FISICA/MENTE

 

Riporto di seguito altri documenti relativi a Galileo, ai momenti immediatamente precedenti al primo precetto ed al processo (gli altri documenti sono in http://www.fisicamente.net/FISICA/index-551.htm). Sono stati raccolti dal benemerito Giovanni Maria Caglieris, curatore del sito seguente:

http://web.genie.it/utenti/c/caglieris_gm/copernico/documenti/allegati/lettere.htm

E' doveroso dire che tutto ciò che qui è riportato è dovuto al Sig. Caglieris. Io ho solo tolto alcuni collegamenti ipertestuali ed alcune parole che riguardavano collegamenti esistenti nel sito del Sig. Caglieris.

Propongo quindi tali documenti anche io perché ritengo siano estremamente utili per comprendere almeno alcuni termini dei problemi in gioco. Naturalmente, se già non si conosce con un qualche dettaglio la storia di Galileo, conviene leggere questi documenti dopo aver letto l'articolo: Momenti della vita, del pensiero e dell'opera di Galileo che si può trovare nel sito in:

http://www.fisicamente.net/FISICA/index-45.htm

Non sarebbe male leggersi anche:  Il metodo di Galileo, ancora nel sito in:

http://www.fisicamente.net/FISICA/index-47.htm

e:  Alcuni elementi di giudizio su Galileo, sempre nel sito in:

http://www.fisicamente.net/FISICA/index-46.htm .

Ricordo solo che, all'epoca di Galileo, ancora non vi erano riviste scientifiche e lo scambio più immediato di informazioni avveniva proprio con le lettere che sono pertanto documenti formidabili. Sarebbe auspicabile maggiore attenzione ad esse, anche con un tentativo di metterne sempre di più in rete.

Roberto Renzetti

Da Documenti del processo a Galileo, Archivio Segreto Vaticano, 1984, doc.2 pag.68

Senza data

SULLA LETTERA DI GALILEO A BENEDETTO CASTELLI,

f. 6r

 

In scriptura mihi hodie exhibita, praeter haec tria sequentia nihil aliud ad notandum inveni.

In prima pagina, ubi dicitur: Che nella Scrittura Sacra si trovano molte propositíoni false quanto al nudo senso delle parole etc., licet ad bonum intellectum reduci possint praedicta verba, primo tamen aspectu male sonare videntur. Non bene enim utitur nomine falsitatis, quocumque modo Sacrae Scripturae attribuatur: illa namque est omnimodae et infallibilis veritatís.

Ita aliam in secunda pagina, ubi dicitur: Non s'è astenuta la Sacra Scrittura di pervertire de' suoi principalissimi dogmi etc., cum semper ílla verba abstinere ut pervertere in malum sumantur (abstinemus enim a malo, et pervertitur cum quís de iusto fit iniustus), male sonant cum Sacrae Scripturae attribuuntur.

Male etiam sonare videntur verba illa in 4a pagina: Posto adunque et conceduto per hora etc.: namque in hoc proposito solum velle concedere vídetur veritatem historiae solis a losue firmatí iuxta Sacrae Scripturae textum. quamvis sequentium successu ad bonam intelligentiam reduci possint.

In caeteris autem, et si quandoque impropriís abutatur verbis, a semitis tamen catholicae loquutionis non deviat.

 

NICCOLO LORINI AL CARD. PAOLO CAMILLO SFONDRATI

Firenze, [7] febbraio 1615

ff. 7r-12v. Copia

 

Illustrissimo e reverendissimo Signore

Per che, oltre al debito comune d'ogni buon christíano, infinito è l'obbligo che tengono tutti i frati di s. Domenico, come che dal Santo lor Padre furono instituití i cani bianchi e neri del Santo Offizio, et in particolare tutti i teologi e predicatori, ecco che per questo io, minimo di tutti, e devotissimo servo e particolare di V. S. illustrissima, essendomi capitato alle mani una scrittura, corrente qua nelle mani di tutti, fatta da questi che domandono Galileisti, affermanti che la terra si muove et il cielo sta fermo, seguendo le posizioni di Copernico, dove, a giu[dizío] di tutti questi nostri Padri di questo religiosissimo convento di S. Marco, vi sono dentro molte proposizioni che ci paiono o sospette o temerarie, come dire che certi modi di favellare della Santa Scrittura síeno inconvenie[nti], e che nelle dispute delli effetti naturali la medesima Scrittura te[nga] l'ultimo luogo, e che i suoi espositori bene spesso errono nell'e[spo]sizioni di lei, e che la medesima Scrittura non si deva impacciar d'altra cosa che delli articoli concernenti la fede, e che nelle cose nat[urali] habbia più forza l'argumento filosofico o astronomico che il sacro et il divino, quali proposizioni vedrà V. S. íllustrissima lineate da me nel[la] sopradetta scrittura, di cui le mando la vera copia; e finalmente che quando Iosuè comandò al sole che si fermasse non si deve inten[de]re che il comandamento fussi fatto ad altro ch'al primo mobile, e non [all'] istesso sole; io pertanto, vedendo non solo che questa scrittura corre per le mani d'ogn'uno, senza che veruno la rattenga de' superiori, che vogliono esporre le Sante Scritture a lor modo e contra la comune esposizione de' Santi Padri, e difendere opinione appar[ente] (f. 7v) in tutto contraria alle Sacre Lettere, sentendo che si favella poco onorevolmente de' Santi Padri antichi e di s. Tommaso, e che si calpesta tutta la filosofia d'Aristotile (della quale tanto si serve la teologia scolastica), et in somma che per fare il bell'ingegno si dicono mille impertinenze e si seminano per tutta la città nostra, mantenuta tanto cattolica così dalla buona natura di lei come dalla vigilanza de' nostri Serenissimi Principi; per questo mi son risoluto io d'avviarla, come dicevo, a V. S. illustrissima, acciò che ella, come piena di santissimo zelo, e che per il grado che tiene le tocca, con li suoi illustrissimi colleghi, a tenere li ochi aperti in simil materie, possa, se le parrà che ci sia bisogno di correzione, metterci quei ripari che la giudicherà più necessarii, perché parvus error in principio non sit magnus in fine. E se bene forse havrei potuto mandarle copia di certe annotazioni fatte sopra detta scrittura in questo convento, tuttavia per modestia me ne sono astenuto, posciaché scrivevo a lei medesima, che sa tanto, e scrivevo a Roma, dove, come disse s. Bernardo, la santa fede linceos oculos babet. Mi protesto ch'io tengo tutti costoro, che si domandono galileisti, huomini da bene e buon christiani, ma un poco saccenti e durettí nelle loro opinioni; come ancho dico che in questo servizio non mi muovo se non da zelo, e supplico V. S. illustrissima che questa mia lettera (io non dico la scrittura) mi sia da lei tenuta, com'io son certo che la farà, segretj e non sia presa in modo di giudiciale deposizione, ma solo amorevole avviso tra me e Iel come tra servitore e padmn singolarissimo; e facendole di più sapere che l'occasione di questa scrittura è stata una o due lezioni pubbliche, fatte nella nostra chiesa di S. Maria Novella da un Padre Maestro fra Tommaso Caccíni, esponente il libro di Giosuè et il capitolo X di detto libro. Così finisco, domandandole la sacra sua benedizione e baciandole la veste, e domandole qualche particella delle '...........................

f 12v

Al sig. cardinale Santa Cecilia.

e d'altra mano:

Con(tra) Galileum Galilei.

e di mano ancora diversa:

Die 26 februarii 1615. Illustríssimus et reverendissimus Dominus, Dominus cardinalis Mellinus mibi ordinavit ut scribatur Archiepiscopo et Inquisitori Pisarum, qui procurent habere litteras originales Galilei.

 

 

DEPOSIZIONE DI TOMMASO CACCINI

Roma, 20 marzo 1615

ff. 18r-23v. La sottoscrizione è autografa'

Die veneris 20 martii 1615.

Comparuit personaliter sponte, Romae in palatio Sancti Officii in aula magna examínum, coram admodum reverendo Patre fratre Michaele Angelo Seghezzio de Lauda, Ordinís Praedícatorum, Sacrae Theologiae Magistro et Commissario generali Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis, in meique etc., reverendus Pater frater Thomas filius quondam Ioannis de Caccinis, florentinus, sacerdos professus Ordinis Praedicatorum, Magíster et Bacchalaureus in conventu B. Mariae supra Minervam almae Urbis, aetatis suae annorum 39 circiter cui delato iuramento veritatis dicendae, quod tactis etc. praestitit, deposuit ut infra, vídelicet:

Parlai con l'illustrissimo sig. card. Araeceli d'alcune cose occorse in Fiorenza; et egli hieri mi mandò a chiamare, et mi disse che dovesse venire qua da V. R. a dirli tutto; et per che lei mi ha detto che bisogna deponerle giuditialmente, son qua a quest'effetto.

