FISICA/MENTE

Gli hegeliani in forza al Pentagono

 (da il manifesto 18 marzo 2004)

Gli esiti tragici dell'invasione dell'Iraq sono solo una tappa di una mobilitazione totale di media, apparato militare per sconfiggere i tanti nemici degli Stati uniti. Un'analisi del nuovo documento dell'amministrazione statunitense sull'andamente della

ENZO MODUGNO

(Articolo scritto con il pensiero rivolto ad Antonio Pagliarone)


Se per militarismo si intende la crescita abnorme di un apparato bellico che oltrepassa gli scopi propriamente militari, ciò che emerge dalla Quadriennial Defense Review 2006 (Qdr), ultimo documento del Pentagono, ne è un esempio ragguardevole. Il testo, che si può «scaricare» da Internet all'indirizzo www.comw.org/qdr2006.pdf, traccia, come di consueto ogni quattro anni, le linee della sicurezza strategica degli Stati uniti (ne ha già scritto su questo giornale Angela Pascucci il 7/2/2006). Questo documento, che avrebbe dovuto indicare la strategia per una rapida vittoria, avverte invece che «siamo solo al quinto anno della Guerra Globale al Terrore e la vittoria non arriverà prima di vent'anni». Incapacità dei generali, disfattismo, intelligenza col nemico? Appare inspiegabile infatti la previsione di una guerra che dovrebbe essere una delle più lunghe della storia, come se fosse realmente possibile prevedere gli avvenimenti di un ventennio. La sproporzione tra le forze in campo poi, giustificherebbe un rafforzamento dell' intelligence, non l'ulteriore aumento delle spese militari. Sembrerebbe quindi giustificato il giudizio dei principali studiosi di strategia che hanno già da tempo deplorato il basso livello dei generali, delle scuole militari, dei responsabili neocon della difesa degli Stati uniti. Eppure non è così. Al contrario. Il militarismo degli Stati uniti assume queste forme proprio per raggiungere quegli scopi non propriamente militari che sono però indispensabili alla sopravvivenza del capitalismo Usa: soprattutto la necessità di contrastare la tendenza permanente alla crisi economica. La necessità cioè di sostenere il settore privato assicurandogli un flusso permanente di profitti esterni, sia con la spesa pubblica militare (duemila miliardi per le ultime guerre secondo il premio nobel per l'economia Jospeh Stiglitz, non duecento come previsto), sia col dominio sui mercati, i campi d'investimento, le risorse (il petrolio iracheno sottratto al mercato ha fatto triplicare i profitti dei petrolieri). La gestione militare permanente del ciclo economico costituisce quindi, pur tra molte difficoltà, lo sperimentato, irrinunciabile sostegno per il capitalismo degli Stati Uniti. La Qdr dunque ci mostra come l'amministrazione Bush assolve questo compito. Alla ricerca del nemico Il testo può essere interpretato a partire dal suo slogan principale: «non dobbiamo aspettare che si verifichino le crisi, dobbiamo creare il futuro». Per un ministro del welfare sarebbe una bella frase, ma al Pentagono significa: dobbiamo produrre conflitti militari. Non si tratta però di menzogne o simulazioni, come si ritiene spesso, né di errori come sostiene la nostra sinistra. Da questa Qdr affiora un concetto più ampio, quello di produzione nell'accezione mediatica. Stabilita in anticipo la lunghezza del conflitto, e la dimensione del massacro, si riorganizzano elementi presi dalla realtà: il razzismo può diventare antislamismo, l'antiamericanismo ormai è una categoria kantiana e lo si trova dappertutto. I conflitti interetnici assicurano lo sfondo - una vera epidemia dopo la caduta dell'Urss. La resistenza dei popoli aggrediti invece, che spesso sovverte questi piani, non deve apparire sugli schermi se non derubricata e presentata come terrore. Per creare il futuro dunque la Qdr rilancia innanzitutto la versione ufficiale sugli «estremisti violenti»: per i prossimi vent'anni potranno «distruggere la nostra Nazione». Questo annuncio del Pentagono, che a prima vista potrebbe sembrare una dichiarazione di impotenza, ha invece un fondamento filosofico di tutto rispetto. Hegel infatti non considerava gli Stati uniti uno stato perché sul loro continente non avevano nemici: uno stato invece, nella visione hegeliana, deve avere dei nemici, perchè può nascere e durare solo nel gioco di un confronto militare. La versione ufficiale dunque, assicurando nemici per vent'anni, assicurerebbe la durata e l'esistenza stessa degli Stati uniti. Quindi non dovremmo liquidarla come la rappresentazione ansiosa di generali incapaci, che pure non mancano. Potrebbe trattarsi invece della elaborazione avveduta di una classe dirigente che, oltre al senso degli affari, non ignora le radici filosofiche delle teorie militari. A ben guardare infatti la versione ufficiale, nonostante le difficoltà logiche rilevate da una lunga serie di analisi critiche, si rivela un efficace strumento di dominio, regola e ricompone interessi diversi. Soddisfa sia gli idealisti neocon che i materialisti del complesso militare-industriale, polarizza l'intero pianeta determinando i due campi contrapposti: da una parte chi teme che gli Stati Uniti possano essere distrutti, con conseguente aumento delle spese militari, antislamismo, scontro di civiltà, messa in riga delle altre nazioni; dall'altra parte invece chi spera che gli Stati Uniti possano essere battuti, visto che essi stessi lo ammettono nei loro documenti ufficiali. Così la versione ufficiale del Pentagono, annunciando la ventennale capacità apocalittica degli islamisti, viene universalmente accolta, dall'estrema destra all'estrema sinistra. È il più importante risultato della produzione capitalistica di informazioni. È