amico e avversa al nemico, e che il solo bene è l'appagamento. Tutti i grandi filosofi sono stati degli scrittori esoterici, con un doppio messaggio, uno di salvezza per la massa, uno di potere per la minoranza.
La dissertazione di Strauss è quindi sempre duplice: un percorso riservato al grande pubblico e l'altro all'élite. È esattamente la differenza tra il pensiero rivelato e la gnosi. L'errore sarebbe quindi quello di presentarla come "di sinistra" o "di destra". È altrimenti impossibile comprendere la straordinaria attrattiva che ha esercitato presso intellettuali di sinistra, o di estrema sinistra, che hanno largamente fondato il neoconservatorismo (proprio come è un vecchio maoista, Denis Kessler, vecchio amico di Dominique Strauss-Kahn, divenuto successivamente il n. 2 del Medef, che è all'origine dell'adozione dello straordinario piano di distruzione di tutti i vantaggi sociali acquisiti in Francia negli ultimi dieci anni).
In Thinking about Neoconservatism, Kevin MacDonald riferisce:
"I neoconservatori trovano la loro origine intellettuale nei "New York Intellectuals", un gruppo strutturato attorno a Marx Schachtman, un teorico trotskysta degli anni trenta, e che scrisse su alcune riviste come la "Partisan review" o "Commentary" (che è, infatti, edita dall'"American Jewish Committee"). […] Sono cambiati nel momento in cui hanno combattuto contro l'antisemitismo in Unione Sovietica. Tutte le figure chiave vengono dalla sinistra radicale come il filosofo Sydney Hook o Elliot Cohen, direttore di "Commentary", come Hook, Irving Kristol, Norman Podhoretz, Nathan Glazer o Seymour Martin Lipset. […] La maggior parte ha lavorato strettamente con le organizzazioni attivistiche ebraiche. Dopo gli anni '50, sono rimasti delusi dalla sinistra e il loro principale scopo è diventato lo sviluppo di Israele. Negli anni '70, i neoconservatori hanno lanciato campagne contro l'Urss, vista come un bastione dell'antisemitismo e dell'opposizione ad Israele. Richard Perle fu il principale responsabile della decisione del Congresso nel 1974 (n.d.a.: emendamento Jackson-Vanik) che legò il commercio bilaterale all'emigrazione ebraica russa".

ASPETTI ESOTERICI E CABALISTICI DEL PENSIERO DI STRAUSS
Strauss è nutrito da idee tanto ebraiche quanto tedesche. Erudito biblico e medievista, ha studiato Maimonide, Alfarabi, Averroè e Abravanel. Cosa che non manca di sottolineare Maurice Ruben- Hayoun, conferenziere e dignitario del B'nai B'rith ("Il guru segreto di Bush?", Le Figaro, 6 settembre 2003). Ma è anche un intellettuale segnato da Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger e Karl Schmitt. Dall'ebraismo Strauss eredita un'attitudine di rassegnazione nei confronti dell'ingiustizia e della tragedia della vita. Dalla filosofia tedesca, adotta un romanticismo politico che gli ha trasmesso l'avversione per la modernità liberale.
Per lui la questione ebraica non può essere risolta. È però essenziale. Dichiarò nel 1962, all'epoca di un corso alla Hillel House:
"Credo, se posso dirlo, senza esagerazioni, che dopo un momento molto, molto lungo, il tema principale ["main theme"] delle mie riflessioni è stato ciò che si usa definire "questione giudaica"".
Il problema ebraico è definitivo. L'odio e la persecuzione contro gli ebrei sono per Leo Strauss la più semplice "illustrazione del problema umano". Se gli ebrei sono il "popolo eletto", essi sono scelti per chiarire il carattere implacabile della storia umana e l'impossibilità di una redenzione. I pogrom, le crociate e i campi di concentramento rimarranno quanto l'umanità. Chi la pensa diversamente è un sognatore, ingannato dal mito del progresso.
Strauss respinge ogni "soluzione" al problema ebraico. Assimilazione, democrazia liberale o sionismo politico non sono che tranelli e manifestazioni della modernità. Al posto della soluzione sionista, consiglia un nazionalismo giudaico assoluto. Una forma di ebraismo completamente anti-modernista. I lavori di Strauss sono dunque pieni di invettive contro la modernità, prima responsabile dell'olocausto. I tedeschi non aderivano alla modernità; quest'ultima è un fenomeno francese (cosa che spiega ampiamente come i neoconservatori facciano sistematicamente cadere la colpa sulla Francia nella vicenda irachena…), che condusse alla sconfitta e all'umiliazione dell'esercito prussiano nel 1806. I nazionalsocialisti identificavano gli ebrei con la modernità e, conseguentemente, con l'umiliazione della Germania. Strauss viene in soccorso agli ebrei, non difendendone la modernità contro lo sciovinismo tedesco, ma negando l'identificazione degli ebrei con la modernità. La modernità è laica, commerciale e storicista e non ha dunque niente a che vedere con gli ebrei.
Il popolo ebraico giudaico è religioso; rifiuta il lassismo e le inclinazioni che la libertà del commercio induce; è a-storico, non dipendendo la sua esperienza dalla storia. Il popolo ebraico è smarrito e senza dimora nel mondo moderno. L'assimilazione è stata sempre la soluzione più attraente del problema ebraico. Ma se è riuscita per qualche individuo, non è sviluppabile per l'insieme degli ebrei. La sola via onorevole è quella di restare ebrei. Ora, la democrazia liberale propone una nuova forma di assimilazione, separando politica e religione, consentendo a tutti gli stessi diritti davanti alla legge. Essendo la religione fonte d'odio e di conflitto, la soluzione è quella di uno stato laico, senza distinzioni tra ebrei e cristiani. Spinoza fu il primo a raccomandare la società liberale come soluzione alla questione ebraica. Strauss gli contrappone tre argomenti:
* 1) Essendo la libertà garantita a tutti, la sfera privata è protetta dalla legge. Per questo, permette, protegge ed anche incoraggia la discriminazione contro gli ebrei da parte di individui e di gruppi. La società americana sedicente liberale per gli individui, è in effetti, fondata su di una gerarchia razziale rigorosa: in cima gli anglosassoni, in fondo i negri, e gli ebrei "appena al di sopra dei negri".
* 2) Il liberalismo uccide lo spirito di comunità. Le rivoluzioni americana e francese hanno distrutto la società civile con le sue associazioni, corporazioni e privilegi, lasciando una marea spezzettata di individui isolati. Per Strauss, come per Karl Marx, la società americana è il modello dell'egoismo liberale. Strauss però rigetta il sogno marxista della comunità universale: la comunità universale è irrealizzabile perché la società è per natura esclusiva. Strauss non crede che il senso della giustizia sia un attributo universale dell'umanità, che non ha in comune che il desiderio di sopravvivenza, l'attitudine e l'aspirazione alla sicurezza.
* 3) Il laicismo ha un effetto erosivo sulla società; solo la religione può mantenere il sentimento d'appartenenza a un gruppo e la solidarietà necessaria alla tutela della società. Il liberalismo ostacola ogni verità che si fa autorità; Strauss lo respinge, perché distrugge la comunità, ivi compresa la comunità giudaica, e si volge verso un nazionalismo ebraico. Dopo aver sostenuto il sionismo come soluzione politica per una comunità delusa dal fallimento dell'assimilazione, Strauss lo rifiuta, perché la nazione ebraica non è una nazione come le altre. Il sionismo politico conduce ad un'altra assimilazione, quella dello stato ebraico nell'ambito internazionale. Dio non ha scelto gli ebrei per occupare un territorio, ma per soffrire per gli altri. È questa eroica sofferenza che consacra il popolo ebraico a "qualcosa d'infinitamente superiore". Strauss fa della persecuzione la base dell'identità ebraica. Egli ritiene la persecuzione una cosa buona perché evita la piaga dell'uguaglianza con le altre nazioni. Il liberalismo minaccia il carattere unico del popolo ebraico e rischia di vederlo dissolto nel melting pot.
L'omaggio di Strauss alla religione e all'ebraismo in particolare è una patina ad uso politico. La sua invocazione ai Saggi dell'antichità è un'interpretazione personale. Il caso di Maimonide è una di queste. Di questi egli recupera l'idea del doppio linguaggio. Questo filosofo e medico, stimato da Riccardo Cuor di Leone e dal Saladino, di cui fu viceré in Egitto, redasse la Mishneh Torah e La Guida dei perplessi, che gli valsero la reputazione di maggior filosofo ebreo del Medioevo, riverito come un secondo Mosè ma anche vilipeso come eretico e traditore allo stesso tempo.
Strauss intuisce che Maimonide utilizza un linguaggio codificato e non può essere compreso che da … lui stesso. Per lui, tutto è dominato da un conflitto insormontabile, quello tra ragione e verità rivelata, tra Atene e Gerusalemme, tra la filosofia e lo stato. I moderni respingono la religione, fonte di paura e di pregiudizi, per rifiuto di ogni consolazione e volontà di affrontare la realtà. Strauss replica che la ragione riconosce i suoi limiti e li cede alla verità rivelata. Non è però l'effetto di una verità o di una moralità superiore, ma perché quest'ultima è necessaria alla collettività.
I cabalisti e i talmudisti medievali, come Maimonide, non credono rivelazione propriamente detta. La legge e la filosofia mirano alla felicità dell'uomo. Se vi è conflitto tra la ragione e la legge, il filosofo è autorizzato ad interpretare la legge. È libero di respingere il senso letterale valido per le masse, e di dargli un senso figurato. Deve d'altronde celare la sua interpretazione alla folla. Ci sono due verità, una per i filosofi, l'altra per il pubblico. I filosofi sono esenti dalla legge, a condizione di non discreditarla pubblicamente. Strauss non nega le accuse di ateismo e apostasia, ma nega invece che Maimonide abbia tradito la fede, spiegando che, cosciente delle sue responsabilità, doveva mantenere un linguaggio esoterico ed allontanare il popolo da ogni razionalismo. Non bisogna confondere le verità della ragione e quelle della rivelazione, né pensare che esse entrino in conflitto: la ragione non può rifiutare la rivelazione e quest'ultima non si appoggia sulla ragione. La rivelazione non fornisce verità, ma leggi. Il punto di contatto tra queste verità è il profeta.
La rivelazione non è un atto miracoloso di Dio, non può compiersi che attraverso il profeta. Quindi il profeta è un legislatore, è colui che sa quali tipi di verità siano buoni per la società. Il profeta è caratterizzato dalla perfezione del suo intelletto, dalla sua immaginazione, dalla divinazione e dallo spirito inventivo. Non potendo conoscere Dio, deve inventarlo. Così, dall'interpretazione di Strauss, Maimonide emerge quale ateo, eretico, consacrato alla conservazione e alla protezione del giudaismo, per ragioni politiche.
In realtà, Strauss reinterpreta Maimonide a suo modo. Questi stesso riconosceva che La guida dei perplessi è colma di allusioni, equivoci e contraddizioni. La ragione si trova nella difficoltà e oscurità del soggetto trattato, che necessita di una prima spiegazione, più vaga e dunque meno precisa, che bisognerà in seguito approfondire in termini più completi e più esatti. Bisogna anche palesare alcune cose e nasconderne altre. Ma le ragioni non sono quelle addotte da Strauss. Ci sono due correnti nell'ebraismo: una rabbinica, innestata sul Talmud e le sue leggi, l'altra mistica, fondata sullo Zohar. Il misticismo riguarda l'unione spirituale con Dio, in un'intima relazione. Vi è quindi conflitto con una religione che presenta un Dio così grande e potente che l'uomo non può osare pronunciare il suo nome né stabilire un'intimità con lui. La tradizione mistica ebraica fa riferimento alla Cabala, saggezza segreta trasmessa oralmente.
L'intimità con l'Onnipotente minacciava l'autorità rabbinica, incoraggiando un grado di libertà incompatibile con il governo teocratico della diaspora. I mistici pretendevano di non diffondere la propria scienza occulta se non a una minoranza capace di vedere Dio senza perdere lo spirito.
Strauss ammira Maimonide perché non minaccia la tradizione rabbinica. È interessato soltanto ai vantaggi politici della religione, di cui ignora la dimensione interna. Apprezza solamente la sua capacità di creare l'ordine investendo l'autorità di una santità sovrumana e non vede nella Rivelazione che una gigantesca truffa storica, realizzata dai filosofi-profeti la cui legge e autorità costituiscono la sola redenzione. Strauss distorce anche il pensiero di Platone, che distingue la menzogna verbale, quella nobile e quella dell'anima. La prima mira naturalmente a celare qualcosa; la seconda è una protezione al servizio dello stato o di un'esigenza morale superiore. La terza è disprezzo della verità, di colui che mente e di colui al quale si mente.
Per Strauss la moralità non gioca un ruolo significativo e la menzogna è una necessità politica.
Anche se il soggetto è raramente trattato, Strauss è sovente considerato come un cabalista, a causa della natura segreta della sua opera. Pur non essendo in nessun caso un mistico religioso, il suo pensiero è interpretato quale versione laica del misticismo ebraico. Di fatto, egli separa il metodo d'interpretazione, il segreto e l'esoterismo dei Cabalisti. Questi ultimi, di fronte alla persecuzione intesa come una punizione divina, pretendono di proporre un sistema di studio approfondito della Torah con lo Zohar ed il senso cifrato delle lettere. Analogamente, Strauss analizza approfonditamente i filosofi, cercando indizi, sfumature, allusioni, contraddizioni apparenti ed anche dettagli insignificanti. La numerologia deve permettere di decifrare i testi, cosa che cerca di fare con Il Principe di Machiavelli e i Due Trattati di Locke.
Strauss, alla stregua dei cabalisti, vede nella conoscenza qualcosa di pericoloso e di erotico. Il segreto si giustifica contemporaneamente per evitare la persecuzione, per non far adirare i rabbini e per non turbare le persone con una conoscenza troppo pericolosa per essere compresa. La conoscenza ha per i cabalisti un senso erotico. L'ascetismo sessuale non ha mai fatto parte della tradizione ebraica; al contrario, il desiderio di unione con Dio si esprime in genere in termini sessuali. In più, i cabalisti vedono in Dio una figura sia maschile sia femminile. La Bibbia ebraica usa del resto la stessa parola per nominare la conoscenza e le relazioni sessuali. Strauss afferma che la filosofia è una manifestazione dell'eros, identificato con la natura. Come lei, Eros è nemico della società, del matrimonio e della stabilità. È compito pericoloso ed erotico del filosofo di scoprire il segreto nascosto della vita. Si osserva, a questo proposito, che gli staussiani condannano il lesbismo (ma non la pederastia, che ha avuto fra i suoi adepti grandi filosofi).
Vi è d'altronde un'altra somiglianza tra il filosofo-profeta di Strauss ed il Messia secondo Sabbatai Zevi (vedi le opere di Gershon Sholem). Questi, essendosi proclamato il Messia, abiurò e si convertì all'islam per evitare la decapitazione. I suoi successori, con Nathan di Gaza, giustificano l'apostasia come una necessaria discesa agli inferi precedente la redenzione. La concezione del peccato salutare fa loro abbandonare ogni freno morale. La dottrina della santificazione del peccato è nata (cfr. l'episodio Monica Lewisky con scuse in diretta da Bill Clinton).

