LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

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VOLUME XVIII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA EDITORE

 

1966


LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

 

SOTTO L'ALTO PATRONATO

 

DEL

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

GIUSEPPE SARAGAT

 

 

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VOLUME XVIII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA - EDITORE

 

1966

 


PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

 

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

 

 

LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

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Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARTEGGIO.

 

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1639-1642.

 


3829*.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Firenze, 7 gennaio 1639.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF, XIII, 13, 1. – Originale, d'altra mano.

 

Ill.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

La gratissima lettera di V. S. Ill.ma([1]) mi fu resa hieri, insieme col suo libro Del moto([2]), dal molto Rev. P. D. Clemente di S. Carlo delle Scole Pie([3]), compagno del Rev. P. Francesco di S. Giuseppe([4]): e perchè il mio infortunio di esser cieco del tutto da circa due anni in qua non mi permette il poter vedere nè anche il sole, non che oggetti tanto minori e privi di luce quali sono le scritture e le figure geometriche, ho ottenuto questo giorno che il sopradetto P. D. Clemente sia venuto a trattenersi da me per molte hore, nel qual tempo haviamo di compagnia scorso il detto suo libro, veramente con mio gusto particolare, ancorchè io non habbia potuto intendere distintamente le dimostrationi, non potendo incontrarle con le figure; ma per la pratica che ho della materia, e per sentire buona parte delle sue propositioni incontrarsi con le mie già scritte, ho penetrato i suoi sensi e concetti.

Io ho trattato la medesima materia, ma alquanto più diffusamente e con aggressione diversa; imperochè io non suppongo cosa nessuna se non la diffinitione del moto, del quale io voglio trattare e dimostrarne gl'accidenti, imitando in questo Archimede nelle Linee Spirali, dove egli, essendosi dichiarato di quello che egli intenda per moto fatto nella spirale, che è composto di due equabili, uno retto e l'altro circolare, passa immediatamente a dimostrare le sue passioni. Io mi dichiaro di volere esaminare quali siano i sintomi che accaggiono nel moto di un mobile il quale, partendosi dallo stato di quiete, vada movendosi con velocità crescente sempre nel medesimo modo, cioè che gl'acquisti di essa velocità vadano crescendo non a salti, ma equabilmente secondo il crescimento del tempo; sichè il grado di velocità acquistato, per esempio, in due minuti di tempo sia doppio dell'acquistato in un minuto, e l'acquistato in tre minuti, e poi in quattro, triplo, e poi quadruplo, del medesimo che fu acquistato nel primo minuto([5]); e non premettendo altra cosa nessuna([6]), vengo alla prima dimostratione, nella quale provo, gli spatii passati da cotal mobile essere in dupplicata proportione di quella de' tempi, e séguito poi a dimostrare buon numero di altri accidenti. De' quali ella ne tocca alcuni, ma io molti più ve ne aggiungo, e per avventura più pellegrini, come V. S. Ill.ma potrà vedere nel mio Dialogo di tal materia, già due anni fa stampato in Amsterdam([7]): del quale non me ne è venuto, salvo che di foglio in foglio mandato di là per le correttioni e per fabbricarne una tavola delle cose più notabili; di poi non me ne è pervenuto pur uno, e tuttavia so che ne sono stati sparsi per tutte le provincie settentrionali, e, quello che è più, intendo che in Roma ve ne sono capitati e che vi si vendono tre scudi l'uno; e questi per avventura possono essere quegli che, essendo pervenuti in Praga, furono immediatamente raccolti tutti da' PP. Gesuiti, sicchè nè l'Imperatore istesso potette ottenerne una copia, havendo mandato il S.r Francesco Piccolomini, suo cameriere, per haverle, come l'istesso S.r Piccolomini, tornato qua circa due mesi sono, a bocca mi replicò. Se mai me ne perverranno, non mancherò di inviarne uno a V. S. Ill.ma; intanto starò aspettando con desiderio di sentire i suoi pensieri intorno alli liquidi, materia alla mia mente molto oscura e piena di difficultà.

Ma tornando al mio trattato del moto, argomento ex suppositione sopra il moto, in quella maniera diffinito; sichè quando bene le conseguenze non rispondessero alli accidenti del moto naturale de' gravi descendenti, poco a me importerebbe([8]), sicome nulla deroga alle dimostratione di Archimede il non trovarsi in natura alcun mobile che si muova per linee spirali([9]). Ma in questo sono io stato, dirò così, avventurato, poichè il moto dei gravi et i suoi accidenti rispondono puntualmente alli accidenti dimostrati da me del moto da me definito. Tratto anco del moto de' proietti, dimostrandone diverse passioni: tra le quali è quasi che principale il dimostrare come il proietto cacciato dal proiciente, qual sarebbe la palla cacciata dal fuoco per l'artiglieria([10]), fa la sua massima volata, cadendo cioè nella massima lontananza, mentre il pezzo sia elevato a mezo angolo retto, cioè a gradi 45; e più, che gli altri tiri, fatti da maggiore o minore elevatione, riescono fra di loro eguali, quando il pezzo per eguali gradi([11]) si eleva hora sopra et hor sotto li detti gradi 45.

Vedrà anche V. S. Ill.ma nel medesimo mio Dialogo un trattato della resistenza de' corpi solidi all'essere spezzati, materia molto utile nell'arte mecanica. Io havrei nella fantasia buon numero([12]) di problemi e questioni spezzate, parte del tutto nuove e parte diverse o contrarie dalle communemente ricevute([13]), e se ne potria fare un libro più curioso degli altri da me scritti; ma il mio stato, pieno, oltre alla cecità, di molte altre gravissime indispositioni, aggiunte alla età decrepita di 75 anni, non mi permettono di potere occuparmi in veruno studio. Tacerò dunque, e sotto silentio passerò quel che mi resta di questa mia vita travagliosa, appagandomi del gusto che sentirò dai trovati di altri ingegni pellegrini, et in particolare da quello di V. S. Ill.ma; alla quale intanto mi confermo suo devotissimo servitore, e con reverente affetto gli bacio le mani e li prego intera felicità.

 

Di Firenze, il 7 di Gennaio 1639.

Di V. S. Ill.ma

 

Devotiss.mo et Obbligatiss.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3830**.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 105. – Autografa.

 

Molt'Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ne Colend.mo

 

Ringrazio V. S. molt'Ill.re della graziosa risposta che si è compiacciuta dar alla mia lettera di buone Feste([14]); nè occorreva che si pigliasse incommodo, essendo che era più che bastante che avesse gradito il dovuto ossequio di un suo obbligato servitore. Vedo con mio indicibile cordoglio la continuazion della sua indisposizione, e ne sarò col Sig.r Trullio([15]), se bene non me ne meraviglio troppo in risguardo della stagione; e mi giova sperare che nel raddolcir de' tempi si mitigherà il male, e priego S. D. M. facci che ciò segua.

Il Padre Abbate D. Benedetto è arrivato, per Dio grazia, a salvamento, ed averà complito con V. S. molto Ill.re; alla quale per fine, facendo umile riverenza, prego da N. S. ogni vero bene.

 

Roma, li 8 Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Galilei. Firenze.

 

Devot.mo et Obbligat.mo Serv.re

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3831*

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 gennaio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXX, n.° 36. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Doverei scrivere in longo a V. S. molto Ill.e ed Ecc.ma, ma non è possibile, essendo stato necessitato a andare ogni giorno a Palazzo, dove sono stato visto da questi Padroni assai benignamente. L'Em.mo Sig.r Card.l Barberino([16]) mi dimandò con affetto di V. S., ed hebbe gusto intendendo che se la passava assai meglio di sanità di quello che si era inteso, e la compatisce della perdita della vista.

Qua in Roma sono comparse diverse copie del Dialogo de motu, e sono stati licenziati, in modo che ne haverò uno, havendo di già dato ordine che si leghi; ed il simile ha fatto il Sig.r Cardinale.

Io poi sto bene, Dio grazia, ed ho hauto felicissimo viaggio. In Siena ogni sera, avanti il Ser.mo Princ. Leopoldo([17]), si facevano honoratissime ricordanze del gran merito di V. S. e da Mons.r Ill.mo Arcivescovo([18]) e dal Sig. Soldani([19]) e dal P. Francesco([20]) buono, e veramente buono, quale studia con ardore e stupore il suo libro. Qua da tutti sento celebrare tanto altamente la virtù di V. S., che hormai l'invidia non ci può arrivare e resta totalmente vinta.

Il Sig.r Magiotti, il Sig.r Borghi([21]), la riveriscono; ed io l'abbraccio strettamente, e non l'abbandono mai al Santissimo Altare, pregandogli ogni grande e vera consolazione, e spero nella infinita misericordia di Dio, facendoli riverenza.

 

Di Roma, l'8 di Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Sig.r Gal.o

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.e e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ne Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.mo Filosofo del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3832*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 8 gennaio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXX, n.° 144. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Le lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi sogliono essere di somma consolatione, ma quella di 23 del passato mi ha grandemente afflitto et fatto internamente dolere, intendendo distintamente le sue gravi indispositioni. Mi trovo in letto con un dolore nella parte sinistra, particolarmente nella gamba, senza tumore o inditio alcuno di male; e pure mi ha cagionata febre per alcuni giorni, et ne sto tuttavia senza poter uscir di camara o fare foncione alcuna. Me la vado passando con la pacienza, sapendo questi esser frutti delli anni. Bisogna che noi andiamo consolandosi con la cognitione delle cose humane, et io la prendo come una ammonitione ad cogitandum de sepulcro. Deploro bene nelle indispositioni di V. S. il danno commune de' virtuosi, quale conoscono o devono conoscere presente nel vedere che, in occasione di tanti scoprimenti nuovi, nissuno sa osservar([22]) cos'alcuna, nè farvi sopra un minimo discorso.

È giunto qui nel porto di Malamocco un vasello, che porta una casetta di libri per V. S.: stimo siano li nuovi Dialoghi. Ho fatto pregare il Sig.r Giusti([23]), a cui è inviata, che accelleri la estrattione: credo lo farà, et sarebbe fatto a quest'hora se io non fossi inchiodato tra la camera et il letto. Lo sollecitarò.

Ho veduto il R.do Don Vicenzo Ranieri con gran gusto: in fatti basta il dire che sia discepolo di V. S. per farlo conoscere colmo di bontà, di soavità di costumi, et d'ingegno non ordinario. Prego il Signor Iddio che conceda a V. S. alleviamento dei suoi mali et il dono della toleranza, come dalle sue eccellente virtù son sicuro lo posseda, et le baccio con ogni affetto le mani.

 

Di Venetia, il dì 8 Genaro 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo.

Devotiss.o Ser.

F. Fulg.o

 

 

 

3833*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 8 gennaio 1639.

 

Dalla pag. 120 dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 3053.

 

.... quanto al Sig. Galileo, credo che ora possi andare in Fiorenza; ma è male conditionato quanto alla sanità, e massime trovandosi cieco.

Di quell'occhiale([24]) ch'ella mi accenna ho sentito dire gran cose anch'io, ma non ne so niente di certo.

Il P. D. Benedetto Castelli è bene stato a Fiorenza, ed ora ritornato a Roma; ma per qual effetto, non l'ho potuto sapere: nè credo sia stato per rivedere le cose del Galileo, com'ella dice d'aver inteso, ma forse per altro....

 

 

 

3834**.

 

IACOPO SOLDANI a [LEOPOLDO DE' MEDICI in Pisa].

Siena, 12 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 89. – Autografa.

 

Ser.mo Sig.r Principe,

 

In un medesimo tempo ho ricevuto una lettera del Padre D. Benedetto Castelli, con la quale mi dà nuova del suo salvo arrivo in Roma, et un rinvolto di fogli indiritto a V. A.za, che credo sieno gli ultimi Dialoghi del Sig.r Galileo, che presuppongo che venghino dal medesimo Padre, già che mi dice esserne arrivati in Roma molte copie, che si vendono senza difficultà e si leggono con somma lode dell'autore. Lo invio a V. A., e con tale occasione rappresentole([25]) la mia umilissima osservanza, dandole conto che sto in decretis di partir lunedì per Firenze con la mia famiglia, dove aspetto l'onore de' suoi comandamenti. E con la stessa umiltà m'inchino a V. A., alla quale prego da Dio il colmo d'ogni felicità.

 

Di Siena, 12 Genn.o 1638([26]).

Di V. A. Ser.ma

Dev.mo Umiliss.o et Obblig.mo S.re

Iacopo Soldani.

 

 

 

3835*.

 

GALILEO ad [ELIA DIODATI in Parigi].

Parigi, 16 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 87t. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, che premette quest'indicazione: «G. G. 15 Gen.o 1638 ab Inc.ne».

 

Mandai al Sig. Elsevirio la traduzione latina del resto dell'opere mie, sentendo che aveva pensiero di ristamparle tutte in un volume. Non ho poi avviso nè della ricevuta nè d'altro.

 

 

 

3836.

 

GALILEO a ..........

Arcetri, 15 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 97b.-97d. – Copia di mano del sec. XVII. in capo alla quale si legge il seguente titolo: «Lettera overo Discorso del Sig.r Gallilei sopra l'occhiale di Napoli oltra nominato». La copia ribocca di errori grafici e di forme scorrette (come, per esempio, nelle prime linee, grattissima, statto, afflige, me domanda, essere statto osservate, diversse, longo, statto paghata, longezza, familliari, cierca al ingrandire, ecc.), che abbiamo corretto senza tenerne nota a piè di pagina.

 

Alla gratissima di V. S. molto Ill.re delli 18 Xbre, comparsami tre giorni sono, rispondendo, dico lo stato mio essere infelice et andare di giorno in giorno peggiorando in tutte le mie indispositione, che sono molte, et sopra tutte la total cecità mi affligge perpetuamente, privandomi del poter operare nessuna cosa.

A quello poi che ella mi domanda circa i telescopii del Fontana di Napoli([27]) e delle novità che viene a V. S. molto Ill.re scritto essere state osservate, le dico che il Gran Duca mio Signore ne ha ricevuti tre o quattro di diverse grandezze, l'ultimo de' quali grandissimo è lungo dieci braccia, e mi pare intendere che la sola lente sia stata pagata 300 scudi. Il medesimo Gran Duca ne ha molti altri, lavorati qua, ma non di tanta lunghezza, nè di tanta perfetione. Io, come impotente, sono rimasto privo del potere sensatamente osservare niuna cosa; ma l'istesso Gran Duca, insieme con alcuni gentilhuomini miei familiari, e molto essercitati nelle osservationi, non referiscono tutto quello di che ella ha havuto per altra via informatione, cioè dal molto Rev.do Padre Santini([28]), mio antico et carissimo amico e padrone, et egli senza alcun dubio è stato iperbolicamente informato da Napoli.

Quanto all'ingrandire gli oggetti più de gli altri telescopii nostrali e più corti, è verissimo: e circa all'ingrandire la luna e mostrarla maggiore del mercato di Napoli, questo è un parlare del volgo, argomento della poca intelligenza del Napolitano artefice, che ne ha dato relazione a esso Padre. Del vedervisi infinite differenze è vero, ma sono le medesime che si veggono co i telescopii nostri, ma alquanto più conspicue mercè dell'ingrandimento; ma non è già che vi si scorgano cose nuove e differenti dalle prime scoperte da me e poi riconosciute da molti altri.

Quanto al pianeta di Marte, si è osservato che essendo al quadrato col sole, ei non si vede perfettamente rotondo, ma alquanto sguanciato, simile alla luna quando ha 12 o 13 giorni, che dalla parte opposta a quella che è tocca da i raggi solari resta non illuminata, e per conseguenza non veduta: cosa che io già dicevo dover apparire quando Marte fusse poco superiore al sole; ma i nostri telescopii, come quelli che non ingrandiscono tanto, non ci mostravano al senso la rotondità non perfetta di esso Marte. Qui credo che habbia origine il dire che in esso si scorga come una gran montagna; cosa che qua non si è osservata, nè forse è osservabile.

Che Giove parimente si mostri grande come Marte, et amendue come la luna, questo è verissimo: e potrannosi anco ingrandire sì che mostrino maggiore.

Quanto a Saturno et alla figura che V. S. molto Ill.re mi manda, non potendo io vedere nè la figura nè riosservare Saturno, da quello che mi vien referto da gli amici miei qui, non si scorge novità alcuna oltre a quelle che scopersi io già e scrissi nelle mie Lettere delle macchie solari et altrove; cioè che il corpo di Saturno si vede in alcuni tempi con due minori corpicelli, ancor essi rotondi, uno a levante e l'altro a ponente, in altri tempi si vede solitario([29]) cioè un solo globo luminoso, in altri tempi i due globetti sopradetti ritornano, ma trasformati come in due mitre o orecchioni, che rendono tutto il composto di figura ovale, simile a una oliva: si distingue però tra le due mitre il globo di mezzo perfettamente rotondo, e non di figura ovata, e nel mezzo delle attaccature delle mitre al globo di mezzo si veggono due macchie oscure assai([30]). Tutto questo è stato osservato, nè di novo ci si vede altro che un maggiore ingrandimento, mercè di questi novi telescopii più lunghi.

Quanto alle stelle fisse, che non mostrino di ricevere ingrandimento alcuno dal telescopio, già ne ho io scritto et è stampato molti anni sono, dichiarando a lungo che il telescopio ingrandisce i pianeti e le stelle fisse, tutti secondo la medesima proporzione, e dichiaro molto apertamente onde apparisca che le stelle fisse non ricevano ingrandimento, anzi talvolta più tosto diminuzione. Favoriscami di rivedere il mio Saggiatore, che troverà questa materia assai diffusamente trattata([31]). Della immensa lontananza delle stelle fisse ne cavo argomento non dal poco ricrescere, ma dalla estrema loro piccolezza, la quale io nel predetto luogo mostro essere centinaia e migliaia di volte minore di quello che gli astronomi sin qui le havevano giudicate. Ma io, di più, non molto avanti la perdita del lume, trovai un modo esattissimo per misurare il loro diametro([32]), il quale lo dà ancora molto e molto minore di quello che io medesimo haveva prima detto; onde l'argomento preso contro all'orbe magno rimane ancora più e più snervato. Questo è quanto mi occorre in risposta della gratissima sua.

 

D'Arcetri, li 15 Gennaio 1639.

 

 

 

3837.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 15 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 107. – Autografa.

 

Molt'Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ne Colend.o

 

Il Sig.r Trullio([33]) non stima espediente l'irritar con medicamenti la materia che concorre a V. S. molto Ill.re ne' reni, mentre non le genera altri incommodi che gli scritti, dubitando, in risguardo della stagione, che non si facci peggio. Dice essere catarro che la natura evacua per quella parte, e che, durando questa evacuazione, V. S. molto Ill.re sentirà alleggerirsi le incommodità del capo. Si ricorda servitore a V. S. molto Ill.re, sì come faccio io per fine di tutto cuore, pregandole dal Cielo ogni vera felicità.

 

Roma, li 15 Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Galilei. Firenze

 

Devot.mo et Obbligat.mo Serv.re

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3838**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 21 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 202. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Mando un moggio di bracie, che costa lire sei e mezo, con staia due di panico, a ventidue crazie lo staio. Non mando capretto, perchè oggi da S. Casciano non è passato cosa buona, e gli vendevono carissimi. E perchè scrivo con qualche dificultà mediante certo catarro, finisco facendo a V. S. debita reverenza e pregandoli dal Cielo intera prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 21 Genn.o 1638 ab Inc.ne

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3839.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 25 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 122. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevei la lettera di V. S. Ecc.ma tanto più grata quanto più longa, havendola subito fatta vedere all'Ecc.mo Sig.r Liceti, il quale n'hebbe molto gusto, e massime sentendo che hormai siano stampate le sue specolationi del moto, opera tanto desiderata dalli studiosi delle buone lettere. Io veramente mi sento molto inclinato a tali materie, perchè parmi che quelle possino arrechare gran gusto ad ogni sorte d'ingegni et insieme manifestare la grande utilità o per meglio dire necessità che habbiamo delle mathematiche discipline per intendere le cose naturali, cosa non troppo creduta([34]) dalli filosofi peripatetici in particolare. Quanto al libro Del moto dei gravi descendenti del Sig.r Baliani([35]), io non l'ho ancora visto, nè meno il Sig.r Liceti; procureremo però di vederlo quanto prima, come anco la prego a favorirmi di avviso quando sapi che comparino copie della sua ultima opera stampata in queste parti, perchè sono molti qua che la desiderano.

Sta hora il Sig.r Liceti scrivendo sopra quella pietra che si trova qua su 'l Bolognese([36]), e che s'imbeve, o pare che s'imbeva, del lume del sole, della quale ella ne ha già un pezzo fa essatta cognitione; e di poi replicarà contro il Chiaramonte.

Io poi posso fare puoco, quasi sempre afflitto dalla gotta. Vado però stampando quel puoco che resta de' problemi della mia Centuria([37]). Sono hora intorno al problema di misurare la capacità o il vano delle volte fatte in croce sopra le portioni di cerchio o di elissi, purchè la lunghezza sia eguale alla larghezza, cioè purchè le quattro portioni de' cerchi che terminano la volta siano simili et eguali; poichè quando quelle non sono eguali, ma la volta è una croce più lunga che larga, non la so ritrovare, et è problema, credo, assai difficile. Sapi adunque, che intesa una volta sopra 4 colonne, fatta sopra 4 mezzicerchi eguali, et inteso un quadrato che posi con gli angoli sopra le istesse collonne, e sopra detto quadrato concepito un parallelepippedo di altezza eguale alla volta, trovo che il detto parallelepippedo, al vano compreso tra il detto quadrato e la superficie della detta volta in croce, è come il quadrato circonscritto al cerchio, all'istesso cerchio con l'eccesso dell'istesso cerchio sopra 2/3 dell'istesso quadrato; trovo poi, questa proportione essere prossimamente come 21 a 2. Ma quando le portioni son minori di mezzocerchio, varian le proportioni secondo che variano le portioni di cerchio. Mi è anco venuto trovato, che essendo un parallelogrammo circonscritto ad una parabola, e rivolgendosi quella intorno alla base, il cilindro generato dal parallelogrammo circonscritto al corpo parabolico fatto dall'istessa parabola, è come 15 a 8, benchè un Padre Gesuita Fiamengo([38]) mi scrivesse di havere ritrovato essere tra quelli proportione doppia. L'uno e l'altro poi di questi problemi è da me dimostrato per i principii della mia Geometria([39]). Havrei da dirli altre cose, ma le riserbo ad un'altra volta per non attediarla. Con che finisco, facendole riverenza, ricordandosele meco insieme servitore l'Ecc.mo sudetto Sig.r Liceti.

 

Di Bologna, alli 25 Gen.ro 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Tengo la vita del Copernico in un libro dove stanno descritte altre vite di varii virtuosi Polachi([40]). S'havesse gusto vederla, gliela mandarei, nella quale sentirebbe come nè anch'egli andò essente da travagli, e nel fine della sua vita perse la memoria e l'ingegno; con altre cose degne da sapersi.

 

 

Dev.mo et Ob.o Ser.re e Dis.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze.

Arcetri.

 

 

 

3840*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 26 gennaio 1639.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 285t. –Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam.

 

Ut insigniter abutar humanitate tua, illa ipsa profecto facit insignis tua humanitas, quae in me (nescio an ullo meo merito) tam prona semper et effusa, ut non fiduciam animo sed quandam audaciam iniecerit, cum impudentia coniunctam. Debui sane, si quid honestum sit potius quam quid expediat spectare voluissem, egregium operis Galilaici, tanto autore dignissimi, munus tuum([41]) alio munere redhostire; et erant in promptu quae remitterem, haud ingrata forte futura. Sed cum adiunctum hisce librum ad Epstenium recte curari mea plurimum interesset, nec maiori tamen sarcina cognatus tuus.... onerandus esse videretur, eam solam ipsi commisi ferendam....

 

16 Ian.([42]) 1639.

 

 

 

3841.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 29 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 124. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io veramente pensava di potere incontrare più presto occasione di servire V. S. molto Ill.re; ma sin hora non ho fatto altro se non che con l'Em.mo Sig.r Card.l Barberino([43]) ho fatta una passata, ed ho conosciuto che S. Em.za ha gradito e fatto conto della azzione honorata di V. S. Ecc.ma, ma non ho hauto tempo di fare il fatto mio, come io disegno di fare e spero di poter fare; e non occorre che ella mi solleciti, perchè non ho cosa nessuna che mi prema più di questa.

Il suo libro è stato venduto qua in Roma tanto presto, che molti che lo desideravano non l'hanno potuto havere. È opinione che il libraro ci habbia fatto sopra un grosso guadagno. La verità è che tutte le copie sono state vendute due scudi l'una, ed erano sopra 50, per quanto mi vien detto.

Il Sig.r Borghi sta bene e attende a' suoi studii, ma non gli ho potuta ancora consegnare la lettera di V. S. Ecc.ma

Qua si trova un giovane studioso di musica, quale desidera sopra modo sapere come sia fatto l'instrumento novo trovato dal Sig.r Vincenzo, figliuolo di V. S. Ecc.ma([44]) Io gli ho detto (come è la verità) che non lo so, e poi, che essendo l'invenzione nuova, forsi il Sig.r Vincenzo non la vorrà publicare così presto, potendola perfezzionare e accrescere con il tempo: con tutto ciò se si può sapere qualche cosa per dare qualche sodisfazione a chi me ne ricerca, mi sarà caro. E non occorrendomi altro, fo fine, abbracciandola caramente e assicurandola che non l'abbandono mai nel Santissimo Sagrificio; e bacio le mani al Sig.r Vincenzo e al Padre Clemente([45]).

 

Roma, il 29 di Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Galileo.

 

Devotis.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei, p.]o Filosofo del Ser.mo Gr. Duca di Tosc.na

Firenze.

 

 

 

3842.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 8 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 126. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Mi è venuto di Siena il libro del S.r Baliani([46]), ma non mi basta l'animo di vederlo, sì per le molte supposizioni e termini che egli mette innanzi, che per me sarebbe difficile il ritenerli a memoria per la debbolezza della mia testa, sì anche per non vedervi quella semplicità e purità di procedere come nelle cose di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, le quali mi hanno apportato meraviglia e gusto indicibile, come ancora al Ser.mo Principe Leopoldo mio Signore, che ha di già finita di vedere la terza Giornata, che tratta del moto accelerato; e sebene le caccie hanno qualche poco impedito il vedere un'altra opera sua, non però ha tralasciato la lezzione ordinaria delle dimostrazioni del moto, se non in casi di grandissima stanchezza, che sono stati rarissimi.

Ho sentito con gusto che le calzette gli sieno riuscite a proposito([47]), e se in altro vaglio per lei mi comandi, che chi mi ha dato quelle mi puol dare altre cose, e per lei massime me le dà più che volentieri.

Quanto alla dimostrazione, non dirò altro se non che io ringrazio V. S. molto Ill. et Ecc.ma delli honori che mi fa di stimare per mio quello che io riconosco tutto da lei, anzi che è tutto suo; e le dico con ogni sincerità che mi son vergognato assai di mandarle quel poco che le ha detto il P. Clemente([48]) a bocca, ma per obbedirla, doppo tante instanze, mi volsi mortificare.

Il Ser.mo Principe riceve con gusto i suoi inchini, et ammira le sue virtù e le predica. L'Ill.mo Senator Soldani([49]) credo sia in Firenze([50]), perchè qua non è ancor capitato. Si dice che domani si vadia a Livorno, dove starò attendendo i sua comandi. L'altra sera hebbi lunghissimo discorso col Ser.mo G. D. delle cose di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, presente il Ser.mo Principe Leopoldo, il quale mi aiutava ad esaltare il suo valore, et S. A. S. gustava in estremo di sentirci. Il discorso mi riserbo a raccontarlene a Firenze.

Di Livorno spero darle nuova d'una cosa, che, se mi riesce, ne harà gusto senz'altro. Con che facendole humilissima riverenza, le prego da Dio ogni vero bene. Deo gratias.

 

Pisa, 8 Feb.o 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Se rispondo tardi alle sue lettere, ne incolpi la mia natural freddezza in tutte le cose, che in tante occupazioni non sa trovar tempo di cominciare a scrivere; onde tutti i miei superiori della Religione si lamentano che non scrivo loro.

 

 

Indeg.mo et Aff.mo Servo e Discep.lo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

 

 

3843*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE [in Parigi].

[Egmond de Binnen], 9 febbraio 1639.

 

Dal Tomo II, pag. 495-496, dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 2898.

 

.... I'accorde ce que dit Galilée, que l'eau n'a nulle resistance a estre divisee, cela s'entend au dedans de son cors, par un mouvement qui luy soit proportionné; et c'est ce que ie pense vous avoir escrit en quelqu'une de mes precedentes, a sçavoir qu'il n'y a point de liqueur qui ne puisse servir de medium aussy libre que le vuide, au regard des cors qui ne s'y meuvent que de certaine vitesse. Mais la superficie de l'eau ne laisse pas d'avoir de la resistance, ainsy que i'ai prouvé dans le Discours du sel([51]); et c'est pour cela que les aiguilles d'acier, les lames d'ivoyre etc., flotent dessus....

 

 

 

3844.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 12 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 128. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

L'interesse di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma è tutto mio proprio, ma bisogna che io mi serva del beneficio del tempo per non guastare il negozio; spero però in Dio benedetto che si farà qualche cosa di buono, e non manco di raccomandare a S. D. Maestà ogni nostro desiderio.

Le copie del Dialogo ultimo venute in Roma sono state vendute tutte, e se ce ne fossero tre tanti, pure si venderebbero, a due scudi l'una; e se il libraro ne volesse maggiore prezzo, credo che lo trovarebbe: ogn'uno ne dice bene, e se ne parla honoratissimamente da tutti. Io ho occasione di leggerlo in conversazione di Mons.r Cesarino([52]) e Cittadino([53]), i quali Signori, ancorchè non siino capaci delle dimostrazioni geometriche, nondimeno restano maravigliati delli altri discorsi, e con infinito lor gusto godono quel che possono intendere. D'una cosa sola non resto io capace: come V. S. non mantenga il costume (per altro osservato esquisitamente da' suoi interlocutori) nel Sig.r Simplicio; già che mi pare che con la lunga prattica de' suoi colleghi si sia assai domato, e non corra così precipitosamente nè ostinatamente, come a buon Peripatetico converrebbe, a pronunziare e mantenere spropositi.

Quattro giorni sono fui a fare riverenza alla regina della gentilezza, io dico all'Ecc.ma Sig.ra Ambasciatrice di Toscana, quale al lungo parlò di V. S. con tanto affetto che più non si può dire, e mi comandò che li baciassi le mani in nome suo, come fo facendoli riverenza.

 

Di Roma, il 12 di Feb.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

 

 

3845**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 14 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 203. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Ancora non mi sono abboccato con Macinaio, perchè egli sta poco a casa, ma procurerò di vederlo quanto prima.

Mando uno staio di marroni, che costano quattordici crazie, e un mazo di tordi, che costano tredici. Chi mi promesse in vendita le mele appiole, me n'ha donate un corbellino, onde ne fo parte a V. S., e ne conservo per lei altre e tante, che invierò, per la prima occasione, con le pere bronche del mio nesto che già gl'ho dedicate. Se V. S. volessi più appiole, mi avisi speditamente; perchè harò occasione di poterla servire: ma costeranno al meno un testone la bigoncia. Gli mando ancora due ricotte, se bene saranno più proporzionate a' suoi denti che al suo stomaco; mentre co 'l fine, pregando a V. S. dal Cielo cumulata prosperità, con sincero affetto la reverisco.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 14 Febraio 1638 ab Inc.ne

Di V.S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3846.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 15 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 129. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma la Vita del Copernico([54]), acciò veda il corso di sì grand'huomo, perturbato non dimeno da varie molestie e traversie, e si consoli perciò anch'essa ne' suoi travagli. Ho salutato a nome suo l'Ecc.mo Sig.r Liceti, che la risaluta caramente, il quale dice, se bene si è messo a scrivere di quella luminosa e famosa pietra([55]) per dirne il suo parere, non dimeno che non si presume di poterle dare in questo, nè meno in materia del lume e della luce in genere, quella sodisfattione ch'ella desidera, e perciò ne la pregarà a scusarlo, intendendo solo di dirvi intorno qualche suo pensiero o dubitatione.

Io poi la ringratio del buon concetto che ha di me, ch'io sia atto a continuare la sua maravigliosa dottrina del moto; ma se mi fosse lecito, direi che in questo s'ingannasse assai, conoscendo ben in me un intenso desiderio di applicarmivi, ma non quell'ingegno che vi si richiederebbe. Anzi stimo che come non si trovò alcuno che si conoscesse atto a finire l'opera di quel famoso pittore Apollo da esso incominciata, così forsi non vi sarà chi si conosca degno di dare quel compimento a così alta dottrina che vi potesse mancare, quando in alcun modo, il che non credo, ella si ritrovasse imperfetta, et io molto meno di tanti altri nobilissimi ingegni che hoggidì fioriscono. Io mi ritrovo vecchio in età virile, e quasi impotente a fare cosa di momento nelli studii, sentendo troppo pregiudicio alla sanità, e perciò so quel ch'io dico della mia molta debolezza. Conceda Iddio adunque lunga vita a V. S. Ecc.ma, che può essere di tanto profitto con così nuove e così rare dottrine a tutto il mondo, come io Lo pregarò sempre; alla quale baciando le mani faccio insieme riverenza, a nome ancora del'Ecc.mo Sig.r Liceti.

 

Di Bologna, alli 15 Feb.ro 1639.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

3847.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 19 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 111. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Il Sig.r Giusti([56]) libraro mi mandò dire che era gionto un invoglio di libri da indrizzare a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, et sopra quel riporto io le scrissi([57]); ma poi, abboccatomi con il medesimo, trovai che il suo garzone havea mal inteso et havea posto per presente quello che il patrone li havea detto di futuro: ma perchè mi soggionse, et mi mostrò la lettera, che il fagotto dei libri è sopra il vasselo S. Giacomo, il quale mi diceva s'aspetta di momento in momento, io ancora ho sopraseduto se per ventura capitasse. Questa è la cagione della tardanza del mio scrivere, ma non è gionto ancora quel legno nel nostro porto, come li viaggi di mare sono incertissimi; subito che sia gionto, havrò cura di ricuperarlo et consegnarlo all'Ill.mo Sig.r Residente Rinuccini.

Io son stato dall'ingresso di quest'anno sino al presente con qualche indispositione maggiore del solito: ipsa senectus morbus est. Io desidero et prego instantemente il Signore di poter haver da V. S. nuova di qualche suo miglioramento, poi che piace a S. D. M. avisarci del nostro disloggio con il deterioramento del tugurio.

Delle cose del cielo e sue novità, osservate con questo nuovo tanto eccellente occhiale([58]), non si parla più, come non ci fosse che dire. In fatti l'osservatione di queste maraviglie et l'ingegno per esplicarle et comunicarle è un dono riservato al Sig.r Galileo, i cui soli occhi sono stati alti per vederle et la mente per capirle; et non sono io solo che faccia questo giudicio, ma con quanti parlo, della professione, dicono il medesimo. Et con tal fine a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma prego miglioramento nella sanità, tranquillità([59]) nella mente, et le bacio le mani.

 

Ven.a, li 19 Feb.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o Ser.

F. Fulg.o

 

 

 

3848*.

 

RENATO DESCARTES a FLORIMONDO DE BEAUNE [in Blois].

[Egmond de Binnen, 20 febbraio 1639].

 

Dal Tomo II, pag. 518, dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 2898.

 

.... Les petites remarques que i'ay faites sur le livre de Galilée, ne valent pas la peine que vous les voyez; mais, puis qu'il vous plaist, ie ne laisseray pas de prier le Reverend Pere Mersenne de vous les envoyer. I'ay bien pris garde que Galilée ne distingue pas les diverses dimensions du mouvement; mais cela luy est commun avec tous les autres, dont i'ay veu quelques écrits de mechanique....

 

 

 

3849*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE in Parigi.

[Egmond de Binnen, 20 febbraio 1639].

 

Dal Tomo II, pag. 526, dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 2898.

 

.... Monsieur de Beaune([60]) me mande qu'il desire voir ces petites observations sur le livre de Galilée, que ie vous ay envoyées([61])....

 

 

 

3850**.

 

LODOVICO ELZEVIER a GALILEO in Arcetri.

Amsterdam, 7 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 131. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re et Pad.ne mio Colendiss.mo

 

Per le lettere del'Ill.mo Signore Elia Diodati ho inteso con grandissimo disgusto che V. S. Ill.ma non ha anchora ricevuto le copie della scrittura a Madama Ser.ma, mandate adì 15 di Marzo con altri libri al S.r Giusto Wyffeldig, libraro in Venetia; di che resto molto maravigliato, m'havendo il nominato Signor dato aviso della ricevuta.

In quanto le copie delli Dialoghi, le ho mandato con altri libri nel mese d'Agosto a Venetia (et al'hora non era altro vassello per Genoa nè Livorno), ma per vento contrario et altre incommodità non è partito il vassello che su 'l fine d'Octobre. Mentre ha comminciato a cargare un altro vassello per Livorno, et havendo un libraro di Roma domandato alcuni libri con ordine d'indirizzarli a Livorno, v'ho giunto poche copie delli Dialoghi, et questi sono prima arrivati a Roma che gli altri a Venetia. La causa forse sarà ch'alle volte li vasselli destinati per Venetia scargano prima alcune mercantie a Genoa, Livorno, o Napoli; tuttavia non ne ho ricevuto nova alcuna. S'havessi saputo ch'un vassello fosse per partire per Livorno, non l'haverei cargato nel'altro: ma quel ch'io ho fatto è stato di buona intentione, e però prego V. S. Ill.ma de volermi scusare. Domani per l'ordinario scriverò al S.r Giusto in Venetia, per ricordarli che V. S. non ha anchora ricevuto le copie della scrittura a Madama Ser.ma, della cui ricevuta m'ha dato aviso.

