IL
PROSEGUIMENTO DEL PROGRAMMA RELATIVISTICO DI EINSTEIN
Quanto abbiamo visto in quest’ultimo capitolo deve averci convinto che
se da una parte Einstein prende le mosse dalle asimmetrie elettromagnetiche,
dall'altra egli si pone sulla strada della formulazione di una nuova meccanica.
Non sembra possa esserci dubbio che egli si muove sulla strada dei Kirchhoff,
degli Hertz e dei Mach, più che su quella dagli Abraham e dei Kaufmann con i
loro programmi elettromagnetici.
E certo che, nel momento in cui il programma elettromagnetico sembrava
essere il punto di rottura con la tradizione meccanicista, il tornare a
riprendere la meccanica per modificarla ed aggiornarla doveva sembrare
un’operazione alquanto reazionaria.
In ogni caso i lavori di Einstein non caddero nel vuoto: da una parte si
tentò con ogni mezzo di confutarli, dall’altra si iniziò a svilupparli e ad
ampliarli con il contributo di un numero sempre maggiore di sostenitori.
Qualche mese dopo la pubblicazione del secondo lavoro di Einstein del
1905 sulla relatività, W. Kaufmann pubblicò sugli Annalen i risultati di sue
esperienze. (926) Egli,
all’inizio della sua memoria, affermava (927):
“Avanzo
qui necessariamente il risultato generale delle misure che si descrivono nel
seguito: i risultati delle misure non sono compatibili con l’ipotesi
fondamentale di Lorentz ed Einstein”.
Secondo
Kaufmann i valori che sia Lorentz sia Einstein assegnavano alle masse
longitudinale e trasversale degli elettroni erano errati; le sue esperienze
mostravano un notevole accordo con i valori calcolati da Abraham nell'ipotesi di
pura massa elettromagnetica.
Fu
Planck il primo ad intervenire a sostegno dei lavori relativistici di Einstein.
Nel 1906 egli pubblicò due lavori. In uno di essi
(928) mise in
discussione la correttezza delle conclusioni, di Kaufmann a seguito
dell’inattendibilità della precisione delle sue misure; nell’altro lavoro
(929), come abbiamo già detto nel paragrafo 3 del capitolo precedente (vedi
nota 884), corresse l'errore nel quale era incorso Einstein nel suo primo lavoro
del 1905 e relativo al modo di ricavarsi le equazioni di trasformazione per la
seconda legge [in breve: Einstein lavorava su F = m.(dv/dt) mentre Planck
lavorò su F = d(mv)/dt].
Lo stesso Einstein intervenne nel 1907
(930) sulla stroncatura sperimentale del.suo lavoro ad opera di Kaufmann.
Dice Einstein: (931)
“si
potrà affermare con certezza se esiste un errore sistematico insospettato o se
i fondamenti della teoria della relatività non si accordano con l’esperienza,
soltanto quando si disponga di un gran
e,
con una affermazione che ha una valenza epistemologica più generale, aggiunge
che le teorie di Abraham e Kaufmann hanno una piccola probabilità di essere
corrette,
“perché
le loro ipotesi fondamentali rispetto alla massa degli elettroni in moto sono
inspiegabili in termini di sistemi teorici che inglobino un insieme più ampio
di fenomeni.”
Mentre
Einstein si difendeva in questo modo, continuava a portar avanti il suo
programma.
Nel 1907 tornò ancora sull’equivalenza massa-energia (932). Egli
prende in esame un sistema in cui abbiano luogo processi meccanici ed
elettromagnetici e dimostra che la condizione per cui la sua relazione abbia
validità è la conservazione del moto del baricentro del sistema. Nel 1907
affermò (933)
che una dimostrazione generale della validità del suo principio ancora
non si era potuta trovare perché i fisici erano ancora distanti
dall’intendere il mondo in base al principio di relatività.
Intanto
in Gran Bretagna ci si cominciò ad occupare di relatività. Nel 1908 O.N. Lewis
(1875-1946), utilizzando la teoria della pressione di radiazione, provò che un
corpo, il quale assorda energia da radiazione, aumenta la sua massa in accordo
con la relazione di Einstein. (934)
Nel 1909 G. N. Lewis e R.C. Tolman (1881-1948) ritornarono ulteriormente sul
modo di ricavare la seconda legge della dinamica (935)
ad opera di Einstein. Infatti, nonostante il lavoro di Planck del 1906,
era ancora necessario scrollarsi di dosso molte incrostazioni classiche. Il
lavoro dei due fisici britannici fu molto importante poiché andò a ricavare
l’intera dinamica sulla base del principio di conservazione della quantità di
moto, a partire dalla cinematica delle trasformazioni di Lorentz. Non si usa più
quindi la
Sempre nel 1908 ancora Planck tornò sull'equivalenza massa-energia.
