FISICA/MENTE

 

ALCUNE NOTE A MARGINE DEL 

NUNCIUS SIDEREUS 

DI GALILEO

Roberto Renzetti

 

INTRODUZIONE

            La storia della scienza è ora diventata molto sofisticata dal punto di vista delle fonti e dei riferimenti bibliografici. Credo che sia giusto questo processo di indagine dei percorsi della storia interna ed esterna che hanno portato alla scoperta attraverso molti contributi per lo più non noti.

  

         Premetto questo perché mi trovo ora in una situazione del tutto differente che descrivo.

  

         Una ventina di anni or sono, comprai in una libreria antiquaria di Barcellona un'opera in tre grossi tomi (grandi dimensioni ed oltre 1000 pagine ciascuno) di Storia della Scienza: Luis Figuier, La Ciencia y sus Hombres, D. Jaime Seix, Barcelona 1880. L'opera è francese e tradotta in spagnolo e qui veniamo alla prima circostanza che a noi non torna: non si fornisce il titolo, l'editore e l'anno di pubblicazione in Francia (si dice solo: traduzione della terza edizione francese).

  

         Fin qui la lacuna riguarda l'editore. All'interno del lavoro vi sono altre lacune, queste dovute all'autore: non si riportano le referenze di molti documenti e lettere.

  

         Poiché intendo raccontare almeno un episodio riportato in quest'opera di grande interesse, devo avvertire che la mancanza di indicazioni a documenti (?) che riporterò non è dovuta a me ma all'autore Luis Figuier (osservo anche qui che lo sciovinismo spagnolo, che gareggia con quello francese alla pari, potrebbe aver spagnolizzato il nome dell'autore francese in Luis, quando in francese dovrebbe essere Louis; ma questa è una mia illazione). Per quanto dirò, comunque, mi riferisco al tomo secondo dell'opera, al capitolo dedicato a Galileo (pag. 589). Da ultimo, le referenze bibliografiche che troverete sono mie e le ho faticosamente ritrovate frugando tra la corrispondenza di Galileo. Quando ciò è avvenuto il testo è nel volgare usato da Galileo. Altre volte o è la traduzione mia dal latino o dallo spagnolo (dico questo per le diverse fluidità dei testi).

[Oggi, 23 dicembre 2007, l'ultima lacuna che restava nell'indicare l'origine dei documenti, è stata colmata grazie al Sig. Luigi Bardelli che, con una sua lettera, mi ha dato l'ultimo importante riferimento mancante]

 

IL NUNCIUS SIDEREUS

  

         Ricordo in breve le circostanze in cui fu pubblicata questa opera di Galileo, rimandando, per una trattazione più completa, ad uno degli articoli su Galileo presenti nel sito.

             Il 1610 è il primo anno fondamentale nella vita di Galileo che ha ora 46 anni. Raccoglie in un volume, "Nuncius Sidereus" (Il messaggero delle stelle, nome che in qualche modo richiama il Mercurio, l'Hermes, della filosofia ermetica - vedi l'articolo Magia, Scienza e Religione nel Rinascimento italiano), tutte le osservazioni fatte nel cielo con il suo cannocchiale. In particolare scopre:

- le macchie sulla Luna sono ombre proiettate dai monti (dei quali calcola l'altezza);

- scopre le quattro 'lune' di Giove, fatto che mostra che non solo la Terra può essere centro di moti circolari;

- la via lattea è costituita da un'infinità di stelle (la cosa era già stata sostenuta da Democrito);

- scopre l'anello di Saturno (data la bassa risoluzione del suo cannocchiale, non vede chiaramente l'anello, ma il pianeta gli appare 'tricorporeo');

- scopre le fasi di Venere che mostrano che Venere 'potrebbe' ruotare intorno al Sole ed inoltre stabilisce che i pianeti sono per loro natura oscuri risultando ricevere luce dal Sole.