Habiamo ricevuto per il secretario dell'Ambasciatore di Venetia([62]), senza lettera di V. S., questi trattati; et havendo fin hora aspettato da lei alcuna nova, habiamo differto la risposta:

1. Symbellator, in quo aequa atque([63]) etc.: finisce per la lettera O.

2. Historia et demonstrationes de maculis solis: finisce per lettera G.

3. De his quae circumnatant aquas etc.: finisce lettera F.([64])

Quando piacerà a V. S. Ill.ma mandare il restante, ne comminciaremo la stampa, et non mancharemo di dargli ogni sodisfattione. Et facendo fine, le bacio li mani.

 

Di V. S. Ill.ma

L'Humill.mo Servitore

Ludovico Elzevirio.

D'Amsterdam, adì 7 di Marzo 1639.

 

Fuori: Al'Ill.mo Sig.re e Padr.e mio Colend.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Mathematico del Ser.mo Grand Duca di Toscana, in

Arcetri.

 

 

 

3851*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 18 marzo 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 112. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Non si meravigli V. S. Ecc.ma se mi sono lasciato prevenire da lei nel darle parte del mio salvo arrivo a Genova, perchè quella sola consolazione che havevo in questo mondo, della compagnia di mia madre, è piacciuto a Dio levarmela in tre giorni di febre, in età fresca di cinquant'un anno; che m'ha lasciato in modo stordito, che non ho potuto complire conforme al mio debito.

Al Sig.r Daniele Spinola farò parte della sua; e se m'aboccherò col Sig.r Baliano, li dirò bellamente il senso di V. S. Ecc.ma Ho intermesso le osservationi di Giove, perchè m'è stato bisogno attender ad altro; ma le andrò ripigliando, e spero che al mio ritorno saremo a buon porto.

Mi conservi suo, e si riccordi che ha pochi servitori che come me desiderino servirla; mentre per fine le bacio affettuosamente le mani, come la prego a far in mio nome al molto R. P. Clemente([65]), con raccommandarli che voglia sollecitar lo stampatore([66]), il qual mi par che se la pigli assai commoda.

 

Di Genova, adì 18 di Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3852.

 

MATTIA BERNEGGER a GASPARE HOFMANN in Altorf.

Strasburgo, 20 marzo 1639.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 288r. – Minuta autografa.

 

.... Epistolae Galilaei non deposui memoriam, et pridem haberes apographum, si ea in promptu mihi esset: abscondita latet in indigesto illo cumulo litterarum, qui in hoc biennali morbo, ut omnia alia mea, redditus multo confusior. Nunc constitui disponere et in tomos distributas concinnare; nec immemor ero, ut par est, officii promissique.

Si mortuus est, ut scribis, Galilaeus, nuper admodum id factum oportuit. Nam proximo mercatu nostro, id est sub exordium huius anni, per Deodatum, Parisiensem advocatum, et salutem mihi nunciavit, et librum suum, Leydae ab Elzeviriis excusum, dono misit, quem aliis suis operibus omnibus anteponit. Eius libri praecipua capita, si cognoscere placet, ista sunt:

1) Scientia nuova prima, intorno alla resistenza de i corpi solidi all'essere spezzati.

2) Qual potesse esser la causa di tal coerenza.

3) Scientia nuova altra, de i movimenti locali: cioè, dell'equabile; del naturalmente accelerato;

4) Del violento, overo de i proietti.

5) Appendice di alcune proposizioni e dimostrazioni attenenti al centro di gravità de i solidi([67]).

Sane credo imposuisse tibi, quisquis est ille, qui de morte atque etiam de carcere retulit. Numquam audivi de carcere, stricto illo quidem. Nam desmon istam fulak¯n, qua praedioli cuiusdam sui finibus Cardinalium Collegii mandato circumscriptus est, proprie carcerem non dixeris. Id autem est Arcetri, prope Florentiam, quo loco praefationem sane quam elegantem in librum quem dixi, uno abhinc anno, confecit. A quo tempore cum oculorum defluxionibus laborare coepisset, eas purgando depulsuri medici virum penitus excaecarunt, ut idem Deodatus, ipsi familiarissimus, ad me scripsit....

 

Ser. Argentorati, 10 Martii([68]) 1639.

 

 

 

3853**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 22 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 132. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Desideroso d'intendere dell'essere di V. S. Ecc.ma, quale prego il Signor sia tranquillo e conforme al suo desiderio, vengo hora a riverirla per parte anco dell'Ecc.mo Sig.r Liceti. Sto aspettando con desiderio di vedere l'opera sua del moto, sì come ho scritto per haverla, poichè spero di spegnere nell'inesausto fonte della sua rara e profonda dottrina quella sete che ne ho sempre havuto. Sono in controversia, apunto in materia del moto, con un Auditore qua del Palazzo([69]); il quale con spirito straordinario, non ostante le sue molte occupationi, ha inventato e fatto fare una machina per condurre pesi: per intelligenza della quale s'imagini V. S. una bote che vadia ruzzolando per terra, havendo dentro il peso e talmente stivata che non vi rimanghi spatio vuoto; et essa machina ne ha duo di queste, che vanno ruzzolando per terra, tirate dal centro, dove i poleghi si rivolgono dentro ai lati di un telaro etc. Hora, stima esso di fare grande acquisto nella facilità di movere il peso, poichè quello non aggrava su i poleghi delle ruote, come nelle carette, carri e carrozze, ma posa in terra. Questa machina ci ha dato occasione di discorrere, e massime intorno alla resistenza che può fare lo stropicciamento; e perchè tra le cose che questo Signore crede una è, che mosso un peso in un piano orizontale, vi voglia la metà della forza che vi vuole ad alzarlo perpendicolarmente all'orizonte, io ho detto che sospetto assai della verità di questo, parendomi che non vi voglia alcuna forza per tirarlo orizontalmente, mentre il piano è veramente piano, poichè il grave non si alza, al che repugnaria la gravità, nè ha alcuno impedimento esterno, poichè vi è solo un semplice contatto, sì che non urta in cosa che impedisca il moto. Hora esso mi concede questo della sfera o cerchio, mosso per volutatione; ma di un corpo come un dado, che striscia o tocca in parte della sua superficie, dice volervi la metà della forza che lo tirarebbe su a perpendicolo. Così nel tirare a basso, per essempio, un travertino da un piano acclive, dice in una tale inclinatione volervi tanta e tanta forza, e che non ogni minima sia per moverlo, come inchinarei a credere in quel piano che è veramente piano, poichè in quelli che abusiamo per piani, ma per la loro ruvidezza non sono piani, l'esperienza ci mostra che il contatto e stropicciamento apporta impedimento. V. S. Ecc.ma, che havrà specolato sopra questo negotio assai, saprà come la cosa passi; e mi saria grato sentire il parer suo, quando si compiacesse favorirmene, massime s'ella stima che al tirare un peso, come un dado, orizontalmente sopra un piano vi voglia forza notabile, overo se ogni minima lo possi muovere per attrattione o strascicandolo, sì che il contatto, sopra il quale aggrava il peso, apporti o no impedimento al moto.

La supplico a perdonarmi dell'incommodo, et a tenere memoria della mia divotissima osservanza che le professo: con che di tutto cuore la riverisco.

 

Di Bologna, alli 22 Marzo 1639.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Ob.o Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

3854**.

 

ANTONIO SANTINI a [GALILEO in Arcetri].

Milano, 23 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 134-135. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

 

Mi sono astenuto da molto tempo in qua molestare V. S. con mie lettere, sapendo quanto resti aggravata delle sue indispositioni, e particolarmente della vista. N. S.re ha voluto forse in questo notarla singolarmente, perchè già tanti anni s'affaticò di fissare il sguardo ne' campi del cielo tra quelle occhiute zolle et scoprire a' posteri di quei secreti di natura non più saputi. Or su, le infirmità sono frutti del tempo e pena al constituto de' nostri corpi; e V. S., come piena di alto sapere, se ne conformerà a questo con ottima resignassione.

Mi pervenne un'operetta di V. S., con la versione latina fatta da amico e signor mio in Parigi([70]), qual so essere caro a V. S. Mi querelai soavemente perchè prima non me ne havesse fatto copia, col passar lettere noi assai frequente, con questa occasione che si aspettava, o già era arrivato, in Roma l'altro libro suo de' Discorsi mathematici sopra le due nuove scienze, de' quali con gran pena, per esser absente, ne ottenni uno, e vado con mio singolar gusto vedendo. Ne aspetto da Parigi altre copie per sodisfare ad amici, ancora che qua si attenda poco a certa sottigliezza. Et in Venetia ancora hanno tardato assai o tardano a capitarne. Nel mentre fu stampato in Genova dal S.r Giob.a Baliani un trattatello([71]), che quasi va in parte dimostrando qualche simil propositione. Ne inviai un essemplare, col mezzo del S.r Ambasciatore di Genova([72]), all'amico nostro commune di Parigi, quale con lettere molto fresche mi dice haverne dato parte a V. S. come se non le fosse pervenuto a notitia; et ancora che ella non possa più curar certe cose, tuttavolta, se non l'havesse ricevuto, ne le farei pervenire copia. V. S. mi dica sinceramente (essendo stato quell'authore di sua cognissione) se può esser stato prima penetrato dell'opere di V. S. o da lei comunicata; e poi che non può ella scrivere, faccilo essequire da alcuno di quei Signori che saranno appresso di lei: e mi conservi nel grado della mia devota et antica servitù, desiderosissimo di ogni sua maggior gloria, come veramente acquistatasi nel tumulto di varie agitassioni. E qui le prego dal Cielo ogni più vero bene e li bacio le mani.

 

Milano, 23 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo Ser.

D. Antonio Santini.

 

 

 

3855*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 25 marzo 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 75. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

La cortesia che V. S. nella sua lettera dimostra verso di me è tale, che io mi trovo da lei sommamente confuso ed obbligato. Vengo per ciò a ringraziarla tanto del desiderio c'ha di favorirmi del suo libro, quanto io mi sento mortificato dal non potere al presente godere della sua lezione. Il P. D. Vincenzo Renieri alla sua venuta mi disse pure che costà non ne erano pervenute copie, ond'io il feci commettere in Amsterdam assai subito; per ciò starò attendendo che mi giunga, affine di ammirare in esso la sovrumana dottrina di chi l'ha composto.

Ho da pregiarmi poi grandemente che qualche pensiero venutomi circa il libro del S.r Baliani([73]) sia stato da V. S. autenticato nella lettera scritta ultimamente al detto P. D. Vincenzo. Imperocchè (tacendo del rimanente) quelle sue supposizioni mi son sempre parse alquanto difficili da concedere. Ma non ho io talento da ragionare di cose sì fatte, e non debbo trattener lungamente V. S. con mie parole. Si compiaccia, la supplico, di conservarmi per suo servitore di singolare osservanza, e si degni d'esercitar la mia servitù con alcun suo comandamento, da me bramato come favore speziale del Cielo, mentre io a V. S. bacio riverentemente le mani.

 

Genova, 25 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3856**.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 26 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 114. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.re e P.ron in Christo Col.mo

 

Hor hora son tornato di Livorno, dove hieri parlai al Ser.mo G. D. del vino per V. S. molto Ill. et Ecc.ma, e mi disse che l'harebbe mandato quanto prima.

La sera poi ricordai al Ser.mo Principe Leopoldo che effettuasse il vanto o la promessa di far mandare detto vino, e mi disse che l'harebbe fatto.

Io ho grandissimo desiderio di rivederla, et a questo effetto ho quasi deliberato di tornare a Siena per Firenze, se mi sarà dato licenza. Ho detto quasi, perchè non vorrei che la passione mi facesse mormorare di qualcheduno che forsi ha poco timor di Dio, nel'occasione di discorrer seco, se bene ho fermo proponimento di tacere quello che si deve tacere.

Mercoledì i Ser.mi G. Duca e Principi se ne tornano a Firenze, et il Ser.mo Leopoldo a Siena perfino a S. Giovanni. Caso che io non la venissi a vedere hora a Firenze, sappia d'havere a Siena un servitore affezionatissimo et obbligatissimo, dove la prego ad inviare i sua comandi, che saranno da me ricevuti come le cose più care di questo mondo. Lasciavo di dire che il G. D. si è preso gran gusto de' sua scherzi circa il vino. Con che facendole humilissima riverenza, le prego vera felicità. Deo gratias.

 

Pisa, 26 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

Ind.mo et Obbligatiss.o Scolare e Servo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

 

 

3857**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 26 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 205. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Poichè mi bisogna patire il desiderio di godere la presenza di V. S. anchora una settimana, in tanto con la presente lettera rendo quelle grazie che io posso del pisciancio e dell'eccellentissimo moscatello, e co 'l fiascho e fiaschetto voti rimando le scorze dell'arancie. Avendo qui un mio amico imberciadore, che di questi tempi compartisce ad altri tutta la sua preda, ho riceuto questa sera un paio di starne e quattro tordi soli, perchè hanno abbandonato il paese: gli mando a V. S. che gli goda per mio amore, suplicandola a gradire il mio affetto, mentre co 'l fine gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 26 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3858.

 

GALILEO a [VINCENZO RENIERI in Genova].

[Arcetri], 28 marzo 1639.

 

Dalla car. 3at. del volume intitolato: Di Gio. Battista Baliano Opere diverse. In Genova, per Pietro Giovanni Calenzani, in Piazza Nuova, M.DC.LXVI. In questa stampa, che è l'unica fonte a noi nota della presente, si legge sul margine l'indicazione: «Dal Sig. Galileo Galilei, de' 28 Marzo 1639, al P. Francesco delle Scuole Pie»; ma tutto il contesto induce a credere che la lettera sia indirizzata non al P. Famiano Michelini, ch'era allora in Pisa (cfr. n.° 3856), ma al P. Vincenzo Renieri.

 

Resto tuttavia privo di qualche esemplare del mio ultimo Dialogo, già molti mesi finito di stampare, e pervenutone a Roma moltissime copie, et a me nè pure una sola: accidente che mi rappresenterà meno offitioso a lei stessa et a gli Illustriss. Signori Spinola e Baliani. Del quale mi ho fatto leggere il suo Trattato([74]) più volte, ma, per non potere veder le figure nè riscontrarle con la dichiaratione e dimostratione, mi lascia in qualche scrupolo in un luogo o due; credo, per non haver potuto arrivare con la immaginativa sin dove il senso della vista vi si ricerca di necessità. Quando dal mio perpetuo infortunio mi sia conceduto, pregherò Sua Sig. Illust, a rimuovermi quel poco di ombra che mi offusca, perchè non vorrei rimaner privo di una chiara intelligenza di cose che io stimo essere acutissime e bellissime. In tanto, all'occasione, facciami gratia di ricordarmi a Sua Sig. Illust. servitore devotissimo, come anco all'Illust. Sig. Spinola. E qui la riverisco e con sincero affetto l. b. l. m.

 

 

 

3859*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 29 marzo 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 134. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r P. Oss.mo

 

Dovendo esser in Firenze uno de' nostri Padri, che si parte di Genova, ho risoluto di mandar a V. S. una scatola delle nostre paste di cotogno, delle quali ella mi ragionò mentre ero in Firenze. Gradisca V. S. nella piciolezza del dono il mio affetto, e mentre sono lontano mi conservi nella sua buona gratia.

Fatto Pasqua, spero di rivederla, e tra tanto non intermetto le osservazioni delle Medicee. E pregandola a far un baciamano in mio nome al P. Clemente([75]), a V. S. auguro dal Cielo ogni vera felicità.

 

Di Genova, adì 29 di Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3860**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 9 aprile 1639.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, Sig.r Col.mo

 

Mi era intrata in capo un'ostinazione di non scrivere più a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma poi tanto che le potesse dar certezza dell'arrivo et ricapito della casseta dei libri, et anco rimetterli la penzioncella della rata di Marzo passato; ma la lettera delli 27 di Marzo del molto R. Padre Clemente di S. Carlo delle Scole Pie mi fa mutare pensiero. Le dico adunque che li libri([76]) non furono posti sopra il vasselo S. Giacomo([77]), che è gionto qui in porto, ma sopra il S. Marco, che si aspetta d'hora in hora; ma ogni aspettatione ha il suo disgusto, come in questa io l'ho grandissimo, ma conviene haver patienza. Anco il R.do Arisio([78]) mi va lento et con scuse: io però non cessarò di premere, benchè so che V. S. ha poco pensiero di queste bagatelle.

Sono stati qui ad honorarmi di visita due gentil'huomini virtuosissimi, grand'amici di V. Sig.ria, ma, in consequenza inffalibile, affettionati al Sig.r Galileo quanto virtuosi et fuori dell'ordinario intelligenti. Questi mi dissero che godeva la compagnia di V. S. il sudetto Padre: adonque esso ancora è ingegno confacevole con il Sig.r Galileo, per il qual rispetto io vorrei esser buono a prestarli qualche ossequio.

Qui non si parla più nè di scuoprimenti nè di occhiali nè di cosa alcuna, cosa invero strana et come li Gesuiti in cose tanto nuove habbino persa la favella. Perchè non corrispondono gl'occhi del corpo a quelli della mente di V. S., che a quest'hora havressimo infallibilmente discorsi che ci farebbono conoscere che li caratteri di questo libro dell'universo agl'altri sono zifre non intelligibili, ma a V. S. più che intelligibili? Io prego il Signore continuamente che le doni o meglioramento o patienza, come dalla sua gran virtù et dall'eccellente cognitione delle cose humane et divine da lei si può promettere chi la conosce. Io vivo con lei con la memoria continua et col desiderio che mi reputi, come veramente le sono, cordialissimo servitore; et con tal fine le bacio le mani.

 

Venetia, li 9 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o S.or

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3861.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 10 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 116. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo S.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Il partirmi da V. S. molto Ill. et Ecc.ma insalutato hospite, come si suol dire, molte ne sono state le cagioni. Prima, il non voler io abusare la sua troppa gentilezza, che non harebbe comportato il lasciarmi partire per molto tempo, mentre il Ser.mo Principe Leopoldo mio Signore mi haveva mandato da lei per alcuni giorni; 2a, il non essermi parso ben fatto il valermi con troppa larghezza delle grazie fattemi dal Ser.mo Padrone, sapendo io massime l'eccessivo desiderio che S. A. ha di studiar sempre più e più; 3a, il considerare che la mia rozza conversazione non poteva se non cagionarle tedio e impedimenti alle sue contemplazioni e indisposizioni: oltre che l'esser restati d'accordo d'aspettare il P. Clemente([79]) sino al principio del giorno mi parve sufficiente licenza, benchè stiracchiata, massime havendo io aspettato fino a due hore di sole, non essendomi parso buona creanza nè carità destarla, se non per altro almanco per esser ella andata la sera a letto con gravissimi dolori di corpo. Queste et altre simili sarebbero le mie scuse appresso le persone non conosciute, ma appresso di lei, che mi ama oltre al merito d'assai e che sa benissimo che così dovevo fare, le stimo superflue; però passerò a cose più allegre.

Arrivai a Siena mercoledì mattina a 16 hore, con la solita infreddatura più tosto rincappellata, che punto digerita, per il vento e altri disagi del mio capriccioso viaggiare. Nel medesimo tempo feci riverenza al Ser.mo Padrone, il quale mi dimandò subito di V. S. molto Ill. et Ecc.ma con queste formate parole: Che è del nostro buon vecchio? E mi disse altre cose di tanta tenerezza verso della persona sua, che io, esaminando la mia coscienzia, ardirei ben di dire di amarla più d'ogni altro suo devoto servitore, ma non già più del Ser.mo Padrone, al quale dispiacque alquanto la mia partita senza essermi da lei licenziato; che però mi ha imposto più volte ch'io faccia mie scuse con lei, onde la prego a scrivermi in maniera ch'ella mostri restare sodisfatta.

Le do nuova come il Ser.mo Padrone ha fatto già il disegno per far fare l'istrumento da far occhiali lunghi, conforme alla istruzione che ne diede V. S. molto Ill. et Ecc.ma Harei alcuni altri particolari da scrivere, ma per esser l'hora tarda, e dovendo questa mia esser portata dall'Ill.mo Panciatici([80]), mio singolar Padrone, che se ne viene in costà domattina a buon'hora, mi riserbo il resto di scriverlo al P. Clemente, che poi gliene riferisca. Fra tanto veda se posso servirla in cos'alcuna qua, che mi troverà prontissimo ad ogni minimo cenno: con che facendole humilissima riverenza, le prego da Dio pienezza di grazie celesti in questi santi giorni di Passione. Deo Gratias.

 

Siena, 10 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

Indeg.mo et Obbligatiss.o Servo e Discep.o in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

 

 

3862.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Roma, 13 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 219. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Con un corriero di Napoli, che passa a Milano, posso accusare a V. S. Ill.ma la ricevuta delle sue lettere de gl'8, 9 et 11, comparse qui hiersera con un altro straordinario di Monaco per Napoli. In risposta delle quali posso dirle per hora, che io sarò col P. Generale delle Scuole Pie([81]) per procurare al S.r Galileo Galilei la dovuta satisfatione, perchè possa valersi dell'aiuto del P. Clemente; ma il pernottare fuori del convento non si suole in questi tempi concedere a nessuno, e Dio voglia che anco il P. Generale lo possa fare senza la Congregatione. Non dico però niente di certo per hora, ma me n'informerò meglio, e mi v'impiegherò con tutti li spiriti per la giustizia della domanda....

 

 

 

3863.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 15 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 118. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho sentito gusto che le paste([82]) siano giunte ben conditionate, e spero fra pochi giorni d'esser anch'io a riverirla di presenza. Stimo che hormai poco mi manchi per haver in tutto emendato i moti delle Medicee, e crederò di portarne l'efemeridi de' sei mesi futuri, che Giove si lascierà vedere. Mi conservi ella in tanto la sua buona gratia, e di cuore le bacio le mani, come fa il Sig.r Daniele([83]).

 

Di Genova, adì 15 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3864*.

 

[ANDREA CIOLI] a FRANCESCO NICCOLINI [in Roma].

Firenze, 15 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 221. – Minuta, non autografa.

 

All'Amb.r Niccolini.

15 Ap.le 1639.

 

Con l'ordinario per Francia et con uno estraordinario per Milano, comparsi insieme questa mattina, ho ricevuto lettere di V. E. degli 11, 12 et 13([84]), alle quali io anticipo di risponder sabito, per haver pronto quanto m'occorra per la prima occasione..

Attenderemo quel che sarà riuscito a V. E. a favore del S.r Galileo, et se costì voglino permettere che egli si possa valere dell'aiuto del P. Clemente delle Scuole Pie....

 

 

 

3865.

 

GIUSEPPE CALASANZIO a GIO. DOMENICO ROMANI in Firenze.

Roma, 16 aprile 1639.

 

Casa del noviziato delle Scuole Pie, detta del Pellegrino, presso Firenze. Lettere di S. Giuseppe Calasanzio. – Autografa.

 

.... E se per caso il Sig. Galileo dimandasse che qualche notte restasse là il P. Clemente([85]), V. R. glielo permetta; e Dio voglia che ne sappia cavare il profitto che doveria. Prego il Signore ci benedica tutti.

 

Di Roma, li 16 Aprile 1639.

 

P. Ministro. Firenze.

S.re nel Sig.re

Gioseppe della Madre di Dio.

 

 

 

3866.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad [ANDREA CIOLI in Firenze].

Roma, 16 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 223. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo Sig.re mio Oss.mo

 

Ho rappresentato al P. Generale delle Scuole Pie il desiderio del S.r Galileo Galilei circa al valersi del P. Clemente di S. Carlo, col farlo anche pernottare nella sua villa. Ma il P. Generale, doppo havermi rimostrato che il medesimo Padre ha pernottato più volte fuori di convento a instanza del medesimo S.r Galileo, ha procurato di rendermi capace che la licenza in scritto di poterlo fare di continuo non è concedibile, non tanto perchè è Padre giovine, come perchè questa introduttione è di cattivo esempio nella sua Religione, che professa osservanza grande delle sue constitutioni, e che i Padri più vecchi che sono costà se ne potrebbono lamentare; soggiugnendomi che hora vengono le giornate lunghe, e che quando non basti al S.r Galileo che il sudetto Padre si trasferisca alla sua villa una volta la settimana, può farlo chiamare o ordinarle che vi vada più spesso. Dice bene che se qualche volta bisognerà che vi pernotti, potrà farlo, come è seguito sin qui, ma che la continuatione di star fuori di convento a dormire non se li può permettere; et in questa conformità ne scrive questa medesima sera al suo Superiore di Firenze([86]), supplicando reverentemente S. A. a perdonarli se non l'obbidisce come si conosce tenuto, con speranza che l'A. S. dovrà compatirlo e concorrere più presto col suo sentimento, mentre repugna d'indurre un cattivo esempio nella sua Religione. Et le bacio le mani.

 

Roma, 16 Ap.le 1639.

Di V. S. Ill.ma

Obl.mo Ser.re

Franc.o Niccolini.

 

 

 

3867*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 17 aprile 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta. Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 145. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Con questo benedetto tramesso o casseta che s'aspetta, il Sig.r Giusti([87]) libraro mi pare quell'Hercole negl'arrazzi, che sempre sta in ferir colla clava et mai fa colpo: ogni giorno mi dà speranza che dimani giongerà il S. Marco in porto, et mai ci arriva; et me ne struggo, perchè conosco la ragione, il desiderio et il giusto lamento di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma in questa aspettatione. Ma io non posso far altro.

Il prete Arrisio questa volta ha mantenuto la parola, et mi ha mandata la rata di Marzo passato; sì che mi trovo nelle mani, di ragione di V. S., piastre o scudi d'argento 15 et soldi dieci, che fanno li scudi 20 di lire 140, et oltre di ciò altri scudi 10 che già mi restorno, che V. S. non ne ha disposto: per il che commandi quello che se ne debba fare. Così vorrei poterla servire in cosa che fosse di suo gusto, et non in queste minuccie, che so che ella, intenta a cose maggiori, poco le cura.

Io sono stato dieci giorni a prender aria in villa, et me ne ritorno alla città senza curiosità delle cose del mondo. Una sola mi sarebbe di grandissimo sollevo, l'intendere qualche miglioramento di V. S. Ecc.ma, e particolarmente nel corpo: che quanto all'animo so che ha quella sanità et virtù maggiore che possi provenire da perfetta cognitione delle cose humane; ma so però certo che ogn'huomo è huomo, et constando di corpo et d'anima, li beni et mali di una parte si comunicano all'altra. Dio Nostro Signore la consoli, come instantemente Lo prego: et a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani, come anco a quel degno Padre delle Scole Pie([88]), delle cui singolari qualità il godere la compagnia di V. S. mi è più che mille testes.

 

Ven.a, li 17 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galileo.

Firenze.

 

 

 

3868*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 18 aprile 1639.

 

Dalle pag. 128-129 dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 3053.

 

.... Quanto al libro o Dialoghi del moto del Sig. Galileo, non l'ho ancora visto: dicono che se ne vendino in Roma, ed alcuni amici miei in Milano l'hanno fatto venire da Parigi.

Ho ricevuto poco fa un'operetta di un Sig. Gio. Battista Baliani Genovese, intitolata De motu naturali, gravium solidorum([89]), dove vi sono molte cose, credo io, inventate dal Sig. Galileo e che si vedranno in qnest'ultimo Dialogo. Io non l'ho ancora visto con diligenza, ma nelle supposizioni che fa pare che vi sia in una parte qualche difficoltà a concederle. Lui le suppone provate da Simone Stevinio([90]) e dal Sig. Galileo. V. S. ne procuri uno da Milano, dove ve ne sono; lo vegga, e mi favorisca poi di scrivermene il suo parere....

 

 

 

3869*.

 

ANDREA CIOLI a FRANCESCO NICCOLINI [in Roma].

[Firenze], 19 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 225 – Minuta, non autografa.

 

.... Mi servirò bene di questa occasione per accusare a V. E. le sue de' 16([91]), state sentite da S. A. questa sera con tutto quello che vi era dentro....

Quel che ha risposto il Padre Generale delle Squole Pie([92]) in proposito del Padre Clemente di S. Carlo, potrà bastare per quel che si desiderava....

 

 

 

3870**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 22 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 206. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Rendo a V. S. quelle maggiori grazie che io posso dell'ulive e de' vini esquisitissimi, che m'hanno aiutato la digestione de' cibi quadragesimali di tal maniera, che io non ho sentito alcuna molestia, come ordinariamente soglio innanzi che io mi conduca a Pasqua; onde sono tanto maggiormente obligato a V. S. Non rimando i fiaschi e la bombola, perchè manderò ogni cosa insieme, quando averò voto l'alberello.

M'è pervenuto un capretto, che mi pare assai grasso e tenero; e stimandolo proporzionato a' denti e a lo stomaco di V. S. glie ne mando, che lo goda per mio amore, con l'ultime reliquie d'alcune poche frutte che io volevo conservare. Al principio di Maggio comincerò a mandare le legne, e prima se mi accennerà di averne bisogno; mentre, restando sempre con maggior desiderio di potermi impiegare in servizio di V. S., gli prego dal Cielo nelle prossime Feste, e in molte apresso, continuata felicità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 22 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo o Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3871*.

 

GIO. GIACOMO BOUCHARD a VINCENZO CAPPONI [in Firenze].

Roma, 23 aprile 1639.

 

Collezione Galileiana nella Torre del Gallo presso Firenze. – Autografa.

 

.... si degni, in quanto potrà, procurarmela, sì come anco le memorie intorno la persona e fatti del S.r Galileo; le cui ultime opere de motu etc. vengono qui ammirate, per non dire adorate, e mi hanno tanto maggiormente accesa la voglia di servirlo in quello che io già le scrissi([93])....

 

 

 

3872*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 30 aprile 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 146. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Quando è piacciuto a Dio, è pur arrivata questa benedetta nave S. Marco, nella quale sono li Dialoghi novamente stanpati di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma; ma per ancora non essendo estratti dalla dogana, non li ho potuti havere. Subito che li recuperi, farò consegnar il tramesso in casa dell'Ecc.mo Sig.r Residente([94]), il quale però è partito questa mattina per Fiorenza, et V. S. le potrà dir una parola, se bene credo haverà lasciato ordine al suo secretario.

Il Signor Pietro Linder, un Alemano affettionatissimo di V. S. e che ha gran gusto delle cose sue, mi ha detto di havere un discorso di V. S. sopra il meglioramento fatto in Napoli del suo canochiale e sopra le nove osservationi fatte delle cose celesti([95]). Mi ha anco promesso farmelo vedere. Apena li credo che così sia, perchè mi pare impossibile che V. S., che sa che io adoro, per così dire, le cose sue come l'auttore, non me n'havesse fatto dar nelle lettere un moto. Ma se me lo lasciarà vedere, son sicuro che dai primi versi conoscerò se è opera di V. S. o d'altri. Et qui, pregandoli dal Signore Dio, con tutta l'instanza e desiderio, meglioramento et pacienza, le bacio le mani.

 

Ven.a, li 30 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Devot.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galileo.

Firenze.

 

 

 

3873**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 4 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 120-121. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

De' quindici giorni che dura la fiera, i primi otto sono frustratorii, perchè non ci capita nulla affatto; e perchè lo stendardo si messe domenica passata, per tutta questa settimana non si è visto nè si vedrà nulla. Domenica prossima si comincierà a negoziare. Voglio inferire che per istasera non posso mandare a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma saggio di materia alcuna di questo anno, cioè della presente fiera. Ma posso in ogni modo generalmente avvisare, prima, per quel che appartiene a' servitori, come delle perpetuane ce ne dovranno venire di tutti i colori, alcune di larghezza d'un braccio scarso, tenute in prezzo di un testone il braccio, alcune altre di larghezza di un braccio e mezo, in prezzo di 26 crazie il braccio. Ma io ci soglio veder comparire certa roba che chiamano calis di Lione, largo manco un dito di un braccio, che la rivendon poi a minuto questi fondachi circa 22 soldi; ma a torne una pezza intera da i mercanti franzesi, mi riuscì l'anno passato l'haverla per cinque pezze, e tirò cir[ca] 29 braccia, come sogliono tutte l'altre. Di questa materia ne mando a V. S. un saggio di color turchino, ma ci sarà poi di qualsivoglia colore.

Per la fanciulletta, ci sarebbe certa materia a opere, di lana et accia, di diverso fiorame; è vistosa, ma forse sarà troppo grave. La larghezza è duo terzi di braccio, il prezzo è duo giuli. Ne mando tre mostre, ma ce ne saranno di molte altre sorte.

Ci vengono certe saie imperiali di tutti i colori; son larghe braccia 1½, e in prezzo di tre lire il braccio; ma non ho potuto haverne il saggio. Insomma mercoledì prossimo V. S. sarà avvisata puntualmente, se già ella non mi mandassi sabato qualche risoluzione; che se io dovrò aspettare alla risoluzione di sabato a otto, non potrò leggerla se non la domenica sera del dì 15, che è l'ultimo giorno della fiera. Ben è vero, che havendo V. S. bisogno di poche braccia, e in conseguenza di comprare a minuto, tanto la potrò servire quattro o sei dì doppo la fiera, che tutti questi fondachi saranno riforniti; e in tanto V. S. harà commodo di far vedere alla fanciulla più saggi e significarmi il suo gusto. Questo è quanto per hora posso dirle.

Il mio ritorno, tanto da lei desiderato è da me parimente desideratissimo, perchè desideratissima è da me la presenza di V. S., sì come sempre scolpita la porto nel cuore con infinita devozione. Il mio partire sarà da me affrettato, cioè non prolungato, ma non anticipato, perchè il zelo del Sig.r Auditore([96]) non lo comporta. Resto in tanto con risalutar V. S. Ecc.ma duplicatamente in nome di Monsig.r Saracini([97]) e del Sig.r Dottor Marsilii([98]); et io reverentemente le bacio le mani e con tutto l'animo le prego da Dio felicità.

 

Pisa, 4 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re

Dino Peri.

 

 

 

3874**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 5 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 207. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Credo sia stata condotta una catasta di legne, che costa lire trentuna e mezo; e per il portatore della presente lettera mando staia sei di farina, che con poliza e vettura costa lire ventiuna. Ho mandato anche il panicho; ma non credo già che ancora sia stato portato, se bene credo che non sia per indugiare. Tra pochi giorni, quando sarà tempo più opportuno, manderò i marzolini; e poi che per tutta la prossima settimana mi bisogna patire il desiderio di venire in persona a reverire V. S., la suplico in tanto a onorarmi con i suoi comandi, se mi conosce atto a poterla servire in cosa alcuna, mentre co 'l fine, pregandoli dal Cielo intera prosperità, gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 5 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3875**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 11 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 122-123. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Mi riuscirà questo anno ancora l'havere una di quelle pezze di calis di Lione, come l'anno passato, per il prezzo di cinque pezze, e mi conterrò ne' colori significatimi da V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, col trascerre ancora delle migliori. Non ho hauto tempo a sufficienza di fare tale scelta a mio modo, ma si assicuri che sarà servita e bene.

Calzette di Francia vengono di stame, ma delle piccole non ne ho ancor trovate. Vedrò le botteghe tutte affatto, per fare il possibile. Di filaticcio non ne ho ancor trovate, nè grande nè piccole, in questi mercanti forestieri. Di quelle di Pisa non ne tratto, per essere care e cattive.

Quanto alle perpetuane di larghezza d'un braccio e mezo, sono questo anno tenute per l'ultimo prezzo in crazie 26 il braccio, sendocene più carestia dell'anno passato, che si hebbero a tre giuli. Ce ne sono delle mistie, e ce ne sono di tutti i colori, sì che mi par superfluo il mandare i saggi, perchè basta che chi si ha da contentare dica Voglio il tal colore, e io la provvederò, e scerrò delle migliori. Con tutto ciò volevo mandare i saggi ancora di dimolte, ma perchè questi fondachi sono ancora in fiera, dove pretendono o sperano di vender tuttavia a pezze intere, non le vogliono scucire per tagliarne saggio; e un pochino, che ciondola rasente un marchio di piombo, e di colore imbrattato, dico malamente il vero. Gne ne mando non di meno quattro saggi, staccati donde meglio si è potuto con gran diligenza.

Quanto alla nipotina, la roba fiorita ch'io le mandai, non mi parve e non mi pare veramente a proposito, per esser roba grossa troppo, ancorchè vistosa; e della più fine, di tal materia, non ne è comparsa; anzi che quella che ci si vede, che è tutta grossa, è dell'anno passato. La mostra che mi ha mandato V. S. è durante, ma del più fine e bello ch'io habbia visto a' miei dì. Ce ne è venuto a Pisa, ma poco; ma non ci ho visto ancor colori che mi dieno tanta sodisfazione a un pezzo, e, quel che più importa, sono più grossi. Ne volevo mandar qualche saggio a V. S., ma son pezze intere cucite, che non le vogliono toccare di niente, e non ne ciondola marchio nè racimolo alcuno, sì che sin finita la fiera non posso ottenerne alcuna mostra. Avviso bene a V. S. che questi duranti, sì come certi mucaiardi stampati, vengono di Fiandra, e che tal volta in Firenze si hanno a miglior mercato che qua. Il prezzo di questi colorati a opere, l'ultimo sarà qua 26 crazie. Intenderà se le mette conto etc., e se può haverne del fine, conforme a quello di che ella mi ha mandato la mostra e che io qua sono fuor di speranza di trovarne questo anno. E tutto quello che poi V. S. mi comanderà esequirò con ogni diligenza e con ogni affetto; ch'io sarò sempre tutto in tutte le cose, e minime e grandi, dove io habbia a servire il mio riveritissimo et adoratissimo Sig.r Galileo, al quale per fine bacio devotamente le mani.

