FISICA/MENTE

 

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ANALISI DEI DATI DELLA RELAZIONE 2005
Armi: record di autorizzazioni all'export

di Giorgio Beretta

Maggio 2005

Aria di festa nell'industria bellica italiana. Nel generale declino del "made in Italy" il comparto armiero ad uso militare - eufemisticamente denominato "industria della difesa" - colleziona infatti nuove autorizzazioni all'esportazione per quasi 1,5 miliardi di euro con un incremento del 16% rispetto all'anno precedente segnando così la cifra record dell'ultimo quadriennio: un periodo nel quale il comparto ha accresciuto il proprio portafoglio d'ordini di ben oltre il 72%, passando dagli 863 milioni di euro del 2001 agli oltre 1489 milioni di euro del 2004. Sette autorizzazioni del valore complessivo di oltre 700 milioni di euro coprono quasi la metà del totale delle nuove commesse. Sono i dati ufficiali che si ricavano dalla "Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e dei prodotti ad alta tecnologia per l'anno 2004" trasmessa dalla Presidenza del Consiglio al Parlamento nel marzo scorso.

Il Governo tende a rassicurare sulle destinazioni sottolineando che ai primi posti ai primi posti figurano Regno Unito (15,5%), Norvegia (13,3%), Polonia (8,9%), Portogallo (8,5%), Stati Uniti (6,5%) e Grecia (5,7%): tutti stati dell'area Ue-Nato che quest'anno riceve oltre l'80% delle nuove commesse facendo segnare una significativa inversione di tendenza rispetto all'anno precedente quando le destinazioni Nato ricoprivano solo il 45% dell'intero portafoglio d'ordini.

I problemi permangono

Ma i problemi permangono. La lista delle 690 nuove autorizzazioni concerne, infatti, ben 65 Paesi tra cui, subito dopo le sopraccitate nazioni dell'area Nato-Ue, compare la Malaysia che nel 2004 con oltre 74 milioni di euro per elicotteri Agusta si aggiudica il 5% delle nuove commesse che vanno a sommarsi agli oltre 166 milioni di euro dell'anno precedente facendo del Paese asiatico - come nota la Relazione - "un mercato di notevole interesse per la produzione italiana". Una nazione, la Malaysia dove, nonostante il cambio di governo, Human Right Watch documenta tuttora "detenzioni arbitrarie di oppositori politici, maltrattamenti e casi di tortura"; dodicesimo Paese al mondo per debito estero (quasi 50 miliardi di dollari) con una spesa militare che, in percentuale, supera di gran lunga quella italiana.

Segue la Turchia alla quale sono state rilasciate autorizzazioni per oltre 48 milioni di euro (il 3,2% del totale), nonostante la nazione dell'area Nato sia "sotto sorveglianza" da parte dell'Ue soprattutto per quanto concerne le violazioni dei diritti umani ed abbia un debito estero di oltre 130 miliardi di dollari che la attesta al settimo posto della scala dei maggiori debitori nel mondo. A ruota c'è l' India , con oltre 42 milioni di euro di nuove autorizzazioni (il 2,8% del totale): un paese che, nonostante la "distensione" col Pakistan, è l'ottavo debitore mondiale e nel quale vige tuttora una divisione della popolazione in caste e forti discriminazioni verso i Dalits, i cosiddetti "fuori-casta". Anche al Pakistan , comunque, sono state rilasciate nuove autorizzazioni per quasi 13,5 milioni di euro, nonostante il Paese venga catalogato dalla Banca Mondiale tra i Paesi poveri, fortemente indebitati e segnali una spesa militare di ben oltre il 5% rispetto al proprio PIL.

Meno rilevante, ma non di minore preoccupazione, l'autorizzazione al Perù di oltre 23 milioni di euro (1,4% del totale), Paese che nella classifica della Banca Mondiale è tra le "nazioni a rischio di elevato indebitamento". Il debito peruviano, infatti, è tra i peggiori in America Latina dopo Brasile e Argentina , due paesi che ricevono nuove autorizzazioni per armi italiane rispettivamente per 9,9 milioni di euro e 98 mila euro.

Quest'anno, invece, l' area asiatica registra una flessione nel valore complessivo di operazioni autorizzate (169 milioni di euro pari all'11% del totale) da attribuirsi soprattutto alle mancate commesse da parte della Cina . Nonostante la volontà dei Capi di governo dei principali paesi europei, è infatti tuttora in vigore l'embargo di armi: embargo introdotto dall'Ue nel 1989 per le repressioni - mai condannate dai gerarchi cinesi - di piazza Tiananmen e riconfermato lo scorso novembre a stragrande maggioranza dal nuovo Parlamento europeo (572 voti a favore e 72 contrari). Così, nonostante le dichiarazioni del presidente Ciampi - che lo scorso dicembre a Pechino aveva a sorpresa dichiarato l'intenzione dell'Italia di porre fine all'embargo - la Cina riceve nel 2004 autorizzazioni per un valore complessivo di "soli" 2 milioni di euro a fronte dei quasi 127 milioni dell'anno precedente che ne facevano il terzo acquirente di armi italiane. Va segnalato, comunque, lo spirito bi-partisan del Governo che autorizza nove esportazioni a Taiwan del valore complessivo di quasi 6,3 milioni di euro.

Diminuiscono anche le commesse verso i Paesi del Vicino e Medio Oriente che, con 54 milioni di euro pari al 3% del totale, segnano - nota la Relazione - "il valore più basso degli ultimi anni". Una forte flessione per quello che fino allo scorso anno rappresentava per il Governo "uno dei mercati strategici per le imprese italiane del settore". Ma non va dimenticato che l'anno scorso con alcuni Paesi dell'area, tra cui Kuwait, Giordania e Gibuti, sono stati ratificati "Accodi per la cooperazione nel campo della Difesa". Accordi che prevedono "acquisizioni e produzioni congiunte" di armamenti come "bombe, mine, razzi, siluri, carri, esplosivi ed equipaggiamenti per la guerra elettronica" e che - come segnalava in Commissione esteri a Montecitorio l'ex ministro della Difesa Sergio Mattarella - favoriscono "l'applicazione di un regime privilegiato nelle procedure relative all'interscambio di armamenti tra i due Paesi" col rischio di "un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge 185 del 1990". In altre parole con tali procedure verrebbero ad essere sottratti dalla Relazione importanti informazioni che concernono la trasparenza e il controllo parlamentare. Accordi simili saranno presto sottoposti alla ratifica del Parlamento e riguardano diversi nazioni dove si registrano continue violazioni dei diritti umani o in conflitto tra cui India, Indonesia, Israele, Libia e la stessa Cina.

In definitiva, nonostante la Relazione rassicuri che "fra le autorizzazioni rilasciate, oltre a non esserci alcun paese rientrante nelle categorie indicate nell'articolo 1 della legge", e che "il Governo avrebbe mantenuto una posizione di cautela verso Paesi in stato di tensione", come si è visto i problemi permangono. E riguardano proprio l'articolo 1 della legge 185/90 che vieta espressamente la vendita di armi a Paesi in conflitto, sotto embargo Ue, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e che spendono per la difesa ingenti risorse nonostante l'alto indebitamento.

La Campagna "banche armate" preoccupa il Governo

Una preoccupazione alla quale se ne aggiunge un'altra, ben più grave, che concerne direttamente la Campagna di pressione alle "banche armate" . La Relazione segnala tra le problematiche di "alta rilevanza" trattate a livello interministeriale "quella relativa all'atteggiamento assunto da buona parte degli istituti bancari nazionali" nell'ambito della loro politica di "responsabilità sociale d'impresa". "Tali istituti, infatti - prosegue la Relazione - pur di non essere catalogati fra le cosiddette "banche armate", hanno deciso di non effettuare più, o quantomeno, limitare significativamente le operazioni bancarie connesse con l'importazione o l'esportazione di materiali d'armamento". "Ciò ha comportato per l'industria notevoli difficoltà operative, tanto da costringerle ad operare con banche non residenti in Italia, con la conseguenza - secondo il Ministero - di rendere più gravoso e a volte impossibile il controllo finanziario" delle operazioni normate dalla 185/90.

Scorrendo i dati della Relazione presentata dal Ministero dell'Economia-Finanze si apprende invece tutt'altra storia. Oltre all'incremento notevole delle transazioni bancarie, che nel 2004 hanno raggiunto la nuova cifra record di 1.317 di euro - due banche italiane da sole ricoprono, infatti, quasi il 60% delle autorizzazioni: si tratta di Banca di Roma (che si aggiudica autorizzazioni per un valore complessivo di oltre 395 milioni di euro) e Gruppo bancario San Paolo Imi (autorizzazioni per oltre 366 milioni di euro). Banche che sono seguite da altri istituti di credito italiani tra cui Banca Popolare Antoniana Veneta (121 milioni per uno share del 9%) e Banca Nazionale del Lavoro (71 milioni, cioè oltre il 5% del totale). Solo una banca straniera, la Calyon Corporate and Investment Bank, con 120 milioni di euro di autorizzazioni si aggiudica un 9% del totale dell'ordine dei maggiori gruppi italiani di “seconda fascia”; ma non va dimenticato che questa banca, nata dalla fusione di due gruppi (Crédit Lyonnais e Crédit Agricole Indosuez), è da tempo l'istituto di riferimento della Turchia. E la somma di tutte le autorizzazioni rilasciate a istituti di credito stranieri non supera il 14%, una percentuale al ribasso rispetto agli ultimi anni. In definitiva, le banche italiane rappresentano tuttora l'intermediario privilegiato per l'industria armiera nazionale.

Ma la Campagna di pressione alle "banche armate" deve aver scalfito quell'ingranaggio finora ben oleato tra industria bellica e banche italiane creando un certo fastidio nell'ambiente e, soprattutto, portando importanti istituti di credito a dichiarare formalmente di voler uscire dal business. Decisioni che non sono piaciute al comparto armiero e nemmeno ad alcune banche italiane che non gradiscono la "pubblicità" loro riservata dalla Relazione annuale. Le pressioni si sono fatte forti tanto da giungere agli alti livelli del Governo e richiedere l'intervento del sottosegretario Gianni Letta il quale, a sua volta, avrebbe chiesto al Ministero dell'Economia e delle Finanze di risolvere la questione. Ed ecco il risultato: "Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha recentemente prospettato una possibile soluzione" (delle “difficoltà operative” segnalate dall'industria bellica - ndr) che "sarà quanto prima esaminata a livello interministeriale" - si legge nella Relazione. Quale sia questa "soluzione" non è dato di sapere. Ma dal tono del discorso della Relazione governativa e dalle lamentele del comparto armiero guidato da Guarguaglini, presidente di Finmeccanica, registrate nell'articolo di Gianni Dragoni dal titolo "La difesa disarmata delle banche" apparso lo scorso 5 marzo su "Il Sole 24 ore" c'è da scommettere che non saranno nella direzione della trasparenza e del controllo aperto ai cittadini. Occorre, pertanto, tenere alta la guardia perchè c'è il rischio di non poter più accedere ai dati indispensabili alla Campagna di pressione alle "banche armate".

Nel frattempo va registrato un ulteriore e positivo passo di Unicredit (solo l'1,5% delle autorizzazioni quest'anno), l'uscita ormai definitiva di MPS e la bassissima quota di nuove autorizzazioni di Banca Intesa (1,7%) che lo scorso anno ha dichiarato il proprio disimpegno dal settore.

Preoccupa, invece, una "new-entry": la Banca Popolare di Milano che si aggiudica 22 commesse per oltre 53 milioni di importi autorizzati, più del 4% del totale. Banca Popolare di Milano è uno dei "sostenitori storici" di Banca Popolare Etica, di cui da anni distribuisce i prodotti, ed uno dei principali collaboratori di "Etica Sgr" che promuove fondi comuni di investimento ed altri prodotti finanziari "con un elevato profilo di trasparenza e di responsabilità sociale". Cosa succede?

GIORGIO BERETTA ( www.disarmo.org )

Fonte www.banchearmate.it 

Per contattare l'autore: berettagiorgio@tin.it


AFFARI D'ORO PER I MERCANTI DI MORTE ITALIANI

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Per chi avesse ancora dubbi su quali siano gli interessi italiani nel sostenere la guerra permanente di G.W Bush ricostruiamo di seguito il vorticoso giro d’appalti che nel giro di qualche mese ha permesso al gioiello dell’industria bellica italiana, l’Agusta, di incassare commesse per decine di miliardi di dollari. E’ opportuno ricordare che per permettere questo gigantesco commercio di morte – acclamato da quasi tutte le forze politiche, DS compresi – è stata scientificamente smantellata la legge 185, che vietava la vendita di armamenti a paesi in guerra, come gli Stati uniti.

Marzo 2005

A dicembre dello scorso anno Berlusconi, ricordando di essere uno dei pochissimi leader internazionali a sostenere l'azione militare Usa in Medio Oriente, perora spudoratamente la causa di Agusta Westland nel corso della conferenza stampa congiunta tenutasi in occasione della sua visita a Washington. Tra l’imbarazzo dei giornalisti presenti il presidente degli Stati Uniti risponde testualmente: "Ho capito il messaggio". Poco più di un mese dopo, il 28 gennaio 2005, la cordata alla quale partecipano Agusta-Westland (controllata dal colosso Finmeccanica) e Lockheed Martin vince la gara d'appalto per la fornitura da 6 miliardi di dollari per 23 elicotteri presidenziali Marine One. La Marina militare americana sceglie infatti il modello Us 101, costruito sulla base del precedente europeo Eh 101, anziche' il rivale VH-92 Super Hawk, realizzato da Sikorsky, azienda al 100% americana. Gli elicotteri, assemblati negli stabilimenti di Amarillo, in Texas voleranno fino agli impianti della Lockheed Martin di Owego, nello stato di New York; lì saranno "vestiti" e attrezzati con gli equipaggiamenti militari. In uscita dagli impianti di Owego, i primi esemplari saranno pronti per la consegna nel 2008, mentre si prevede che il primo US101 sara' consegnato al Presidente nel 2009 e l'intera flotta di 23 US101 presa in carico dallo squadrone Marine One entro la fine del 2014. Il velivolo e' la versione americana dell'AgustaWestland EH101, considerato come il piu' avanzato elicottero di medio tonnellaggio in produzione oggi. Triturbina da 15 tonnellate, dotato di sistemi ad alta tecnologia, l'EH101 e' già oggi standard di riferimento tra gli elicotteri medio-pesanti attualmente in servizio in tutto il mondo: l'EH101 e' stato gia' infatti ordinato dalla Marina Militare italiana (24) e da quella inglese (44), dall'Aeronautica britannica (22), dalla polizia di Tokio (1), dalle Forze Armate canadesi (15), dall'Aeronautica danese (14), dall’Aeronautica portoghese (12) e dalle Forze di Autodifesa giapponesi (14). La Presidenza della Repubblica Italiana, la Famiglia Reale britannica e quella Imperiale giapponese gia' utilizzano l'EH101 per il servizio di stato.L'Us101 sara' in grado di volare a tutte le temperature: dai 45 sotto zero ai 50 gradi sopra lo zero, con un autonomia di 1000 chilometri ed una velocita' di crociera di 277 chilometri orari. Il velivolo - lungo 22,80 metri, largo 4,5 e alto 6,62 metri - disporra' di una cabina da 1,83 metri in altezza e 2,49 di larghezza.

Oltre 200 fornitori, tra i quali la General Electric e la Northrop Grumman, lavoreranno per la realizzazione dell'Us 101, insieme al consorzio AgustaWestland-Lockheed Martin. Quasi tutti i giornali americani sottolineano il “regalo” fatto da Bush a Berlusconi per la sua fedeltà. Il New York Times scrive in prima pagina:


''Nella selezione della Lockheed (cui fa capo il consorzio vincente) il Pentagono ha dato segno di una nuova apertura a partner stranieri anche per i compiti militari delicati''. ''Cosi' facendo – prosegue il NYT - il Pentagono ha anche premiato la Gran Bretagna e l' Italia, due dei piu' fedeli alleati degli Stati uniti nella guerra in Iraq''.


Più diretto il Daily News di New York, che afferma senza mezzi termini che ''l' Amministrazione Bush ha gettato un osso agli alleati europei'' dopo un' intensa ''campagna di lobby da parte dei primi ministri Tony Blair e Silvio Berlusconi''. La Washington Post riporta invece “la delusione” della Sikorsky, l'azienda tutta americana che ha prodotto l'elicottero presidenziale dal 1957 ad oggi e il cui primo appalto le era stato assegnato dal presidente Dwight Eisenhauer.

La vittoria ottenuta su Sikorsky dischiude all’Agusta una serie impressionante di commesse: Usa, Giappone, Gran Bretagna potrebbero ordinare circa 400 macchine militari nei prossimi 15-20 anni e altri stati sembrano aver già fatto la stessa scelta, tra i quali la Corea del Sud, l’India e gli Emirati Arabi Uniti. Ma è l’intera gamma Agusta ad essere al centro degli affari. Proprio gli Emirati Arabi Uniti, il 15 febbraio di quest’anno, hanno firmato un primo contratto - ammontare oltre 60 milioni di euro - per la fornitura di 8 elicotteri AB139. La Guardia Costiera statunitense, nell'ambito del programma Deepwater, ordina 20 esemplari dello stesso modello, la cui consegna è prevista entro la fine del 2009. Ma la vera partita comincia adesso: l’Agusta, infatti, ha ottime possibilità di vincere la maxi-gara d'appalto dell'aeronautica statunitense - le cui procedure iniziano in questi giorni - per la fornitura di ben 132 elicotteri "search and rescue", vale a dire per ricerca e salvataggio. Un affare da 9 miliardi di dollari. Non solo. Si aprono nuove prospettive di mercato anche per Alenia Aeronautica, altra azienda del gruppo Finmeccanica, che produce, tra l'altro, l'aereo da combattimento Eurofighter: il velivolo da trasporto militare C-27J, infatti, piace molto agli americani, che potrebbero ordinarne ben 163 esemplari. ''La gara negli Usa sara' pronta a giugno - ha spiegato Roberto Polidoro, responsabile del progetto C-27J all'Alenia - e, dato l' interessamento delle autorita' americane, ci sono ottime possibilita' di aggiudicarci le commesse per una prima fornitura di 33 esemplari, seguita da un' altra di 130''. Il C-27J è un aereo da trasporto 'tattico', che costa 25 milioni di euro, e potrebbe essere adottato anche dal Portogallo e dalla Bulgaria (in entrambi i paesi, la gara per l' aggiudicazione e' in corso), e interessa a numerosi altri paesi, tra cui Emirati Arabi, Australia, Irlanda, Repubblica Ceca. Attualmente gli stabilimenti Alenia hanno una capacita' produttiva di dodici C-27J all'anno, ma potrebbero portarla a 18 nel 2007, quando si dovrebbero fare le prime consegne agli Stati Uniti. Il C-27J e' aereo che puo' trasportare truppe (62 soldati o 46 paracadutisti), merci e materiale sanitario (36 barelle), lanciare materiali e paracadutisti. Puo' decollare su piste lunghe meno di 500 metri con un peso massimo di 30 tonnellate al decollo. La sua realizzazione coinvolge tutti gli stabilimenti italiani di Alenia Aeronautica, mentre la linea di montaggio finale e' a Torino Caselle.

Ma le commesse, dicevamo, ormai non si contano: l’altro fedele servitore dell’amministrazione Bush, la Gran Bretagna di Blair, ha siglato una partnership a lungo termine con l’Agusta per sviluppare il programma Future Lynx, che prevede la realizzazione di una flotta di elicotteri per impiego terrestre e navale. L'accordo - si legge in una nota della Società di Piazza Monte Grappa del 24 marzo - prevede la firma entro l'anno di un contratto del valore complessivo di oltre 1 miliardo di sterline (1,5 miliardi di euro circa).

 



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Armi italiane: nuovi affari in Medio Oriente

6.6.2003

www.banchearmate.it 


Proprio mentre gli Stati Uniti accusavano la Siria di traffici di armi con Saddam Hussein, l'Italia autorizzava una nuova commessa per Damasco di sofisticati sistemi di visori notturni di puntamento e di controllo del tiro per carri armati T72 di fabbricazione sovietica.

La notizia, riportata dal quotidiano "Avvenire" all'indomani della pubblicazione della "Relazione sull'esportazione autorizzata di armamenti 2003", ha suscitato un certo scalpore: in quei giorni, infatti, il segretario Usa alla Difesa Donald Rumsfeld includeva la Siria tra i "paesi canaglia" che sostengono il terrorismo internazionale e lo stesso Rumsfeld menzionava i "visori notturni per carroarmati" arrivati a Baghdad via Damasco. Visori, quelli venduti dall'Italia alla Siria, prodotti oltretutto da un'azienda controllata dallo Stato, le Officine Galileo della Finmeccanica.

Nel 2002, si legge nella Relazione, sono partiti dall'Italia, destinazione Damasco, armamenti per un totale di 18.806.050 euro (più di 36 miliardi di lire). Si tratta di 17 esportazioni che fanno parte di una mega commessa da 266.379.656 euro (515 miliardi di lire) firmata nel 1998 e mai interrotta nonostante le continue accuse di violazioni al governo siriano. Insomma, tutto fa pensare ad un affare di nuove "triangolazioni" di cui l'Italia si era distinta negli anni '80 prima dell'entrata in vigore della legge 185 del 1990 che dovrebbe regolare con criteri rigorosi "l'esportazione di sistemi di armamento e di prodotti di alta tecnologia". Un affare, quello con la Siria, che ha suscitato qualche domanda anche in Parlamento, ma passato il clamore della notizia, la questione pare ormai già archiviata.

DESTINAZIONE PAESI NATO?

Eppure, quella alla Siria, non è la sola autorizzazione a suscitare perplessità: con qualche oscillazione, le commesse verso i paesi del Sud del mondo rappresentano ormai da anni la metà dell'export italiano e il recente calo di vendite a questi Paesi è solo apparente.

Degli oltre 920 milioni di euro di nuove autorizzazioni, un incremento del 6,6% rispetto all'anno precedente (erano 862 milioni nel 2001), il 55% riguarderebbe infatti paesi Nato, che lo scorso anno ricoprivano solo il 26%. Ma se analizziamo i dati ci accorgiamo che dei 506 milioni di euro di export verso paesi Nato, 85 milioni sono destinati ai paesi dell'area orientale dell'Alleanza: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Turchia. Paesi che hanno normative sul commercio delle armi alquanto permissive e che sono stati oggetto anche di recente di "triangolazioni", come ha documentato Chiara Bonaiuti nell'ultimo numero di Oscar, la rivista dell'Osservatorio sul commercio delle armi di Ires Toscana.

È vero: la maxi-commessa di quest'anno riguarda la Spagna (240 milioni di euro di autorizzazioni tra cui 218 milioni per 62 autoblindo Centauro del Consorzio Fiat Iveco-Oto Melara). I "venti di guerra", poi, hanno portato un incremento notevole delle esportazioni verso la Nato: autorizzazioni per 30 milioni verso la Germania (erano poco più di 22 milioni quelle del 2001), 66 milioni di euro quelle verso la Francia (a fronte degli 8 milioni nel 2001) e sono più che raddoppiate le autorizzazioni all'export verso gli Usa (dai 16 milioni del 2001 agli oltre 36 milioni dello scoro anno). Ma i veri affari si fanno con i paesi del Medio Oriente che si conferma, come esplicita la stessa Relazione 2003, come "un'area che per molti anni ha rappresentato uno dei mercati strategici per le imprese italiane del settore".