(936)
Ed ancora in quell’anno, esperienze alla Kaufmann, realizzate con
maggior cura dal fisico tedesco A. H. Bucherer, sembrarono confermare i lavori
di Einstein e Lorentz. (937)
Nel frattempo nascevano i primi paradossi legati alla nuova meccanica
relativistica. Furono proprio Lewis e Tolman a metterli in evidenza nel loro
lavoro del 1909. Nel 1911 questi primi paradossi trovarono una spiegazione in un
lavoro di A. Sommerfeld (1868-1951) e M. Von Laue (1879-1960). (938)
In mezzo a tutte queste polemiche cresceva e si affermava la teoria della
relatività. Essa era ormai entrata in tutti gli istituti di ricerca con piena
autorità.
Ma non si possono concludere queste pagine senza accennare ad uno dei
contributi più importanti per gli sviluppi futuri, quello di H, Minkowskij
(1864-1909) del 1908. (939)
Da quanto visto a proposito delle trasformazioni di Lorentz, dovrebbe
risultar chiaro che i concetti di spazio (distanze, coordinate,…) non sono
scindibili da quelli di tempo [si rivedano le stesse trasformazioni (8) e si
noti come per trasformare la coordinata spaziale x’ occorre introdurre
il tempo t e come per trasformare il tempo t’ occorre introdurre
la coordinata spaziale x]. Che spazio e tempo siano legati insieme per
definire un dato evento è poi ben noto anche nell’ambito della fisica
classica, dove, per definire univocamente un dato evento, oltre alle coordinate
spaziali x, y, z, del luogo in cui si verifica, occorre dare anche la coordinata
temporale t dell'istante in cui ha luogo l’evento. Una particolare quaterna,
ad esempio x1, y1, z1, t1 , denoterà
un dato evento P1 ed
un’altra quaterna, ad
In uno spazio ordinario (euclideo) a tre dimensioni (x, y, z) la distanza
al quadrato s2 tra due punti P1 = (x1 ; y1
; z1 ) e P2 = (x2; y2; z2 )
è data da:
(55
bis)
s2 = (x2 – x1)2 + (y2
– y1)2 + (z2 -
z1)2
e
se poniamo:
x2
- x1 = x
; y2 – y1
= y ;
z2 – z1 = z
la
precedente relazione si può scrivere:
(55)
s2
= x2 + y2 + z2
che
equivale ad aver considerato la distanza di un punto P = (x, y, z) dall'origine
degli assi.
Se ora vogliamo dare la lunghezza s2
per un altro qualsiasi riferimento (euclideo) con gli assi comunque
orientati, le componenti x, y, z varieranno a seconda del riferimento rispetto
al quale vogliamo dare s2 , ma s2
resterà invariante nel suo valore e nella sua orientazione.
Quanto detto non è altro che l’affermazione dell’invarianza della
lunghezza dei segmenti in uno spazio euclideo (che definisce la metrica di
quello spazio) e, per altri versi, l’invarianza della lunghezza ed
orientazione di un segmento per una trasformazione di Galileo. (940)
Se invece di avere punti in uno spazio euclideo, abbiamo degli eventi, è
possibile costruirsi una geometria rappresentativa, ad esempio, della distanza
tra due eventi ? E’ possibile, in questa nuova geometria, trovare un elemento
invariante che definisca una nuova metrica ? In parole molto povere è questo il
problema che si è posto ed ha risolto Minkowkij
(941) costruendo una geometria in uno spazio a quattro dimensioni,
espressione della teoria einsteniana della relatività.
In analogia con quanto la (55) dice a proposito della distanza tra due
punti, se dobbiamo calcolare la distanza tra due eventi P1 = (x1
, y1, z1, t1) e P2 = (x2
, y2 , z2 , t2) si può procedere nel modo
indicato di seguito.