Dico dunque, che leggendo io nella 4a domenica dell'advento di quest'anno passato nella chiesa di S. Maria Novella di Firenze, dove dall'obbedienza ero stato in quest'anno destinato lettore di Sacra Scrittura, seguii l'incominciata da me (f. 18v) istoria di Iosuè; et appunto nella stessa domenica mi toccò a leggere quel passo del X capitolo di quel libro, dove il sacro scrittore riferisce il gran miracolo ch'alle preghiere di Iosuè fece Iddio in fermando il sole, cioè: Sol, ne movearis contra Ghabaon etc. Presi per tanto occasione da questo luogo, da me prima in senso litterale et poi in sentimento spirituale per salute delle anime interpretato, di riprovare, con quella modestia che conviene all'offitio che tenevo, una certa opinione già di Nicolò Copernico, et in questi tempi, per quel ch'è publichissima fama nella città di Firenze, tenuta et insegnata, per quanto dicono, dal sig. Galileo Galilei matematico, cioè che il sole, essendo, secondo lui, centro del mondo, per conseguenza è immobile di moto locale progressivo, cioè da un termine all'altro ; et dissi come somigliante opinione da gravissimi scrittori era tenuta dalla fede cattolica dissonante, perché contradiceva a molti luoghi della divina Scrittura, li quali in senso litterale, da' Santi Padri concordevolmente datogli, suonano (f. 19r) et significano il contrario, come il luogo del Salmo 180 dell'Ecclesiastes primo capitolo, di Esaia 38°, oltra al luogo di Iosuè citato: et perché restassero più gl'audienti capaci che tal mio insegnamento non procedeva da mio capriccio, lessi loro la dottrina di Nicolò Serrario, questione 14' sopra il X capitolo di Iosue, il quale, dopo l'haver detto che tal positione di Copernico è contraria alla comune sentenza di tutti quasi i filosofi, di tutti i theologi scolastici e di tutti li Santi Padri, soggiongeva che non sapeva vedere come tal dottrina non fussi quasi che heretica, per i luoghi sopra accennati della Scrittura. Dopo il qual discorso avvertii che non era lecito a nessuno l'interpretare le divine Scritture contro quel senso nel quale tutti i Santi Padri concorrono perché ciò era vietato et dal Concilio Lateranense sotto Leone X et dal Concilio Tridentino.

Questa mia caritativa ammonitione, quantunque a molti gentil'huomini litteratí et devoti (f. 19v) grandemente piacesse, oltra modo dispiacque a certi discepoli del predetto Galilei, sì che andorno alcuni di loro a ritrovare il Padre predicatore del duomo, acciò in questa materia predicasse contro la data da me dottrina. Sì che havendo io sentito tanti rumori, per zelo della verità detti conto al molto reverendo Padre Inquisitore di Firenze di quanto m'era parso per termine di conscientia di trattare sopra il predetto luogo di Iosuè, avvisandolo ch'era bene il por freno a certi petulanti ingegni, discepoli del suddetto Galilei, de' quali m'era stato detto dal reverendo Padre fra Ferdinando Cimenes, regente di S. Maria Novella, che da alcuni di loro haveva sentite queste tre propositioni, cioè: Iddio non è altrimente sustanza, ma accidente; Iddio è sensitivo, perché in lui son sensi divinali; Veramente che i miracoli che si dicono esser fatti da' Santi, non sono veri miracoli.

Dopo questi successi, dal Padre Maestro fra Nicolò Lorini mi fu mostrata una copia d'una lettera scritta dal (f. 20r) predetto sig. Galileo Galilei al Padre Don Benedetto Castello, monaco benedettino et publico mattematico di Pisa, nella quale m'è parso contenersi non buona dottrina in materia di theologia; et per che la copia di quella è stata mandata al sig. cardinale S. Cecília, però non ho che aggiungerci altro. Dunque depongo a questo Santo Offizio, come publica fama è che il predetto Galilei tenga queste due propositioni: La terra secondo sé tutta si muove, etiam di moto diurno; Il sole è imobile: propositioni, che, secondo la mia conscientia et intelligenza, repugnano alle divine Scritture esposte da' Santi Padri et conseguentemente repugnano alla fede, che c'insegna dover credere per vero ciò che nella Scrittura si contiene. Et per adesso non mi occorre di dire altro.

Interrogatus: Quomodo sciat quod Galileus doceat et teneat, solem (f. 20v) esse immobilem terramque moveri, et an ab aliquo nominatim hoc intellexerit.

Respondit: Oltra la publica fama, come ho detto, ho anco inteso da mons. Filippo de' Bardi, vescovo di Cortona, nel tempo che stetti là, et poi in Firenze, che il Galilei tiene le predette propositioni per vere, aggiungendomi che ciò li pareva molto strano, per. non consonare alle Scritture. L'ho di più inteso da un certo gentil' huomo fiorentino degl'Attavanti, settatore del medesimo Galilei, dicendomi che il predetto Galilei interpretava le Scritture in modo che non repugnassero alla sua opinione: et di questo gentil'homo non mi raccordo il nome, né so dove sia la casa sua in Fíorenza; so bene che prattíca spesso in S. Maria Novella in Firenze, ma va in habito di prete, et può essere d'età di 28 in 30 anni, di carnagione olivastra, barba castagna, di mediocre statura et di faccia profilata: et questo me lo disse quest'estate (f. 21r) passata, circa il mese d'agosto, nel convento di Santa Maria Novella, in camera del Padre fra Ferdinando Cimenes, con l'occasione ch'il detto Padre Cimenes disse come io non sarei stato molto a leggere il miracolo del firmamento del sole, alla presenza di esso Cimenes. Ho anco letta questa dottrina in un libro stampato in Roma, che tratta delle macchie solari, uscito sotto nome del detto Galileo, che me lo prestò il detto Padre Cimenes.

Int. Quis sit ille concionator Domicilii (sic) ad quem confugierunt discipuli Galilei, ut publice sermonem haberet contra doctrinam pariter publice ab eodem deponente edoctam, et quinam sint illi discipuli, qui talem petitionem fecerunt dicto concionatori.

R. Il predicatore del domo di Firenze, al quale fecero ricorso i discepoli del Galileo perché predicasse contro la dottrina da me insegnata, è un Padre giesuita napolitano, di cui non so (f. 21v) il nome né io da detto predicatore ho saputo queste cose, perché manco ho parlato con lui; ma questo me l'ha detto il Padre Emanuele Cimenes, giesuita, col quale detto predicatore si era consigliato, et lui lo dissuase: né manco so chi siano stati quei discepoli del Galilei che cercorno dal predicatore le sopradette cose.

Int. An ipse loquutus sit unquam cum dícto Galileo.

R. Non lo conosco manco di viso.

Int. Cuius sit opiníonis dictus Galileus in rebus ad fidem spectantibus, in civitate Florentiae.

R.` Da molti è tenuto buon cattolico; da altri è tenuto per sospetto nelle cose della fede, perché dicono sii molto intimo di quel fra Paolo servita, tanto famoso in Venetia per le sue impietà, et dicono che anco di presente passino lettere tra di loro.

Int. An recordetur a quo vel quibus in specie praedicta intellexerit.

R. lo ho inteso le sopradette cose dal Padre Maestro fra d Nicolò Lorini, dal sig. priore Gmenes, priore de' cavalieri (f. 22r) di S. Stefano; et questi m'hanno detto le sopradette cose, cioè il Padre Nicolò Lorini, che fra il Galileo et Maestro Paolo passano lettere et gran familiarità, con occasione di dire che costui era sospetto in fide, havendomi replicato l'istesso più volte, anzi scrittomi qua a Roma. Il priore poi Cimenes non mi ha detto altramente della familiarità che passa fra Maestro Paolo et il Galileo, ma solo che Galilei è sospetto, et ch'essendo una volta venuto a Roma, le fu significato come il Santo Offizío cercava di porvi le mano adosso, per il che lui se la colse: et questo me lo disse in camera del Padre Ferdinando sudetto, suo cugino, che non mi raccordo bene se detto Padre ci fusse presente.

Int. An in specie intellexerit a praedictis Patre Lorino et D. equite Cimenes, in quo habebant dictum Galileum suspectum in fide.

R. Non mi dissero altro, eccetto che l'havevano per suspetto per le propositioni che lui teneva (f. 22v) della stabilità del sole et del moto della terra, et per che costui vole interpretare la Scrittura Sacra contro il senso commune de' S. Padri.

Subdens ex se: Costui con altri sono in un'Accademia, non so se eretta da loro, che ha per titolo i Lincei; et hanno corrispondenza, cioè il detto Galileo, per quanto si vede da quel suo libro delle macchie solari, con altri di Germania.

Int. An a Patre Ferdinando Cimenes fuerit narratum in specie, a quibus intellexisse propositiones illas, Deum non esse substantiam sed accidens, Deum esse sensitívum, etíam miracula Sanctis inpicta (?) non esse vera miracula.

R. Mi par di raccordarmi che mi nominasse quello degl'Attavanti, da me descritto per uno di quelli che dicevano le dette proposizioni; d'altri non mi raccordo.

Int. Ubi, quando, quibus praesentibus, et qua occasione, Pater Ferdinandus narravit sibi discipulos Galilei proferre dictas propositiones (f. 23r).

R. Il Padre Ferdinando mi ha detto di haver sentito le dette proposítioni dalli scolari del Galileo più volte, e in chiostro da basso et in dormitorio da basso et in cella sua, et questo dopo ch'io feci quella lettione, con occasione di dirmi che mi haveva difeso con costoro; né mi raccordo che mai ci sia stato altri presente.