            L'insieme di tutte queste clamorose scoperte lo convince finalmente della teoria copernicana. La cosa si rafforzò l'anno successivo quando scoprì le macchie solari (il fuoco che viene corrotto da macchie è inammissibile nella fisica aristotelica). Il lavoro sarà pubblicato nel 1613 ed in esso si sostiene che si tratta proprio di macchie sull'astro e non come aveva sostenuto lo Scheiner, gesuita del Collegio Romano, di piccoli pianeti che lo eclissano. Galileo inizia a cambiare il contenuto delle sue lezioni.

 

ALCUNE RICADUTE DELLE SCOPERTE

 

            Queste scoperte di Galileo gli dettero una grandissima fama che, in breve tempo, lo fece conoscere in tutta Europa. E la cosa che più colpì i vari sovrani delle corti d'Europa fu il nome che Galileo dette ai satelliti di Giove: Pianeti Medicei. Tal cosa provocò moti evidenti di invidia, un piccolo Granducato come la Toscana, aveva i suoi regnanti rappresentati nel cielo in mezzo agli Dei che comunque ne erano padroni. Alcuni sovrani ed addirittura intere province ambirono a vedersi nominate nel cielo. Fu così che Galileo ricevette una lettera che diceva le cose seguenti [e le racconta in una lettera a Vincenzo Giugni in Firenze del 25 giugno 1610]:

"La seconda richiesta, la più gratificante che posso farvi, dice l'autore della lettera, è che se scoprite qualche altro bel astro, addivenite a dargli il nome di grande astro di Francia e, se lo giudicate conveniente, chiamatelo con il nome di Enrico,  con preferenza di Borbone. Avrete così occasione di fare cosa giusta ed appropriata ed allo stesso tempo vi renderete ricco e potente insieme alla vostra famiglia."[lettera 339 dell'Edizione Nazionale, Vol. X, pagg. 379-382; il brano riportato è all'inizio di pag. 381].

            La lettera era di un ministro della corte di Francia che terminava enumerando i differenti titoli del Re Enrico IV. Uno di tali titoli era l'aver sposato una principessa della famiglia Medici. Era il modo in cui uno dei più potenti sovrani d'Europa si inchinava al genio di un riconosciuto sapiente straniero. 

            Un'altra lettera, scritta ancora in quel periodo di grandi emozioni per i successi del Nuncius, questa volta scritta da Galileo a Kepler, è interessante perché descrive lo spirito ironico e satirico con cui Galileo osservava i suoi colleghi dell'Università di Padova:

"Oh mio caro Keplero, quanto mi piacerebbe potermi mettere a ridere con te! C'è qui, in Padova, il professore di filosofia più prestigioso [Cremonini, n.d.r.] che ho più volte incitato a guardare la luna o i pianeti con il mio cristallo ed egli si è negato nella maniera più assoluta. Se vi trovaste qui ! Che gran fortuna sarebbe per voi questa gloriosa pazzia ! Come sarebbe divertente vedere questo professore agitarsi in Pisa con molti ragionamenti di logica, davanti al granduca, per scongiurare i nuovi pianeti e farli sparire come per incanto !" [lettera di Galileo a Giovanni Kepler del 19 agosto 1610, la 379 dell'Edizione Nazionale, - righe 54 e segg. -].

            Naturalmente i detrattori di Galileo lo avevano in pochissima considerazione ma a Galileo interessava molto poco. Molti dei detrattori negavano le sue scoperte con una serietà comica che divertiva molto Galileo. Tra questi vi era un tal Christman che, nell'Appendice ad una sua Opera, Il Nodo Gordiano, diceva:

"Stiamo attenti al pensare che Giove abbia quattro satelliti, la cosa sembra infatti costruita appositamente per immortalare, girandogli intorno, il nome dei Medici, che furono i primi ad aver notizia dell'osservazione. Questi sono sogni di uomini oziosi, che preferiscono idee ridicole al nostro laborioso e coscienzioso studio del cielo".