APPLICAZIONE ALLA POLITICA AMERICANA
La si ritrova nella morale straussiana: il profeta-filosofo è un messia laico che trascende la legge e si colloca al di là del bene e del male. È il redentore dell'umanità e le sue falsità sono santificate dalla legge, perché sono necessarie. È esattamente il pensiero politico che determina l'attuale politica americana. L'opera di Shadia B. Drury, scritta nel 1997 e riedita nel 1999, è perfettamente illustrata dall'intervento americano in Iraq, nel 2003. Tutti gli ingredienti della filosofia politica di Leo Strauss vi si ritrovano posti in atto sul terreno dalla Casa Bianca:
Ma anche, e soprattutto, manipolazione della Casa Bianca da parte dei discepoli di Strauss, tutti collocati nell'ombra, dietro a Bush (totalmente incompetente, inesperto e ignorante in materia di politica estera), Cheney et Rumsfeld. Sono questi "filosofi" che hanno messo in piedi il piano di ristrutturazione del Medio Oriente, in unione con Israele, e preparato gli animi, da una decina d'anni a questa parte, attraverso una propaganda di articoli e opere molteplici, per spiegare la necessità per l'America di attaccare l'Iraq.
Imperialisti, essi mobilitano la potenza americana, per legarla alla difesa prioritaria degli interessi di Israele.
Bibliografia: Tra le biografie "politiche" di Strauss, si segnala Leo Strauss, the Straussians and the American Regime di Kenneth L. Deutsch e John A. Murley (Roman & Litlefield, 1999). Esiste una sola biografia in francese, Leo Strauss, une biographie intellectuelle, di Daniel Tanguay (Grasset, 2003) - d'interresse non trascurabile, ma che insiste tuttavia più volentieri sull'aspetto profondamente religioso del suo insegnamento, sottostimando il suo lato esoterico e nascosto -, ma una notevole bibliografia in francese di 51 pagine (libri, articoli, biografie, ecc.) è stata organizzata da Jean-Pierre Delange.

http://www.liberalfondazione.it/archivio/fl/numero19/hagan.htm
 
Who’s who

di Joe Hagan

Il “chi è” del movimento: personaggi, istituti e giornali


«Un mondo piccolo», ha detto William Kristol, direttore di The Weekly Standard, a proposito dell’intrecciato mondo dei neoconservatori. E in effetti lo è, almeno per Kristol: suo padre è il leggendario intellettuale newyorkese Irving Kristol, ampiamente considerato il fondatore del neoconservatorismo, ed egli stesso oggi dirige la rivista del padrino finanziario del movimento, l’americano Rupert Murdoch. Da qualche parte tra le idee di Kristol e i muscoli di Murdoch, è stata construita la moderna economia neocons, con tanto di portavoce, think tank, riviste, giornali, un network televisivo e, per non essere da meno, una sede ufficiale al 1600 di Pennsylvania Avenue. E tutto ciò non è neppure eufemistico! Anni fa, durante l’amministrazione Reagan, i neoconservatori ebbero il primo incontro reale col potere dopo molti anni di solitudine. Il movimento - nato dalle ceneri di eroi e personaggi decaduti come Barry Goldwater e Joseph McCarthy, alimentato da un’etnicità urbana e da finanziamenti politici occidentali, spinto da forze storiche tanto varie quanto la seconda guerra mondiale e il movimento per i diritti degli Stati - s’è trovato al potere con un vero presidente degli Stati Uniti. Quindi ha perso il turno, dapprima a favore d’un repubblicano moderato di nome George H. W. Bush, poi d’un intelligente moderato democratico di nome Bill Clinton. Ora, dopo otto dolorosi anni, il network neoconservatore va alla grande, determinato a non mollare di nuovo il potere così facilmente, ad assicurarsi che le proprie idee siano ben diffuse e che i divulgatori siano ben ricompensati, e che l’attuale presidente degli Stati Uniti e i suoi aiutanti - dal vicepresidente Richard Cheney al consigliere sulla sicurezza nazionale Condoleeza Rice - siano ispirati, blanditi, sostenuti e, quando verrà l’ora, ben pagati. È la pasta di cui sono fatti i vincitori.
Ora sono reduci dal loro massimo trionfo: una vittoria militare in Iraq, concepita e voluta dai circoli neoconservatori e brillantemente sostenuta nel corso della guerra dai media neoconservatori. «Sì, penso che siamo serviti a qualcosa» ha detto Kristol. «Bush avrebbe potuto ottenere tutto anche senza di noi. Ma il fatto che noi abbiamo prodotto queste argomentazioni è stato utile. Ci si sente un po’ responsabili quando le cose vanno bene». E Kristol non avrebbe potuto farlo senza il firmamento newyorkese da cui il movimento è emerso - dal think tank di destra Manhattan Institute for Policy Research alle pagine editoriali del Wall Street Journal, alla rivista di riferimento dei neoconservatori, Commentary, fondata dal patriarca e dalla madrina del neoconservatorismo, Norman Podhoretz e sua moglie, Midge Decter. Il loro figlio, John Podhoretz, è un editorialista ed ex responsabile della pagina dei commenti del New York Post. Alla testa del network neoconservatore si trova naturalmente la News Corp. di Rupert Murdoch, che accoglie il Fox News Network e il Post, entrambi con sede nella Sixth Avenue. Murdoch è pure proprietario del Weekly Standard. «La News Corp. dovrebbe avere una qualche menzione nella sua mappa», ha detto William Kristol. Molti di Fox News hanno sostenuto la politica di Bush. Meritano una citazione. E anche Murdoch in persona». Ma i media neoconservatori sono solo una piccola parte del meccanismo. I soldi arrivano da New York. «Gran parte del pensiero sulla politica estera proviene da Washington - ha spiegato Mark Gerson, presidente della compagnia d’investimenti Gerson Lehrman Group e direttore del Neoconservative Reader - ma i finanziamenti del neoconservatorismo non vengono da lì». Anzi, ha aggiunto Gerson, vengono da facoltosi newyorkesi come Bruce Kovner, presidente della Caxton Corporation, e Roger Hertog, vicepresidente dell’Alliance Capital Management. L’anno scorso, entrambi i finanzieri hanno contributo a fondare un nuovo giornale, il New York Sun, che ora combatte la propria battaglia anti-liberal contro il New York Times - lo slogan contrapposto è «Un altro punto di vista». Sia Kovner, sia Hertog si sono mossi per unirsi al neo-liberal Martin Peretz come comproprietari del New Republic. Kovner e Hertog, in quanto intellettuali e uomini d’affari illuminati neoconservatori, sono anche membri del consiglio del Manhattan Institute, di cui pure Gerson e Kristol sono fiduciari, così come dell’American Enterprise Institute, con sede a Washington. L’Aei, uno dei più importanti think tank neoconservatori, ha recentemente funzionato come una sorta di ufficio risorse umane per l’amministrazione Bush. È la sede che il presidente Bush ha scelto per spiegare le proprie intenzioni in merito all’Iraq lo scorso febbraio. Di fronte all’Aei, ha definito quest’organizzazione la casa di «alcune tra le menti più acute della nostra nazione». Lynn Cheney, moglie del vicepresidente, è nel consiglio, e Richard Perle, ex consigliere del Dipartimento della difesa, noto come «padre della guerra all’Iraq», n’è un resident fellow.
Sarebbe facile generalizzare e farsi l’idea che un piccolo gruppo di neoconservatori abbia lanciato qualche incantesimo sul presidente - forse ricorderete la prima reazione di Hillary Rodham Clinton sul Today Show della Nbc al Monicagate, che rappresentava «un’ampia cospirazione di destra». Può essere facile insistere sul fatto che questo piccolo e agguerrito gruppo di uomini e donne abbiano spinto la politica estera di un’intera nazione verso il concetto radicale di «egemonia benigna», un eufemismo per indicare un Impero americano che esporti gli ideali democratici alle dittature del globo. Ma questo, come dicono i neoconservatori stessi, sarebbe semplicistico. «Sono sorpreso dal numero di teorie cospiratorie che circondano i neocons», ha detto David Brooks, redattore del Weekly Standard di Murdoch e Kristol, e autore di Bobos in Paradise. «Ne vedo tutti i giorni, di “cospirazioni dei malvagi ebrei”. L’unica differenza tra i “neoconservatori” e i “conservatori” è, in questo senso, la circoncisione. Abbiamo cominciato a chiamarlo l’Asse della Circoncisione». È questo il genere di autoironia che i neoconservatori spesso si concedono; è quasi impossibile immaginare quel che resta dei liberal, battuti e fatti a brandelli, ridere in questo modo di se stessi! Ma la sicurezza politica alimenta una buona e sobria ironia. Per esempio, quando le venne chiesto se era una neocons, l’autrice di best-seller e guru della destra Ann Coulter replicò: «No, sono una gentile. Sto scherzando solo in parte. Di questi tempi, il termine “neoconservatore” è usato quasi sempre per insultare qualcuno. Più recentemente, il termine è diventato un epiteto liberal per indicare un “conservatore ebreo”». Questo tipo di brusco umorismo è endemico nel movimento. Ma occasionalmente - giusto se sembra che l’arroganza stia alzando la cresta - i neoconservatori si preoccupano di minimizzare l’influenza del movimento, come ha fatto John Podhoretz nel suo editoriale sul Post di venerdì 18 aprile. «Il presidente sembra aver compreso che queste idee sono del tutto sue», ha scritto. «Egli non ha bisogno dei libri che scriviamo o delle riviste che pubblichiamo». Quindi ha concluso: «Forse la nostra influenza è pura illusione». Ma in verità, i neoconservatori - una scuola intellettuale con le radici nel City College di New York degli anni Quaranta - sono incredibilmente ben coordinati, organizzati e coerenti nei loro messaggi. In origine, un neoconservatore era un liberal anticomunista che rifiutava la controcultura degli anni Sessanta. Dopo la fine della guerra fredda, il neoconservatorismo cominciò a essere associato con una politica estera aggressiva. Venne chiaramente definito da Kristol giovane e Robert Kagan, un collaboratore di punta del New Republic e del Weekly Standard, nel libro da essi curato nel 1996, Present Dangers: Crisis and Opportunity in America’s Foreign and Defense Policy, che metteva in guardia contro la crescente minaccia del terrorismo e suggeriva rimedi preventivi.
Nel dicembre del 2002, Max Boot si chiese in un suo editoriale sul Wall Street Journal: «Cosa diavolo è un neoconservatore?». La sua risposta fu: «I neoconservatori credono nell’uso della potenza americana per promuovere gli ideali americani all’estero». Non sorprende che neoconservatorismo sia divenuto subito un termine buono per indicare tutti i tipi di falchi - sebbene le differenze tra i neocons e le altre correnti del conservatorismo rimangano profonde su alcune questioni. Né sorprende che il movimento che nasce dalla sinistra newyorkese delusa e dai consigli d’amministrazione del capitalismo occidentale sia competente e coeso: è ora virtualmente impossibile distinguere un neoconservatore da un normale vecchio conservatore - o, qualche volta, da un liberal decaduto. I neoconservatori in generale non hanno molta pazienza verso l’appiccicoso editorialista liberal del New York Times, Thomas Friedman, ma egli era con loro sulla guerra, come lo era il redattore di Newsweek Fareed Zakaria. E poi c’è il presidente Bush. Una domanda su cui gli storici dovranno arrovellarsi a lungo sarà questa: quando fu folgorato sulla via di Bagdad? Qual è stata, esattamente, l’influenza del neoconservatorismo sul pensiero del presidente? Dove ha avuto inizio il suo punto di vista sulla costruzione d’una nazione in un mondo che cambia? Forse qui? «Penso che quel che è accaduto sia che gli Stati Uniti d’America hanno avuto un presidente chiamato George W. Bush, che crede in una missione americana», ha affermato Midge Decter, membro del consiglio del destrorso Hudson Institute e madre di John Podhoretz. «Questa è la ragione per cui i neocons hanno acquisito questa reputazione di potere. Mio marito - ha proseguito la Decter, parlando di Norman Podhoretz - dice che nessun presidente può oltrepassare il punto fino a cui la cultura è pronta ad accogliere la sua politica. Quindi si può dire che la preparazione culturale era preparata a quel che George Bush vuole. Nessuno gli sussurra all’orecchio. Quello che voi chiamate neoconservatorismo ha preparato la cultura perché questi argomenti potessero essere prodotti». Se la storia significa qualcosa, la Decter ha ragione per quel che riguarda i soldi. L’America era stata ben preparata all’amministrazione Reagan dai precedenti vent’anni di storia. E la dottrina Bush può essersi agitata esattamente come suggerisce la Decter. Ciò significa che si è agitata proprio qui.
«Avete messo in piedi un intero dibattito su cosa sia un neocon», ha detto il trentatreenne Max Boot, ex redattore delle pagine editoriali del Wall Street Journal e ora Olin Senior Fellow di National Security Studies presso il Council on Foreign Relations. «Un numero di persone che conosco non gradiscono essere chiamate neocons. Io non me ne preoccupo particolarmente». E non lo fanno neppure alcuni repubblicani della vecchia guardia, se non altro per la patina che ciò concede loro. Come Lucianne Goldberg, una dei decani del movimento (e Madame LaFarge durante il quasi-collasso di Bill Clinton), che ha esclamato: «Intendete forse gente a cui piace ammazzare altre persone e rompere cose. Eccomi qui!». Alla fine, la differenza tra le idee neoconservatrici e quelle che sarebbero chiamate neocons può essere opinabile. Dopo tutto, siamo in terra irachena e Kristol scrive (con Lawrence Kaplan) nell’ormai ben nota ultima riga del suo nuovo libro, The War Over Iraq: Saddam’s Tyranny & America’s Mission (La guerra all’Iraq, appena pubblicato da liberal edizioni, ndr), che potrebbe essere solo l’inizio. Per chi ci crede davvero, è il dolce profumo del successo. «I neocons così hanno vinto in modo strabiliante», afferma Gerson. «Più o meno sono restati saldi sulle loro opinioni. Le idee guidano il mondo, non i tassi fiscali marginali. E neppure la politica». Il nocciolo del movimento neoconservatore non potrebbe essere più preciso. Prendete l’inizio del Weekly Standard di Murdoch, per esempio. Venne fondato, come molte altre idee newyorkesi, in una caffetteria sulla West 72nd Street, proprio lo stesso luogo dove molte idee sono state partorite dai progenitori dei neoconservatori, quando ancora erano uomini di sinistra negli anni Trenta e Quaranta. E in una squisita ironia che sarebbe stata apprezzata da quella generazione di ideologi - la maggior parte dei quali sperimentò la propria stessa conversione a destra, che poi li portò al potere e permise loro di rendere reale l’attuale movimento neoconservatore - aveva proprio il nome giusto. Saul Bellow avrebbe difficilmente potuto far di meglio: il Weekly Standard fu concepito nello Utopia Coffee Shop.