Int. De inimicítia cum dicto Galileo et illo de Attavantis ac aliis discipulis dicti Galilei.

R. Io non solo non ho inimicitia col detto Galileo, ma né anco lo conosco; così con l'Attavante non vi ho inimicitia né odio alcuno, né con altri discepoli del Galileo, anzi che prego Dio per loro.

Int. An dictus Galileus publíce doceat Florentiae, et quam artem, et an discipuli eius sint numerosi.

R. lo non so se il Galileo legga pubblicamente né se habbi molti discepoli: so bene che in Firenze ha molti seguaci, che si chiamano galileisti; et questi sono quelli che vanno (f. 23v) magnificando et lodando la sua dottrina et opinioni.

Int. Cuius patriae sit dictus Galileus, cuiusne professionís, et ubi studuerit.

R. Lui si fa fiorentino, ma ho inteso ch'è pisano; et la professione è di mattematico: per quanto ho inteso, ha studiato in Pisa, et letto in Padova; et è di età di 60 anni passati.

Quibus habitis etc, fuit dimissus, imposito sibi silentio cum íuramento de praedictis et obtenta cius subscriptíone.

Io fra Tommaso Caccini ho deposto le predette cose.

d'altra mano:

Die 2 aprilis 1615. Mittatur copia depositionis fratris fu

Thomae Caccini Inquisitori Florentiae, qui examinet

nominatos in testes et certioret. Die 28 maii 1615

fuit missa copia depositionis dicti Tomae

Inquisitori Mediolani.

Die 3° mensis Aprilis 1615 fuit trasmissa copia Inquisitori Florentiae

 

 

ALTRE CENSURE DI PROPOSIZIONI GALILEIANE

Roma, 24 febl~raio 1616

f. 42r. Autografe le firme dei teologi censori

Propositiones censurandae.

Censura facta in Sancto Officio Urbis, die mercurii 24 februarii 1616, coram infrascriptis Patribus Theologis.

Prima: Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu locali.

Censura: Omnes dixerunt dictam propositionern esse stultam et absurdam in philosophia et formaliter haereticam, quatenus contradicit expresse sententiis Sacrae Scripturae in multis locis secundum proprietatem verborum et secundum communern expositionern et sensum Sanctorum Patrum et theologorum doctorum.

2.': Terra non est centrum mundi nec immobilis, sed secundum se totam movetur, etiam motu diurno.

Censura: Omnes dixerunt, hanc propositionem recipere eandem censuram in philosophia; et spectando veritatem theologicam, ad minus esse in fide erroneam.

Petrus Lombardus, archiepiscopus Armacanus.
Frater Hyacintus Petronius, Sacri Apostolici Palatii Magister.
Frater Raphael Riphoz, Theologiae Magister et Vicarius generalis Ordinis Praedicatorum.
Frater Michael Angelus Seg[hitiuls, Sacrae Theologiae Ma,gister et Commissarius Sancti Officii.
Frater Hieronimus de Casalimaíori, Consultor Sancti Officii.
Frater Thomas de Lemos.
Frater Gregorius, Nunnius Coronel.
Benedictus justinus, Societatis lesu.
D. Raphael Rastellius, Clericus Regularis, Doctor Theologus.
D. Michael a Neapoli, ex Congregatione Cassinensi.
Frater Iacobus Tintus, socius reverendissimi Patris Commissarii Sancti Officii.

 

COPIA DELL'ATTESTATO DEL CARD. ROBERTO BELLARMINO A GALILEO

DA: Documenti del Processo, doc. 41, pag. 134; Santillana, Op. Citata, pag.276

COPIA DELL'ATTESTATO

DEL CARD. ROBERTO BELLARMINO

(Roma) 26 maggio 1616,

f. 88r. Copia di mano di Galileo

Noi Roberto cardinale Bellarmino, havendo inteso che il sig Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitenzie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitenzie salutari né d'altra sorte,,ma solo gli è stata denunziata la dichiarazione fatta da Nostro Signore e publicata dalla Sacra Congregazione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di maggio 1616.

Il medesimo di sopra

Roberto cardinale Bellarmino.

 

 

Vengono quì riportati alcuni decreti del S.Uffizio, presenti sia in Galileo e l'Inquisizione del Favaro che nel testo dell'Archivio Vaticano. Sono stati  ridotti dal Sig. Caglieris, tagliando l'elenco dei presenti alla congregazione quando non significativi. Per alcuni di essi ha inserito un breve commento.


1

Decreta 1611, pp. 200-202

Feria III die 17 maii 1611

Fuit congregatio Sanctae Inquisitionis in palatio solitae habitationis illustrissimi et reverendissimi Domini cardinalis Pinellí, in regione S. Eustachii, coram illustrissimis et reveréndissimis …………… Roberto tituli S. Mariae in Via Belarmino,

. . . Vídeatur an in processu Doctorís Caesarís Cremonini sit nominatus Galileus, philosophiae et mathematicae professor

Appena un mese dopo che i matematici del Collegio Romano avevano confermato le scoperte di Galileo, il S.Uffizio .vuole controllare la sua ortodossia. Cremonini era professore di filosofia all'Università di Padova, amico personale di Galileo e suo avversario scientifico dal 1605; era il quel momento sotto processo da parte della Chiesa per la suo indifferenza verso la religione e lo spezzo nei confronti della Censura


2

Decreta 1615, pp. 95-98

Feria 4a die 25 februarii 1615

Fuit congregatio Sanctae Inquisitionis in palatio solitae habitationis illustrissimi et reverendissimí Domini cardinalis Bellarminii, in regione Columnae, coram illustrissimis et reverendissimis Dominis Roberto tituli S. Mariae in Via Bellarmino praedicto, ……...
Fratris Nicolai Loríni, Ordinis Praedicatorum, lectis literis datis Florentíae die 7
a huius, quibus mittit copiam literarum Gallilei datarum Florentie die 21 decembris 1613 ad Dominum Benedictum Castellum, monachum Cassinensem, professorem mathematicae in Studio Pisarum, quae continet propositiones erroneas circa sensum et interpretes Sacrae Scripturae; decretum ut scribatur archiepiscopo et Inquisitori dictae civitatis, ut curent habere líteras originales dicti Gallílei, et míttant ad hanc Sacram Congregationem.

 


3

Ibidem, pp. 135-137

Fería quinta díe 19 martii 1615

Fuít congregatio Sanctae Inquísitionis in palatio apostolico apud S. Petrum, coram. Sanctissimo D.N.D. Paulo divina providentia Papa V, ac illustrissimis et reverendissímis Dominis Paulo Sfondrato episcopo Albanensi S. Ceciliae, Roberto titulí S. Mariae in Via Bellarmino,….
. . . Contra Gallileurn de Gallileis, professorem mathematicae, morantem Florentiae, Sanctissimus ordi navit examinari fratrem Thomam Caccinum, quem illustrissimus Dominus cardinalis Araccaeli dixit esse informatum de erroribus dicti Gallilei, et cupere illos, pro exoneratione conscientiae, deponere.


4

Ibidem, pp. 163-166

Feria V die 2 aprilis 1615

Fuit congregatio Sanctae Inquisitíonis in palatio apostolico montis Quirinalis, coram Sanctissimo D. N. D. Paulo divina provìdentia Papa V, ac íllustrissimis et reverendissimis Dominis Paulo Sfondrato episcopo Albanensi S. Ceciliae, Roberto tituli S. Mariae in Via Bellarmino,

. . . Contra Galileurn de Galileis, relata depositione fratris Thomae Caccini, Ordinis Praedicatorum, facta in hoc Sancto Officio die 20 martii, Sanctissímus ordinavit mitti illius copìam Inquisitori Florentiae, qui examínet nominatos in testes et certioret.


5

Ibidem, pp. 542-544

Feria 4 a die 25 novembris 1615

Fuit congregatio Sanctae Inquisitionis in palatio solitae habitationis illustrissimi et reverendíssimi Domini cardinalis S. Ceciliae, in regione Pontís, coram illustrissimis et reverendissimis Dominis etc. Paulo Sfondrato episcopo Albanensi S. Ceciliae praedicto, …… Roberto tituli S. Mariae in Via Bellarmino,

Contra Galilcum Galilei mathematicum, lecta depositione fratris Ferdinandi Ximenes, Ordinis Praedicatorum, facta coram Inquisitore Florentiae die 13 novembris, decretum ut vìdeantur quaedam literae dicti Galilei impressae Romae cum inscríptione Delle macckie solari etc.


6

Stanza Storica - D - 7 - d. n. 1

Die iovis 25 februarii 1616

Illustrissimus Dominus cardinalis Millinus notificavit quod relata censura Patrum Theologorum ad propositiones Galilei mathematici, quod sol sít centrum mundi et immobilis motu locali, et terra moveatur etiam motu diurno, Sanctissimus ordinavit illustrissimo Domino cardinali Bellarmino ut vocct coram se dictum Galileum eumqpe moneat: ad deserendas dictas propositiones, et si recusaverit parere Pater Commissarius coram. Notario et testibus faciat illi praeceptum, ut omnino Atineat hOusmodi doctrínam et opinionem docere aut defendere, seu de ea tractare; si vero non acquieverit, carceretur.