IL GRAN BAZAR DEL MEDIO ORIENTE

È il Medio Oriente, il "mercato di eccellenza" delle armi italiane. Due anni fa, con oltre 119 milioni di euro di autorizzazioni all'export, l'Arabia Saudita aveva rappresentato il secondo maggior cliente italiano: un cliente che lo scorso anno ha commissionato nuove armi per altri 29 milioni di euro. Segue a ruota il Kuwait che, nel 2002, ha firmato commesse per quasi 83 milioni di euro da aggiungersi ai 12 milioni dell'anno precedente; e poi la Turchia che, tra i paesi Nato dell'area, rappresenta da anni uno dei maggiori acquirenti (45 mlioni di euro di autorizzazioni nel 2000 e nel 2001 e 20 milioni lo scorso anno), la Siria (12,5 milioni) e l'Oman (7,7 milioni) per citare solo i principali. Stavolta, invece, non appaiono gli Emirati Arabi Uniti che con un megacontratto di oltre 600 milioni di euro si erano assicurati nel 1999 "apparecchi elettronici per l'aeronautica" dell'Elettronica spa di Roma.

I paesi orientali si contraddistinguono soprattutto nelle esportazioni definitive. La lista delle consegne effettuate nel 2002 vede in testa, infatti, due paesi dell'Estremo Oriente: la Malaysia con 42 milioni di euro e la Corea del Sud (40 milioni), segnale evidente della crescente tensione nell'aera. Seguono vari paesi dell'area mediorientale: Dubai che ha acquistato armi per oltre 37 milioni di euro, la Turchia che ha ricevuto consegne per 19 milioni di euro, la Siria (18,8 milioni), l'Algeria (15 milioni), il Kuwait (2 milioni), l'Egitto (1,7 milioni), Bahrain (1,5 milioni) per menzionare solo i principali. Non va dimenticato, poi, Israele, verso il quale non sono state rilasciate nel 2002 "nuove autorizzazioni", ma al quale lo scorso anno sono state consegnate armi per quasi un milione dei 1,7 milioni di euro di precedenti autorizzazioni.

E, un po' più ad Est, vanno ricordati altri "clienti tradizionali" come India e Pakistan: New Delhi si è aggiudicata nuove autorizzazioni per 37,5 milioni di euro, mentre ad Islamabad sono giunte consegne per 17,5 milioni. Sempre in Oriente, è singolare il caso della Repubblica Popolare Cinese, un paese dichiaratamente comunista, al quale il governo Berlusconi concede nuove autorizzazioni per ben 22,8 milioni di euro ed effettua consegne per oltre 9,5 milioni. Tra le maggiori commesse dell'area orientale, spicca quest'anno l'autorizzazione a Singapore per 46 milioni di euro (di cui quasi 10 milione già consegnate), le nuove autorizzazioni alla Malaysia (27 milioni di euro), all'Oman (7,7 milioni), a Taiwan (al quale sono assegnate autorizzazioni per oltre 4,5 milioni e recapitate armi per 7,1 milioni di euro), alla Thailandia (3,9 milioni) fino ai Brunei, al Bangladesh e alle Filippine. Insomma, Medio Oriente (17%) e Asia Orientale (16%) si assicurano insieme un terzo delle nuove autorizzazioni, segno di un mercato non solo consolidato, ma in evidente crescita.

E LE BANCHE?

Nell'anno della maxicommessa alla Spagna, la regina delle "banche armate" è una banca con sede principale in Spagna: il Banco Bilbao Vizcaya (216 milioni di euro di importi autorizzati). Ma gli istituti bancari italiani continuano nelle loro performance di appoggio alla vendita di armi: la Bnl (138 milioni) si aggiudica il 18% delle nuove autorizzazioni mantenendo lo share dell'anno precedente; la Banca di Roma, adesso Capitalia, (98,4 milioni) col 13% permane ai primi posti; il Gruppo bancario S. Paolo-Imi con 80 milioni di nuove autorizzazioni raddoppia la sua prestazione che raggiunge così il 10% del totale; Banca Intesa-Bci (54,5 milioni) migliora e supera il 7%. Chi invece riappare in classifica è UniCredit, che se da un lato smaltisce col Credito Italiano autorizzazioni precedenti per quasi 50 milioni, dall'altro ne acquisisce altrettante di nuove, nonostante le dichiarazioni di due anni fa di voler chiudere con le operazioni di appoggio al commercio delle armi.

Giorgio Beretta
Missione Oggi

Fonte www.banchearmate.it

 


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Armi, un affare da 2.596 miliardi di lire

 

Cresce del 41% l'export degli armamenti "made in Italy". Nel 65% dei casi finiscono nel Sud del mondo. Sesta nelle esportazioni di armi pesanti, l'Italia è terza nella produzione di pistole.

 

In Italia è di nuovo boom per i giganti delle armi . In un anno le esportazioni di materiale bellico autorizzate dal governo sono aumentate del 41%, arrivando a toccare i 2.596 miliardi di entrate. Dopo il trend negativo legato alla crisi della guerra fredda, che aveva portato a chiusure di fabbriche e a riconversioni, da qualche anno il commercio di armi "made in Italy" torna a crescere.

Aumenta anche il volume d'affari delle armi effettivamente consegnate agli acquirenti esteri: nel 1999, il business è stato di 1.715 miliardi, il 15% in più di due anni prima.
La ricetta vincente sembra essere la coproduzione con gli e un marketing aggressivoDietro la forte crescita delle esportazioni autorizzate nel 1999 c'è comunque anche un megacontratto a dodici zeri stipulato tra gli Emirati Arabi Uniti e la joint-venture italo-francese Elettronica-Thomson.

Nella lista degli importatori di carri armati, velivoli e altre armi pesanti di origine italiana, spiccano i Paesi del Sud del mondo, che si sono aggiudicati circa il 65% delle esportazioni che hanno avuto il via libera dal governo del centrosinistra. "Siamo estremamente preoccupati perché le armi italiane stanno affluendo in zone ad alto rischio e ad alta tensione", dice Marita Villa, responsabile del Coordinamento Armi di Amnesty International, che punta il dito contro l'export verso zone calde quali la Cina, la Turchia, l'India, l'Algeria e le Filippine. "L'Italia ha un'ottima legge in materia di commercio per le armi che vieta la vendita a paesi belligeranti e responsabili di accertate violazioni dei diritti umani - precisa Villa - l'applicazione, però, non è altrettanto coraggiosa e così troviamo pistole Beretta nelle cantine della Sierra Leone: in tema di commercio delle armi, entrare in Europa per noi ha significato una diminuzione dei controlli".
La forte incidenza, sia a livello italiano sia a livello mondiale, dei Paesi in via di sviluppo nel commercio delle armi apre un altro problema: chi paga queste commesse miliardarie?

Secondo il responsabile del centro documentazione dell'Archivio Disarmo di Roma, Maurizio Simoncelli, a stimolare il mercato mondiale delle armi, oltre alla ristrutturazione delle forze armate dei paesi industrializzati, sono i crediti all'esportazione: circa un quarto del debito pubblico delle nazioni del terzo mondo, infatti, è dovuto ad acquisti militari e se il Paese ordinante alla fine non paga il conto, a farne le spese sono i contribuenti del Paese esportatore, perché a garanzia del pagamento c'è spesso un'istituzione statale, che nel caso italiano è l'Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio Estero.
Se l'Italia è sesta nella classifica dei Paesi esportatori di armi convenzionali (fonte Sipri), è terza nella produzione di armi leggere che, secondo uno studio della Croce Rossa Internazionale, sono responsabili della maggioranza delle morti tra le popolazioni civili nelle guerre odierne. L'export di pistole, fucili e munizioni, però, è molto più difficile da monitorare: secondo l'Osservatorio per il Commercio delle Armi di Firenze, molte carabine e rivoltelle vengono esportate come "armi sportive" per evitare i controlli governativi e poi finiscono nelle mani di guerriglieri di ogni tipo, bambini compresi. Gli ultimi dati Istat dicono che nel primo semestre del 2000 l'Italia ha esportato 13 milioni di chili di armi leggere per un valore di 285 miliardi di lire: tra i destinatari ci sono anche la Colombia e l'Indonesia.

Fonte il nuovo - dati 2001


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Le banche "armate"
Gli istituti che hanno appoggiato finanziariamente il commercio di armi italiane nel 1999.


 

 

 

 

 

 

BANCHE VALORE
(in miliardi di lire)
UniCredito Italiano
1.248
Banca Commerciale Italiana
357
Gruppo Bancario San Paolo IMI
151,6
Banca di Roma
101
Banca Nazionale del Lavoro
94
Banque Nationale de Paris
62
Arab Banking Corporation
31,3
Banca Popolare di Brescia
24,5
Banca Nazionale Agricoltura
24,3
Cassa di Risparmio di Firenze
6,6
Cariplo
6
Barclays Bank PLC
2,5
Cassa di Risparmio La Spezia
2,3
Monte dei Paschi di Siena
1,4
Banca Popolare Bg.-Credito Varesino
1,4
Banco do Brasil S.A.-Milano
0,9
Banca Toscana
0,4
Banca Popolare di Novara
0,4
Arab Bank
0,3
Banca Popolare di Intra
0,3
Banco Ambrosiano Veneto
0,2

Fonte: Presidenza del Consiglio
Novembre 2000


http://www.altremappe.org/Armi/Tabellaimportatoriarmi.htm 

I clienti dell'Italia
Ecco chi ha acquistato le armi italiane nel 1999

PAESE IMPORTATORE VALORE
(in miliardi di lire)
Emirati Arabi Uniti
1.274
Germania
301
Spagna
182
Argentina
104
Bulgaria
95
Cipro
62
Stati Uniti
56
Venezuela
55
Francia
49
Romania
37
Bangladesh
32
Norvegia
29
Canada
28
Brunei
28
Singapore
26
Malaysia
26
Cina
22
Turchia
21
Gran Bretagna
20
Thailandia
16
Australia
15
Grecia
11
Ghana
10
Egitto
9
Filippine
8
India
8
Austria
8
Olanda
7
Danimarca
7
Nuova Zelanda
6
Irlanda
5
Lussemburgo
5
Marocco
5
Corea del Sud
4
Algeria
4
Taiwan
4
Kuwait
4
Belgio
3
Svizzera
2
Giappone
2
Sud Africa
2
Arabia Saudita
1

Fonte: Presidenza del Consiglio
Novembre 2000


 http://www.altremappe.org/Armi/Difesa185.htm 

Perché difendere la 185?

Ciò che rende innovativa la legge 185/90 sono le misure di trasparenza e i divieti di esportazione di armamenti espressi nell'art. 1, comma 6:
· verso Paesi in stato di conflitto armato e in contrasto con i principi dell'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l'uso della forza armata;
· verso Paesi la cui politica contrasti con l'art. 11 della Costituzione, quindi, verso gli Stati che si dimostrino propensi a mettere in atto aggressioni;
· verso Paesi nei cui confronti sia dichiarato un embargo dalle Nazioni Unite;
· verso Paesi i cui governi siano responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell'uomo;
· a Stati che, ricevendo aiuti dall'Italia, destinino al bilancio militare risorse eccedenti rispetto alle esigenze di difesa del Paese.

Per l'importanza che attribuisce al rispetto e alla promozione dei diritti umani, alla prevenzione dei conflitti e per le formulazioni avanzate dei divieti, la legge italiana rappresenta un modello nel panorama internazionale, che tuttavia, in dieci anni di applicazione, è stato disatteso sotto diversi aspetti.

La 185 è stata aggirata attraverso un susseguirsi di atti regolamentari e da una tendenza interpretativa sempre più riduttiva, che rischiano di vuotare la disciplina. Sono state sottratte, infatti, all'applicazione di questa legge la maggior parte delle armi leggere classificate come " civili " e sono finite in Sierra Leone e nella ex Jugoslavia malgrado gli embarghi delle Nazioni Unite.
Per salvaguardare "la riservatezza commerciale delle imprese " il Governo ha diminuito la quantità e la qualità delle informazioni contenute nella Relazione Annuale alle Camere e, di conseguenza, il ruolo di controllo e indirizzo del Parlamento.

Non è più possibile incrociare i dati relativi alle armi vendute coi Paesi destinatari e, quindi, sapere con esattezza cosa si è esportato e a chi. Una delibera restrittiva ha affidato l'accertamento delle violazioni dei diritti umani (che fa scattare automaticamente il divieto dell'art. 1) solo ad organi delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea che si sono dimostrati inappropriati e non particolarmente attivi nell'infliggere condanne. Inoltre il Ministero degli Esteri valuta discrezionalmente " il grado di tensione " del conflitto o la misura della " latente conflittualità " e quindi decide, di volta in volta, quali tipi di armamento tollera la guerra in corso. Il 29 dicembre 1999 il Governo italiano, con l'alibi dell' "europeizzazione" del mercato e delle regole, aveva già presentato un Disegno di legge favorevole alle esigenze ed alle posizioni dell'industria militare ed ai "venti " di revisione che hanno ispirato numerose proposte di modifica avanzate negli ultimi anni.

Negli ultimi anni si mira, attraverso accordi e disegni di legge che si susseguono sempre più frequentemente, a sottrarre dall'applicazione della 185/90 le coproduzioni industriali di materiali d'armamento con paesi membri dell'UE, dell'Unione Europea occidentale e della Nato, che verrebbero regolati esclusivamente da specifici accordi intergovernativi.
I vari pezzi e componenti d'arma fabbricati in Italia sarebbero quindi esportati liberamente nei Paesi partners per un particolare progetto, e venduti poi ad un acquirente che non necessariamente debba rispondere alle caratteristiche richieste dalla 185.

In assenza di una regolamentazione internazionale adeguata e con il solo ausilio di un Codice di Condotta Europeo non vincolante, lacunoso in molti aspetti e più debole rispetto alla disciplina della 185, vi è il grave rischio di consegnare armi e soprattutto tecnologia a paesi instabili che non danno alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani o che potrebbero riesportarle a terzi destinatari verso cui, dall'Italia, non sarebbe possibile il trasferimento. Oltre a ridimensionare il ruolo del Ministero degli Affari Esteri a vantaggio del Ministero della Difesa, ad esempio nell'aggiornamento dei materiali a cui si applica questa disciplina, si vuole anche eliminare il ruolo consultivo che possono svolgere le organizzazioni non governative, sulla situazione dei diritti umani nei Paesi importatori di armi.

Fonte Vita


 http://www.altremappe.org/Armi/BerettaAmbasciatoreNO.htm 

NO ALLA NOMINA DI UGO GUSSALLI BERETTA AD AMBASCIATORE IN USA

Al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
e per conoscenza:
- al Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi
- al Presidente della Camera dei Deputati, on. Carlo Casini
- al Presidente della Camera del Senato, on. Marcello Pera
- ai Capigruppo alla Camera del Parlamento italiano


Non accolga la nomina di Ugo Gussalli Beretta ad Ambasciatore in USA

Signor Presidente,
nei giorni scorsi alcuni organi di stampa hanno pubblicato la notizia che il Presidente del Consiglio, on. Sivio Berlusconi, è in procinto di nominare il cav. Ugo Gussalli Beretta Ambasciatore italiano negli Stati Uniti d'America.
La notizia mi sconcerta non poco. Il cav. Ugo Gussalli Beretta non solo non fa parte del "corpo diplomatico" italiano, ma è presidente della Beretta Holding spa, un'industria produttrice di armi con sede a Gardone Val Trompia (BS) che controlla varie industrie produttrici di armi (pistole, revolver, mitragliette, fucili di precisione) in diversi paesi del mondo e con una rete di vendita in moltissimi stati dal Bangladesh al Libano, dalla Giordania al Pakistan, dal Cile al Perù al SudAfrica, per citarne solo alcuni.
A detta di alcuni organi di stampa, la possibile nomina del cav. Gussalli Beretta sarebbe da attribuirsi alla "notorietà" del marchio Beretta negli Stati Uniti e risponderebbe alla visione, annunciata dal Presidente del Consiglio già nel gennaio scorso di trasformare ambasciate e consolati in uffici di rappresentanza del marchio "made in Italy".
Quello che molti organi di stampa dimenticano di segnalare è che la Beretta Holding è conosciuta negli Usa non solo per le pistole M9 e le sue varianti in dotazione ai corpi di polizia, ma anche per i processi legali pendenti in numerose corti degli Stati Uniti. Nei tribunali americani, infatti, la Beretta ha in corso numerosi contenziosi nei confronti di varie amministrazioni cittadine e di contee (tra cui New York) responsabili - secondo la Beretta - "di aver violato la clausola costituzionale sul commercio cercando di obbligare i produttori di armi ad adottare un 'codice di condotta' più restrittivo" (fonte CNN). Non vanno dimenticate, inoltre, le proteste mosse in questi anni ai produttori di armi - tra cui la Beretta USA Corporation - da parte di moltissime organizzazioni statunitensi di difesa dei diritti civili le quali chiedono norme più severe sul porto d'armi in Usa dove ogni anno più di 20.000 giovani sotto i 20 anni vengono uccisi o feriti da armi da fuoco.
Se la notizia venisse confermata, credo che la nomina del cav. Ugo Gussalli Beretta ad ambasciatore sia in totale disprezzo da quanto da Lei affermato alla recente Conferenza degli Ambasciatori e Consoli d'Italia" (Roma 23-30 luglio), e cioè che ''affinchè la democrazia rimanga un punto di forza per il nostro Paese, l'opera di rinnovamento operativo della Farnesina dipende da una formazione professionale costante, dall'innovazione degli strumenti, dalla pratica di una effettiva meritocrazia in campo diplomatico" (agenzia Ansa).
Sono molto preoccupato del "nuovo ruolo" che si intende far assumere alla politica diplomatica italiana, riassumibile nelle parole del Presidente del Consiglio alla Conferenza degli Ambasciatori e Consoli d'Italia: ''la missione in piu' che la nostra diplomazia si e' data e si vuole dare" è quella di "conquistare porzioni di mercato alle nostre imprese aprendo una loro filiale e rappresentanza e ormai anche una loro stazione di produzione". Mi unisco in questo alle proteste di numerose agenzie non-governative italiane che hanno rilevato che "la politica estera italiana non è fatta solo di commesse commerciali e gli organi e le istituzioni preposte alla sua applicazione non possono orientarsi con una logica affaristica" (Comunicato dell'Associazione delle Ong Italiane).
Sottoscrivo pertanto l'appello lanciato da sito internet della rivista "Missione Oggi" ed accolto da numerose associazioni, e Le chiedo, qualora venisse confermata, di respingere la nomina del cav. Ugo Gussalli Beretta ad Ambasciatore negli Stati Uniti.

31.7.2002

Missione Oggi


http://www.altremappe.org/Armi/AmnestyG8Canada.htm 

Vertice del G8: il fallimento nel controllo del commercio delle armi

di Amnesty International

A conclusione del vertice del G8, tenutosi a Kananaskis in Canada, Amnesty International esprime la propria preoccupazione per il varo del piano d'azione per l'Africa ritenuto "una nuova partenza" per il continente africano, secondo il premier canadese Jean Chretien.

"I discorsi dei capi di stato non possono nascondere che il taglio del debito estero di un miliardo di dollari annunciato in apertura del vertice potrà a malapena coprire le perdite registrate dai paesi più poveri nell'esportazione di beni di prima necessità" ha dichiarato Umberto Musumeci, coordinatore per i diritti economici e sociali della Sezione Italiana di Amnesty International.

Il progetto Nepad (Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell'Africa) ha l'obiettivo di raggiungere uno sviluppo pari al 7% per i prossimi 15 anni nei paesi africani aderenti all'accordo attraverso lo stanziamento per i paesi africani di almeno la metà delle somme decise a Monterrey (circa 6 miliardi di dollari all'anno), un impegno generico per facilitare l'ingresso senza dazi o quote di importazione dei prodotti africani nel Nord del Mondo e lo studio di migliori condizioni per un rapporto con le zone africane di libero scambio sul piano commerciale nell'ambito del WTO. La condizione a cui sono subordinati gli aiuti da parte dei paesi ricchi del mondo è l'impegno dei paesi africani al buongoverno e al rispetto delle leggi.

"E' evidente la sensazione di ambiguità che caratterizza le solite rituali promesse" ha aggiunto Musumeci "unite all'incapacità di decidere una volta per tutte che a niente serviranno gli aiuti economici, ammesso che verranno - e nella misura prevista - se non si porrà un freno alla vendita di armi da parte degli stessi paesi a governi che le utilizzano per compiere le peggiori violazioni dei diritti umani".

Gli Stati Uniti hanno aumentato gli aiuti militari a paesi come Israele (2 miliardi di dollari), Egitto (1,3 miliardi di dollari), Giordania, Tunisia, Colombia e continuano a vendere ad Arabia Saudita e Turchia mentre stanno progettando una spesa aggiuntiva di 1,3 miliardi di dollari in armi che andranno a paesi come Afghanistan, Pakistan, India, Tajikistan, Uzbekistan, Kyrgzikistan, Azerbajan, Armenia, Georgia, Somalia, Yemen, Kenya. Recenti trasferimenti di armi dalla Federazione Russa sono andati verso zone di conflitto nel Corno d'Africa e in Africa Centrale e meridionale, Zimbabwe incluso. Piloti e aerei da trasporto privati sono stati autorizzati dal governo britannico a consegnare armi alle forze in conflitto nella Repubblica Democratica del Congo (dove due milioni e mezzo di vittime hanno pagato con la vita e indicibili sofferenze l'indegno traffico). La Repubblica Federale Tedesca nel 1999 e nel 2000 ha autorizzato l'esportazione di revolver, pistole, fucili da caccia, munizioni a paesi africani come Egitto, Kenya, Namibia, Nigeria, Senegal, Sud Africa, Tanzania, Zambia e Zimbabwe, senza tuttavia darne conto nei suoi rapporti. Il governo francese ha fornito apparecchiature e addestramento militare alla maggior parte dei paesi africani francofoni, senza farsi scrupolo di valutare il livello di rispetto dei diritti umani da parte di queste nazioni. Sono stati segnalati fra gli altri, arrivi di mitragliette, fucili automatici, bazooka, in Burkina Faso, probabilmente per indirizzare queste armi verso la Sierra Leone (dove lo spaventoso conflitto per il possesso delle miniere di diamanti continua a provocare sofferenze e lutti) e il Cameroun (dove le forze di sicurezza sono accusate di aver eliminato con esecuzioni extragiudiziali centinaia di persone nel 2000). Anche l'Italia ha fatto la sua parte consegnando nei soli primi 10 mesi del 2001 oltre 16 milioni di Euro in armi leggere a paesi africani, fra i quali Nigeria e Kenya.

"Ancora una volta occorre richiamare all'ordine i paesi del G8" sostiene Amnesty International. "Mentre con una mano elargiscono somme rilevanti - ma chiedono che vengano fornite solo a paesi con regimi democratici e non corrotti - con l'altra si fanno scrupolo di vendere agli stessi stati (e talvolta direttamente o indirettamente anche ai loro nemici interni ed esterni) quanto basta per far continuare una storia di conflitti e di povertà che non ha fine".

In un contesto così instabile, molte aziende trasnazionali continuano a sviluppare affari e contratti con paesi il cui comportamento sul piano dei diritti umani è fortemente criticabile. Aziende come la canadese Talisman, che da una parte ha annunciato al mondo di aver contribuito ad investimenti per lo sviluppo sociale in Sudan e dall'altra ha aiutato la costruzione di una pista per gli aerei militari che, con il pretesto di stroncare reparti di forze ribelli, hanno bombardato le popolazioni civili e distrutto insediamenti della comunità locale.

La Sezione Italiana di Amnesty International ha chiesto alle aziende italiane che hanno aderito al Global Compact promosso da Kofi Annan - il patto globale per l'impegno a mantenere comportamenti di responsabilità sociale - di associarsi alla campagna dell'organizzazione intesa a chiedere al G8 comportamenti responsabili. "Le grandi aziende possono giocare un ruolo molto importante giovandosi della propria posizione di forza contrattuale nei confronti di governi e paesi violatori" ha sottolineato Musumeci. "La globalizzazione degli investimenti richiede la globalizzazione delle responsabilità. Il silenzio di coloro che detengono il potere economico di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani che avvengono sotto i loro occhi non può essere considerato neutrale".