Supponiamo che in un riferimento S, ad un dato istante t
= t1 = 0, venga
emessa dall'origine O un’onda luminosa (quest’onda venga emessa
nell’istante in cui l’origine O’
di un altro riferimento S’, in moto con velocità v rispetto ad S, coincide
con l’origine O di S). Dopo un tempo t ≠
0
il segnale luminoso si troverà, in un punto P di S le cui coordinate soddisfano
l’equazione:
(x2
+ y2 + z2)1/2 = ct
->
(56)
x2 + y2 + z2 – c2t2
= 0
la
quale, più in generale, quando non si consideri più l’onda luminosa come
partita dall’origine O degli assi ed al tempo t = 0, si può scrivere
(56
bis)
(x2 – x1)2 + (y2 – y1)2
+ (z2 - z1)2
–c2(t2 – t1)2 = 0
Ebbene,
data la costanza di c, si può facilmente vedere che la (56) è
invariante rispetto ad una trasformazione di Lorentz mentre non lo è per una di
Galileo. In S’ si ha allora:
x’2 + y’2 + z’2 – c2t’2
= 0
e,
anche qui, più in generale:
Si
può allora assumere la (56) come elemento invariante che definisce la nuova
metrica, di modo che la distanza tra due eventi P
e P sarà ora data dalla
quantità:
(57)
s2 = x2
+ y2 + z2 – c2t2
Si
può anche andare oltre (ma noi non ci addentreremo su questa strada) ed
introdurre la grandezza immaginaria u = i c t; con questa posizione la
(57) diventa:
(57
bis)
s2 = x2
+ y2 + z2 + u2
e
le cose vanno come se avessimo,a che fare con uno spazio a 3 + 1 dimensioni in
cui, in luogo di considerare gli ordinari vettori a tre dimensioni, dovremo ora
considerare dei vettori a quattro dimensioni o quadrivettori.
Sembrerebbe tutto a posto e la possibilità di poter trattare la nuova
geometria in perfetta analogia con quella euclidea sembrerebbe ovvia. Il fatto
però che una delle coordinate (u) sia una grandezza immaginaria comporta
delle grandi differenze. Vediamone qualcuna.
Confrontando la (57) con la (56) si trova subito che, quando s
= 0, risulta:
x2
+ y2 + z2 = c2t2
relazione
che, per come l’abbiamo introdotta, rappresenta il tragitto percorso da
un’onda luminosa. Ciò vuol dire che ad una distanza s nulla tra due
eventi non corrisponde necessariamente il fatto che i due eventi coincidano.
Diamo allora ad s il nome di geodetica (per distinguere la
distanza s ora introdotta dalla distanza s che in geometria
euclidea era sempre rappresentata da un segmento di retta). Si può con ciò
dire che la propagazione della luce avviene secondo una geodetica di lunghezza
nulla e che la propagazione della luce è l'unico fenomeno caratterizzato da s
= 0. Tenendo presente la (57 bis) si può affermare che tutti gli altri moti
sono caratterizzati da s2 > 0 (nel caso, infatti, in cui
risultasse s2 < 0 si avrebbe un risultato immaginario,
a conferma del fatto che non sono ammesse velocità superiori a quella
della luce). Se si pensa poi al cammino che la luce segue nel passaggio da un
mezzo ad un altro con indici di rifrazione differenti, si trova che la linea più
breve unente due punti nei due mezzi non
Dicevamo che abbiamo ora a che fare con uno spazio a 3+1 dimensioni, e
diciamo 3+1 e non 4 per dare il senso della distinzione esistente tra spazio e
tempo contemporaneamente a quello della loro interdipendenza. Questo continuo
spazio-temporale a 3+1 dimensioni fu chiamato da Minkowski, universo.
(942) Un evento in questo spazio prende il nome di punto d’universo.
La linea che
II principio di relatività di Einstein può allora essere enunciato nel
modo seguente: una geodetica, data da un elemento di traiettoria e dal tempo
impiegato a percorrerla, è invariante qualunque sia il riferimento rispetto al
quale la si consideri.