Li 26 detto

Illustrissimus Dominus cardinalis Bellarmino monuit Galileurn de errore suprascriptae opinionis etc. ed in appresso dal Padre Commissario gli fù ingiunto il precetto come sopra etc.

Si decide di ammonire Galileo. Notare il carceretur finale


7

Decreta 1616, pp. 98-99

Feria quinta die 3 martii 1616

Fuit congregatio Sanctae Inquisitionis in palatío apostolico apud S. Petrum, coram S.D.N.D. Paulo divina providentia Papa V, ac illustrissimis et reverendissimis Dominis Roberto tituli S. Mariae in Via Bellarmino,: . . . Facta relatione per illustríssimum Dominum cardinalem Bellarminum, quod Galileus Galilei mathematicus, monitus de ordine Sacrae Congregationis ad deserendam opinionem quam hactenus tenuit, quod sol sit centrum spherarum et immobilis, terra autem mobilis, acquievit; ac relato decreto Congregationis Indicis, quo fuerunt probibita et suspensa, respective, scripta Nicolai Cupernici De revotiutíonibus orbium caelestium, Didaci Astunica in lob, et fratrís Pauli Antoni: Foscarini Carmelitae, Sanctissimus ordinavit publicari aedictum a Magistro Sacri Palatii huiusmodi suspensionis et prohibitionis respctive.

La decisione di sospendere il De Revolutionibus è presa in Congregazione, alla presenza del Papa.


8

Ibidem, pp. 238-239

Feria V díe 9 iunii 1616

Fuit congregatío Sanctae Inquisitionis in palatio apostolicc montis Quirinalís, coram S.D.N.D. Paulo divina providentia Papa V, ……….Roberto tituli S. Mariae in Via Bellar.minío, . . . Illustrissimi Domini cardinalis Carafae, archiepiscopi Neapolitani, litteris datis die 3a iunii S anctissimus ordinavit rescribi, quod bene fecit carcerando impressorem, quod sine licentia typí mandavit Epistolam Magístri Pauli Antonii Foscariní Carmelitae de mobilitate terrae et solis stabílitate.

Felicitazioni al Cardinal Carafa, arcivescovo di Napoli, per aver fatto incarcerare, Lazzaro Scoriggio, stampatore della lettera di P. Foscarini


9

A. Favaro, Galileo e l'Inquisizione p. 159

Die 16 Aprilis 1757 iunii 1616

In congregatione particulari Consultorum, coram E.mo, haec circa novum Indicem constituta sunt:
....................
2° Quod, habito verbo cum SSmo D.N., ommittatur Decretum quo prohibentur libri omnes docentes immobilitatem solis et mobilitatem terrae.


 

Deliberazione della Congregazione dell'Indice con l'approvazione del Papa, di ommettere il Decreto che proibisce i libri che insegnano il moto della terra.

Prefazione di A. Favaro del libro Galileo e l'Inquisizione, Documenti del processo a Galileo, G.Barbera, Firenze, 1907

 

PREFAZIONE..

La Edizione Nazionale delle Opere di Galíleo Galilei, che appagava un voto degli studiosi rimasto anche troppo lungamente insodisfatto, doveva trarre come necessaria conseguenza una indagine nelle dolorose vicende della vita di lui; indagine condotta cosi a fondo come fino allora non se n'era avuto pur anco il pensiero, ed estesa a particolari per lo innanzi appena sfiorati: il che non si poteva se non ottenendo dalla suprema autorità ecclesiastica la concessione di spingere le ricerche fin dove occhio profano non era mai, se non con la violenza, penetrato.

Di quante spine sia stata irta la via, per la quale Galileo condusse all'apice della gloria, è ben noto. Le meravigliose scoperte celesti che così luminosamente confermavano la dottrina copernicana del sistema dell'universo, se avevano guadagnato l'assenso incondizionato ed entusiastico dei veri studiosi della natura, richiamarono però subito l'attenzione dei teologi che incominciarono a guardarne con occhio diffidente le conseguenze. Essi avevano; ben compreso dove Galileo andava a parare; e mentre tutta Roma, chiamata dallo scopritore istesso a verificare gli annunciati discoprimenti, dava libero sfogo alla propria ammirazione salutandolo nuovo Colombo dei cieli, il cardinale Bellarmino, uno degli, Inquisitori Generali, si rivolgeva segretamente ai Matematici del Collegio Romano per averne da loro conferma, e più segretamente ancora la Inquisizione scriveva il nome dell'audace novatore nel tremendo libro dei sospetti.

E quando si cominciò a buccinare di qualche grave provvedimento, contro il libro del: Copernico, ed in Firenze stessa dal pergamo e nella Corte si notarono le contraddizioni tra la Scrittura Sacra e la incriminata dottrina, Galileo non potè stare alle mosse e deliberò d'intervenire perchè la temuta proibizione, da una parte, ed il prevalere di idee conformi appresso i Granduchi, dall'altra, gli avrebbero per sempre impedito di combattere per quella verità nel cui trionfo egli riponeva ormai lo scopo di tutta la sua vita.

La memoranda lettera al fido Castelli, ampliata poi nell'altra, celeberrima, alla Granduchessa Cristina, nella quale sono cosi nettamente e magistralmente segnati i confini, tra la scienza e la fede esasperò la parte teologica che già s'ora pronunciata contro Galileo con la famosa invettiva del domenicano Tommaso Scaccini in Santa Maria Novella; ed un suo confrate, il Lorini, già chiaritosi anticopernicano in San'Marco, denunziava al Santo Uffizio la lettera al Castelli, come quella che conteneva proposizioni sospette e difendeva opinioni contrarie, all'interpretazione che i Santi Padri avevano data alla Scrittura Sacra. Avuto sentore di questo, Galileo, dimentico di sè e del pericolo al quale andava incontro, accorre a Roma per isventare le trame che si ordivano contro il sistema del quale, con le lettere sulle Macchie Solari, erasi ormai fatto aperto propugnatore. In Roma egli si agita, guadagnando sempre nuovi proseliti; ma ad arrestare la pericolosa corrente, la Inquisizione affretta nell'ombra la sua procedura; e mentre egli si aspettava d'essere chiamato a difendere altri e si illudeva nella credenza che il tremendo tribunale volesse essere da lui illuminato, e preparavasi ad addurre i suoi più poderosi argomenti, si agisce proprio contro di lui come principale accusato e come un accusato così pericoloso da dovergli negare perfino il diritto della difesa.

Nel breve corso d'una settimana il processo è esaurito: la dottrina del moto della terra e della immobilità del sole nel centro del mondo vien dichiarata stolta ed assurda in filosofia e formalmente eretica; e per ordine del Pontefice, Galileo è chiamato dal cardinale Bellarmino, e davanti al Commissario del Sant'Uffizio e di testimoni, dei quali si direbbe quasi che fosse stata dissimulata la presenza ufficiale, gli viene ingiunto che lasci del tutto la dannata opinione e che in maniera alcuna più non la tenga, insegni e difenda, altrimenti si sarebbe proceduto contro di lui nel Santo Uffizio.'

Galileo promise di ubbidire; e nel giorno medesimo nel quale il Bellarmino annunziava alla Congregazione del Sant'Uffizio che l'ammonizione era stata inflitta, leggeva il decreto di proibizione dell'opera del Copernico e d'altra professante la stessa dottrina, donec corregantur.

Tornato a Firenze e ritiratosi di li a poco sulle colline di Bellosguardo, Galileo parve tutto assorto negli studi per applicare le eclissi dei Pianeti Medicei alla determinazione delle longitudini in mare e nella questione col Grassi intorno alla comete; questione che diede origine a quel gioiello insuperabile di scrittura polemica che è il Saggiatore, arditamente dedicato dai Lincei al nuovo Papa UrbanoVIII, che da Cardinale era stato del nostro filosofo grandissimo ammiratore e landatore in prosa e in verso.

Al desiderio vivissimo che Galileo provava di recarsi ad inchinare l'antico mecenate salito al soglio pontificio, specialmente dopo aver saputo quanto gli si conservava benevolo, si aggiunsero per indurvelo le sollecitazioni degli amici e in particolare della prediletta sua Suor Maria Celeste, e sopra ogni altra cosa la decisa volontà di non lasciar fuggire una tanta occasione senza tentare qualche passo in favore della libertà della dottrina copernicana. Festosamente accolto, nel corso di circa sei settimane, durante le quali egli rimase nella città eterna, ebbe ben sei udienze dal Pontefice, ne ricevette in dono un quadro, indulgenze, medaglie, agnusdei, un breve onorevolissimo e promesse di pensione; ma, quanto alla opinione del Copernico, in risposta ai timori cattolici di lui circa i pericoli che avrebbe corsi la fede, qualora la condannata dottrina risultasse essere la verità istessa, non ottenne se non la sola espressa dichiarazione " che non era da temere che alcuno fosse mai per dimostrarla necessariamente vera. "

Se tuttavia potè dirsi fallito il precipuo scopo di questo viaggio, convien credere che Galileo, il quale non di rado si illudeva in tutto ciò che grandemente gli stava a cuore, n'avesse ritratta la convinzione che il decreto proibitivo non sarebbe stato mantenuto in tutto il suo rigore; e perciò, poco dopo tornato da Roma, si fece animo a rispondere a Francesco Ingoli, il quale otto anni prima avevagli indirizzata una confutazione del sistema copernicano: e nella sua illusione dovette maggiormente confermarlo il sapere che la sua risposta, fatta correre manoscritta, era stata letta e gustata dallo stesso Pontefice.