Roma, 28 giugno 2002

Per ulteriori informazioni:
Ufficio Stampa Tel. 06 44.90.224 E-mail: press@amnesty.it
Presso l'indirizzo Internet http://web.amnesty.org/web/web.nsf/pages/ttt3_index è possibile consultare la nuova edizione del Terror Trade Times che documenta le responsabilità delle aziende nelle violazioni dei diritti umani correlate al traffico di armi.

FONTE : Amnesty


http://www.altremappe.org/Armi/Armi%20Italia-Israele.htm 

A proposito di vendite di armi: Italia-Israele

Interrogazione della parlamentare Elettra Deiana

- Al Ministro della difesa.

- premesso che:

nel 2001 l'Aeronautica militare decise di acquistare dalla società israeliana Elbit un numero imprecisato di kit di guida di precisione Lizard per bombe di aereo, per un importo di circa 20,5 milioni di euro.

l'Aeronautica militare ha inoltre in dotazione un altro sistema di guida per bombe di costruzione israeliana, l'Opher della società Rafael;

l'aggressione israeliana all'Autorità nazionale palestinese e il ripetuto rifiuto del Governo di quel Paese di aderire alle risoluzioni dell'Onu che ne chiedono l'immediato ritiro dai territori palestinesi, rende improponibile che si continuino ad avere normali relazioni in un settore tanto sensibile quanto quello degli approvvigionamenti destinati alle nostre forze armate;

la Germania, secondo quanto riferisce il quotidiano Financial Times Deutschland del 9 aprile 2002, già da tre mesi ha sospeso tutte le licenze di esportazione di materiali bellici verso Israele. Analoga iniziativa è stata presa dal governo del Belgio e lo stesso responsabile della Pesc dell'UE Javier Solana ha avanzato una proposta che va nella medesima direzione.

Si chiede:


quali siano i programmi in corso tra Italia e Israele nel settore della difesa;

se non intenda sospendere immediatamente qualsiasi contratto di acquisto di armi e materiali per la difesa da ditte israeliane;

quali provvedimenti siano stati presi per bloccare senz'altro tutte le licenze di esportazione verso Israele di materiali per la difesa e warlike eventualmente in atto o in via di esame;

quali sistemi per la difesa siano stati acquistati dall'Italia da Israele negli ultimi anni;

quali sistemi o materiali per la difesa siano stati ceduti dall'Italia a Israele negli ultimi anni.

15.4.2002

_____________________________________________________________________________________

Dal sito israeliano della ELBIT SYSTEM www.elbit.co.il 

URL  www.elbit.co.il/news/arch/June 2001a.html  

ELBIT SYSTEMS FORNIRA' ALL' AEREONAUTICA MILITARE ITALIANA BOMBE LASER-GUIDATE LIZARD, per gli aerei da guerra AMX, con un contratto da 18 milioni di dollari e la consegna prevista entro 3 anni.

Le LIZARD sono una nuova generazione di bombe laser-guidate usate per attacchi aria-terra su una varietà di obiettivi illuminati da un segnalatore laser.

I sistemi che verranno forniti all'aereonautica militare italiana usano una testata da 500 pound MK-82. Diverse società italiane saranno coinvolte nella produzione e nei servizi di supporto logistico perl'aereonautica italiana.

I sistemi LIZARD sono stati forniti a diversi paesi e sono in servizio operativo.

DIREZIONE GENERALE DEGLI ARMAMENTI TERRESTRI (TERRARM)

N° 5.000 COLPI COMPLETI DA 105/51 APFSDS DM63

Autorità contraente: TERRARM 1° REPARTO 2ª DIVISIONE

Via Marsala 104, 00187 ROMA

Ditte invitate:

1. ISRAEL MILITARY INDUSTRIES LTD

64 Bialik Blvd (P.O. Box 1044)

47100 RAMAT HASHARON (Israele)

tel. +972-3-548-6492

fax +972-3-548-5365 (vds. nota *)

2. SIMMEL DIFESA

Via Ariana Km. 5,2

00034 COLLEFERRO (RM)

tel. 06/97092400

fax 06/97092471

3. DIEHL GMbH & Co. KG

Werk Mariahutle/Maasberg

Postfach 1163 D-66616 Nonnweller

tel. 0049-06873/70-704

fax 0049906873/70-702

NOTE
(*) l'ammissione alla gara è subordinata al parere del Ministro della Difesa in quanto appartenente ad un paese non aderente al trattato WEAG.

 

PROVVISTA DI N. 125 SISTEMI IR PER LA VISIONE NOTTURNA A LUNGO

RAGGIO E RELATIVO SUPPORTO LOGISTICO

Autorità contraente: TERRARM 6ª DIVISIONE

Ditte invitate:

1. ALENIA DIFESA - Unità Officine Galileo - Via A.

Einstein, 35 - 50013 Campi Bisenzio (FI)

2. B.M.A. s.r.l. - (Rappresentante della Soc. SAAB TECH

ELECTRONICS - SWE) - via Sant'Erasmo, 11 - 00184

ROMA

3. ELOP ELECTRO-OPTICS Industries Ltd. - P.O. Box

1165 - REVOHOT 76111 - ISRAEL

4. EUROELETTRONICA SYSTEM s.r.l. - (Rappresentante

della Soc. CONTROP PRECISION TECHNOLOGY -

ISR) - via Vittore Carpaccio, 60 - 00147 ROMA

5. FLIR SYSTEMS Israel Ltd.- P.O. Box 360 - HAIFA

31000 -ISRAELE

6. MARCONI MOBILE S.p.A. - (Rappresentante della Soc.

CINCINNATI Electronics - USA) - via dell'Industria, 4 -

00040 POMEZIA (RM)

7. SAGEM SA Division Défence et Sécurité - Paris - La

Defence - 61, Rue Salvador Allende - 92751 Nanterre

Cedex - FRANCIA

8. THALES Optronique SA - Rue Guynemer BP 55 - 78283

Guyancourt Cedex - FRANCIA

9. ZEISS Optronik GmbH - Carl Zeiss Strasse 22 - D 73447

OBERKOCHEN - GERMANIA

Punto di contatto tel.: 0039-06-47354708 - FAX 0039-06-4453155

Numero di avviso di gara: 060/00/001

Termine di consegna: Secondo tempistica prevista da contratto

Assicurazione di qualità: AQAP-110 o equivalente (ISO 9001 - UNIEN 29001)
per la categoria merceologica del settore

PROVVISTA DI N. 480 SISTEMI IR PER LA VISIONE NOTTURNA A MEDIO

RAGGIO E RELATIVO SUPPORTO LOGISTICO

Autorità contraente: TERRARM 6^ DIVISIONE

Ditte invitate:

1. ALENIA DIFESA - Unità Officine Galileo - Via A.

Einstein, 35 50013 Campi Bisenzio (FI) e SAGEM SA

Division Défence et Sécurité - Paris - La Defence - 61,

Rue Salvador Allende -92751 Nanterre Cedex - FRANCE

2. FLIR SYSTEMS s.r.l. (filiale della FLIR SYSTEMS AB -

SWE) - Via G. Stephenson, 33 - 20157 MILANO

3. FLIR SYSTEMS Israel Ltd. - P.O. Box 360 - HAIFA

31000 - ISRAEL

4. KOLLSMAN Inc. - 220 Daniel Webster Highway -

MERRYMACK, NH - USA

5. L.O.T. ORIEL Italia s.r.l. - (Rappresentante della Soc.

INDIGO SYSTEMS - USA) - Via A. Costa, 31- 20131

MILANO

6. MARCONI MOBILE S.p.A. - (Rappresentante della Soc.

CINCINNATI Electronics - USA) - via dell'Industria, 4 -

00040 POMEZIA (RM)

7. THALES Optronique SA - Rue Guynemer BP 55 78283

Guyancourt Cedex FRANCE

Punto di contatto tel.: 0039-06-47354708 - FAX 0039-06-4453155

Numero di avviso di gara: 060/00/001

Termine di consegna: Secondo tempistica prevista da contratto

Assicurazione di qualità:
AQAP-110 o equivalente (ISO 9001 - UNIEN 29001)
per la categoria merceologica del settore

Data richiesta offerta: Da definire

Data di presentazione offerte: 8 nov 2001



http://www.altremappe.org/DossierCommercioArmi.htm 

La lista di chi produce armi

Fonte Peacelink


1) Benelli Armi S.p.A.-- URBINO

- Sede amministrativa URBINO PS (61029) v. della Stazione 50 Tel. 07223071
Fax 0722327427 E-mail Internet benarmit@benelli.it Cost. 1980 Iscriz.
Tribunale Urbino 1234 Iscriz. C.C.I.A.A. PS 84886 Codice Fiscale
00635740418 Cap. int. vers. € 4.338.237 Classe Addetti: da 101 a 250
Classe Fatturato: da 25.822.844,95 a 51.645.689,90 € Classe Clienti:
da 1.001 a 3.000 Perc. exp. 75
Azionista di riferimento: FABBRICA D'ARMI PIETRO BERETTA
(Fabbricazione e commercializzazione di armi leggere sportive e da difesa)

 

2) Bernardelli Vincenzo S.p.A.-- GARDONE VAL TROMPIA

- Sede amministrativa GARDONE VAL TROMPIA BS (25063) v. Giacomo Matteotti
125 Tel. 0308912851 - 0308912852 - 0308912853 Fax 0308910249 Cost. 1936
Iscriz. Tribunale Brescia 2423 Iscriz. C.C.I.A.A. BS 55657 Codice Fiscale
00277340170 Cap. int. vers. € 671.393.969 Classe Addetti: da 51 a 100
Classe Fatturato: da 2.582.284,50 a 5.164.568,99 € Classe Clienti: da
501 a 1.000 Perc. exp. 45
(Fabbricazione armi da caccia, difesa e sport)

 

3) Europa Metalli Sezione Difesa (SE.DI.) S.p.A.-- FIRENZE

- FIRENZE FI (50121) v. dei Barcucci 2 Tel. 05544111 Fax 0554411240 Iscriz.
C.C.I.A.A. FI 377979 Codice Fiscale 03630280489 Cap. int. vers. €
5.164.569 Classe Fatturato: da 5.164.568,99 a 25.822.844,95 €
(Produzione munizionamento leggero)

 

4) F.lli Marocchi di Stefano s.r.l.-- SAREZZO

- SAREZZO BS (25068) v. Galileo Galilei 8 Tel. 030800359 - 030801014 Fax
0308900370 Cost. 1922 Iscriz. C.C.I.A.A. BS 151760 Codice Fiscale
00290260173 Cap. int. vers. € 96.577 Classe Addetti: da 26 a 50
Classe Fatturato: da 2.582.284,50 a 5.164.568,99 €
(Costruzione e commercio di armi sportive e da caccia e lavorazioni
meccaniche in genere)

 

5) Fabbrica Bresciana Armi (FABARM) S.p.A.-- TRAVAGLIATO

- TRAVAGLIATO BS (25039) v. Averolda 31 Tel. 0306863629 Fax 0306863684
Indirizzo Internet http://www.fabarm.com E-mail Internet info@fabarm.com
Cost. 1976 Iscriz. Tribunale Brescia 12416 Iscriz. C.C.I.A.A. BS 005386
Codice Fiscale 00736070178 Cap. sociale € 51.646 Cap. vers. €
516.457 Classe Addetti: da 51 a 100 Classe Fatturato: da 5.164.568,99 a
25.822.844,95 € Classe Clienti: da 151 a 500 Perc. exp. 90
(Produzione armi)

 

6) Fabbrica d'Armi Pietro Beretta S.p.A.-- GARDONE VAL TROMPIA

- Sede amministrativa GARDONE VAL TROMPIA BS (25063) v. Pietro Beretta 18
Tel. 03083411 Fax 030832541 Iscriz. Tribunale Brescia 18047 Iscriz.
C.C.I.A.A. BS 243926 Codice Fiscale 01541040174 Cap. int. vers. €
5.164.569 Classe Addetti: oltre 1.000 Classe Fatturato: oltre 51.645.689,90
€ Classe Clienti: da 1.001 a 3.000 Perc. exp. 70
(Produzione di armi da caccia, tiro e difesa, accessori ed abbigliamento)

 

7) Fabbrica Italiana Armi Sabatti (F.I.A.S.) S.p.A.-- GARDONE VAL TROMPIA

- GARDONE VAL TROMPIA BS (25063) v. A. Volta 90 Tel. 0308912207 Fax
030802628 Indirizzo Internet http://www.sabatti.it E-mail Internet
info@sabatti.it Cost. 1990 Iscriz. Tribunale Brescia 41409 Iscriz.
C.C.I.A.A. BS 317950 Codice Fiscale 01529740985 Cap. int. vers. €
619.748 Classe Addetti: da 26 a 50 Classe Fatturato: da 258.228,45 a
516.456,90 € Classe Clienti: da 151 a 500 Perc. exp. 90
(Fabbricazione di armi, sistemi d'Arma e munizioni)

 

8) Fiocchi Munizioni S.p.A.-- LECCO

- Sede amministrativa LECCO LC (23900) v. S. Barbara 4 Tel. 0341473111 Fax
0341364897 Indirizzo Internet http://www.fiocchigsl.it E-mail Internet
segreteria@fiocchigsl.it Cost. 1979 Iscriz. Tribunale Lecco 4923 Iscriz.
C.C.I.A.A. CO 166990 Codice Fiscale 00810220137 Cap. int. vers. €
11.362.052 Classe Addetti: da 501 a 1.000 Classe Fatturato: da
25.822.844,95 a 51.645.689,90 € Classe Clienti: da 501 a 1.000 Perc.
exp. 40
(Produzione e commercio di munizioni da caccia, tiro , difesa e sport)

 

9) Franchi S.p.A.-- FORNACI

- Sede amministrativa FORNACI BS (25131) v. Serpente 12 Tel. 0302687336 Fax
0303581554 Indirizzo Internet http://www.franchi.com E-mail Internet
info@franchi.com Cost. 1994 Iscriz. Tribunale Brescia 55502 Iscriz.
C.C.I.A.A. BS 354597 Codice Fiscale 03297170171 Cap. int. vers. €
6.713.940 Classe Addetti: da 101 a 250 Classe Fatturato: da 5.164.568,99 a
25.822.844,95 € Classe Clienti: da 1.001 a 3.000
(Produzione e vendita all'Ingrosso di armi da difesa, da caccia e per uso
sportivo)

 

10) Fratelli Tanfoglio s.n.c.-- GARDONE VAL TROMPIA

- GARDONE VAL TROMPIA BS (25063) v. Valtrompia 39/41 Tel. 0308910361 Fax
0308910183 Cost. 1992 Iscriz. Tribunale Brescia 8386 Iscriz. C.C.I.A.A. BS
172247 Codice Fiscale 00292310174 Cap. int. vers. € 50.509 Classe
Addetti: da 51 a 100 Classe Fatturato: da 5.164.568,99 a 25.822.844,95
€ Classe Clienti: da 1 a 50 Perc. exp. 95
(Produzione e commercio armi)

 

11) Investarm S.p.A.-- MARCHENO

- MARCHENO BS (25060) v. Zanardelli 210 Tel. 0308960105 Fax 030861285 Cost.
1985 Iscriz. Tribunale Brescia 10147 Iscriz. C.C.I.A.A. BS 193686 Codice
Fiscale 00467520177 Cap. int. vers. € 255.646 Classe Addetti: da 26 a
50 Classe Fatturato: da 2.582.284,50 a 5.164.568,99 € Classe Clienti:
da 151 a 500 Perc. exp. 85
(Produzione armi e prodotti sintetizzati)

 

12) Meccanica del Sarca s.r.l.-- DRO
- Sede legale e amministrativa DRO TN (38074) loc. Daino 27/29 fraz.
Pietramurata Tel. 0464547700 Fax 0464547798 Indirizzo Internet
http://www.sarca.it E-mail Internet sarca@sarca.it Cost. 1974 Iscriz.
Tribunale Rovereto 1172 Iscriz. C.C.I.A.A. TN 82950 Codice Fiscale
00220380224 Cap. int. vers. € 516.457 Classe Addetti: da 101 a 250
Classe Fatturato: da 5.164.568,99 a 25.822.844,95 € Classe Clienti:
da 151 a 500 Perc. exp. 10
(Lavorazioni parti d'arma in legno, acciaio e lamiera)

 

13) Palmarini Augusto & C. s.r.l.-- LIZZANELLO
Settore di attività - ARMI E MUNIZIONI - ESPLOSIVI (micce da mina, polveri
piriche, ecc.)

- Sede amministrativa LIZZANELLO LE (73023) v. Fornello del Basso Tel.
0832305869 - 0832342570 Fax 0832342570 Cost. 1975 Iscriz. Tribunale Lecce
3868 Iscriz. C.C.I.A.A. LE 100862 Codice Fiscale 00257130757 Cap. int.
vers. € 206.583 Classe Addetti: da 1 a 25 Classe Fatturato: da
516.456,90 a 2.582.284,50 € Classe Clienti: da 151 a 500 Perc. exp. 15
(Produzione munizioni, caccia tiro industriale, esposivi da mina)

 

14) Simad Stacchini S.p.A.-- ORICOLA

- Sede amministrativa e Stabilimento ORICOLA AQ (67063) v. Tiburtina
Valeria Km. 64 Tel. 0863996139 - 0863996244 Fax 0863996390 Cost. 1971
Iscriz. Tribunale L'Aquila 45184 Iscriz. C.C.I.A.A. AQ 849 Codice Fiscale
00083350660 Cap. int. vers. € 516.457 Classe Addetti: da 26 a 50
Classe Fatturato: da 516.456,90 a 2.582.284,50 €
(Artifici militari e civili di soccorso)

 

 

AZIENDE CHE SICURAMENTE ESPORTANO

Aldo Uberti & C. srl
Via G. Carducci, 41 25068 Ponte Zanano - Sarezzo
BS
Tel.: +39-030-832061 832062 Fax: +39-030-8911061
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

BSN International srl
Via Guido mRossa, 48 25060 Cellatica
BS
Tel.: +39-030-2522436 r.a. Fax: +39-030-2520946
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

Ditta Tucci Mario
Via I Maggio, 126 25060 Sarezzo
BS
Tel.: +39-030-800209 Fax: +39-030-800209
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

Franchi spa
Via Serpente, 12 25131 Brescia
BS
Tel.: +39-030-3581833 Fax: +39-030-3581554
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo
Note: Tlx: 300208 FRARM I
Ramba
Via Europa, 106 25062 Concesio
BS
Tel.: +39-030-2751268 Fax: +39-030-2753275
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

Rizzini
Via 2 Giugno, 7 25060 Marcheno
BS
Tel.: +39-030-861163 8610279 Fax: +39-030-861319
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

S.I.A.C.E.
Via Matteotti, 341 25063 Gardone Val Trompia
BS
Tel.: +39-030-8912613 Fax: +39-030-8911518
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

Sabatti spa
Via Alessandro Volta, 90 25063 Gardone Val Trompia
BS
Tel.: +39-030-8912207 831312 Fax: +39-030-8912059
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

Silma, 25068 Zanano di Sarezzo BS
Tel.: +39-030-8900712 Fax: +39-030-8900712
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo

Tirelli snc.
Via Matteotto, 359 25063 Gardone Val Trompia
BS
Tel.: +39-030-8912819 Fax: +39-030-832240
Settore merceologico: Armi & Munizioni
Esporta in: Tutto il Mondo


http://www.disarmo.org/rete/articles/art_16474.html

Nucleare, Israele contro la moratoria delle armi

Ma. Gu.

Fonte: Unità online - 18 maggio 2006


Sul nucleare, si incrina l'alleanza fra Israele e Stati Uniti. Washington ignorando le pressioni in arrivo dall'alleato in Medioriente, presenta alla Commissione per il disarmo di Ginevra la nuova proposta di trattato internazionale per il congelamento della produzione di materiali fissili, necessari per le armi nucleari. Il testo è meno restrittivo dell'iniziativa anti proliferazione presentata a poi lasciata cadere da Washington otto anni fa, ma la questione rimane un elemento di disaccordo fra i due Paesi alleati.

Secondo quanto scrive il quotidiano Haaretz, Israele teme che questo trattato possa danneggiare il suo delicato status di potenza nucleare non ufficiale, e generare altre proteste da parte dei paesi della regione che dalle armi nucleari non dichiarate del vicino si sentono minacciati. (L'Egitto ha subito chiesto l'emendamento del trattato con l'aggiunta di controlli sui materiali fissili già acquisiti dai paesi). La scorsa settimana, il presidente della commissione per l'energia atomica israeliana, Gideon Frank, e il suo vice, Eli Levita, erano a Washington dove avrebbero sollevato la questione del trattato con le loro controparti americane in un «tentativo in extremis» di bloccare l'iniziariva americana a Ginevra.

Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, Washington ha presentato un progetto di trattato internazionale che proibisce la produzione di «materie fissili» che comunque, non affronta la questione degli stock, cioè non prevede un divieto d'uso delle materie fissili prodotte prima dell'entrata in vigore del futuro trattato. Il progetto americano non sembra indirizzato contro le ambizioni nucleari di Teheran ma mira a fornire rassicurazioni al Congresso Usa riguardo all'India, con cui il presidente George W. Bush ha firmato a inizio marzo un accordo di cooperazione nucleare. L'India, che possiede l'arma atomica, non ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare, come Israele.

Secondo l'istituto britannico specialista per la difesa, Jane, «lo Stato ebraico possiede tra le 200 e le 300 testate atomiche, il che lo rende l'unica potenza nucleare nel Medio Oriente». Il calcolo e' basato sulla "capacita di produzione dei reattori", ha spiegato John Eldridge, direttore di Jane. L'Istituto internazionale di studi strategici, dal canto suo, stima "fino a 200" le testate. Mentre il Nuclear Threat Initiative, un gruppo di consulenza Usa co-fondato dall'ex senatore Ted Turner (Cnn), ritiene l'arsenale nucleare di Israele «comparabile, in qualità e quantità, a quello di Francia e Regno Unito. L'Istituto indica un numero sconosciuto di missili terra-terra, a breve gittata (Jericho 1) e media (Jericho 2) come parte della forza strategica. e tre sottomarini diesel della classe Dolphin.

Ma ancor prima, nel 1998, il libro di Avner Cohen "Israel and the bomb" confermava che Israele già negli anni Cinquanta aveva sviluppato un programma per realizzare armi nucleari. Il progetto prese avvio nel 1955 per volontà di Ben Gurion, convinto che il possesso dell'arma atomica fosse vitale per garantire la sicurezza del suo Stato. Per l'avvio del programma fu decisivo l'accordo siglato con gli Usa il 12 luglio 1955, in base al quale Washington si impegnava a sostenere i piani israeliani nell'ambito dell'iniziativa "Atoms for peace", lanciata dal presidente Eisenhower l'anno precedente. Dopo la crisi di Suez del 1956 il rapporto tra Usa e Israele conobbe un brusco raffreddamento. Ma Israele riuscì ugualmente a portare avanti il programma grazie al sostegno di un'altra grande potenza occidentale: la Francia. E col supporto di scienziati e tecnici francesi fu iniziata nel 1958 la costruzione del reattore di Dimona, nel sud del paese, la cui iniziativa fu affidata a Shimon Peres, giovane direttore generale del ministero della Difesa. Poi divenuto Nobel per la Pace.