Come esemplificazione si può ricavare la contrazione delle lunghezze
utilizzando i diagrammi di Minkowskij nell'ipotesi di y = z = 0 (fatto
che non modificherà la sostanza delle nostre conclusioni perché le
trasformazioni di Lorentz, cosi come le abbiamo ricavate, ci dicono che y =
y’ e

Figura
77
Si
noti che sull'asse delle ascisse dovrebbe figurare la quantità ct; per
semplicità abbiamo utilizzato per x una unità di misura che rende uguale ad 1
la velocità della luce c; misurando infatti la x in secondi luce, c risulterà
uguale ad un secondo-luce al secondo. Con questa posizione la bisettrice del 1°
e 3° quadrante, rappresentata dall’equazione x = t, sarà la retta che
ci fornisce la propagazione della luce (figura 78).

Figura
78
Poiché
c è la massima velocità raggiungibile, questa retta sarà quella che
avrà la massima pendenza tra tutte le possibili rette che si possono tracciare
nel nostro piano.
Un
altro sistema di riferimento S’ si muova rispetto al nostro sistema S (il
sistema S è solo l'asse x !) con velocità costante v e a t
= t’
= 0 risulti anche che le origini dei due riferimenti coincidano.

Figura
79
Com’è
possibile passare da un universo ad un altro? Quale fattore di proporzionalità
lega i due universi? Riferiamoci alla figura 80.

Figura
80
Consideriamo un’asta rigida di lunghezza OA situata immobile sull'asse delle x
dell’universo (x, t). Le linee d’universo degli estremi O ed A di
quest’asta saranno delle rette parallele (nell’universo in cui l'asta
risulta in quiete la sua lunghezza non varia nel tempo). In particolare la linea
d’universo di O sarà lo stesso asse t, mentre la linea d’universo di A sarà
la retta x = a, parallela all'asse t, (più in generale, la linea
d'universo di qualunque punto in quiete sull’asse x sarà una retta parallela
all'asse t). Stando così le cose, su S’ l'asta avrà le sue estremità in
O’ ed A’ (a t' = 0). La linea d'universo di A’ sarà la retta x’
= a’, parallela all’asse t’; questa retta intersecherà l'asse t in
A”, fatto che equivale a dire che A’ è osservato in A” dal sistema S (a t
= 0). Se la lunghezza OA’ per l'osservatore su S vale:
OA’
= k.OA
la
lunghezza OA” varrà, per
l'osservatore su S’:
OA”
= k.OA’
Per
il principio di relatività queste due lunghezze dovranno fornire una stessa
misura. Si dovrà cioè avere:
(58)
OA” = k.OA’ = k.(k.OA) = k2.OA
Dal
triangolo rettangolo OAA’ si può ricavare:
AA’
= OA.tgα
mentre
dal triangolo rettangolo A’AA” si trova:
AA”
= AA’.tgα
di
modo che:
(59)
AA” = OA.tg2α
Dalla
figura 80 e ricordando la (58) si trova poi:
(60)
AA” = OA – OA” = OA – k2.OA = OA.(1-k2)
Confrontando
la (60) con la (59) si ricava:
(61)
tg2α = 1 – k2
->
k2 = 1 – tg2α
Riferendoci
ora alla figura 77 (quando ancora non avevamo posto c = 1 secondo-luce al
secondo) la pendenza di una retta era data da v = tg α; con la
posizione fatta a proposito dell'unità di misura di c, e quindi di x, si
ha che (c numericamente vale 1):
v/c
= tgα
Con
questo risultato la (61 ) diventa:
k2
= 1 – v2/c2
-> k =
(1 – v2/c2)1/2
In
questo modo, se si indica con d la lunghezza, dell’asta nel riferimento
in cui è in quiete (d = OA), la lunghezza dell’asta in moto, osservata
da un sistema in quiete, risulterà (OA’ = k.OA -> d’
= k.d):
d’
= d.(1- v2/c2)1/2
ed
allo stesso modo si può procedere per trovare tutti gli altri risultati della
relatività. (944)
Ma ora non ci interessa tanto soffermarci su questo punto guanto
sottolineare la grande potenza che fornisce al calcolo la rappresentazione
geometrica di Minkowskij, la completa portata non tanto della quale quanto del
metodo geometrico indotto balzerà agli occhi nell’ambito degli sviluppi
Dopo i lavori di Minkowskij il calcolo si protese sempre più a risolvere
i problemi della nuova fisica. Vennero ripresi alcuni lavori del passato (1901)
sul calcolo tensoriale e sulle trasformazioni affini di G.