 

Pisa, 11 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.e

Dino Peri.

 

 

 

3876*.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 13 maggio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 51. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Le resto con molto obligo per l'honore che ricevo dalla sua gentilissima, e della solita benevolenza che per sua benignità mi conserva. Subito ricevuta la sua lettera, andai dallo speziale dell'Angiolo, quale subito che sentì parlar di lei, mostrò un'allegrezza e contento inesplicabile, con segni di grand'affetto, ramentandosi d'ogni cosa che gli seguì con lei quand'ella era qua, fino di quando mangiavano le fragole insieme, mettendo ella le fragole e lui il zucchero, essendo le fragole in quel tempo delizia preziosa e rara. Mi dice che ha sempre continuato e continua a preparar l'aloè col sugo di rose, con la medesima et anco più esatta diligenza, ma che adesso non n'ha se non del vecchio, cioè preparato dell'anno passato, e che hora appunto comincierà a prepararne di nuovo nella raccolta delle nuove rose. Ho voluto non di meno mandarle un poco di questo che egli si ritrova di presente, ridotto in pillole piccole conforme al solito, del quale egli non mi ha voluto dar più d'un'oncia, dicendomi che questo per adesso le servirà, e che poi, subito che haverà preparato il nuovo, me ne darà quant'ella ne vorrà, e che per amor suo vuol usare nella presente nuova preparazione la maggior diligenza che v'habbi mai usata. M'ha imposto a più riprese ch'io la riverisca con tutto l'affetto (sì come fo) in suo nome, ringraziandola che ella tenga memoria di lui.

La presente lettera et alligata scatoletta con le dette pillole d'aloè gliene mando per via de' giovani di casa dell'Ill.mo Sig.r Residente Rinuccini, quale adesso si ritrova costà in Firenze.

Domani qua sarà l'ultima lezzione di quest'anno, per quanto si dice da questi Sig.ri dottori e scolari, sì che, per grazia di Dio, haverò finito il mio noviziato in questo Studio, con molta mia sodisfazione e contento, e potrò adesso studiare a mio modo e con intera libertà.

La memoria di V. S. Ecc.ma in queste parti è freschissima appresso tutti, et il suo nome e la sua fama è stimata e riverita in sommo grado; et io ricevo per tutti i versi congratulazioni d'haver havuto fortuna d'esser tra' suoi servitori e d'esser fatto partecipe della sua benevolenza et anco, in qualche parte, della sua dottrina e de' suoi documenti: così havessi io potuto non attender ad altro, e lasciar la legge da banda, come volentieri l'haverei fatto! Ma Dio ha voluto così, e, come dice il Sig.r Scioppio([99]), la legge mi dà la pagnotta, e per questa via della lettura non mi impedisce il poter ancor attendere ad altri studi più nobili, e particolarmente nella via e dottrina di V. S. Ecc.ma, sì come procuro di fare, benchè con passo di testuggine e molte volte interrotto.

Il Sig.r Scioppio la riverisce con sviscerato affetto e l'ama cordialissimamente, acclamandola lo splendore del nostro secolo. Io poi le vivo devotissimo, affezzionatissimo et obligatissimo quanto mai si puol essere, e come tale le fo umile reverenza e le prego da Dio ogni bene.

 

Padova, li 13 Maggio 1639.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Obl.mo Vero Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

3877**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 24 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 136. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo favore singolare dalla gratissima sua, mentre prima mi dà nuova del suo vivere men noioso dell'ordinario, et insieme mi dà occasione d'impiegarmi ne' suoi commandi. Io procurarò a tutto mio potere ch'ella resti servita delle 12 mortadelle per Mons.r Ill.mo di Siena, meglio che non fu l'altra volta, perchè mi servirò d'altri, che ne havranno più prattica: perciò scriva pure a chi le ho da consignare, che subito lo farò. Quanto poi al mio venire costà, Iddio lo sa se io ci verrei più volentieri che in alcun altro luogo del mondo, ma il mio male non me lo permette, oltre a molte altre occupationi. Li mandarò poi anco insieme una copia della mia operetta([100]), quale potrà far vedere al Sig.r Dino, al quale pure glie ne farò parte, quando ne habbi gusto: ma ella è robba tutta calculatoria, e credo che V. S. Ecc.ma ne restarà più tosto scandalizata che altro. Ma la conditione del luogo e del tempo mi ha necessitato a fare di questa robba.

Farò le sue raccomandationi all'Ecc.mo Sig.r Liceti, e li ricordarò del libro delle pietre lucifere([101]).

Non ho anco havuto gratia di poter vedere il suo libro del moto. Ho ben visto quello del Sig.r Balliani([102]), il quale cita pure la Mechanica di V. S. Ecc.ma e fabrica sopra li suoi fondamenti, nè mi pare ch'egli proceda male; tuttavia l'ho letto così in fretta: lo leggerò più attentamente, e poi gliene dirò più distintamente ciò che me ne pare. Intanto la riverisco con tutt'il cuore, e li prego quella consolatione e felicità d'animo ch'io desidero per me e che sola è atta a prolungarci la vita; e li bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 24 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.o Ser.e e Dis.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

3878**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 24 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 208. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Credo che sieno state condotte costì sino adesso n.° 190 fascine, e questa mattina ne mando altre 90, che in tutto saranno n.° 280. Mando anche n.° dieci caci, che a cinque crazie la libra costano lire undici.

Intesi dal P. Clemente, con molto mio disgusto, come V. S. era travagliata crudelmente da' soliti dolori: piaccia a Dio che io senta adesso qualche nuova della sua intera salute, mentre co 'l fine affettuosamente la reverisco.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 24 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3879**.

 

VINCENZO RENIERI a CLEMENTE SETTIMI [in Firenze].

Genova, 27 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 72. – Autografa.

 

Molto Ill.re e molto R. P. in Christo Oss.mo

 

Non ha occasione alcuna la P. V. molto R. d'accusar mancamento alcuno per non haver potuto attendere alla correzione del mio libro([103]), non havendo ella in ciò altr'obbligo che quello che le ne poteva far credere la sua cortesia; perciò sono superflue meco le scuse.

Io pensava d'esser, subito fatto Pasqua, in Fiorenza: ma mentre era apunto per partire, mi sopravenne la febre, che con alcuni termini di terzana non ha mancato di farmi dubitare; e benchè, per gratia di Dio, sia libero afatto, per ogni modo non sono in istato di poter fidarmi di viaggiare prima de' freschi. Tanto la suplico di far intendere al Sig.r Galileo: al quale potrà sogiungere che dalle osservazioni fatte, e che da pochi giorni in qua ho di nuovo incominciate, spero d'haver agiustato assai bene il moto delle Medicee; ma che ogni volta più mi confermo che questo moto del primo mobile che è stimato tanto uniforme, habbia qualche alteratione, non essendo possibile che nel moto de' Pianeti Medicei siano le variationi che talhora vi scorgo di due o tre gradi, massime in questo tempo che la prostapheresi dell'orbe è pochissima. Et al'uno e l'altro, perchè la testa non mi regge molto, bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 27 di Maggio 1639.

Di V. P. molto Ill.re e molto R.

P. Clemente.

Aff.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3880*.

 

FERDINANDO BARDI a [GALILEO in Arcetri].

Parigi, 28 maggio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXIV, n.° 121. – Autografe la data e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r, mio Sig.r Oss.mo

 

Stimerò sempre a mia gran fortuna quando V. S. si compiacerà di comandarmi; e perchè l'occasioni non si presentano, e la mia poca abilità non mi permette di poterla servire in cose maggiori, godo almeno d'essere impiegato da lei nelle piccole, servendomi questo, se non per altro, per esser conservato nella sua memoria. Non mancai di dar subito recapito alla lettera per il Sig.r Deodati, quale dovrà per altra strada havergli fatto risposta.

Spesso facciamo commemorazione di V. S. il Sig.r Grozio, Imbasciatore di Svezia, et io; e veramente questo virtuosissimo personaggio stima quanto conviene la sua persona e valore. Morì il povero Padre Campanella, che ancora egli era suo gran parziale, come son generalmente tutti quelli che son disappassionati e intendenti. Piaccia a Dio di conservarcela ancor lungo tempo per ornamento della nostra patria, mentre io le bacio con tutto l'affetto le mani.

 

Parigi, 28 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.re

Ferdinando Bardi.

 

 

 

3881**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 1° giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 124. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Ricevo la cortesissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma de' 27 di Maggio. A i ringraziamenti di che ella mi honora rendo io grazie infinite, e le resto maggiormente obligato, se maggiore può esser l'obligo ch'io professo al favorirmi ella de' suoi comandamenti.

Mi dispiace in estremo la pertinacia delle sue doglie, e vorrei in qualche maniera potere sollevar V. S. da esse e da qualunque altro travaglio.

Il mio ritomo costà sarà subito ch'io possa esser licenziato, e si spera questo anno che la libertà sarà data a' 9 o a' 10 del presente, sì che io, se questo sortisce, farò a Firenze la Pasqua della Pentecoste. In tanto ringrazio V. S. del felice viaggio che ella mi desidera, e sto ancor io numerando i giorni e le hore del mio ritorno, per consolarmi con la sua presenza e fruttuosissima conversazione.

Il Sig.r Marsilii mi par d'intendere che sia fuor di Pisa, non so se a Livorno; ma V. S. si tenga risalutato con affettuosi saluti e duplicati. Il Signor Iddio la conservi e le conceda prosperità.

 

Pisa, p.o Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.e

Dino Peri.

 

 

 

3882.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 3 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 128-129. – Autografa.

 

Molt'Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Ho fatto le sue raccomandazioni allo spezial dell'Angelo([104]), al quale son state carissime, et egli la riverisce con tutto l'affetto; e tra tanto tira innanzi con somma diligenza la preparazione dell'aloè, la quale però sarà un poco lunga, cioè ancora per due mesi, havendo bisogno di tutti i soli dell'estate per purgare e lavar bene l'aloè col sugo di rose. Subito finita la detta preparazione, sarà mia cura mandarne le due oncie a V. S. molt'Ill. et Ecc.ma, sicome di sodisfar lo speziale, come ho fatto dell'oncia mandata, la quale per questo tempo della nuova preparazione credo che le basterà; e caso non bastasse, non ci va altro che darmene un cenno, che subito da me sarà servita di quanto occorrerà.

Veramente provo ancor io che ancora qua le fragole son squisite, e mi preparo a godere ancora le zatte, tanto lodate da V. S. Ecc.ma, il cui purgatissimo gusto so che è superiore a quel d'ogn'altro; però a quello in tutto e per tutto mi deferisco, e n'aspetto con ghiotto desiderio il tempo opportuno.

È parimente verissimo che qua i frutti di Bacco e di Pallade non arrivano di gran lunga a cotesti di Toscana, perchè qua Bacco ama troppo le Naiadi, e Pallade diffonde troppa sapienza. Io però mi son provvisto in maniera, che non m'accorgo d'essermi partito di Toscana, havendomi fatto condurre il vino di Vicenza, quale m'è riuscito molto saporito e spiritoso, e l'olio l'ho provvisto a Venezia da un mercante che v'è di Pisa, amico mio, quale me n'ha dato una quantità per tutto l'anno, tanto dolce e delicato che 'l butirro ne perde; sì che per hora le cose non mi vanno male, e spero meglio per l'avvenire, perchè sempre anderò pigliando maggior pratica del paese.

Il Sig.r Scioppio continuamente scrive, et ha già finito più d'ottanta opere da dar fuori, et hora n'ha una alle mani di gran considerazione, che è l'interpretazione di tutta la Sacra Scrittura, quale assicuro V. S. Ecc.ma che sarà un'opera tremenda; et io ho questa fortuna, che di giorno in giorno che la va facendo, me la legge o dà a legger tutta. Non ha però stipendio alcuno da' Veneziani, perchè egli non ne vuol da nessuno, ma vive del suo e d'alcune pensioni che ha, e sta molto commodamente. Ha eletto questo paese, perchè dice trovarvi la miglior aria per la sua complessione che egli habbia mai provato in luogo del mondo, et anco per la libertà e quiete che vi si gode, insieme con la comodità delle corrispondenze da tutte le parti d'Europa. Egli con tutto l'affetto riverisce V. S. Ecc.ma, e la ringrazia ch'ella conservi memoria di lui.

Havemmo le vacanze al tempo che le scrissi, et hora posso dir con verità e per prova che qua i lettori nella lor professione son padroni, et a Pisa son schiavi. Mi duole di non haver compagno di queste felicità ancora l'Ecc.mo Sig.r D.r Peri, sì come ci vorrei poter haver tutti gli amici; ma spero in Dio che haverò una volta ancor questa fortuna: e veramente qua ci sarebbe bisogno d'un par suo, perchè la matematica è per terra, e l'Ecc.mo Sig.r Argoli non attende ad altro che a far delle natività, e di matematica non c'è pur uno scolare. Crederò che a quest'hora il Sig.r Peri sarà in Firenze, che però supplico V. S. Ecc.ma a riverirlo caramente in mio nome.

L'Ill.mo Sig.r Rinuccini, Residente qua per il nostro Ser.mo Gran Duca, è signore di tanta gentilezza e cortesia, che dispensa i suoi favori e le sue grazie anco con chi non ha merito alcuno, sì come ha fatto meco in molta copia nel tempo che son stato a Venezia in casa sua, dove io ho contratto tanti oblighi e tanta servitù con questo Signore, che gli sarò perpetuamente schiavo et amerò sempre svisceratamente il suo nobile ingegno e le sue rare virtù.

Ho inteso che a Venezia sono arrivate d'Olanda l'opere di V. S. Ecc.ma, che però ho dato ordine ad alcuni miei scolari, che vi sono andati, che me le portino, e l'aspetto domani o l'altro; e ringrazio Dio che pur una volta potrò pascermi pienamente l'animo di vivande tanto nobili e singolari e tanto da me desiderate, con pregar sempre S. D. M. che ci conservi lungamente l'autore: mentre con tal desiderio le rassegno la mia devotissima et obligata servitù e le fo affettuosissima reverenza.

 

Di Padova, li 3 di Giugno 1639.

Di V. S. molt'Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Obl.mo Vero Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

L'Ill.mo et Ecc.mo Sig.r Cav.r Aloisio Valaresso, uno de i Riformatori di questo Studio, questa sera m'ha imposto che da sua parte baci affettuosamente le mani a V. S. Ecc.ma, sì come fo, attestandole che questo Signore l'ama cordialissimamente e la stima, come veramente è, per la fenice del nostro secolo.

 

 

 

3883*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 giugno 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 147. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi do a credere che a quest'hora haverà V. S. molto Ill.re et Ecc.ma ricevuto il pachetto con li suoi Dialoghi, venuti dall'Elziviro. Io non ho voluto che sia mosso, se bene quel stampatore, contro ogni debito almeno di civiltà, non me ne ha mandato pur uno; ma havendone mandato un simile invoglio al Sig.r Giusti([105]), me ne sono provisto di due, uno per l'Ill.mo Sig.r Comissario Antonino([106]), l'altro per me. Mi duole non ne potere regalar di uno il P. Cavaglieri suo, lettore in Bologna; ma tengo per fermo che V. S. ne lo favorirà.

Ho consegnato con questa lettera all'agente qui per l'Ecc.mo Sig.r Residente Rinutini([107]) piastre vintidue et tre quarti, residuo delle sue pensioncelle, da quali mi è convenuto detrare scudi tre, che il Giusti dice haver spesi nel porto del sudetto invoglio per la parte di V. S. Quanto alli pieghi mandati da Leidem, non si è speso cosa alcuna, perchè io li feci capitare col mezzo del nostro Sig.r Ambasciatore([108]).

Ho veduta copia di una lettera, pare scritta da V. S., circa il canochiale Napolitano et li nuovi scoprimenti([109]); et creddo così sia, perchè non fa altro discorso se non che quell'occhiale aggrandisce, ma però per quello non si è osservata cosa di nuovo. E veramente è così, e pare che fosse riservato lo scoprire le novità a V. S.; onde è deplorabile da tutti li virtuosi la sua infirmità, et io gli confesso che uno de' maggiori dispiaceri che io senta è questo, che nasce principalmente dall'amore che le porto singolare, di poi anco dall'interesse, che non spero di potere più nella mia vita ricevere il gusto che incomparabile ricevevo dalle sue speculationi et osservationi. Prego con tutto il cuore Dio che la consoli o col dono della sanità o della pacienza, et gli bacio con tutto l'affetto le mani.

 

Di Venetia, il dì 4 Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

Con scudi d'argento vintidoi et tre quarti.

 

 

 

3884.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 130-131. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Essendo stato fuori di Roma un mese al nostro capitolo generale, ritornato con buona salute, ho ritrovate due lettere di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, le quali mi sono state carissime, come ella si può imaginare. È vero che e, prima del mio partire di Roma, dal Sig.r Benedetto Landucci e dal Sig.r Piovano Scalandroni([110]) ho intese nuove di lei, e tali che mi hanno consolato tutto: ho lacrimato di tenerezza, perchè i sodetti Signori mi hanno scritte le puntuali parole da V. S. pronunziate, le quali non possono venire se non da altissima banda. Sia benedetto sempre il nostro Salvatore Giesù Christo, il quale ci chiama in diverse hore del giorno, e per Sua infinita misericordia ci dà la mercede di tutta la giornata, ancorchè il lavoriero nostro sia stato solamente nell'ultima hora. Sopra il tutto mi piace che V. S. prenda il buono essempio, e veramente maraviglioso, della nostra cara e veneranda Madre Suor Elisabetta, la quale non ha altro gusto che imitare continovamente il suo amato sposo Giesù Christo, e trionfa gloriosamente con le croci dei travaglii, meritando ricevere grazie da Dio segnalatissime. Ella se ne sta come oro finissimo nella fornace; e se bene le cose sue vanno segretissime, con tutto ciò il splendore delle sue virtù è tale, che continovamente si sentono cose di infinita maraviglia. Una sola voglio che mi basti mettere in carta, la quale dà che dire a tutta Roma; prego però V. S. riceverla con ogni circonspezzione, senza dar loco alle nostre passioni, ma lodi Dio nelle Sue grandezze, e Lo preghi instantemente con ogni carità che habbia misericordia dei peccatori, e di me in particolare, miserabile sopra tutti.

Deve V. S. havere inteso che è morto di goccia il Rev.mo Padre Maestro di Sacro Palazzo([111]): hora sappia che tre anni sono questo Padre apparve in sogno a Suor Elisabetta, attraversato alla bocca di una sepoltura in atto di cascarci dentro, ed essa Suor Elisabetta porgendogli la mano l'aiutò da quel pericolo; e dopo raccontando il sogno al Rev.mo Padre Marino, Segretario della Congregazione dell'Indice e suo Padre spirituale, li disse che un'altra volta non sarebbe riuscita la cosa nel medesimo modo. Di lì a pochi giorni il sodetto Padre Mostro incorse in una gravissima infermità con pericolo della vita, ed essendosi raccomandato alle orazioni di Suor Elisabetta, fu in pochi giorni ridotto in buona salute; e Suor Elisabetta disse prima che il Padre Mostro non sarebbe morto, ma che sarebbe stato averso e contrario alle cose di Suor Elisabetta, e che poi si dovesse guardare alla seconda volta, che non l'haverebbe campata. Simili parole la medesima Suor Elisabetta ha replicate più volte con diverse occasioni, a segno tale che io ancora tenevo per sicurissimo che in breve il sodetto Padre sarebbe morto; e più volte ne ho ragionato con amici e con alcuni Signori e Padroni, ed in particolare più e più volte con Mons.re Cesarini([112]), al quale pochi giorni avanti la mia partenza di Roma, incontrando noi il Padre Mostro e contrapassatolo, dissi a Monsignore: Io non vorrei essere nel stato del Padre Mostro. Hora è seguito che il giorno 31 di Maggio prossimo passato, la mattina intorno alle X hore e mezza, il medesimo Padre Mostro ha resa l'anima al suo Creatore; nel qual giorno per a punto tre anni avanti il sodetto Padre haveva fatta una gagliarda ed aspra riprensione a Suor Elisabetta nella chiesa della Minerva, trattandola da indemonia[ta] etc. In questo caso sono seguiti diversi particolari, che io non voglio stendere in carta, ma sono di gran considerazione. Ho però inteso che ha fatta una morte honoratissima e da buon religioso, in modo che si può sperare che Dio habbia hauto misericordia di quell'anima; la qual cosa piamente viene creduta tanto più da quelli che hanno intrinseca cognizione di Suor Elisabetta, quanto che questa buona serva di Dio, nel tempo che il Padre Mostro è stato infermo, essa ancora è stata travagliatissima, e tengono che habbia patito, conforme al suo solito, per impetrare la sollevazione e la salute dell'anima del Padre, effetto della sua ardentissima carità.

Per tanto replico che godo grandemente che V. S. stia rimessa nella santa volontà di Dio e sopporti con pacienza i suoi travaglii, e li ricordo che chi non ha croci non è christiano. È ben vero che due furono le croci laterali a quella del nostro Salvatore Giesù Christo; in tutte dua furono crocefissi due ladri; ma uno bestemmiò, e l'altro confessò generosamente Nos quidem digna patimur, e meritò la gloria del Paradiso, e l'altro restò dannato. Io haverei molte cose da dire, ma so che ho da fare col più nobile intelletto che si trovi, e che intende molto meglio di me il buono ed il bello; però non andarò più avanti in questo particolare, riserbandomi, se piacerà a Dio, dire molte cose a bocca, come spero: e questa mattina l'Em.mo Sig.r Card.l Padrone mi ha dato buona intenzione di impetrarmi licenza che io possa venire a Firenze; e all'hora spenderemo molto tempo in questi discorsi, i quali soli sono necessarii alla nostra salute: e in tanto non manco, nè mancarò ogni giorno, ed in particolare nella Santa Messa, pregare Dio che ci conceda la Sua santa grazia.

Quanto a' suoi interessi particolari, li dico che non ho cosa che mi prema più, e non sono fuori di speranza in Dio di operare qualche cosa di buono; ma ci bisogna grande cautela nel negoziare, essendo il negozio pieno di traversie. Quando vedrà il Sig.r Landucci, me li ricordi servitore. Da Perugia mandai per il Rev.mo Padre Abate di Badia a V. S. alcune devozioni per lei e per tutta casa sua, e per Pierino in particolare: credo le haverà a quest'hora riceute, che siino in salute dell'anime di tutti, acciò tutti uniti in carità possiamo godere la felicità etema. Bacio caramente le mani al Padre Clemente, ed a V. S. fo profonda riverenza, abbracciandola caramente. Mons.r Cesarini li bacia le mani.

 

Roma, il 7° di Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Vado distendendo certa specolazioncella che ho fatta in Perugia intorno alle cose del lago Trasimeno; quando l'haverò finita, gli ne mandarò la copia. Hora ho riceuta l'ultima di V. S.; e quanto alle medaglie mandate, sappia che hanno la benedizione straordinaria, che è la maggiore che conceda Nostro Signore.

 

 

S.r Gal.o

Devotiss.o Ser.re e Discepolo Oblig.mo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o del Ser.mo Gr. D. di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3885**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 7 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 138. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma per la condotta([113]) delli Mag.ci Pier Maria e Cesare Landi una cassetta di 14 mortadelle, con uno delli miei libri ultimamente stampati([114]), quale prego a voler mostrare al Sig.r Peri ancora, e se li piacerà liene mandarò poi uno a lui ancora. Ho cercato con diligenza che resti servita, essendosi prese esse mortadelle dal primo che ne facci professione qua in Bologna, e da persona molto intendente: resta che v'habbi o facci haver cura che non stiano in luogo nè troppo humido nè troppo asciuto, perchè così usano qua. Del resto, quanto al pagamento io ero risoluto ch'ella non ne sentisse incommodo alcuno, ma le ricevesse senza spesa; ma poichè mi ricordo ch'ella, trattando meco di simili servigii, disse che restava più tosto disgustata, quando ella richiedeva cos'alcuna e l'amico lo voleva essentare dal pagamento, parendo che ciò fosse un levarle l'animo di comandarle altre volte, perciò io, che desidero tante volte servirla quante si degnarà commandarmi, ho condesceso all'accettare il denaro in sodisfatione della dozina di mortadelle che mi dimanda, e gliene ho aggiunte due, che sono le più grosse, quali goderà per amor mio, desiderando che gli rieschino buone come ella le vorrebbe, e non essendo tali, accettarà però la mia buona voluntà di servirla. Ho dunque ricevuto da questi SS.ri Landi £ 28.13.10 di moneta di Bologna per sodisfattione della spesa fatta. Ella però mi ha colto in un tempo ch'io mi ritrovo mezo fallito, per havere fatto una fabrica che mi costa circa 3000 lire di questa moneta, e questo per mia commodità e per resistere più agevolmente ai rigori inevitabili della podagra: se ciò non fosse stato, havria con tale occasione riconosciuto maggiormente la prontezza e l'affetto dell'animo mio verso di lei in qualche cosa degna di lei. Ma a maggior commodo ne riservo l'emenda.

Circa il Balliani, non ho tempo di dire molte cose ch'havrei a di[r]e; me le riservo per un'altra volta, et in tanto la riverisco insieme con l'Ecc.mo Sig.r Liceti, che sta intorno a staffilare il Chiaramonte([115]), nè si scorderà dell'opera delle pietre lucifere. E li bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 7 Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.[lo]

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3886.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 7 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 48. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r Col.mo

 

Io vado ogni giorno più ripigliando le forze, ma la debolezza del capo, che per ogni poca fatica mi s'infiamma, per ancora non mi vuol abbandonare; che è quanto posso dirli della mia salute.

Vedo l'avvertimento ch'ella mi dà circa il crescer la prostapheresi dell'orbe più sensibilmente ne' tempi che Giove si trova opposto al sole, di quello che faccia ne' punti delle massime digressioni del'epiciclo; e bench'io conosca ch'io non havea fatto sovra di ciò la debita consideratione, per ogni modo non mi par dalle osservationi passate poter in tutto levarmi qualche scrupolo di questa anomalia del moto del primo mobile: e pur vado dubitando che in questi tempi, ne' quali la terra è più discosta dal sole, il moto diurno venga ad esser più tardi che non è ne' tempi del perigeo solare, e che oltre la solita equatione de' giorni naturali, ve ne sia bisogno d'un'altra, cagionata dal mancar la velocità del moto diurno nello allontanarsi la terra dal sole apogeo, in cui risieda la virtù motrice. Facciami gratia di pensarci un poco V. S. e dirmene il suo parere.

Lasciai al Ser.mo G. Duca in Pisa l'efemeridi delle Stelle Medicee per tutto Febraro e Marzo, e di quelle havrà S. A. Ser.ma con esso lei ragionato. Come prima mi sarà concesso di poter affaticar la testa, vedrò di mandarle per un anno a venire, e forsi mi risolverò di farle stampare per poterne mandar attorno più copie. I loro mezzi moti li tengo per agiustati, come anco le massime digressioni, nè altro mi resta che queste benedette prostapheresi del'orbe di Giove, che nè alla Copernica nè alla Tyconica quadrano in tutto, se pure non v'è qualche irregolarità nel tempo. Egli è ben vero che chi considererà la difficoltà del'impresa non dovrà meravigliarsi se così subito non risponderà a capello ogni cosa.

Del suo libro ne diedi comissione in Amsterdam, e l'altr'hieri apunto hebbi risposta che mi inviavano due essemplari, con una nave che di giorno in giorno sto attendendo, e che era divisa l'opra in tre tomi, dal che stimo che vi siano tutte le fatiche di V. S.: e mi costano queste due copie fino colà scudi dieci di nostra moneta.

Questo è quanto m'occorre con le presenti; e sperando che passino presto questi giorni di caldo, attendo la stagion più mite per esser a riverirla, e le bacio affettuosamente le mani, come faccio al P. Clemente di S. Carlo.

 

Genova, adì 7 di Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3887**.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 11 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 126. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.te S.r

 

Se ne viene per ordine publico, cusì ricercato da quell'Altezza, per fabricar certo ponte sopra l'Arno il S.r Bernardino Contino, ingegnero et pretto dell'officio nostro delle aque. Le ho comesso venga a farle riverenza a mio nome. L'ho accompagnato con due mie righe: piacerà a lei riceverlo et aggradire l'officio del suo ossequio; che pregandola comandarmi, a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venetia, li 11 Zugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.to Ser.

Franc.o Duodo.

 

Fuori: [.... Ill.]re mio S.r

L'Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei, Dot.r Mat.co

R.ta al S.r Mastro delle Poste di Fiorenza.

Arcetri.

 

 

 

3888.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 18 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 140-142. – Autografa. La presente lettera si legge altresì a pag. 47-56 dell'opera: Della misura dell'acque correnti di Don Benedetto Castelli, Monaco Cassinense, In Roma, per Francesco Cavalli, 1639. Questa stampa presenta molte differenze formali e qualche manifesto errore, a confronto della lezione dell'autografo inviato a Galileo e da noi riprodotto, e dopo le parole «con le scarse misure nostre» omette le lin. 162-167 [Edizione Nazionale] e, invece, soggiunge un brano, che noi pubblichiamo appiè di pagina.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Por sodisfare a quanto promisi a V. S. molto Ill.re con le passate mie([116]), di rappresentargli certa mia considerazione fatta sopra il lago Trasimeno, li dico che a' giorni passati ritrovandomi in Perugia, dove si celebrava il nostro Capitolo generale, havendo inteso che il lago Trasimeno, per la gran siccità di molti mesi era abbassato assai, mi venne curiosità di andare a riconoscere oculatamente questa novità, e per mia particolare sodisfazione ed anco per potere riferire, venendo l'occasione, a' Padroni il tutto con la certezza della visione del loco. E così gionto alla bocca dell'emissario del lago, ritrovai che il livello della superficie del lago era abbassato cinque palmi romani in circa dalla solita sua altezza, in modo che restava più basso della solia dell'imboccatura dell'emissario quanto è lunga la seguente linea ; e però non usciva dal lago punto d'acqua, con grandissimo incommodo di tutti i paesi e castelli circonvicini, per rispetto che l'acqua solita di uscire dal lago fa macinare 22 mole di molini, le quali non macinando necessitavano tutti gli habitatori di quei contorni a caminare lontano una giornata e più per macinare al Tevere. Ritornato che fui in Perugia, seguì una pioggia non molto grossa, ma continovata assai ed uniforme, quale durò per ispazio di otto hore in circa; e mi venne in pensiero di volere essaminare, stando in Perugia, quanto con quella pioggia poteva essere cresciuto il lago e rialzato, supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra tutto il lago, ed uniforme a quella che cadeva in Perugia: e così preso un vaso di vetro, di forma cilindrica, alto un palmo in circa e largo mezzo palmo, ed havendogli infusa un poco d'acqua, tanta che coprisse il fondo del vaso, notai diligentemente il segno dell'altezza dell'acqua del vaso, e poi l'esposi all'aria aperta a ricevere l'acqua della pioggia, che ci cascava dentro, e lo lasciai stare per ispazio d'un'hora; ed havendo osservato che nel detto tempo l'acqua si era alzata nel vaso quanto la seguente linea , considerai che se io havessi esposti alla medesima pioggia altri simili ed eguali vasi, in ciascheduno di essi si sarebbe rialzata l'acqua secondo la medesima misura: e per tanto conclusi, che ancora in tutta l'ampiezza del lago era necessario che l'acqua si fosse rialzata nello spazio d'un'hora la medesima misura. Qui però mi sovvennero due difficoltà, che potevano intorbidare ed alterare un tale effetto, o almeno renderlo inosservabile, le quali poi, considerate bene e risolute, come dirò più abasso, mi lasciorono nella conclusione ferma che il lago doveva essere cresciuto nello spazio di otto hore, che era durata la pioggia, otto volte tanto. E mentre io, di nuovo esponendo il vaso, stava replicando l'operazione, mi sopravenne un ingegnero per trattare meco di certo interesse del nostro monasterio di Perugia; e ragionando con esso, li mostrai il vaso dalla finestra della mia camera, esposto in un cortile, e li communicai la mia fantasia, narrandogli tutto quello che io haveva fatto. All'hora m'avviddi che questo galant'huomo formò concetto di me che io fossi di assai debole cervello, imperocchè sogghignando disse: Padre mio, v'ingannate; io tengo che il lago per questa pioggia non sarà cresciuto nè meno quanto è grosso un giulio. Sentendolo io pronunziare questa sua sentenza con gran franchezza e resoluzione, li feci instanza che mi assegnasse qualche ragione del suo detto, assicurandolo che io haverei mutato parere alla forza delle sue ragioni; ed egli mi rispose, che haveva grandissima prattica del lago, e che ogni giorno ci si trovava sopra, e che era molto bene sicuro che non era cresciuto niente. E facendoli io pure instanza che mi significasse qualche ragione del suo detto, mi mise in considerazione la gran siccità passata, e che quella pioggia era stata come un niente per la grande arsura: alla qual cosa io risposi: «Signore, io pensavo che la superficie del lago, sopra della quale era cascata la pioggia, fosse bagnata»; e che però non vedevo come la siccità sua, che era nulla, potesse havere sorbito, per così dire, parte nessuna della pioggia. In ogni modo, persistendo egli nella sua opinione senza punto piegarsi per il mio discorso, mi concesse alla fine (credd'io per farmi favore) che la mia ragione era bella e buona, ma che in prattica non poteva riuscire. All'hora, per chiarire il tutto, io feci chiamare uno, e di lungo lo mandai alla bocca dell'emissario del lago, con ordine che mi portasse precisamente raguaglio come stava l'acqua del lago in rispetto alla solia dell'imboccatura. Hora qui, Sig.r Galileo, non vorrei che V. Sig.ria pensasse che io mi havessi accommodata la cosa fra le mani per stare su l'honor mio: ma mi creda (e ci sono testimonii viventi), che ritornato in Perugia la sera il mio mandato, portò relazione che l'acqua del lago cominciava a scorrere per la cava, e che si trovava alta sopra la solia quasi un dito in grossezza; in modo che congionta questa misura con quella che misurava prima la bassezza della superficie del lago sotto la solia avanti la pioggia, si vedeva che l'alzamento del lago cagionato dalla pioggia era stato a capello quelle quattro dita che io havevo giudicato. Due giorni dopo, abbattutomi di nuovo con l'ingegnero, li raccontai tutto il fatto, e non seppe che replicarmi.

Le due difficoltà poi, che mi erano sovvenute, potenti a conturbarmi la mia conclusione o almeno la osservazione, erano le seguenti. Prima, considerai che poteva essere che spirando il vento dalla parte dell'emissario verso le riviere opposte del lago, haverebbe caricata la mole e la massa dell'acqua del lago verso le riviere contraposte, sopra delle quali alzandosi l'acqua, si sarebbe sbassata all'imboccatura dell'emissario, e così sarebbe oscurata assai l'osservazione. Ma questa difficoltà restò totalmente sopita dalla grande tranquillità dell'aria, che si conservò in quel tempo, perchè non spirava vento da parte nessuna, nè mentre pioveva, nè meno dopo la pioggia.

La seconda difficoltà, che mi metteva in dubbio l'alzamento, era che havendo io osservato costì in Firenze ed altrove quei pozzi che chiamano smaltitoi, nei quali concorrendo le acque piovane de' cortili e case non li possono mai riempire, ma si smaltisse tutta quella copia d'acqua, che sopraviene, per le medesime vene che somministrano l'acqua al pozzo, in modo che quelle vene, che in tempo asciutto mantengono il pozzo, sopravenendo altra copia d'acqua nel pozzo, la ribevono e l'ingoiano; così ancora un simile effetto poteva seguire nel lago, nel quale ritrovandosi (come ha del verisimile) diverse vene che mantengono il lago, queste stesse vene haverebbero potuto ribevere la sopravenente copia d'acqua per la pioggia, e in cotal guisa annichilare l'alzamento, overo scemarlo in modo che si rendesse inosservabile. Ma simile difficoltà risolsi facilissimamente con le considerazioni del mio trattato Della misura dell'acque correnti([117]). Imperocchè, havendo io dimostrato che l'abbassamento del lago alla velocità del suo emissario ha reciprocamente la proporzione che ha la misura della sezzione dell'emissario del lago alla misura della superficie del lago, facendo il conto e calcolo ancora alla grossa, con supporre che le vene sue fossero assai ampie e che la velocità dell'acqua per esse fosse notabile nell'ingiottire l'acqua del lago, in ogni modo ritrovai che, per ingoiare la sopravenuta copia d'acqua per la pioggia, si sarebbero consumate molte settimane e molti mesi: di modo che restai sicuro che sarebbe seguito l'alzamento, come in effetto è seguito.