Note:


Articolo originale al link

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=56468


http://www.disarmo.org/rete/articles/art_18116.html

Medio Oriente: 

ITALIA, EXPORT ARMI 34,1 MLN DOLLARI IN 2000-2004

Inchiesta del mensile Microfinanza su dati ONU

Fonte: Microfinanza - ANSA - 19 luglio 2006


L'Italia e' stata la prima fornitrice di armi al Libano tra il 2000 e il 2004, e, dopo Russia e Cina, e' il maggior esportatore di materiali bellici in Medio Oriente. Lo svela un'inchiesta del mensile Microfinanza basato sui dati del commercio estero delle Nazioni Unite.
Il traffico d'armi e munizioni verso Iran, Sudan, Libia, Siria e Libano ha reso ai Paesi occidentali ben 327 milioni di dollari in quattro anni. In testa la Russia con 86 milioni di dollari di materiali, in gran parte destinati a Teheran, ma anche alla Siria, al Libano e alla Libia. Al secondo posto la Cina con 73,8 milioni, divisi tra Iran e Sudan. Al terzo posto c'e' l'Italia con 34,1 milioni di dollari.
I clienti preferiti del nostro Paese sono soprattutto la Siria, rifornita per oltre 20 milioni di dollari, e il Libano, a cui sono andate armi per 13,8 milioni. Le esportazioni italiane a Damasco hanno riguardato parti e accessori di mirini telescopici per carri armati, prodotte da Galileo Avionica, la societa' controllata da Selex Sensors and Airborne Systems (Finmeccanica 75%, Bae Systems 25%); nel caso del Libano, invece, le vendite sono state di armi leggere e munizioni.
Sempre secondo l'Onu, nel quadriennio 2000-2004 l'Italia ha portato a casa contratti per 303 mila dollari per la fornitura di componenti nucleari all'Iran, anche se la parte del leone l'ha fatta la Russia con 285 milioni di dollari di materiali.

[Osservo che è stato il governo Berlusconi a modificare la 185 per facilitare l'export di armi (il dané è il dané). Quello che si straccia le vesti sulla superiorità della nostra civiltà, quello che è il miglior alleato di Israele ... ]


http://www.disarmo.org/rete/articles/art_15874.html

Tutte le nostre armi in giro per il mondo

 

Presentata la relazione annuale al parlamento sul commercio «letale» Tutte le nostre armi in giro per il mondo L'Italia occupa le prime posizioni nel mondo per la produzione di armamenti da guerra e «civili». Un mercato sempre florido, che muove miliardi. Tutto alla luce del sole: le maggiori compravendite avvengono tra stati

 

Cristina Rosati

 

Fonte: Il Manifesto - 2 aprile 2006

Venerdì 31 marzo il governo ha esposto in Parlamento la relazione annuale sul commercio e sul traffico di armamenti militari. Mitra, fucili d'assalto, mitragliatrici, lancia granate, mortai. Per la produzione di questo tipo di armi, comunemente definite da guerra, è stato speso nel 2004 un trilione di dollari, 841 miliardi di euro. I dati sono dell'Istituto per la pace di Stoccolma, il Sipri.
In questa speciale classifica, l'Italia occupa il settimo posto al mondo come paese produttore di armi da guerra.
Pistole, revolver, carabine, fucili da caccia o per legittima difesa, sono le cosiddette armi sportive o civili e per la produzione in questo settore l'Italia spicca in seconda posizione, subito dopo gli Stati uniti d'America. Negli ultimi cinque anni, per l'export di armi civili è stato speso un miliardo e mezzo di euro.
Per il 2006 ci dobbiamo riferire a dati apparentemente vecchi perché è difficile risalire alle commesse per le armi, e ancor più difficile calcolarne il reale portato perché spesso bisogna incrociare più dati. L'ultimo rapporto a nostra disposizione, l'edizione del 2006 di «Economia a mano armata» è stato redatto da Sbilanciamoci. Perché è così difficile ricostruire i dati, lo abbiamo chiesto ad uno dei curatori del rapporto, il giornalista Martino Mazzonis: «Noi sappiamo che il bilancio della difesa italiana è fermo, ma negli ultimi anni le missioni all'estero del nostro esercito sono state finanziate con soldi extra ministero della difesa, per esempio dal ministero delle attività produttive quando si è trattato di sviluppare, per esempio, la produzione di un determinato tipo di arma».
Il mercato delle armi è florido, lo abbiamo visto dai miliardi dell'export. Un mercato quasi tutto alla luce del sole, dove le maggiori compravendite avvengono tra stati.
La normativa
Questo mercato avrà pur delle regole. In Italia, per esempio, la legge che regolamenta il traffico di armi da guerra è la 185 del 1990, da molti definita una buona legge. Per Emilio Emmolo, studioso dell'Archivio Disarmo, la legge 185 è uno dei migliori esempi internazionali in materia di controllo del commercio delle armi: «La 185 pone il divieto di esportare armi in zone di conflitto, verso paesi che violano i diritti umani, o verso cui vi sia il rischio di triangolazioni. Un altro punto qualificante sono le misure di trasparenza. Ogni anno il governo presenta una relazione al Parlamento e all'opinione pubblica sulle politiche del commercio di armi e prevede informazioni molto dettagliate sulle singole esportazioni di armi ai singoli paesi».
L'ultima relazione del governo sul commercio di armi è stata presentata venerdì 31 marzo.
Dal '90 ad oggi però, la 185 è stata modificata nei suoi tratti salienti: una modifica bipartisan, tentata sia dal governo D'Alema che dal governo Berlusconi. «In questi ultimi quindici anni la legge è stata quasi del tutto modificata - dice Emilio Emmolo - nel 1992 sono state escluse dall'applicazione della 185 tutte le piccole armi, le pistole, i fucili considerati ad uso sportivo. E poi vengono allentati tutti i divieti, fino all'inizio del 2003 quando vengono addirittura escluse dalla relazione prevista per la 185 tutte le coproduzioni di armamenti».
Le armi sportive, escluse dalla 185, vengono regolamentate dalla legge 110 molto, ma molto più datata. La prima versione è del 1930, poi modificata nel 1975.
«La legge degli anni settanta risale al momento in cui in Italia c'era il problema della Brigate Rosse e del terrorismo nero - dice Maurizio Simoncelli dell'Archivio Disarmo - per cui il legislatore si pose il problema del controllo interno di chi acquistava e deteneva le armi, le esportazioni in quel periodo non erano un punto molto significativo».
Perché il mercato delle armi si metta in moto può essere utilizzato il meccanismo delle triangolazioni, cioè facendo passare una partita di armi attraverso uno, due o tre paesi, finché non si raggiunge lo snodo che consente di farle pervenire nella zona di interesse.
Gli intermediari economici senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe possibile sono ovviamente le banche, che intervengono in un momento preciso della transazione. Giorgio Beretta della Campagna Contro le Banche Armate: «Il ruolo dalle banche non è accessorio, e per la loro intermediazione richiedono compensi che variano dal 3, 4 per cento fino al 10 per cento del valore della partita di armi venduta».
Gli ultimi quindici anni
Dal 1990 ad oggi, la fine della guerra fredda e le nuove leggi del mercato globale hanno rivoluzionato anche il commercio delle armi, le grandi aziende produttrici di armi vengono internazionalizzate. Un passaggio fondamentale per l'indebolimento della 185 è stato la costituzione di Occar, l'Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti, sottoscritta dai ministri della difesa di Francia, Germania, Regno unito, Spagna, Svezia e Italia, paesi che insieme assemblano il 90 per cento dell'intera produzione europea degli armamenti. Lo scambio internazionale di armi viene di fatto trasferito ad un organismo diverso dal parlamento di ogni singolo stato.
Questo lo scenario politico. Dal punto di vista economico invece, l'industria in questo momento ha una necessità forte di globalizzare i propri servizi di produzione e di scambio dei materiali.
Una holding italiana che ha saputo muoversi ed adeguarsi presto a questi nuovi scenari è certamente Finmeccanica, il più grande produttore italiano di armi, che possiede numerose imprese e in questi anni ha fatto fusioni e acquisizioni molto dinamiche, diventando la decima azienda al mondo nella produzione di armi, una azienda pubblica al 30 per cento.
Quali rischi si corrono quando una azienda viene, per così dire, internazionalizzata? «In questi casi c'è il rischio che si scavalchino le procedure nazionali - dice Emilio Emmolo - un esempio: per decidere chi deve firmare le autorizzazioni per le esportazioni verso paesi terzi, si può scegliere di applicare la legge del paese in cui è stato assemblato l'armamento, oppure la legge dello stato in cui è stato firmato il contratto».
Le armi sportive
L'Italia non produce solo armi da guerra, il nostro paese è infatti al secondo posto al mondo per la produzione di armi sportive e civili. D'altra parte l'industria delle armi è un settore sempre florido, motore di progresso tecnico e sociale, come ha ricordato Sergio Romano sulle pagine del Corriere della Sera dello scorso 17 marzo. Il commento dell'editorialista del Corriere segnala, come esempio più alto della contaminazione tra progresso militare e tecnologico, l'avvento del telefono cellulare. Qui siamo su un terreno scivoloso ben conosciuto da chi lavora nel settore delle armi, il cosiddetto dual use. Anche un computer può essere utilizzato per organizzare una guerra, oltre che per inviare e-mail.
Non bisogna invece fare lo sforzo di cambiare la destinazione d'uso di un oggetto quando si utilizzano le armi sportive in zone di guerra. Lo ricorda bene Padre Mario Guerra, 40 anni trascorsi in Sierra Leone e sequestrato dai ribelli nel 1998. «In Sierra Leone ho visto kalashnikov, M-16, bazooka e bombe a mano. Il capo dei ribelli mi ha mostrato una volta una pistola Beretta. Come le rimediavano? Una parte dei ribelli erano soldati secessionisti, quindi hanno portato con sè le armi in dotazione dell'esercito. E poi a rifornire i ribelli di armi ci pensava anche la Liberia, attraverso un elicottero che io ho visto con i miei occhi camuffato con le sigle della Croce Rossa internazionale».
Questa raccontata da Padre Mario è una vecchia storia sempre attuale. L'ultima salita alla ribalta su segnalazione della rivista L'Espresso, è stato il ritrovamento delle pistole Beretta nel territorio di guerra più caldo degli ultimi anni, l'Iraq.
A questo punto forse non ha più senso la distinzione tra armi civili e armi da guerra.
«Per armi ad uso civile si intende un settore molto vasto - dice Maurizio Simoncelli dell'Archivio Disarmo - ci sono armi automatiche, come la Beretta calibro 9 che a suo tempo era considerata un'arma militare e solo successivamente in Italia è stata classificata come arma sportiva, anche se l'arma è sempre la stessa. Ci sono fucili che hanno la capacità di buttare giù un elefante, figurati un essere umano».
Per alcuni studiosi l'industria delle armi vive di questi tempi una sorta di impasse tra la spinta del mercato alla globalizzazione e la difesa degli armamenti nazionali.
«Anche se non basta una legge per risolvere il problema delle armi, perché l'origine è alla radice dei conflitti - dice Achille Lodovisi - è necessario chiedere una normativa europea e internazionale vincolante dal punto di vista legale. Ci sono stati degli accordi, dei primi passi positivi, per esempio con l'adesione di molti paesi dell'Africa occidentale al protocollo di intesa per il controllo e la limitazione del traffico delle armi sotto il cartello dell'Organizzazione economica regionale, l'Ecowas. Tuttavia nessuno di questi accordi ha valore legale vincolante».
Se nessun accordo internazionale ha valore vincolante, il mercato delle armi è aperto al gioco del mercato. E l'Italia gioca, forte della sua ricca produzione di armi, il fiore all'occhiello del made in Italy nel mondo.

http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=69311

Mo: le armi di Israele al premier palestinese



di Joshua Massarenti (j.massarenti@vita.it)



15/06/2006

Israele corre in sostegno al premier palestinese nella sua lotta contro Hamas E' successo ieri notte dopo che il governo israeliano ha dato il suo ok al trasferimento di armi destinate alle forze fedeli del premier palestinese Mahmud Abbas. "Autorizzando questa notte il trasferimento di armi, abbiamo applicato una deciso presa tre settimane fa dal Primo ministro Ehud Olmert dietro raccomandazioni dei responsabili dela sicurezza". Con queste parole pronunciate stamane all'alba sulla radio pubblica israeliana dal Presidente della Commissione Affari esteri e Difesa della Knesset, Tzahi Hanegbi, i sospetti alimentati negli ultimi giorni è diventato certezza: Israele ha deciso di intervenire di prepotenza nella guerra aperta tra le fazioni fedeli al premier Abbas e Hamas, il partito-leader del governo.

Secondo il quotidiano Yediot Aharonot, tre camion in provenienza della Giordania con a bordo 950 fucili americani M-16 hanno superato il ponte Allenby sul Giordano per essere scortati dall'esercito israeliano fino a Ramallah (Cisgiordania) e a Erez, un posto di blocco situato lungo la frontiera tra Israele e la Striscia di Gaza. L'armamento è stato interamente consegnato alla guardia presidenziale palestinese.

Nel giustificare l'operazione, il premier israeliano ha dichiarato davanti alla Camera dei deputati inglesi di voler "rafforzare Abu Mazen (Mahmud Abbas, ndrl) affinché possa affrontare con le proprie forze Hamas. L'ho fatto perché il tempo è contato e dobbiamo aiutare Abu Mazen".

 

http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=69227

Spesa militare: Cresce in Usa e M.O. e cala in Europa

di Redazione (redazione@vita.it)

12/06/2006

La spesa militare continua a crescere negli Usa e in Medio oriente e scende in Europa. E' quanto emerge dal consueto rapporto realizzato dal Sipri (Stockholm International Peace Research).

 

La spesa militare continua a crescere negli Usa e in Medio oriente e scende in Europa. Complessivamente la spesa militare nel mondo aumenta anche nel 2005 ma quasi esclusivamente per gli Stati Uniti che si confermano di gran lunga al primo posto nella classifica con il 48% del totale del pianeta che ammonta nel 2005 a 885 miliardi di euro. E' quanto emerge dal consueto rapporto realizzato dal Sipri (Stockholm International Peace Research). Sempre gli Stati Uniti incidono per l'80% sui 30 miliardi di euro di incremento della spesa mondiale l'anno scorso. In termini relativi, invece, sono i paesi del Medio oriente e registrare i maggiori tassi di crescita nel capitolo delle spese militari. In Europa invece la spesa militare scende dell'1,7% e le riduzioni piu' consistenti sono state registrate da Italia e Gran Bretagna. Il Sipri sottolinea che la spesa militare rappresenta il 2,5% del pil mondiale, pari a 173 dollari pro-capite. Il totale della spesa mondiale nel 2005 e' stato inferiore di solo il 6% rispetto al periodo 1987-1988, quando si raggiunge il picco di spesa a causa della guerra fredda. Negli ultimi dieci anni la spesa mondiale e' aumentata del 2,4% l'anno in termini reali. Tra il 1995 e il 1998 c'e' stata una consistente riduzione per effetto della fine della guerra fredda, poi la spesa e' ripresa a crescere e nel periodo 2002-2005 il tasso di crescita in termini reali e' del 6% a causa dell'ingente aumento delle spesa da parte degli Stati Uniti. Per la guerra globale al terrorismo, gli Stati Uniti in appena tre anni hanno incrementato il budget militare di 238 miliardi di dollari, che rappresentano un volume superiore a quanto spendono in un anno tutti i paesi dell'Africa, America Latina, Medio Oriente e Asia (escludendo il Giappone ma comprendendo la Cina). L'impatto del budget americano sul totale mondiale e' evidente con il rapporto pro-capite. Negli Stati Uniti la spesa ammonta a 1.604 dollari per ogni americano rispetto ai 130 dollari di media mondiale. A seguire israele con 1.430 dollari. La Cina spende invece per il budget militare 31,20 dollari perogni abitante e l'India 18,50 dollari. La Cina pero' in termini assoluti e' quinta al mondo per spesa militare superata solo da Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. L'Italia e' sesta dopo la Germania e davanti all'Arabia Saudita, gli altri paesi in ordine sono Russia, India, Corea del Sud, Canadam, Australia, Spagna e Israele. La spesa totale di questi 15 paesi ammonta all'84% mondiale.

AMNESTY INTERNATIONAL sezione italiana 

http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/index.html 

COMUNICATO STAMPA
CS85-2006

AMNESTY INTERNATIONAL SOLLECITA UN EMBARGO SULLE ARMI DIRETTE A ISRAELE ED HEZBOLLAH

Mentre i civili continuano a pagare le peggiori conseguenze del conflitto in corso, Amnesty International ha chiesto oggi l’imposizione di un embargo immediato sulle armi dirette a Israele ed Hezbollah.

Amnesty International e’ fortemente preoccupata per il continuo trasferimento di armi dagli Usa, attraverso la Gran Bretagna, ad Israele.
Un aeroporto britannico e’ stato recentemente usato da cargo statunitensi che trasportavano armi destinate all’esercito israeliano.

‘Le modalita’ degli attacchi e l’elevato numero delle vittime civili dimostrano un flagrante disprezzo del diritto umanitario da parte di Israele e di Hezbollah’ – ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International.

‘Prendere direttamente di mira la popolazione civile e le infrastrutture civili, cosi’ come lanciare attacchi indiscriminati e sproporzionati equivale a commettere crimini di guerra’ – ha proseguito Khan. ‘I governi che riforniscono di armi ed equipaggiamento militare Israele ed Hezbollah stanno accrescendo la loro capacita’ di compiere crimini di guerra. Tutti i governi dovrebbero imporre un embargo sulle armi nei confronti di entrambe le parti e rifiutare il permesso di utilizzare il proprio territorio per trasferire armi ed equipaggiamento militare’.

Fonti giornalistiche britanniche hanno riferito che, la scorsa settimana, due cargo Airbus A130 presi a noleggio, pieni di bombe a guida laser Gbu 28 contenenti testate all’uranio impoverito e destinate all’aviazione israeliana, sono atterrati all’aeroporto di Prestwick, Glasgow. La sosta ha consentito di fare rifornimento e far riposare l’equipaggio proveniente dagli Usa.

Secondo altre informazioni, gli Usa avrebbero chiesto il permesso di atterraggio sul suolo britannico per altri due aerei diretti in Israele, nelle prossime due settimane. I cargo trasporterebbero ulteriori armi, tra cui bombe e missili.

‘Il governo di Londra dovrebbe rifiutare il permesso di utilizzare i propri scali marittimi e aerei per navi o aerei che trasportano armi ed equipaggiamento militare diretti a Israele o a Hezbollah’ – ha scritto Amnesty International al segretario agli Esteri britannico Margaret Beckett. L’organizzazione per i diritti umani ha anche chiesto alla Gran Bretagna di sospendere la vendita o il trasferimento di ogni genere di arma o di equipaggiamento militare verso Israele.

‘E’ ridicolo fornire aiuti umanitari con una mano, mentre con l’altra si danno armi. Di fronte a cosi’ tanta sofferenza umana in Libano e in Israele, e’ indispensabile che tutti i governi fermino immediatamente le forniture di armi e di munizioni a entrambe le parti’- ha concluso Khan.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 28 luglio 2006

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
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La campagna Control Arms

Ogni anno, in tutto il mondo, circa mezzo milione di esseri umani sono uccisi dalla violenza armata: una persona al minuto. Ci sono circa 639 milioni di armi leggere nel mondo oggi e 8 milioni vengono prodotte ogni anno

Le armi purtroppo circolano liberamente in molte zone del mondo attraversate da conflitti. La loro diffusione incontrollata e il loro uso arbitrario da parte di eserciti regolari e di gruppi armati hanno un costo elevato in termini di vite umane, di risorse e di opportunita' per sfuggire alla poverta'. Ogni anno, in Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina si spendono in media 22 miliardi di dollari per l'acquisto di armi: una somma che avrebbe permesso a questi paesi di mettersi in linea con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, eliminare l'analfabetismo (cifra stimata: 10 miliardi di dollari l'anno) e ridurre la mortalita' infantile e materna (cifra stimata: 12 miliardi di dollari l'anno).

Per far fronte a questo drammatico problema, e' nata la mobilitazione internazionale Control Arms, lanciata congiuntamente da Amnesty International, Oxfam e Iansa, che si prefigge l'obiettivo dell'adozione, da parte delle Nazioni Unite, di un Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Nel nostro paese la campagna e' rilanciata dalla Sezione Italiana di Amnesty International e dalla Rete italiana per il Disarmo. Oltre a contribuire alla grande mobilitazione mondiale, i promotori intendono agire per migliorare gli strumenti legislativi e di trasparenza esistenti in Italia sul commercio di armi. Il nostro paese e' infatti il quarto produttore e il secondo esportatore mondiali di armi leggere eppure la nostra legislazione e' vecchia di 30 anni e ad oggi non esiste alcuna forma di controllo sugli intermediatori internazionali di armi.


http://www.canisciolti.info/modules.php?name=News&file=article&sid=12792

Guerra: Se l’Europa vende armi in Medio Oriente
Sabato, 05 agosto

Certo l’Ue deplora l’escalation di violenza in Medio Oriente. Ma sono molti gli Stati europei che ancora vendono armi a Israele e Libano. Una riforma del Codice di Condotta europeo sulle esportazioni di armamenti è sempre più urgente.

Gli scontri militari tra Israele e Libano hanno già fatto centinaia di vittime, provocando grande costernazione tra i cittadini dell’Unione. Ciononostante da diversi anni gli Stati europei approvano esportazioni di armi verso Israele ed i paesi limitrofi, nonostante la preoccupazione che ciò possa condurre all’instabilità della regione e ad abusi nel campo dei diritti umani.


Come emerge dai dati pubblicati dalla Divisione Statistica del Dipartimento dell'economia e degli affari sociali dell'Onu nella banca dati Comtrade, nonché dai rapporti annuali sulle esportazioni dei singoli stati, numerosi governi europei hanno autorizzato il commercio di armi convenzionali, mitragliatrici, bombe e fucili militari verso il Medio Oriente.

Esportazioni nascoste

Fra gennaio e marzo del 2006, per esempio, l’Inghilterra ha autorizzato esportazioni di apparecchiature militari verso Israele per un valore di 2 milioni di sterline, ivi compresi componenti per elicotteri militari ed unità sommergibili. Nel 2004 la Repubblica Ceca ha esportato un elicottero Mi 24D verso Israele. Nel 2004 tra i trasferimenti più rilevanti tra Stati europei ed Israele si includevano: pistole e revolver (inclusi accessori e ricambi) per un valore di 25.996 dollari dalla Repubblica Ceca; munizioni per armi leggere per un valore di 208.000 dollari dalla Germania; e 383.918 dollari in componenti e accessori per revolver o pistole dall'Austria. Nel 2004 l'Italia ha esportato 470.691 dollari di revolver e pistole e 338.647 di munizioni al Libano.

Riformare il Codice di Condotta

Questi trasferimenti, benché ragguardevoli, non esauriscono la totalità dei traffici legali. A differenza degli Stati membri dell’Unione, Israele e Libano non dichiarano le loro importazioni di armi. In assenza di queste informazioni, gli osservatori devono far conto esclusivamente sui dati, solitamente incompleti, forniti dagli esportatori. La trasparenza è una questione assolutamente primaria per il controllo del traffico di equipaggiamenti militari. Quel poco che si conosce sulle spedizioni di armi verso Israele ed i suoi vicini non è sufficiente per comprendere se queste vengano destinate ad uso civile o militare.
Uno strumento europeo di controllo delle armi, però, esiste. Il Codice di Condotta dell’Ue è stato creato nel 1998 per stabilire “elevati standard comuni” per le licenze di esportazione delle armi. Secondo il dettato del testo, gli Stati Membri devono rifiutarsi di accordare tali licenze se le armi sono vendute a paesi in cui potrebbero causare violazioni di diritti umani, repressioni interne, aggressioni internazionali o instabilità regionale. Il Codice inoltre richiede di prendere in considerazione l’attitudine del paese in questione rispetto al terrorismo e al rispetto del diritto internazionale. Il Codice, però, non è giuridicamente vincolante: e di conseguenza non obbliga i singoli Stati contraenti al rispetto delle sue previsioni. Ed è abbastanza ambiguo riguardo ai trasferimenti di armamenti da lasciar loro una certa libertà di manovra nel concedere licenze d’esportazione destinate a paesi sospettati di violazioni di diritti umani.