II lavoro di Einstein stava dando vita ad una messe di risultati
inattesi. Si pensi ad esempio alla spiegazione che Sommerfeld riuscì a fornire
della struttura fine degli spettri atomici (1916) mediante l’introduzione dei
metodi relativistici nella trattazione del moto dell'elettrone intorno al nucleo
(prendendo le mosse dal modello atomico di Bohr).
Ma Einstein stava preparando una relatività che non fosse più limitata
a sistemi di riferimento in moto rettilineo uniforme gli uni rispetto agli
altri; una relatività, per questo chiamata generale, estesa a sistemi di
riferimento dotati di un moto qualsiasi gli uni rispetto agli altri
(introduzione delle accelerazioni). La relatività generale è insieme una
teoria della relatività ed una della gravitazione. Essa fu costruita con
contributi successivi di Einstein ma il suo corpo principale è in un lavoro del
1916. (946)
Noi non ci occuperemo di quest’altro affascinante capitolo della fisica
non ancora completamente scritto (a tutt’oggi si è all’affannosa ricerca
delle onde gravitazionali). Semplicemente riporteremo alcuni brani
dell’introduzione che Einstein appose al suo lavoro del 1916. Meglio di ogni
Nella prima parie del suo lavoro, "Osservazioni
sulla teoria della relatività ristretta", Einstein dice:
“La
modificazione alla quale la teoria della relatività ristretta ha assoggettato
la concezione dello spazio e del tempo è invero di vasta portata, ma un punto
importante non è stato ancora sviscerato. Infatti le leggi della geometria,
anche secondo la teoria della relatività ristretta, debbono venir interpretate
direttamente come leggi che si riferiscono alle possibili posizioni relative dei
corpi rigidi a riposo, e, più in generale, le leggi della cinematica debbono
venir interpretate come leggi che descrivono le relazioni tra i campioni di
lunghezza e gli orologi. A due prefissati punti materiali di un corpo rigido
fisso corrisponde sempre una distanza che ha un valore ben definito, valore che
non dipende dal luogo in cui si trova il corpo né dall’orientamento e che non
dipende nemmeno dal tempo.
Vedremo tra poco che la teoria della relatività generale non può
rimanere fedele a questa semplice interpretazione fisica dello spazio e del
tempo.”
Fatte queste premesse, Einstein passa alle “Ragioni che esigono
un'estensione del postulato della relatività.” Egli dice:
“Nella
meccanica classica vi è un innato difetto epistemologico, che fu chiaramente
precisato (forse per la prima volta) da E. Mach, e che si ripercuote anche nella
teoria della relatività ristretta.”
Quando
ci troviamo in un riferimento S1
in rapida rotazione (sia questo riferimento una sfera) e ne osserviamo un
altro S2 , anch’esso in rapida rotazione, esso ci apparirà in
forma di un ellissoide di rivoluzione.
“Qual
è la ragione di tale diversità tra i due corpi ?”
Se
andiamo ad indagare ci accorgiamo che:
“la
sola risposta soddisfacente alla domanda formulata sopra non può avere che la
forma seguente: il sistema fisico costituito da S1 ed S2 non
rivela in se stesso nessuna causa immaginabile, alla quale possa farsi risalire
il diverso comportamento di S1 ed
S2 . La causa deve quindi risiedere al di fuori di questo sistema.”
Si
potrebbe pensare all’esistenza di altre masse, masse distanti (947),
che modificano le forme di S1 ed S2
e che potrebbero essere assunte come causa principale o fittizia dei
diversi comportamenti di S1 ed S2. Ora, poiché
“di
tutti gli spazi immaginabili R1, R2, … comunque in moto
relativo gli uni rispetto agli altri, non ve ne è nessuno che possa essere
considerato come privilegiato a priori, senza far risorgere l’obiezione
epistemologica sopra citata, [e' necessario ammettere che]:
Le
leggi della fisica debbono essere di natura tale che esse si possano applicare a
sistemi di riferimento comunque in moto.
Seguendo
questa via giungiamo ad una generalizzazione della teoria della relatività”.
Supponiamo
infine di avere un riferimento K rispetto al quale una data massa si muova di
moto rettilineo uniforme. Supponiamo poi di avere un riferimento K’ in moto
uniformemente accelerato rispetto a K.
“Allora,
relativamente a K’, una massa sufficientemente distante dalle altre masse avrà
un moto accelerato tale che la sua accelerazione e la direzione di questa siano
indipendenti dalla natura materiale e dallo
stato fisico della massa. Un osservatore in riposo rispetto a K’, può
concludere che egli si trova su un sistema di riferimento realmente accelerato ?