(Per una mappa del movimento neo conservatore, si veda http://www.nyobserver.com/pages/obspdf.pdf)

(Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)

 

Ed ecco uno dei personaggi che oggi contano, è la mamma di tre ragazzi precari ...

http://www.sabellifioretti.com/interviste/archives/2001/11/fiorella_kostor.html

Fiorella Kostoris Padoa Schioppa

Sette - 8-11-2001

 

Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, nome un po’ complesso che racconta radici straniere ma anche un matrimonio con Tommaso Padoa Schioppa, grande personaggio dell’economia e della finanza italiana. Non racconta, almeno finora, la carriera straordinaria di una donna arrivata ai vertici in un settore, quello dell’economia, tradizionalmente riservato al genere maschile. Docente universitaria, presidente dell’Isae, l’Istituto pubblico di analisi e previsioni economiche, consulente del gabinetto del premier francese Jospin, che le ha appena conferito la Legion d’honneur, ma anche della Fondazione tedesca Konrad Adenauer. Fiorella Kostoris Padoa Schioppa non compare quasi mai sui giornali. Il mese scorso, improvvisamente, e anche impropriamente, è entrata nelle cronache mondane in occasione dell’inaugurazione della sua nuova casa, attico e superattico nel ghetto di Roma. Raccontavano le cronache che il ministro Tremonti, arrivato con l’imbucato Bossi e trovandosi di fronte l’odiato Visco, avesse protestato con la padrona di casa bipartisan. E che, di rimando, Fiorella gli avesse contestato l’arrivo inaspettato di Bossi. Una querelle per ministri. Signora Kostoris Padoa Schioppa, parliamone.