E perchè diversi di purgato giudicio mi hanno di più posto in dubbio questo alzamento, mettendo in considerazione che essendo per la gran siccità, che haveva regnato, disseccato il terreno, poteva essere che quella striscia di terra che circondava gli orli del lago, ritrovandosi secca, assorbendo gran copia d'acqua del crescente lago, non lo lasciasse crescere in altezza; dico per tanto, che se noi consideraremo bene questo dubbio che viene proposto, nella medesima considerazione lo ritrovaremo risoluto. Imperochè, concedasi che quella striscia di spiaggia di terreno che verrà occupata dalla crescenza del lago, sia un braccio di larghezza intorno intorno al lago, e che, per essere secca, s'inzuppi d'acqua, e però questa porzione di acqua non cooperi all'altezza del lago; conviene ancora in ogni modo che noi consideriamo, che essendo il circuito dell'acqua del lago 30 millia, come si tiene comunemente, cioè m/90 braccia fiorentine di circuito, e per tanto ammettendo che ciaschedun braccio di questa striscia beva due boccali d'acqua, e che di più per l'allagamento suo ne ricerchi tre altri boccali, haveremo che tutta la copia di questa porzione di acqua, che non viene impiegata nell'alzamento del lago, sarà m/450 boccali di acqua; e ponendo che il lago sia 60 millia riquadrate, di 3000 braccia longhe, trovaremo che per dispensare l'acqua occupata dalla striscia intorno al lago sopra la superficie totale del lago, doverà essere distesa tanto sottile, che un boccale solo d'acqua venga sparso sopra m/10 braccia riquadrate di superficie: sottigliezza tale che bisognarà che sia molto minore di una sottilissima foglia d'oro battuto, ed anco minore di quel velo d'acqua che circonda le bollicine della stessa acqua; e tanto sarebbe quello che si dovesse detrarre dall'alzamento del lago. Ma aggiongasi di più, che nello spazio di un quarto d'hora del principio della pioggia, tutta quella striscia si viene ad inzuppare dalla stessa pioggia, in modo che non habbiamo bisogno, per bagnarla, di impiegarci punto di quell'acqua che casca nel lago. Oltre che noi non habbiamo posto in conto quella copia d'acqua che scorre, in tempo di pioggie, nel lago dalle pendenze dei poggi e monti che lo circondano, la quale sarà sofficientissima per supplire a tutto il nostro bisogno: di modo che nè meno per questo si doverà mettere in dubbio il nostro preteso alzamento. E questo è quanto mi è occorso intorno alla considerazione del lago Trasimeno.

Dopo la quale, forsi con qualche temerità inoltrandomi troppo, trapassai ad un'altra contemplazione, la quale voglio rappresentare a V. S., sicuro che ella la riceverà, come fatta da me, con quelle cautele che sono necessarie in simili materie, nelle quali non dobbiamo assicurarci di affermare mai cosa nessuna di nostro capo per certa, ma tutto dobbiamo rimettere alle sane e sicure deliberazioni della S.a Madre Chiesa; come io rimetto questa mia e tutte le altre, prontissimo a mutarmi di sentenza e conformarmi sempre con le determinazioni dei Superiori. Continovando dunque il mio di sopra spiegato pensiero intorno all'alzamento dell'acqua nel vaso di sopra adoperato, mi venne in mente, che essendo stata la sopranominata pioggia assai debole, poteva molto bene intravenire che cadesse una pioggia cinquanta e cento e mille volte maggiore di questa, e molto maggiore ancora (il che sarebbe seguito ogni volta che quelle gocciole cadenti fossero state quattro o cinque o dieci volte più grosse di quelle della sopramentovata pioggia, mantenendo il medesimo numero); ed in tal caso è manifesto che nello spazio di un'hora si alzarebbe l'acqua nel nostro vaso due o tre braccia e forsi più: e conseguentemente, quando seguisse una pioggia simile sopra un lago, ancora quel tal lago si alzarebbe secondo l'istessa misura; e parimente, quando la pioggia simile fosse universale intorno intorno a tutto il globo terrestre, necessariamente farebbe intorno intorno al detto globo, nello spazio di un'hora, un alzamento di due e di tre braccia. E perchè habbiamo dalle Sacre Memorie che al tempo del Diluvio piobbe quaranta giorni e quaranta notti, cioè per ispazio di 960 hore, è chiaro che quando detta pioggia fosse stata grossa dieci volte più della nostra di Perugia, l'alzamento dell'acque sopra il globo terrestre sarebbe arrivato e passato un millio di perpendicolo; oltre che le prominenze dei poggi e monti concorrerebbero ancora essi a fare crescere l'alzamento. E per tanto conclusi che l'alzamento dell'acque del Diluvio tiene ragionevole convenienza con i discorsi naturali: delli quali so benissimo che le verità eterne delle Divine Carte non hanno bisogno; ma in ogni modo mi pare degno di considerazione così chiaro riscontro, che ci dà occasione di adorare ed ammirare le grandezze di Dio nelle grandi opere Sue, potendole ancora noi tal volta in qualche modo misurare con le scarse misure nostre.([118]) E li bacio le mani, pregandogli dal Cielo le vere consolazioni.

 

Di Roma, il 18 di Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3889.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 28 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 144. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Nè più nobile nè più gradito dono potevo io ricevere dalla cortesia di V. S. Ecc.ma dell'opera mandatami, cotanto da me desiderata e che contiene in sè tante meraviglie. Io non havendo patienza che si legasse, gli ho dato una scorsa così sciolta; et in somma sono restato soprafatto dallo stupore, vedendo con qual nuova e singolare maniera ella si interni ne' più profundi secreti della natura, e con quanta facilità ella spieghi cose difficilissime. Ferreum robur et aes illi triplez circa pectus, fu detto di chi prima ardì solcare l'immensità del mare et ingolfarsi nell'oceano; ma credo che ciò più ragionevolmente si possi dire di V. S. Ecc.ma, che con la scorta della buona geometria e con la tramontana del suo altissimo ingegno ha potuto felicemente navigare l'immenso oceano de gl'indivisibili, de' vacui, de gl'infiniti, della luce e di mill'altre cose ardue e peregrine, ciascuna delle quali è bastante a fare naufragare qual si voglia per grande ingegno che sia. Oh quanto li sarà tenuto il mondo, che gli havrà ispianato la strada a cose così nuove e così delicate! quanto i filosofi, che impararanno quale è la vera via del filosofare! Et io insieme gli dovrò tenere non puoco obligo, mentre gli indivisibili della mia Geometria([119]) verranno dalla nobiltà e chiarezza de' suoi indivisibili indivisibilmente illustrati. Io non ardii di dire che il continuo fosse composto di quelli, ma mostrai bene che fra continui non vi era altra proportione che della congerie de gl'indivisibili (presi però equidistanti, se parliamo delle linee rette e delle superficie piane, particolari indivisibili da me considerati); il che mi metteva veramente in sospetto, che quello che ha finalmente pronuntiato, potesse esser vero. S'io havessi havuto tanto ardire, l'havrei pregata a non tralasciarne questa confermatione, se non per la verità di essa conclusione, almeno acciò altri più attentamente havessero fatto riflessione a questa mia nuova maniera di misurare i continui.

Io veramente non havrei preteso tanto, conoscendo il mio puoco merito; ma lei con straordinario affetto ha voluto sollevarlo, con farmi così segnalato favore di honorare il mio Specchio([120]) et il mio nome con l'honorata mentione che si è compiacciuta di fare: del che professo che gli ne restarò eternamente obligato, accertando[si] che se l'affettuosa mia servitù et amore che le ho sempre professato potesse ricevere più accrescimento, elli hora saria arrivato al colmo. La ringratio dunque di un tanto favore di vero cuore, e dove mi si po[r]gerà occasione di contracambiarlo, farò ch'ella non habbi da desiderare[...]me la dovuta gratitudine.

Io li ho datto una semplice scorsa, lascia[ndo] intatte le dimostrationi, perch'era slegato. Mi riservo doppo che sia legato a vederlo con accuratezza, e gli verrò poi dando raguaglio del gusto che ne anderò ricevendo; ne farò anco parte all'Ecc.mo Sig.r Liceti, al quale non l'ho anco potuto far vedere: tuttavia, per ordine havuto da lui un pezzo fa, la saluto caramente.

Quanto al mio libro([121]), s'ella ne volesse per qualche amico, mi avisi, che ne la servirò subito. Godo che le mortadelle li siano giunte ben conditionate: così li rieschino di quella bontà ch'ella desidera, sì come desidero che me ne avisi. Per tanto veda se in altro la posso servire, che per fine la riverisco con ogni affetto, salutando insieme il Sig.r Peri, che hormai sarà tornato, quale havrò gusto veda il mio libro, e se gustarà al suo palato ne li provederò poi d'uno. Saluto anco il P. Francesco e P. Clemente, e li prego dal Signor ogni vero contento.

 

Di Bol.a, alli 28 Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3890.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 1° luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 145-146. – Autografe le lin. 91-92 [Edizione Nazionale].

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.or mio Oss.mo

 

Ricevei l'ordinario passato la cortesissima lettera di V. S. de' 20 di Giugno, insieme col libro de' Movimenti locali, essendomi stata l'una cosa e l'altra oltre modo cara, tanto più che per quanto io habbia dato ordine in più luoghi per haver il libro, e in Roma e in Fiandra et a Pariggi, non mi è riuscito poterlo havere: per tanto ne resto io tanto più obligato a V. S. Non fecci subito risposta perciò che mi pareva raggionevole dirle insieme di haverlo letto, o per dir meglio trascorso, che a leggierlo e digerirlo bene vi vuole e più tempo e più otio. L'ho trascorso, dico, con grand'avidità e grandissimo mio gusto, e riconosciuto in lui l'autore, ancorchè non vi si fusse scritto il nome. Io, come in tutte le altre opere di V. S., ho ammirato la dottrina, la novità e la chiarezza, stimando oltre modo non solo le cose principali, cioè principalmente intese, ma le accessorie, cioè a dire le digressioni dotissime e curiosissime. Piaccia al Signore lasciarci V. S. longamente, e con salute tale che possa participare il mondo non solo delle cose che promette, ma di quelle che la finezza del suo ingiegno è atta a produr di nuovo.

Ringratio V. S. parimente della pacienza havuta in legger le mie cose e delle considerationi che vi fa. Io in vero ho giudicato che l'esperienze si debbano por per principii delle scienze, quando son sicure, e che dalle cose note per lo senso sia parte della scienza condurci in cognitione delle igniote. Non ricuso però in questo ciò che V. S. mi promette di questo particolare trattarmene un'altra volta, come anche io penso di raggionarne compitamente in un trattatello che col tempo penso di publicare in materia di loica, e mostrare come la scienza non opera altro in noi, e che il cercar le cause spetta ad un altro habito, detto sapienza, come ho accennato nella prefattione del libro de' Moti, e sì come i principii delle scienze sogliono essere deffinitioni, assiomi e petitioni, che queste nelle cose naturali siano per lo più esperienze, e sopra tali son fondate l'astronomia, la musica, la meccanica, la prospetiva e tutte le altre.

Rispetto alla propositione che io cittai nel suo trattato di Meccanica, di cui V. S. non ha memoria, la priego ramemorarsi che altre volte, non so in qual occasione, io le dissi che non ero sodisfatto di ciò che scrive il Guido Baldo della vite([122]), fondato su l'ottava dell'ottavo di Papo, se ben mi raccordo, e che di questa materia ne scriveva bene il Vieta in un manuscritto di meccanica, che per tale mi haveva mandato da Napoli il S.r Gio. Batta Aijrolo; e perchè V. S. mi scrisse che io le mandassi tal propositione, come feci, V. S. replicò che tal propositione et opera era sua, e perciò l'ho sempre tenuta e tengo per sua, tanto più che così mi pare e dal suo stile e dalla sua solita sottilità e chiarezza: nel fine del qual trattato vi è un discorso molto bello della forza della percossa([123]), che credo sia quello di cui fa mentione e in questi suoi Dialoghi e nella lettera che mi scrive.

Rispetto a quel che dice di haver scritto delle vibrationi del pendolo fatte nell'istesso tempo, e dell'osservatione de' gravi che con pari velocità discendono, io non ho veduto altro, solo quel che scrive ne i Dialoghi del Sistema. Anzi che in quelli V. S. dice qualche cosa, di che io sperava che ne dovesse dar più distinto conto in questi, cioè di haver osservato che il grave discende di moto naturale per cento braccia in cinque minuti secondi d'hora; sperava, dico, che dovesse dir con che ragione si è assicurata che sian cinque secondi, e massime dove, a fogli 175([124]), V. S. dà conto distinto di altre esperienze fatte in simil materia.

E finalmente, perchè V. S. mi scrive che io le dica liberamente il mio senso, io le dico sicuramente che tutto ciò che ho detto di sopra non stimo che vi sia ponto di adulatione, perchè V. S. insegna al mondo molte cose nuove e bellissime, mostrando in che consiste che le machine picole non riescono in grande, e lo prova benissimo particolarmente all'ottava propositione del secondo Dialogo([125]), alla quale io arrivai con grandissimo gusto. Mi par benissimo provato ove consista non solo la resistenza al rompersi delle corde, legno, pietre e mettalli, ma anche dell'acqua, se ben di questa già V. S. me ne fece parte altre volte con sua lettera([126]), in occasione che io le domandai aiuto in un siffone alto circa 40 braccia, che non riuscì([127]): e tutti i discorsi in tal materia, che V. S. fa delle particelle di vacuo, ancorchè io non ne sia totalmente sodisfatto, ad ogni modo le conosco per cose sotilissime e verissime, servendosi di propositioni di mattematica molto sottili e molto a proposito, che pur tale è quella che è a fogli 28([128]). Tali anche harei stimato ove ritrova la proportione fra l'acqua e l'aria, se non fosse che non mi è comparsa per nuova, perciò che V. S. con sua lettera altre volte me ne fece parte([129]). Tutto il discorso del secondo Dialogo è parimente molto dotto, nè io vi ho difficultà di consideratione: solo desiderei che V. S. havesse un tantino più dichiarato alla propositione prima([130]), che il momento della forza in C al momento della resistenza è come CD alla metà di DA; come anche quel che dice a fogli 119, alla quinta linea([131]), che i filamenti sparsi per tutte le superficie dei cerchi è come se tutti si reducessero ne i centri. Da ciò che discorre a fol. 94([132]) et a fol. 161([133]) par che, sparandosi in alto un'archibugiata, dovrebbe la palla far l'istessa passata, in distanza, verbi gr., di 10 palmi dall'archibuggio, tanto nello scendere quanto nel salire; il che nè credo che riuscirebbe in fatto, nè pare che si possa sciorer per lo condensamento dell'aria, perciò che non è questa, per mio aviso, tale altezza che nello scendere il grave non osservasse la regola della duplicata proportione in tempi uguali. In quanto a i principii posti a fol. 166([134]), io gli ho per verissimi, ma dubito se vi sia tanta evidenza quanta par che sia necessaria ne' principii; che nel resto poi vedo che V. S. ha saputo cacciarne molte conchiusioni, che non ho ritrovato io: come anche mi par molto bello e sottile il quarto Dialogo de i proieti, con quella aggionta nel fine, ove a fol. 286([135]) ritrova la ragione della fune tesa, che non si può ridure a total dirittura. Ciò poi che dice nell'Appendice([136]) fa conoscere che se Luca Valerio tardava molto a compor la sua opera([137]), V. S. li levava la fatica.

Io vedo che l'harò attediata, ma più mi converebbe attediarla se io volessi lodar, cosa per cosa, tutto ciò che per mio parere è degno di tal lode; perciò farò fine, con bacciar a V. S. le mani e con restar desideroso di ricever suoi commandamenti, e pregarle dal Signore vista, salute et ogni maggior prosperità.

 

Di Gen.a, al pr.° Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.r Obbl.mo

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3891.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 1° luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 147. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P.ron Col.mo

 

Invio a V. S. Ecc.ma l'inclusa lettera per il P. Maestro Fulgentio Servita, nella quale il prego a far ufficio per ottener per me un pulpito per la futura quaresima. So quanto V. S. Ecc.ma possa con esso lui, e perciò la prego ad accompagnar questa mia con due righe, che le ne terrò obligo particolare.

Séguito l'osservazioni delle Medicee, le quali ne' congressi con Giove non mancano di darmi da fare; e pur la mia vista è acuta a segno, che li vedo il più delle volte anco quando toccano il limbo di Giove. Non dispero però dell'impresa, e mi risolvo di portar a Settembre l'effemeridi di tutto l'anno a venire; le quali, se V. S. Ecc.ma si compiacerà, metterò in stampa, con attestar le osservationi da lei communicatemi nel riordinar i moti loro.

Sto attendendo risposta ad un'altra mia lettera, e prego il molto R. P. Clemente a voler tal volta dar una vista alla stampa, per veder come camina([138]). Che è quanto in fretta m'occorre; et a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì p.o di Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Cordial.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3892**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 8 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 209. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Non c'è alcuno atto di virtù che io eserciti con maggior mio gusto, che mantenere la parola quando ho promesso di venire da V. S., dove starei volentierissimo, impiegato in qualsivoglia basso servizio, non che onorato sempre con multiplicati favori, e, quello che io stimo sopra ogn'altra cosa, trattato da lei come amico e accarezato con vive demostrazioni di sincero affetto. Però può credere che non senza mortificazione abbi lasciato trascorrere il termine che avevo prescritto al mio desiderio, mercè d'una flussione di testa e infiammazione d'ochi, che per molti giorni m'ha tenuto in timore tale, che mi sono astenuto anche dal bere. Ma adesso che per grazia di Dio comincio a star bene, verrò ben presto a mantenere la promessa e farne un'altra, per aver sempre occasione di esercitarmi in questa virtù.

Mando altre 40 fascine e un paio di pollastre, che costano una lira e quindici soldi; mentre co 'l fine, baciando affettuosamente le mani al P. Clemente, a V. S. faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 8 Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3893*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 15 luglio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 131.–Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re P.ron Col.mo

 

È stato qui da me il Sig. Giovanni Bangio di Amsterdam, il quale se ne viene per far riverenza a V. S. Ecc.ma; ond'io, che non devo tralasciar occasione alcuna di salutarla, l'ho voluto accompagnar con queste quattro righe.

Sto attendendo risposta di due mie lettere([139]), e resto sommamente meravigliato che ella non iscriva, nè sto senza grande ansietà della sua salute.

Questo è quanto per hora m'occorre; et a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 15 di Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Il Sig.r Daniele([140]) le bacia caramente le mani.

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3894**.

 

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 16 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 132. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Eccl.mo Sig.r et P.ron mio Coll.mo

 

Che V. S. Eccl.ma accusi sè di lentezza in honorarmi de' suoi favori, mi fa riconoscere le mie mancanze in riverirla men spesso con mie lettere; ma come quello è effetto della di lei suprabbondante cortesia, così il secondo viene fatto da me per non infastidirla, procurando che il Sig.r Peri, con quella gentilezza con la quale mi portava le raccomandationi di V. S. Eccl.ma, anco rassegnasse a lei la mia devota servitù, il che spero che habbia fatto.

Il dono col quale mi honora del suo non men dotto che curioso libro, altrettanto mi è stato caro, quanto son sempre bramoso di imparare, e riconosco non potere ciò meglio fare che col'opere e maravigliosi parti del subblime ingegno di V. S. Eccl.ma; del quale come sono ammiratore, così desidero havere capacità di intendere le sue profonde speculationi, e non dubbitarne e revocarle in dubbio, come lei, con la sua somma modestia non scompagnata da tutte le altre sue admirabili virtù, pare che richieda dalla mia tenuità. Vorrei che V. S. Eccl.ma vedesse il mio quore, che lo riconoscerebbe non meno pieno d'affetto che colmo di veneratione verso i suoi gran meriti, e mi scorgerebbe altrettanto ambitioso di servirla di quello che mi trovo infinitamente obbligato alle sue gratie. E con tal fine, rassegnandomeli devotissimo, li prego dal'Altissimo l'alleggerimento d'ogni travaglio con un agumento di molti anni e di tutte le felicità.

 

Siena, il 16 Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma

Devot.mo et Obbl.mo Se.re

Alessandro Marsili.

 

 

 

3895**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 19 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 134. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Al S.r Dottor Marsilii feci subito con la lettera consegnar il libro di V. S.([141]), ed alla risposta di lui mi rimetto del quanto egli se ne sia stimato favorito.

Mi dispiace infin all'anima che la sua poca salute non le lascia godere il saggio del mio vino; ma se almeno le gustasse, prenderei animo di serbargnene qualche poco per quando ella si fusse rihavuta. Ricordole ch'il merito di lei e la grazia con che ella mi tiene per suo vero servitore, mi tengono desiderosissimo de' suoi comandamenti, e però dove me ne manchi il favore, supplirò con pregarle da Dio benedetto quella salute e prosperità che se le deve per gloria dell'Italia: ed affettuosamente le bacio le mani.

 

Siena, li 19 di Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gall.

Devot.o Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

3896.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 23 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 28. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Vengo di villa, ove mi son trattenuto dieci giorni, ma per fermarmi poche hore et ritornare per quattro soli giorni: sarò poi a Venetia fermo per un pezzo. Trovo qui la sua lettera di 7, alla quale risponderò un'altra volta più sedatamente: per hora si contenti che le dica, che quanto al negotio io farò tutto quello che mi ordinarà, et qui a Venetia et per mezo del Sig.r Amb.r Veneto all'Haia([142]), se ella così vorrà; ma resto bene con maraviglia et del timore et della rissolutione di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma dell'inventione per ritrovare in ogni tempo la longitudine. Ho memoria che due volte venero soggetti di gran stima a trattare col P. Maestro Paolo di gloriosa memoria, che intorno a tal soggetto sempre andava meditando: uno di questi era un Scozzese, che havea in sè stesso la persuasione certa di esservi arrivato, l'altro un Tedescho, c'havea pure la medesima fantasia; et furono ambidue disinganati dal sudetto Padre Maestro, che non haveano colpito, ma erano lontani quanto ogn'altro ingegno che vi si sia intorno travagliato. Forsi che questo gran secreto era risservato al Sig.r Gallileo, inventore et dimostratore di tante meraviglie. So bene che una tal inventione non si rimunerarebbe col dono di un regno; et perciò un picciolo regalo ricusato per non havere potuto compir l'opera mi parerebbe un affronto notabile a quel Principe che l'ha fatto, et a modo nessuno consigliarei il rimandarlo. Ma che si tratta forsi di religione o di fede? et forsi è il comercio humano dalla tiranide inaudita ridotto a tale, che un ingegno divino et adorabile non può essere riconosciuto da un Prencipe di un segno di honore et stima?

Al mio ritorno le scriverò più in lungo; frattanto ha il mio parere: et facendo riverenza al Sig.r Ecc.mo Geri([143]) et al R.mo Padre Rinieri, a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma prego sollievo maggiore o patienza, et li baccio le mani.

 

Ven.a, li 23 Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r, Sig.r Col.o

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

3897*.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Arcetri, 1° agosto 1639.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF, XIII, 13, 1. – Originale, d'altra mano.

 

Ill.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Altra prosperità di corpo et altra tranquillità di mente, che quella che a me vien conceduta, mi bisognarebbe per condegnamente rispondere alla lettera di V. S. Ill.ma([144]), piena di cortesi affetti e di non meritate lodi. Differirò per tanto in altro tempo a satisfare a quella parte che è piena di benignità, e solo per hora dirò, et anco con brevità, alcuna cosa intorno alli particolari scientifici che ella mi tocca.

V. S. Ill.ma mi dice che volentieri harebbe sentito l'artificio col quale io mi sia potuto assicurare che il grave descendente a perpendicolo, partitosi dalla quiete, passi cento braccia di altezza in cinque minuti secondi. Qui due cose si cercano: la prima è il tempo della scesa per le cento braccia, la seconda è il trovare qual parte sia questo tempo delle 24 hore del primo mobile. Quanto alla prima operatione, la scesa di quella palla che io fo scendere per quel canale ad arbitrio nostro inclinato, ci darà tutti i tempi non solo delle cento braccia, ma di qualsivoglia altra quantità di caduta perpendicolare, atteso che, come ella medesima sa e dimostra, la lunghezza del detto canale, o vogliamo dire piano inclinato, è media proporzionale tra la perpendicolare elevatione di detto piano e la lunghezza di tutto lo spazio perpendicolare che nel medesimo tempo si passerebbe dal mobile cadente: come, per essempio, posto che il detto canale sia lungo 12 braccia, e la sua perpendicolare elevazione sia mezo braccio, un braccio o due, lo spazio passato nella perpendicolare sarà braccia 288, 144 o 72, come è manifesto. Resta hora che troviamo la quantità del tempo delle scese per il canale. Ciò otterremo dalla ammirabile proprietà del pendolo, che è di fare tutte le sue vibrationi, grandi o piccole, sotto tempi eguali. Si ricerca, pro una vice tantum, che dua, tre o quattro amici curiosi e pazienti, havendo appostata una stella fissa che risponda contro a qualche segno stabile, preso un pendolo di qualsivoglia lunghezza, si vadano numerando le sue vibrationi per tutto il tempo del ritorno della medesima fissa al primo luogo; e questo sarà il numero delle vibrationi di 24 hore. Dal numero di queste potremo ritrovare il numero delle vibrationi di qualsivoglino altri pendoli minori e minori a nostro piacimento; si che se, vgr., le numerate da noi nelle 24 hore fossero state, vgr., 234 567, pigliando un altro pendolo più breve, col quale uno numeri, per esempio, 800 vibrationi mentre che l'altro numerasse 150 delle maggiori, già havremo per la regola aurea il numero delle vibrationi di tutto il tempo delle 24 hore: e se con queste vibrationi vorremo sapere il tempo della scesa per il canale, potremo con la medesima agevolezza ritrovare non solo i minuti primi, secondi e terzi, ma quarti e quinti, e quanto più ci piacerà. Vero è che noi potremo passare a più esatte misure con havere veduto et osservato qual sia il flusso dell'acqua per un sottile cannello, perchè raccogliendola, et havendo pesata quanta ne passa, vgr., in un minuto, potremo poi, col pesare la passata nel tempo della scesa per il canale, trovare l'esattissima misura e quantità di esso tempo, servendoci massime di una bilancia così esatta che tira ad un sessantesimo di grano. Questo è quanto all'artificio; il quale penso che ella stimerà esquisitissimo, ancorchè poi volendo sperimentare se quello che io scrissi delle 100 braccia in cinque secondi sia vero, lo trovasse falso, perchè per manifestare la estrema gofferia di quello che scriveva et assegnava il tempo della caduta della palla d'artiglieria dall'orbe lunare, poco importa che i cinque minuti delle 100 braccia siano o non siano giusti.

Che V. S. Illustrissima, benchè approvi quelle sottigliezze che io arreco, in proposito di quei vacui disseminati, per la esplicatione della condensatione e rarefatione senza la necessità di introdurre la penetratione dei corpi o gli spatii quanti vacui, soggiunga poi di non restare intieramente appagato, io non me ne maraviglio, dovendo noi con l'intelletto fare una mescolanza di infiniti e di indivisibili, quelli per la troppa grandezza, e questi per la piccolezza, soverchiamente sproportionati all'intelletto nostro, terminato e finito: e bene a me sarebbe carissimo il sentire qualche sua contemplatione in proposito di questi due effetti, che sono sicuro che sentirei concetti molto più rationabili di quelli che sono stati sin qui arrecati da gl'altri filosofi.


Quanto al desiderare che ella fa di essere assicurata che nella mia propositione prima del secondo Dialogo la forza della resistenza habbia la medesima proportione che CB alla metà di BA, mi pareva che fusse assai chiaro, mentre che si parla di prismi o di cilindri, intorno al centro de' quali siano circunfuse resistenze di eguali momenti: nella quale operatione casca il medesimo accidente che interviene nel vette AB, il cui sostegno sia in C, dove posti nella minore distanza CB quantisivogliano pesi eguali, pendenti da distanze eguali, faranno la medesima resistenza alla forza posta in A, che se tutti i detti pesi, ridotti in un solo, pendessero dal mezo di BC. E quando sopra di ciò gli restasse pure qualche dubbio (il che non credo), tenterò con più distinta dimostratione di rimoverlo.

Che poi l'impeto della palla descendente dalla altezza dove dalla forza del fuoco fu cacciata, non racquisti, tornando indietro, giunta le dieci braccia vicina all'archibugio, che ella ebbe quando da principio fu scaricata, da me è tenuto per effetto verissimo([145]); ma questo non altera punto la mia propositione, nella quale io dico che il grave descendente da alto racquista, nei medesimi luoghi della scesa, della forza che era bastante a rispingerlo in su, quando ne' medesimi luoghi si ritrovò salendo. Ma questo effetto niente deroga dalla mia prima opinione e proposta, e forse da quello che già si legge nei luoghi da lei citati raccor si potrebbe; ma è vero che, senza aggiungere io alcune nuove osservationi, forse non potrebbe agevolmente esser compreso. Ma il produrle ricerca un poco più di ozio e di quiete di mente di quella che di presente io posseggo: lo farò altra volta, quando ella pure me lo richiegga.

Che poi il principio che io suppongo, come V. S. nota, a faccie 166, non gli paia di quella evidenza che si ricercherebbe ne' principii da supporsi come noti, gli lo voglio concedere per hora, ancorchè ella medesima faccia l'istessa suppositione, cioè che i gradi di velocità acquistati sopra l'orizonte da' mobili descendenti per diversi piani dalla medesima altezza siano eguali. Hor sappia V. S. Ill.ma, che doppo haver perso la vista, e per conseguenza la facoltà di potere andare internando in più profonde propositioni e dimostrationi che non sono le ultime da me trovate e scritte, mi sono andato nelle tenebre notturne occupando intorno alle prime e più semplici propositioni, riordinandole e disponendole in miglior forma et evidenza; tra le quali mi è occorso di dimostrare il sopradetto principio nel modo che a suo tempo ella vedrà, se mi succederà di havere tanto di forze che io possa migliorare et ampliare lo scritto e publicato da me sin qui intorno al moto, con aggiungervi altre speculationcelle et in particolare quella attenente alla forza della percossa, nell'investigatione della quale ho consumate molte centinaia e migliaia di hore, e finalmente ridottala ad assai facile esplicatione, sichè altri in manco di mez'hora di tempo potrà restarne capace. E qui voglio tornare a dirgli che non ho memoria alcuna di quelle scritture che ella dice essergli state mandate già come pensieri del Viette, da me affermatogli essere miei; e però desiderarei di rinfrescarne, col suo favore, la memoria, et in particolare dello scritto intorno alla percossa, il quale non può essere se non imperfetto, essendochè quello nel quale io mi quieto non è stato da me ritrovato salvo che da pochi anni in qua, nè io so d'haverne dato fuora intiera notitia. E qui con reverente affetto gli bacio le mani.

 

Di Arcetri, il primo d'Agosto 1639.

Di V. S. Ill.ma

Devotiss. et Obblig.mo Serv.re

Gal.o Galilei.

 

 

 

3898*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 3 agosto 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 76. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non so s'io dalla soverchia cortesia di V. S. mi senta più obbligato o confuso, tanto più che l'obbligo è fatto maggiore dal vedermi privo di ogni merito, e la confusione è accresciuta dal conoscermi innetto a poterla servire in una minima parte di quel che debbo; e l'uno e l'altra mi rendono inabile a ringraziarla del segnalato favore fattomi nell'inviarmi il suo libro, e dell'eccessiva sua gentilezza nel chiamar debito questo ch'è stato un puro effetto della infinita umanità sua. Ma già che io non vaglio a renderle le grazie dovute, accetti V. S. quelle che io le rendo, che son le maggiori ch'io posso. Ho però da dolermi che, per favorir me, V. S. habbia privato il suo amico di cosa tanto pregiata; poichè questo mi fa conoscere di non esser da lei trattato del pari co' suoi servidori più intrinsechi, come io desidero se ben no 'l merito, de' quali so non esser alcuno che mi superi nella brama del servirla. Ma non posso negar dall'altra parte che il dono non mi sia stato carissimo oltre ogni credere, e per esser opera di V. S., e per venire dalle sue mani.

Ho cominciato a leggerlo; nel che fare, lo stupore in me supera quello che io aspettava, per immaginarlomi uguale alle altre opere sue. Taccio quel ch'io ne sento, perchè, avvegna che io non habbia talento da capir tutte le maraviglie che ci sono, veggio che parlando con lei non mi conviene dir altro.

Per lo resto, io stimo affatto privo d'intelletto chi sente minor gusto nel leggere il libro di V. S. per la lezione di quello del S.r Gio. Battista Baliani. Non dovrei dirlo, perchè troppo è manifesto; ma già che V. S. s'è compiacciuta di accennarmene alcuna cosa, dico che veramente i supposti del S.r Gio. Battista, appresso di ognuno, han mestieri di gagliarda dimostrazione (come scrissi pure a V. S. nella risposta alla cortesissima sua de' 12 di Marzo, che dubito ora, con mio disgusto, che non le sia pervenuta); or considerisi qual piacere si può cavare dalle proposizioni fondate sopra di essi, le quali molti stimano che non sian del tutto sue, perchè si vede di dove ponno esser tolte. Ma nel libro di V. S. son congiunte la chiarezza, la facilità, la novità, il diletto, il profitto e la maraviglia in ogni cosa, di modo che non discernendosi qual vi habbia più parte, si conosce camminar tutte all'eccesso con passi eguali.

Non debbo però entrar di nuovo a parlare di quello che non so nè posso farlo come dovrei. Pertanto finisco raccordando a V. S. che a lei, che m'ha legato con tanti obblighi, tocca di darmi comodità di sciogliermene in alcuna parte col servirla, se tanto vaglio; e mentre io aspetto suoi comandamenti, le bacio con riverente affetto le mani e le auguro felicità.

 

Di Genova, 3 di Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3899**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 5 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 149. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Questa è la quarta lettera([146]) che invio a V. S. senza haver havuto risposta sino ad hora di nessuna delle altre scritte, il che mi cagiona estrema meraviglia, tanto più che il Sig.r Daniele ha ricevuto da V. S. il libro et avviso del suo stato([147]). Starò pertanto attendendo con ansietà risposta di questa mia, che le dovrà esser presentata dal P. D. Vittorio della Rena.

Mandai con l'ordinario passato l'effemeridi de' due mesi avvenire ne' pianeti di Giove a S. A. Ser.ma, e credo che havranno poco bisogno di correzzione, havendo io conosciuto donde nasceva la varietà nelle osservationi, che era derrivata dal contatto de' pianeti nel limbo di Giove, che prima che veramente lo toccassero era da me creduto succedere, stante il perderli di vista. Tirerò inanzi le osservationi di questi due mesi che si potrà veder Giove, per poter poi l'anno avvenire publicare l'effemeride, se così ella si compiacerà.

Hoggi ho havuto di Amsterdan tre copie del suo Dialogo nuovo, una delle quali ho data al Sig.r Daniele e l'altra promessa ad un altro amico. Che è quanto per hora m'occorre darli di nuovo, mentre, sperandola di rivedere a' primi freschi, le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 5 di Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3900.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 8 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 98. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell'originale, fatto scrivere dal Sig.r G. G.».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Mentre stavo aspettando lettere della P. V. Rev.ma mi è pervenuto il trattato delle acque correnti, da lei ristampate([148]) con l'aggiunta della sua curiosissima e ingegnosa lettera da lei a me scritta in proposito del lago Trasimeno e del diluvio universale registrato nelle Sacre Carte([149]): per lo che la ringrazio della memoria che tiene di me, e del procurare che il mio nome non si estingua, ma si vadia continuando nelle memorie delle future genti.

Il libro mi fu mandato dal Ser.mo Gran Duca([150]) subito che l'hebbe ricevuto, et io immediatamente me lo feci leggere, et in particolare in quella parte che non era nella prima stampa. Il lettore fu il molto R. P. Clemente di S. Carlo delle Scole Pie, scrittore anche de' presenti versi; per meno tedio del quale sarò breve colla presente, e tanto più quanto per distendermi a più miei particolari non potrei arreccargli altro che suoi disturbi e condoglienze: tale è il mio compassionevole stato. Lo compatisca, e nelle sue orazioni mi vadia implorando quell'aiuto che solo sperar si può per me dalla Divina mano.

A i soliti amici cari Nardi, Magiotti e Borghi mi ricordi affettuoso servitore al solito, e non manchi talvolta di reficiarmi con quattro righe di sua mano, la quale io con reverente affetto le bacio([151]).

 

D'Arcetri, li 8 Agosto 1639.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Obbligatis.mo Ser.re

Gal.o Gal.i

 

La pioggia delle gocciole cadenti in un lago mi ha dato occasione, specolando([152]) nelle tenebre, di ritrovare il numero di esse gocciole in ogni data ampiezza di superficie con una regola stravagantissima e, per mio credere, remota assai da ogni immaginazione([153]); ma non ho nè tempo nè mente di poterne al presente trattare, però mi riserbo([154]) ad altra meno importuna occasione.

 

 

 

3901.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 151. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io non frequento molto il scrivere a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma per diversi rispetti, il primo de' quali è che ella non può leggere le mie lettere per sè stessa; ma tenga per sicuro che la porto sempre scolpita nel cuore, e con quella venerazione che devo ne parlo o ne scrivo ad altri.

Ho fatta ristampare quella mia operetta([155]), e nella aggionta([156]) ho inserta la lettera dell'orinale, misura del lago Trasimeno([157]), per honor mio e non per eternare il gran nome di V. S., scolpito con caratteri eterni nel cielo, in terra e in mare. Ho ben caro che ella si sia compiacciuta di quel pensiero, e starò con avidità attendendo quel modo, che mi accenna, di numerare le gocciole cadenti; ed io in ricompensa, per l'ordinario che viene, li mandarò un certo consulto che ho fatto per potere continovare a macinare in tempi asciutti sopra il fosso dell'emissario del lago Trasimeno([158]), nel quale ho hauto occasione di promuovere il medesimo orinale ad altre specolazioni importantissime, dalle quali ancora vedo aperta una strada a gran cognizioni, ed utili e curiose, nelle quali, piacendo a Dio, penso di trattenermi quel tempo che mi avvanza alle più necessarie occupazioni. Tutto sia a gloria di Dio e per essercitare il dono dell'intelletto ancora nella contemplazione delle maravigliose opere Sue, ut per visibilia, quae facta sunt, invisibilia percipiantur. E li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 13 d'Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei, p.]o Filosofo del Ser.mo Gr. D. di Tosc.a

Firenze.