La risposta è negativa; infatti la relazione sopra
Questo punto di vista ci è reso
possibile in quanto l'esperienza ci insegna che esiste un campo di forza, il
campo gravitazionale, il quale gode della notevole proprietà di imprimere la
medesima accelerazione a tutti i corpi. Il comportamento meccanico dei corpi
rispetto a K’ è lo stesso di
quello che si osserva in presenza di sistemi che siamo soliti considerare a
riposo oppure privilegiati. Quindi dal punto di vista fisico,
l’ipotesi suggerisce essa stessa prontamente che i sistemi K e K’ possono
entrambi con egual diritto essere considerati a riposo, vale a dire che
essi hanno egual diritto di venir
Si vede da queste considerazioni che nell'istituire la teoria della
relatività generale saremo condotti ad una teoria della gravitazione, in quanto
siamo capaci di produrre un campo gravitazionale semplicemente cambiando
il sistema delle coordinate. Si vede altresì che il principio di costanza della
velocità della luce nel vuoto deve venir modificato , in quanto si constata
facilmente che la traiettoria di un raggio di luce rispetto a K’ deve essere
in generale curvilinea, se rispetto a K la luce si propaga lungo una linea retta
con determinata velocità costante.”
Fatte
queste premesse, Einstein avverte che sarà necessario abbandonare l'ordinaria
geometria euclidea ed anche quella dello spazio-tempo di Minkowskij
“per
sostituirla con una concezione più generale, onde enunciare chiaramente il
postulato della relatività generale, supponendo che la teoria della relatività
ristretta si applichi al caso limite in cui sia assente il campo gravitazionale.
"
Inoltre
“nella
teoria della relatività generale, lo spazio ed il tempo non possono venir
definiti in modo tale che le differenze tra le coordinate spaziali possano venir
direttamente misurate mediante il campione di lunghezza scelto come unità di
misura, e la differenze tra le coordinate temporali possano venir direttamente
misurate da un orologio campione.”
Quanto
detto porta ad esigere il postulato di relatività generale:
“Le
leggi generali della misura debbono potersi esprimere mediante equazioni che
valgano per tutti i sistemi di coordinate, cioè che siano covarianti a
qualunque sostituzione (covarianti in modo generale).”
E
da questo punto inizia l’elaborazione della nuova teoria che, praticamente,
impegnerà Einstein fino alla morte (1955).
Egli, prima di tutti e quando tutti entusiasticamente avevano accettato
la sua teoria della relatività ristretta, si rese conto di alcuni difetti di
essa (già dal 1908). La stessa definizione di sistema inerziale lo
lasciava
scettico; questi sistemi, di difficile definizione e che comunque restano
privilegiati, erano un qualcosa che non tornava all'esigenza, oltreché di
simmetria, di equivalenza che aveva Einstein. Inoltre la gravitazione,
sulla quale pure molti studiosi avevano lavorato e lavoravano da anni (si
ricordi ad esempio Poincaré), non riusciva a trovar posto nella relatività
ristretta. Infine l’identità, riconosciuta sperimentalmente, tra massa
inerziale e gravitazionale (la cui distinzione fece per primo Galileo),
Questi fattori contribuirono a spingerlo sulla strada della relatività
generale. Per rendere conto dell’enorme portata di questo passo è
interessante ricordare un aneddoto citato da Infeld. Il collaboratore di
Einstein (Infeld, appunto) gli disse: (948)
“Ritengo
che la teoria della relatività speciale sarebbe stata enunciata con pochissimo
ritardo, anche se non l'aveste enunciata voi "
A
questa affermazione Einstein rispose?
“Si,
è vero, ma non così per la teoria della relatività generale. Io dubito che
sarebbe stata nota ancora oggi. "
E
ritengo credibile Einstein in questa osservazione.
E’ interessante infine notare che anche nella formulazione della
relatività generale Einstein utilizza il suo consueto metodo di ricerca di
principi generali (in questo caso è inevitabile il bisticcio di parole).
Per
sua stessa affermazione fu proprio l'equivalenza tra massa inerziale e
gravitazionale, insieme alle insoddisfazioni che gli nascevano dalla relatività
ristretta e che abbiamo appena ricordato, che lo condussero alla nuova
elaborazione. (949)
Appena tre anni dopo la pubblicazione del suo articolo venne la prima
prova sperimentale di quanto ivi sostenuto. L’astrofisico britannico A.