Queste vaghezze espressive nel codice, dunque, permettono agli Stati membri un’interpretazione piuttosto libera delle sue prescrizioni: d’altro canto, la normativa europea non copre tutti i tipi di equipaggiamento, tecnologie o componenti militari. Un'ulteriore questione concerne l’assoluta mancanza di informazioni circa l’utente ultimo delle armi esportate, che potrebbero quindi anche finire nelle mani dei civili: una mancanza, questa, che ostacola anche la possibilità di individuare prove di violazioni di diritti umani commesse usando armi provenienti dall’Unione Europea.

Le scappatoie nel Codice, unitamente all'assenza di controlli internazionali efficaci, continueranno a permettere che le esportazioni di armi dall’Ue raggiungano stati dove il rischio di violazioni dei diritti umani è molto reale. Se nell’immediato il Codice europeo trarrebbe beneficio da una maggiore severità, la soluzione di lunga durata non può non consistere nella creazione di un catalogo di criteri e procedure internazionali comuni, giuridicamente vincolanti. Per poter meglio vagliare eventuali violazioni, urge quindi un trattato internazionale sulle esportazioni di armi e, in particolare, maggiore trasparenza per garantire indagini più esaurienti.

http://www.canisciolti.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=122 

Armi: Veltroni contro le armi, ok della Boniver a venderle a Israele


Il sindaco di Roma Walter Veltroni ha ricevuto il 5 maggio scorso in Campidoglio i promotori della Campagna Internazionale Control Arms promossa in Italia dalla Rete Disarmo e ha aderito alla campagna mettendo la sua faccia nella fotopetizione che ha l’obiettivo di raccogliere un milione di volti per promuovere un Trattato Internazionale sulla regolamentazione del commercio di armi. Attraverso la fotopetizione di volti provenienti da tutto il mondo, la Campagna intende promuovere un Trattato Internazionale sulla regolamentazione del commercio di armi da sottoporre alla seconda Conferenza dell’Onu sui traffici illeciti di armi, che si terrà a New York nel luglio 2006. Durante l’incontro il sindaco Walter Veltroni ha aderito all’iniziativa e seguendo l’invito della Campagna “mettici la faccia contro le armi” si è fatto fotografare e ha offerto il suo sostegno concreto all’iniziativa anche per i suoi sviluppi futuri. Le armi continuano a circolare liberamente in molte zone del mondo attraversate da conflitti e il Trattato si propone di mettere regole precise e sanzioni verso i Paesi che lo violano.

Intanto però il Governo italiano ha ratificato diversi accordi bilaterali in campo militare con paesi in guerra e retti da regimi liberticidi, tra cui quelli con Algeria ed Israele. Particolarmente significativa dell'atteggiamento del Governo sulla questione è la risposta del Sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver ad una specifica interrogazione sollevata dall'ex Ministro della difesa Sergio Mattarella. Secondo l'ex Ministro della Difesa "l'applicazione di un regime privilegiato nelle procedure relative all'interscambio di armamenti tra l'Italia e Israele" comporterebbe "un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge 185 del '90", che stabilisce regole di trasparenza per il commercio delle armi, sottoponendolo di fatto al controllo del Parlamento e limitandolo ai paesi che rispettino i diritti umani e che non siano coinvolti in conflitti armati.

Il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver ha risposto che l'accordo con Israele "si inserisce in un quadro di relazioni politiche bilaterali eccellenti, che negli ultimi anni hanno conosciuto uno sviluppo straordinario grazie non solo all'azione dei due Governi, ma anche ad un'autonoma spinta delle rispettive società civili, degli ambienti imprenditoriali, culturali e scientifici". "In un paese come Israele - ha detto la Boniver durante il dibattito Parlamentare - che rappresenta uno dei leader mondiali nei settori ad alta tecnologia, quali l'informatica, l'elettronica, l'avionica e lo spazio, tale accordo permetterebbe di migliorare ulteriormente le nostre capacità militari nel campo dell'addestramento, della tecnologia e dell'industria. Una volta in vigore, l'accordo favorirà e agevolerà nella sua componente militare lo sviluppo, la produzione e la ricerca tramite lo scambio di dati tecnici, informazioni, hard ware, eccetera, e di progetti e materiali di interesse dell'industria e della difesa di entrambi i paesi".

Insomma, ancora una volta ottimi affari alla faccia dei diritti umani. Accordi che si sommano a quelli già ratificati con Uzbekistan, Giordania, Gibuti, mentre sono in via di approvazione parlamentare quelli con Indonesia e Cina, due nazioni nella lista dei Paesi sotto embargo di armi da parte dell'Unione Europea per le continue violazioni dei diritti umani. Ma questo non sembra significare molto per il Sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, fondatrice della Sezione italiana di Amnesty International nel 1973, associazione che ha presieduto fino al 1980, anno nel quale è stata eletta senatore per il Partito Socialista Italiano (PSI) a Milano. Sarebbe comunque interessante sapere se la sezione Italiana di Amnesty International, tra i promotori della Campagna Control Arms ha chiesto alla sua fondatrice di aderire alla fotopetizione e quale risposta ha ricevuto.

Fonte: Unimondo


http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php

?idpa=&idc=2&ida=144&idt=&idart=5162 

Gran Bretagna - 08.4.2006 

L'ipocrisia del cannone  

Aumentano le vendite di armi inglesi a Paesi responsabili di violazioni dei diritti umani

Fucili d'assalto, equipaggiamento anti-sommossa, armature antiproiettile, blindati, cacciabombardieri. Le aziende belliche britanniche hanno fornito questi 'prodotti' ad almeno una decina di Paesi impegnati in conflitti o responsabili di violazioni dei diritti umani.

Blindato Scorpion dell'esercito indonesianoArmi a Israele. La notizia proviene direttamente dal sito del Foreign Office britannico, è stata 'raccolta' dal Caat (Campaign Against the Arms Trade) e pubblicata dal Guardian. Il quotidiano inglese ha rivelato ieri che le esportazioni sono salite in modo significativo rispetto allo scorso anno: per citare due esempi, il 25% in più verso l'Arabia Saudita (35 milioni di euro il valore complessivo), il 100% in più verso Israele (sempre 35 milioni di euro). Il valore del commercio di armi verso quest'ultimo Stato è il più alto mai registrato dal 1999. All'Indonesia gli inglesi hanno venduto 18 milioni di euro in armamenti. Questi tre Paesi sono solo 11 sui 20 classificati da un rapporto dello stesso ministero degli Esteri di sua Maestà come 'preoccupanti' in materia di violazioni dei diritti umani.

Cacciabombardiere 'Hawk'Paradosso britannico. Secondo il Caat, la Gran Bretagna ha venduto lo scorso anno equipaggiamento militare a 14 Paesi coinvolti in conflitti armati. La stessa Gran Bretagna ha lanciato due anni fa una campagna (Arms Trade Treaty) contro la proliferazione di armi convenzionali. Com'è possibile che un governo impegnato in negoziati internazionali per fermare la vendita di armi in zone di guerra e verso regimi repressivi alimenti al contempo tale commercio in maniera così consistente? La legge britannica prevede che "nessun prodotto bellico venga utilizzato per aggressioni esterne o repressioni interne". Ma Amnesty International riportava lo scorso anno che in Indonesia l'esercito ha effettuato esecuzioni sommarie sia a Papua che nella regione di Aceh. E che in Israele è in corso un'occupazione militare illegittima.

Elicotteri prodotti dalla Bae SystemsVerba (et scripta) volant. La vendita di armi in Gran Bretagna viene stabilita attraverso una valutazione caso per caso, non esistono divieti generali, se non quelli relativi a materiale sottoposto a embargo Onu o Ue. Tale valutazione avviene nel segreto più totale da parte del Department and Trade Industry britannico. Si chiama 'End use agreement', ed è una dichiarazione da parte della compagnia circa la destinazione del prodotto. Ma, essendo riservata e segreta, come si fa a verificare a chi e per quale scopo viene venduta un'arma o un componente bellico? Chi garantisce che quell'arma non avrà la destinazione d'uso per la quale è stata richiesta? Risponde a Peacereporter il portavoce della Caat, Mike Lewis: "In alcuni casi vengono richieste assicurazioni, da parte del governo che le riceverà, che le armi non saranno usate per 'aggressioni esterne o repressioni interne'. Israele, per esempio, invia una sorta di impegno scritto col quale garantisce che le armi non saranno usate nei Territori occupati, quando invece sono numerosi i casi dell'utilizzo di carri armati inglesi e armature anti-proiettile in quei luoghi. Il governo indonesiano dà invece assicurazioni verbali sul non utilizzo delle armi inglesi. Aerei 'Hawk' e dispositivi esplosivi fabbricati in Gran Bretagna sono invece stati usati per l'occupazione militare di Aceh e la repressione della protesta a Papua Orientale. Ciò dimostra che tali 'assicurazioni' valgono zero, e che vengono sistematicamente eluse dai governi beneficiari degli armamenti. E' più che moralmente disonesto dire: forniremo armi a governi coinvolti in violazioni dei diritti umani, ma a patto che non le usino. Anzi, diciamo pure che è assurdo".

Luca Galassi

Le armi di Israele parte 1

Achille Lodovisi

http://www.agapecentroecumenico.org/sito/index.php?name=EZCMS&menu=140807&page_id=155 

Il commercio e la produzione di armamenti costituiscono un fattore di grande importanza in tutte le aree di conflitto e nella genesi ed evoluzione delle guerre. Questa realtà difficilmente contestabile è particolarmente evidente nei conflitti in corso nel Vicino Oriente. Nel novembre 2000, quando ancora erano in corso tentativi di negoziato per giungere ad un accordo tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese, il primo ministro israeliano Barak si trovò ad affrontare la contestazione di una parte dei vertici delle forze armate convinti che l'unica soluzione possibile fosse quella di sconfiggere definitivamente dal punto di vista militare i palestinesi, per costringerli ad abbandonare le loro città ed il loro territorio. Questa posizione estremista trovava un valido appoggio nei movimenti dell'estrema destra israeliana che avevano fatto proprio lo slogan "Let the Army win"1. Gli eventi successivi hanno dimostrato e stanno dimostrando ancora oggi come il ricorso alla via militare per rendere impossibile la sopravvivenza della popolazione palestinese sia la strada imboccata dal governo di Tel-Aviv, una scelta nella quale il ruolo delle forze armate d'Israele (IDF) e dell'apparato militare-industriale del paese è determinate. Le operazioni militari in corso rappresentano una sorta di banco di prova per la sperimentazione di una nuova serie di tattiche e strategie per la conduzione di un tipo di una guerra 'asimmetrica', nel quale le problematiche connesse alla messa a punto di una nuova generazione di armamenti ed alla sperimentazione in nuovi scenari operativi dei sistemi d'arma in dotazione rivestono un'importanza decisiva. In Palestina le IDF stanno verificando l'efficacia dell'impiego di complessi sistemi d'arma tecnologicamente sofisticati (elicotteri ed aerei d'attacco, missili, ecc.) e di apparati e strutture per il comando, controllo, comunicazione, ricognizione, intelligence e guerra elettronica, in uno scenario come quello della seconda Intifada2. La novità sta nel fatto che i sistemi progettati per uno scontro su vasta scala tra apparati militari vengono impiegati in un contesto di rivolta e resistenza, allo scopo di controllare e condizionare la vita, i movimenti ed il destino di un'intera popolazione. Se l'esperimento riuscirà c'è da aspettarsi che verrà imitato e perfezionato sugli altri fronti dell'attuale 'guerra infinita'. Le note che seguono tentano di offrire alcuni spunti di riflessione su tali questioni, prendendo in considerazione le dinamiche collegate all'acquisizione degli armamenti convenzionali da parte delle IDF e gli aspetti politico-economici ad esse correlati, tralasciando l'analisi delle complesse vicende legate alle capacità nucleari, biologiche e chimiche che vengono attribuite a Israele ed ai paesi arabi della regione. Due sono le modalità di approvvigionamento ufficiali per le IDF: il ricorso alle importazioni di sistemi d'arma prodotti da altri paesi e l'acquisto di armamenti progettati e fabbricati dall'industria militare israeliana.

Il mercato delle armi nel Vicino Oriente e la posizione di Israele

Dall'inizio degli anni Settanta, la regione del Vicino Oriente rappresenta il mercato più importante del Terzo Mondo - in termini quantitativi e qualitativi - per quanto riguarda le esportazioni di armi; secondo i dati del SIPRI3 tra il 1971 ed il 1985 circa il 46% dei maggiori sistemi d'arma acquisiti dai paesi in via di sviluppo sono giunti in quest'area4. Sostanzialmente identico il quadro che emerge dalle stime ufficiali statunitensi dell'U.S. Arms Control and Disarmament Agency (ACDA): mentre tra il 1970 ed il 1974 nei paesi del Vicino Oriente era diretto il 25% delle esportazioni mondiali di armamenti (pari a 20,3 miliardi di dollari a prezzi costanti 1984), a dieci anni di distanza, nel periodo 1980-84, l'incidenza percentuale era salita al 39,9% (95,9 miliardi di dollari), ovvero più del doppio rispetto alle importazioni dell'intera Europa, secondo mercato al mondo per valore della domanda. Negli anni Novanta, pur in presenza di una notevole contrazione del commercio globale degli armamenti che ha interessato anche la regione mediorientale, 'saturata' dai massicci acquisti del periodo 1975-85, quest'ultima ha mantenuto il suo primato nel Terzo Mondo. L'ultimo rapporto dell'United States Congressional Research Service (USCRS) le assegna il 59,2% delle esportazioni svolte verso il Sud del mondo (pari a 48,6 miliardi di dollari correnti) e il 54,6% del portafoglio ordini (46 miliardi di dollari) nel periodo 1993-96; negli anni 1997-2000 i trasferimenti effettuati verso il Vicino Oriente sono saliti a 57,7 miliardi di dollari (57,3%) ed il portafoglio ordini si è assestato sui 38,4 miliardi, pari al 47,2% di tutti i contratti conclusi con i paesi del Terzo Mondo5. Il peso notevole della domanda di armamenti dei paesi del Vicino Oriente è confermata anche dai dati del SIPRI per i periodi 1990-94 e 1995-2001 (cfr. Tabella 1). Tra i primi quindici importatori di maggiori sistemi d'arma ben sei appartengono all'area di tensione mediorientale (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Israele e Kuwait).

Tabella 1

PRIMI 15 MAGGIORI IMPORTATORI D'ARMI NEL MONDO 1995-2001





Fonte SIPRI - milioni US $ prezzi costanti 1990








Classifica

Classifica

Paese

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

Totale 1995-2001

1990-94

1995-2001

 







 

 

11

1

Taiwan

1223

1.313

4.863

4.026

1.641

492

375

13.933

2

2

Arabia Saudita

973

1.728

2.783

2.507

1.215

69

143

9.418

15

3

Cina

437

1.047

541

230

740

1.746

3.100

7.841

3

4

Turchia

1370

1.143

955

1.767

1.180

684

442

7.541

14

5

Corea del Sud

1562

1.566

718

941

1.131

740

401

7.059

6

6

India

945

804

1.502

551

1.062

531

1.064

6.459

4

7

Egitto

1688

918

905

511

530

818

486

5.856

5

8

Grecia

869

262

820

1.461

573

685

897

5.567

1

9

Giappone

847

501

575

1.206

1.035

181

206

4.551

12

10

Pakistan

278

476

624

588

797

163

759

3.685

16

11

UAE

448

549

678

748

420

278

288

3.409

8

12

Israele

281

75

42

1.296

1.169

283

45

3.191

20

13

Regno Unito

93

235

74

379

98

882

1.247

3.008

24

14

Finlandia

162

564

393

558

799

513

10

2.999

18

15

Kuwait

684

1.240

438

204

110

133

34

2.843


Nel periodo 1993-2000 gli Stati Uniti, potenza militare egemone dopo la scomparsa dell'Urss, sono stati di gran lunga il maggiore fornitore di armi della regione. Il 55,3% del portafoglio ordini destinato al Medio Oriente (46,6 miliardi di dollari correnti) è stato appannaggio degli Usa, mentre per quanto riguarda le esportazioni svolte gli Stati Uniti hanno totalizzato il 47,6% delle operazioni per un totale di 50,6 miliardi di dollari1. Solo i maggiori paesi europei esportatori d'armamenti (Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia) nel corso degli anni Novanta complessivamente hanno fatto registrare accordi e effettuato trasferimenti che, seppure inferiori a quelli statunitensi, sono paragonabili qualitativamente e quantitativamente a quelli di Washington (cfr. Tabelle 2, 3). La Russia occupa una posizione di rincalzo nettamente lontana dai livelli raggiunti nel corso degli anni Settanta ed Ottanta dall'Urss, mentre la Cina si colloca in nicchie di mercato residuali grazie al costo relativamente contenuto dei suoi sistemi d'arma, che tuttavia non presentano il grado di evoluzione tecnologica proprio delle piattaforme armate e dei componenti prodotti negli Usa e in Europa. In Medio Oriente la domanda d'armamenti, seppure più attenta rispetto al passato alla valutazione degli aspetti economici legati al rapporto qualità/prezzo, attribuisce ancora un peso rilevante alla natura delle prestazioni ed alle caratteristiche tecnologiche dei sistemi acquistati; il più delle volte però tutto ciò non si traduce in un effettivo incremento delle capacità operative. La corsa agli armamenti è stata alimentata da alcuni fattori: l'esistenza di numerosi, intensi e prolungati conflitti, la disponibilità di petrodollari riciclati in larga parte nell'acquisto di armamenti, la presenza di élite dirigenti che hanno trovato nell'acquisto di sofisticati sistemi d'arma una forma di legittimazione soprattutto nei confronti degli apparati militari e un sistema per incrementare le loro ricchezze private . Sul versante dell'offerta è sempre prevalso l'interesse dei grandi esportatori finalizzato a mantenere stretti rapporti e a indurre dipendenza dalle loro forniture militari e tecnologiche nei paesi di una regione strategicamente importantissima. Per quanto riguarda le importazioni di Israele a partire dagli anni Settanta si possono individuare due diversi periodi contraddistinti da strategie diverse. Dal 1971 al 1985, le stime del SIPRI collocano il paese tra i maggiori acquirenti di grandi sistemi d'arma. Il 5,3% del totale degli armamenti trasferiti al Terzo Mondo, per un valore di 15,1 miliardi di dollari (a prezzi costanti 1985), andò ad alimentare l'arsenale israeliano. Negli stessi anni Iraq, Iran, Siria ed Egitto precedettero Tel-Aviv nella graduatoria dei maggiori importatori2. Dalla metà degli anni Settanta si consolidò una strategia di sostituzione delle importazioni attraverso lo sviluppo della produzione nazionale, di conseguenza diminuirono le forniture di armi provenienti dal mercato mondiale3. Nel periodo 1983-1992 si assistette ad una contrazione delle importazioni israeliane di grandi sistemi d'arma che raggiunsero i 6,3 miliardi di dollari (a prezzi costanti 1990), un livello medio annuo di circa 600 milioni di dollari che collocava il paese al 21° posto nella graduatoria dei maggiori acquirenti, preceduto da Iraq, Arabia Saudita, Egitto, Siria, e Iran. Nello stesso periodo, gli acquisti di armi all'estero rappresentavano il 9% del bilancio militare di Tel-Aviv (pari 6,96 miliardi di dollari annui)4 e mediamente il 6,6% di tutte le importazioni di Israele5. Nei paesi arabi un simile processo di sostituzione o integrazione delle importazioni mediante lo sviluppo di produzioni indigene non si è mai avviato , infatti è venuto meno il massiccio trasferimento di tecnologia produttiva e know-how progettuale che si è verificato nel caso di Israele. Anche quando sono stati fatti tentativi in questa direzione (Egitto, Iran, Iraq), non si sono conseguiti risultati importanti e le industrie nazionali degli armamenti non hanno acquisito quelle capacità di progettazione e realizzazione di grandi sistemi d'arma che contraddistinguono l'apparato militare-industriale israeliano. In termini generali l'importazione di armi equivale all'acquisizione di political commodity6 e comporta il sorgere di relazioni concrete tra la produzione dei sistemi da parte del fornitore e le scelte di politica militare e industriale dell'acquirente; inoltre la cessione di tecnologia e mezzi ha assunto in alcuni casi, soprattutto per i paesi del Vicino Oriente, il significato di ratifica delle alleanze e di conseguimento di uno status privilegiato all'interno di esse. Dal canto loro gli esportatori vedono nella conquista di nuovi mercati uno dei mezzi più sicuri per garantire la sopravvivenza della loro industria degli armamenti, obbiettivo prioritario degli attuali 'modelli di difesa'. Evidenze consistenti di tali dinamiche sono ancora presenti nello scacchiere mediorientale, nonostante dalla metà degli anni Ottanta gli aspetti commerciali dei trasferimenti di armi abbiano assunto un'importanza via via sempre più rilevante per venditori ed acquirenti. Nel mondo arabo, in misura maggiore rispetto a quanto è avvenuto nel caso di Israele, si sono manifestati con grande evidenza tutti gli aspetti negativi della dipendenza associata al ricorso alle importazioni d'armamenti: perdita di controllo sulle forniture soprattutto per quanto riguarda le parti di ricambio, l'addestramento e la manutenzione; identificazione con gli interessi del maggior fornitore di armi, in assenza di un sufficiente livello di diversificazione degli acquisti e di una base industriale nazionale; forte influenza del personale tecnico straniero; inadeguatezza dei sistemi d'arma acquistati rispetto alle caratteristiche peculiari dei teatri operativi; eccessivo peso economico delle forniture; militarizzazione di tutto il comparto industriale7. Inoltre i maggiori avversari di Israele non hanno beneficiato in maniera costante - per ragioni politiche legate alla fluidità delle alleanze, agli emabrghi ed alla scomparsa del blocco sovietico - di un sostegno tecnico e logistico da parte dei loro fornitori, fattore indispensabile per garantire la piena operatività dei mezzi acquisiti mai mancato alle IDF a partire dai primi anni Settanta. Dal punto di vista della redistribuzione e dell'incremento delle capacità militari associata al trasferimento di sistemi d'arma e di tecnologie militari, si può ritenere che solo nel caso di Israele si sia concretato un processo di potenziamento , seppure solo in parte svincolato dalla dipendenza dalle forniture e dalle scelte politiche degli Usa. Gli Stati Uniti sin dall'inizio degli anni Settanta sono stati il maggior fornitore di armamenti e tecnologia militare ad Israele; alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni del decennio successivo gli Usa coprivano il 97% delle importazioni di sistemi d'arma di Israele, nella maggior parte aerei da combattimento nuovi ed usati8. Nel periodo 1991-93 su di un totale di 2,2 miliardi di dollari di importazioni d'armamenti ben 2 miliardi provenivano dagli Stati Uniti e 200 milioni dalla Germania9.