tuttavia necessario capire perchè la versione del Pentagono abbia avuto tanto successo, nonostante la sua logica improbabile più volte rilevata. Per esempio il maggiore storico militare, John Keegan, in The Iraq War ha catalogato questa guerra come «misteriosa», cioè militarmente priva di senso. Sostenendo quindi che la «grande armata della stampa» si è lì rivelata più importante dell'armata vera e propria, ha di fatto rimesso la guerra agli analisti dell'informazione. Ed in effetti il Pentagono ha prima di tutto bloccato i media indipendenti, mai con la censura ma, anche qui, con un'azione preventiva sopprimendo i giornalisti non embedded . Ormai sono molte decine, ma dopo soltanto qualche mese di guerra in Afganistan ne erano già morti otto, contro un solo marine ucciso da una ragazzina. Questa Qdr dunque non si rivolge ai militari, ma ai contribuenti considerati come spettatori per illustrare, esporre, commentare il grande spettacolo della guerra. E finalmente rivela chi lo organizza: « dobbiamo creare il futuro ». Liquidati determinismo ineluttabile e casualità dell'accadere, la storia torna ad essere prodotta da un solo popolo dominante come voleva Hegel, che ormai si rivela come il filosofo di riferimento del Pentagono. È l'annuncio più inquietante di questa Qdr. Alain Joxe, il maggiore esperto francese di studi strategici, lo aveva già scritto in un saggio di solo pochi anni fa: «Iraq e Corea del Nord sono casi rari, quindi diventa necessario, per rilanciare l'economia con la corsa agli armamenti e la guerra, produrre continuamente zone di intervento, e gli Usa procedono in tal senso». Produrre conflitti dunque o, per dir meglio, creare il futuro, diventa compito delle amministrazioni Usa che coinvolgono per questo numerose istituzioni, dalla Difesa alla produzione capitalistica di informazioni, all'industria culturale. Quando la Qdr rappresenta i nemici come «estremisti violenti che cercano di distruggere il nostro modo di vivere libero», che «vogliono procurarsi armi di distruzione di massa», che «non hanno uno stato-nazione», diventa persino imbarazzante notare che l'industria culturale aveva già rappresentato questo tipo di nemico: per esempio la Spectre nelle riduzioni cinematografiche dei romanzi di Ian Fleming (dai romanzi ai film c'è già il passaggio dalla Guerra fredda alla Guerra al Terrore). Queste storie si ripetono ciclicamente, proprio come le ultime guerre, con caratteristiche sempre uguali. Si cambiano di volta in volta soltanto i particolari, si modifica qualche effetto. Ma il capo efferato che aveva cosi efficacemente indignato gli spettatori - poi impersonato da ex-agenti della Cia, da Noriega a Saddam - ci sarà sempre. Il suo tentativo di impossessarsi delle armi di distruzione di massa, che ha tenuto gli spettatori col fiato sospeso, si è affermato ormai come l'argomento forte e viene riproposto ogni volta. Anche l'eroe in difficoltà che rischia sempre di soccombere - come oggi i marines a Bagdad - e che si destreggia per tutto il racconto avvincendo gli spettatori, diventa un motivo di successo ripetuto. E così i modi bruschi con gli ignobili nemici - dai cazzotti alle torture di Abu Ghraib - che, se indignano qualche democratico, in realtà deliziano i repubblicani (è successo anche da noi con i carabinieri di Sassuolo). La sofferenza dei popoli aggrediti dunque emerge ma solo come risultato della sacrosanta energia dei jarhead . E non si può badare a spese per dotare l'eroe della migliore tecnologia offensiva - dall' Aston Martin micidiale fino ai duemila miliardi per le guerre in corso. Lo show della guerra La produzione di questo reality war decide quali effetti inserire, e quanti morti, misurando di continuo le oscillazioni del pubblico. Al quale, anche per l'azzeramento dei giornalisti indipendenti, resta poco da valutare che non sia già stato stabilito dai comunicati dei comandi militari. È riuscito il prudente inserimento di qualche caduto Usa dopo decenni di «sindrome vietnamita» che lo impediva, con una media giornaliera che scende dai venti soldati, di leva, in Vietnam ai due soldati, di mestiere e prevalentemente ispanici, di oggi - molto meno degli omicidi quotidiani in California. Inserimento necessario però, perché andava risolta la questione posta da Brzezinski. L'ex consigliere per la sicurezza del presidente Carter aveva scritto nel 1997: «L'America è troppo democratica e questo limita l'uso della sua potenza, perchè non sono congeniali agli istinti democratici né gli stanziamenti alla difesa né i caduti in guerra, necessari alla mobilitazione imperiale». Lo aveva già detto Napoleone. Si possono ottenere, continua Brzezinski, «solo in presenza di una minaccia o di una sfida improvvisa a ciò che l'opinione pubblica considera il proprio benessere». Ma poi Brzezinski rassicura: «L'islamismo è controllabile, non è strutturato come il comunismo». Con questo nemico «controllabile» dunque non c'è bisogno per ora di tornare a far la Guerra fredda con la Cina, vecchia, statica, obsoleta «guerra del XX° secolo». La nuova, dinamica «guerra del XXI°», annuncia la Qdr, durerà a lungo perché col nuovo nemico si potranno «condurre guerre in paesi con i quali non siamo in guerra». Un brillante ossimoro strategico che risolve la questione posta da von Clausewitz: come costringere allo scontro un nemico che lo rifiuta. Ci aspettano dunque - secondo i futurologi del Pentagono - vent'anni di interventi «ovunque intorno al globo con le nuove unità mobili di combattimento». Avvertimento pacifista: «Visitate la California prima che la California visiti voi».

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