 

 

 

3902**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 13 agosto 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 5. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.e S.r mio Oss.mo et Ecc.mo

 

V. S. è sempre meco con la virtù e col merito, et io son sempre con lei nel desiderare tutto quel che possa esser di suo servitio; però la lontananza non ci priva di altro conforto, che di quello che mi toccheria nel godere della sua presenzial conversazione, et a lei nel sentirsi vivamente riverire con la voce.

Io ho ricapitata la lettera da V. S. inviatami; e desideroso di aumentar la mia obbligazione verso di lei col ricever spesse occasioni di servirla, le bacio [intanto] affettuosamente le mani.

 

Di Venetia, 13 Ag.o 1639.

Di V. S. molto Ill.

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.o Ser.e

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3903.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 16 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 153. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

La lettera di V. S. Ecc.ma mi ha sommamente consolato, intendendo ch'ella pure si conservi almeno con quella puoca sanità che l'età li permette. Prego Iddio che li dia tranquillità nell'animo, poichè non può haverla compitamente nel corpo.

Io li mandai quella mia operetta([159]), non perchè ella si applicasse per intenderla, sapendo ciò essere molto malagevole allo stato suo, ma solamente per dargli quel contrasegno di osservanza e servitù ch'io li professo e professarò sempre. È robba più proportionata a questi benedetti calcolatori che al suo purgatissimo intelletto, avezzo ad altissime specolationi. E veramente ella ne ha dato tal saggio in tutte le sue opere, e massime in questa ultima, che spalancando le porte alla maraviglia di tutto il mondo, ha posto quei confini all'immenso oceano delle scienze naturali, oltre ai quali non sarà lecito senz'altro, per grande ingegno che sia, a trapassare. Poichè chi potrà mai con più sodezza discorrere del vacuo, dell'infinito, del continuo, della rarefattione e condensatione, della gravità, del moto, e di cento altre mille cose belle che sono nel suo libro, più di lei? Io li diedi una scorsa superficiale, poi mi sono riapplicato per vederlo tutto con attentione, e fra l'altre cose il pensiero della rarefattione e condensatione mi è parso bellissimo; come anco ho havuto estremo gusto nel sentire così chiaramente spiegata la ragione della consonanza e dissonanza nella musica, non havendo per anco potuto passare la prima Giornata; poichè mi nasce nuova occasione di disturbi dalla Religione, o, per dire meglio, da quel Padre Teatino([160]) ch'ella sa, il quale, se bene assentato dal nostro convento di Roma, opera pure che la nostra Religione sia riformata([161]) conforme alla sua educatione. E però l'Em.mo Sig.r Card.le Bichi([162]) Senese, nostro nuovo protettore, ci ha intimato una riforma, che([163]) .........................

....... Io mi trovo in stato di continua infirmità, privo dell'uso de' piedi, e però molto differente dalli altri frati. Iddio mi ha dato il modo di sussidiare al mio bisogno mediante la lettura; ma questa riforma leva il denaro a tutti e fa che si metta al commune, dovendosi rimettere alla discretione de' Priori, fra' quali s'io darò in un indiscreto, come per il più accade, pensi che refrigerio havrò alle mie necessità. Li scrivo questo, perchè se Mons.r Ill.mo di Siena([164]) fosse amico di detto Sig.r Card.le Bichi, vorrei pregarla poi a favorirmi, ma a suo tempo, acciò egli intercedesse per me, che volesse havere riguardo alla conditione del mio stato, non mi privando di quello che tant'altre Religioni lasciano godere, benchè rigide et austere, a' suoi lettori publici: altrimenti, s'io ho da finire di perdere la sanità affaticando a pro d'altri, meglio sarà ch'io rinuntii la lettura, e vada a casa mia a godere questo puoco di resto di vita, come a Dio piacerà. Questi travagli, oltre al mio solito male, mi distolgono dalli studii, e massime della sua rara dottrina, tanto da me desiderata; e però non si maravigli s'io non li do conto([165]) d'altre belle cose, delle quali conosco essere piena l'opera, ma ciò rimetto all'animo mio più tranquillo.

Celebrano li Padri Olivetani un tal suo Padre Renereo([166]), che si professa discepolo di V. S. Ecc.ma e stampa tavole de' moti celesti([167]); mi saria caro da lei un puoco d'informatione, perchè pure da altri son richiesto circa il detto Padre.

L'Ecc.mo Sig.r Liceti et io conserviamo sempre viva, la di lei memoria ne' nostri discorsi, e se li ricorda sempre affettuosissimo servitore. L'opera delle pietre lucifere([168]) credo sia da lui composta, ma non anco stampata. Ha ben finito di stampare un'opera di varii quesiti fattili([169]), ne' quali mostra la sua varia dottrina e molta eruditione. Quando quella sia stampata non mancarò d'avisarla; e fra tanto la riverisco con ogni affetto di cuore, e li prego da N. S. felicità compita.

 

Di Bologna, alli 16 Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

3904*.

 

ORAZIO SERAFINI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Modena, 17 agosto 1639.

 

Dalle pag. 133-134 dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 3053.

 

.... Con l'occasione che il Sig. Principe Leopoldo, fratello del Gran Duca, è stato a Modena, quando venne a levare la Sig. Duchessa di Parma sua sorella([170]), volse il medemo Sig. Principe venire nelli miei camerini, che S. A. mi ha dato in Castello, per vedere alcune mie cosette fatte in quelli per un poco di passatempo: e con tale occasione venni a discorso delli cannocchiali del Fontana napolitano, del quale non mi disse miracoli; e stabilì il medesimo Signor Principe che l'iride, che V. S. mi significò, fosse difetto delli vetri, e non d'altro. Mi soggiunse il Sig. Principe che il Galilei fa lavorare una macchina per il Gran Duca da lavorar cannocchiali, e si crede che dovrà essere cosa singolare....

 

 

 

3905.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 19 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 99. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell'originale».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.re Col.mo

 

Sento([171]) con diletto l'applicazione che la P. V. R.ma fa con l'intelletto a nuove speculazioni, dependenti da questo suo ultimo trovato, e ne starò con desiderio aspettando di parteciparne, conforme a che ella me ne dà speranza. Quanto alla moltitudine delle gocciole cadenti sopra una superficie data et il modo del trovarla, gli dirò solo la conclusione et operazione, lasciandone la dimostrazione al discorso di lei.

Dico per tanto, che dato l'intervallo tra gocciola e gocciola, e l'ampiezza della superficie dove dette gocciole devono cadere, l'operazione procede nel seguente modo. Perchè tal superficie deve esser nota, intendasi quella esser circulare; se l'intervallo tra gocciola e gocciola, che pure deve esser noto,([172]) e posto che gl'intervalli siano eguali, posta la caduta di una gocciola come nel centro del dato cerchio, veggasi([173]) quanti di tali intervalli si contenghino nel semidiametro del dato cerchio: e preso il cubo di tal numero d'intervalli, e poi il cubo del numero uno manco del detto, cavisi questo minor cubo dell'altro maggiore, e quello che resta sarà la moltitudine delle gocciole cadenti che nel dato cerchio saranno contenute. Come, per essempio, sia l'intervallo([174]) tra gocciola e gocciola un soldo, cioè la vigesima parte d'un braccio, et il semidiametro del cerchio sia, v. g., mille soldi: fatto il cubo di mille, e da esso trattone il cubo di 999, quello che resta sarà la moltitudine delle gocciole da riceversi nel dato cerchio([175]). La proposizione, come vede, ha assai dello stravagante: essa che può, mercè della vista, descrivere linee e far computi aritmetici, troverà il resto.

Mi raccomando alle sue orazioni, mi conservi la sua grazia e quella de' Sig.ri Magiotti, Borghi e Nardi, et il Signore la prosperi.

 

D'Arcetri, li 19 Agosto 1639.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

G. G.

 

 

 

3906.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 19 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 155-156. – Autografe le lin. 64-65 [Edizione Nazionale].

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

 

Io resto con grandissimo obligo a V. S., che mentre che ha così poca salute, e tanta occasione di impiegar bene il tempo in nuove speculationi, lo consumi in darmi così longa e compita sodisfattione a' miei dubii, come ha fatto con la gentilissima sua del primo([176]), ricevuta, non so per colpa di cui, non prima di hoggi.

Vedo ciò che mi dice del modo di assicurarsi che il grave discenda per cento braccia in cinque secondi, il che tutto camina benissimo. Io hebbi tal pensiero per altra strada, e stimai che a questo dovesse giovare il ritrovar un pendolo di tal longhezza che facesse le vibrationi precisamente in un minuto secondo; e perchè è cosa che richiede diligenza e patienza, pregai il Padre Nicolò Cabeo, che mi pareva atto a ciò et a molto maggior cosa, che volesse cercarlo, et esso mi scrisse da Ferrara di haverlo fatto, e me ne mandò la misura, che è come questa che è qui in margine([177]): ove dice che il filo ha da esser longo quanto ED, e nel D sia il centro della palla grave da applicarvisi, dicendo che in un secondo ritorna la palla nel luogo di dove partì. Questo, come V. S. vede, serve per un horrologgio da misurar molte cose che richiedono tempo breve, e particolarmente servirebbe a questi (sic) di misurar la scesa del grave, ove fosse una torre altissima.

Per quello che spetta alla condensatione, intorno alla quale V. S. dice cose belissime e sottilissime, io così alla grossa mi andava fra me immaginando che la materia sia atta a condensarsi, e che rispetto a lei non sia absurda la penetratione([178]), già che pare assai chiaro che debba esser più materia in un cubo di piombo che di pietra, e che per la istessa raggione ne possa esser più in un cubo di aria densa che rara, e che l'impedimento al penetrarsi sia solo fra le cose di sostanza diversa, nelle altre no; che anche il vetro vedo che si piega, onde la superficie interna si fa minore, nè io so salvarlo senza la penetratione. Et in somma la materia è cosa sicura che ha quella natura che è piacciuto a Dio di darle quando la creò, nè vedo esperienze che mi assicurino che la creasse impenetrabile.

Ciò che dice nella propositione prima del secondo Dialogo([179]), mi parve verissimo, e tanto più mi si conferma con ciò che V. S. dice nella lettera: il poco scropolo che mi resta è solo se, per quanto sia vero, si dovessi domandarlo in una petitione.

In quanto all'impeto della palla descendente dall'altezza ove fu cacciata dal'archibuggio, non solo son sodisfatto di ciò che dice nella lettera, ma anche di quel che dice nel Dialogo, che ho letto di nuovo. Crederei però che chi havesse commodità di torre di grand'altezza, potrobbono farsi delle esperienze a questo proposito, e non solo vedere se la palla dell'archibuggio, il quale a questo effetto doverebbe esser molto curto, tirata perpendicolarmente all'in giù, andasse perdendo vigore, ma se spinta da stromento di forza minore, come da una balestra, perdesse di velocità; parendomi, ma non so per che raggione, che possa essere che la perda, e poi caminando avanti, possa esser che la riacquisti, se ben, come ho detto, par che la raggione voglia il contrario.

In quanto al principio a fol. 166([180]), è vero che anche io me ne sono servito, et è la mia settima petitione, però con qualche dubio non della verità ma dell'evidenza, e con aggiongerli che i mobili gionti in un ponto da piani variamente inclinati, se poi habbiano pari inclinatione, sono egualmente veloci: che è, per mio aviso, quell'istesso che, senza haverlo posto per principio, V. S. suppone alla decima propositione del 3° Dialogo([181]); cioè che il grave vada con l'istessa velocità per la BD, se nel ponto B sia venuto per l' FB come per l'AB, onde non venga ad importare che si sia fatto l'angolo ABE. Credo però che queste cose non debban dar noia ad alcuno, mentre che son vere, come anche io le ho stimate e stimo verissime, e che il mondo debba più tosto amirarle che riprenderle.

Con quest'occasione dirò anche che forse si poteva metter per principio quel che si dice a fogli 207, alla linea 20([182]), che quicunque gradus velocitatis sit in mobili, sua natura indelebiliter impressus etc., da cui però ne procedono tante belle consequenze, particolarmente nel moto de i proietti.

Rispetto alla forza della percossa, se harò tempo, ne farò ricopiare il discorso che è registrato nel suo trattato delle Mechaniche([183]), e lo manderò a V. S.; alla quale baccio per fine affettuosissimamente le mani e priego dal Signore salute et ogni vero compito bene.

 

Di Gen.a, a 19 Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Vero et Obbl.mo Ser.re

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3907.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 19 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P VI, T. XIII, car. 157. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col. mo

 

Ricevo finalmente hoggi una sua doppo molto aspettare, per la quale vedo che delle mie non ha ricevuta altra che quella che conteneva una inclusa al R.mo P. Fulgentio; e certo resto molto di ciò meravigliato.

Mandai l'effemeridi di due mesi al Seren.mo G. Duca, cioè Agosto e Settembre, et ho caro che elle siano capitate in mano di V. S. Io fino a qui, per quello che le ho riscontrate, vedo che caminano assai bene, e non v'è bisogno d'altra emendatione che di sminuire un poco l'orbe del quarto e del primo; del che m'andrò di giorno in giorno assicurando, prima che alterar la quantità che da lei viene assignata nelle sue osservationi. Potrà avvertire chi le riscontrerà, che quando s'acostano al disco di Giove, in particolare il primo ed il quarto come più piccoli delli altri due, si perdono di vista prima che veramente siano giunti al contatto, il che non suol accadere così nel terzo, come maggior degli altri, e poco nel secondo: come anco se nel dissegno per disgratia fusse accaduto che in cambio di porne qualche d'uno a levante che andasse verso ponente, si puol emendare col numero delle sessagene posteli di sopra; benchè io stimi che non sia occorso errore, e solo lo scrivo perchè quando mandai l'effemeridi, per la fretta del corriero non hebbi tempo di riscontrarle col'originale.

Sto legendo il suo libro, che pure finalmente mi gionse d'Amsterdam, con un gusto straordinario; e se non che le dimostrationi di quando in quando mi trattengono, l'havrei già scorso tutto: ma la dimora è poi ricompensata da altretanto piacere doppo che si sono viste le dimostrationi. Ai dieci del mese avvenire spero di inviarmi alla volta di Firenze; tratanto mi conservi la sua gratia, e le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, li 19 di Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Oblig.mo e Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3908**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 20 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 159. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma l'inclusa scrittura([184]) fatta da me in proposito della difficoltà che intravviene di macinare nei molini che sono sopra il fosso dell'emissario del lago di Perugia; nella quale scrittura ho ancora promosso l'orinale a contemplare l'abbassamento del lago, cagionato dalla sublimazione che fa il calore del sole, massime in tempi estivi, intorno al quale particolare mi si è scoperto un largo campo di filosofare, e vado distendendo qualche cosetta, per quanto comporta la mia debolezza. Se mi succederà di fare cosa che mi para degna d'essere vista, ne darò prima parte a V. S. Ecc.ma In tanto, forsi per l'ordinario che viene, li mandarò la copia di una lettera([185]), nella quale dichiaro un particolare, anzi il punto principale, del mio trattato Della misura dell'acque correnti, e credo che ella haverà gusto; non perchè habbia bisogno appresso di lei di dichiararmi meglio, ma perchè sentirà un modo assai stravagante che ho ritrovato per rappresentare a qualsivoglia cervello il mio pensiero. In tanto li fo riverenza, assicurandola che li sono quel servitore di sempre.

 

Roma, il 20 d'Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Galilei.

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3909*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 23 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 39. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

 

Invio a V. S. un esemplare del mio libro De quaesitis etc.([186]), in testimonio della mia continuata osservanza; mi honorerà di farsene leggere qualche parte, con iscusare li difetti che vi troverà, anzi avisarmene, acciò in altro tempo io possa schifargli. Fra tre settimane spero che sarà finito di stampare il mio volumetto De lapide Bononiensi lucifero([187]), del quale sino a quest'hora sono tirati 28 fogli: subito che sarà compito, le ne manderò parimente un esemplare. Fra tanto mi conservi nella sua gratia, ch'io le vivo servidor di cuore.

Col P. Cavalieri ho spesso ragionamento di lei, et da S. P. ricevo nuove dell'esser suo, che desidero conforme al suo desiderio. Et pregandole dal Cielo contentezza, le bacio le mani con tutto l'animo.

 

Bol.a, 23 Agosto 1639.

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio P.ron Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Con un involto seg.to

Fiorenza.

 

 

 

3910**.

 

GIROLAMO BARDI a GALILEO in Firenze.

Genova, 24 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 161. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Col.mo

 

Con mio grandissimo gusto e consolatione ho intesa la nuova di sua buona salute sì dal P. D. Vincenzo Rainieri come anco dal S.r Gio. Batta Baliano, che mi dice essersi con la sua operetta([188]) in maggior parte incontrato con la mente sua, registrata nelli suoi 4 Dialoghi; li quali ho sensibile mortificatione di non poter havere, ma li commetterò però subito: ma mi dice l'istesso S.r Baliano, che sarà difficilissimo haverli; onde, sì per la curiosità, sì anco per la veneratione che lei sa ch'io tengo e stima che faccio delle sue super sydera elata opera, ne starò con grandissimo desiderio. Fra tanto veda se in cosa alcuna vaglio e posso, e mi commandi.

Vien proposto dal S.r Gassendo un problema, che l'ombra da un corpo opaco resta maggiore dal sole a orizontale che dal medesimo verticale([189]). Vorrei che V. S. me ne desse la ragione, perchè la lontananza del semidiametro dovrà di ragione fare insensibile mutatione; ed egli asserisce, essere grandissima. E per fine di tutto cuore prontissimo me le offero, dedico o raccomando.

 

Gen.a, li 24 Ag.o 1639.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.e

Girol.o Bardi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mat.o Ecc.mo del Ser.mo di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3911.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 27 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 163. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Veramente mii è riuscita la specolazione di V. S. Ecc.ma stravagantissima nel ritrovamento del numero delle gocciole cadenti in una data superficie, dato l'intervallo tra gocciola e gocciola([190]); e confesso la mia debolezza, che alla prima lettera di V. S. non intesi bene la proposizione, ed anco in questa seconda ho stentato assai in intenderla, non discernendo se il numero delli intervalli; come chiama lei, sia veramente delli intervalli tra gocciola e gocciola, overo delle stesse gocciole prese nel diametro del cerchio, cominciando da quella che si considera nel centro inclusive sino a quella presa nell'estremo del diametro, pure inclusive, già che il numero delle gocciole supera di una unità il numero delli intervalli. Ma finalmente, caminando io in questo principio per via d'esperienza, ho conosciuto che si deve prendere il numero delle gocciole e non delli intervalli, per radice dei cubi, e ne ho fatti di molti rincontri con la numerazione attuale e poi con l'operazione di V. S. Ecc.ma, e tutte mi sono riuscite puntualissimamente. È vero che mi pare che sempre la sezzione di tutto il fastello delle gocciole cadenti nel cerchio debba riuscire un essagono equilatero ed equiangolo inscritto nel cerchio dato; altrimente il mio conto non torna con quello di V. S. Ecc.ma, quale pure deve essere verissimo, come dependente dalla dimostrazione, alla quale non sono per ancora arrivato e forsi la mia debolezza non arrivarà mai. Per tanto mi resta scropolo nel mio modo di numerare, e vado dubitando che non torni se non quando la saetta dell'arco di 60 gradi non è maggiore di uno delli intervalli tra gocciola e gocciola. So che ho scritto questi versi confusamente, però la prego a scusarmi; se mi succederà trovare cosa più netta e chiara, mi portarò meglio un'altra volta.

In tanto mando a V. S. Ecc.ma una copia di una lettera([191]) che scrivo a Mons.r Cesarini([192]), per dare sodisfazione a molti che non intendono il principale fondamento del mio trattato Della misura dell'acque correnti, dove cerco di esplicarmi di più di quello che ho fatto nel trattato stesso. Mi pare però di essermi in questa lettera vantaggiato qualche cosa per ridurre alla prattica il mio modo di partire le acque delle fontane, parendomi di haverlo spiegato assai facilmente; dove V. S. Ecc.ma vedrà che non adopro il pendulo per misurare l'hora di pranso overo di andare a letto etc. In oltre ho registrati alcuni disordini che seguono nel commune modo di misurare le acque correnti, e mi pare (se non sono di me stesso adulatore) di haverli fatti spiccare assai bene. V. S. se la farà leggere una volta, quando sarà meno impiegata nelle sue più alte specolationi; e poi mi farebbe favore farla capitare in mano del Ser.mo Padrone Gr. Duca o del Ser.mo Sig.r Principe Leopoldo, perchè forsi non sarà cosa inutile nel dispensare l'acqua della fontana condotta con magnificenza veramente regia da S. A. Ser.ma in Firenze e per commodo e per vaghezza della città. E non occorrendomi altro, li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 27 d'Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Gal.o Gal.i

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3912.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Arcetri, 1° settembre 1639.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF, XIII, 13, 1. – Originale, di mano di Vincenzio Galilei.

 

Ill.mo Sig.re e P.ron Colend.mo

 

In risposta alla gratissima sua delli 19 del passato([193]), dico che quanto al misurare il tempo con un pendulo aggiustato a fare le sue vibrationi in un minuto secondo, si avanza la fatica del fare il calculo con la semplice operatione della regola aurea, havendo una volta tanto tenuto conto del numero delle vibrationi di qualsivoglia pendolo fatte in 24 ore: la quale osservatione è necessario che il Padre Cabeo habbia fatta con un pendulo di qualsisia lunghezza, e da esso cavatane, con l'inventione delle medie, la lunghezza del pendolo di un minuto secondo; la quale inventione è sottoposta a qualche errore, il quale, benchè piccolo, multiplicato secondo il numero delle molte vibrationi, può partorire notabile errore, il che non accade nelle vibrationi non obbligate alla lunghezza del filo che, molte centinaia di volte replicate, ci deve dare la misura del tempo, sichè ogni piccolo errore preso nella lunghezza del pendulo va molte centinaia di volte multiplicato: mentre nell'altra mia operazione l'errore non può nascere, salvo che nel numerare le vibrazioni, delle quali una sola parte di una sola vibratione può esser presa più o meno del giusto. Dove accade (per dichiararmi con un esempio) il medesimo che avverrebbe a quello che volesse assegnare la lunghezza dell'anno da due ingressi del sole nell'equinoziale, presi con l'intervallo di un solo anno tra ingresso et ingresso; dove l'errore di un quarto o di una mez'ora casca tutto sopra la determinazione della quantità dell'anno, la qual quantità ritenuta come giusta con tale errore, volendo assegnare la quantità del tempo di cento, 200 e più anni, partorisce errore di 100 o 200 volte maggiore di quello che cadde nella determinazione di un solo anno: ma se si piglierà l'ingresso del sole nell'equinoziale accaduto et osservato 1000 o 1500 anni fa, e si prenderà simile ingresso al presente, posto che da gli antichi si fusse errato di una meza ora, e che non meno anco da noi si incorresse in simile errore, questo, compartito nelle quantità dei 1000 o 1500 anni, al più che mi possa ingannare nell'assegnare la quantità del tempo di un anno, non può partorirmi maggior errore di quello che importi la millesima parte o 1500ma di tutto l'errore intrapreso.

Che l'uso del pendolo per misuratore del tempo sia cosa esquisitissima, ho io detto molte volte; anzi ho raccolte insieme diverse operazioni astronomiche([194]), nelle quali col benefizio di tal misuratore trovo io precisioni infinitamente più esatte che quelle che si traggono da qualisivogliono strumenti astronomici, quando anco i quadranti e sestanti, armille o altri tali, havessero i lati o i diametri lunghi non solo le dua o tre braccia di quelli di Ticone, ma nè 20, 30 o 50, divisi anco non solo in gradi e minuti, ma in parti di minuti ancora. E l'haver trovato modo di misurare esattamente il diametro di una stella, oltrechè per sè stessa è operazione bellissima, tanto è più da stimarsi, quanto io trovo, gli astronomi che tali grandezze hanno voluto determinare si sono ingannati non dirò di 20 o 30, ma di venti o trenta mila, per cento.

Quanto a quello che ella mi dice della opinione sua circa alla condensazione e rarefazione, cioè che ammette la penetrazione dei corpi l'uno con l'altro, già ho io scritto (come ella può vedere) che chiunque tale operazione volesse ammettere, io gli concedo quanto li piace, non havendo io hauto intenzione di scrivere quanto in tal proposito ho scritto se non in grazia di quelli che negano la penetrazione e gli spazii vacui potersi dare in natura.

Quello che ella dice intorno alla proposizione prima del mio secondo Dialogo([195]), se si dovea apprendere per principio o pure dimostrarlo, io l'ho passato come cosa per sè stessa assai chiara: perchè, che nel vette la forza alla resistenza risponda reciprocamente alle distanze dal punto del sostegno, sicome è stato dimostrato da altri nelle Mecaniche, dependentemente da quello che dimostra Archimede negli Equeponderanti, può prendersi come di già conclusione nota; e che poi, piegata ad angoli retti la minor distanza sopra la maggiore, trovi la forza il medesimo contrasto dalla resistenza, non mi pare che deva esser messo in dubbio, e tanto più che, se bene ho in memoria, credo che il Sig.r Guidobaldo([196]) nelle sue Mecaniche ponga questa medesima conclusione e che la dichiari assai a bastanza.

Che una palla cacciata da grandissima altezza dall'archibuso o dall'arco all'ingiù possa perdere del primo impeto conferitogli, credo che l'esperienza lo mostrerebbe senz'altro, e V. S. lo concede; ma soggiugne poi, poter essere che quello che ella ha perso da principio per l'impedimento del mezo, lo possa poi per sè stessa andar raccquistando nel medesimo mezo. Questo veramente a me sarebbe duro a concedere, quando io non havessi esperienza o dimostrazione in contrario.

Due altri particolari che ella tocca nella sua lettera, non ho potuto riscontrarli in quello che scrivo, intervenendovi figure lineari e rincontri di caratteri, impossibili essere da me fatti, come per mia infelicità resto privo di poter mai più intendere le mie medesime dimostrazioni, dove intervengono figure e calculi; ma perchè ella medesima me le ammette, io volentieri le trapasso. Solo gli dico che quello che posi per principio, cioè che i gradi di velocità accquistati da i cadenti sopra qualsivoglino piani, dei quali la elevazione sia la medesima, giunti che siano all'orizonte siano pari, lo ho poi dimostrato apertissimamente; e quando li piaccia, glie ne manderò la dimostrazione.

La scrittura intorno alla percossa è assolutamente mia, fatta già più di 40 anni sono; ma poi l'ho ampliata assai assai, e esplicata molto più diffusamente. E tanto basti haverla tediata per ora: gli bacio con reverente affetto le mani e li prego da Dio felicità.

 

D'Arcetri, il dì p.o di 7bre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Devo.mo e Obblig.mo Serv.

Galileo Galilei.

 

 

 

3913.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 1° settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 100. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell'originale, fatto scrivere dal Sig.r G. G.»

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Con la gratissima sua ho ricevuto la scrittura in proposito del rimediare all'incomodo che tal hora([197]) si patisce nel macinare per mancamento d'acqua del lago Trasimeno([198]); e credami la P. V. Rev.ma che ne ho ricevuto grandissimo gusto, vedendo con quanta agevolezza e chiarezza ella espone un sì rilevato beneficio, che sarà, per mio credere, impossibile che non sia ricevuto e messo in opera da i Patroni: e come accade nei trovati bellissimi e utilissimi, che il più delle volte sono facilissimi e brevi, così questo si riduce all'avvertire quel semplice canovaio([199]), che quando la cannella([200]) di mezzo della botte non getta più, egli ne metta([201]) un'altra più abasso, atteso che la botte non è secca, ma vi resta ancora del vino da trarsi, quando vi sia l'esito. Resto con desiderio di sentire gli altri suoi trovati, che in conseguenza di questi primi pensieri ne vengono.

Fra pochi giorni sarà costà il P. Clemente di S. Carlo delle Scole Pie, il quale, perchè frequentemente è da me, potrà dargli nuove dello stato mio, onde io per hora non gli dirò altro. Saluti in mio nome i soliti amici nostri comuni, e si ricordi di me nelle sue orazioni; e con reverente affetto gli bacio le mani.

 

Di Arcetri, il dì p.o di Settembre 1639.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

Galileo Galilei([202]).

 

 

 

3914.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 3 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 101. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla qualo si legge, della stessa mano; «Copia dell'originale».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Ricevo la gratissima sua, insieme con la copia dell'altra che scrive a Mons.r Cesarini([203]). Le ho sentite amendue con gusto estremo, e questa, che mi manda, procurerò([204]) che venga in mano del Ser.mo Principe([205]) Leopoldo e presso del Ser.mo G. Duca, sicuro che siano per far gran reflessione([206]) e capitale degl'avvertimenti che in essa si contengono e degli altri che restano e che la P. V. Rev.ma promette([207]).

Quanto a quello ch'ella tocca nella sua in proposito delle gocciole cadenti, che si devino prendere non gli intervalli tra goccia e goccia, ma i numeri di esse goccie, è verissimo; nè io potevo venire in cognizione di quanto scrissi se non servendomi del numero delle gocciole, ponendo il primo come centro et altri sei([208]) come gli angoli dell'exagono inscritto nel primo cerchio, e così i contenuti sono sette. Presi poi due punti e fattone il cubo, che è otto, et trattone([209]) il primo cubo, che è uno, restano pure sette. Aggiunto([210]) il secondo cerchio, doppio in circonferenza del primo, e per ciò contenente dodici([211]) gocce nella circonferenza, e fatto il cubo di tre punti, cioè 27, e trattone il cubo di dua, che è 8, restano dicianove, ch'è la([212]) somma stessa delli 12, delli 6 e dell'l del centro. E seguitando con quest'ordine, aggiungendo il terzo cerchio, e li 18 punti contenuti nella sua circonferenza sommandogli con gli antedetti dodici e gli altri 6 precedenti e quello del centro, si fanno 37 gocce; e tale è il numero che resta cavando il cubo di 3 del cubo di 4, cioè 27 di 64. E così continuando, veddi la continuazione della regola; ma poco potetti([213]) andare inanzi, vietandomelo la privazione della vista e del potere adoperare la penna: infelicità che mi accade anco nel poter discorrere sopra lineamenti che passino oltre a un triangolo, sì che nè pure posso intendere una delle mie medesime proposizioni e dimostrazioni, ma tutte mi giungono([214]) come ignote et inintelligibili. Lascerò dunque la cura a S. P.à di allargarsi in questa contemplazione, e di ritrovare se ci è cosa che meriti che ne sia tenuto conto.

Sono in continui stridori per una orribile doglia in una mano, di quelle mie antiche; non posso esser più seco. Credo che([215]) riceverà questa insieme con un'altra mia, scritta tre giorni sono. La riverisco con ogni affetto e mi raccomando alle sue orazioni.

 

D'Arcetri, li 3 di Settembre 1639.

Della P.à V. Rev.ma

Dev.mo e Ob.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3915.

 

GALILEO ad ODOARDO FARNESE [in Parma].

Arcetri, 3 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 39. – Copia di mano di Vincenzio Galilei, che annota: «del G. al S.mo di Parma. 1639».

 

Ser.mo Sig.re e P.ron mio Colend.mo

 

Il segno che l'A. V. S. mi dà di conservare ancora nella sua memoria quella mia humilissima e devotissima servitù della quale già molti anni sono li feci offerta e libero dono, per sè stesso mi è stato di singolare allegrezza, ma raddoppiata poi per il mezo del quale l'A. V. S. si è compiaciuta di servirsi; dico dell'essermi stata rappresentata per via della Ser.ma Duchessa sua consorte([216]), la quale si è compiaciuta mandarmi a visitare e salutare in nome dell'A. V. da due principalissimi suoi servitori: da i quali ella potrà intendere lo stato mio compassionevole nel quale mi ritrovo, poichè per le molte mie indisposizione, et in particolare per la totale cecità, son reso inabile a più impiegarmi in alcuno degli studii che per li tempi passati sono stati cibo del mio debole intelletto. E non potendo avanzarmi più oltre, invio all'A. V. un esemplare delle mie ultime specolazioni intorno ad alcune proposizioni filosofiche e matematiche, ultimamente stampato in Asterdam. Io non supplicherò l'A. V. che desista da i suoi gravissimi negozii per occuparsi nella lettura di alcune di queste mie cose di poco momento; ma assai mi parrà di esser onorato e favorito se ella li darà luogo tra i suoi libri, servendosene per rinovare talvolta nell'animo suo la mia devotissima et umilissima servitù, la quale con questa gli confermo in perpetuo, mentre humilissimamente li bacio la veste e li prego da Dio il colmo di felicità.

 

Dalla villa di Arcetri, li 3 di Settembre 1639.

Di V. A. S.

Humiliss.o e Devo.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3916.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 9 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 165. – Autografe le lin. 51-52 [Edizione Nazionale].

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Ancorchè la lettera di V. S. del primo([217]), ricevuta hoggi, non mi oblighi a risposta, tuttavia è tanto il gusto che io sento di trattar seco in questo modo, già che non posso farlo di presenza, che per non privarmene voglio scriverle queste poche righe.

Il calcolo del Padre Cabeo credo che sia fatto al modo di V. S., che così gli suggieri' quando esso era qui; non però tanto essattamente di numerar le vibrationi fatte in 24 hore, ma credo in una o due hore solamente in qualonque longhezza di pendolo, con farvi poi il conto per la regula aurea, come V. S. dice.

Che l'uso del pendolo possa servire a' calcoli celesti, è cosa chiara; et io ho per fantasia di valermene un dì, se haverò otio, come anche di altri stromenti fatti senza artificio e che operino giusto, intendendo io in tal caso di valermi poco di uno sestante, che ho assai bello, di 5 piedi in circa di semediametro, fatto in Bologna di ordine del Ticcone, di cui esso fa mentione nelle sue lettere, che restò appresso al Magino, da cui io lo hebbi poi: se ben so che V. S. in questo e ogn'altra cosa harà inventioni più sottili e più belle delle mie.

Resto sodisfatto a pieno di ciò che dice della acceleratione del moto; però par dura cosa a credere che non solo il moto della palla di artellaria sia più veloce al principio di quel che possa essere, passato qualonque distanza di moto naturale, ma che anche qual si sia proietto, spinto o da braccio o da altro stromento, vada sempre crescendo di impeto ogni volta che si allontana dal proiciente, per quanto vada di moto violento e per quanto poco declini verso il centro; onde si verificherebbe il detto che il moto si va sempre celerando, non solo del moto naturale, ma del violento ancora, come V. S. prova benissimo alla 4a propositione del 4° Dialogo([218]): il che prima io stimavo falso, e par ad un certo modo contra il senso, parendo verisimile che una ferita non solo fatta da una balestra o arco, ma da un sasso tirato dal braccio, sia maggiore quanto è più vicina a quel che la tira; onde quello che V. S. dice, che il crescimento della velocità non ha luogo ove si tratta de i proietti fatti dal'impeto di fuoco, si verrebbe anche a verificare in quelli che son fatti da altri moventi di minor attività.

Ho piacere che V. S. habbia riconosciuto per suo il Discorso della percossa, che così anche sempre parve a me e per la novità e sottigliezza della materia o per lo stile.

Sento dir gran cose di ciò che si ritrova in cielo con l'aiuto di telescopii longhissimi a Napoli, e che Marte sia cornicolare, e che sian molte cose nuove nella luna, e altro; che se son vere, V. S. ne harà havuto raguaglio, e mi duole che non possa osservarle.

Per impir il foglio, voglio darle notitia di una inventione che tre anni sono addatai ad una delle nostre galere, con che riesce alla chiurma vogare con molta maggior facilità, e far molto meno fatica: e questo solo con porre un legno sotto il banco, ove il vogattore posi il piede in vece di posarlo sul banco. Questo è stato poi appreso non solo dalla più parte delle nostre galere, ma da altre ancora; se ben contiene poca sottigliezza, nè da stimarsi per altro che per esser di tanto serviggio e per non essersene avveduto alcuno di tanti belli ingiegni che prima di hora han navigato sopra gallere. E per più non tediarla finisco con bacciar a V. S. di cuore le mani e pregarle dal Cielo ogni felicità.

 

Di Gen.a, a' 9 7bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Vero et Obbl.mo Ser.re

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3917.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 167. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho sentito con grandissimo gusto l'applauso che V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma fa a quelle mie scritturette, nelle quali se ci è cosa nessuna di buono lo devo riconoscere dalla Divina mano prima, e poi dalli documenti riceuti da V. S. Ecc.ma Quello di che io ho qualche compiacimento nel consulto dei molini di Perugia, è che mi pare di cavarlo dalla natura stessa del lago, considerato nel suo essere naturale, cioè che sia una gran conserva d'acqua, ma male custodita e governata, in modo che in alcuni tempi scarica più acqua del bisogno e poi li viene a mancare; ma io propongo il modo di conservarla e andarla dispensando, sì che serva tutto l'anno continovatamente. Sono però fuori di speranza affatto che si habbia da mettere in prattica mai, ancorchè l'utile sia così manifesto; e mi vado confirmando poichè si è dato orecchio a un tale, quale ha proposto di cavare l'acqua dal lago con ingegni e machine maravigliose, ed ha promesso di cavare tanta acqua che farà macinare continovatamente una macina, che verranno ad essere undeci molini. È stato qui in Roma, ha negoziato, ed ottenuto patenti e brevi di fare l'impresa. Non ha però avvertito di farci mettere clausule tali, che avvalorassero le sue invenzioni; e però, ritornato a Perugia, dopo havere fatta una buona spesa, tutto gli è riuscito vano, e solo ci ha guadagnata una gagliarda febbre con petecchie, e non so hora come la passi.