Le trasformazioni degli anni Novanta

Il mercato degli armamenti in Medio Oriente è oggi condizionato in misura maggiore rispetto al passato da fattori legati alla necessità di affrontare la competizione sul mercato mondiale degli armamenti e di ottenere vantaggi economici dalle importazioni; la natura politica di questi flussi non è comunque scomparsa, anzi, assumendo caratteristiche di volta in volta determinate alla luce degli equilibri tra le linee della politica estera e militare degli stati e le necessità commerciali, finanziarie e produttive del sistema industriale, ha finito per interessare molteplici aspetti delle relazioni internazionali che esulano dall'ambito strettamente militare, coinvolgendo non solo i grandi esportatori ed importatori ma anche attori di media dimensione magari inseriti in contesti sovranazionali. Nel corso degli anni Novanta mentre alcuni paesi arabi grandi importatori riforniti soprattutto dall'ex Urss o sottoposti ad embargo (Iraq, Siria e Iran) hanno diminuito o cessato le loro importazioni, Israele le ha mantenute ad un livello medio pressoché identico rispetto alla seconda metà del decennio precedente. Tale comportamento, in presenza di una contrazione generale del mercato, ha portato il paese nella parte alta della graduatoria dei maggiori acquirenti assieme all'Arabia Saudita, all'Egitto, ed al Kuwait. Uno dei pilastri della pax americana nel Vicino Oriente è costituito da una sorta di corsa regionale agli armamenti che vede protagonisti gli stessi paesi cardine della strategia politico militare statunitense nella regione (Egitto, Israele, Arabia Saudita, stati del Golfo). Paesi arabi ed Israele hanno in comune il principale se non l'unico fornitore di armi: gli Usa. L'Arabia Saudita detiene il maggior portafoglio di accordi per l'esportazione di armamenti nel periodo 1993-2000 (24,5 miliardi di dollari; cfr. Tabelle 2, 3), seguita dagli Emirati Arabi Uniti (19 miliardi), dall'Egitto (11 miliardi), da Israele (9,5 miliardi) e dal Kuwait (6 miliardi). Se si prende in esame il grado di dipendenza dagli Usa dei singoli importatori, espresso come incidenza degli accordi con Washington sul totale, si nota una differenziazione tra Israele ed Egitto da una parte - fortemente legati alle forniture Usa rispettivamente per il 95,8 % (9,1 miliardi di dollari) e per l'85,5% (9,4 miliardi di dollari) -, e gli sati del Golfo che hanno maggiormente diversificato il novero dei loro fornitori. Gli Usa sono accreditati del 65,7% (16,1 miliardi di dollari) degli accordi siglati dall'Arabia Saudita, che si è rivolta ai maggiori esportatori europei per il 26,5% degli ordinativi, mentre la presenza statunitense scende al 50% (3 miliardi di dollari) nel caso del Kuwait - paese che si rivolge per il 31,6% dei contratti al gruppo dei principali esportatori dell'Unione Europea e per un significativo 13,3% alla Russia - e degli Emirati Arabi Uniti che hanno preferito le armi fabbricate in Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia con il 52,1% (9,9 miliardi di dollari) degli accordi rispetto al 36,8% degli Stati Uniti. Considerando la provenienza delle importazioni effettivamente svolte dagli stessi paesi, ovvero l'arrivo di materiali d'armamento la cui fornitura era prevista da accordi siglati anche in anni precedenti al periodo 1993-2000, la sostanza dell'analisi non muta di molto: gli Usa prevalgono in Egitto ed Israele (89,7%, 78,9%), mentre tra i paesi del Golfo sembra esaurirsi l'ondata di acquisizioni di sistemi d'arma statunitensi che aveva caratterizzato i primi anni Novanta quale conseguenza diretta - sotto forma di 'indennizzo' per l'intervento contro l'Iraq - della nuova situazione politico-militare. In Kuwait il 60,5% delle importazioni svolte proviene dagli Usa ma tale incidenza è destinata a diminuire visto l'andamento del portafoglio ordini; la dipendenza da Washington scende al 42,9% nel caso dell'Arabia Saudita e all'11,4% per gli Emirati Arabi Uniti. Tali tendenze sono in parte generate dalla diminuzione delle entrate petrolifere, che spinge gli acquirenti a rivolgersi ai fornitori capaci di praticare i prezzi maggiormente competitivi o di offrire accordi di compesazione di carattere industriale e commerciale (offsets) vantaggiosi per l'acquirente. Non bisogna trascurare anche una serie di fattori politici, quali le difficoltà crescenti che incontrano gli Usa nel consolidare la loro presenza nel Golfo Persico ed i rapporti con le caste petrolifere al potere, l'insofferenza di queste ultime per una sudditanza asfissiante che mette a repentaglio la stabilità interna di quei paesi, percorsi da un diffuso sentimento anti statunitense ed anti occidentale, e la diminuita efficacia degli spauracchi iracheno e iraniano agitati da Washington per convincere gli alleati a pagare il prezzo politico ed economico della presenza Usa. Dopo che l'Arabia Saudita non ha concesso agli Usa l'impiego delle basi militari posizionate sul suo territorio per condurre le operazioni in Afghanistan, le difficoltà statunitensi nell'area sono emerse con grande evidenza10 e un eventuale attacco all'Iraq, condotto nella speranza di superarle definitivamente, potrebbe sortire l'effetto contrario. Neppure sul fronte dei due paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni di armi Usa (Israele ed Egitto) la situazione appare tranquilla. Tra i due paesi è ormai evidente da parecchi anni una rivalità che ha come posta in gioco l'accesso ai sistemi d'arma più sofisticati e costosi dell'arsenale statunitense11. Nel ventennio trascorso dagli accordi di Camp David (1978) le amministrazioni di Washington e le grandi aziende del complesso militare-industriale Usa hanno quasi compleato il ciclo di sostituzione degli armamenti di fabbricazione sovietica in dotazione alle forze armate egiziane con sistemi tecnologicamente più avanzati . L'operazione ha destato a più riprese le rimostranze e le preoccupazioni di Israele, timoroso per un eventuale 'sbilanciamento' a favore del Cairo delle potenzialità militari. Sovente le lamentele di Tel-Aviv avevano soprattutto lo scopo di convincere gli Usa a garantire la fornitura ad Israele di sistemi d'arma dotati di tecnologie di punta. Non più tardi dell'ottobre del 2001, gli israeliani hanno tentato di impedire la fornitura all'Egitto del missile navale da crociera Harpoon Block II fabbricato dalla Boeing e conosciuto con l'appellativo di Tomahawk dei poveri, adducendo la motivazione secondo cui il possesso di quest'arma avrebbe spostato a favore dell'Egitto l'equilibrio delle forze navali12. Un ulteriore esempio di questa corsa agli armamenti è rappresentato dalla vicenda degli elicotteri d'attacco AH-64 Apache, per i quali l'Egitto aveva richiesto, nel settembre del 2000, l'aggiornamento dalla configurazione denominata A a quella D, maggiormente potente e sofisticata, già in dotazione alle IDF e ampiamente utilizzata in questi mesi negli attacchi contro le città palestinesi. Nel giro di poche settimane, mentre l'amministrazione Usa accettava la richiesta del Cairo, provvedeva anche ad acconsetire alla richiesta israeliana per una nuova fornitura di questi velivoli13. Nonostante i forti legami con Washington Israele sta tentando di ricorrere in parte a nuovi fornitori, soprattutto quando difficoltà di carattere politico e finanziario o le necessità indotte dall'esigenza di promuovere le esportazioni dell'industria militare israeliana rendono più problematiche le relazioni con gli Usa. Tel-Aviv si è rivolta ai principali paesi esportatori di armamenti europei (in primo luogo alla Germania), alla Cina e alla Turchia, paese con il quale sono stati conclusi importanti accordi di collaborazione in campo militare-industriale che verranno analizzati in seguito. Non è da escludersi anche un ricorso alle importazioni dalla Russia, magari nell'ambito di un accordo generale di collaborazione nel settore - ostacolato sinora da condizionamenti politici ed economici - che veda coinvolta anche la Turchia14; Mosca sta attualmente rilanciando in grande stile le proprie esportazioni di armamenti nel Vicino Oriente, puntando molto su mercati 'tradizionali' quali Iran (500 milioni di dollari di accordi e 2,1 miliardi di esportazioni svolte tra il 1993 ed il 2000), Algeria e Siria ed allargando la propria presenza, grazie alle condizioni economiche competitive rispetto a quelle praticate da statunitensi ed europei, agli Emirati Arabi Uniti, al Kuwait ed alla Giordania.

Tabella 2

Il flusso di armamenti verso il Vicino Oriente (accordi ed importazioni)



Elaborazaione da dati USCRS milioni di US dollari correnti






1993-96

 

 

 

 

 

 

 

Paesi importatori

Paesi esportatori

 

Usa

Russia

Cina

F, GB, D, I*

altri Europa

Altri

Totale

Algeria accordi

0

400

0

0

400

0

800

Algeria importazioni

0

300

0

0

200

0

500

Bahrain accordi

300

0

0

0

0

0

300

Bahrain importazioni

200

0

0

0

0

0

200

Egitto accordi

3.700

700

0

100

200

0

4.700

Egitto importazioni

6.000

200

0

100

400

0

6.700

Iran accordi

0

200

400

100

400

100

1.200

Iran importazioni

0

1.300

900

100

100

200

2.600

Iraq accordi

0

0

0

0

0

0

0

Iraq importazioni

0

0

0

0

0

0

0

Israele accordi

3.900

0

100

100

0

200

4.300

Israele importazioni

2.100

0

100

300

0

100

2.600

Giordania accordi

300

0

0

0

0

100

400

Giordania importazioni

200

0

0

0

0

100

300

Kuwait accordi

2.500

800

0

1.900

100

0

5.300

Kuwait importazioni

3.100

800

0

700

0

0

4.600

Libano accordi

100

0

0

100

0

0

200

Libano importazioni

100

0

0

0

0

0

100

Libia accordi

0

0

0

0

0

100

100

Libia importazioni

0

0

0

0

0

0

0

Marocco accordi

100

0

0

500

0

100

600

Marocco importazioni

100

0

0

100

0

0

200

Oman accordi

0

0

0

500

100

100

700

Oman importazioni

0

0

0

1.000

100

100

1.200

Qatar accordi

0

0

0

2.200

0

0

2.200

Qatar importazioni

0

0

0

0

0

0

0

Arabia Saudita accordi

11.800

0

0

6.500

500

0

18.800

Arabia Saudita importazioni

12.100

0

100

16.100

3.600

0

31.900

Siria accordi

0

100

0

0

100

100

300

Siria importazioni

0

100

0

0

200

100

400

Tunisia accordi

100

0

0

0

0

100

200

Tunisia importazioni

100

0

0

0

100

0

200

EAU accordi

200

300

0

3.900

600

0

5.000

EAU importazioni

600

300

0

2.400

0

400

3.700

Yemen accordi

0

0

200

200

300

0

700

Yemen importazioni

0

0

100

0

300

0

400

Totale portafoglio ordini esportatori

23.000

2.500

700

16.100

2.700

900

45.900

Totale esportazioni effettuate

24.600

3.000

1.200

20.800

5.000

1.000

55.600

*Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia









Tabella 3

Il flusso di armamenti verso il Vicino Oriente (accordi ed importazioni)



Elaborazaione da dati USCRS milioni di US dollari correnti






1997-2000

 

 

 

 

 

 

 

Paesi importatori

Paesi esportatori

 

Usa

Russia

Cina

F, GB, D, I*

altri Europa

Altri

Totale

Algeria accordi

0

700

200

0

500

100

1.500

Algeria importazioni

0

500

100

0

600

0

1.200

Bahrain accordi

700

0

0

0

0

0

700

Bahrain importazioni

500

0

0

0

0

0

500

Egitto accordi

5.700

0

400

100

100

0

6.300

Egitto importazioni

3.600

300

0

100

0

0

4.000

Iran accordi

0

300

600

100

100

200

1.300

Iran importazioni

0

800

400

100

300

100

1.700

Iraq accordi

0

0

0

0

100

0

100

Iraq importazioni

0

0

0

0

0

0

0

Israele accordi

5.200

0

0

0

0

0

5.200

Israele importazioni

3.900

0

0

900

0

200

5.000

Giordania accordi

200

300

0

100

0

100

700

Giordania importazioni

200

0

0

0

0

100

300

Kuwait accordi

500

0

200

0

0

0

700

Kuwait importazioni

1.500

0

200

1.200

100

0

3.000

Libano accordi

0

0

0

0

0

0

0

Libano importazioni

100

0

0

100

0

0

200

Libia accordi

0

0

0

0

100

200

300

Libia importazioni

0

0

0

0

100

0

100

Marocco accordi

0

0

0

100

200

0

300

Marocco importazioni

100

0

0

100

200

100

500

Oman accordi

0

0

0

300

100

0

400

Oman importazioni

0

0

0

200

0

0

200

Qatar accordi

0

0

0

0

0

0

0

Qatar importazioni

0

0

0

200

0

0

200

Arabia Saudita accordi

4.300

0

0

0

1.100

300

5.700

Arabia Saudita importazioni

16.200

0

100

15.400

2.400

0

34.000

Siria accordi

0

300

0

300

100

0

700

Siria importazioni

0

300

0

100

0

0

400

Tunisia accordi

0

0

0

0

0

0

0

Tunisia importazioni

0

0

0

0

0

0

100

EAU accordi

6.800

800

0

6.000

200

200

14.000

EAU importazioni

300

400

0

2.600

800

100

4.200

Yemen accordi

0

0

0

0

300

100

400

Yemen importazioni

0

0

0

100

100

0

200

Totale portafoglio ordini esportatori

23.400

2.400

1.400

7.000

2.900

1.300

38.400

Totale esportazioni effettuate

26.400

2.300

800

21.100

4.600

600

55.800

*Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia



Le armi di Israele parte 2

Achille Lodovisi

http://www.agapecentroecumenico.org/sito/index.php?name=EZCMS&menu=140808&page_id=157

L'importanza degli aiuti militari Usa ad Israele

Qualsiasi analisi sulla politica di acquisizione di armamenti da parte di Israele e sulla capacità produttiva della sua industria militare non può prescindere dal considerare con attenzione l'importanza degli aiuti finanziari e tecnologici forniti dagli Stati Uniti. Le forze armate israeliane (IDF) dipendono in larga misura dalle sovvenzioni di vario genere accordate dal governo di Washington per assicurare la maggior parte dei loro approvvigionamenti di mezzi e infrastrutture e garantirne l'operatività. Molti dei mezzi e delle infrastrutture necessarie alle operazioni delle IDF provengono dagli Usa o sono realizzate in Israele grazie agli aiuti finanziari e tecnologici (cessione di licenze di produzione e di conoscenze tecnologiche) statunitensi e in minima parte tedeschi. Il legame con Washington è di vitale importanza in quanto la dottrina d'impiego delle IDF - attenta al considerare gli aspetti della cosiddetta mancanza di profondità strategica del territorio israeliano - si basa sulla mobilità, la rapidità dei movimenti e la capacità di controllo mirato e flessibile del territorio, sulla ricerca della integrazione della potenza di fuoco espressa dalle diverse armi e sulla efficienza dei servizi di intelligence; per tali motivi le IDF necessitano di una pronta disponibilità di mezzi, infrastrutture e appoggio logistico che privilegino la qualità rispetto alla quantità1. Assicurare un flusso ininterrotto di sistemi d'arma e attrezzature al passo coi tempi dal punto di vista tecnologico è dunque assolutamente indispensabile ai fini dello svolgimento della missione affidata dalla politica militare israeliana alle forze armate del paese, indicate quali uniche garanti della sicurezza. Del resto la struttura delle IDF tende ad evitare dispersione nella catena di comando dal livello politico a quello militare-operativo: non esistono servizi o corpi separati, marina, aviazione e forze terrestri sono inserite in un'unica struttura integrata, sottoposta al comando politico del Consiglio dei ministri e del capo del Governo, responsabili supremi di qualsiasi operazione intrapresa dalle forze armate israeliane. Il ruolo delle IDF non è mutato nel corso degli anni nonostante gli Stati Uniti si siano imposti, dopo la Guerra del Golfo, quali tutori degli equilibri nella regione del Vicino Oriente e del Golfo Persico. La complessa questione del sostegno finanziario, tecnologico e industriale statunitense è capace di influenzare le scelte dei dirigenti di Tel-Aviv in materia di politica militare, soprattutto per quanto attiene alle attribuzioni del bilancio per la difesa. Una delle condizioni poste negli ultimi anni dagli Usa per incrementare gli aiuti all'apparato bellico prevedeva l'aumento delle spese militari israeliane; nel novembre del 2000, ad esempio, l'amministrazione Clinton avanzò una richiesta in tal senso prima di procedere alla presentazione al Congresso Usa di un pacchetto di finanziamenti straordinari (450 milioni di dollari) sotto forma di sovvenzioni destinate a programmi militari legati al ritiro delle IDF dal Libano meridionale2. La condizione posta dall'amministrazione statunitense era in perfetta sintonia con quanto richiesto il 5 settembre 2000 dal capo di Stato Maggiore delle IDF, Shaul Mofaz, alla commissione per la politica estera e la difesa del Parlamento israeliano. Di fronte ad una ventilata nuova riduzione del bilancio militare in seguito al ritiro dal Libano e ad un possibile accordo con i palestinesi, Mofaz aveva dichiarato che la diminuzione del budget avrebbe significato minori capacità difensive (less budget means less defense) mettendo a rischio i programmi a lungo termine di acquisizione della nuova generazione di armamenti, il mantenimento del numero indispensabile di effettivi, le scorte di munizioni e pezzi di ricambio, la prontezza operativa delle forze di riserva3. I vertici militari, per ovviare a tali rischi e presentarsi preparati all'eventuale scontro con i palestinesi, già dal 6 agosto 2000 - più di un mese prima che iniziasse la nuova Intifada in seguito alla visita di Sharon alla spianata delle moschee di Gerusalemme (28 settembre) - chiedevano un incremento significativo del bilancio militare (244 milioni di dollari) mentre ancora erano vive le speranze di giungere ad un accordo4. In seguito, simili richieste motivate anche paventando la necessità di prepararsi ad una eventuale guerra contro la Siria - secondo molti osservatori, ipotesi assai remota - si sono susseguite ad un ritmo incalzante fino a diventare uno dei maggiori motivi di frizione tra le IDF e l'allora primo ministro Barak, inizialmente poco incline ad accettarle. Successivamente le pressioni hanno ottenuto ascolto e la posizione del primo ministro è mutata5: il bilancio militare per il 2000 è salito a 9,4 miliardi di dollari rispetto agli 8,8 dell'anno precedente. L'incidenza delle spese militari sul Prodotto Interno Lordo (PIL) è rimasta invariata (8,9%)6 - grazie ad un aumento del PIL pari al 6% -, l'indicatore del loro andamento pro-capite è invece salito a 1.512 dollari nel 2000 rispetto ai 1.465 dell'anno precedente. La grave crisi economica odierna, che ha comportato un brusco rallentamento della crescita del PIL, accentuerà il peso delle spese militari sul bilancio dello stato e sull'economia israeliana. Nella regione del Vicino Oriente solo Qatar, Kuwait e Emirati Arabi Uniti presentano un indice di questo tipo superiore a quello d'Israele; in Italia il bilancio della difesa ha assorbito nel 2000 l'1,9% del PIL con una incidenza pro capite di 359 dollari, mentre per gli Usa nello stesso anno tali indicatori corrispondono al 3% e a 1.059 dollari7. Nel maggio del 2001 il governo Sharon ha proceduto ad un ulteriore aumento di 732 milioni di dollari delle spese militari, 450 dei quali provenienti dalle sovvenzioni straordinarie accordate dal Congresso Usa per il ritiro dal Libano meridionale8. Nonostante si sia affermata, dopo anni di declino, la tendenza all'aumento del bilancio della difesa, difficilmente l'incidenza delle spese militari sul PIL potrà ritornare ai livelli del 1985, quando era pari al 21,2% e l'economia israeliana era ormai prossima al tracollo. Il peggio fu evitato proprio grazie alle massiccie sovvenzioni elargite da Washington. Nel periodo 1949-2002 il 44,2% dell'aiuto finanziario statunitense ad Israele, pari a 38,5 miliardi di dollari (cfr. Tabella 4), è stato destinato a programmi d'investimento in mezzi e infrastrutture militari (Foreign Military Financing)9; secondo altre stime dal 1950 al 2002 l'apparato bellico di Tel-Aviv avrebbe beneficiato di un sostegno finanziario pari a più di 46 miliardi di dollari, cifra che colloca Israele al primo posto tra i paesi che ricevono sostegni dagli Usa a fondo perduto per le loro forze armate, graduatoria nella quale è seguito dall'Egitto che, tuttavia, ha incassato 'solo' 20 miliardi di dollari10. A partire dal 1984 la quantità di risorse destinate agli aiuti militari è aumentata, raggiungendo e superando la soglia dei 2 miliardi di dollari annui su di un totale di circa 3 miliardi di dollari di sovvenzioni complessivamente accordate dagli Usa al governo di Tel-Aviv. Se si computassero tali risorse nel calcolo dell'ammontare del bilancio militare d'Israele esso si avvicinerebbe ai 12 miliardi di dollari annui e supererebbe l'incidenza dell'11% sul PIL. Tuttavia anche questa stima non rende l'idea di quali dimensioni abbia l'impiego di risorse per l'apparato militare-industriale, infatti le cifre ufficiali non riportano gli investimenti pubblici per il funzionamento dei servizi d'informazione e non calcolano le entrate derivanti dalle esportazioni di materiali d'armamento usati, che rappresentano una sorta di 'fondo di riserva' a disposizione delle IDF. Mancano inoltre valutazioni precise sull'ammontare delle risorse destinate dal bilancio dello stato alle attività di ricerca e sviluppo in campo militare-industriale; l'unico dato conosciuto parla di stanziamenti annuali attribuiti alle IDF pari a 732 milioni di dollari; nulla si sa a proposito degli investimenti delle aziende, gran parte delle quali sono di proprietà pubblica o beneficiano di contributi da parte del governo11. L'evoluzione storica del sostegno Usa Il conflitto arabo-israeliano del 1973 mise in evidenza quanto fosse insostenibile, per il sistema economico e sociale israeliano, il peso di una corsa agli armamenti i cui costi seguivano ormai un incremento esponenziale, in larga misura dovuto all'acquisizione di sistemi d'arma sempre più sofisticati dal punto di vista tecnologico e quindi onerosi per quanto riguardava la logistica e la manutenzione. Risultò evidente l'impossibilità di perseguire l'obiettivo di una perenne economia di guerra che si conciliasse con un livello di vita della popolazione paragonabile a quello dei paesi occidentali. Donativi e sovvenzioni finanziarie (risorse provenienti dagli Usa, dalle riparazioni pagate ad Israele dalla Germania Occidentale, e dalle contribuzioni delle comunità ebraiche), seppure consistenti, non permettevano di sostenere la bilancia dei pagamenti ed affrontare il crescente deficit dei conti dello stato. Per contenere gli effetti di una situazione divenuta critica, con il tasso d'inflazione a tre cifre e la disoccupazione vicina al 10%, si decise da un lato di far ricorso alla negoziazione di prestiti, dall'altro di chiedere agli Stati Uniti l'incremento della quantità e della qualità degli aiuti finanziari; non a caso, proprio a partire dal 1973, Israele ottenne da Washington i primi 50 milioni di dollari in sovvenzioni destinate ai programmi di insediamento degli immigrati (Jewish Refugees Resettlement Grant). La maggior parte delle risorse ottenute venne dirottata verso le IDF e l'industria bellica: tenendo conto di tutte le forme di assistenza elargite dagli Usa dal 1971 al 2002, circa due terzi degli impieghi sono finiti in attività, beni e servizi di tipo militare12.

Tabella 4

Aiuti Usa ad Israele 1949-2002





Fonte: U.S. Congressional Research Service





milioni di US$ correnti






Anni

Sovvenzioni

Sovvenzioni

Sovvenzioni

Altre

Totale

 

programmi militari

a sostegno economia

insediamento coloni

sovvenzioni

 

 


 

 

 

 

1949-1996

29.015

23.122

869

15.025

68.031

1997

1.800

1.200

80

52,1

3.132

1998

1.800

1.200

80

n.d.