            Vi è ragione di credere che Galileo fosse, come Kepler, assediato da astrologi e facitori di oroscopi che chiedevano il genere di influenza dei nuovi astri appena scoperti. In una lettera che indirizza al suo amico Dini, racconta come aveva risposto ad uno di questi strani personaggi:

"Io non voglio in questo proposito tacere a V. S. quello che li  giorni passati risposi a uno di quei genetliaci, che credono che Dio nel creare il cielo e le stelle, non pensasse a niuna cosa di più che quelle alle quali pensano loro, per liberarmi da una tediosa instanza che ei mi faceva acciò che io gli dicessi gl' effetti di tali Pianeti Medicei, protestandosi che altramente gl'haveria rifiutati come oziosi e perpetuamente negati come superflui (credo che questi tali conforme alla dottrina del Sizii, stimino che gl' astronomi habbino conosciuto, essere nel mondo li altri 7 pianeti, non per haver veduti i lor corpi in cielo, ma solo i loro effetti in terra; in quella guisa appunto che non per mezo della vista, ma da gl'effetti stravaganti, si scuoprono alcune  case  essere  occupate da maligni spiriti). Io gli risposi, che ritornasse a  considerare quei cento o mille  giudizi! li quali haveva a i suoi giorni notati, et in particolare che esaminassi bene gl' eventi che da Giove haveva predetti; et se trovava che tutti precisamente fossero succeduti conforme alle sue predizioni che seguitasse allegramente a pronosticare secondo le sue vecchie et usitate regole, che io lo assicuravo che i Pianeti nuovi non haverebbero alterate punto le cose passate, et che egli per l'avvenire non saria men fortunato indovino di quello che stato era per il passato  ma se, all'incontro, vedesse, gl'eventi dependenti da Giove in alcune piccole cosette non bavere risposto a i dogmi et aforismi prognosticali, procurasse di trovar nuovi calcoli per investigar le costituzioni de i quattro Gioviali circolatori in ogni passato momento, che forse dalle diversità di esse habitudini potria, con accurate osservazioni et multiplicati riscontri, trovare le alterazioni et varietà di influssi da quelle dependenti ...

Queste osservazioni piene di astuzia ed ironia si concludono con parole più serie:

"... et gli soggiunsi, che non in tutti i secoli passati si erano con poca fatica imparate le scienze a spese di altri sopra le carte scritte  ma che i primi inventori trovarono et aqquistarono le cognizioni più eccellenti delle cose naturali e divine con gli studii e contemplazioni fatte sopra questo grandissimo libro, che essa natura continuamente tiene aperto innanzi a quelli che hanno occhi nella fronte e nel cervello; et che più honorata e lodevole impresa era impresa era il procurar con le sue proprie vigilie, studii e sudori, di ritrovare qualche cosa admiranda e nuova tra le infinite che ancora nel profondissimo abbisso della filosofia restano ascose, che, menando vita oziosa et inerte, affaticarsi solo in procurar di oscurar le laboriose invenzioni del prossimo, per escusar la propria codardia et inettezza alle speculazioni, esclamando che al già trovato non si possa aggiugner più altro di nuovo. ..." [lettera di Galileo a Piero Dini del 21 maggio 1611, la 532 dell'Edizione Nazionale, righe 209-248].

            In uno scritto dal titolo Dissertatio cum Nuncio Sidereo (Praga 1610), spesso pubblicato in appendice al Nuncius Sidereus, Kepler parla di Galileo con tale ammirazione ed in termini tali che alcuni detrattori di Galileo, vollero intendere tali elogi in senso ironico. Tra questi vi è un tal Moestlin. A queste pratiche, Kepler rispose nella prologo di una nuova edizione della Dissertatio:

"Alcune persone avrebbero voluto che io avessi parlato in termini più parchi negli elogi a Galileo, per rispetto ed in considerazione di uomini di prestigio di idee opposte a quelle di Galileo; ma io non ho saputo fingere; per parte mia io lo esalto lasciando libero il giudizio degli altri."