Eddington (1882-1944), che seguì l’eclisse totale di Sole del 1919
all’isola di Principe
(Africa Occidentale), misurò
uno spostamento apparente delle
stelle situate, al momento, dietro il Sole, a seguito del campo gravitazionale
del Sole medesimo. (950)
Un raggio di luce (quello proveniente da una stella) risultava incurvato
quando passava vicino al campo gravitazionale del Sole.
Altre verifiche vennero successivamente: spostamento del perielio di
Mercurio, spostamento delle linee spettrali verso il rosso, rallentamento degli
orologi ad alta quota rispetto agli orologi al livello del mare,... Ma, appunto,
noi non ci occuperemo di tutto ciò avvertendo
soltanto che, a fronte dei molti successi, molti problemi si aprirono
con la relatività generale, soprattutto d’ordine cosmologico. Lo
stesso Einstein lavorò, come già detto, fino agli ultimi anni della sua vita
in un tentativo che aveva rappresentato il sogno della sua vita: il tentativo di
costruire una "teoria del campo unificato". Non vi riuscì e, a
quanto sembra, ancora oggi siamo lontani dal possedere una teoria che riesca ad
unificare, a comprendere in una teoria unitaria, le varie forze che conosciamo
in natura (ed è ancora quella gravitazionale la più sfuggente).
Per concludere il paragrafo e con esso il lavoro, non voglio ricordare la
pur importante esperienza di vita di Einstein ma, mi si permetta, solo il suo
costante impegno umano e civile che, se da una parte lo vide schierato in una
strenua difesa del suo amato popolo ebraico (ma mai del Sionismo), dall’altra
lo portò a concludere la sua vita, con un saggio dal titolo "Perché il
socialismo". (951)
NOTE
(926)
W. Kaufmann - Sulla costituzione degli elettroni - Annalen der Physik,
19, 1906; pagg. 487-553.
(927)
Citato da Holton (bibl. 127, pag. 187).
(928)
M. Planck - Riguardo alle misure di Kaufmann sulla deviazione dei raggi
β... -
Physikalische Zeitschrift, 7, 1906; pagg. 753-761.
(929)
M. Planck – Il principio di relatività e la legge fondamentale della
meccanica - Berichte der Deutschen Physilcalischen Gesellschaft 1906; pagg.
136 -141.
(930)
A. Einstein – Sul principio di relatività e sulle conseguenze che da esso
discendono - Jahrbuch der Radioaktivität und Elektronik, 4. 1907; pagg.
411-462
(931)
Citato da Holton (bibl. 127, pag. 188).
(932)
A. Einstein - II principio di conservazione del centro di massa e l’inerzia
dell’energia - Annalen der Physik, 20, 1906; pagg. 627 - 633.
(933)
A. Einstein – Il passaggio dal principio
di relatività all’inerzia dell’energia - Annalen der Physik, 23,
1907; pagg. 371-372.
(934)
G. N. Lewis, su Philosophical Magazine, 16, 1908 ; pag. 705.
(935)
G. N. Lewis, R. C. Tolman – Il
principio di relatività e la meccanica non-newtoniana - Philosophical
Magazine, 18, 1909; pagg. 510-523.
(936)
M. Planck, su Berichte der Deutschen Physikalischen Gesellschaft, 10, 1908; pag.
728.
(937)
A. H. Bucherer - Misure sui raggi di Becquerel. Conferma sperimentale della
teoria di Lorentz e di Einstein -. Physikalischen
Zeitschrift, 9, 1908; pagg. 755-762. Altre
esperienze che confermarono ulteriormente i risultati precedenti furono
realizzate da Bucherer nel 1909. Anche
(938)
M. Von Laue, su Berichte der Deutschen Physikalischen Gesellschaft, 1911; pag.
513.
(939)
H. Minkowskij - Spazio e tempo - Discorso pronunciato all’ ottantesima
assemblea degli scienziati e dei medici tedeschi a Colonia (21 settembre 1908).
Traduzione inglese in bibl. 131 pagg. 73-91. Un precedente cenno a quanto
Minkowskij sostenne a Colonia era stato fatto dallo stesso autore in una
comunicazione del 5 novembre 1907 all'Accademia di Gottinga.