3.080

1999

1.860

1.080

70

n.d.

3.010

2000

3120*

949

60

n.d.

4.129

2001

1.976

838

60

n.d.

2.874

2002 (stima)

2.040

720

60

28

2.848

1949-2002

38.491

29.109

1279

15.105

87.104

*1.920 sovvenzioni militari; 1.200 accordi Wye






Inoltre non è possibile stabilire con certezza se una parte dei finanziamenti accordati per il sostegno all'economia civile (Economic Support Fund - ESF1) siano stati 'dirottati' verso progetti di natura militare. Israele, infatti, a differenza degli altri paesi beneficiari dell'aiuto economico Usa, riceve tutti gli ESF sotto forma di cash transfer, ossia di trasferimento diretto di risorse finanziarie da governo a governo, senza che Tel-Aviv sia tenuta a rendere conto dell'impiego dei fondi, o debba presentare anticipatamente progetti d'investimento. Questo status particolare garantito a Israele fa sì che, come sottolinea in un recente studio l'United States Congressional Research Office (USCRS), non esista alcuna possibilità, da parte del Congresso Usa e persino dell'Amministrazione in carica, di controllare come Israele impieghi le sovvenzioni ricevute2. Questa constatazione vale anche per i finanziamenti concessi ai programmi d'insediamento degli immigrati che, secondo quanto stabilito da Washington, non potrebbero essere impiegati per la realizzazione di colonie nei territori palestinesi occupati. Se un simile utilizzo dei fondi Usa si fosse verificato, come si sostiene da più parti, ciò comporterebbe la decadenza di Israele dallo status di beneficiario di tali aiuti. Il governo di Tel-Aviv ha sempre respinto le accuse rivoltegli in tal senso, tuttavia non esistono strumenti di verifica per appurare la buona fede di simili dichiarazioni. Nonostante i dirigenti israeliani abbiano più volte dichiarato, a partire dal 1996, l'intenzione di diminuire sino ad eliminare del tutto la dipendenza dell'economia civile israeliana dal sostegno statunitense, mantenendo e incrementando invece l'aiuto in campo militare, ancora oggi l'USCRS ricorda come l'intero sistema economico di Israele non sia autosufficiente e necessiti di aiuti e crediti dall'estero per mantenersi in vita3. Israele è oggi il maggior beneficiario degli aiuti statunitensi che annualmente vengono destinati all'estero: nel corso del 2000 Tel-Aviv ha ricevuto complessivamente 4,13 miliardi di dollari, l'Egitto 2,08, la Colombia 1,36, i paesi africani 1,34, l'Autorità Nazionale Palestinese 512 milioni di dollari, la Giordania 428 milioni di dollari. Nei primi mesi del 2002 l'amministrazione Bush ha presentato la richiesta di aumentare i fondi destinati ai programmi militari israeliani portandoli a 2,1 miliardi di dollari, mentre gli aiuti economici dovrebbero scendere di 120 milioni di dollari rispetto al 2002, assestandosi sui 600 milioni di dollari, e gli stanziamenti dedicati ai programmi di insediamento degli immigrati in Israele resterebbero invariati (60 milioni di dolari); è stata inoltre proposta una nuova attribuzione di 28 milioni di dollari sotto forma di fondi per la lotta al terrorismo4. In tal modo l'amministrazione Usa acconsente alla richiesta, più volte avanzata dal governo d'Israele5, concernente una diversa allocazione delle risorse elargite, tale da azzerare progressivamente gli aiuti economici a tutto vantaggio dei finanziamenti ai programmi militari. Un trattamento di ampio favore L'analisi delle modalità con le quali vengono stanziate le diverse forme di sostegno statunitense all'apparato militare di Tel-Aviv permette di delineare un quadro di massima relativo alla natura speciale delle relazioni di Washington con Israele ed alla sua importanza per l'evoluzione dei conflitti nel Vicino Oriente. Tel-Aviv ha ricevuto, a partire dagli anni Settanta, un trattamento di favore che non è stato accordato a nessuno dei paesi che usufruiscono degli aiuti Usa6. Sino al conflitto del 1973 la macchina bellica di Tel-Aviv aveva beneficiato unicamente di prestiti statunitensi; dal 1974 in poi questi ultimi sono stati via via sostituiti da sovvenzioni (grants) e, dal 1985, tale forma di aiuto è divenuta l'unica: in generale, su di un totale 84 miliardi di dollari di aiuti finanziari concessi a vario titolo dal 1949 al 2000 dagli Usa a Israele, solo 15 sono stati elargiti sotto forma di prestiti; a partire dal 1974, inoltre, quelli ottenuti per programmi militari hanno usufruito della classificazione di Loans with Repayment Waiwed, ovvero prestiti che si sono trasformati di fatto in sovvenzioni mediante una 'sospensione' del rimborso ed una successiva cancellazione del debito. Nel frattempo, a partire dai primi anni Ottanta, la politica adottata dagli Usa in materia di trasferimenti di armi all'estero aveva imboccato una nuova strada: queste esportazioni non erano più considerate alla stregua di mezzi di natura eccezionale per perseguire gli scopi della politica estera Usa, bensì un elemento fondante di quest'ultima e dell'atteggiamento statunitense in materia di difesa a livello globale7. Contemporaneamente l'esecutivo e gli stessi vertici militari statunitensi iniziarono ad impegnarsi massicciamente nella promozione delle vendite all'estero di sistemi d'arma fabbricati da aziende Usa, sostenendo la strategia del buy american, ovvero del rientro nel ciclo dell'economia militare-industriale statunitense - sotto forma di acquisti d'armi - di gran parte delle sovvenzioni (in generale aumentate a partire dal 1982) concesse agli stati esteri. La crisi di saturazione del mercato mondiale degli armamenti, la fine della Guerra Fredda, la diminuzione delle spese militari nei paesi industrializzati ed in molte aree del Terzo Mondo, la crescita esponenziale dei costi di ricerca e sviluppo per i nuovi sistemi d'arma, fecero sì che insorgessero notevoli problemi finanziari per molte grandi aziende del comparto bellico negli Usa; vicissitudini alle quali si cercò di porre rimedio attraverso una aggressiva politica commerciale e industriale sui mercati internazionali basata non solo sulle esportazioni ma anche sulla ricerca di accordi di coproduzione all'estero e sulla cessione di licenze di produzione a industrie straniere. Sorgevano tuttavia nuovi problemi politici: la Guerra del Golfo del 1991 aveva dimostrato come l'espansione delle esportazioni governata dai soli criteri commerciali fosse foriera di rischi notevoli: infatti, i sistemi d'arma più sofisticati prodotti negli Usa e le stesse tecnologie produttive cedute a paesi terzi avrebbero potuto armare la mano dei nemici futuri, come era avvenuto per l'Iraq e l'Iran. Se da un lato per conseguire vantaggi commerciali e finanziari la strada dell'internazionalizzazione della produzione di sistemi d'arma appariva irrinunciabile, dall'altro era necessario esercitare uno stretto controllo sulla 'fedeltà' politica del paese beneficiario dei trasferimenti di tecnologia militare, giacché la supremazia in questo settore era ed è considerata un elemento fondamentale per il mantenimento di una posizione egemonica: Israele sembrava offrire più di una garanzia al riguardo. Nel periodo 1974-2001 Israele ha ricevuto circa 40 miliardi di dollari in waiwed loans che hanno finanziato l'acquisto di armamenti fabbricati negli Usa anche l'Egitto, a partire dagli anni Ottanta, ha avuto accesso a tale forma di aiuto finanziario. In aggiunta alle sovvenzioni dirette (grants e waiwed loans), Israele gode di favorevoli clausole d'impiego delle risorse del tutto particolari rispetto a quanto accade per gli altri paesi. Innanzitutto il governo di Tel-Aviv riceve tutti gli aiuti finanziari statunitensi entro i primi trenta giorni dell'anno fiscale, mentre gli altri governi li ottengono in tre o quattro rate. Tale agevolazione consente allo stato israeliano di investire i fondi ricevuti nel debito pubblico Usa acquistando titoli del Tesoro statunitense e percependo i relativi interessi; solo a partire dal bilancio Usa per l'anno fiscale 2000 Israele ha avuto accesso agli stanziamenti in due rate, la prima, ricevuta entro un mese, è rimasta comunque molto più cospicua (71,4% del totale) rispetto alla seconda8. Di norma, in ossequio alla nuova concezione commerciale degli aiuti militari Usa, lo stato straniero è tenuto a impiegare tutte le risorse ricevute nell'acquisto di mezzi e servizi militari forniti da aziende statunitensi; in deroga a questa disposizione, al governo israeliano è consentito di utilizzare il 27% delle somme in acquisti effettuati da produttori nazionali. In seguito alla cancellazione del programma per la realizzazione del caccia d'attacco al suolo Lavi prodotto in Israele, avvenuta nel 1987 in quanto 'troppo oneroso' dopo che tra il 1980 ed il 1986 Washington aveva sborsato 1,3 miliardi di dollari per la ricerca e sviluppo su di un totale di 1,5 miliardi, gli ingenti stanziamenti statunitensi per il progetto sono stati trasformati in una sovvenzione di 450 milioni di dollari da spendere interamente in Israele per coprire i costi associati alla fine del programma. In realtà si trattò di una contribuzione stanziata a favore della Israel Aircraft Industry (IAI), che aveva perso contratti di grande importanza ed era ricorsa al licenziamento di 3.300 addetti al progetto Lavi9. Del resto se Israele avesse realizzato le proprie ambizioni di autosufficienza nel settore degli aerei d'attacco di ultima generazione, le grandi corporations statunitensi (Lockheed Martin, Boeing e General Dynamics) avrebbero visto sfumare la possibilità di concludere nuovi contratti in un mercato d'esportazione importantissimo per velivoli quali F-16 e F-15; non a caso un anno dopo la cancellazione del programma Lavi - un velivolo concepito come evoluzione dell'F-16 -, nel 1988, Israele ordinò ben 60 F-1610. Il metodo del tutto peculiare di consentire che i finanziamenti per programmi militari possano essere spesi in Israele si è trasformato in una forma di sostegno sicuro e irrinunciabile per l'industria degli armamenti locale che gode così di una fonte di fatturato che consente di risolvere alcuni problemi di finanziamento dei nuovi programmi di ricerca e sviluppo. Recentemente è stata avanzata, da parte israeliana, la proposta di destinare la maggior parte dell'incremento richiesto negli aiuti per programmi militari (600 milioni di dollari annui che andrebbero a 'rimpiazzare' 1,2 miliardi di dollari in ESF non più elargiti) in acquisti in Israele per un ammontare di 475 milioni di dollari l'anno11. Tra i vantaggi accordati a Israele va segnalato anche lo staziamento di fondi per la ricerca e sviluppo di sistemi d'arma come il carro armato di produzione nazionale Merkava - oggi impiegato nelle operazioni in corso nei territori palestinesi -, ed il sistema antimissile terra-aria Arrow, schierato per la prima volta dalle IDF nel marzo del 2000, la cui fase di progettazione e messa a punto, avviatasi nel 1988, ha ricevuto sovvenzioni statunitensi per più di 628 milioni di dollari per il lanciatore e vettore e 192 per i programmi correlati Boost Phase Intercept e Tactical High Energy Laser (THEL), mentre nel 1996 e 1998 sono stati annunciate ulteriori contribuzioni per 245 milioni di dollari. Tra le sovvenzioni straordinarie stanziate dagli Usa a favore delle IDF vanno ricordate quelle richieste ed ottenute dai dirigenti israeliani a corredo degli accordi siglati il 23 ottobre 1998 a Wye Plantation. In cambio di un maggiore impegno delle autorità palestinesi nel condurre, in collaborazione con la CIA, la repressione delle attività terroristiche e l'isolamento delle formazioni politiche palestinesi ritenute estremiste, Israele si impegnava a ritirare le proprie truppe da una parte della Cisgiordania occupata (13% del territorio) nel giro di tre mesi. Il governo di Tel-Aviv chiese immediatamente a Washington sovvenzioni per un valore complessivo pari a 1,2 miliardi di dollari adducendo come motivazione ufficiale il finanziamento delle operazioni militari e l'acquisto di nuovi sistemi d'arma necessari per far fronte alle nuove esigenze di 'copertura difensiva', 'lotta al terrorismo' e capacità di controllo del territorio conseguenti al ritiro e ridispiegamento delle IDF (Tabella 5). Gli aiuti sono giunti a Tel-Aviv nonostante le forze armate israeliane non abbiano ancora completato il ritiro dai territori occupati; anzi, con le operazioni in corso dal 2001 tutta la Cisgiordania e la striscia di Gaza sono stae rioccupate 'in modo flessibile' mediante la strategia della disarticolazione sistematica delle unità territoriali assegnate ai palestinesi. Il sistema definibile con l'espressione paradossale di 'pace in cambio di nuove armi' è divenuto ormai parte fondamentale di qualsiasi negoziato: quando, nei primi mesi del 2000, si stava trattando un eventuale accordo con la Siria, le autorità di Tel-Aviv chiesero agli Stati Uniti un finanziamento compensativo da impiegarsi nell'acquisizione di sistemi per la guerra elettronica, missili da crociera, sistemi avanzati di sorveglianza del territorio, bombe 'intelligenti', ecc. per il colossale importo di 17 miliardi di dollari12; se accettata, tale richiesta avrebbe certamente provocato una corsa agli armamenti da parte della Siria e degli altri paesi arabi dell'area, il processo di 'pace' avrebbe per l'ennesima volta appoggiato le proprie fondamenta su un terreno reso enormemente instabile da un riarmo generale.

Tabella 5

Aiuti supplementari per il ritiro dai territori occupati (accordi di Wye)

Fonte: U.S. State Department 1999


milioni di US$ correnti



Programmi

    1. Azioni

    1. Ammontare

 

 

sovvenzioni

Riposizionamento

Trasferimento aree d'addestramento

90

IDF

Trasferimento una divisione corazzata

95

 

Trasferimento area addestramento di una brigata

15

Antiterrorismo

Acquisto piccoli aerei per controllo territorio

50

 

Acquisto sistemi per l'identificazione degli esplosivi

85

 

Acquisto veicoli trasporto truppe

40

Difesa strategica

Difesa missilistica di teatro (Ricerca e Sviluppo)

100

 

Acquisto squadrone elicotteri AH64

360

 

Acquisto aereo per guerra elettronica

165

 

Miglioramento della prontezza operativa

200


La connection americana Le sovvenzioni per programmi militari (FMF) si trasformano in acquisti di armi, servizi e infrastrutture seguendo due 'canali' istituzionali: il programma denominato Foreign Military Sales (FMS) e le Direct Commercial Sales (DCS). Il primo permette la conclusione di contratti di esportazione di armamenti prodotti negli Stati Uniti, nuovi ed usati, pezzi di ricambio e relative prestazioni di servizi mediante trattative dirette tra il governo di Washington ed i governi dei paesi acquirenti1. Secondo quanto stabilito dall'Arms Export Control Act, il programma FMS può essere utilizzato solo per richieste di mezzi a scopo difensivo e di sicurezza interna, mentre è vietato il trasferimento dei sistemi acquistati negli Usa a paesi terzi senza l'approvazione preventiva del Dipartimento di Stato e del Pentagono. Per quanto riguarda la prima condizione, le autorità statunitensi hanno già segnalato in passato (1978, 1979, 1981) violazioni da parte di Israele, responsabile di aver utilizzato i sistemi d'arma acquistati negli Usa con il programma FMS per scopi non difensivi. Alla denuncia non sono però mai seguiti provvedimenti concreti, ad eccezione della sospensione delle forniture di bombe a grappolo dopo che le forze armate israeliane le avevano massicciamente impiegate nel corso dell'invasione del Libano nel 19822, operazione che secondo l'Amministrazione Reagan avrebbe violato le clausole inserite nell trattato di reciproca assistenza del 1952; nonostante tale affermazione nessuna misura di sospensione del sostegno militare venne adottata3. L'impiego di armi cedute dagli Usa (caccia F-16, bombe a guida laser, missili aria-terra AGM-114 Hellfire e AGM-65 Maverick, elicotteri d'attacco AH 64 Apache, ecc.) in operazioni d'aggressione ed in attacchi indiscriminati contro le popolazioni civili è stato più volte denunciato da Human Rights Watch nel corso degli attacchi delle forze armate israeliane nel Libano meridionale effettuati nel 1996 e nel 1999-2000. Nel febbraio del 2001, di fronte alla clamorosa evidenza dei fatti, il governo statunitense ha avviato un'inchesta per appurare se le IDF abbiano impiegato equipaggiamenti militari acquisiti con il programma FMS, inclusi gli elicotteri Apache AH64, per assassinare alcuni dirigenti palestinesi. Nelle settimane seguenti anche alcuni membri del Congersso Usa avrebbero avviato indagini per verificare se Israele abbia utilizzato gli stessi elicotteri AH64 e Cobra e i caccia bombardieri F-16 per attaccare le installazioni civili dell'Autorità Nazionale Palestinese4. Non si conoscono ancora i risulati di tali investigazioni, visti i precedenti non è fuori luogo ipotizzare che si tratti di operazioni di facciata che finiranno per legittimare l'assoluta discrezionalità da sempre applicata - funzionale agli interessi del complesso militare-industriale Usa ed alle esigenze belliche israeliane - nello stabilire il discrimine tra impiego difensivo ed offensivo dei mezzi militari. Anche per quel che concerne il divieto di esportazioni non autorizzate dagli Usa a paesi terzi, Israele ha potuto condurre una politica estremamente spregiudicata, spesso contrastante con gli stessi interessi di Washington; questo particolare aspetto delle relazioni militari-industriali tra i due paesi verrà affrontanto in seguito. Le DCS sono esportazioni di sistemi d'arma la cui negoziazione avviene direttamente tra l'industria produttrice ed il paese acquirente e viene formalmente approvata dal Dipartimento di Stato tramite il rilascio di una licenza. A partire dal 1983 il valore complessivo di questo tipo di trasferimenti è sensibilmente aumentato5: sostanzialmente svincolate dal controllo effettivo del governo Usa, capaci di garantire alle aziende esportatrici margini di profitto maggiori rispetto alle FMS e accordi di compensazione industriale e commerciale (offsets) vantaggiosi agli acquirenti, le DCS hanno rappresentato per Israele un sistema sicuro per poter accedere all'arsenale Usa senza scomode intermediazioni o supervisioni da parte delle autorità statunitensi. A partire dal 1996 - anno in cui le DCS vengono segnalate dalle fonti ufficiali Usa - il valore degli armamenti acquistati da Tel-Aviv tramite accordi diretti con le aziende produttrici statunitensi è stato mediamente superiore a quello dei contratti ricompresi nel programma FMS (cfr. Tabella 6). La situazione è diversa per quanto concerne le esportazioni effettivamente svolte (cfr. Grafico 7), ma occorre tenere presente che i dati relativi alle DCS, soprattutto quelli concernenti le operazioni effettuate, sono scarsamente attendibili in quanto incompleti e non soggetti a revisioni puntuali6 .

Tabella 6

Esportazioni di armi Usa a Israele autorizzate e accordi 1990-2000

Fonte: elab. dati Governo Usa




milioni di US$ correnti





Anni

DCS

FMS

FMS

Totale

 

 

Equipaggiamenti

Infrastrutture

 

 

 

 

 

 

1990

n.d.

375,6

0

375,6

1991

n.d.

353,3

0

353,3

1992

n.d.

96,7

0

96,7

1993

n.d.

161,6

0

161,6

1994

n.d.

2.156,0

0

2.156,0

1995

n.d.

634,0

0

634,0

1996

916,4

831,3

0

1747,7

1997

1.175,1

512,2

0

1.687,3

1998

1.004,1

657,5

0

1.661,6

1999

1.158,0

2.466,4

0

3.624,4

2000

1.797,6

907,4

205

2.910,0

Totale (1990-2000)