               Kepler dà anche dei giudizi positivi direttamente a Galileo, anche nelle  lettere che da Praga gli indirizzava. In una di esse [la stessa precedentemente citata, nei passi immediatamente precedenti - righe 25-54 - n.d.r] dice a Galileo che confida pienamente nelle cose che ha scoperto ma che, per mantenere una discussione con i suoi avversari, gli occorrerebbe citare dei testimoni a sostegno delle tesi di Galileo. Il filosofo pisano così rispose:

"In primo luogo vi ringrazio, mio caro Keplero, per essere stato il primo e quasi il solo, prima che la questione acquistasse maggiore profondità (tanta era la vostra buona fede e talento elevato), che aveste piena e completa fiducia nelle mie affermazioni. Mi dite che avete alcuni telescopi ma che non sono abbastanza buoni per aumentare in modo molto evidente gli oggetti selezionati, che non c'è modo che possiate vedere il mio che ingrandisce fino a mille volte. Questo telescopio non èp più in mio possesso perché me lo ha chiesto il Granduca di Toscana che si propone di sistemarlo nel suo museo, tra le curiosità più strane e preziose,  a ricordo eterno dell'invenzione. Non ne ho costruito altro con le stesse caratteristiche perché vi è un considerevole lavoro meccanico da fare. Ciò nonostante ho ideato alcuni strumenti che sto montando e pulendoli ma non voglio costruirli qui [Padova, n.d.r.] perché non mi sarebbe comodo trasportarli a Firenze dove andrò a vivere. Mi chiedete, mio caro Keplero, altri testimoni. Vi citerò in primo luogo il Granduca che, dopo aver osservato varie volte i Pianeti Medicei, a Pisa, in mia presenza, negli ultimi mesi, mi regalò, mentre andavo via, qualcosa che vale più di mille fiorini che mi ha appena chiesto che accetti. Con il titolo di filosofo e di primo matematico di Sua Altezza, mi concede uno stipendio annuo di 1000 fiorini ed il libero impiego del mio tempo, senza essere sottomesso a nessun lavoro obbligatorio, e senza nessun incarico da disimpegnare. Questa libertà mi permette di completare il mio Trattato di meccanica, della struttura dell'universo e del movimento locale, naturale e violento, ed in questo ramo della scienza, ho scoperto e dimostrato già geometricamente l'esistenza di molti ed ammirevoli fenomeni. Il secondo testimone che porto sono io stesso che, anche se già insignito in questa scuola (di Padova) della nobile retribuzione di mille fiorini, che mai nessun matematico ebbe uguale, che potrei godermi tutta la vita senza dispute, anche se i miei pianeti sparissero e che la loro scoperta non fosse dovuta altro che ad un mio errore, ebbene sarei disposto a rinunciare a tutti questi benefici e a soffrire come castigo il disonore e la miseria, se qualche volta pensassi di essermi ingannato."

 

ALCUNE CONCLUSIONI

 

            Anche queste poche righe di scritti e lettere conseguenti al Sidereus Nuncius, mostrano con chiarezza alcune cose che fanno di Galileo una grande persona, oltre ad essere stato un sublime scienziato.

            La prima lettera, anche se non sono riuscito a trovare altra referenza che quella secondaria che ho fornito, mostra che il mondo intero si interessò delle scoperte di Galileo, solleticando addirittura la vanità dei sovrani più potenti.