«Ma no, non c’è niente da dire».
C’è da dire, eccome. Tremonti si è lamentato perché c’era Visco. E lei si è lamentata perché Tremonti si è portato dietro Bossi.
«Io non ne vorrei parlare in termini mondani».
Deve. Ormai è un personaggio pubblico.
«Le cose non sono andate così».
E come sono andate?
«Tremonti ha detto: “Potevi dirmi che veniva Visco”».
E lei ha risposto: «E tu potevi dirmi che portavi Bossi».
«Non ho detto nulla».
Classica smentita diplomatica.
«Comunque Bossi si è trovato così bene che quando è andato via mi ha baciato e abbracciato».
Lei è proprio bipartisan.
«È il sistema che è cambiato. Ci sono repubblicani sia a destra che a sinistra, socialisti di qua e di là. E liberali e democristiani che, fino a ieri stavano insieme, mentre ora alcuni si odiano. Ma io frequento tutti».
Quindi c’erano altri che si guardavano in cagnesco da lei quella sera.
«Non farò nomi, ma effettivamente… Quando c’era imbarazzo, dicevo: “Perché non salite in terrazza?”».
I nomi, i nomi…
«Se si volasse un po’ più alto…».
Come ha rimediato con Tremonti e Bossi?
«Ho fatto salire anche loro nella terrazza».
Voliamo più alto. Mi racconti di quando era ragazzina.
«Sono nata nell’immediato dopoguerra a Roma. Avevo solo 40 giorni quando siamo andati a Trieste».
Famiglia triestina?
«Mio padre è nato a Trieste e mia madre è nata a Corfù».
Metà italiana e metà greca.
«Mio padre è nato nel 1908 quando Trieste ancora era austriaca. Parlava tedesco con i suoi genitori».
Quindi anche lei parlava tedesco in casa?
«No. La nostra era una famiglia ebrea, il tedesco era tabù. Non ho imparato il tedesco, ma nemmeno il greco che mia madre parlava con i nonni. E non parlavo nemmeno il triestino».
Ricapitolando.
«I genitori parlavano l’italiano con i figli, il triestino tra di loro, il greco con i nonni materni e il tedesco con quelli paterni».
Una babele.
«E poi c’era l’ebraico. Io ho fatto le scuole ebraiche, le famose scuole di via del Monte di cui Saba parla in alcune sue poesie».
In che cosa erano diverse?
«Eravamo cinque in classe e venivamo interrogati tutti i giorni in tutte le materie. Quello che ho imparato veramente è che puoi ottenere tutto attraverso la volontà e lo sforzo. Nella nostra classe ogni bambino aveva un poster».
Cinque poster.
«Il mio rappresentava il Cervino. Gli altri avevano altre montagne. E ognuno aveva una bandierina che sistemava sulla montagna. A seconda che andasse bene o male la bandierina saliva o scendeva. Alla cima non si arrivava mai».
Lei ricorda i suoi quattro compagni di classe?
«Ricordo una mia amica che vive ora a Torino. Molto spiritosa, Miriam Coen. Eravamo entrambe impegnate politicamente. Avevamo una specie di mentore, il pediatra Bruno Pincherle, socialista del Psiup. Fu lui che ci introdusse alla politica e ci fece conoscere Lelio Basso».
Politica e poi?
«Moltissimo sport. Feci anche dell’agonismo. Le gare mi piacevano. A tre anni ho cominciato col pattinaggio artistico a rotelle, a sei facevo i campionati. A dieci anni ho cominciato il tennis. E sono entrata fra le prime dieci in Italia. Alla Coppa Lambertenghi arrivai seconda. In finale persi da Monica Giorgi. Ricorda? Quella che finì nella lotta armata. Persi per troppa tracotanza. Monica Giorgi era un maschio: gambe arcuate, tratti duri, capelli da uomo. E poi era bassissima…».
Anche lei, se mi permette, non è altissima…
«È vero. Ma lei era proprio tappa. Quando veniva a rete non la vedevo più. Scompariva. E io mi sono permessa di non prenderla sul serio. Quindi fu una sconfitta anche morale. Mai sottovalutare l’antagonista».
Altri sport?
«Cavallo, sci, jogging. Trieste aiuta, mare, montagna, collina».
Ricorda gli amici di Trieste quando era ragazzina?
«Io vivevo poco con gli amici. Vivevo moltissimo con i miei insegnanti. Quando racconto queste cose ai miei figli mi prendono in giro. Io adoravo i miei insegnanti».
E non aveva amici?
«Avevo moltissimi amici, ma la mia vita era più basata sull’attività che su incontri che allora chiamavamo contubernali».
Roba di sesso?
«Ma no, contubernali sono quegli incontri nei quali ci si fa le confidenze. Per noi c’era la politica prima di tutto, poi la cultura. In casa mia c’era una fortissima cultura artistica. Mio padre suonava il pianoforte e dipingeva».
Era anche un grande collezionista…
«Istituì un premio che chiamò premio Arbiter invitando tutti i pittori dell’epoca, siamo all’inizio degli anni Cinquanta, a contribuire con un’opera di una certa dimensione, 13x18 cm. Quando è morto mi ha lasciato una collezione di 200 opere, dal 1951 al 1955. Rosai, Tosi, Carrà, Campigli…».
La sua famiglia ha avuto problemi razziali? Le leggi razziali in Italia erano dure…
«Da un lato c’erano le leggi e dall’altro i comportamenti. Ci sono stati episodi di grande generosità e di grande grettezza. I miei furono protetti e nascosti. Ma gli incendiarono il negozio. Perfino la Chiesa ebbe un atteggiamento duplice. I miei genitori avevano cercato di rifugiarsi in Vaticano. Ma chiedevano un milione per famiglia».
Quali erano i suoi miti in gioventù?
«James Dean, Gérard Philippe, i Platters, Sbarbaro, Harry Belafonte, Jacques Douai, un cantante francese fantastico che cantava canzoni medioevali: “Papillon tu es volage, tu ressemble a mon amant”».
Fidanzati?
«Ero un pochino precoce. Ma Trieste non è una città cattolica. Quasi tutte le mie amiche si sono sposate incinte. Si usava avere fidanzati a 11, 12 anni. Ho conosciuto quello che poi è stato mio marito, Tommaso Padoa Schioppa, quando avevo 13 anni e lui 18. Lui è andato a Milano e io ho avuto anche altri fidanzati dai 13 ai 21 anni quando l’ho rincontrato e l’ho sposato. Ho avuto anche amori platonici, stupendi».
Tipo?
«Col mio professore di filosofia».
Tutte le ragazze hanno avuto un amore platonico, bellissimo, stupendo col professore di filosofia.
«Ce l’aveva anche lui. Lo disse prima di morire a sua cugina».
La politica come la scoprì?
«Ritenevamo che la politica fosse il modo di interessarsi al mondo. All’università ho conosciuto e molto amato Renato Zangheri, che poi è diventato sindaco di Bologna, e con lui ho capito com’era fatto il comunismo progressista. A Trieste c’era il comunismo di Vidali, il comunismo stalinista. Zangheri mi costrinse a leggere i sacri testi. Credo di essere una delle poche persone che nel ’68, in Italia, ha letto Il capitale».
Lei era comunista?
«Non ero iscritta, ma frequentavo una sezione dove, peraltro, mi trattavano malissimo».
Troppo borghese?
«Mi insultavano perché arrivavo con una Giulia bianca, bellissima… E allora Zangheri fece tutto un lungo discorso per dire com’era importante che il partito accogliesse i benestanti, borghesi, eccetera, perché così poteva spillare il loro denaro. Zangheri è stato un grande maestro per me. Io ero la sua laureanda. Quando a 21 anni decisi di sposarmi e di lasciare Trieste non sapevo come dirglielo. Temevo mi dicesse: “Vergognati”. Invece mi disse: “Ah, ma che bella idea. Così tutti i suoi problemi sessuali li mette a posto e non ci pensa più e può dedicarsi veramente a tempo pieno alla cosa per cui lei è veramente portata, lo studio”».
Dopo Trieste dove è andata?
«A Milano dove mi sono laureata alla Bocconi. E poi al Mit di Boston, con una borsa di studio della fondazione Einaudi. È stato il periodo più bello della mia vita. In Italia sono importanti i libri. Negli Stati Uniti ti chiedono di pensare. Se pensi, e pensi bene, sei allo stesso livello del premio Nobel che hai davanti. Nell’università americana non c’è il principio di autorità. Il professore sa che alla fine dell’anno tu potresti essere più bravo di lui».
È una carriera insolita la sua per una donna?
«Se si guarda ai numeri, sì. In Italia le donne che insegnano economia all’università sono il 10 per cento».
Qual è esattamente il suo lavoro?
«Ho due lavori oggi. Sono da un lato professore di economia. Dall’altro lato, come presidente dell’Isae, faccio analisi della politica economica per il governo, il Parlamento, la comunità degli esperti, l’opinione pubblica».
Tra i suoi allievi figurano anche Dario Cossutta e Fabrizio Barca, di nobile tradizione familiare comunista.
«Era un’operazione di formazione verso valori più universali, più occidentali, più di mercato di una giovane generazione post-stalinista. Venivano anche un giovane Amendola, un giovane Reichlin e una giovane Ingrao».
Come è stata la sua parabola politica? Ha fatto il ’68?
«Poco. Mi sono laureata nel luglio del ’68 e sono subito partita per gli Usa. Quando dissi al mio professore che andavo al Mit mi disse: “Lei tradisce”».
Aveva ragione?
«Mi ferì molto e certamente se dopo tanti anni non ho dimenticato, è chiaro che ho continuato a pensarci. Certamente aveva capito prima di me che sarei cambiata. E in effetti io sono cambiata. Ho capito che l’imperialismo americano non esisteva: c’erano gli americani di un tipo e gli americani di un altro. All’edicola di Harvard Square vendevano anche i giornali del Vietnam, l’informazione del nemico. Là ho cominciato a capire che non c’era da credere a una serie di parole d’ordine tipo imperialismo, o cose del genere…».
Quali sono le parole d’ordine che le danno più fastidio oggi?
«Solidarietà, concertazione, global e no global, pacifismo».
L’esperienza americana le ha fatto cambiare idee politiche?
«Sono cambiati i valori politici. Sono tornata più liberal, più convinta che il benessere generale lo si ottiene cercando il massimo del proprio benessere. Pensi alla storia di Schindler. Salva migliaia di ebrei non perché è buono. Li salva perché è uno sporco capitalista che guarda al suo interesse e si rende conto che prendendo queste persone da Auschwitz le paga di meno. È lo sfruttatore che salva gli ebrei. Facendo l’altruista, in generale, contribuisci meno al benessere della società che se fai il tuo interesse».
Effettivamente l’America l’ha cambiata non poco.
«Il primo obiettivo dell’equità deve essere la crescita. Altrimenti è la solita lotta fra poveri».
L’America ha cambiato anche il suo voto?
«No, ho continuato a votare per gli stessi partiti».
E cioè?
«Mai più a sinistra del Pci. Anzi no, da ragazza, il Psiup. Mai per la Dc o a destra. Salvo per i radicali».
Che cos’è secondo lei un voltagabbana?
«È uno che tradisce innanzitutto se stesso più che il gruppo a cui appartiene. Voltagabbana secondo me è un opportunista che corre in soccorso del vincitore».
Ci sono voltagabbana che corrono nella direzione sbagliata. Signorile lo diceva di Lombardi.
«Lo si è detto qualche volta anche di me: che sono una che si mette sempre dalla parte della minoranza. Io ho un certo naturale interesse per chi si mette fuori dal coro. Subisco il fascino dei perdenti».
Un caso di voltagabbana?
«Un buon caso mi sembra Irene Pivetti. Mai stata notata da nessuno prima che diventasse presidente della Camera. Moltissime persone, anche fra i miei amici intellettuali di sinistra, che l’avevano sempre ignorata, trovavano improvvisamente che fosse interessante, colta, bella. Poi lasciò la Lega, in un certo senso l’ha lasciata per coerenza con se stessa, coerenza non politica ma di cattolica credente e quindi si è messa nel partito di Cossiga. Gli intellettuali smisero di trovarla colta, bella e attraente. Poi la Pivetti ha fatto un altro salto e quello è stato meno accettabile perché si trattava di salvare il governo Prodi e la signora scoprì che doveva allattare un figlio, quasi fosse la prima donna cui capitava. Poco credibile. Insomma, un altro cambiamento».
Lei cita un caso complesso. Voltagabbana la Pivetti ma voltagabbana anche gli intellettuali che cambiano il loro giudizio su di lei.
«Ricordo miei carissimi amici che ne parlavano benissimo. Era straordinario quello che dicevano della Pivetti. Poi, improvvisamente, la dimenticarono.».
Un voltagabbana apparente?
«Sicuramente Buttiglione. Appartiene alla categoria della gente che non cambia pur cambiando partito. Alcuni possono considerarlo un voltagabbana perché è passato dalla sinistra alla destra, però secondo me è rimasto se stesso. Viceversa ci sono persone che restano nello stesso partito e tradiscono…».
Può fare un esempio?
«Cofferati. Sembra uno coerente, un puro e duro. Invece tradisce se stesso. Molto spesso ha detto, anche a governi di sinistra e di centro-sinistra, anche a Giuliano Amato: “Voi dovete prendere le vostre responsabilità, noi prenderemo le nostre”. Un grande leader sindacale sa benissimo che esistono le parti, e che l’interesse generale viene fuori dal loro bilanciamento. Ma allora perché ora parla di concertazione che è l’esatto contrario? La concertazione non c’entra nulla con la sinistra. Non ne ho trovata traccia nel Capitale».

Claudio Sabelli Fioretti

http://lists.peacelink.it/pace/msg05943.html


Ragni nella rete del dominio mondiale americano


DIE ZEIT, Hamburg

http ://www.zeit.de/2003/28/Strauss_2fTrotzki -


Intorno ai consiglieri neoconservatori del presidente degli Stati Uniti si
aggirano leggende politiche. Seguono gli insegnamenti del filosofo tedesco
Leo Strauss ? La teoria della guerra preventiva proviene dall'arsenale del
rivoluzionario Lev Trotski ?
di Richard Herzinger (traduzione dal tedesco di José F. Padova)