Io ho risoluto di attendere da qui avanti al vino e lasciar l'acqua: dico di attenderci in prattica; ma in speculativa([219]), da diversi accidenti che si sono osservati nella corrente siccità e da alcune osservazioni mie particolari, congiongendo tutto con le conseguenze dependenti da quel poco che io ho scoperto nel mio trattato Della misura dell'acque, inclino assai ad affermare che l'origine de' fiumi e di fontane dependa tutto da queste conserve d'acqua, delle quali parte si scoprono manifeste, come sono i gran laghi, e parte sono riposte nelle segretissime viscere della natura. La materia è bella, assai vasta e sin hora ci trovo di gran riscontri. Non so come mi riuscirà spiegarla: andarò faticando e farò quello che potrò, e di tutto darò parte a V. S. Ecc.ma, alla quale fo riverenza.

Quanto al numero delle gocciole cadenti, la ringrazio di quanto ella mi scrive; chè veramente mi pare maravigliosa l'invenzione e fuori d'ogni humana fantasia, nè dubito punto che, ruminato bene il problema, non habbia da servire a maggiori scoprimenti.

 

Roma, il 10 di 7bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il S.r Gali[leo Galilei,] p.o Filosofo del Ser.mo Gr. D.

Firenze.

 

 

 

3918**.

 

GIO. GIACOMO BOUCHARD a VINCENZO CAPPONI [in Firenze].

Roma, 10 settembre 1639.

 

Collezione Galileiana nella Torre del Gallo presso Firenze. – Autografa.

 

.... Rendo grazie a V. S. Ill.ma... per la diligenza ch'ella si è degnata fare intorno ai particolari della vita del Sig. Galileo Galilei([220]), della quale non fu mai intenzione mia di pubblicare niente vivente lui, nè manco stando le cose come si ritrovano oggidì. Però se questi Signori suoi amici volessero favorire di mandarmi tuttavia quelle cose più notabili che sanno di quel buon vecchio, lo potria fare sicuramente: il che mi serviria a cominciare l'opera, la quale poi non lascerei vedere se non in tempo e loco oportuno; ed in quello credo essere degno di fede, mentre, faciendo altrimente, pregiudicarei più a me stesso ch'a altri....

 

 

 

3919.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 16 settembre 1639,

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 170. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Scrissi a V. S. l'ordinario passato([221]); però non risposi ad un particulare della sua lettera, ove scrive d'haver dimostrato, che ove sia pari elevatione, i gradi di velocità de' cadenti gionti all'orizonte siano pari, e che è pronta a favorirmi di mandarmene la dimostratione. Io, che sono inclinatissimo a specular intorno alla verità delle cose, ancorchè poco mi riesca farlo bene, amai meglio tentar la mia fortuna con tentar di dimostrarlo anche io, e credo che mi sia riuscito; e con occasione che mi è convenuto ristampar un foglio della mia operetta, per un errore trascorsovi per colpa parte del riccoppiatore o dello stampatore o parte mia, nella correttione degl'errori di stampa vi ho succintamente inestato la detta dimostratione.

Ho havuto per bene di darne parte a V. S. e mandarle una copia di detta mia operetta così racconcia, pregandola che la faccia degna di star in un canto della sua libraria, con stracciar l'altra che le mandai prima, che non vorrei che vi stesse in alcun modo. Io credo che sia buona dimostratione, supposto per principio che la proportione degli spatii si compone della proportione dei tempi e delle velocità; e ne ho fatto una gionta alla dichiaratione del settimo postulato, facendola nascere dalla propositione decima quinta. Ho voluto mandargliele tale quale è, se ben con poca speranza che senza veder le figure possa dirmene intieramente il suo senso. Con questa occasione spero anche nel fin dell'opera haver dimostrato, che ove il cadente gionge e si muove sopra il piano orizontale, fa, in tempo uguale, moto per ispatio doppio a quel che fece cadendo tanto perpendicolarmente quanto sopra piano comonque sia inclinato.

So che V. S. sarà contenta di vedere che io, ancorchè pigmeo nelle lettere, aspiri ad emular con i giganti, e che ella mi habbia data occasione di far qualche belle speculationi, se pur son tali, e che se pur mi ha fatto beneficio, l'habbia fatto a persona che gliene tien animo grato, e lo dimostra, se non con altro, con essere partialissimo delle sue cose; e se bene quelle non han bisogno di maggior pruova, pare tuttavia una certa sodisfattione il vedere che le stesse conchiusioni si pruovino con principii tanto diversi.

Nel resto voglio farle parte d'un'esperienza che mi riuscì fare dominica passata, andando a spazzo sopra una galea: ove feci salir un marinaio al calcese in cima dell'albero, e di indi lasciar cadere più volte una palla di moschetto, in tempo che la galea andava velocemente; e perchè la ciurma faceva nel vogare la maggior forza che ella potesse, e perchè il vento moderato nel trinchetto ci dava non poco aiuto, e ogni volta la palla cadeva al piè dell'albero, senza restar ponto a dietro, con non poca meraviglia di tutti coloro che vi erano presenti; e pure essendo l'albero alto più di 40 braccia, massime che la galea è grossa, cioè la nostra capitana, per ragione la palla dovea star per aria più di tre minuti secondi, nel qual tempo la galea caminava sicuramente almeno sedici braccia. E per non darle maggior noia finisco con baciar a V. S. affettuosamente le mani e pregarle ogni vero e compito bene.

 

Di Gen.a, a' 16 di Sett.e 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Vero et Obbl.mo Ser.re

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3920.

 

ISMAELE BOULLIAU a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 16 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 169. – Autografa.

 

Illustrissimo et Excellentissimo Viro

Domino Galileo Galilei, Nobili Florentino,

astronomorum nostrae aetatis facile principi,

S. P.

 

Tandem, Vir Illustrissime, prodiit Philolaus([222]), postquam per triennium et trimestre inter Batavos, diuturnae morae veluti compedibus constrictus, latuit. Ingratae morae molestiam, typorum nitor ac schematum sculptura subtilis admodum levarunt, et quicquid bilis in typographum efferbuerat sedarunt. Unum exemplar Illustriss.ae Dominationi tuae mitto, illudque honoris et cultus erga se testimonium serena fronte accipiat rogo, eodemque animo atque ipsi offero. Utinam Deus, qui alligat contritiones suorum, restituat oculorum lumen tibi ademptum, nobisque tale damnum resarciat, ut ipse legas libellum, et rationum seriem sine alienorum oculorum opera dispicias. Sed si voto damnari non datur, unum interim, si per valetudinem Dominationis tuae licet, rogo, ut recitari tibi ex illo aliquot paginas cures, et quid sentias cum libertate et ingenuitate mathematica mihi significes.

Librum ad te mittendum commendavi nobilissimo atque generosissimo viro Domino Comiti de Bardis([223]), apud Regem Christianissimum Serenissimi Magni Hetruriae Ducis oratori, in quo pergrata humanitas, virtus eximia, erga liberales disciplinas amor, in rebusque multis perspicacitas, supra vulgarem modum relucent. Dominationi tuae omnia foelicia precor; ipsa me amet, qui illi sum

 

Parisiis, E. A. D. XVI Kal. VIIIbris MDCXXXIX.

 

 

 

 

3921.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 17 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 138. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Io sono così sviato, che non sto nella città se non quanto mi ci tiene la necessità o mi vi chiama l'obedienza. Venutovi, una delle maggiori obligationi è scrivere e salutare V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, quale ho continuamente nel cuore: e non mi viene mai sue lettere, che sì come mi sono soavissime([224]) per venire da lei, così non mi dia un tremore di leggervi qualche gravamento delle sue indispositioni; e quando vi leggo che almeno non siano più gravate, ne resto tutto consolato; ma se vi trovassi miglioramento, l'allegrezza saria inesplicabile.

Al punto di quel regalo risposi già([225]); replico hora assolutamente che non sento che per modo alcuno lo ricusi, nè so imaginare causa alcuna che lo possi muovere a ciò fare. Si tratta con Principe, e Principe grande e potente, al quale saria sicuro affronto; poichè non potria imaginarsi esser altro che un rinfaciarli la religione, la quale vorrei che il più scrupoloso del mondo mi sapesse dire ciò c'ha da fare qui dentro. Il suo Principe, il Ser.mo G. Duca, che Dio colmi di felicità, come incessantemente Lo prego, tiene comercio, riceve ne' suoi porti; la Ser.ma Republica, il Re Christianissimo, tutti li Principi, ci hanno ambasciatori, eccetto quelli che seco hanno guerra; non vi è nominatamente impedimento: perchè vuole V. S. temere? Ma leva ogni dubbio che è una republica, che non può essere sogetta alla nominatione censurata, perchè ciò si addatta alle sole persone particolari. Non vi è dunque rispetto di religione. In termini civili, che cosa la può muovere? Il non havere perfettionata l'opera, per le sue indispositioni? questo meno, perchè il segno ove è arrivata V. S. sino adesso, non si può riconoscere da quella Republica nè anco col dono d'una città: nè deve V. S. dubbitare che gl'ingegni di quella natione non siano per ritrovare machine per goder il frutto d'un'inventione nella quale hanno sudato li([226]) più grandi intelletti indarno et lasciata l'impresa come disperata od impossibile, perchè era riservata al divino Galileo, come tant'altre maraviglie, che al dispetto dell'invidia, malignità, se fosse più potente che tutto l'inferno, lo rende e renderà adorabile a tutta la posterità, c'haverà gusto di scienze sode e peregrine. Mi perdoni V. S. ch'io desidero il Galileo nel Galileo, il quale tanto sa della natura e dell'humanità. Franchi una volta l'animo, e s'assicuri essere arrivato al punto che li rispetti timidi non fanno più per essa, e tutto quello li occorresse prenderà le qualità sue d'essere glorioso, a creppacuore del diavolo e de' suoi maladetti satelliti.

Ritornando al proposito, sento che non solo ritenga quel puoco di recognitione, ma che espressamente ne facia mentione, sì che passi alla sua posterità per testimonio d'honore. Ma quando trovi necessità di far altrimente, che non vorrei nè credo, io la servirò in tutto quello mi accennarà.

È qui il Sig.r Dino, se non erro il nome([227]), ma in casa dell'Ill.mo Ressidente, il che m'impedisse visitarlo. È conosciuto da' virtuosi per scolaro del S.r Galileo; basta così, perchè questo solo è più di quello si potesse dire in mille encomii. L'ho riverito così alla sfugita per strada.

Se mi può V. S. favorire di qualche cosa intorno alla sua, la chiamarò magnum opus della longitudine, mi sarà un thesoro, ma senza suo scomodo. Le prego di tutto cuore augmento di sanità o di pacienza, e li fo humilissima reverenza.

 

Ven.a, 17 Settembre 1639.

Di V. S. molto Ill.re e R.ma (sic)

Dev.mo Ser.

F. F.

 

Fuori, d'altra mano: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

3922*.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Bologna.

Arcetri, 24 settembre 1639.

 

Dalle pag. 137-138 dell'opera: De terra unico centro motus singularum caeli particularum disputationes Fortunii Liceti ecc. Utini, ex typographia Nicolai Schiratti, MDCXL.

 

Molto Ill. etc.

 

Non si maraviglierà V. S. molto Ill. et Eccellentiss., se tardi riceve risposta da me alla gratissima sua, quale ricevei già un mese fa insieme col suo libro delle Lettere responsive([228]); anzi mi scuserà, perchè ho voluto sentirne almeno parte, nè potendo ciò ottenere salvo che per la lettura di amici, la conversatione de' quali gli ardori de' giorni passati mi hanno impedita, mi è convenuto interrottamente ricevere la grazia di sentirne qualcuna, ma non senza estremo gusto et amirazione della facondia e somma erudizione che in esse lettere si contiene. Io non posso finire di maravigliarmi come in uno intelletto umano si ritrovi una conserva di tutte le dottrine sparse in mille libri da mille altri ingegni peregrini. Ho sentito in particolare nominarmi da lei con laude in quella ove diffusamente disputa della grandezza dell'universo, se si deva credere finito o infinito. Molto argute sono le ragioni che si apportano per l'una e per l'altra parte, ma nel mio cervello nè quelle nè queste concludono necessariamente, sì che resto sempre ambiguo quale delle due asserzioni sia vera; tuttavia un solo mio particolare discorso m'inclina più all'infinito che al terminato, essendo che non me lo so nè posso imaginare nè terminato nè interminato e infinito; et perchè l'infinito ratione sui non può essere compreso dal nostro intelletto terminato, il che non accade del finito e da termine circonscritto, debbo riferire la mia incomprensibilità alla infinità incomprensibile che alla finità, nella quale non richiede ragione di essere incomprensibile.([229]) Ma questa, come V. S. Eccell. liberamente afferma, è una di quelle questioni per avventura inesplicabili da i discorsi umani, simile forse alla predestinazione, al libero arbitrio, et ad altre, nelle quali le Sacre Pagine e le divine asserzioni sole piamente ci possono quietare.

Io le rendo grazie infinite dell'onore e del favore fattomi, e con grande ansietà sto aspettando il trattato delle pietre lucifere([230]), il quale mi rimprovera la sterilità e mendicità del mio ingegno, mentre sento che l'ubertà e ricchezza del suo ha di già empiuto molti fogli di discorsi sopra una materia nella quale io non crederei di potere diffondermi nè anche in pochissimi versi. Taccino pure tutti gli altri ingegni che pretendono di poter gareggiare con quello del Sig. Liceti, mio Signore: al quale con riverente affetto baciando le mani, prego da Dio lunga vita e prospera sanità a benefizio della republica litteraria.

 

Di Arcetri, 24 Settembre 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.

Devotiss. ed Oblig. Serv.

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill. et Ecc. Sig. mio Padron Colendiss.

Il Sig. Fortunio Liceti, Filosofo eminente nello Studio di

Bologna.

 

 

 

3923**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 24 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 140. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Quanto più hanno havuto la stagione contraria, tanto più riconosco l'amorevolezza di V. S. nel regalo delle zatte, ch'appunto saranno godute nell'occasione d'una buona foresteria che aspetto in casa. Gnene rendo perciò devotissime grazie, sentendo estrema consolazione che ella tra i suoi travagli si vadia mantenendo con la solita franchezza, e che sì favorita mantenghi la memoria della mia servitù.

Il tempo ci ha dato un po' d'acqua, sì che ripigliamo speranza di ricorre un po' di vino; e se ella m'accennasse quale i suoi medici giudicano megliore per la sua salute, non mancherò di provedernela: e tratanto si metterà da parte il solito degli altri anni.

Pregola con ogni affetto di qualche suo comandamento; e Dio nostro Signore le conceda ogni più desiderabile contentezza.

 

Di Siena, li 24 di Sett.re 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Devot.o Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

3924*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 25 settembre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 77. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Le grazie c'ho da V. S. ricevute, mi accuserebbero di troppa ingratitudine, s'io non le testificassi l'obbligo, che verso di lei ne conservo, ogni volta ch'io posso conoscer di farlo senz'apportarle disturbo; e fra le altre quella singolare d'inviarmi il suo libro maraviglioso ricerca ch'io me le ricordi servitore il più devoto ed obbligato ch'ella habbia. Dubito nondimeno che V. S. (per cattivo ricapito havuto dalle mie lettere) mi tenga debitor anche e di risposta alla sua de' 12 di Marzo e di avviso della ricevuta grazia del libro sudetto. Ma io, dopo d'haverle scritto e ringraziatola amendue le volte([231]), non replicai più lettere per non cagionarle soverchia noia; che se io havessi sperato così di ottenere alcuna comodità di servirla, come dubitava di tediarla, haverei con piacere eccessivo continuato a riverirla assai spesso.

Il P. D. Vincenzo([232]) potrà esser a V. S. buon testimonio della particolar mia osservanza verso di lei, e dello stupore cagionato in me dalla lettura del sudetto libro, di cui la ringrazio di nuovo infinitamente; e la prego, se me ne stima degno, ad onorarmi de' suoi comandamenti, i quali bramo quanto debbo, avvegna che io non mi conosca atto ad eseguirgli come sono obbligato. Et a V. S. bacio riverentemente le mani, e le auguro compita felicità.

 

Genova, 25 di Sett.e 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3925.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 27 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 142. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo grandissimo gusto dalla sua lettera ultimamente scrittami, mentre intendo ch'ella si va pure conservando in qualche grado di sanità e tiene pur memoria di un suo cordialissimo servitore. Mi dispiace che il Sig.r Dini([233]) stia così travagliato d'infirmità, poichè un ingegno tale dovria non essere impedito, per la molta utilità che da quello ne possono sperare gli studiosi.

La mia Centuria([234]) si prattica tutta con i logaritmi, e per ciò chi non ha l'agio, gusto o patienza, di imparare la prattica di calcolare con quelli, non ne può intendere niente; però non mi maraviglio che il Sig.r Dino, stante la sua infirmità, non vi habbi anco fatto studio. Ma quell'infortunio che travaglia il Sig.r Dino, cioè l'infirmità del corpo, non mi lascia nè anco me applicare a speculationi, poichè è un mese ch'io sto travagliato dalla gotta in tutto il corpo; onde non si maravigli se io non li rendo quel conto del suo libro maraviglioso ch'io vorrei, poichè in tal tempo mi conviene sbandire ogni speculatione.

Quanto poi al cognato([235]) dell'Em.mo Bichi([236]) et a Mons.r Ill.mo di Siena([237]), già intesi per l'altra sua quanto per mezo loro potevo sperare dal detto Em.mo; et io tengo molto cara tale congiuntura di amicitia, e la supplicarei del loro favore quando venisse l'occorrenza, ma per hora non n'ho occasione. Già sono andati li nostri Padri principali della Religione, cioè li Padri deffinitori, co 'l Generale a Roma per fare questa benedetta riforma([238]); tuttavia pare che il detto Em.mo Bichi riesca gentilissimo, nè sia per fare gran novità. Basta: se quelle arrivaranno a darmi molestia, la pregarò poi, come dico, de' detti favori. E con questo faccio fine, pregandole dal Signore lunga vita e tranquillità d'animo et il compimento de' suoi desiderii: alla quale facendo riverenza, bacio affettuosamente le mani, salutando il Sig.r Dini et anco caramente il Padre Clemente([239]).

 

Di Bologna, alli 27 Settembre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3926**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 1° ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 144. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dal Padre Clemente al longo sono stato informato dello stato di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e gli ho fatte replicare le medesime cose più volte per mia consolazione. Quello che mi è piacciuto assai è l'intendere la composizione dell'animo suo, mentre ella di buon cuore si quieta nella volontà di Dio, unica strada di vivere contenti. Mi è ancora piacciuto assai intendendo che le forze vitali sono in buon stato, e che il lume dell'intelletto si conserva in modo che non lascia di filosofare. Sia ringraziata sempre la misericordia altissima di Dio.

Quanto al nostro intrepido Mecenate([240]), sta bene di sanità di corpo e contentissimo dell'animo. Ne tengo lettere assai frequenti, dalle quali intendo che mi continova la sua buona grazia, e mi dà qualche speranza di lasciarsi rivedere a Roma; la qual cosa se riesce, cantarò il Nunc dimittis.

Il Sig.r Magiotti, S.r Nardi e S.r Borghi stanno bene e sentono allegrezza che V. S. si mantenga; li fanno riverenza di tutto cuore, come fo ancor io; e li prego dal Cielo ogni vero bene, facendoli riverenza.

 

Roma, il p.o d'8bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Mons.r Cesarini([241]) li fa un caro baciamani.

 

 

S.r Gal.o Gal.i

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei], p.o Filosofo del Ser.mo Gr. Duca.

Firenze.

 

 

 

3927*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 1° ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 66. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Il retrovarsi nel letto il S.r Andrea mio fratello con non poca gota, et li Consigli nostri, che in questi mesi, come a lei è noto, si sogliono fare, ha causato che non habbi a questa hora adempito il mio desiderio di reverirla: tuttavia spero di farlo in breve spazo avanti l'invernata.

Rendole grazie del catalogo che si è compiaciuta inviarmi delle sue opere, nè sparmierò a fatica certo per haver sì il proibito come li altri; che perciò la prego coadiuvar questo mio desiderio con indrizzarmi ove al sicuro possi far capo a un de loro, che è uno de' maggior favori che possi ricevere, assicurandola che non guardarò a spesa per porle insieme, stimandole io una gioia. Mi retrovo havere l'Uso del suo Compasso, con la Difesa di lei a Baldassar Capra, il Dialogo delli due sistemi, et quell'ultimo che lei si è compiaciuta inviarme. Mi escusi, la supplico, di tanta noia, e mi condoni; che con ogni affetto pregandola favorirmi de' suoi comandi in alcuna cosa, a V. S. Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venetia, li p.o Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo Ser.r

Francesco Duodo.

 

Fuori: [....] S.r

L'Ecc.mo Sig.r Galileo [Galilei], Dot.r Mat.co

Fiorenza,

Raccomandata al S.r M.ro delle Poste.

per Arcetri.

 

 

 

3928.

 

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Arcetri.

Caprarola, 2 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 219. – Autografa la firma.

 

Ill.re Sig.re

 

Ho sempre fatta stima particolare del merito di V. S., e la visita che le ha fatta fare per mia parte la Sig.ra Duchessa mia([242]), è un argomento infallibile di questa verità. Compatisco alla sua cecità corporale, la quale però non le toglie il lume dell'animo. Goderò il libro delle sue specolazioni filosofiche et matematiche; et ringraziandola del dono, parto del suo felicissimo ingegno, qui m'offero a V. S. et le auguro prosperità.

 

Da Caprarola, li 2 di Ott.re 1639.

Di V. S.

 

 

S.r Galileo Galilei. Villa d'Arcetri.

 

 

Fuori: All'Ill.re Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

3929.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 8 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 172. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Veramente le cose et le sventure avvenute a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sono di quelle che non si possono capire, et a me, per modo di dire, restano ancora inintelligibili. Non ho mai letto, nè anco nei più rigorosi trattati de' casi di conscienza, che fosse obligato alcuno a spesar una famiglia([243]) in altro caso che havendogli ucciso ingiustamente il padre; ma il spesarla doppo che non è, mi pare l'enigma di Giob: Habitent in tabernaculo eius socii illius qui non est. L'eminenza della virtù di V. S. et l'incomparabile suo sapere ha cagionato che li fulmini della malignità, ingiustitia et invidia habbino havuta sempre la mira a ferirla; ma può ben assicurarsi che ogni tentativo riesce vano et gli arrecha splendore e gloria, nè le può far altro male che moverli l'indignatione che accada a lei quello che mai s'udì in altro. L'incomparabile cognitione che ha delle cose humane li deve servire di scudo a tutti li colpi.

Il partito preso circa quel regalo non mi dispiace([244]), perchè mi assicuro che l'evento non sarà altro che una risposta quale si deve aspettare da Principe grande, cioè che non dona per ritorre, et che quello è un minimo segno di gratitudine rispetto alla grandezza dell'inventione et dell'utile che da quella può prevenire. Io sto con tanto desiderio d'intendere sul particolare qualche cosa di questa grande impresa, che non vedo l'hora di ricevere sopra ciò il suo discorso. Il Sig.r Pieruzzi([245]) mi disse, che altro non mancava a perfettionar l'opera se non trovar una machina che tenghi ferma la vista del canochiale ad un punto del cielo, non ostante il moto della nave. Se questo è, io ho per fatto dal canto di V. S. quanto fa bisogno; perchè quanto a quella machina non dubito che non siano per ritrovarla quegl'ingegni ollandesi, che in materia di machine vagliono sopra ogn'altra natione, esclusa l'italiana mentre vive il Gallileo. Prego il Sig.r Iddio che le conceda quiete et tranquillità di animo.

Haverà V. S. relatione da quelli che qui sono stati col Ser.mo Leopoldo, della sfera del nostro Alberghetti([246]), che ha messo sotto gl'occhi quello che nei suoi Dialoghi ha imparato, di modo che si vede in fatto dall'arte quello che V. S. ha portato come possibile dalla natura et dall'Auttore di essa. Dal quale instantemente desidero a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma ogni bene, et le baccio le mani.

 

Ven.a, li 8 8bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

Il Sig.r Gallileo Gallileii.

Fiorenza.

 

 

 

3930*.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 14 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 52. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma le due oncie d'aloè, preparato, accomodato e rinvolto dallo speziale in cartapecora grossa, acciò venga meglio custodito. E con quest'occasione le rassegno la mia obligata servitù; e con riverirla con tutto l'animo, le prego da Dio ogni prosperità, pregandola di più a scusarmi se son così breve, perchè questa sera non ho tempo di scriver più a lungo.

 

Di Padova, li 14 d'Ottobre 1639.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

3931**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 18 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 210. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Le demostrazioni di benevolenza che V. S. ha fatte verso di me sono tali e tante, che io da padre amorevolissimo non averei potuto desiderarle nè più affettuose nè più frequenti; ma questa ultima, nella quale V. S. manda, a posta, e si priva del suo proprio servizio, per prevenire non solo i miei bisogni ma anche i miei desiderii, fa che la sua cortesia più presto si possa dire infinita che grande: e io, che mi trovo astretto con tanti legami indissolubili d'obligazioni, non posso anche a me stesso in altro sodisfare, che considerando gl'eccessi della sua amorevoleza, e appagandomi nella mia coscienza con una inclinazione e pronteza singulare a far conoscere a V. S. che io conosco questi estraordinarii effetti d'umanità, se bene non so anche trovare parole per renderne le debite grazie.

Mando aclusa la cedola delli trentacinque scudi, che ho riceuto per mano di Pierino, il quale andò al mercato, ma in vano, perchè, stante la fiera, non v'era gente, non che roba. Manderò io de' pollastri quanto prima, mentre co 'l fine, facendoli debita reverenza, gli prego dal Cielo cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 18 Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3932**

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 18 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 146. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re mio Sig.re Oss.mo

 

La lettera di V. S. per Mons.r Saracini([247]) ha havuto subito e fedel ricapito; e partendo egli domani per cotesta volta, forse più da vicino farà a V. S. significare e la ricevuta e la risposta.

Allestisca pure V. S. la solita botticella, perchè a suo tempo mi conserverò il contento di servirla del mio vino; e credo che haverebbe a essere un po' megliore dell'anno passato.

Saluto V. S. per parte di questo Ser.mo Principe([248]), che mi dice che ha havuto disgusto di non haverla potuto godere un poco, prima del suo ritorno. Ella adunque vede l'obligo in che è di conservarsi, a consolazione e de' Padroni e de' suoi servitori; e però pregando Dio per ogni sua più desiderabile felicità, devotissimamente le bacio le mani.

 

Di Siena, li 18 d'Ottob. 1639.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Devot. Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

3933**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 22 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 148. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

E pure si travaglia ancora V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sopra quel piciolo regalo([249]), che in rispetto dell'inventione e di chi gli lo fece è un puro nulla. Ponga, la prego, il suo cuore in pace, e se deve pensare, pensi all'opera, e lasci alla posterità quei lumi che dagli occhi dell'intelletto, sempre lincei e perspicacissimi, si attendono.

Il caso di quell'assassino è tanto simile a quello già occorso nella persona di quel già tanto amiratore delle virtù di V. S., dico il P. Maestro Paolo, che mi fa sovvenire il detto che redeunt eadem infinities. La fama, che l'haveva portato qui assai alterato, l'ha però vestito della medesima circonstanza quanto alli mandanti, che nel nostro fu il Cardinale nipote, non senza scienza del zio. Non ho creduto al riporto, che per essere levato l'assassino di chiesa, il Noncio fosse passato a censure, perchè le leggi stesse ecclesiastiche eccettuano il caso; e sebene per una bolla di Gregorio 14 ci vuole licenza, quella però non è ricevuta, dicono questi casisti, se non in puochi luochi. Qui si fece resistenza, si prohibì la publicatione, si pretese la nullità, e doppo negotio di 4 mesi si finì che il Papa stesso assentì che non si osservasse; e così si prattica.

L'Arisi si scusa che non si cava un soldo dalle entrade, e dice il vero: lo sollicito però al suo debito.

Le raccordo la mia avidità di vedere il discorso della longitudine. Prego Dio che le dia tranquillità, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 22 Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

3934*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 22 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 6. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Oss.mo

 

Io non vorrei che V. S. Ecc.ma decimasse il sommo gusto, che provo in servirla, con le soverchie cirimonie, le quali offendono in un istesso tempo e la mia infinita osservanza e la piena autorità che tiene di comandarmi. Supplicola per tanto a tralasciarle, et in luogo di quelle soggiungere qualche suo comandamento.

La lettera per il Padre Maestro Fulgentio è stata presentata in propria mano; e se egli mi invierà la risposta, V. S. Ecc.ma la vedrà aggiunta con questa. Io poi, giachè lei conserva tanta prontezza di favorirmi, torno a supplicarla di quello che già un tempo la pregai([250]); cioè, se alle volte gli venisse fatto il ricordarsi di quei passi ne' quali l'Ariosto è stato tanto superiore al Tasso, haverei per somma gratia che me ne favorisse. Credo che il Padre delle Scuole Pie([251]) mi farebbe il favore di notarli: ma tutto intendo di ricevere dalla sua cortesia, quando non li possa essere d'incomodo e travaglio. E qui a V. S. Ecc.ma bacio con sommo affetto le mani.

 

Venetia, 22 Ott.re 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3935.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 28 ottobre 1639.

 

Dal Tomo III, pag. 185-186, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Di Parigi, 28 Ottobre 1639.

 

Sebbene da molto tempo in qua mi ritrovo privo delle lettere di V. S. molt'Ill., nondimeno, non scemandosi però il devotissimo mio affetto a riverirla e servirla, mi sento in obbligo di significarle l'ansietà mia di sapere dello stato suo presente, rinnovandole la memoria della mia servitù. L'ultima avuta da lei fu de' 24 Aprile, alla quale feci risposta agli 21 Giugno([252]), e dipoi le ho scritto due volte, dandole avviso e condolendomi con lei della morte inopinata e precipitosa (in capo a otto o dieci giorni da che s'ammalò) del Sig. Martino Ortensio, solo superstite de' quattro Commissari che dagl'Illustriss. Signori Stati erano stati deputati per l'esamine della proposizione di V. S. molt'Ill. circa la longitudine, gli altri tre, cioè gli SS. Realio, Blavio e Golio, essendo morti molto prima; e dicendole che non per questo credeva che il suo negozio restasse spento con i detti SS., se V. S. molt'Ill. vorrà che se ne risvegli la pratica, non mancando in quelle parti peritissimi astronomi per supplire in luogo de' defunti.

L'aggiunto piego è d'una composizione del Sig. Bulialdo (autore dell'operetta De natura lucis, vista da lei ed approvata con molto elogio([253]) sopra il soggetto de' Dialoghi di V. S. molt'Ill., con nuove ragioni mattematiche([254]); della qual opera, come tributario di V. S. molt'Ill., le ne fa presente, e mi ha pregato a mandarlene: sicchè, per mio discarico dell'officio che ha desiderato da me, la prego che con quattro righe di risposta le piaccia avvisargliene la ricevuta e che a suo agio se lo farà leggere e glie ne scriverà il suo parere, se però, pigliandone il saggio con farsene leggere alcuna parte, non volesse dargliene qualche approvazione nella prima risposta alla sua lettera, colmandolo in questo modo d'inaspettato favore. Con ciò umilmente le bacio le mani.

 

 

 

3936*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 29 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Canpori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 67. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Resto con obligo infinito a V. S. molto Ill.re Ecc.ma dell'honore che si è degnata farmi con inviarmi la sua Difesa contro il Capra, la quale anco haveo appresso di me, come con mie passate([255]) le accennai. Scrivo perciò in Germania per veder haver quelle mi mancano, et anco in Olanda. Quelle che mi mancano sono queste, cioè Nuncio Sidereo, la Risposta alli scritti di Benedetto Castelli([256]), De le cose che notano sopra l'acqua, il Saggiatore, le Lettere solari. Il restante mi ritrovo haver tutto.

Uscito che sii di certa carica che mi tiene occupato, che sarà fra pochi giorni, al sicuro verrò a reverirla; che se bene la staggione fosse freda, poco mi curo. Nel resto pregola con ogni affetto impiegarmi in alcun suo serviggio, che lo riceverò a favor singularissimo; et di cuore offerendomi a V. S. molto Ill.re Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venezia, li 29 Ottobre 1639.

Di V. S. molto Illustre

S.r Galileo Galilei.

Aff.o Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori:[.... Sig.r]

L'Ecc.mo Sig.r Galileo [Gali]lei, Dot.r Mat.co

Fiorenza.

Rac.ta al S.r Mastro delle Poste.

 

 

 

3937*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 29 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 78. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

V. S. si compiace tanto di favorirmi, che non solo vuol rispondere con pontualità troppo grande alle mie lettere, ma mi fa anco grazia di palesarmi il suo senso intorno al libro del Sig.r Gio. Battista Baliani; il che mi è caro sopra ogni credere, se ben non vorrei che, per iscrivermi, a lei cagionasse disconcio, essendomi io per ciò trattenuto dal rispondere subito alla sua cortesissima de' 25 di Settembre, a cui, sì come all'altra de' 17 del corrente, servirà questo foglio di risposta, pregandola a non imputarmi a mancamento l'haver tralasciato o ritardato di occuparla con mie parole.

Quello che V. S. mi dice del libro sudetto, è appunto quello che in leggendolo mi diede fastidio. Pensai che nascesse dal mio non intenderlo: e veramente questa è la cagione perchè io non l'ho più veduto; imperocchè, oltre a quegli assunti cotanto oscuri e da non conceder alla prima, parmi che nel progresso del libro l'autore si lasci intendere assai difficilmente. So che mi fa parer questo la mia ignoranza e l'esser avvezzo alla lettura delle maravigliose opere di V. S.; ma nè il mio ingegno nè le mie occupazioni mi lasciano applicar grandemente a libri sì fatti.

Io poi senza rossore non posso legger quello che V. S., certo troppo cortesemente (per non dir falsamente) informata, mi scrive, e dubito non il Padre D. Vincenzo([257]), per favorirmi, habbia detto delle bugie; ond'io non so se sia maggior mia fortuna o sua ch'io sia lontano, perchè s'io fossi costà, discapiteremmo all'ingrosso amendue nell'oppinione di V. S., a cui parrebb'egli poco veritiere nelle parole, et io molto ottuso nell'ingegno. E se alcuna cosa di buono in me si ritrova, non è sicuramente altro che la venerazione grandissima in che io tengo gli huomini scienziati e grandi, et una inclinazione particolare alle matematiche, alle quali mi sarei volentieri applicato (stimando che la volontà haverebbe supplito in parte al mancamento d'ingegno), se mi fosse stato permesso dalle domestiche faccende, a cui m'è convenuto attendere pur assai per tempo a cagione della troppo immatura morte del Sig.r mio padre, che ne' miei dieceotto anni se n'andò al Cielo. Vivo però con desiderio straordinario d'impararne alcun poco; ed ogni volta ch'io posso, nel loro studio impiego il mio ozio. Ma troppo son io trascorso in queste ciancie: V. S. mi conservi per suo servitore de' più obbligati, e mi comandi per darmi segno di riconoscermi per tale, che io in tanto le bacio reverentemente le mani.

 

Genova, 29 di Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3938*.

 

ALBERTO CESARE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 2 novembre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVI, n.° 6. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r Zio Oss.mo

 

Conforme al debito mio et al desiderio ch'io havevo di saper nova di V. S., ho scritto molte volte, ma non ho mai potuto ricever la gratia pur di due righe di risposta; mi convien però haver patienza. Hora, con occasione del presente Sig.r Segretario del Sig.r Marescial di Corte di S. A. Ser.ma, che se ne viene costì, faccio con questa riverenza a V. S., e gli do parte com'io son per concluder di pigliar moglie. Resta solo che io desidero([258]) haverne il suo consenso, essendo questo sogetto persona ben nota e di buoni costumi e conforme alla mia voluntà; tanto più che io mi trovo quasi necessitato a far tal risolutione, essendo in tutto privo di governo, come V. S. sa. Degnisi dunque V. S. farmi gratia di due righe in risposta di questa mia, che mi saranno di grandissima consolatione, non havendo io in questo mondo altro refugio che V. S.: a la quale, insieme con il Sig. cugino([259]), faccio di novo humillissima riverenza.

 

Monacho, li 2 9mbre 1639.

Di V. S. molt'Ill.re

 

Mi raccomando a tutti di casa.

 

 

Humill.mo Ser.re e Nipote

Alberto Galilei.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo, Matematico del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Fiorenza.

 

 

 

3939.

 

GALILEO a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Arcetri, 5 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 105 bis. – Originale, di mano di Vincenzio Galilei.

 

Ill.mo Sig.re [e] P.ron mio Colend.mo

 

Haverei potuto dodici o quindici anni fa dare a V. S. Ill.ma assai maggior sodisfazzione di quella che potrò in questi giorni futuri, atteso che in quei tempi havevo il poema del Tasso legato con l'interposizione di carta in carta di fogli bianchi, dove havevo non solamente registrati i riscontri de i luoghi di concetti simili in quello dell'Ariosto, ma ancora aggiuntovi discorsi, secondo che mi parevano questi o quelli dovere essere anteposti([260]). Tal libro mi andò male, nè so in qual modo: ora non mi parrà grave, per dare quello che più potrò di satisfazzione a V. S. Ill.ma, ripigliare detti poemi e fare una nota de i riscontri delle materie e concetti simili nell'uno e nell'altro; ma perchè mi è necessario servirmi degli occhi di altri, e la lontananza dalla città mi rende più raro il commerzio degli amici, mi sarà forza andare più lentamente di quello che vorrei.