            La lettera a Dini è un documento importante che segna la transizione razionale dal sistema medioevale ad un'epoca moderna (che ancora non si afferma però) in relazione al cielo inteso come grande libro degli oroscopi. Molte sarebbero le considerazioni da fare ma alcune sono necessarie. Intanto Galileo afferma che non vuole saperne di oroscopi. Contrariamente a tutti gli astronomi suoi contemporanei che guadagnavano cifre importanti, che andavano molto al di là delle paghe dei potenti mecenati e protettori, attraverso appunto gli oroscopi, Galileo non ne fa. Se si conosce un poco la vita del nostro scienziato e si ricorda com'egli era attento al denaro, come se la prendeva con la figlia, Virginia, quando gli mancavano bottiglie di aceto dalla dispensa, come teneva con cura la contabilità della casa, si capisce che la sua, verso gli oroscopi, fosse vera repulsione. Ma c'è dell'altro. Galileo non può ammettere che l'universo è lì perché serve qui. Non è pensabile un mondo in cui un pianeta se c'è deve funzionare così sugli uomini e, se non c'è, nel senso del non ancora osservato, non debba funzionare. Insomma, nell'ipotesi che vi sia un solo altro pianeta non scoperto, a che valgono gli oroscopi fino ad ora fatti ? Ma poi, quell'osservazione che gli fanno secondo la quale gli astrologi non terranno conto dei Pianeti Medicei se Galileo non gli dice che tipo di influenza hanno, è come dire che se noi non ne terremo conto quei pianeti è come se non esistessero. Che influenze, quale potenza dovevano avere i  ciarlatani delle varie corti barocche ! Ed in questa ciarlataneria generale la Chiesa aveva del suo. Pronta a bruciare i Bruno ed a condannare i Galileo, la Chiesa civettava con gli astrologi, con gli oroscopi, con i maghi, con l'alchimia, eccetera. Naturalmente se si chiedeva un parere ufficiale a vescovi e cardinali avrebbero detto che mai tal cose li avrebbero riguardati poiché qui vi è in ballo un dogma della fede come il libero arbitrio. Ma queste cose venivano come risposte per tacitare il volgo, il popolaccio che doveva ottusamente credere. Lor signori erano esonerati ...

            Vi sono infine le considerazioni di Galileo a Kepler. Anche qui la cosa meriterebbe un ampio dibattito ma alcune cose vanno dette. Chi conosce i due scienziati sa che non si possono pensare persone più diverse. Kepler era un mistico, un personaggio che viveva immerso in un mondo platonico fatto di armonie celesti, di solidi regolari, di tutto ciò che si può pensare di irrazionale. Galileo non sopportava il suo linguaggio barocco e ridondante e soprattutto non avrebbe mai letto, come non fece, l' opera di Kepler che era fatta proprio per tenere lontani gli innovatori del Seicento. Le scoperte di Kepler (fondamentali, come le sue tre leggi) sono nascoste in un profluvio di parole e vanno ripescate nei suoi scritti con estrema fatica. Si legga poi la freschezza e immediatezza del linguaggio galileiano e si capisce come le due personalità non possono andare d'accordo. Ed infatti vi è una scarsa corrispondenza tra i due, soprattutto perché Galileo non era sollecito a rispondere. I brani della lettera di Galileo a Kepler, qui riportati, mostrano un certo fastidio di Galileo per le posizioni arretrate di uno come Kepler che, agli inizi, Galileo aveva interpretato come aperto verso tutto il nuovo. La richiesta che Kepler gli fa di testimoni delle sue scoperte è per Galileo intollerabile. Da una parte egli ha comunicato queste cose pubblicamente e dall'altra ha ricevuto onori perché vari osservatori hanno riconosciuto le sue scoperte, dall'altra i filosofi ufficiali si rifiutavano di vedere nel telescopio (è citato il caso di Cremonini di Padova), dall'altra ancora vi è uno strumento che permette di osservare e, se tale strumento non è disponibile a Praga, non si vede proprio cosa possa fare Galileo (questa cosa di strumentazione italica, realizzata in quei tempi, che non si riusciva a rifare in altri Paesi è un fatto che si ripeteva spesso - si ricordino le vicende della vetreria di Torricelli che i francesi non riescono a ricostruire - e mostra l'alto livello tecnologico che, all'epoca, aveva raggiunto il nostro artigianato).

Roberto Renzetti


Torna alla pagina principale