6.051,2

9.152,0

205

15.408,2


Il programma FMS rappresenta di fatto un sistema collaudato per incrementare il portafoglio ordini e le esportazioni delle grandi aziende militari-industriali statunitensi. Esso viene gestito con fondi pubblici dal governo di Washington, acquirente diretto dei sistemi d'arma dalle aziende produttrici e successivamente rivenditore ai paesi terzi. Gli stati che sono ammessi alle FMS, soprattutto quelli che rivestono un ruolo importante nell'ambito dell'impostazione generale della politica estera statunitense, pagheranno le forniture utilizzando le sovvenzioni ricevute; dal punto di vista del marketing tali trasferimenti potranno inoltre essere seguiti da importazioni di nuovi sistemi d'arma, attrezzature e servizi e da ordinativi da parte di altri paesi nella regione.
Quanto sta avvenendo nel caso del nuovo aereo d'attacco multiruolo Joint Strike Fighter (JSF) è significativo al riguardo. Israele, al pari della Turchia e Singapore, nell'ambito del programma FMS3 potrà acquisire in più anni il nuovo aereo d'attacco multiruolo (si stima in 40 milioni di dollari il costo finale per ogni unità prodotta), che rimpiazzerà nel 2008 gli F-16 e gli F-184. Sia Tel-Aviv che Ankara potranno beneficiare, come già accade, della formula cash flow financing (di cui gode anche l'Egitto) secondo la quale saranno tenuti a corrispondere l'ammontare dovuto di anno in anno, e non in un'unica soluzione corrispondete al valore complessivo dell'intero programma d'acquisizione poliennale. Non si tratta dell'unico trattamento vantaggioso del quale beneficia Israele nell'ambito del programma FMS: mentre gli altri stati devono negoziare con il Pentagono i loro acquisti, e quindi sottoporli alla supervisione del governo Usa, le autorità di Tel-Aviv contrattano direttamente con le aziende nel 99% dei casi e non sono tenute a rispettare il tetto di 100.000 dollari per ogni ordinativo, limite che farebbe scattare il controllo da parte degli uffici dell'amministrazione Usa. Inoltre Israele ha attivato una sorta di 'consolato' speciale a New York che si occupa delle importazioni di armi dagli Stati Uniti pagando direttamente le aziende produttrici, per poi ricever il rimborso delle somme dal Tesoro statunitense. In sostanza, la politica di approvvigionamenti di Tel-Aviv non deve sottostare ad alcuna forma puntuale di controllo, né dal punto di vista politico, né da quello economico-finanziario5. In teoria, i paesi che usufruiscono del programma FMS non potrebbero impiegare i finanziamenti ricevuti in quest'ambito per concludere forniture che prevedano accordi di compensazione commerciale (offsets)6. Questi ultimi sono contratti coi quali le aziende che esportano concedono all'importatore la possibilità di ridurre l'esborso necessario per acquisire i sistemi d'arma mediante diverse forme di scambio: ad esempio, l'esportatore si impegna ad acquistare beni e/o servizi militari o civili prodotti dall'importatore per un valore corrispondente ad una percentuale pattuita7 dell'ammontare complessivo della transazione relativa agli armamenti8, oppure la società che vende accetta di investire nel paese acquirente creando o espandendo le attività di una società sussidiaria o accettando di partecipare a joint-venture. Vi sono poi aspetti degli offsets direttamente collegati al processo di internazionalizzazione della produzione di armamenti, tra questi i principali sono: gli accordi di coproduzione siglati tra governi, che consentono all'importatore di acquisire conoscenze e capacità tecniche necessarie per costruire parti o interi sistemi d'arma; le licenze di produzione di armamenti direttamente accordate dalle aziende esportatrici al paese importatore quale forma di compensazione commerciale sovente anche allo scopo di sconfiggere, con offerte allettanti, l'agguerrita concorrenza; la concessione alle industrie del paese acquirente di contratti di subfornitura, che non comportano tuttavia la cessione di conoscenze tecnologiche o licenze di produzione; il trasferimento al paese acquirente di know-how e capacità organizzative nel settore della ricerca e sviluppo dei nuovi sistemi d'arma; la concessione all'importatore dello status di agente commerciale per una determinata area del sistema d'arma acquisito o di altri, accordo che solitamente si associa al trasferimento di attitudini industriali nel settore della manutenzione, aggiornamento e ammodernamento degli armamenti (upgrading). La maggior parte di queste forme di compensazione sono state praticate dalle grandi corporation statunitensi del settore militare negli accordi relativi al trasferimento di armi ad Israele9, nonostante tali transazioni, essendo inserite tra gli FMS, non avrebbero dovuto - secondo le direttive del Pentagono - prevedere offsets. Una spiegazione per simili comportamenti che generano costi notevoli per il contribuente e per il sistema produttivo statunitense, risiede nel fatto che Tel-Aviv è il maggior cliente al mondo per l'industria bellica Usa e quindi sulle sue commesse si scatena una battaglia senza esclusione di colpi. Il ciclo che si attiva è così sintetizzabile: il Congresso Usa approva gli ingenti stanziamenti, che immediatamente si trasformano in un potenziale 'portafoglio' ordini importantissimo dal punto di vista finanziario e industriale; a questo punto si scatena la lotta per appropriarsi delle fette più grandi della torta e soprattutto per battere sul tempo la concorrenza escludendola dalla competizione. Uno dei sistemi migliori per mettere fuori gioco gli avversari è rappresentato proprio dall'offrire o accettare gli offsets più convenienti per l'acquirente10. Grazie a questi intrecci, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta le relazioni militari-industriali tra le aziende statunitensi e quelle israeliane hanno assunto per certi aspetti la connotazione della simbiosi. Le compagnie Usa hanno avviato numerosi progetti di ricerca, sviluppo e produzione con le industrie belliche d'Israele o hanno affidato a queste ultime, in qualità di subappaltatori, importanti quote di produzione. Tali relazioni hanno ovviamente generato un flusso di esportazioni di sistemi fabbricati in Israele verso gli Stati Uniti. Alle aziende israeliane i responsabili politici statunitensi hanno concesso di partecipare alle gare d'appalto per le forniture destinate alle forze armate statunitensi in società con le corporations Usa godendo, assieme a Svezia ed Australia, di condizioni simili a quelle praticate nei confronti della produzione dei paesi della NATO; inoltre le industrie d'Israele possono prendere contatto diretto con i servizi logistici e di acquisizione degli armamenti delle forze di terra, della marina e dell'aviazione Usa11. I finanziamenti e gli offsets ottenuti hanno consentito alle principali società israeliane di partecipare al progetto delle 'Guerre stellari' (Strategic Defense Initiative) rivestendo un ruolo non secondario; inoltre, la collaborazione e l'acquisizione di quote di produzione hanno permesso di realizzare notevoli profitti, fatto che non è automaticamente coinciso con la creazione di nuovi posti di lavoro nell'industria militare-industriale in Israele. Direttamente collegato alle relazioni particolarmente estese tra i complessi militari-industriali israeliano e Usa è l'intreccio tra mondo politico e grandi corporations statunitensi produttrici d'armi, legami e condizionamenti che si rafforzano in occasione delle campagne elettorali. Le multinazionali degli armamenti finanziano massicciamente i comitati elettorali dei candidati al Congresso ed alla presidenza con il preciso intento di guadagnare una influenza decisiva sulle scelte politiche degli eletti. Nel corso della campagna elettorale del 2000 i contributi complessivi versati dalle società industriali sono giunti a 13,6 milioni di dollari, ai primi due posti nella graduatoria dei maggiori 'donatori' si trovano la Lockheed Martin (2,38 milioni di dollari) e la General Dynamics (1,2 milioni di dollari), gruppi industriali che figurano tra i primi cinque fabbricanti di sistemi d'arma negli Stati Uniti12. Per il governo e le industrie statunitensi la stretta collaborazione con il complesso militare-industriale israeliano ha rappresentato un vantaggio sotto diversi punti di vista. Molte tra le maggiori industrie a produzione militare degli Usa hanno aperto filiali in Israele, tra queste figurano colossi quali la Lockheed Martin13 e la Allied Signal Aerospace14. Sono presenti in Israele società di rappresentanza di ben 82 aziende statunitensi attive nel settore militare-industriale tra le quali figurano nomi di spicco quali Raytheon, Litton, Honeywell e Textron15. Tale massiccia presenza non si spiega solo in base ai rapporti industriali e commerciali tra le imprese statunitensi e quelle israeliane, infatti l'apertura di una società di rappresentanza o di una filiale in Israele consente di beneficiare di un regime fiscale favorevole e del segreto bancario garantiti dalla presenza di centri finanziari offshore. A partire dalla fine degli anni Ottanta, con la liberalizzazione dei flussi finanziari a livello mondiale e con il processo di diversificazione in attività civili della produzione militare, le aziende del settore godono di una enorme libertà di movimento in campo finanziario e valutario, l'esistenza di paradisi fiscali e bancari diventa indispensabile per costituire 'riserve' di capitali, adeguatamente protette da ogni sorta di controllo16. Nel 2000 e 2001 l'annuale rapporto del Financial Aid Task Force (FATF) - un organismo intergovernativo sorto nel 1989 per combattere il riciclaggio del denaro sporco mediante lo sviluppo e la promozione di misure legislative a livello nazionale ed internazionale - segnalava la presenza di Israele nella 'lista nera' degli stati che non avevano adottato misure efficaci contro la trasformazione in investimenti leciti dei flussi finanziari illeciti. Questi ultimi sono in larga parte generati da attività della criminalità organizzata, di funzionari corrotti e dal vasto mondo dell'evasione fiscale, dell'accantonamento di fondi neri, della gestione di operazioni finanziarie 'coperte' e della corresponsione di provvigioni e tangenti17. La produzione ed il commercio degli armamenti costituiscono una sorta di terreno d'elezione per questo tipo di illegalità, in Israele si possono riscontrare tre condizioni favorevoli al riguardo: la presenza di un mercato assai ricco ed importante per il settore, la collocazione in una regione che importa grandi quantitativi di sistemi d'arma e l'esistenza di norme che rendono il segreto bancario impenetrabile18. Dal punto di vista industriale i vantaggi maggiori per il sistema produttivo militare statunitense sono legati all'abilità delle aziende d'Israele di aggiornare velocemente ed a costi contenuti, mediante integrazioni di sub-sistemi in larga parte elettronici e optoelettronici, le piattaforme armate tecnologicamente superate rendendole pronte all'impiego nei teatri operativi più difficili e verificando nella pratica conduzione delle operazioni delle IDF l'efficacia delle modifiche apportate19. Quest'ultima possibilità ha fatto sì che le forze armate israeliane abbiano ricevuto per prime sistemi d'arma estremamente sofisticati prodotti negli Usa, come nel caso dell'elicottero d'attacco controcarri AH64 Apache fabbricato dalla McDonnell Douglas e acquisito in leasing dalle IDF alla metà degli anni Ottanta20 Il quadro di riferimento politico di questa connection tra i complessi militari-industriali di Stati Uniti e Israele è costituito da accordi (Memoranda of Agreement e Memoranda of Understanding) siglati tra le rispettive autorità governative a partire dal 1979, quando furono concessi notevoli vantaggi a Tel-Aviv come compensazione per aver siglato l'accordo di pace con l'Egitto. Dimmi che armi usi e ti dirò che guerra combatti Prima di passare all'esame della tipologia di armamenti, infrastrutture e servizi forniti dagli Usa ad Israele negli anni a partire dal 1999 occorre ricordare, per una maggiore completezza del quadro generale, che il governo di Tel-Aviv dal 1990 sino al 1995 ha ricevuto sistemi d'arma già schierati dalle forze armate Usa in Europa e da queste smobilitati in seguito agli accordi del 1990 per la riduzione degli armamenti convenzionali presenti sul continente europeo (CFE) ed alla fine della Guerra Fredda. Il valore complessivo dei mezzi trasferiti gratuitamente a Israele21 è giunto a 717,7 milioni di dollari, cifra che ha collocato Tel-Aviv al terzo posto - dopo Grecia e Turchia - nella graduatoria dei paesi che hanno ricevuto gratuitamente la maggior quantità di armi statunitensi dismesse dall'Europa. Questi flussi gratuiti di mezzi bellici hanno alimentato rivalità e corse agli armamenti in diverse regioni del mondo, nel Vicino Oriente tale dinamica si è manifestata anche nel caso di Israele ed Egitto, quest'ultimo 'beneficiato' con trasferimenti per un valore complessivo di 380,5 milioni di dollari: le armi della Guerra Fredda in Europa, invece di essere smantellate e distrutte, sono andate ad alimentare altri conflitti e tensioni seguendo spesso le direttrici del trasferimento di produzioni armiere da parte delle corporations statunitensi22. Nell'ambito del programma EDA Israele ha ricevuto, tra l'altro, 48 elicotteri d'attacco (AH 64 Apache, AH-1 Cobra, UH-60), 485 veicoli corazzati per il trasporto truppe, 78 cacciabombardieri (F-4, F-15, F-16, A-4), 64.744 fucili mitragliatori M-16 e 2.469 lancia granate. In Egitto sono giunti 1.040 carri armati, 498 veicoli trasporto truppa corazzati, 5.000 lancia granate e 10.000 fucili mitragliatori M-1623. Come si è già scritto, gli stati maggiori isrealiani ritengono che l'attuale conflitto rappresenti il banco di prova per l'impiego di sistemi d'arma progettati e costruiti nell'ottica di uno scontro convenzionale con apparati militari paragonabili alle IDF in uno scenario 'asimmetrico'. Quest'ultimo è caratterizzato dalla presenza di un nemico - le organizzazioni terroristiche - che non impiega gli stessi mezzi e le stesse impostazioni operative di un esercito regolare, comportandosi quindi in maniera 'non proporzionata' e prevedibile rispetto alla organizzazione ed all'azione sul campo delle IDF. Sin dai primi giorni della campagna militare in corso, i vertici politici e militari israeliani hanno dichiarato che gli obiettivi da perseguire sul campo erano due: la distruzione dei vertici delle organizzazioni terroristiche e, contemporaneamente, la disarticolazione delle 'infrastrutture' sulle quali possono contare queste ultime. Se nel primo caso gli intendimenti si sono concretati in una serie di assassinii politici o, se si preferisce, di esecuzioni extragiudiziali, nel secondo - considerato che per definizione i membri delle organizzazioni terroristiche vivono ed operano mescolati alla popolazione civile - le infrastrutture colpite sono state di fatto quelle che consentono la sopravvivenza di intere comunità. Del resto i fatti stanno dimostrando che l'occupazione dei territori palestinesi non ha fermato le attività dei gruppi terroristi; molti ritengono l'impiego dei sistemi d'arma e degli apparati militari concepiti per essere schierati contro avversari ' tradizionali', ossia forze armate di stati-nazione nemici, assolutamente inefficace per affrontare le reti terroristiche; questo limite sarebbe evidente anche in presenza di dottrine d'impiego 'innovative', che tentano di conciliare operazioni più consone alla mentalità ed all'addestramento di forze speciali di polizia con la struttura operativa di un esercito24. Tali forti perplessità hanno fondate ragioni, ciononostante non si vedono cambiamenti di rotta significativi nella logica con la quale si stanno conducendo le operazioni in Palestina; per tale motivo acquista valore un'altra lettura di quanto sta avvenendo sul terreno: lungi dall'essere efficace contro il nemico dichiarato, la guerra in corso dispiega la sua forza distruttrice soprattutto contro la popolazione inerme, togliendo a quest'ultima qualsiasi possibilità di poter organizzare un sistema di vita e condizioni sociali minimamente accettabili, lasciando quali alternative o l'ingresso nel ciclo distruttivo del conflitto senza fine (kamikaze-rappresaglia), oppure l'esilio volontario. Sull'altro versante del fronte, la linea della soluzione militare del problema sospinge la popolazione israeliana nel baratro di un arroccamento e di una completa estraniazione rispetto al territorio ed alla popolazione circostanti; le barriere di questa fortezza però - per la stessa complessità delle relazioni sociali e per le esigenze di sopravvivenza dell'economia - non sono e non potranno mai essere a tenuta stagna. Le considerazioni sopra esposte possono essere sottoposte ad una verifica molto concreta: l'analisi della tipologia dei mezzi impiegati nelle operazioni militari. A partire dal 1999 è stato adottato un programma decennale di ammodernamento delle IDF, denominato ERA, volto ad incrementare le capacità di intervento aereo in profondità nel territorio nemico mediante l'acquisizione di cacciabombardieri con maggiore raggio d'azione rispetto ai mezzi in dotazione; contemporaneamente si è pianificata l'acquisizione di sistemi radar installati su aerei per l'allarme aereo precoce (AEW) ed il controllo del territorio e di elicotteri d'attacco25. Complessivamente il piano appare ispirato ad una logica offensiva, ispirata alla nuova dottrina elaborata proprio nel 1999, nella quale gli attacchi improvvisi e 'preventivi', tipici del modus operandi delle IDF, si associano ad un rinnovato impegno per realizzare un controllo pieno degli insediamenti, delle strade, delle linee di comunicazione, degli spostamenti delle popolazioni. Larga parte delle risorse impiegate nella ristrutturazione ed ammodernamento dei mezzi proviene dagli aiuti 'supplementari' accordati in seguito agli accordi di Wye, tuttavia Israele, prevedendo il notevole impegno di risorse per il completamento del programma, ha chiesto agli Usa di mettere a punto un nuovo memorandum of undestanding che definisca le relazioni strategiche tra i due paesi in campo militare-industriale sostituendo il precedente accordo risalente al 198826. Dal punto di vista dell'addestramento e della preparazione alla guerra la ristrutturazione in corso cerca di dare una risposta alle preoccupazioni più volte espresse dai vertici militari di Tel-Aviv, allarmati per la diffusione di una mentalità 'da caserma' poco propensa all'azione sul campo, dalla diminuzione delle spese militari, dallo scadimento nella qualità dell'addestramento e dalla minore prontezza operativa e capacità di mobilitazione. Secondo i dirigenti delle IDF, contribuiscono a peggiorare la situazione anche la minore capacità dell'industria nazionale di fornire sistemi sempre all'avanguardia secondo i criteri operativi, il diffondersi di nicchie di privilegio tra gli ufficiali, le indebite ingerenze del mondo politico, industriale e religioso nell'organizzazione militare, l'eccessiva 'sensibilità' nei confronti delle perdite umane subite ed i frequenti problemi morali che insorgono tra le truppe inviate nei territori palestinesi . Sul versante delle relazioni con gli Usa, i vertici militari israeliani alla fine del 1999 si dicevano preoccupati27 per l'incremento del costo reale dei sistemi d'arma venduti da Washington, per l'eventuale riduzione degli investimenti in programmi di collaborazione militare-industriale tra i due paesi e per le iniziative statunitensi in materia di trattati di non proliferazione nucleare, missilistica, chimica e biologica. Molte di queste perplessità sono svanite di fatto con linsediamento dell'amministrazione Bush. Per quanto concerne l'arsenale, se oggi si confrontano le dotazioni delle IDF con quelle delle forze armate dei paesi arabi che confinano con Israele - Egitto, Siria, Libano e Giordania - la superiorità qualitativa di Tel-Aviv appare evidente. Solo nel caso dei carri armati si può registrare un sostanziale equilibrio tra i due schieramenti grazie soprattutto alle forniture Usa all'Egitto; in linea con la concezione strategico-tattica delle IDF, volta a privilegiare la mobilità delle forze rispetto alla pura e semplice potenza di fuoco, la superiorità israeliana è schiacciante per quanto riguarda i veicoli corazzati per il trasporto delle truppe mentre i paesi arabi sono - se considerati tutti assieme28 - numericamente e qualitativamente leggermente superiori nelle artiglierie. Ma è nei cieli che il dominio qualitativo israeliano è indiscutibile, infatti le IDF possono contare su 383 caccia tecnologicamente avanzati (F-16 e F-15 nelle diverse versioni e F-4 2000), invece i paesi arabi sono dotati complessivamente di 262 velivoli che possono reggere il confronto con quelli israeliani, 76 dei quali di fabbricazione ex sovietica inferiori, quanto a prestazioni e dotazioni, rispetto ai caccia di progettazione statunitense. Considerazioni analoghe valgono per gli aerei da ricognizione, guerra elettronica, allarme precoce e intelligence, gli elicotteri d'attacco e da trasporto ed in generale per le capacità operative delle forze terrestri ed aeree29. In mancanza di uno scontro diretto con gli stati arabi un simile armamentario viene impiegato massicciamente contro la popolazione civile palestinese e forze dotate solo di armi leggere. Di fronte a questa evidente sproporzione, non bisogna dimenticare che una delle richieste più pressanti rivolte dai vertici militari d'Isreale al mondo politico del loro paese è quella di ripristinare un elevato grado di preparazione al combattimento nelle IDF, infatti la tipologia di operazioni condotte nel corso della prima Intifada e dell'occupazione del Libano meridionale è oggi ritenuta inefficace per assicurare l'addestramento alla guerra moderna30: occorreva quindi la sperimentazione di tattiche e strategie asimmetriche che mettessero nuovamente alla prova le capacità di mobilitazione, la mobilità e la prontezza dell'apparato militare. La maggior parte dei sistemi d'arma acquisiti da Israele dal 1999 al dicembre 2001, nel periodo in cui sono venute maturando tali scelte operative, sono stati forniti dagli Stati Uniti. Si possono distinguere tre diversi tipi di trasferimenti effettuati in due periodi. Nel primo, che va dai primi mesi del 1999 all'autunno del 2000, sono stati perfezionati quasi esclusivamente accordi per l'esportazione di grandi sistemi d'arma e loro dotazioni (aerei F-16 e F-15, elicotteri AH 64, missili aria-terra, motori aerei e per carri armati, bombe a guida laser, munizionamento, ecc); nel secondo, iniziato nell'autunno-inverno tra il 2000 ed il 2001 e coincidente con la 'militarizzazione' della risposta all'Intifada, accanto ai sistemi d'arma figurano mezzi di trasporto per i corazzati, attrezzature logistiche, materiali di consumo e sussitenza, apparati di telecomunicazione, tutti beni legati ad una continua presenza operativa e di presidio sul campo (materiali per la mimetizzazione, cucine da campo, equipaggiamenti radio-tv, contaniners, medicinali, generatori di energia, uniformi, tende, equipaggiamenti individuali, sistemi di refrigerazione e di condizionamento dell'aria e di trattamento delle acque). Da Washington è giunto un sostegno tempestivo ed in linea con le esigenze della nuova strategia delle IDF, molti di questi materiali sono stati ceduti nell'ambito del programma EDA31; in precedenza, nel periodo 1996-98, tra i sistemi e gli armamenti forniti dagli Usa a Israele figurano anche gas tossici da impiegarsi in operazioni anti-sommossa, 28 milioni e mezzo di proiettili, 12.768 fucili e 32 lanciagranate, dotazioni per un valore complessivo di 3, 5 milioni di dollari che hanno trovato impiego contro la popolazione civile palestinese.


http://www.analisidifesa.it/numero2/israele.htm 

ANALISI MONDO

 

ISRAELE CHIEDE AGLI USA ARMI IN CAMBIO DELLA PACE IN M.O.  

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Ai margini dei colloqui di pace tra Israele e Siria tenuti negli Stati Uniti sono emerse chiaramente le garanzie pretese da Tel Aviv per giungere ad un accordo definitivo che riporti la stabilità in Medio Oriente. I due punti fondamentali del negoziato, la sicurezza dello stato ebraico e la restituzione alla Siria dei territori occupati nel 1967, vertono entrambi sul nodo cruciale costituito dalle alture del Golan, colonizzate da 30.000 civili israeliani, che oltre ad un valore simbolico ed economico rappresentano anche un importante posizione strategica che consente di minacciare direttamente il cuore del territorio nemico.Superate le alture, le truppe israeliane si troverebbero a poche decine di chilometri da Damasco e, viceversa, quelle siriane potrebbero dilagare in Galilea. Questa situazione strategica, unita alla rapidità con la quale i moderni eserciti potrebbero percorrere distanze così brevi allarma soprattutto Israele, consapevole di dover rinunciare, in cambio della pace, a tutte le garanzie di sicurezza conquistate ad alto prezzo di sangue in ben quattro guerre con i vicini arabi. Per quanto possibile il premier Barak sembra però intenzionato a far pagare agli Stati Uniti parte dei costi necessari a proteggere Israele da futuri iniziative militari siriane e, senza troppo clamore, ha formalizzato la richiesta di missili da crociera, jet da combattimento, velivoli radar AWACS, stazioni di sorveglianza collegate ai sistemi satellitari statunitensi, elicotteri d’attacco Apache e radar per la scoperta aerea precoce in grado di individuare anche velivoli “stealth” che risultano invisibili ai normali radar.

Un pacchetto del valore di 15 miliardi di dollari al quale Tel Aviv aggiunge la pretesa di investire il denaro USA in prodotti “made in Israel” per potenziare l’industria bellica nazionale e consentire allo stato ebraico di far fronte contemporaneamente a due conflitti. Gli Stati Uniti sono da sempre impegnati nel fornire aiuti militari ad Israele per miliardi di dollari all’anno e nella guerra dello Yom Kippur, nel 1973, i jet della Marina degli Stati Uniti decollavano dalle portaerei nel Mediterraneo per atterrare in Israele, cambiare pilota e insegne di nazionalità e andare in combattimento con la stella di David dipinta sulla fusoliera.

Nonostante la lunga alleanza militare e la solidarietà tra i due paesi favorita anche dalla potente lobby ebraica statunitense, Washington appare oggi titubante di fronte alle richieste israeliane riguardanti materiali in grado di sopperire alla perdita del Golan garantendo ad Israele la possibilità di individuare attacchi nemici con un certo preavviso e di contrattaccare immediatamente con il lancio di precisi missili da crociera (gli stessi che hanno distrutto le basi irakene e serbe). La Siria del resto, pur non potendo competere con Israele in qualità degli equipaggiamenti e addestramento dei militari, dispone di un modernissimo arsenale missilistico, chimico e aereo dispiegato anche in Libano, potenziatosi ulteriormente dopo gli ultimi acquisti effettuati in Russia. I timori del Pentagono ad aderire alle richieste israeliane riguardano la segretezza che circonda le tecnologie impiegate nella

Tomahawk explosion

missilistica e nella radaristica (specie per quanto riguarda la capacità anti-stealth), che non sono state fornite neppure agli alleati della NATO, il rischio che i tecnici israeliani possano acquisire, copiandolo, il know-how sufficiente a riprodurre questi equipaggiamenti ad alta tecnologia rivendendoli poi ad altri paesi con le stesse esigenze strategiche senza dimenticare la possibilità che spie infiltrate in Israele possano rubare i più importanti segreti tecnologici statunitensi e fornirli a russi e cinesi. A Washington la Casa Bianca sembra pronta a concedere a Tel Aviv quanto richiesto pur di chiudere il ventennale processo di pace in Medio Oriente, nonostante la netta opposizione della maggioranza repubblicana del Congresso e degli analisti del Pentagono che temono di pagare l’ultimo successo diplomatico di Clinton compromettendo la superiorità strategica statunitense.

Gianandrea Gaiani


Altre informazioni di interesse sono nel lavoro di Allegra Lo Giudice:

IL COMMERCIO MONDIALE DELLE ARMI NEL 2003 (PDF)

realizzato per l’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo Piazza Cavour 17 - 00193 Roma - tel. 0636000343/4 fax 0636000345  

e-mail: archidis@pml.it  

www.archiviodisarmo.it  

www.disarmonline.it


 

 

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