Questo medesime. e non infondate speranze lo inducevano a riprendere quel lavoro massimo, intrapreso negli anni felici di Padova, già annunziato al Keplero, promesso anche nel Sidereus Nuncius, più volte sospeso ma non mai abbandonato, nel quale con i sussidi della nuova astronomia e di tutte insieme le scienze naturali, la incontestabilità della dottrina del moto della terra doveva essere con tutta evidenza dimostrata. E quelle speranze dovevano ragionevolmente divenire certezza quasi assoluta, dopochè ebbe risaputo come al Campanella, il quale riferiva al nuovo Pontefice che la proibizione del libro del Copernico era stata di ostacolo alla conversione di corti gentiluomini tedeschi protestanti, Urbano VIII avesse risposto queste formali parole: " Non fu mai nostra intenzione; e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto.

Con più ardore che mai dedicossi egli allora al compimento del suo lavoro, dal quale ormai nulla può distrarlo: e siccome, per quanto egli creda di poter fare assegnamento e sulla buone intenzioni del nuovo Papa e sul favore del quale gode presso di lui, pure quel fatale decreto è uscito e quella tremenda e precisa ingiunzione é stata fatta, e per conseguenza le sue scritture non potrebbero mai ottenere la necessaria approvazione per la stampa qualora vi sostenesse apertamente la condannata dottrina, così egli è costretto a torturare il proprio ingegno ed a sottoporsi al tormento di esporre come mera ipotesi quella che sentiva essere assoluta verità. Ottenuta o, per meglio dire, carpita con potenti mediazioni l'approvazione alla stampa, dopo accettato tutte le imposte varianti, compresa pur quella fortunatissima del titolo, e pubblicato il Dialogo, troppo chiare apparvero a tutti le vere intenzioni dell'Autore. E poichè la disgraziata conclusione dell'opera poneva in bocca all'interlocutore che avea sempre accampato opposizioni per lo più inconcludenti e vuote sottigliezze scolastiche, un argomento che a Galileo era stato suggerito dal Pontefice stesso, fu facil cosa persuadere al vanitoso e fierissimo Urbano VIII che in quel ridicolo personaggio il temerario Autore aveva voluto raffigurare lui medesimo e tanto bastò perchè da amico e protettore gli si mutasse a un tratto in nemico implacabile e s'inducesse a credere che quel libro "era più esecrando e pernicioso a Santa Chiesa che le scritture di Calvino e di Lutero, " Le raccomandazioni del Granduca e gli uffici dell'ambasciatore toscano valsero appena ad ottenere la formalità che il caso fosse deferito esame d'una Congregazione particolare; ma appena questa ebbe dato il suo parere, che del resto non. ora dubbio, venne ordinato all'Inquisitore di Firenze di intimare a Galileo che comparisse innanzi al Commissario del Sant'Uffizio in Roma. Le ansie crudeli e il timore del peggio danneggiando la scossa salute dell'infelice filosofo al quale si ricusa qualunque proroga, lo fanno cadere ammalato: tre medici chiamati al suo letto dichiarano che ogni piccola causa esterna potrebbe apportargli pericolo evidente della vita, ma Urbano VIII ravvisandovi un pretesto per eludere i suoi ordini, fa scrivere all'Inquisitore che la Congregazione del Sant'Uffizio manderà a spese di Galileo in Fírenze un commissario accompagnato da medici i quali, se lo troveranno in grado di mettersi in viaggio, lo faranno carcerare e legare con catene e cosi legato lo tradurranno a Roma. Il Granduca ístesso, atterrito dalla fierezza del Pontefice il quale, al dire dell'ambasciatore Niccolini, minacciava qualche stravaganza, non sa più resistere, e fa intendere a Galileo che ad ogni modo obbedisca e parta per Roma. E nel più crudo dell'inverno, fra i pericoli della moria che dilagava per tutta Italia - di quella stessa moria della quale è eternata la spaventosa memoria nelle pagine immortali dei Promessi Sposi - Galileo parte per Roma. Urbano VII lo ha finalmente a sua discrezione.

Tornerebbe affatto superfluo il seguire qui passo a passo lo sventurato filosofo lungo la via dolorosa di questo secondo processo. Tutto per filo e per segno, e con una crudezza che nessun commento potrebbe aumentare, dicono i documenti del truce dramma, per poco non volto in tragedia, e che l'Edizione Nazionale mette in luce cosi integralmente come ce li conservarono gli Archivi, riproducendo perfino le sottoscrizioni di Galileo a quei tremendi costituti e dalle quali, pur come sono vergate, trasparisce la crescente agitazione nell'animo dell'augusto vegliardo.

Questi documenti, al pari di tutti gli altri relativi ai processi che si trattavano nel Tribunale della Sacra Inquisizione, erano originariamente custoditi nell'Archivio del Santo Uffizio in Roma e distribuiti in due serie parallele: una delle quali, col titolo di Decreta, conteneva i verbali o i sunti dei verbali e le decisioni della Congregazione; nell'altra erano, od almeno avrebbero dovuto essere, tutti gli atti: delle procedure contro gl'imputati, gli esami di questi e dei testimoni, i relativi carteggi ed, eventualmente le. sentenze e le .abiure. Di queste due serie, quella dei Decreta si trova tuttavia nell'Archivio del Sant'Uffizio, dischiuso eccezionalmente a noi dall'alta ed illuminata sapienza di Papa Leone XIII; dall'altra, che pure vi .era conservata, vennero tolti, e non sappiamo nè il quando nè il come, i processi di Galileo, ripetute volte oggetto di studio da parte dell'Inquisizione stessa, e riuniti in un volume, il quale dopo varie vicende passò nell'Archivio Segreto Vaticano, dove prima che da Isidoro Del Lungo, che pur in questa parte delle comuni nostre fatiche mi fu cooperatore preziosissimo, e da me, era stato veduto da altri e fatto conoscere a più riprese agli studiosi.

Le questioni che, or sono circa trent'anni, si agitarono intorno alla autenticità ed alla integrità. dei documenti contenuti nel volume Vaticano, avevano fatto ragionevolmente stimar necessario che nella pubblicazione di essi fossero seguite alcune norme, per le quali si rendesse possibile il seguire le discussioni che con istraordinaria vivacità si andavano dibattendo intorno al gravissimo delicato argomento; ma oggidì crediamo non vi sia più alcuno che sinceramente dubiti di una qualsiasi alterazione artatamente introdotta in quei documenti e a tale conclusione giovò in singolar modo la pubblicazione integrale dei Decreta che dimostrano la continua e perfetta rispondenza delle due serie di atti concernenti lo stesso argomento.

Che se nel volume dell'Archivio Segreto Vaticano non si ha proprio completa la raccolta di tutti, i documenti relativi ai processi di Galileo, altri che, a quanto pare, non vi furono originariamente compresi, o saranno dispersi in altra serie, per trovarsi in essi trattato anche di altri argomenti si troveranno allegati alle carte a questi relative, o almeno in parte, saranno stati distrutti, perchè, secondo le antiche pratiche del Sant'Uffizio, non tutto si conservava; se pure non andarono dispersi in seguito ai trasporti, alle manomissioni ed alle sottrazioni alle quali, sia nei tempi Napoleonici, sia in quelli della seconda Repubblica Romana, andarono soggetti gli Archivi di Roma e segnatamente quelli della Inquisizione.

Non sono, né avrebbero potuto essere, fra gli atti originali altri documenti di massima importanza che illustrano giorno per giorno gli avvenimenti che si andavano svolgendo: tali sono quelli del Carteggio che, relativamente a questo fosco anno 1633, occupano nella Edizione Nazionale un intero volume e che, rivelando i segreti maneggi del díetroscena, permettono di ricostruire il gran dramma nei più minuti particolari.

Così la storia della condanna di Galileo può scriversi ormai in tutta la sua interezza, ed è tale da non aver d'uopo nè di declamazioni retoriche nè di invettive per mettere in luce com'essa rappresenti, all'infuori di discussioni bizantine sopra l'autorità che l'ha pronunziata, se non il massimo, uno dei più grandi errori della Curia Romana, che essa ha scontato, e forse non ancora compiutamente, il giorno in cui dovette cancellare dall'Indice il condannato Dialogo e scrivere nei medesimi volumi dei Decreta il permesso di insegnare, sostenere e difendere la dottrina già dichiarata assurda e falsa in filosofia e formalmente eretica.

ANTONIO FAVARO.

 

Decreto della Congregazione dell'Indice - n. XIV del 5 marzo 1616

 

DECRETUM

Sacrae Conaregationis Illustrissimorum S. R. E. Car-
dinalium, a S. D. N. Paulo Papa V Sanctaque Sede
Apostolica ad Indicem librorum, eorumdemque
permiss'onem, proibitionem, expurgationem et
imPressionem in unìversa Republica Christia-
na, specialiter deputatorum, ubique publi-
candum.