Una scuola di pensiero molto influente, chiamata " Neocons ", guida la
politica del governo Bush . Le idee in materia le ha fornite il filosofo
tedesco Leo Strauss , che negli anni trenta, di fronte all'ascesa di Hitler
, attraverso la Gran Bretagna si era rifugiato negli Stati Uniti d'America.
Da mesi questa tesi viene trattata alla grande sui giornali americani di
primo piano, dal New York Times al New York Review of Books fino al Boston
Globe . All'inizio del grande racconto vi è uno spettacolare trasferimento
[ ndt .: Transfer in ted .significa anche "transfert", psic .] dall' Old
Germany , alla fine del quale si trova la politica della guerra preventiva
degli Stati Uniti e la menzogna a scopi propagandistici sulle armi di
distruzione di massa irachene. Anche qui da noi [ in Germania ] si legge
frequentemente della conquista dei gangli politici di una superpotenza da
parte delle teorie di un pensatore poco conosciuto [ Strauss ]. Fra la
ventina dei suoi seguaci devono esserci coloro che dai suoi seminari sono
approdati alle leve di comando del potere, con il sottosegretario alla
Difesa Paul Wolfowitz nella parte della Vedova Nera al centro della
ragnatela.
Da un articolo al successivo si aggiungono nuovi aspetti della rivelazione.
Leo Strauss (1899-1973 ) non ha simpatizzato con alcune tesi del famigerato
esperto [ nazista ] di diritto pubblico Carl Schmitt ? In un baleno i
Neocons sono definiti gli eredi americani di quel gruppo di intellettuali
antidemocratici della Repubblica di Weimar , che sotto la parola d'ordine
"rivoluzione conservatrice" contribuirono a spianare la strada al "Terzo
Reich ". L'idea che i rivoluzionari conservatori tedeschi siano emigrati al
di là dell'Atlantico impressiona coloro che qui sono rimasti come una
promessa di riabilitazione storica: se l'America si è abbandonata nelle
braccia di una ideologia prefascista , questa volta non stiamo noi, i
tedeschi, al fianco dei difensori dell'Occidente democratico?
Eppure i veri epigoni di Carl Schmitt non si trovano in nessun modo
nell'entourage di George W. Bush , bensì nelle fila dei "
nazional-rivoluzionari " tedeschi ed europei. Per l'intellettuale francese
di destra Alain de Benoist ,aesempio, gli Stati Uniti sono il nemico
capitale di tutti i popoli che combattono per la loro purezza etnica e
nazionale. L'odierna Amministrazione americana, ai loro occhi, mette in
pratica esattamente quella politica "imperialistica" dell'imposizione degli
ideali liberali contro la quale Carl Schmitt alla fine degli anni trenta
aveva sviluppato la sua idea di un "ordinamento su grandi spazi con divieto
di intervento per le potenze aliene da essi". Scopo dichiarato di questo
concetto: che l'America dovesse essere tenuta fuori dall'Europa, per gli
ideologi come Schmitt era una scelta consacrata al nuovo ordinamento della
Grande Germania su base "nazionale" da parte di Hitler .
Il pensiero che la storia mondiale sia mossa da un unanime sistema di idee,
concepito segretamente da un gruppo di avanguardia, per taluni storici del
pensiero era evidentemente tanto ricco di attrattive che la fantasia sembra
averli superati. Accanto all'ammissione che il governo Bush segua gli
insegnamenti di una segreta dottrina straussiana emerge ora un'ulteriore
ipotesi di cospirazione di ideologia storicistica . In questo senso i
Neocons sono trotzkisti camuffati. Infatti alcuni dei loro precursori, come
Irving Kristol (padre dell'editore della pubblicazione neoconservatrice
Weekly Standard , William Kristol ) e Norman Podhoretz ,in gioventù
avrebbero simpatizzato con le idee del rivoluzionario russo Lev Trotzki
(1879-1940 ). Da qui è costruito da Robert Misik (Tagesanzeiger del 18
giugno 2003) un "tipo [ carattere ] trotzkista", la cui "baldanza" sotto i
più diversi segni ideologici potrebbe giungere alla deflagrazione.
Il suo segno distintivo: la predilezione per la guerra di aggressione.
Dopotutto la dottrina della guerra preventiva del governo americano
rassomiglierebbe alla presunta regola di Trotzki , il primo commissario
sovietico alla Guerra, secondo la quale la rivoluzione dovrebbe essere
portata nei Paesi stranieri sulla punta delle baionette dell'Armata Rossa.
Ciò cui Robert Misik non risponde è tuttavia la domanda se vi sono due
specie di Neocons , vale a dire quella schmittiano-straussiana e quella
trotzkista, oppure se i Neocons in realtà riescono a realizzare il pezzo di
bravura, essere nel medesimo tempo trotzkisti e straussiani .
Soltanto questo almeno è vero nelle voci che circolano sui neoconservatori
americani: le idee di Leo Strauss hanno influenzato in modo determinante la
nascita di questo orientamento di pensiero. In effetti Strauss fu un
pensatore illiberale. Egli considerava come un'epoca di decadenza quella
moderna, nella quale un crescente relativismo dei valori porterebbe alla
dissoluzione sociale. Con questa diagnosi egli si discosta appena dai
numerosi altri pessimisti della cultura del suo tempo, di destra come di
sinistra. La sua giustificazione però era eccentrica: del declino
contemporaneo sarebbero responsabili i filosofi dell'evo moderno, a
cominciare da Machiavelli .Infatti essi avrebbero rivelato al popolino
verità che erano definite soltanto per loro stessi (come persone elette e
di elevata posizione): che non vi sarebbe alcun Dio, che "Essere" non
avrebbe alcun significato più profondo e che nessuna nazione sarebbe
migliore delle altre. Si tratterebbe quindi di cercare nuovamente di capire
queste visioni filosofiche.
Strauss era il prototipo di quello che Karl Popper chiamava il "filosofo
oracoleggiante". Proprio per questo però dai suoi scritti non si possono
trarre immediate istruzioni d'uso politiche. Sembra chiaro soltanto che
Strauss non voleva per nulla eliminare la democrazia, ma al contrario
salvarla dal decadimento. Secondo critici come il liberale di sinistra e
pubblicista americano William Pfaff ,Strauss avrebbe tuttavia portato i
Neocons all'idea di costituire il dominio di una elite antidemocratica e di
celare all'opinione pubblica la loro vera attività. Il che, per inciso,
dovrebbe spiegare ampiamente la probabile manipolazione delle prove del
programma di armamenti ABC [ ndt .: Atomici, Biologici, Chimici ] di Saddam
Hussein .
Ora, da quando anche la setta politica del teorico americano della
cospirazione Lyndon La Rouche - che mantiene in Germania una propaggine
sotto il nome di "Movimento civile per la solidarietà" - si è impadronita
della materia, la rigogliosa fioritura di leggende sui Neocons minaccia di
ribaltarsi in denuncia di oscurantismo, comprese le connotazioni
antisemite. Così ali estreme della destra americana, come l'ex-repubblicano
Pat Buchanan , alla vigilia della guerra d'Iraq hanno diffuso l'accusa che
nel governo Bush una "lobby giudaica" vorrebbe trascinare l'America in una
guerra per conto terzi a favore di Israele. Perciò egli puntò sul fatto che
un gruppo di Neoconservatori di primo piano sono ebrei. Anche Leo Strauss
lo era. Già negli anni cinquanta egli aveva chiesto una presa di posizione
univoca da parte dell'America a favore d'Israele - per un conservatore USA
a quel tempo una posizione straordinariamente insolita.
È proprio ora di ritrovare il solido terreno dei fatti nel dibattito sulla
forza motrice politica del governo degli Stati Uniti. I Neoconservatori
Ênon sono in fondo un gruppo così omogeneo come suggeriscono le più recenti
speculazioni sul loro ruolo storico. Ela loro influenza sulle decisioni
dell'Amministrazione Bush è assolutamente limitata. Il fatto che essa sia
potuta divenire tanto forte, come in effetti lo è, ha meno a che fare con
la magica forza delle idee che con l' 11 settembre, che costrinse il
governo conservatore degli Stati Uniti ad una linea interventista. I
Neoconservatori non sono diventati visibili per aver causato questa svolta,
ma perché sono stati in grado di presentare una posizione teorica che vi si
adattava. Da anni essi richiedono che gli USA interrompano la loro
collaborazione con le dittature e applichino la forza accumulata
dall'America, per diffondere dovunque nel mondo i diritti umani e le
strutture democratiche. È degno di nota soprattutto che i Neocons abbiano
così realizzato un progetto universale - che un tempo si collegava ai nomi
di presidenti democratici come Roosevelt oKennedy - in un radicale
programma conservatore (in alcuni tratti utopico). Un tempo il
conservatorismo americano in politica estera era vincolato a strette
considerazioni di interesse nazionale.
Ese nella politica mondiale qualcosa fa effetto di "trotzkista" si tratta
delle sue stesse condizioni di partenza. Vale a dire nel senso che una tesi
di Lev Trotzki era effettivamente perspicace: la tesi della "non
contemporaneità dello sviluppo". Nel 1906 con il concetto di rivoluzione
permanente egli si scostò dalla tradizionale tesi marxista, secondo la
quale la storia seguirebbe il corso degli stadi storici dello sviluppo. Ciò
che Trotzki pensava: i Paesi non si sviluppano secondo uno schema rigido,
non passano dapprima per una fase "feudale", poi per una "capitalistica" e
infine per uno stadio "socialista", ma piuttosto porterebbero con sé la
dinamica del mercato mondiale, vale a dire che in un Paese questi stadi si
presentano contemporaneamente e portano a contraddizioni esplosive.
In una simile situazione di "simultaneità del non-contemporaneo" ci
troviamo noi stessi, oggi. In molte regioni del mondo strutture
preindustriali o post-coloniali cozzano con tutta forza contro la dinamica
della globalizzazione. D'altra parte Paesi, che gia sono passati nei
processi di modernizzazione, perdono il collegamento. La conseguenza di un
tale sviluppo è il collasso di ordinamenti statali e civili in molte parti
del mondo. Questo costringe l'Occidente, e prima di tutti gli USA, ad
intervenire in tutto il mondo come forza d'intervento.
Dopo l' 11 settembre è diventato chiaro che le conseguenze del decadimento
mondiale non possono più essere tenute fuori dal mondo occidentale. La
reazione americana a tutto questo è quindi molto meno pensata in chiave
ideologica di quanto suggeriscono le leggende sui Neocons . Piuttosto essa
segue un metodo di sperimentazione ed errore. Forze diverse trascinano
tutto in direzioni diverse. E i Neocons tengono dietro, né più né meno.


(c) DIE ZEIT 03.07.2003 Nr.28


http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6185

Cina - 04.9.2006

Gli Usa visti dalla Cina

Per il ‘Quotidiano del Popolo’ non ci sono dubbi: la quarta guerra mondiale è già iniziata

La prima pagina del 'Quotidiano del Popolo'Alcuni giorni fa, il politologo americano Bernard Lewis ha scritto un articolo affermando che “il nostro pianeta è sull’orlo di una nuova guerra mondiale” e che essa “avrà inizio il 22 Agosto in Medio Oriente.”  Noto come l’autorità americana sullo studio dell’Islam, Lewis è lo storico preferito dal Presidente George W. Bush. La profezia ha avuto un effetto esplosivo ed ha causato un tumulto in tutto il mondo. Il 22 Agosto è passato. Sembra che i timori di Lewis fossero infondati e il suo avvertimento sull’imminente guerra mondiale solo volto a far colpo.

Gli americani parlano in continuazione di una guerra mondiale imminente. Infatti, Bernard Lewis non è la prima persona a diffondere teorie su una nuova guerra mondiale. 

 

Il presidente Usa Bush tra i marinesNegli Usa si parla tanto di guerra mondiale. Già nell’ottobre 2004, Michael Ledeen, consigliere del Pentagono e titolare della Freedom Chair dell’American Enterprise Institute, aveva detto che colpire l’Iran avrebbe portato a una guerra su scala mondiale. In seguito, R. James Woolsey, ex direttore della Cia, che sostiene che la guerra fredda fu in effetti la terza guerra mondiale, ha pubblicato un articolo intitolato: “La quarta guerra mondiale: Perché combattiamo? Per chi stiamo combattendo? Come dovremo combattere?”

Anche il neo-conservatore Norman Podhoretz ha scritto sulla “quarta guerra mondiale” e ha dichiarato una volta che i paesi del Medio Oriente sono stati messi insieme artificialmente dopo il declino dell’Impero Ottomano. “Alcuni paesi creati durante la prima guerra mondiale possono essere smantellati nella quarta guerra mondiale.”

All’inizio di agosto, Newt Gingrich, ex presidente della Camera dei Rappresentanti, ha detto: “A me sembra che siamo coinvolti nelle fasi iniziali di una nuova guerra mondiale.”

Ben presto, David Bosco, caposervizio della nota rivista americana ‘Foreign Policy’, ha contribuito alla discussione, scrivendo: “Potrebbe essere questa la vigilia di una nuova guerra mondiale?”

Dagli studiosi agli ufficiali, la discussione sulla guerra mondiale continua, acquistando slancio dal senso di crisi diffuso negli Stati Uniti. Tuttavia, esso sembra frutto dell’immaginazione americana.