(940)
Ricordando le trasformazioni di Galileo (x’ = x – vt; y’ = y; z’ = z;
t’ = t) trasformando la (55
bis) per un riferimento S’, in moto con velocità v rispetto al
riferimento S nel quale è data la (55 bis), si trova che s’2 =
x’2 + y’2 + z’2 ,
avendo posto x’2
– x’1 = x’ ;
y’2 – y’1 = y’ ;
z’2 - z’1
= z’. Si può facilmente vedere che la (55) è invariante per una
trasformazione di Galileo. Analogamente, se alla (55 bis) si applicano le
trasformazioni di Lorentz (8), si trova che la (55) non è invariante per una
tale trasformazione (si ricordi la contrazione delle lunghezze).
(941)
Sviluppi importanti sulla strada aperta da Minkowski.j furono realizzati da Born
con tre articoli del 1909 da P. Frank (1909); da A. Sommerfeld che ne fece una
trattazione sistematica. (1910)
(942)
L’universo è stato chiamato anche
"cronotopo" utilizzando una parola coniata da V.
Gioberti nel 1857; la parola è stata ripresa da E. Troilo nel 1920 ed applicata
alla relatività.
(943)
Per quel che segue mi sono rifatto a bibl. 212.
(944)
Per la dilatazione dei tempi e la composizione delle velocità vedi bibl. 212.
Si tenga poi conto che il testo 196 di bibl. tratta tutta la cinematica in modo
semplice con i diagrammi di Minkowskij. Molti altri testi dedicano poi svariate
pagine all'argomento. Si può in particolare
vedere bibl. 94, pagg. 189-201 e bibl. 190 (articolo di O. Frisch).
(945)
Anche se Einstein dovrà sostituire la geometria pseudoeuclidea (o iperbolica)
di Minkowskij con quella sferica di Riemann.
(946)
A. Einstein - I fondamenti della teoria della relatività generale -
Annalen der Physik, 4, 49, 1916; pagg. 769-822. Traduzione italiana in bibl.
174, pagg. 509-559 (tutte le citazioni che seguiranno saranno tratte da questa
traduzione). Lavori precedenti di Einstein che trattano in modo più o meno
esteso delle questioni che saranno poi argomento del lavoro del 1916 sono del
1911 (Annalen der Physik, 4, 35, 1911; pag. 898), del 1914, insieme con M.
Grossmann che si occupò della parte strettamente matematica (Zeitsch. Math. Phys.,
63, 1914; pag. 215), del 1915 (Stzgsb. Ak.
Berlin, 41, 1915; pagg. 778 ed 844).
Altri
lavori seguirono poi quello del 1916; tra di essi ricordiamo:
Einstein
- Il principio di Hamilton e la teoria della relatività generale - Sitz.
Preuss. Akad. Wissenschaften, 1916; pagg. 1111-1116.
Einstein
- Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale -
Sitz. Preuss. Akad. Wiss., 1917; pagg. 142-152.
A.
Einstein - Generalizzazione della teoria della gravitazione - Appendice
II al volume di Einstein II
significato della Relatività, Princeton, 1953 (quarta edizione). Questi
ultimi tre lavori sono tradotti in italiano in bibliografia 174.
(947)
Si noti che qui c'è un evidente riferimento alle masse nascoste
introdotte da Hertz.
(948)
Vedi bibl. 199, pag. 58. Si noti che l’oggi cui si riferisce Einstein è
situabile intorno agli anni ’40.
(949)
Quanto qui riportato è sostenuto da Einstein in una lettera al suo amico Besso
del 28 agosto 1918 (citata da Holton in bibl. 127, pag. 179).
In conclusione del lavoro non si possono non ricordare anche gli enormi
contributi dati da Einstein alla teoria dei calori specifici dei solidi ed alla
formulazione delle statistiche quantistiche
(statistica di Bose-Einstein).
(950)
II fenomeno è osservabile solo durante una eclisse totale di Sole, poiché
allora risultano visibili le stelle che si trovano dietro il Sole. Si noti che
la deflessione del raggio di luce risulta dal confronto con la posizione delle
stelle, ad esempio di notte, quando il Sole non si trova più lungo la
congiungente la stella con la Terra.
(951)
II saggio fu scritto nel 1944 per la rivista Monthly Review (New York). Esso è
riportato nella sua traduzione in italiano in bibl. 161, pagg. 225-233.