Cum ab aliquo tempore cìtra prodierint in lucem inter allos nonnulli libri varias haereses atque errores continentes, ideo Sacra Congregatio Illustrissimorum S. R. E. Cardinalium ad Indicem deputatorum, ne ex eorum lectione graviora in dies damna in tota Republica Christiana oriantur, eos omnino damnandos atque prohibendos esse voluit; sicuti praesenti Decreto poenitus damnat et prohibet, ubicumque et quovìs idiomate impressos aut imprimendos: mandans ut nullus deinceps, cuiuscumque gradus et conditionis, sub poenis in Sacro Concilio Tridentino et in Indice librorum prohibitorurn contentis, eos audeat imprimere aut imprimi curare, vel quomodocumque apud se detinereaut legere; et sub iisdem poenis, quicumque nunc illos habent vel habuerint in futurum, locorum Ordinariis seu Inquisitoribus, statim a praesentis Decreti notitia, exhibere teneantur. Libri autem sunt infrascrípti, videlicet:

Theologiae Calvinistarum libri tres, auctore Conrado Schlusserburgio.

Scotanus Redivivus, sive Comentarius Eroternaticus in tres priores libros codicis, etc.

Gravissimae quaestionis Christianarum Ecclesiarum in Occidentis praesertim partibus, ab Apostolicis temporibus ad nostram usque aetatem continua successìone et statu, historica explicatio, auctore Iacobo Usserio, Sacrae Theologiae in Dubliniensi Acadernia apud Hybernos professore.

Frìdenici Achillis, Ducis Vuertemberg, Consultatio de principatu inter Provincias Europae, habita Tubingiae in Illustri Collegio, Anno Christi 1613.

Donelli Enucleati, sive commentariorum Hugonis Donelli de lure Civili, ìn compendium ita redactorum etc.

Et quia etiam ad notitiam Praefatae Sacrae Congregationis Pervenit, falsam ipiam doctrinam Pithagoricam, divinaeque Scripturae omnino adversantem, de mobilitate terrae et immobilitate solis, quam Nicolaus Copernicus De revolutionibus orbium coelestiunm, et Didacus Astunica in Job, etiam docent, iam divulgari et a multis recipi; sicuti videre est ex quadam Epistola impressa cuiusdam Patris Carmelitae, cui titulus: " Lettera del R. Padre Maestro Paolo Antonio Foscarinì Carmelitano, sopra l'opinione de' Pittagorici e del Copernico della mobilità della terra e stabilità del sole, et il nuovo Pittagorico sistema del mondo. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 1615 ", in qua dictus Pater ostendere conatur, praefatam doctrinam de immobilitate solis in centro mundi et mobilitate terrae consonam esse veritati et non adversari Sacrae Scripturae; ideo, ne ulterius huiusmodi opinio in perniciem Catholìcae veritatis serpat, censuit, dictos Nicolaum Copernicum De revolutionibus orbium, et Didacum Astunica in Job, suspendendos esse, donec corrigantur; librum vero Patris Pauli Antonii Foscarini Carmelitae omnino prohibendum atque damnandum; aliosque omnes libros, pariter idem docentes, prohibendos: prout praesenti Decreto omnes respective prohibet, damnat atque suspendit.

Fonte; G.de Santillana, Il processo a Galileo, Mondadori BMM, 1960, pp.262-263

 

Dopo il Decreto della Congregazione dell'Indice - n. XIV del 5 marzo 1616, le modifiche da apportare al testo del libro di Copernico sono suggerite dalla Congregazione del Santo Uffizio a quella dell'Indice nel cosidetto VOTUM e rese ufficiali nel 1620 con il decreto della Congregazione dell'Indice con il decreto XXI del 1620, in cui sono praticamente accolte tutto quanto suggerito nel Votum: vengono solo sintetizzate le motivazioni.

Il VOTUM, inserito nel Codicee Barberino XXXIX , ed é riportato in Hilgers, Der Index der verbotenen Bücher : in seiner neuen Fassung dargelegt und rechtlich-historisch gewürdigt, 1904, pag. 540 - 542).


Originale da Hilgers (traduzione in Italiano del testo e delle note in Tedesco nell'originale)

XV

Il Parere della Congregazione dell'Indice circa le correzioni delle Opere di Copernico

Nel 1520 la Congregazione dell'Indice emanò un decreto, il così detto "Monitum", circa quelle correzioni da apportare nell'opera di Copernico "De Revolutionibus". Lo si trova stamapato nell' "Indice di Alessandro VII dell'anno 1664, come pure nella "Raccolta de libri prohibiti. In Milano MDCXXIV." alle pagine LXV-LXVIII; e qui come "Monitum | Ad Nicolai Copernici Lectorem, eiusque | emendatio" (Sul "Monitum" confronta Adolf Muller, Nikolaus Copernicus, Freiburg 1898, 133 e seguenti.

Ora, questa Emmendatio con il Monitum, è stata ripresa da un parere un po' più dettagliato che venne pronunciato dai cardinali della Congregazione dell'Indice.

[541] Per quanto noi sappiamo questa non è ancora giunta alla stampa nella sua completezza e nella sua forma come "VOTUM" nell'ambito della congregazione e perciò la riportiamo qui di seguito secondo la copia del Codice Barberini, XXXIX, 55 foglio58a - 60b, che adesso si trova nella Vaticana (vedi sopra pag. 67).

Le proposte fatte nel Votum sono state accettate da tutti i Cardinali della Congregazione, come risulta dal decreto del 1620


De emendatione sex librorum Nicolai Copernici

"De Revolutionibus"

Ad Illmos et Revmos Cardinales congregationis Indicis.

Tria sunt, Illmi et Revmi Patres, quae circa emendationemn librorum sex Copernici de Revolutionibus ab Illmis Dominationibus vestris diligenter sunt consideranda, quorum alterum est praedictos libros Copernici omnino pro utilitate Reipublicae Christianae conservandos ac sustinendos esse: Nam temporum rationes, quibus populus Christianus tum in divinis solemnitatibus celebrandis, tum in negotijs peragendis summopere indiget, ab Astronomicis calculis pendent, solis praecipue ac lunae, et praecessionis aequinoctiorum, ut constat ex ijs, quae, Gregorio XIII felicis recordationis sedente circa anni correctionem gesta sunt; Astronomici autem. calculi certis annorum spatijs restitutione et reparatione egent, cum vel ob ignorantiam omnium coelestium motuum, vel ob minutias quasdam iam cognitorum humanam intelligentiam effugientes, temporumque intervallis aggregatas, vera loca stellarum exbibere minime possint. Restitutio vero, et reparatio ipsa fieri nequit ab Astronomis, nisi praeteritorum saeculorum observationes [fol. 58b ] habeant, ut ex scriptis a Ptolomeo in Almagesto et a Tychone in Progymnasmatum libris constat; qualium certe observationum, cum libri Copernici sint referti, ut legentibus manifestuim est, omnino, ut Reipublicae utiles, conservandi sunt.

Alterum est Copernici emendationem fieri non posse, supposita immobilitate Terrae, secundum rei veritatem, et divinas scripturas. Cum enim Copernicus, ut principium assumat Terrae tres motiones, et super eo onmes suas demonstrationes ad salvandas coelestium motuum apparentias, seu phoenomena conficiat sublato illo principio, Copernici emendatio non esset correctio; sed totalis eius destructio.

Tertium est, posse media via incedentes, ut fit in difficilibus negotijs, conservari Copernicum sine praeiudicio veritatis, et sacrae paginae, ea scilicet tantum loca emendando, in quibus non hypothetice de motionibus Terrae scribere, sed secundum realitatem videtur, nam Copernicus paucissimis locis exceptis aut secundum hypothesim loquitur, aut sine assertione veritatis Terreni motus.

Dico autem emendationem hanc fieri posse sine veritatis, et Sacrarum [fol. 59"] scripturarum praeiudicio; quia cum scientia, quam tractat Copernicus, sit Astronomia, cuius proprijssima methodus est uti falsis, et imaginarijs principijs pro salvandis apparentijs, et phoenomenis coelestibus, ut constat ex Antiquorum epycyclis, excentricis, aequantibus, apogaeis, et perigaeis: si loca Copernici de motu Terrae non hypothetica, fiant hypothetica, neque veritati, neque sacrae paginae adversa erunt, immo quodam modo cum illis convenient propter naturam falsae suppositionis, qua praecipuo quodam iure uti solet scientia Astronomicae.

His igitur aliqua diligentia consideratis ad iudicium emendationis accedant, quae se habet, ut sequitur:

In praefatione circa finem

Ibi "si fortasse", delerem omnia usque ad verba "hi nostri labores", et sic accommodarem "coeterum hi nostri labores"

In cap. 6 lib. pr. pag. 6.

[Fol. 59".] Ibi "si tamen attentius" ita corrigerem, " Si tamen attentius rem consideremus nihil refert an terram in medio mundi, an extra medium existere quo ad salvandas coelestium motuum apparentias existimemus.. Oninis enim etc.'

In caput 8 eiusdem libri.