 

La guerra del VietnamLe tante battaglie della terza guerra mondiale contro l’Urss. Per più di mezzo secolo gli Stati Uniti sembrano essersi preparati allo scoppio di una guerra mondiale. Dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, il Generale americano George Barton chiamò il Maresciallo sovietico Georgi Zhukov “figlio di puttana” dopo che i loro eserciti avevano unito le loro forze sul fiume Elba. Questa affermazione fu quasi causa di una grave guerra. Cinque anni più tardi, gli Stati Uniti furono coinvolti in una guerra civile in Corea del Nord. Il Generale Douglas MacArthur dichiarò anche che gli Stati Uniti avrebbero scatenato la terza guerra mondiale. Sebbene non ci sia mai stata una guerra nello stile della prima o seconda guerra mondiale, soprattutto a causa del deterrente nucleare, emerge un nuovo tipo di guerra. Gli Usa hanno sviluppato un proprio metodo “cerca e distruggi” , eliminando e sconfiggendo gli stati uno ad uno. Dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Usa ed i loro alleati sono stati impegnati in guerra; Corea del Nord (1951), Vietnam (1961), Grenada (1983), seguiti da Libia, Panama, Guerra del Golfo, Kosovo, Afghanistan ed Iraq.

Oggi puntano il mirino contro Iran e Corea del Nord. Le fiamme della guerra accesa dagli Stati Uniti si estendo a tutto il mondo.

 

La conquista di BaghdadE adesso la quarta guerra per la conquista del mondo. Lo studioso britannico Vassilis Fouska, in un suo libro intitolato “Nuovo imperialismo americano”, dichiara: “La guerra di Bush al terrorismo e il sangue versato per il petrolio hanno causato grande preoccupazione in Europa e negli stessi Usa. I nuovi imperialisti americani usano la retorica della pace, della democrazia e della libertà per mascherare i loro intenti”. Gli Stati Uniti hanno acquisito una posizione di dominio giocando in politica estera il ruolo di “salvatori del mondo” sin dal 1945. Ora gli Usa hanno sostituito la ‘guerra al comunismo’ con la ‘guerra al terrorismo’ come pretesto valido in ogni occasione per un’espansione militare e politica globale. E’ un vecchio trucco americano quello di montare una campagna pubblicitaria su una nuova guerra mondiale. Stanno solo entrando in un nuovo stadio della guerra mondiale nella quale sono impegnati da anni.

La nuova guerra mondiale riflette le inadeguatezze strategiche degli Stati Uniti.

Storicamente, ogni qualvolta gli Usa sono stati in difficoltà sul campo di battaglia, ci sono stati gruppi di persone convinte che la risposta fosse proprio espandere la guerra. Questo sembra essere diventato parte della cultura strategica degli Usa. Gli Stati Uniti hanno valutato l’utilizzo di armi nucleari diverse volte durante le guerre in Corea e in Vietnam. Ora si concentrano sul Medio Oriente.

 

Marines Usa in IraqUna potenza forte ma immorale e ingiusta non può vincere. Oggi, gli americani si considerano altamente qualificati per parlare di guerre mondiali. Solo gli americani sono sufficientemente coraggiosi da scatenare una guerra mondiale. Gli Stati Uniti hanno vinto due guerre mondiali e la guerra fredda. L’esercito statunitense può mobilitarsi in qualsiasi parte del mondo. Con quasi un migliaio di basi militari nel mondo, l’esercito Usa ha una capacità di combattimento senza precedenti.

Ma agli Usa manca una certa consapevolezza di sé e la capacità di esaminarsi oggettivamente. Se gli Stati Uniti con tutta la loro potenza militare non riescono a smantellare un’organizzazione slegata che non ha il supporto di un'entità politica nazionale (come Al Qaeda), come possono credere che la risposta sia una nuova guerra mondiale?

Gli Usa hanno vinto tutte le precedenti guerre mondiali. Però, queste erano guerre di un mondo contro un altro mondo. Ora gli Stati Uniti vogliono conquistare il mondo intero. Ma senza la moralità o la giustizia dalla loro parte, gli Usa non sono così potenti come credono. In più, non sono in grado di capire con chiarezza il ‘mondo’ del nemico.

 


http://www.disinformazione.it/neoconservatori.htm

L’ideologia dei neoconservatori viene da lontano
 

Paolo Raimondi*

20 ottobre 2004

Di chi sono figli i cosiddetti “neoconservatori” che dominano i centri di potere negli Stati Uniti di Bush-Cheney e che contano influenti alleati un po’ in tutto il mondo occidentale? Sono solamente degli aggressivi “cani sciolti” che amano mordere potenziali avversari e nemici, oppure sono un “corpo” organizzato intorno a un’ideologia e a un disegno strategico ben definito? Saperlo con precisione non è un semplice esercizio accademico, bensì un’esigenza di verità storica e politica. Nel secolo appena finito, purtroppo la società umana ha pagato un grandissimo prezzo quando non ha voluto subito capire la gravità insita nell’emergere di ideologie dittatoriali e neo imperiali.
Secondo la rivista americana “Time” del 17 luglio 1996, il professore dell’Università di Chicago Leo Strauss (1899-1973) è il filosofo prediletto dei politici di Washington ed è il vero ispiratore della “rivoluzione conservatrice”, allora capitanata dal fondamentalista cristiano, il repubblicano Newt Gingrich, nel Congresso americano con il suo programma di austerità, il “Contract with America”. Dal 1996 a oggi l’influenza della “Weltanschaung” di Leo Strauss è diventata sempre più manifesta soprattutto tra le fila dei neoconservatori.

Tra gli straussiani di oggi più in vista c’è il vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, che ha studiato direttamente sotto Allan Bloom, l’alter ego di Strauss all’Università di Chicago e sotto il  matematico Albert Wohlstetter, il padre della dottrina nucleare americana. Wolfowitz dirige al Pentagono il partito della guerra, costituito essenzialmente da elementi della burocrazia civile. A lui fa anche riferimento I. Lewis Libby, il capo dello staff del vice presidente Dick Cheney che gli ha affidato un “consiglio di sicurezza ombra” nell’Old Executive Office Building, l’edificio più prossimo alla Casa Bianca.
Oltre a Paul Wolfowitz vi sono tra gli altri: Clarence Thomas, giudice della Corte Suprema; Robert Bork, giudice;  William Kristol, editore della rivista “Weekly Standard”, l’organo dei neoconservatori; William Bennet, ministro dell’Istruzione; William F. Buckley, editore della National Review; Alan Keyes, ex funzionario dell’amministrazione Reagan, Francis Fukuyama, consigliere di bioetica della Casa Bianca, la cui idea sulla “fine della storia” è di stretta concezione straussiana; John Ashcroft, Attorney General impegnato ad istituire un regime totalitario giustificandolo con l’”emergenza terrorismo”; Richard Perle, fautore della guerra, anche contro l’Arabia Saudita, consigliere del presidente, recentemente rimosso per il suo indulgere in frodi e scandali; William Galston, ex consigliere dell’amministrazione Clinton per la politica interna e autore della piattaforma politica del Democratic Leadership Council, la corrente democratica di ispirazione neoconservatrice rappresentata da Joe Liberman.

(In Italia, lo straussiano più esagitato e appariscente è Giuliano Ferrara.)

Dopo la seconda guerra mondiale, tra gli alleati e i protetti di Strauss nel lanciare
il movimento neoconservatore si contavano anche Irving Kristol, nome noto della destra intellettuale, Norman Podhoretz, editorialista del New York Post e del “Weekly Standard”, Samuel Huntington, il padrino dello “scontro di civiltà”. Utile al riguardo il libro di Shardia B. Drury “Leo Strauss e la destra americana” pubblicato nel 1997.
Allontanatosi dalla Germania nazista perché di origine ebraica, Leo Strauss continuò a far proprie senza imbarazzi le teorie filosofiche e giuridiche alla radice del nazismo proposte da Friederich Nietzsche, da Martin Heidegger e da Carl Schmitt.

Alcune biografie recenti di Heidegger pongono nuovamente e dettagliatamente in risalto il suo entusiasmo per Hitler ed il nazismo negli anni in cui fu rettore dell’università di Friburgo, per tutto il tempo in cui il regime fu al potere, e il suo revival di Nietzsche e del suo nihilismo.
Il presidente dei giuristi nazisti, Carl Schmitt (1888-1985), si premurò personalmente di ottenere per Strauss nel 1933-4 una borsa di studio della Fondazione Rockefeller affinché potesse studiare in Germania e in Francia  prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti, dove diventò poi docente di successo all’Università di Chicago negli anni Cinquanta e Sessanta.

Anche il filosofo cattolico Jacques Maritain, che nel 1949 era stato invitato dalla Fondazione Charles Walgreen  all’Università di Chicago a tenere alcune “lectures”, poi raccolte nel suo libro “L’uomo e lo Stato”, con altri filosofi tra cui Leo Strauss, aveva criticato quest’ultimo per la sua vicinanza a Carl Schmitt da cui mediava la sua concezione dell’uso politico della religione.
Leo Strauss, solitamente noto per i suoi studi apparentemente accademici sull’antica Grecia e su Platone, ha in realtà negli anni rilanciato l’ideologia schmittiana della divisione del mondo tra amici e nemici ed era partito dal crollo della Repubblica di Weimar, di cui era inorridito, per criticare il parlamentarismo e la democrazia liberale incapaci di usare la forza, per forgiare una nuova elite politico-intelletuale, i neoconservatori,  che avrebbe dovuto prepararsi ad occupare i centri nevralgici del potere.

La visione politica di Strauss è sinteticamente contenuta in una lettera che inviò in data 4 settembre 1932 al suo professore Carl Schmitt:” Il fondamento ultimo del diritto sta nel principio della malvagità naturale dell’uomo: giacchè l’uomo è per sua natura cattivo, ha pertanto bisogno di dominio. Ma il dominio può essere fondato, cioè gli uomini possono essere uniti, solo in una unione contro, cioè contro altri uomini. La tendenza a separare (e in questo i raggruppamenti in amici e nemici) è data dalla natura umana, ed in tal senso è il destino, e basta”.
In una seconda lettera datata 10 luglio 1933, Strauss ringraziò Schmitt per l’approvazione data al suo studio su Thomas Hobbes che gli aveva meritato per il secondo anno consecutivo la borsa di studio della Rockefeller Foundation.

Carl Schmitt fu definito dai nazisti “il giurista principe del Terzo Reich”, grazie al ruolo che ebbe nel sovvertire sistematicamente la costituzione della Repubblica di Weimar a partire dal 1919. Fu infatti consigliere dei governi di Brüning, Von Papen e Hitler. Si schierò contro il sistema costituzionale fondato sugli ideali del liberalismo politico e del diritto dei singoli, ritenendolo impotente e corrotto, e fu lui a proporre il governo per decreto e una temporanea dittatura commissariale presidenziale per “salvare” la costituzione. Fu un grande ammiratore di Benito Mussolini, con il quale ebbe uno scambio di vedute sul Diritto Romano. Riconosceva al Duce il merito di aver instaurato un sistema perfetto, fondato sullo stato autoritario, la chiesa e la libera impresa, e capace di gestire i miti con cui comandare alla volontà popolare.
Nel 1933 Schmitt giustificò giuridicamente la decisione di Hitler di imporre la dittatura dopo l’incendio del Parlamento tedesco, il Reichstag, (provocato in realtà da Hermann Goering) e poi l’invasione della Polonia come “guerra preventiva”: secondo lui la Germania aveva diritto ad estendere il territorio per la propria sicurezza di fronte al rischio delle orde bolsceviche che volevano invaderla. Il presupposto teorico è che lo stato non è legittimato dal suo scopo morale, ma dal modo in cui reagisce di fronte al “pericolo concreto”.

Heinrich Meier, professore tedesco della Fondazione Siemens, ha scritto due libri su Schmitt e Strauss, che sono egemoni negli ambienti della destra straussiana in Germania e negli USA. Meier spiega che grazie alla loro collaborazione, le idee di Schmitt sono diventate più congeniali alla “rivelazione” cristiana. Così, dice Meier, nel distinguere i nemici dagli amici si obbedisce alla forza nascosta della fede: il leader obbedisce alla rivelazione divina quando prende la decisione storica su chi è il proprio nemico. Strauss invitò Schmitt a “riconoscere apertamente” questa forza ispiratrice, e da ciò prese le mosse quell’ideologia straussiana che successivamente è sfociata nelle teorizzazioni dello “scontro di civiltà”.