I Padri delle Squole([261]) Pie nominatimi da lei si trovano lontani di qui, cioè l'uno a Siena e l'altro a Napoli: questo di Napoli([262]) s'aspetta in breve; l'altro([263]), che séguita il Sere.mo Principe Leopoldo, non sarà in Firenze insino a S. Giovanni. Intanto sendo venuto da me il molto Rev.do Padre D. Vincenzio Renieri, monaco Olivetano, mi ha fatto grazia di aiutarmi a notare alcuni de i sopradetti riscontri, e sono questi che li mando qua di sotto. Secondo le oportunità che mi si presenteranno, anderò facendo qualche cosa e participandonela, e per la prima occasione soggiugnerò qualcuno de i motivi che mi fanno anteporre nella maggior parte de i paralleli([264]) l'Ariosto al Tasso; [se] bene per meglio definire tali controversie ci vorrebbono disc[orsi] in voce e repliche di molte ore, che per metterli in [car]ta sarebb[ono] di molte settimane: opera che a me non sarebbe grave, se per me solo io potessi effettuarla; ma anderò facendo di passo in p[asso] q[uello] che più si potrà. Per ora gradisca la prontezza dell'animo, e scusi la debolezza delle forze.

Raccomando alla diligenzia di V. S. Ill.ma la qui alligata, mentre con reverente affetto li bacio le mani e li prego intera felicità.

 

D'Arcetri, li 5 di Novembre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Devo.mo et Oblig.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 


Tasso.

 

Ariosto.

 

Fuga d'Erminia, canto 7°, p.a stanza.

 

Fuga d'Angelica, c. p.°, st. 33.

 

Duello d'Argante e Tancredi, c. 6, st. 20.

Rinaldo e Sacripante, c. 2°, st. 4.

Ruggiero e Mandricardo, c. 30, st. 31.

Ruggiero e Rodomonte, c. 46, st. 103.

 

Rinaldo da Armida, c. 17, st. p.a

Ruggiero da Alcina, c. 6, st. 16 e per un pezzo appresso.

 

Discordia del campo di Gofredo, c. 8, st. 56.

Discordia del campo d'Agramante, c.ti 24, 25, 26, 27.

 

Rinaldo in Gerusalemme, c. 19, st. 30.

Rodomonte in Parigi, c. 16, st. 16; c. 17, st. 8; c. 18, st. 8.

 

 

 

3940**.

 

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa 9 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 150. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Eccl.mo Sig.r et P.ron Oss.mo

 

Che lei honori commandarmi, a me è somma gratia; che da me si procuri con ogni caldezza che V. S. Eccl.ma resti servita, le si deve dalle mie molte obbligationi: però, ricevuta il sette del presente la sua cortesissima, non mancai subbito essere da Monsig.re Ill.mo Proveditore([265]), quale mi rispose che V. S. Eccl.ma era di già stata servita e che due giorni avanti l'haveva inviato il decreto([266]). Onde io, trovatomi chiuso (se ben con mio gusto, già che lei haveva havuto il suo intento) il campo di servirla in questa bagattella, vengo a supplicarla a volere aprirmelo con comettermi altra cosa di maggior rilievo, non havendo cosa più a quore che mostrarmeli devotissimo servitore. E con tal fine, di tutto quore inchinandola, le prego il colmo di quanto desidera.

Monsig.re mi soggiunse che sarebbe stato bene che V. S. Eccl.ma levasse tutta la somma ad un tratto, perchè ciò fa poi longezza al rolo.

 

Pisa, il 9 Novembre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma

Aff.mo ed Obbl.mo Se.re

Alessandro Marsili.

 

 

 

3941**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 12 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 40. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Come già significai con l'altra mia a V. S. Ecc.ma, io non ho mai preteso il favore circa i pararelli fra il Tasso e l'Ariosto, che con ogni sua minore incomodità; perciò quando gli venga fatto per sollevarsi dalle sue gravi speculationi, e che si trovi appresso persona a ciò atta, il favorirmi di qualche d'uno di quegli che gli venga in mente, me ne chiamerò favoritissimo. In tanto gli rendo pienissime gratie de' riscontri che mi invia([267]); e pregandola a baciare in mio nome le mani al Padre Don Vincentio([268]), con tutto l'animo la riverisco.

 

Venetia, 12 Nov.re 1639.

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.o Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3942**.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 15 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 152. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Il latore o, per dire meglio, latori della presente sono il Sig.r Niccolò della Fiora ed il Sig.r Carlo Mollino, pittori eccellenti, quali se ne vengono a Firenze principalmente desiderosi di vedere e conoscere V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e particolarmente desiderano fare il ritratto suo. M'hanno pregato che io li raccommandi; per tanto la prego che si compiaccia fargli ogni grazia: e l'assicuro che sono huomini di buonissimo gusto e che meritano d'essere serviti; e tutti quei favori che ella si compiacerà fargli saranno bene impiegati, ed io gli ne restarò con particolare obligazione.

Mi vado trattenendo in alcune speculazioni, le quali ho quasi abbozzate; e spero in breve dargli quella ultima mano che può dare la mia debolezza, e poi gli ne mandarò la copia. Io desiderai a' giorni passati di havere il segreto di fare i sfiatatori ai condotti delle fontane sotto terra, ma non fu possibile ottenere l'invenzione; e però, dopo haverci fatta qualche reflessione, ho incontrato un modo il quale, se non m'inganno, è molto meglio di quello che è stato ritrovato costì. Ne ho fatta la prova, e riesce molto bene, ed è cosa veramente degna di sapersi. Quando V. S. l'intenderà, credo ne haverà gusto; in tanto li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 15 di 9bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotis. Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3943**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 16 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 154. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

La nostra scarsa ricolta di vini non gli fa essere quest'anno megliori, poi che, se bene l'uve parevano di fuora incotte, al pestare poi non sono riuscite a bastanza mature. Servo in ogni modo V. S. del men cattivo che habbino fatto i miei luoghi, e posdoman mattina compariranno costà i vetturali; onde si compiaccia di dar ordine che il solito vaso sia preparato.

Passai l'officio che V. S. m'ordinò con la sua del 27 con questo Ser.mo Principe([269]), che, gradendolo estremamente, mi confermò il sentimento che havea havuto di non haverla potuto vedere prima del suo ritorno in qua: e per dare a V. S. un sincero contrasegno del favoritissimo affetto dell'A. S., basterà dirle che continuamente studia le sue opere. E senza più a lei confermo la mia divotissima osservanza.

 

Di Siena, li 16 di Nov. 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Devot. Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

3944.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 26 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 174. – Originale, non autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Senectus ipsa morbus est. Sono in letto già più d'una settimana, parte per febre, parte per dolori di gambe et altri mali, che non so esplicare se non per frutti dell'età et della stagione.

Monsig.r Arisio mi usa una cortesia di questo genere: ha mandato a Venetia il danaro della pensioncella, ma con conditione che non mi sia dato se non mostro una fede che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sia viva. Ho fatto quel rissentimento di parole che si dovea contro questo sciagurato, che, immemore delle maniere cortesi con che si tratta con lui, essendo un furbo, mi giudica et misura colla sua propria misura. Non si può far altro: sia contenta mandarmela, non perchè meriti la spesa, ma per non lasciar che questo furbazzo habbi il suo intento.

Il metafisico Francescano([270]) di Padova, per quello che intendo, scrive qualche cosa del cielo. Mi ha fatto tanto aggravare, che son stato necessitato prestarli per 4 giorni li Dialoghi di V. S. del Sistema: passa un mese et non me lo restituisce; sto aspettando che me lo truffi, perchè di qua è impossibile haverne. Non andarà la sua compositione alla stampa che mi passarà per mano, et sto con desiderio ad aspettar quello che vorrà dire. Se uscirà dei termini della modestia, non lo stamparà certo.

Sopra la lettura et consideratione della proposta da V. S. già fatta, et di cui mi ha fatto il favore di farmi parte, intorno alla longitudine, mi pare potere arrivare sino a questo punto, che consista in stelle che faccino ecclisse tra loro, che poi sarebbono le Medicee, poichè altre non ne ha ritrovate V. S., che vuol dire che nessuno ne ritrovarà se non quelle. Ma l'havervi fatte le osservationi et tavole esquisite è una cosa divina, et che il lasciarla morire è un grandissimo peccato; et il solo haver ciò accenato merita li regali non di una collana, ma d'un stato intiero. Prego Dio che le conceda forza di poter fare quest'altro miracoloso frutto per gl'ingegni capaci della verità et che non si appagano di parole senza succo o senso. Si conservi, et le prego con ogni affetto tranquillità di animo nella tolleranza dei mali; et le baccio le mani.

 

Ven.a, li 26 9bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Fra Fulg.o de' Ser.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

nel spetiale([271]).

Fiorenza.

 

 

 

3945.

 

GALILEO a BENEDETTO CASTELLI [in Roma].

Arcetri, 3 dicembre 1639.

 

Dal Tomo II, pag. 105, delle Opere di Galileo Galilei ecc. In Bologna, per gli HH. del Dozza, MDCLV, dove porta il titolo: «Lettera del Sig. Galileo Galilei al Padre Abbate D. Benedetto Castelli, contenente una dimostratione d'un principio già supposto dall'autore nel suo trattato del moto accelerato ne' Dialoghi de' movimenti locali»([272]).

 

Molt'Illustre e Rever. Sig. e Patron Colendiss.

 

È manifesto pur troppo, Sig. mio Reverendiss., che il dubitare in filosofia è padre dell'inventione, facendo strada allo scoprimento del vero. L'oppositioni fattemi, son già molti mesi, da questo giovane([273]), al presente mio ospite et discepolo, contro a quel principio da me supposto nel mio trattato del moto accelerato, ch'egli con molta applicatione andava allora studiando, mi necessitarono in tal maniera a pensarvi sopra, a fine di persuadergli tal principio per concedibile e vero, che mi sortì finalmente, con suo e mio gran diletto, d'incontrarne, s'io non erro, la dimostratione concludente, che da me fin ora è stata qui conferita a più d'uno. Di questa egli ne ha fatto adesso un disteso per me, che, trovandomi affatto privo degli occhi, mi sarei forse confuso nelle figure e caratteri che vi bisognano. È scritta in dialogo, come sovvenuta al Salviati, acciò si possa, quando mai si stampassero di nuovo i miei Discorsi e Dimostrationi, inserirla immediatamente doppo lo scolio della seconda propositione del suddetto trattato, a faccie 177 di questa impressione([274]), come teorema essentialissimo allo stabilimento delle scienze del moto da me promosse. Questo lo comunico a V. S. per lettera, prima che ad alcun altro, con attenderne principalmente il parer suo, e dopo quello de' nostri amici di costì, con pensiero d'inviarne poi altre copie ad altri amici d'Italia e di Francia, quando io ne venga da lei consigliato. E qui, pregandola a farci parte d'alcuna delle sue peregrine speculationi, con sincerissimo affetto la reverisco, e gli ricordo il continuare l'orationi appresso Dio di misericordia e di amore per l'estirpatione di quelli odii intestini de' miei maligni infelici persecutori.

 

D'Arcetri, li 3 Decembre 1639.

Di V. S. molt'Illust. e Rever.

 

Affetionatiss. Serv. Obbligatiss.

Galileo Galilei Linceo cieco.

 

 

 

3946.

 

GALILEO a [FERDINANDO II DE' MEDICI, Granduca di Toscana, in Firenze].

Arcetri, 4 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 40. – Originale, di mano di Vincenzio Galilei.

 

Ser.mo Sig.r e P.ron mio Colend.mo

 

V. A. S. sentirà dalla viva voce del Sig.r Geri Bocchineri, presentatore di questa, la causa per la quale io mi([275]) son mosso a supplicarla a farmi grazia che io possa mettere sul Monte di Pietà scudi settecento; la qual causa, per non tediar V. A. con soverchia lunghezza, non mi è parso di mettere in carta. Per alcuni miei particolari et urgenti bisogni mi sarà di sommo favore il ricevere da V. A. la domandata grazia, ancorchè l'animo mio non sia di prevalermene conforme alla mia domanda, come di tutto harà contezza dal sudetto. Spero che sì come V. A. S. in tante altre occasioni si è degnata favorirmi, così in questa con la solita sua benignità mi habbia a concedere quanto desidero. E con tal fine, pregandole da Dio intera felicità, umilmente le bacio la veste.

 

D'Arcetri, li 4 di Xbre 1639.

Di V. A. S.

Umilissimo e Devo.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3947*.

 

PETRONILLA BARTOLINI a [GALILEO in Arcetri].

Firenze, 4 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 283. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re

 

Quando seppi iermattina che V. S. ci aveva favorita con la sua presenza di venire a parlare a le sua nipote([276]), mi rallegrai assai, e venivo a fare l'obligho mio di salutarla; ma perchè la mia mala fortuna mi volse mortificare, quando arrivai, appunto si era partita, e ne rimasi mal contenta. Ma poi che non potetti in persona ricever questo favore, li scrivo questi quattro versi salutandola, con dirli che sono entrata nel'ofizio di ministra hora è poco, e desidero servirla in quello che mi conosce buona; e a le sue nipote porto affetto particulare, e non mancherò far fare orazione per lei a le mie monache. Li mando un erbolato in piccol segnio di amorevoleza; mi scusi se è poca cosa, mentre per fine la reverischo. N. Signore li assista con la Sua grazia.

 

Di San Giorgio([277]), il dì 4 di Xbre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Aff.ma nel Sig.re

S.r Petronilla Bartolini,

Ministra al presente.

 

 

 

3948.

 

FAMIANO MICHELINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 7 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 156. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Invio a V. S. molto Ill. et Ecc.ma il più antico e caro amico che io habbia nella nostra Religione, che si chiama il Padre Ambrosio della Concezione([278]), persona di ottimi costumi e raro ingegno, studioso e desideroso di servirla, in ogni occorrenza; e gli effetti mostreranno più di quel che io dico a V. S. molto Ill. et Ecc.ma Egli supplirà alle mie negligenze e mancamenti, et ella potrà far conto d'havere un altro Francesco di S. Giuseppe appresso di sè, quanto alla devozione et osservanza verso delle cose sue; ma quanto alla diligenza et altre qualità etc. haverà uno che mi avanza d'infinito intervallo. Però lo raccomando alla sua protezzione et alla sua solita gentilezza nell'ammetterlo nel numero de' suoi discepoli, e tanto più quanto è amicissimo del R.mo Padre Abbate Castelli, primo discepolo di V. S. molto Ill. et Ecc.ma Con che humilmente inchinandomele, la prego ad honorarmi de' sua comandamenti, e le annunzio pienezza di grazie celesti in queste Santissime Feste di Natale. Deo gratias.

 

Siena, 7 Dicembre 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Il Ser.mo Principe Leopoldo la saluta, e le raccomanda il medesimo Padre.

 

 

S.r Gal.o

Indeg.mo et Obbligatiss.o Discep.o e Servo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

 

 

3949.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Arcetri, 11 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 114t. – Copia di mano della seconda metà del sec. XVII, in capo alla quale si legge, dello stesso carattere: «Lettera D.ni Galilei ad D.num Diodatum, vel ex es pars excerpta».

 

Molto Illustre Signore e Padron mio Colendissimo,

 

La gratissima di V. S. molto Illustre delli 28 Ottobre([279]) non mi è pervenuta se non quattro giorni sono, insieme col libro del S.re Ismaele Bullialdo([280]), il quale diedi subito a far legare, ed hoggi solamente me ne ho fatto leggere correntemente in diversi luoghi; e bench'io non possa per la cecità rimanere capace delle dimostrazioni, tuttavia dalla maniera di trattare materia sì profonda comprendo, il suo autore essere persona intelligentissima et elevata assai sopra gli astronomi e filosofi communi dell'età nostra. Tornerò a farmi leggere partitamente il tutto, e non mancherò di quello che resterò capace di darne conto all'autore, con significarli ingenuamente il mio senso e concetto, il quale son sicuro che sarà come di opera eccellentissima e dottissima; e tra tanto, sin che io possa direttamente scrivere all'autore, mi farà favore V. S. molto Illustre di rendergli grazie dell'honore fattomi in mandarmi l'opera.

 

Di Arcetri, li 11 Decembre 1639.

 

 

 

3950.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 18 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 103. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, dello stesso carattere: «Copia dell'originale».

 

Rev.mo P.re e mio P.ron Col.mo

 

Questa mattina mi è stata resa la gratissima della P. V. Rev.ma([281]) da' pittori da lei inviatimi e commendatimi. Gli ho ricevuti con quel maggior affetto che dalla miseria dello stato mio mi è concesso; gli ho fatto offerta della casa e di tutto quello in che io potessi compiacergli: et a lei devo render grazie del mettermi([282]), appresso huomini virtuosi, in concetto molto maggiore di quel ch'io merito.

Sono stato molte settimane con ansietà aspettando sue lettere e sue scritture intorno a varie speculazioni già da lei accennatemi, alle quali sento che ne aggiungerà([283]) altre bellissime([284]), cioè della calamita([285]), del terremoto, con quella dell'origine de' fiumi, e più l'ultima che mi accenna([286]) delli sfiatatori per l'acque correnti in canali sotterranei. Tutte sto avidamente attendendo, essendo sicuro che sentirò speculazioni ingegnose e, quel ch'io stimo assai, nuove, e non raccolte da varie chimere d'altri.

Della sua prospera sanità ne ho havuto avvisi dal P. Clemente, dal Sig.r Tomaso Rinuccini, et ultimamente da' sopradetti pittori([287]). Fu anche circa tre settimane fa a visitarmi il P. Ambrogio delle Scole([288]) Pie([289]), il quale mi riuscì un soggetto molto laudabile e col quale tenni lungo ragionamento([290]) di lei, sentendo da tutti parlarne come merita, cioè come di huomo adornato di ogni scienza e colmo di virtù, religione e santità. Io mi pregio([291]) d'esser conosciuto per suo strettissimo amico, e mi consolo nelle mie afflizioni del sollevamento([292]) che so certo che mi arrecano le sue orazioni, le quali la supplico a continuarmi; e mentre gli auguro felici le SS. Feste prossime, con reverente affetto le bacio le mani.

 

Di Arcetri, li 18 di Xbre 1639.

Di V. P. Rev.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

G. G.

 

 

 

3951*.

 

VIRGINIA LANDUCCI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 21 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 284. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re

 

L'infiniti benefizi che ricevo da V. S. e le virtiù che imparo per suo amore, son causa che possa con queste due righe salutarla e darli le buone Feste in questo Santo Natale. Mi scusi se non è così bene scritto, ma l'assicuro che è fatto con tutto l'affetto possibile, che così può tenere per certe, non avendo altro bene che lei in questo mondo. La zia([293]) la saluta, e li preghiamo dal Signore Dio il colmo di ogni felicità.

 

Di San Giorgio([294]), il dì 21 di Xbre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Aff.ma Nipote

Verginia Landucci.

 

Fuori, d'altra mano: Al'Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In villa.

 

 

 

3952*.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Bologna.

Arcetri, 24 dicembre 1639.

 

Dalle pag. 139-140 dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 3922.

 

Molto Ill. ed Ecc. mio Sig. Padron Colendiss.

 

La cortesissima lettera di V. S. molto Ill. et Eccellentiss. delli 6 stante non mi è stata resa se non questo giorno, et assai tardi, sì che non ho havuto tempo di poter mandare a riscuotere il libro ch'ella dice d'inviarmi. Farò usare ogni possibil diligenza domani, per haverlo e poter godere della sua lettura in questi Santi giorni del Natale, giudicando di non poter impiegar meglio l'avanzo del tempo che mi resta doppo le orazioni e meditazioni divine.

Io resto confuso e con rossore del non poter corrispondere a gli obblighi de' quali la sua cortesia mi va giornalmente caricando, poichè non posso almeno con i fogli, benchè sterili e privi di concetti degni de' suoi orecchii, compensare i libri suoi, pieni d'esquisitissima dottrina, de' quali ella mi tiene continuamente honorato.

Mi sono fatto di quando in quando leggere le Lettere responsive([295]) di V. S. Eccellentiss., sì che ne ho sentito la maggior parte; ma tutte, e più d'una volta, l'haverei lette per me stesso, se il mio infortunio non me l'havesse vietato. Ci trovo dentro sottilissime contemplazioni, et oltre a ciò sento le occasioni che la va interponendovi di honorare più volte il mio nome; di che le resto particolarmente obbligato. E perchè io antepongo([296]) il giudizio suo a quello di ogn'altro, la voglio pregare a farmi grazia di significarmi le cause per le quali ella dice di non applaudere all'opinion mia di quella seconda illuminazion della luna, la quale io attribuisco al reflesso de' raggi solari nel globo terrestre, intorno a cui ella assai largamente discorre nella lettera che scrive in proposito della conclusione del Sig. Pietro Gassendo delle ombre meridiane e vespertine diseguali([297]); perchè, potendo accadere che le opere mie si ristampassero, cercherei di emendare questo errore, sì come se ne vedranno emendati alcuni altri.

Instano le Santissime Feste del Natale, le quali io devo augurare, sì come fo, a V. S. Ecc. felici, et altretanto il principio e tutto il corso dell'anno seguente, insieme con molti altri, acciò la republica litteraria vada sempre godendo dell'augumento che il suo acutissimo e fecondissimo ingegno arreca a tutte le scienze. E qui con riverente affetto le bacio le mani.

 

D'Arcetri, li 24 di Decembre 1639.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.

 

Devotiss. et Obligatiss. Servit.

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill. et Ecc. mio Sig. e Padron Colendiss.

Il Sig. Fortunio Liceti, Filosofo eminente nello Studio di

Bologna.

 

3953.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Firenze, 30 dicembre 1639.

 

Dal Tomo III, pag. 186-187, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Firenze, 30 Dicembre 1639.

 

Dalla gratissima lettera di V. S. molt'Ill. degli 28 d'Ottobre([298]), pervenutami non prima di tre settimane fa, comprendo non le essere stata renduta una mia, tra le altre, nella quale le discorreva intorno alla restituzione del negozio con gl'Illustriss. e Potentiss. Signori Stati. Scrissi anco ultimamente([299]) della ricevuta del libro del Signor Bulialdo; ma il vedere quanto facilmente si smarriscano le mie lettere, fa che io torno a replicarle sopra i medesimi particolari.

E quanto al primo negozio, mi dispiace assai la morte del Sig. Ortensio e degli altri tre Commissari, accidenti che, aggiunti al mio infortunio, par che vadano intraversando e disturbando il progresso, nel quale però, per quanto per me si potrà, non resterà impedita se non la più presta esecuzione: attesochè, come nell'altra (che pur voglio credere che le possa essere pervenuta) le scrissi, ed ora le replico, l'opera che restava a farsi da me è trapassata in mano d'amico mio intelligentissimo([300]) e che di tutto cuore l'abbraccia; ed essendosi impadronito della parte principale, cioè delle osservazioni, tavole e calcoli di quei movimenti celesti sopra i quali s'appoggia il negozio, in breve potrà dar segno d'essersi impadronito del tutto, con mandar costà l'effemeridi di sei o più mesi, nelle quali si vedranno gli aspetti futuri di notte in notte, e, confrontandogli colle sensate apparenze, potranno gl'intelligenti di quelle bande assicurare quei Signori della verità di questa parte. Questo medesimo mio amico è di fresca età, di buona complessione, d'acutissima vista, e d'animo pronto a trasferirsi in coteste bande, quando così giudicassero espediente quegli Illustriss. Signori. Io le diceva nell'altra mia che mi pareva che fusse bene, per mezzo dell'Illustriss. Sig. Grozio, far pervenire all'orecchio loro lo stato presente di questa materia, perchè, ritraendosi che volessero deputare altri Commissari e riassumere l'impresa, io poi con altre mie lettere averei fatto intendere il tutto. Ora, perchè per la lontananza grande le lettere facilmente si smarriscano, se così piacesse a' detti Illustriss. e Potentiss. Signori, parrebbe a me che si potesse deputare fra gli altri l'Illustriss. Imbasciatore che tengono in Venezia([301]), perchè, e per la vicinanza e per la comodità di potergli anco favellar a bocca l'amico mio, si faciliterebbe molto più presto questo trattato. Starò dunque sopra questo attendendo la risposta da V. S. moll'Ill.

Scrivo la qui alligata([302]) al Signor Ismaele Bulialdo in ringraziamento del libro mandatomi, del quale a me è stato conceduto poterne comprendere pochi particolari, essendo esplicato il tutto con figure lineari e dimostrazioni geometriche, delle quali è impossibile senza la vista restarne capace. Ho compreso in generale il suo metodo: l'opera mi pare ingegnosa e molto degna di lode; e V. S. nel recapitargli la qui alligata potrà soggiungerli, oltre a quello che gli scrivo io, una libera offerta della mia servitù e prontezza in servirlo, per quanto dalla mia debolezza mi fusse conceduto. Qui, essendo tempo d'augurare a V. S. molt'Ill. felice il prossimo Capo d'anno con molti altri appresso, con reverente affetto le bacio le mani.

 

 

 

3954.

 

GALILEO a ISMAELE BOULLIAU [in Parigi].

Firenze, 30 dicembre 1639.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 13037, car. 101. – Originale, non autografa. Nella Bibl. Nazionale di Firenze, Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 114r., se ne ha una copia di mano della seconda metà del sec. XVII.

 

Clarissimo Viro Domino Ismaeli Bullialdo S. P.

 

Pervenit huc e Gallia, Vir clarissime, Philolaus tuus([303]) ad me directus([304]); sed tenebrarum inclementia, quarum perpetua caligine offundor, accedentem ea qua optabam fronte non permisit amplecti. Nitorem illius et gratiam meorum infelicitas oculorum potius suspirare sinit quam cernere; tentavi tamen si luminis inopiam auditus pensare potuisset, alienique obtutus auxilio loquentem avidis auribus hausi. Placuit summopere methodus, qua in propriae utitur confirmatione sententiae, aliarum scilicet cum coelestibus apparentiis repugnantia; sed, ut dixeram, non est quod de illo fari possim, qui conspicere non valeo. Unum quod mihi datur, infinitas Dominationi tuae gratias ago et honoris in me collati et gratissimi sui amoris doni, quod mihi obtulit; ob quae vicissim promptissimam rependo ad eius imperia voluntatem et felicissimam precor valetudinem, quam ipse in tenebris positus anxie suspiro.

 

Florentiae, penultima Decembris anni 1639.

 

Addictissimus Servus

Galileus Galileus.

 

 

 

3955.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 3 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Una mia lunga infirmità, non solo di podagra, ma di dolori di corpo che mi hanno afflitto lungamente, mi ha ancora impedito dal poterli dare le buone Feste et il buon Capo d'anno, com'era mio desiderio. Hora vengo a riverirla con questa et a supplire al mancamento, bramando molto di intendere dell'esser suo. Io non posso darli troppo buona nuova di me, trovandomi in uno stato di continua infirmità, per il che non posso applicarmi alli studii come vorrei.

Mons.r Ill.mo di Siena([305]) mi ha raccomandato un gentil'huomo senese, che è venuto allo Studio qua a Bologna: ho pensiero di leggerle fra l'altre cose la dottrina di V. S. Ecc.ma ultimamente publicata, perchè mi servirà a impossessarmene meglio, non havendo potuto sin hora vederla se non così alla sfugita.

Havrà a quest'hora forsi ricevuto dall'Ecc.mo Sig.r Liceti l'opera delle pietre lucifere([306]), già da lui publicata, il quale caramente la saluta.

Finisco di scrivere, desideroso di havere qualche nuova di lei; e fra tanto, desiderandoli tranquillità di vita e felicità nel presente anno nuovo con molti altri appresso, li bacio affettuosamente le mani, facendole riverenza.

 

Di Bologna, questo dì 3 Genaro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

3956*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 3 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 177. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or, S.or P.ron Col.mo

 

Io ne' libri di V. S. ammiro la somma perspicacia d'ingegno, che con indicibile solertia ritrova dogmi non volgari, et con isquisita sottigliezza conferma sentenze pellegrine; ma nella sua lettera de' 24 del passato([307]) particolarmente riverisco un'incomparabile modestia et ingenuità, che la trasporta ad eccesso di lode degli scritti altrui, benchè non conformi alla sua opinione. Questi è frutto di sincerità singolare d'huomo d'alto sapere([308]) e di candidissimi costumi, se bene li encomii che mi dà V. S. provengono in gran parte dall'amor che mi porta: del quale si assicuri di essere da me veracemente contracambiata cum foenore magnae venerationis, ancorchè l'intelletto mio non arrivi sempre all'altezza delle sue contemplationi; d'onde procede che ne' miei scritti la riverisco spesse volte sì, ma talhora non apprendo le sue opinioni, et in particolare quella del riflesso del lume solare dal globo terrestre nel corpo della luna, per le cagioni che facilmente V. S. haverà potuto vedere nel cinquantesimo capo del mio Litheosphoro ultimamente mandatole, le quali io le notifico per ubidire a' suoi comandi, non già a quel fine che la sua rara cortesia mi propone nella stessa lettera, posciachè io non mi arrogo tanto, cedendole in ogni cosa, ma principalmente nelle mathematiche, delle quali io la riconosco veramente principe e padre nell'età nostra. Attendi a conservar sè nella sanità che può maggiore, et me nella sua buona gratia; che io per fin di questa le bacio affettuosissimamente le mani.

 

Bologna, 3 Gen.o 1640.

Di V. S. molt' (sic) et Ecc.ma

[S.]r Galileo Galilei. Fior.a per Arcetri.

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

3957*.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 4 gennaio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Io arrivai qua giovedì passato, col mio poco felice stato di sanità. Non ho già aggiunto nuova perdita da poi ch'io ci sono, ma mi trattengo, e più tosto ho acquistato un tantino, perch'io dormo qualche cosa più. E pure sono stato in non poche fatiche in questi trambusti di case; ne' quali anche ho fatta la mia funzione del leggere, sì come io spero di havere a poter seguitare, se bene il parlar forte, et anco mediocremente, mi affanna assai assai per il catarro che mi aggrava il petto.

Di nuovo ci è che la Corte arrivò qua hiersera a 24 hore. Posso dire poi che il Sig.r Dottor Stecchini([309]) è parzialissimo ammiratore de' meriti di V. S. Ecc.ma; et esso e il Sig. Dottore Marsilii([310]) la risalutano ferventemente e con ogni devozione.

Finisco, perchè la mia testa è debole, e perch'io non ho altre nuove. Mi ricordo a V. S. servitore di infiniti oblighi e d'infinito affetto. Sto desiderando in estremo qualche suo comandamento, e intanto le prego dal Signore Iddio ogni consolazione.

 

Di Pisa, 4 Genn. 1639([311]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.

Dino Peri.

 

 

 

3958*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 10 gennaio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 139. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r, S.r P.ron Col.mo

 

Mi dispiace in estremo, che dove io desideravo che lei fusse de' primi a vedere il mio libro De lapide bononiensi([312]) (che perciò le mandai senza principio et dedicatoria), colpa del procaccio, sarà delli ultimi; poichè li altri, a' quali lo mandai molti giorni dopo compito, l'hanno ricevuto. Ma perchè non ne resti più senza, vedendo il gran desiderio che tiene di haverlo, gli ne mando un altro esemplare compito col presente ordinario, et con suo commodo potrà vedere di ricuperar l'altro, con farne poi dono a qualche amico suo. Nel cinquantesimo capitolo V. S. vedrà quelle ragioni che mi ritraggono dalla sua opinione della causa di quella luce che si scorge nel disco lunare nelle eclissi e nelle quadrature vicine alla congiuntione. Può essere ch'io m'inganni nel preferirle alle sue; sarà sua parte di levarmi di errore, che io le ne terrò particolare obligatione. Con qual fine le prego da N. S. contentezza, e le bacio riverentemente le mani.

 

Bol.a, 10 Gen.o 1640

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

3959.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 14 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 179. – Originale, non autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Consegnai alcuni giorni sono quei pochi di soldetti della pensione di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma al Sig.r secretario dell'Ill.mo Ressidente Renuccini: mi do a credere che sarano stati transmessi a V. S.

Qui viene ogni giorno dimandato l'opera del Sig.r Gallileo de motu terrae: io credo che sia un equivoco, et vogliono dire li Dialoghi ultimamente stampati in Ollanda, che è bene una gran cosa che non ne vengano di qua mandati. È così impressa nell'animo degl'intendenti la dottrina dei primi Dialoghi di V. S., che tutto quello ch'ella scrive vorrebbono li virtuosi che fosse nel medesimo soggetto: e pure in quello ella è stata puro dilucidatore, che in quest'altri è inventore di cosa non più capitata nella mente degl'huomini. Io, a dirle il vero, sono qualche volta in colera con V. S., et sempre che lei mi biasma e vitupera quei suoi primi Dialoghi mi fa alterare; perchè io dico a tutti, et è vero, che più tosto mi lasciarei torre tutti li libri che restar senza quel solo del Sistema. In nome di Dio, V. S. lasci latrar contro di quello coloro che hanno per impresa destrugger ogni verità et ogni parto d'ingegno non ordinario, et lasci quell'opera incomparabile sotto la persecutione, ma non così bella prole mal voluta dal suo genitore; lasci che quel figlio corra la fortuna del padre, il quale dalla persecutione riceve tant'alta gloria, quanta dall'incomparabile sublimità del suo ingegno. V. S. si consoli, come fanno tutti li huomini non ordinarii, chè la persecutione consacra le sue fatiche all'immortalità. Et con ogni affetto le bacio le mani et prego tranquillità.

 

Ven.a, li 14 Gen.o 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Div.o Se.r

Fra Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

3960**.

 

GIOVANNI PIERONI a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Vienna, 14 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinucciniana S. F. 2, inserto segnato «Dodici lettere di Giovanni Pieroni ecc.», lett. n.° 1. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Mando qui incluso a V. S. Ill.ma la tavoletta de gl'aspetti delle fisse([313]), dove segono l'eclittica, ciò è delle stelle di prima grandezza, e di seconda le principali, quali ho calculate per l'anno 1600 finito: et acciò si possino adattare a gl'anni passati o avenire, ho aggiunto a principio la tavola del moto delle fisse, secondo la quale camminano precisamente ancora gl'aspetti in conseguenza de' segni; sì che tutti detti aspetti al fine di questo anno 1640 saranno 34 minuti più avanti, e così all'opposito per gl'anni passati.

So che V. S. Ill.ma si piglierà briga di mettere per ordine tutti questi aspetti secondo l'ordine de' segni e de' gradi loro, e vedrà cose degne di essere osservate.

Mi rendo certo che i gradi lucidi, tenebrosi, fumosi, puteali, azimene, fortunati e vacui, non sono stati altro che questi aspetti delle fisse, secondo che segavono l'eclittica; e da gl'effetti che vedevono, cavarono quegl'antichi il nome a' gradi, e di più ancora conobbero la natura delle fisse, ciò è di ciascuna, come io ho osservato di alcune, che mi risponde a capello a la natura assegnatali da essi, come riferisce Tolomeo: che però ho notato in margine la detta natura come Tolomeo la scrive, acciò V. S. Ill.ma ancora la possa osservare. Il modo di farlo è di osservare la mutattione dell'aria quel giorno nel quale qualche pianeta, e particolarmente , traversa l'eclittica, perchè fa effetto forte assai e della natura di quella stella che sega con aspetto quel grado, se da altro pianeta non è con troppa forza impedito; e molte belle cose ci sono da osservare: una ne dirò notabile. Le fisse che non arrivano all'eclittica co 'l: e, ma solo co'l , fanno effetti gagliardissimi in quelli gradi del loro , e specialmente le più lontane operano più efficacemente; e però la polare fa effetti insino al portento. Ma, di gratia, supplico V. S. Ill.ma non palesi queste cose insino che io ne farò dono, come ho promesso, al Ser.mo nostro S.r Card.le Padrone([314]), il che non posso fare ancora, perchè ho trovato che la virtù di questi aspetti non è solo dove segano l'eclittica, ma per tutto ancora dove gira quel razzo; per il che mi son messo a calculare detti razzi insino alla latitudine che possono toccarli i pianeti, e ne ho già calculati molti, e séguito, perchè si scoprono altre maraviglie, a mio parere bellissime. La mia  è in gr. 7.21' , che cade al 1600 in 7.33', dove non è nella eclittica aspetto preciso; ma perchè la  ha latitudine  di 3 gradi e mezo, tocca quivi precisamente il  del piede del Centauro e fa, a mio credere, gran buono effetto, più che se l'havesse altr'e tanta latitudine settentrionale, dove sarebbe tocca dal  del caput Iunonii, stella infausta. Tal calculo dunque è necessario, ma è alquanto laborioso, perchè s'ha da solvere un triangolo di tre lati noti e cercar un angolo, e ciò per ogni grado, sì che per ogni stella se n'ha da solvere 36 tali; ma io l'ho facilitato assai, e ne ho già calculate molte, e ne mando a V. S. Ill.ma l'esempio d'una, ciò è della maggiore, dico del Cane Sirio. Quanto prima gli manderò un'altra cosa in questo proposito; hora, escluso dal tempo, non posso più soggiungerli che di riverirla con tutto il cuore et aspettare qualche suo avviso per dirigermi a meglio speculare. E resto baciandoli le mani.

 

Di Vienna, li 14 Genn.o 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3961*.