Totum hoc Caput posset expungi, quia ex professo tractat de veritate motus terrae, dum solvit veterum rationes probantes eius quietem.

Si tamen placeret Illmis Patribus ut Caput hoc emendaretur, cum problematice, et, opinative semper videatur loqui Copernicus, sic accommodari posset, et studiosis satius esset factum, quia series et ordo libri integer maneret.

Pr.° pag. 6. delendus esset versiculus "cum ergo" usque ad verbum "provehimur' locusque corrigendus esset hoc modo "Cur ergo non possumus mobilitatem illi formae suae concedere, magisque quod totus labatur Mundus, cuius finis ignoratur, scirique nequit, et quae apparent in coelo, proinde se habere, ac si diceret Virgilianus Aeneas."

2° pag. 7 a versiculus "Addo" hoc modo emendari posset "addo etiam difficillus [Fol. 60°] non esse contento, et locato, quod est Terra motum adscribere, quam continenti seu locanti".

3° eadem pagina in fine capitis, versiculus "vides" delendus esset usque ad finem capitis.

In cap. 9 pag. 7.

Principium huius capitis usque ad versiculum "quod enim" hoc modo emendarem: "Cum igitur Terram moveri assumpserim, videndum nunc arbitror, an etiam illi plures possint convenire motus; quod enim etc." '

In cap. 10 pag. 9.

Versiculum "proinde" corrigerem sic "proinde non pudet nos assumere" et paulo infra ibi "hoc potius in mobilitate Terrae verificari" dicerem "hoc melius mobilitate(1) Terrae salvari" nam re vera Copernicus melius salvat hac sua inventione phoenomena coelestia, quam fecerint antiqui.

Pag. 10. in fine capitis delerem illa verba postrema "tanta nimirum est divina haec Dei optimi Maxiimi fabrica".

[Fol. 60b] In Cap. 11.

Titulus capitis posset accomodari hoc modo "de hypothesi triplicis motus Terrae, eiusque demonstratione".

In 2° et 3° lib. -Nihil inveni correctione dignam.

In lib. 4. cap. 20. pag. 122(2)

In titulo capitis delerem verba "horum trium syderum", ; quia terra non est sydus, ut faciit eam Copernicus.

In 5° et 6° lib.

Nihil reperi emendatione dignum.

[Fol. 61".] Einendatio sex libr. Nicolai Copernici de revolutionibus.

Sac. Cong. Iudicis. De emendation. Copernici.

 

(1)  Nel Monitum qui si legge "hoc consequenter in mobilitate etc. " (in Tedesco nel testo) (2)  Invece di Pag. (si intenda) foglio, giacchè le opere di Copernico (sia quella di Norimberga del 1543 sia quella di Basilea del 1566), che sono quelle presenti al momento dell'emendazione numerano solo i fogli e non le pagine. Vedi Franz Hipler, Sicilegium Copernicanum, 1873, 108 ss. (in Tedesco nel testo).


DA:

P Hilgers, Joseph, S. I; Der Index der verbotenen Bücher : in seiner neuen Fassung dargelegt und rechtlich-historisch gewürdigt / von Joseph Hilgers; 1904
Pag. 540-542

Cortesia della Biblioteca Apostolica Vaticana
La traduzione delle parti in Tedesco (Premessa e Note) é di Riccardo Robitschek, che si ringrazia sentitamente.

 


Traduzione in Italiano dell'Introduzione del Votum

(alla traduzione ha collaborato Mario Geymonat)

. 


Sull'emendazione dei Sei libri di Nicolò Copernico "De Revolutionibus"

Agli Illmi e Revmi Cardinali della congrgazione dell'Indice

Tre sono, Illmi e RevPadri, [i casi] che riguardo alla emendazione dei sei libri di Copernico de Revolutionibus che dalle vostre Dominazioni sono da considerarsi diligentemente, delle quali una è che i predetti libri di Copernico siano, per l'utilità della Cristianità, conservati e sostenuti Infatti la determinazione dei tempi, della quale il popolo Cristiano, sia nel celebrare le solennità divine, sia nel trattare gli affari in sommo grado necessita, dipende dai calcoli Astronomici, del Sole principalmente e della Luna, e della precessione degli equinozi, come risulta da ciò che è stato fatto regnante Gregorio XIII di felice ricordo intorno alla correzione dell'anno. Daltronde i calcoli astronomici richiedono nello spazio definito di anni restaurazione e riparazione, perché o per ignoranza di tutti i moti celesti, o per qualche minuzia delle loro conoscenze, sfuggenti l'umana intelligenza, e accumulatasi negli intervallo dei tempi, minimamente possono mostrare i veri luoghi delle stelle.

D'altronde la restaurazione e la riparazione stessa non possono essere fatte dagli astronomi se non hanno le osservazioni dei secoli passati, come risulta dagli scritti di Tolomeo nell'Almagesto e di Ticone nei Progymnasmatum Libris, e siccome i libri di Copernico sono ad essi riferiti, è manifesto ai lettori , invero, che, utili alla comunità, siano da conservarsi

Il secondo modo è che non può essere fatta emendazione di Copernico, se si suppone, secondo la verità della cosa e le scritture divine, l'immobilità della Terra. Se infatti Copernico come principio assuma tre movimenti della Terra e sopra ciò realizzi tutte le sue dimostrazioni per salvare le apparenze dei moti celesti, o spieghi i fenomeni tolto quel principio [della immobilità della Terra], l'emendazione di Copernico non è correzione ma totale distruzione.

Vi è un terzo Modo, che si possa procedere per via intermedia, come si fa nelle faccende difficili, cioè di conservare Copernico senza pregiudizio della verità e della pagina sacra, evidentemente emendando solo quei punti, nei quali sembra scrivere dei moti della Terra non per ipotesi, ma secondo la realtà; infatti Copernico, eccetto che in pochissimi punti, o parla per ipotesi o senza asserzione di verità del moto della Terra.

Dico infatti che si può fare una tale emendazione, senza pregiudizio della verità e delle Sacre scritture, in quanto, essendo la scienza di cui tratta Copernico l'Astronomia, il cui metodo particolarissimo è di utilizzare falsi e immaginari principi per salvare le apparenze e i fenomeni celesti, come si evince dagli epicicli, eccentrici, equanti, apogei e perigei degli Antichi, se i passi non ipotetici di Copernico intorno al moto della terra diventano ipotetici, non saranno contrari né alla verità né alla pagina sacra, anzi in qualche modo saranno d'accordo con esse grazie la natura di falsa supposizione, che, come un certo suo speciale diritto, la scienza astronomica è solita utilizzare.

Dunque, considerati con qualche diligenza questi argomenti, essi [i Santi Padri] accedano al giudizio di emendazione, che si ha come segue.

 


Dettaglio delle modifiche suggerite, con comparazione (in Italiano e in Latino) tra testo originale e testo emendato


Traduzione delle modifiche

Per la traduzione ho utilizzato Barone, Opere di Galileo, UTET, 1987. Il testo in ROSSO é l'originale in latino del Votum

Premessa (le pagine della premessa non sono nel De Revolutionibus numerate)

Ibi "si fortasse", delerem omnia usque ad verba "hi nostri labores", et sic accommodarem "coeterum hi nostri labores"

Li dove "si fortasse" cancellerei tutto fino alle parole "Hi nostri labores" e così lo accomoderei "Ceterum hi nostri labores"

Parte soppressa
Si fortasse erunt mataiologoi, ,
qui cum ommium Mathematum ignari sint, tamen ab ills iudicium sibi sumunt, protter aliquem locum scripturae, male ad suum propositum detortu, ausu fuerint meum hoc institutum reprehedere ac infectari: illos nihil moror, adeo ut etiam illorum iudicium tamque temerarium contemnam. Non enim obscurum est Lactantium, celebrem alioqui sciptorem, sed Mahematicum parum, admodu pueriliter de forma terrae loqui, cum deridet eos, qui terra globi formam habere prodiderunt. Itaque no debet mirum videri studiosis, si qui tales nos etiam ridebunt. Mathemata mathematicis scribuntur.

Parte Conservata (con aggiunta della prima parola)
Ceterum hi nostri labores, etc.

Traduzione della parte soppressa
E se tuttavia ci saranno dei chiacchieroni (mataiologoi) i quali, pur ignorando tutte le scienze matematiche, pretendano di trinciare giudizi su esse, in virtù di qualche brano della Sacra Scrittura, di cui abbiano malamente stravolto il senso per i loro scopi, e osino attaccare e schernire questa mia opera, non me ne curo affatto fino, anzi, a disprezzare il loro giudizio come temerario. Non è infatti ignoto che Lattanzio, per altri rispetti scrittore famoso, ma non ferrato nelle scienze matematiche, parli in modo del tutto puerile della forma della terra ,insieme burlandosi di coloro che sostenevano che la terra ha forma di sfera. E perciò non deve sembrare strano agli esperti se gente di questo tipo prenderli in giro anche noi. Mathemata mathematicis scribuntur, i quali matematici si renderanno conto che pure ……

Traduzione della parte seguente fino a fine Introduzione conservata
Daltronde
queste mie fatiche, se non mi sbaglio, saranno di qualche vantaggio anche alla comunità ecclesiastica, di cui la Vostra Santità ha il. principato. Infatti, non molto tempo fa, sotto Leone X, quando si discuteva nel Concilio Lateranense, la questione della riforma del calendario ecclesiastico, essa restò senza soluzione unicamente perchè la lunghezza degli anni e dei mesi, e i moti del sole e della luna non si ritenevano ancora determinati a sufficienza. Da quel tempo, appunto, io volsi l'attenzione ad osservare con più cura quei fenomeni, sollecitato da quel chiarissimo monsignor Paolo, vescovo di Fossombrone, che allora presiedeva a quelle discussioni.. Come io mi sia distinto in questa ricerca, lascio poi soprattutto al giudizio di Vostra Santità e anche a quello di tutti gli altri dottori matematici. E perché non sembri a Vostra Santità che io prometta, sull'utilità di quest'opera, più di quanto possa effettivamente dare, passo direttamente all'argomento.