Strauss esortò il suo maestro a riconoscere che la “politica” non è soltanto una delle sfere dell’attività umana, ma che è piuttosto l’attività umana principale, conferendole al tempo stesso una dimensione religiosa. Nel rielaborare il pensiero di Schmitt, Strauss sostiene che la fede in Dio costituisce la base per distinguere gli amici dai nemici e questo consente di preservare la supremazia della politica sulle altre sfere della vita sociale. La fede insegna la contrapposizione tra Dio e l’Anti-Cristo, “ma lascia all’uomo tutto lo spazio d’azione per decidere come e in che modo l’Anti-Cristo appare e come è meglio combatterlo”.
Nel criticare il liberalismo e la modernità Strauss prende di mira lo spettro di una rinuncia alla distinzione tra amici e nemici, una distinzione vantata invece come la salvaguardia della politica e della religione. L’interpretazione straussiana di Schmitt legittimizza così ogni guerra di religione. Quando una tale definizione della politica è intesa come identità primaria di una società ne consegue che anche i rapporti entro lo stato si definiscono allo stesso modo: un “nemico interno” è chiunque si oppone a ciò che si reputa “la volontà divina”.
Dopo l’11 settembre 2001, i neoconservatori sono venuti completamente allo scoperto con la loro politica aggressiva di guerre preventive, di scontro di civiltà, di rifiuto di ogni rispetto per la convivenza reciproca e per i trattati politici internazionali e di negazione dei diritti civili e umani inalienabili.

Quest’influenza nefasta di Leo Strauss è stata messa a fuoco per primo dall’economista e politico democratico Lyndon LaRouche che nel 2002 ha iniziato in America una mobilitazione e una campagna politica di denuncia dell’ideologia e dei programmi autoritari e neoimperiali dei neoconservatori. Questa denuncia dettagliata e fattuale è stata poi ripresa dalla grande stampa americana: il 4 maggio 2003 il New York Times pubblicava un articolo di James Atlas sull’influenza di Strauss “A classicist’s legacy: new empires builders” (L’eredità dello studioso classico: i costruttori del nuovo impero); il 5 maggio Seymour Hersh, uno dei più importanti editorialisti americani, pubblicava un lungo dossier sul settimanale New Yorker. In seguito rapporti sui legami ideologici tra Leo Strauss e i neoconservatori sono apparsi su molta stampa europea come Le Monde, Liberation, Sueddeutsche Zeitung, Corriere della Sera, etc.
Adesso si capisce forse in modo più chiaro come le elezioni del 2 novembre 2004 siano uno spartiacque storico e non solo una contrapposizione elettorale tra repubblicani e democratici. La sconfitta di Bush è essenziale per fermare il progetto straussiano. E se Kerry vincesse bisognerà fare in modo che non venga avvolto e influenzato dalle stesse reti politiche ed economiche neoconservatrici.

* PAOLO RAIMONDI, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE PER I DIRITTI CIVILI  - SOLIDARIETA’


Il pensiero "neoconservative" e gli ebrei americani

di Giorgio Gomel

Direttore del Dipartimento delle relazioni internazionali della Banca d'Italia. Esponente del gruppo politico ebraico "Martin Buber" (ebrei per la pace) di Roma.

Aspenia, n.32, 2006

I. Leo Strauss e i "neoconservatives"

Mark Lilla distingue un Leo Strauss "europeo" e un Leo Strauss "americano"[1]. Il Leo Strauss "europeo" è quello filosoficamente più genuino: un filosofo ebreo tedesco, allievo di Ernst Cassirer, Hermann Cohen e Edmund Husserl, che abbandonò la Germania nel 1932. Strauss, prodotto della Kultur germanica e della simbiosi ebraico-tedesca[2], affascinato dal sionismo negli anni '20, era uomo di multiformi ingegno e interessi. Scrisse su Machiavelli, Hobbes, Socrate e Platone, Spinoza e Maimonide, sul pensiero ebraico e islamico di età medioevale, sul giusnaturalismo moderno, sulla dualità tra filosofia e religioni rivelate, sulla questione ebraica e sul sionismo. Nella sfera della politica predicò il dialogo, la mediazione, il compromesso come soluzione alla natura irrimediabilmente imperfetta del mondo e dell'uomo. Nel suo scritto "Jerusalem and Athens: some preliminary reflections" rappresentò la bipolarità tra aspirazione all'assoluto e immanenza nella storia, tra rivelazione e ragione, tra Atene luogo della polis e dell'agire politico e Gerusalemme città di Dio, del Patto, dell'elezione.

Il Leo Strauss "americano" è quello più celebre ed influente: esule negli Stati Uniti, prima a New York, poi a Chicago dal 1949 alla morte (1973), maestro o mentore carismatico di più generazioni di pensatori "neoconservative".

Al di là della ricostruzione biografica su chi sia stato davvero sui banchi dell'Università di Chicago a seguire le lezioni di Strauss [3] o su chi invece si richiami alla sua eredità filosofico-politica, l'affermarsi in America di una tradizione "straussiana" è un fenomeno peculiare di storia delle idee. Non vi è, infatti, né identità né precisa continuità fra il pensiero di Strauss e le dottrine dei "neoconservatives", anche se molti di questi proclamano un canone ideologico di cui vantano la derivazione straussiana; tra gli elementi costitutivi di questo canone, vi sono il valore della responsabilità individuale, i diritti dell'individuo, la qualità elitaria dell'istruzione, il rigetto del comunismo e delle esperienze collettiviste in generale, la critica del relativismo in campo etico e culturale. Questi elementi compongono, con altri, l'impalcatura concettuale di un pensiero politico conservatore, anche se non "neoconservative" in senso stretto, ma non sono specifici o esclusivi della filosofia di Strauss.

Nella teoria della politica estera, per esempio, la distanza tra Strauss e le dottrine dei "neoconservatives" è marcata, contrariamente a un diffuso preconcetto.

Strauss si richiama alla filosofia politica classica (Platone) e al pensiero dei Padri fondatori dell'indipendenza americana. E' "unilateralista", per usare un termine odierno, e "realista": l'imperativo che la politica estera persegue è, infatti, la sicurezza nazionale, la difesa della comunità dalle minacce esterne, al fine di servire un fine politico interno, che è il bene comune, l'ordine giusto, la vita buona dei cittadini. Questo realismo consente di stringere alleanze, in un mondo denso di pericoli, con nazioni rette da tirannidi oppressive, ma solo per difendere la propria sicurezza, e non per perseguire l'egemonia nel mondo; né è compito di una nazione forte come l'America risolvere problemi di altre nazioni.

Nei "neoconservatives" alla Kristol e Kagan, invece, l'obiettivo dell'America è un "imperialismo benevolo", giustificato da due motivi: la sicurezza contro il nemico esterno e l'obbligo morale di esportare la democrazia nel resto del mondo[4]. Essi sono "realisti" nel senso di elevare la forza e la sicurezza dell'America a primo e massimo fine della politica estera, opponendosi all'idealismo internazionalista dei democratici degli anni '70, ma al tempo stesso sono animati da una fede escatologica nella missione civilizzatrice e imperiale dell'America nel mondo. L'America è per loro levatrice di democrazia, stabilità e pace.

In verità, la genealogia intellettuale dei "neoconservatives" è variegata: i loro maestri principali, accanto a Leo Strauss, sono Irving Kristol, Alan Bloom - il celebrato autore di "The Closing of the American Mind" - , Albert Wohlstetter. Un teorico e polemista politico, un ideologo assertore dei valori gerarchico-tradizionali dell'istruzione d'élite in antitesi alla controcultura degli anni '60, uno scienziato cultore di strategia nucleare e oppositore negli anni '70 della parità atomica tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

E' dal sincretismo di filoni di pensiero tra loro piuttosto eterogenei che è scaturito quel movimento intellettuale - definitosi "neoconservative"- che si è trasformato in una forza influente nel partito repubblicano e nelle Amministrazioni Reagan e Bush jr.

Ecco un parzialissimo inventario dei suoi esponenti[5]. Nel giornalismo politico, Charles Krauthammer, William Kristol (figlio di Irving), John Podhoretz (figlio di Norman), Francis Fukuyama; i giornali e le riviste su cui essi scrivono sono il Weekly Standard, Commentary, la National Review, la New Republic, il Wall Street Journal.

Nell'accademia e nelle fondazioni culturali (Hudson Institute, American Enterprise Institute, Heritage Foundation), Robert Kagan, Daniel Pipes.

Nelle amministrazioni Reagan e Bush sr. e jr., Paul Wolfowitz (dimessosi nell’estate 2005 per assumere l'incarico di Presidente della Banca Mondiale), Douglas Feith (anch'egli dimessosi) e Richard Perle al Pentagono; Kenneth Adelman e Elliot Abrams al “National Security Council” (Abrams ne è Direttore per il Medio Oriente); Abram Shultsky e Gary Schmitt nell'”intelligence community”; Leon Kass, attuale Presidente del “Council on Bioethics”. Si noti, in contrasto con l'immagine prevalente, che erano più numerosi i "neoconservatives" nelle Amministrazioni Reagan e Bush sr., ma con influenza e notorietà più limitate, che non nell'Amministrazione Bush jr.

II. "Neoconservatives" ed ebrei

Nella prima generazione dei "neoconservatives" degli anni '70 e '80, soprattutto nei suoi esponenti più rappresentativi - Irving Kristol e Norman Podhoretz -, il legame con l'appartenenza ebraica è diretto e pregnante. Essi sono fieri assertori della loro identità ebraico-americana, accaniti oppositori dell'antisemitismo.

Nella seconda generazione il legame si fa più labile e indiretto. Pur essendo molti di questi di origine ebraica, sia nell'intelligentsjia che nell'establishment politico-governativo, essi sono per lo più assimilati o silenti circa la loro ebraicità. Non sono, in quanto ebrei, attivamente, personalmente impegnati nel difendere cause, istanze, idealità ebraiche.

Peraltro un preconcetto diffuso anche in Europa è che la guerra all'Iraq abbia servito gli interessi di Israele e dell'ebraismo americano e mondiale e che, quasi in una variante moderna dei Protocolli dei Savi di Sion, sia il potere degli ebrei a guidare la politica estera degli Stati Uniti e quindi, in virtù della supremazia planetaria della "superpotenza" unica, le sorti stesse del mondo. Certamente, l'influenza ebraica sul Congresso americano è importante, in particolare attraverso il sostegno a Israele dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e di altri organismi dell'ebraismo americano. Nel caso dell'invasione dell'Iraq furono ben altri interessi organizzati a spingere potentemente per un voto quasi unanime del Congresso in appoggio all'Amministrazione: l'industria militare, le compagnie petrolifere, le correnti cristiano-fondamentaliste.

Inoltre, è assai elevato il numero di ebrei tra gli esponenti "liberal" del Congresso e nella sinistra intellettuale, tra gli oppositori più battaglieri della guerra all'Iraq[6].

Le questioni davvero rilevanti sono tre. Il peso dei "neoconservatives" ebrei riflette o precorre uno spostamento a destra dell'ebraismo americano, che si discosterebbe dalle tradizionali inclinazioni progressiste? Come convivono questi ebrei con i cristiani fondamentalisti così influenti nel partito repubblicano, filoisraeliani ma con un fondo antiebraico? Infine, qual è la forza dell'alleanza politico-ideologica tra i "neoconservatives" e la destra nazionalista in Israele?