 

Libro I° Capitolo 5 foglio 3 (Il Votum e il Monitium dicono erroneamente Cap . 6 pr. pag.6)

Ibi "si tamen attentius" ita corrigerem, " Si tamen attentius rem consideremus nihil refert an terram in medio mundi, an extra medium existere quo ad salvandas coelestium motuum apparentias existimemus.. Oninis enim etc.'

Cancellato
Si tamen attentius rem consideremus, videbitur haec questio nondum absoluta,& idcirco minimc contemnenda..
Tuttavia, se considereremo il problema con maggiore attenzione, vedremo che di esso non abbiamo ancora alcuna soluzione definitiva, e che non é quindi da trascurare.

Sostituito con
Si tamen attentius rem consideremus nihil refert an terram in medio mundi, an extra medium existere quo ad salvandas coelestium motuum apparentias existimemus
Se tuttavia considereremo il problema con maggiore attenzione, niente importa se la terra stia in mezzo al mondo o fuori dal centro, al fine di salvare le apparenze dei moti del cielo

Stesso libro (I°) Capitolo 8

Totum hoc Caput posset expungi, quia ex professo tractat de veritate motus terrae, dum solvit veterum rationes probantes eius quietem. '
Tutto questo capitolo potrebbe essere cancellato, perché apertamente tratta della verità del moto della terra, mentre distrugge le ragioni degli antichi, che provano la sua quiete

Si tamen placeret Illmis Patribus ut Caput hoc emendaretur, cum problematiice, et, opinative semper videatur loqui Copernicus, sic accommodari posset, et studiosis satius esset factum, quia series et ordo libri integer maneret. '
Se tuttavia piacesse agli Ill. Padri che questo capitolo sia emendato, affinché Copernico sembri parlare sempre dubitativamente e come opinione, si potrebbe accomodare in questo modo, e si farebbe abbastanza per gli studiosi, la successione e l'ordine del libro rimarrebbe integro.

Prima modifica

Pr.° pag. 6. delendus esset versiculus "cum ergo" usque ad verbum "provehimur' locusque corrigendus esset hoc modo "Cur ergo non possumus mobilitatem illi formae suae concedere, magisque quod totus labatur Mundus, cuius finis ignoratur, scirique nequit, et quae apparent in coelo, proinde se habere, ac si diceret Virgilianus Aeneas."
Primo; pag.6 venga cancellato il versetto ""cum ergo" fino alla parola Provehimur e sia corretto in questo modo "cur ect.

Originale
Cur ergo esitamus adhuc, mobilitatem illi formae suae a natura congruentem concedere, magisque quod totus totus labatur mudus, cuius finis ignoratur, scirique nequit, neque fateamur ipsius cotidianae rovolutionis in caelo apparenti am esse, & in terram veritatem. Et haec perinde se habere, ac si dicet Virgilianus Aeneas.
Perché dunque esitiamo ancora ad attribuirle la mobilità che si accorda, per natura, alla sua forma, invece che far scivolare tutto quanto il mondo, di cui si ignorano e non si possono conoscere i limiti? e perché non ammettiamo piuttosto che in cielo è I'apparenza della sua quotidiana rivoluzione, e in terra la sua verità? Riconosciamo che le cose stanno come quando parla l'Enea di Virgilio, dicendo.

Sostituito con
Cur ergo non possumus mobilitatem illi formae suae concedere, magisque quod totus labatur Mundus, cuius finis ignoratur, scirique nequit, et quae apparent in coelo, proinde se habere, ac si diceret Virgilianus Aeneas.
Perché dunque non possiamo attribuirle la mobilità della sua forma, invece di far scivolare in mondo, di cui si ignorano e non si possono conoscere i limiti e le cose che appaiono in cielo stanno perciò come dice l'Enea di Vrgilio.

Seguito
Provehimur porto, terraeque urbesque recedunt.
Salpiamo dal porto e le terre e le città si allontanano

Seconda modifica

2° pag. 7a versiculus "Addo" hoc modo emendari posset "addo etiam difficillus [Fol. 60°] non esse contento, et locato, quod est Terra motum adscribere, quam continenti seu locanti

Originale
Addo etiam, quod satis absurdum videretur, continenti sive locanti motum adscribi, & non potius contento & locato, quod est terra
E aggiungo anche che pare assai assurdo che il movimento sia attribuito a ciò che contiene ossia dà il luogo, e non piuttosto a ciò che è contenuto e a cui è dato il luogo, cioè la terra

Sostituito con
Addo etiam difficillus [Fol. 60°] non esse contento, et locato, quod est Terra motum adscribere, quam continenti seu locanti
E aggiungo anche che è più difficile attribuire il movimento a ciò che è contenuto e a cui è dato il luogo, cioè la terra che attribuito a ciò che contiene ossia dà il luogo.

Terza modifica

3° eadem pagina in fine capitis, versiculus "vides" delendus esset usque ad finem capitis. '

Testo Cancellato
Vides ergo quod ex his omnibus probabilior sit mobilitas terrae, quam eius quies, praesertim in cotidiana revolutione, tanquam terrae maxime propria
Vedi dunque che per tutti questi motivi, la mobilità della terra è più probabile della sua immobilità, soprattutto per la rivoluzione quotidiana, come la più confacente alla terra.

Libro I Cap. 9

In cap. 9 pag. 7.
Principium huius capitis usque ad versiculum "quod enim" hoc modo emendarem: "Cum igitur Terram moveri assumpserim, videndum nunc arbitror, an etiam illi plures possint convenire motus; quod enim etc."
Dal momento che ho assunto che la terra si muove, giudico ora che si veda se anche ad essa possano convenire più moti,

Originale
Cum igitur nuhil prohibeat mobilitatem terrae,videndum nunc arbitror, an etiam plures illi motus conveniant, ut possit una errantium syderum existimari.
Dal momento che niente impedisce la mibilità della terra, penso che sia necessario considerare se non le convengano più movimenti, in modo che essa possa essere considerata nel numero dei pianeti

Libro I° cap 10

Versiculum "proinde" corrigerem sic "proinde non pudet nos assumere" et paulo infra ibi "hoc potius in mobilitate Terrae verificari" dicerem "hoc melius mobilitate Terrae salvari" nam re vera Copernicus melius salvat hac sua inventione phoenomena coelestia, quam fecerint antiqui.

Prima modifica:
Originale
: Proinde non pudet nos fateri hoc totum ........
Perciò non ci pertiamo di affermare che tutto ..... ciò che Luna abbraccia

Modificato in: : proinde non pudet nos assumere
Perciò non ci peritiamo di assumere.......

Seconda modifica:

Originale: hoc potius in mobilitate Terrae verificari
Deve piuttosto essere constatato nella mobilità della Terra

Modifica: hoc melius mobilitate Terrae salvari
Questo é meglio salvato dalla mobilità della Terra

Capitolo 10 a fine capitolo

Pag. 10. in fine capitis delerem illa verba postrema "tanta nimirum est divina haec Dei optimi Maxiimi fabrica".
Canellato : Tanto divina é per certo questa architettura del massimo ed ottimo [artefice]

Libro I° cap. 11

Titulus capitis posset accomodari hoc modo "de hypothesi triplicis motus Terrae, eiusque demonstratione".
Originale De triplicis motu telluris demonstratio
Dimostrazione del triplice moto della Terra

Modificato: de hypothesi triplicis motus Terrae, eiusque demonstratione
Dell'ipotesi del triplice moto della terra e sua dimostrazione

Libri II° e III

In 2° et 3° lib. -Nihil inveni correctione dignam.
Non trovai niente degno di correzione

Libro IV° cap 20

In lib. 4. cap. 20. pag. 122 .
In titulo capitis delerem verba "horum trium syderum", ; quia terra non est sydus, ut faciit eam Copernicus.

Originale: De Magnitudine horum trium siderum, Solis, Luna et Terae, ac invicem comparatione.
Della grandezza di questi tre astri, Sole, Luna e Terra e del loro confronto reciproco

Modificato in De Magnitudine, Solis, Luna et Terae, ac invicem comparatione
Della grandezza di Sole, Luna e Terra e del loro confronto reciproco)

Libri V° e VI

In 5° et 6° lib.

Nihil reperi emendatione dignum.
Non trovai niente degno di correzione

 

 

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