Circa la prima questione, i "neoconservatives" sono una minoranza intellettuale influente nell'opinione pubblica degli Stati Uniti, ma con un seguito limitato tra gli ebrei americani. Nelle elezioni presidenziali del 2004 vi è stato, in effetti, uno spostamento a destra, ma circoscritto, nel voto ebraico: secondo i sondaggi post-elettorali, Bush avrebbe ottenuto il 24 per cento del consenso degli elettori ebrei, contro il 19 per cento nel 2000. Kennedy e Johnson negli anni '60 conseguirono tra l'80 e il 90 per cento del voto ebraico. Così Clinton negli anni '90. Solo Reagan nel 1980 ottenne il 38% delle preferenze degli elettori ebrei, ma quattro anni dopo tale consenso si ridusse al 30 per cento. Bush jr. confidava di poter conseguire nella sua rielezione il 30 per cento del voto ebraico, anche in virtù di una crescente presenza ebraica organizzata nel partito repubblicano. Agiva in suo favore il sostegno offerto dall'Amministrazione al governo di Sharon in Israele, in una comunanza di interessi esaltata dagli attentati del settembre 2001 e dalla comune "guerra al terrorismo". America e Israele, unite dal connubio di antiamericanismo e antisionismo-antisemitismo, dalla identificazione, retorica forse ma efficace, tra l'America aggredita da Al Qaeda e l'Israele assediato dai palestinesi. Eppure, gli ebrei americani sono rimasti legati idealmente ai valori propri dell'opinione "liberal" e democratica - separazione tra stato e chiese, pluralismo religioso, tutela delle minoranze, rifiuto della discriminazione razziale o religiosa, internazionalismo e pace. Questi valori hanno prevalso sugli elementi favorevoli al voto per i repubblicani.

E' possibile, però, che negli anni a venire si manifesti in modo più marcato uno spostamento a destra, soprattutto a causa dei mutamenti socio-economici nella comunità degli ebrei americani, che si va integrando sempre più negli strati medio-alti della società ed è per questa via spinta a conformarsi a valori e interessi di classe conservatori: lo lasciano presagire le preferenze di voto espresse dagli elettori più giovani, orientati nel 2004 verso i repubblicani assai più degli anziani. Si sono schierati inoltre massicciamente in favore di Bush, in quanto vessillifero di valori morali e del legame tra religione e politica, gli ebrei ortodossi, appena il 10 per cento circa degli elettori ebrei, ma in crescita rispetto al resto della popolazione ebraica.

Seconda questione. In alcuni "neoconservatives" l'imperativo della difesa di Israele e l'unità di intenti tra America e Israele assumono una dimensione "teologica". Nel suo sostegno a Israele, l'America si pone al servizio di un disegno divino. Questo convincimento ha cementato un'alleanza tra "neoconservatives", associazioni ebraiche di tendenza conservatrice e correnti fondamentaliste cristiane (in particolare gli "evangelicals"), che sono strumentalmente e provvisoriamente filoisraeliane, ma con un fondo di antiebraismo, ancorché ben diverso dall'antisemitismo classico, di matrice europea.

Queste correnti fondamentaliste ritengono, infatti, che l'ulteriore espansione dello Stato di Israele, nonché il ritorno di tutti gli ebrei alla Terra promessa, siano premessa necessaria per il secondo avvento di Cristo. Per questo esse sposano l'ideologia estremista del "Grande Israele", propugnano e finanziano l'espansione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, predicano l'annessione di quei territori, la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e il dominio permanente di Israele sui palestinesi. Ma l'avvento comporterà tuttavia, nelle loro predizioni, la fine dello Stato di Israele, la conversione in massa degli ebrei e il loro dissolversi nel cristianesimo che trionferà dopo l'Armageddon, la guerra finale tra bene e male, tra i cristiani e l'Anticristo. Alla vittoria seguirà l'instaurazione del regno messianico sulla terra. Israele quindi, in apparenza protetta, è in realtà ridotta a strumento atto a creare le condizioni per l'avvento e la scomparsa degli ebrei stessi.

La terza questione attiene all'affinità ideologico-politica tra i "neoconservatives" e la destra nazionalista al potere in Israele. America e Israele, nella loro concezione, muovono all'unisono, sono un tutt'uno quasi indistinto, nel comune intento di opporsi all'offensiva dell'Islam, mentre l'Europa è imbelle e disposta ai compromessi più cedevoli e vergognosi.

L'alleanza precede l'ondata terroristica del 2001; già nel 1996 Richard Perle e Douglas Feith, consiglieri di Netanyahu, allora Primo ministro d'Israele, lo esortavano ad abbandonare gli accordi di Oslo e il principio di "territori in cambio di pace", a perseguire il disegno del "Grande Israele" e a cooperare per rimuovere Saddam Hussein dal potere. Nel giugno 2002 quando Bush presentò il suo piano per la ripresa delle trattative israelo-palestinesi che pose le premesse della "roadmap", non pochi esponenti di associazioni ebraico-americane non ebbero remora alcuna a sottoscrivere una petizione al Presidente contro la nascita di uno stato palestinese di concerto con la destra repubblicana e i movimenti fondamentalisti cristiani. Solo più di recente, con la decisione del Governo Sharon del ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza, la conseguente frattura nello schieramento di destra in Israele e nello stesso Likud ? ill partito del Primo ministro -, il prevalere di un’impostazione più pragmatica ai fini della soluzione di medio termine del conflitto israelo-palestinese, questa alleanza è apparsa isolata nella sua durezza massimalistica.

III. Gli ebrei, la destra e la sinistra

Hannah Arendt individuò la condizione di “paria” come tipica degli ebrei dell'Europa occidentale dopo l'emancipazione. I "paria consapevoli" sono "quegli spiriti coraggiosi che hanno tentato di fare dell'emancipazione ciò che in effetti avrebbe dovuto essere. L'ammissione degli ebrei in quanto ebrei nei ranghi dell'umanità, piuttosto che il permesso di scimmiottare i gentili o un'occasione per assumere il ruolo del parvenu"[7]

Tra le grandi figure di ebreo-paria la Arendt ci ricorda Heinrich Heine, Bernard Lazare, Franz Kafka, Walter Benjamin. L'ebreo che insorge, ribelle, contro la propria marginalità ed oppressione e combatte per sovvertire l'ordine sociale e culturale del tempo, alleandosi con altri oppressi. Basti ricordare qui, su un piano più politico, l'enorme apporto di ebrei agli ideali e movimenti rivoluzionari del '900.

La figura dell'ebreo-paria ha dominato la cultura ebraica e più in generale dell'occidente nel '900. Oggi, vi è una rottura radicale con quel paradigma. Gli ebrei della diaspora - che è, dal punto di vista del suo insediamento geografico, quasi solo più occidentale e socialmente appartiene in prevalenza ai ceti medio-alti - e quelli di Israele appartengono in larga parte al mondo dei "vincitori". E' una condizione transitoria, forse precaria e reversibile, ma oggi indubitabile.

Nella diaspora, gli ebrei, siano osservanti o non, fedeli alla tradizione ebraica od ansiosi di assimilarsi, appartengono per lo più agli strati medio-alti della società, istruiti, inseriti nel processo della globalizzazione. Tendono a conformarsi ad interessi di classe, valori e modelli di comportamento conservatori. Si è in larga parte perduta la carica iconoclasta dell'ebreo campione della rivoluzione politica ed anche dell'eterodossia culturale.

Il caso di Israele è più complesso ed anche contraddittorio.

Esso è, infatti, Oriente ed Occidente, forte della sua supremazia militare e della protezione offerta dall'America, ma anche debole per il senso angoscioso di insicurezza fisica e psicologica che la violenza terroristica incute nel paese, impedendo la normalità del vivere quotidiano di una nazione intera. Una nazione dotata di una grande potenza bellica, ma con un sottofondo di fragilità e di solitudine: una nazione di rifugiati ed immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio, il cui diritto all'esistenza è stato per anni rigettato dal mondo arabo, la cui esistenza come Stato pienamente accettato e pacificamente integrato in Medio Oriente è ancora in forse.

Gli interrogativi che questa condizione di "vincitori" - ripeto precaria, ma oggi prevalente - suggerisce sono due.

Il primo concerne la capacità degli ebrei di elaborare questa condizione e di assumere la responsabilità della forza. E' questo un elemento costitutivo del pensiero "straussiano", il convincimento, cioè, che la difesa di una comunità, di una nazione non può poggiare soltanto su leggi e trattati internazionali, ma può esigere, in un mondo malvagio, il ricorso alla forza. Questo riguarda soprattutto Israele, dove l'esistenza storica concreta degli ebrei ha assunto la forma di Stato-nazione sotto un governo"ebraico", un governo, cioè, che persegue gli interessi di uno stato retto da una maggioranza di ebrei, con cui, peraltro, coesistono una vasta minoranza araba e strati recenti di immigrati non ebrei da più paesi del mondo. Ma anche, nella diaspora, le nazioni, quali gli Stati Uniti, la Francia, la Russia, la Gran Bretagna, dove le comunità ebraiche contano nella società e nel processo politico.

Il secondo interrogativo riguarda il come risolvere l'antinomia tra la condizione oggettiva dalla parte dei "vincitori" e l'esperienza soggettiva ed autorappresentazione degli ebrei in quanto vinti e vittime, tra un impulso a stare a "destra" ed un retaggio etico-ideale-emotivo di "sinistra" - se queste categorie semplificatrici sono lecite.

La mia risposta è la seguente.

Gli ebrei debbono usare la forza, tutta la forza di cui dispongono, politica (ed anche militare), culturale, educativa contro gli antisemiti, contro coloro che negano il loro diritto ad esistere, come individui, comunità, popolo. All'antisemitismo essi si devono opporre in quanto ebrei, e non come indistinti "cittadini del mondo", consci di tutto il carico identitario racchiuso in questa appartenenza, seguendo in questo l'insegnamento della Arendt. Dopo la Shoah e con il diritto di Israele ad esistere tuttora in forse, un'enfasi sulla difesa particolaristica dei propri interessi, del "What is good for the Jews", mi sembra più che giustificata.

Ma nel fare ciò è vano ed autodistruttivo per il futuro degli ebrei ricercare la protezione di alleati impropri, opportunistici e provvisori, che è quanto i "neoconservatives" americani ed alcuni imitatori nostrani - ebrei e non ebrei - propongono, con furbeschi allettamenti: una "santa alleanza" tra ebrei di destra, destra politica e cattolici (o cristiani) integralisti, in nome della difesa acritica delle azioni di Israele e della comune ostilità all'Islam.

Ritengo che sia più efficace per difendere gli ebrei ed il loro futuro richiamarsi ai valori universalistici, - dell'universalismo ebraico -, della dignità dello straniero, della tutela dei diritti dei più deboli. In un saggio sulla memoria della Shoah[8] osservavo che tra gli insegnamenti da trarne vi è la coscienza dell'interesse oggettivo degli ebrei nel lottare contro forme di discriminazione, quand'anche non colpiscano direttamente od immediatamente gli ebrei, e nel vivere in società multiculturali, in cui le differenti identità siano rispettate, legittimate a convivere, viste come un beneficio per tutti. La storia del popolo ebraico ne è una riprova concreta, giacché più volte forme di razzismo, di esclusione sociale o di discriminazione religiosa si sono poi riflesse in odio antiebraico.

 

  1. "Leo Strauss: the European" e "The closing of the Straussian mind", New York Review of Books (ottobre-novembre 2004).

  2. Il termine è di Enzo Traverso, in Gli ebrei e la Germania. Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca, Il Mulino, 1994.

  3. Il Gruppo, cui è affidato il compito di facilitare e verificare l’attuazione degli accordi, comprenderà Stati Uniti, Russia, UE, ONU e altri partners accettati dalle parti (art.3).

  4. Per la biografia di "Straussiani" celebri, cfr. Anne Norton, Leo Strauss and the Politics of the American Empire, Yale University Press, 2004.

  5. William Kristol e Robert Kagan (eds.), Present Dangers: Crisis and Opportunity in American Foreign and Defense Policy, Encounter Books, 2000.

  6. Per un elenco più completo, cfr. K. Deutsch e J. Murley, Leo Strauss, the Straussians, and the American regime, Rowman and Littlefield, 1999.

  7. Il 21 marzo 2003 un appello dal titolo "Perché gli ebrei dovrebbero opporsi alla guerra in Iraq", reso pubblico sul New York Times, raccoglieva 456 firmatari, di cui 125 rabbini.

  8. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunità, 1989.

  9. Giorgio Gomel, La trasmissione della memoria: perché non accada mai più, Rassegna mensile di Israel, n. 3, 2001.


 

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