 

GALILEO a [UGO GROZIO (?) in Parigi].

Arcetri, 15 gennaio 1640.

 

Dalle pag. 59-60 del Liber secundus de conspiciliis ecc., citato nell'informazione premessa al n.° 3521. È questa l'unica fonte conosciuta della presente lettera; e quanto alla lezione, dobbiamo ripetere ciò che abbiamo avvertito nella citata informazione a proposito del n.° 3521, e perciò annotiamo anche qui appiè di pagina gli errori manifesti della stampa Olandese.

 

Molto Ill.re mio Sig.re et Padron Colend.mo

 

Mi è dispiaciuta sin all'anima la morte improvisa del S.or Martino Ortensio, successa doppo quella de gli altri tre Commissarii; accidenti che, aggiunti al mio infortunio, pare che vadino intraversando([315]) et disturbando la continuatione et il progresso del negozio già da me intrapreso con gli Ill.mi et Potent.mi SS.ri Stati: il quale nondimeno, per quanto per me si potrà, non resterà impedito nè ritardato, havendo io incontrato persona([316]) intelligentissima di queste scienzie astronomiche et attissima non solo a supplire al difetto causato a me dalla cecità, ma a tirarlo avanti con maggiore accuratezza, essendo, oltre alla perfetta intelligenza, huomo d'ingegno destro et perspicace, di complessione et freschezza d'età atta ad ogni fatica, di vista acutissima, di voglia ardente a prosequire avanti, abbracciando l'impresa con gran fervore, et (quello che sommamente mi ha piaciuto) disposto anco a trasferirsi in Olanda, quando così giudicassero expediente quelli Ill.mi et Pot.mi SS.ri, et anco di mandare costà([317]) le ephemeridi de' satelliti di Giove per sei o otto mesi futuri, anticipatamente da lui calcolate et dissegnate([318]), nelle quali si vedrebbe esattamente gli aspetti futuri delle dette stelle di notte in notte, et confrontandogli con le sensate apparenze potranno gli intelligenti di quelle bande assicurare quelli Ill.mi SS.ri dell'haver noi consequito il vero calcolo de' movimenti delle Stelle Medicee, sopra i quali s'appoggia([319]) il fondamento di questo negozio. Ho reputato([320]) a gran ventura questo incontro per potere assicurare quelli Ill.mi([321]) et Potent.mi SS.ri, et tutti li intelligenti di astronomia, che la mia proposta era et è benissimo fondata; onde io desidero che, per quei mezzi che V. S. molto Ill.re troverà a proposito, questo mio pensiero venghi alla notitia di quelli Ill.mi et Potent.mi SS.ri, acciò che, riassumendo l'impresa, piaccia loro deputare altri Commissarii, et io poi, havendone avviso V. S. con altre mie lettere([322]), prosequirei quello che resta. Et veramente non vi è cagione nessuna d'intermettere impresa di tanto..., poi che([323]) la utilità che si cerca è tanto grande, et che non può in veruna altra([324]) maniera nè con altra invenzione ottenersi giamai([325]), et che senza spesa di momento si può tirare avanti, solo col dispendio di tempo; il quale ancora potrà essere grandemente abbreviato, mentre che quello che si tratta adesso in gran lontananza per reciproche lettere, con molto risico di essere smarrite, si potrebbe in voce et presentialmente trattare dal medesimo mio consorte, il quale non ricuserebbe, per impresa così rilevata, trasferirsi anco in quelle parti; o vero che piacesse a quelli Ill.mi([326]) et Potent.mi SS.ri deputare fra gli altri l'Ill.mo Ambasciatore che tengono in Venetia([327]), perchè, et per la vicinanza([328]) et per la commodità di poterli anco favellare a bocca dall'amico mio, si faciliterebbe molto più presto l'ultimazione perfetta dell'impresa. Starò dunque sopra ciò attendendo la risposta che V. S. molto Ill.re ne haverà havuta da quelle parti.

Io scrissi già molti mesi sono a quelli Ill.mi e Potent.mi SS.ri, che con le debite grazie et con riverenza accettavo([329]) et aggradivo il regalo della collana, del quale si erano compiaciuti honorarmi, ma che non l'haverei ritenuto([330]) nè adornatomene sin che il negozio non restasse terminato; sì che, per non offendere la magnanimità di quei SS.ri, il detto regalo resta ancor qui([331]), in mano del mercante che me lo portò et al quale io lo lasciai in consegna.

Ho voluto che V. S. molto Ill.re resti informata di quanto passa, acciò che possa sincerare me et lei; me, di non haver proposto cosa vana; et sè, di non si essere ingerita in leggierezza etc.

 

Dalla villa d'Arcetri, alli 15 Gennaio 1640.

 

 

 

3962*.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 20 gennaio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 119. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Giunsi domenica passata a Genova, doppo haver corsa una burasca di mare che mi condusse fino in bocca alla morte; lodato Iddio che l'ho potuta contare, chè certo non credea di uscirne vivo. Do per tanto avviso a V. S. Ecc.ma del mio arrivo, acciochè ella sappia dove inviarmi i suoi commandamenti e le risposte che hormai dovranno venir da Parigi([332]).

Ho havuto risposta dal Ser.mo Sig.r Cardinale([333]) che ha ricevuto il libro([334]), e rendo gratie a V. S. Ecc.ma che l'habbia fatto presentare.

La coronazione del Doge si trasporta sino a Pasqua, sì che io potevo star anco qualche giorno in Firenze. Orsù, patienza; con miglior commodità la rivedrò, mentre per fine le bacio caramente le mani.

 

Di Genova, li 20 di Genaro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.rGalileo.

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3963*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 3 febbraio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 120. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Per non esser ancor giunto l'ordinario di Fiorenza quando l'altro vuol partire, non ho voluto aspettar a salutarla doppo lette le lettere, ma riverirla a tempo.

Dello stato mio potrei dire di passarla assai bene, se una flussione di catarro, che mi tormenta, non mi travagliasse. Spero però di liberarmene in breve.

Ho veduto il Sig.r Daniele Spinola, che affettuosissimamente le bacia le mani, ma per ancora non ho incontrato il Sig.r Baliani.

Lunedì ricominciai le osservazioni delle stelle Medicee, per la prima volta che Giove si lasciò vedere, le quali corrisposero ad unguem col calcolo, doppo quattro mesi trascorsi da l'ultima osservazzione; sì che hormai non mi resta dubio di non esser ben in possesso de' loro periodi e distanze dal centro di Giove. Starò per tanto attendendo avviso se il Sig.r Elia([335]) ha dato risposta.

Di nuovo habbiamo la morte del Sig. Principe Doria([336]), vicerè di Sardegna, e la ricuperazione fatta da' Spagnuoli del forte luogo di Salsas, loro già tolto da' Francesi. Con che per fine affettuosissimamente l'abbraccio e bacio le mani.

 

Di Genova, il 3 di Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3964**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 8 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 109. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Io servirò sempre V. S. molto Ill.re et Ecc.ma in qualunque maniera ella vorrà comandarmi; però s'io ho errato circa quel greco e cantucci, la prego a scusarmi, e correggerò adesso l'errore con l'obbedirla puntualmente.

Vendon dunque qua il greco 32 soldi il fiasco di questa misura; e cinque soldi l'uno vendono i fiaschi. I quattro di V. S. sono alla giusta misura di qua. Tra porto e gabella ha 10 soldi per fiasco di spesa, che cinque di gabella e cinque di porto, prezzo fatto e trito. I cantucci fini vagliono una crazia l'uno, ma i soprafini vaglion tre crazie la coppia. Dicono di farne solamente per il Palazzo, o pure a posta per qualch'uno amico etc. Son maggiori, con più zucchero e più odore, dicono. A me veramente non mi ci par miglioranza che importi il prezzo: con tutto ciò mandai a V. S. i 40 de' soprafini, com'ella chiese. Di gabella pagano dieci crazie il cento: quattro crazie dunque importa la gabella, 4 il cestino e 4 il porto.

Dell'autore([337]) che mi scrive V. S., io sono scandalizatissimo, stomacatissimo, come di persona ignorantissima, furba e maligna. Io l'havevo in concetto neutrale, non havendo mai letto nulla di suo; ma da poi che ho visto quel capitolo([338]), corra pure il grido a voglia sua, sia pur predicato dall'universale per un oracolo, che a me pare risolutamente che si sia fatto con quelle poche carte un marchio indelebile di grandissimo asinaccio, ma insieme insieme, a parlar libero, di furbo. Il medesimo concetto s'è guadagnato appresso il Sig.r Dottor Marsilii([339]) e Sig.r Dottor Stecchini([340]); non che alcun di noi si muova all'oppinion dell'altro, ma ciascuno motu proprio, in una semplice corrente lettura, ha conosciuto e inteso subito le scimunite debolezze di colui, che non merita titolo d'huomo, perchè del raziocinare non ne sa straccio. La furberia l'ho scoperta io, che conoscevo citate e stampate al contrario le asserzioni di V. S., et ho riscontrato i luoghi, e mostratigli a questi due Sig.ri Dottori con lor sommo stupore di tanta sfacciataggine. Si sono però maravigliati assai che V. S. Ecc.ma me ne parli nella sua lettera tanto honoratamente e con tanto riservo. Io ne ho accusato la benignità incomparabile di V. S., che sempre esercita termini gentilissimi, soavissimi e magnanimi, e che verso colui, oltre a questa innata cortesia, havesse accresciuto l'honorevolezza nello scrivermene a quella foggia il dubitar forse ella che potessi haver amicizia o protezione di alcuno di lor due, e che per lor rispetto, già che ella per mille cause gli ama e stima tanto etc., havesse V. S. volsuto parlare per ogni caso da non disgustargli.

Risposta, dichiamo tutti d'accordo che non la merita, cioè non merita da lei tanto honore. Poi, sarebbe un grattare il corpo a una storta cicalaccia, che se non si è vergognato a scriver quel ch'egli ha scritto, cioè tanta feccia e con furberia, la prima volta, in tempo che non è irritato e che fa l'amico, pensate se si vergognerà a sporcar dieci volte più fogli, quando si vedessi risposto.

Sig.r Galileo, la testa non mi regge più. Finisco con reverirla devotissimamente e in nome ancora de' SS. Marsilii e Stecchini.

 

Pisa, 8 Febb.o 1639([341]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re

Dino Peri.

 

 

 

3965**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 10 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 182. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mi è a punto giunta la carissima sua, quando ch'io stava con somma ansietà d'haver nuova di lei, essendo tanto tempo ch'io non ne haveva avviso: e mi creda V. S. Ecc.ma che al martello ch'io sento nella lontananza da lei, mi pare di poter dir col Bernia, che

 

E' non è donna, e me ne innamorai.

 

Le invidio in tanto la lettura del Sig. Liceti, del quale in questa parte non ho per ancor veduta l'opra, ma quanto prima m'informerò dal di lui fratello per veder se ve ne son giunte copie. Nel sentir che in questo suo trattato egli impugna la opinione del reflesso della luce dalla terra nel'orbe lunare, m'è venuto in pensiero ch'egli habbia forsi creduto che la luna fusse della materia di quella pietra che imbeve il lume, o vero non dissimile; il che se fosse, come pur alcuni han fantasticato, sarebbe veramente una linda galanteria. Io, in quanto a me, credo che le ragioni che egli o altri sono per arrecar in questo proposito contro l'opinione di V. S. Ecc.ma, faranno apunto in me quella forza che farebbero quelle di chi volesse persuadermi che il lume ch'io vedo in terra nel reflesso della quintadecima non mi venisse dalla luna. Quel dire che tal lume si vede nel crepuscolo, e non nella quadratura, quando che, se non venisse dalla terra, più dovrebbe vedersi, l'ho per un argumento che dureranno fatica a scioglierlo. E ciò sia detto pro interim, fino a tanto ch'io veda più commodamente questa nuova dottrina.

Vidi il Sig.r Baliani, il quale subito mi chiese nuove di V. S. Ecc.ma, e mi disse meravigliarsi che ella non rispondesse alle sue due; ma io non le sogiunsi altro, perchè egli era in compagnia d'altri amici e non volsi dirli in presenza loro la cagione. Hora, che V. S. Ecc.ma mi commanda ch'io li dica che ella sta pensando a risponderli, non mancherò di farlo con bella maniera. Farò anco le sue raccommandationi al Sig.r Spinola; e tra tanto la suplico, quando non sia con suo scommodo, a darmi nuova di sè più spesso che si possa, perchè due sole righe scritte da Pierino([342]) mi saranno abastanza. E quivi caramente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 10 Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3966**.

 

GIOVANNI PIERONI a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia]

Vienna, 11 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinucciniana 8. F. 2, inserto segnato: «Dodici lettere di Giovanni Pieroni ecc.» lett. n.° 2. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Vorrei sentire che V. S. Ill.ma fusse guarita della sua gamba, e poi desidero di adempire il suo desiderio di essere a servirla, massime che qua comincia a increscermi per la privattione della gentilissima conversattione de' SS.ri Capponi, partiti hieri con l'Ecc.mo Sig.r Ambasciatore([343]), e così resto solo quasi a fatto; e poi il pensare s'io potessi godere quella di V. S. Ill.ma mi fa impattiente e risoluto che, se io trovassi per me uguali condittioni, vorrei al certo ridurmi alla desiata quiete della patria.

Ho contento molto che gl'aspetti delle fisse([344]) gli siano pervenuti e gli piaccino. Ho scritto nell'incluso foglio([345]) quello che mi pare intendere dalla sua che ella volesse dichiararseli; ma ho dovuto scrivere in una stanza piena di remore, che fa ch'io non so se mi sarò saputo esplicare e far intendere; però mi esibisco a supplire, occorrendo. Non occorre che V. S. Ill.ma prenda la briga di calculare detti aspetti con latitudine, perchè io ne ho già calculati molti; anzi ho fatto una tavola, e fo l'altra, che mi danno subito gl'archi cercati; però, finita questa seconda, in brevi giorni potranno esser calculate cento o dugento stelle principali, e più molte ancora volendosi: et io non mancherò di sollecitare, per quanto harò tempo; e V. S. Ill.ma, di gratia, noti ogni dì la qualità del tempo, che poi havrà notabil gusto a ritrovarne le cause. E resto facendoli humilissima riverenza.

 

Di Vienna, li 11 Febb.o 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3967.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 14 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 181. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io mi ritrovo ancora nel letto co 'l mio solito male, che mi ha particolarmente afflitto i genocchi e le mani, che m'impedisce assai dallo scrivere. Non ho mancato di mandar dall'Ecc.mo Sig.r Liceti a fare quella scusa che lei desidera, quale non intende incommodarla, ma si rimette ad ogni sua commodità. Mi è dispiacciuto il suo fare, parendomi che ad un amico come lei non havesse da far questo, massime movendosi a contradirle per ragioni così leggieri. Io non ho saputo prima questo, ch'havrei procurato di ritirarlo da questo fatto; ma poichè egli ha portato a lei puoco rispetto, parmi ch'ella proceda con lui con troppa modestia, mentre dice di stare perplesso in risponderli etc., se bene in questo li verrà a fare troppo honore. Stia però sicuro che le sue cose hanno pochissimo applauso, nè ne vien fatto qua molto conto.

Mi sono stati mandati di Parigi due quesiti da quei matematici, circa de' quali temo di farmi puoco honore, perchè mi parono cure disperate. L'uno è la misura della superficie del cono scaleno; l'altro, la misura di quella linea curva simile alla curvatura di un ponte, descritta dalla revolutione di un cerchio sino che scorra con tutta la sua circonferenza una linea retta etc., e dello spatio piano compreso da quella e del corpo generato per la revolutione intorno all'asse et alla base; il che mi ricordo che una volta mi dimandò lei, ma che infruttuosamente mi vi affaticai. Di gratia, mi dica se sa che queste dua cose siano state dimostrate da niuno, perchè, per quello ch'io vedo, mi parono difficilissimi. L'occasione è nata, che passando un Padre di S. Francesco di Paula([346]) qua da Bologna, che è di Parigi et molto intendente delle matematiche, nel discorrere seco di diverse cose, li venni a dire ch'havevo trovato la misura del corpo parabolico nato dalla revolutione della parabola intorno alla base, e che havevo trovato che il cilindro generato dal parallelogrammo circonscritto alla parabola, al detto corpo era come 15 a 8([347]), se bene uno de'principali Gesuiti matematici mi havea già un pezzo fa scritto ch'era doppio. Hora il detto Padre disse: Lasci, di grazia, ch'io lo voglio scrivere a quei matematici di Parigi, per vedere se rincontrano questa verità; e così l'hanno, dice, trovata come 15 a 8. E questa è stata la occasione di propormi questi altri problemi, da me riputati di difficilissima solutione, per quel puoco ch'io vedo.

Io non posso più scrivere; però mi dia licenza di finire, et occorrendoli servirsi di me non mi sparagni: con che li bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 14 Feb.ro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

[.... ]r Gal.eo Galilei.

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

3968.

 

GALILEO a [BENEDETTO GUERRINI in Pisa].

Arcetri, 16 febbraio 1640.

 

Bibl. Comunale in Bassano. Raccolta Gamba. – Originale, di mano di Vincenzio Viviani.

 

Molto Ill.re Sig.r et P.ron mio Osser.mo

 

Se ne viene a Pisa il latore della presente([348]) per fare gl'ultimi giorni del carnovale con il Sig.r Alamanno Viviani, suo fratello e scolare costì in Sapienza. Ma non è questa la causa principale; ma bene potentisssima e principalissima è il rappresentarsi al Ser.mo Gr. D. nostro Signor, per continuare di renderli grazie del'aiuto che Sua A. S. gli porge nel poter continuare i suoi studii, nel modo che egli fa, con la frequente conversazione di me e del'uso di casa mia, con mio particular gusto e con reciproco aiuto tra di noi delli studii miei e de' suoi: onde pregho V. S. molto Ill.re ad introdurlo con opportuna occasione al cospetto di Sua A. S.

Oltre a questo, per mio particolare interesse avviso V. S. molto I., come alcuni giorni fa il molto R. Padre Francesco delle Scuole Pie([349]) mi dette avviso qualmente il Ser.mo G. Duca, dopo haver inteso ch'io havevo finito di levare dalla cantina li 120 fiaschi che già più di 20 mesi sono Sua A. S. mi donò, haveva per altretanta somma dato ordine che nel'avvenire mi fosse a mia richiesta consegnata; tuttavia non sento che tale commissione sia stata per ancora fatta qua a i cantinieri: però, per mia onorevolezza e per l'esecuzione della volontà del S.mo Padrone, pregho V. S. ad interporci il suo favorevole ricordo, acciò la grazia sia eseguita. Et a questa opera di favore potrà aggiungerne un'altra di carità, che è quella (che pur passa per le mani di V. S.) del sussidio che porge l'Altezza S. allo inserbo di quella mia nepotina([350]) nelle monache di S. Giorgio in su la Costa, dove essendo più giorni fa spirato l'aiuto di un trimestre([351]) e cominciato l'altro, potrà, quando così le piaccia, consegnare l'intero semestre al presente latore, e massime dovendo V. S. con la Corte stare ancora per molto tempo assente di qua.

Io non stimo di soverchiamente gravare V. S., mentre li mostro la gran confidenza che io ho nel suo favore, perchè conosco che, in effetto, più lodevole prerogativa non può alcuno ricevere in sè stesso, che l'essere stimato abile a beneficare gli altri. E con questa confidenza mi volgo a V. S.([352]), con pregarla a rappresentare a i piedi del Ser.mo nostro Signor la mia umilissima e devotissima servitù; et a lei stessa, con affettuosamente reverirla, bacio le mani e pregho da Dio intera felicità.

 

D'Arcetri, li 16 di F.o 1639 ab Inc.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.mo et Obbl.mo S.re

G. G.

 

 

 

3969.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 17 febbraio 1640.

 

Dal Tomo III, pag. 190-191, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Di Parigi, gli 17 Febbraio 1640.

 

L'essermi fermato di volere aspettare la risposta d'Olanda sopra quello V. S. molto Illustre mi scrisse, della sua intenzione nel proseguire sin alla perfezione la sua proposizione circa il negozio della longitudine, per poterlene poi dare ragguaglio, è stato causa della mia troppa tardanza in fare risposta alle gratissime sue; di che la supplico umilmente ad avermi per iscusato. Sebbene sin qui detta risposta non mi è ancora pervenuta, nondimeno spero non doverà mancare a venire, avendone scritto di nuovo e dato commissione ad un amico di sollecitare; però non faccio dubbio che non sia per venirmi in breve, e spero che sarà di soddisfazione, non potendo verisimilmente esser altra, avendogli riferito tutto il particolare di quanto V. S. molto Illustre me ne ha scritto, cioè della persona nella quale ha trasferito l'intera notizia e la dichiarazione di questo negozio, la sua perizia e perspicacità in queste scienze e la sua disposizione in voler fare il viaggio in Olanda per darne tutte le chiarezze, se sarà giudicato necessario, e di mandare una effemeride delle Stelle Medicee, calcolata colle predizioni degli aspetti loro per molti mesi futuri, per darne a conoscere la certezza. Sicchè tengo per cosa sicura che dovranno avere abbracciata con applauso simile offerta; nè mi sgomenta la lunghezza nel rispondere, potendo essere stata causata da diversi impedimenti. E subito che mi capiti, le ne darò parte.

Il Sig. Bulialdo ha ricevuto per segno di gran favore la lettera che V. S. molt'Ill. gli ha scritta([353]) e l'onorato giudicio che si è compiaciuta fare del suo libro, avendogli letto, come V. S. mi ha ordinato, quello me ne ha scritto, in particolare come, essendo esplicato in dimostrazioni e figure lineari, delle quali senza la vista è impossibile restarne capace, V. S. molt'Ill. non glie ne ha potuto scrivere se non in generale circa il concetto dell'opera ed il modo di trattare, molto approvato da lei. Con ciò reverentemento le bacio le mani, pregandolo dal Cielo ogni desiata felicità.

 

 

 

3970.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 17 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 180. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mi è pervenuto alle mani il libro del Sig.r Liceti, ed ho letto il cap. 50, conforme V. S. Ecc.ma mi scriveva ch'io facessi. Se debbo dirle liberamente il mio senso e con quella confidenza che passa tra noi, a me pare che questo Signore non solo non intenda bene l'opinione di V. S. Ecc.ma, ma ne anco la propria: quella di V. S. Ecc.ma([354]), perchè, pretendendo che la luna nella quadratura e nel novilunio, per esser egualmente distante dalla terra, egualmente anco dovesse esser da quella illuminata, mostra di non capir bene che nella quadratura la sola metà del'emisferio terrestre ribatte la luce del sole, là dove vicino al novilunio tutto l'emisferio lo riflette; la propria non mi par che capisca, perchè volendola appoggiare al lume crepuscolino dell'aria ambiente la luna nella parte aversa a i corni illuminati, da V. S. Ecc.ma introdotto, non so poi vedere come vogli addattar questa luce a tutto il resto del disco lunare, se forsi e' non credesse che in terra, quando a noi comincia l'aurora, cominciasse anco nel Perù e nella Spagna, il che sarebbe poi error più massiccio. Giudico dunque bene che V. S. Ecc.ma, mentre non venghino in campo argomenti più saldi, possa lasciar la briga di rispondere: che se pur la non vuole lasciar così trascorrer tal opra senza replica, m'offerisco di farlo io a capo per capo col'ordinario seguente, e mandarne a V. S. Ecc.ma la lettera, acciochè, se giudicherà, ch'io habbia interamente sodisfatto a questo Signore, gli mandi la mia risposta.

Resto poi attonito della lunga dimora delle risposte di Parigi([355]), e non so imaginarmi come sia possibile che quattro lettere da noi scritte siano andate a male. Ma non occorre altro: alle grandi imprese sempre s'attraversa la fortuna. I moti sono agiustatissimi, ed io in breve havrò al'ordine l'efemeridi per tutto l'anno seguente.

Questo è quanto m'occorre significarle per hora; e stando con desiderio di sentir nuove di lei, le bacio affettuosissimamente la mano.

 

Di Genova, li 17 di Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Se V. S. Ecc.ma mi avviserà di qualche bel problema intorno a' lumi diretti e reflessi, eclissi lunari e solari, come mi scrive haver avvertito, mi farà sommo favore.

 

 

Cordialiss.o e Vero Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3971*.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all'Aja].

Parigi, 18 (o 28?) febbraio 1640.

 

Dalle pag. 57-58 del Liber secundus de conspiciliis ecc., citato nell'informazione premessa al n.°3521. Nel Tomo III, pag. 454-455, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201 si ha una traduzione italiana, alquanto libera e compendiata, di una parte di questa lettera, traduzione che verisimilmente fu inviata dallo stesso Diodati a Galileo; in capo ad essa si legge: «Lettera d'Elia Deodati a Costantino Ugenio, primo Segretario di Stato del Principe d'Oranges».

 

Monsieur,

 

L'accomplissement de la proposition de Monsieur Galilaei pour l'invention de la longitude, faicte à Messeigneurs les Estats Generaux, ayant receu diverses interruptions, premierement par l'entiere privation de la veue qui luy est survenue depuis deux ans, apres avoir peu auparavant perdu un oeil, et en second lieu, tout nouvellement, par le deceds de M.r Hortensius, qui seul survivoit des quattre Commissaires qui par Mes Seigneurs les Estats avoyent esté deputez pour cette affaire, il pourroit sembler, qu'estant combattue par tant de mauvaises rencontres, elle deubst succomber et demeurer abandonnée; n'estoit que l'auteur, personnage (par l'adveu de touts) sans pareil en sa profession, asseuré de la verité de sa proposition, persiste avec une constance invincible à la vouloir poursuivre de tout son pouvoir jusques au dernier bout, ayant (comme vous verrez, Monsienr, par la copie cy joincte de la lettre([356]) qu'il m'a escripte) henreusement....([357]) instruict pour suppléer pleinement à tout ce à quoy, en l'estat ou il est reduit, il n'eust peu satisfaire: ne restant aprés cela si non que de la part de Messeig.rs les Estats Generaux estant correspondu a cette bonne intention, pour la suite et pour la perfection d'une si grande oeuvre (y estant fort bien acheminée par l'aide d'un si digne personnage) il plaise a Leurs Ex.ces deputer d'autres Commissaires, au lieu de Mess.rs Real, Hortensius, Beckmannus et Blaeu qui sont defuncts, anxquels touts les papiers de cette affaire, consignés à feu Monsieur Hortensius, seront delivrés; pour cet effect ne pouvant (pour satisfaire à la priere du S.r Galilei) m'adresser à autre qu'à vous, Monsieur, non seulement pour estre l'asyle et le refuge en ces pays là de touts les hommes vertueux, mais principalement pour les grands merites([358]) que par le passé vous vous estes desia acquis en cette affaire, tout l'heureux acheminement d'icelle estant deub à la protection qu'il vous en a pleu prendre, qui me faict esperer que vous ne la voudrez point abandonner([359]) à present en sa nouvelle ressource, ains la remettrez en vigueur pour triompher de son establissement, et que portant vous accepterez favorablement la treshumble supplication que je vous en fay, soubz protestation de vous en avoir les mesmes obligations que l'auteur, auquel je donneray advis des faveurs que vous luy departirez en cette occurrence et de tout le succes de ce qu'il attend et desire, suivant ce qu'il vous plaira prendre la peine de m'en escrire (ce que j'attendray avec devotion), vous en suppliant treshumblement, et de m'honorer de vos commendements, afin de vous pouvoir tesmoigner par les effects que je suis veritablement etc.,

Monsieur, sachant combien vous estes amateur de toutes belles et curieuses recerches, je vous envoye le titre d'un livre de l'aymant, qui s'imprime à Rome et doibt estre achevé d'imprimer dans 2 ou 3 mois, d'ou il m'a esté envoyé par un de mes amis pour le communiquer et convier ceux qui ont speculé sur cette matiere d'y contribuer, l'auteur promettant de professer et recognoistre avec eloge en son livre et d'y nommer ceux qui luy auront envoyé leurs observations. Mais pour mon regard, je vous l'envoye pour en user comme il vous plaira, esperant (quand autre chose ne seroit) qu'il vous sera agreable pour la nouveauté et pour les curieuses recerches. Restera à voir si l'oeuvre respondra à l'attente.

 

 

Monsieur,

De Paris, le 28 de Febrarier([360]) 1640.

 

 

Vostre treshumble Serviteur

Diodati.

 

 

 

3972.

 

GALILEO a BONAVENTURA CAVALIERI [in Bologna].

Arcetri, 24 febbraio 1640.

 

Dalle pag. 3-4 dell'opuscolo intitolato: Lettera a' filateti di Timauro Antiate della vera storia della cicloide e della famosissima esperienza dell'argento vivo; In Firenze, all'insegna della Stella, 1663. Carlo Dati, che si nasconde sotto lo pseudonimo di Timauro Antiate, c'informa, nelle notizie premesse alla lettera, che questa era scritta per mano del P. Clemente Settimi.

 

Rispondendo alla gratissima della P. V. molto R.([361]) con quella confidenza che tra amici veri si conviene e che veggo ch'ella usa meco, gli dico che non posso a bastanza maravigliarmi della maniera del discorrere e filosofare del Sig. Liceti: la qual maniera mi pare che in languidezza ecceda quella di qualsivoglia meno anco che mediocremente uso a discorrere e sillogizare; e mi dispiace che questo concetto si sia risvegliato tra' letterati di Pisa([362]) e di Genova([363]). Poichè mi trovo in necessità di purgarmi da' mancamenti impostimi, non so se io saprò trovar maniera tanto placida, modesta e civile, che io non mi conciti almeno in parte la indignazione di questo filosofo. Io, benchè averei larghissimo campo di notare moltissime leggerezze nella gran moltitudine de' suoi scritti, lascerò scorrere tutto il resto, e solo mi fermerò sopra le impugnazioni che egli fa contro di me; e per ora anderò esaminando le leggerezze ch'egli adduce in riprovare la mia oppinione del tenue candore della luna, del quale deferisco la causa nel lume ripercosso dalla terra illustrata dal sole. Vedrà a suo tempo quello che io produrrò, benchè per conoscere la nullità de' discorsi di questo filosofo ella non habbia bisogno d'altro che d'una semplicissima e momentanea scorsa sopra quello ch'egli scrive.

De' quesiti mandatigli di Francia non so che ne sia stato dimostrato alcuno. Gli ho con lei per difficili molto a essere sciolti. Quella linea arcuata sono più di cinquant'anni che mi venne in mente il descriverla, e l'ammirai per una curvità graziosissima per adattarla agli archi d'un ponte. Feci sopra di essa, e sopra lo spazio da lei e dalla([364]) sua corda compreso, diversi tentativi per dimostrarne qualche passione, e parvemi da principio che tale spazio potesse esser triplo del cerchio che lo descrive; ma non fu così, benchè la differenza non sia molta. Tocca all'ingegno del P. Cavalieri, e non ad altro, il ritrovarne il tutto, o mettere tutti li specolativi in disperazione di poter venire a capo di questa contemplazione.

Ebbi circa un anno fa una scrittura di un P. Mersenno de' Minimi di S. Francesco di Paola, mandatami da Parigi, ma scrittami in caratteri tali, che tutta l'accademia di Firenze non ne potette intender tanto che se ne potesse trar costrutto alcuno. Vedevasi che conteneva alcuni dubbi sopra alcune mie proposizioni, e pareva che ne domandasse la soluzione. Io risposi all'amico che me la mandò, che facesse intendere al detto Padre che mi scrivesse in carattere più intelligibile, perchè qua non aviamo nè la sfinge nè altri interpreti di misteri reconditi([365]); ma non ho poi inteso altro.

Sento grande afflizione de' suoi travagli, i quali accrescono i miei, che sono tali che posso con verità dire di ritrovarmi in uno inferno terrestre superficiale, poichè non mi avanza momento di tempo che io possa passare senza lamentare. Piace al Signor Iddio così, e in ciò doviamo quietarci. Mi continui il suo amore, mentre con ogni affetto la riverisco.

 

D'Arcetri, li 24 Febbraio 1639([366]).

 

 

 

3973.

 

GALILEO a BENEDETTO GUERRINI [in Pisa].

Arcetri, 24 febbraio 1640.

 

Dalle Memorie e Lettere inedite finora o disperse di Galileo Galilei, ordinate ed illustrate con annotazioni dal cav. Giambatista Venturi ecc., Parte seconda, Modena, per G. Vincenzi e Comp., M.DCCC.XXI, pag. 221. Il Venturi trasse la presente dall'originale, sottoscritto, com'egli afferma, colle iniziali del nome e cognome «formate del carattere consueto del Galileo» (pag. 219). La lettera era stata edita già da Giambatista Tondini nel Tomo II, pag. 28-29, dell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 3478, ma con qualche grave scorrezione: il Tondini però pubblica anche le ultime parole: «E qui.... 1639», che il Venturi trascura.

 

Avendo per la gratissima di V. S. molto Illustre inteso gli ordini dati dal Serenissimo Gran Duca nostro Signore in materia del vino([367]), del quale l'A. S. mi favorisce et onora, mandai alla cantina per averne due fiaschi; ma dissero i cantinieri, non aver ricevuta commessione alcuna, onde ne restai senza: e mentre ch'ella mi accenna, la volontà di S. A. essere stata di propria bocca significata all'Illustrissimo Signor Marchese Colloredo, ho giudicato essere mio obbligo necessario dare un motto a S. S. Illustrissima d'avere io (ma non prima che adesso) inteso di tal commissione, e perciò supplicarla a porla in esecuzione, con assicurarla che glie ne terrò perpetuo obbligo e che, dopo la persona del Serenissimo Gran Duca, riconoscerò la grazia et il regalo dalla cortese mano di S. S. Illustrissima. Prego dunque V. S. molto Illustre a recapitar la qui allegata.

Ho sentito piacere che il Serenissimo Gran Duca abbia esaminato il giovanetto Viviani e mostratogli d'aver caro che frequenti la visita di casa mia, con prevalersi di quell'aiuto ne' suoi studi che dal debile stato mio gli potrà essere somministrato; e la speranza che ho del progresso che sia per fare negli studi, sì per l'attitudine dell'ingegno come per l'assiduità colla quale si applica e per il gusto che prende della qualità degli studi, mi fa intraprendere quest'opera senza sentirvi aggravio o stanchezza. Egli non è ancora ritornato, ma da casa sua intendo che tornerà domani; ed intanto rendo grazie a V. S. del trimestre consegnatogli([368]). E qui con riverente affetto le bacio le mani e prego da Dio felicità.

 

D'Arcetri, 24 Febbraio 1639([369]).

 

 

 

3974.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 29 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 112. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Sono stato molti giorni assai peggio del solito, e non sono ancora ritornato in quel posto mio ordinario, che, ancorchè cattivo, pure era migliore del presente. Perdonimi però di grazia V. S. molto Ill.re et Ecc.ma s'io ho differito lo scrivere, e s'io scrivo adesso brevemente.

Hebbi per mano del Sig.r Viviani lire trentasei e soldi tredici.

Presi 9 braccia e 1/2 di quell'accordellato, e lo pagai manco per essere uno scampolo appunto etc. Costò tre pezze, cioè £ 17.5; e il conto del sarto è importato £ 4, che fanno £ 21. 5.

Non ho ancor potuto havere il libro del Liceti e legger quel capitolo 49([370]). L'ho avvisato a' SS.ri Marsilii e Stecchini, che hanno moltiplicato le risa. Il sentir poi noi che il risponderli V. S. Ecc.ma potrebbe esser causa di conferire ella al mondo qualche novità di garbo, ci ha fatto variar parere e desiderare ch'ella risponda pure, perchè i frutti, e massime le novellizie di V. S. Ecc.ma, son cosa troppo ghiotta, troppo singolare, troppo divina. Resto con reverirla devotamente insieme co' SS. Marsilii e Stecchini.

 

Pisa, 29 Febb. 1639([371]).

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.e

Dino Peri.

 

 

 

3975**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 29 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 178-179. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

M'è finalmente pervenuto alle mani il libro De lapide Bononiensi([372]), publicato dal'Ecc.mo Sig.r Liceti, ed ho con molta curiosità letto il cap. L, nel quale detto Signore argomenta contro l'opinione di V. S. Ecc.ma, che stima quella luce secondaria del disco lunare intorno a' novilunii esser un riflesso de' raggi solari, colà dal globo della terra ribattuti; e perchè la mi commanda ch'io debba in ciò esporre il mio senso, benchè l'affetto della patria commune con quel Signore, e molto più l'eminenza del sogetto, possa farmi andar ritenuto nel contradirli, tutta via, e per la libertà del mio genio e per ubbidir a' cenni di V. S. Ecc.ma([373]), dirò speditamente quel che ne sento, stimando che quando pure e' pervenga all'orecchie di lui, se havrò havuto fortuna di propor cose vere non dovrà riputarsene offeso, o pure sia per levarmi d'errore quando ch'io mi trovi ingannato.

E primieramente, confesso l'ignoranza mia di non intender bene la di lui conclusione, mentre che chiama quella secondaria luce del disco lunare coniunctum quid ex imbecilla lunae luce nativa et lumine solis in ipsam repercusso reflexoque ab aetheris alti partibus, lunare corpus ambientibus([374]): non intendo, dico, il modo col quale sia possibile che percotendo il raggio solare nel'aria ambiente la luna, venga poi ad esser ripercosso in tutto il resto del disco e verso le parti del mezzo; perchè parmi che quando ciò esser potesse, lo stesso effetto dovrebbe anco nella terra succedere, e n'avverrebbe che riflettendosi lo stesso raggio solare nel'aria che la circonda, leverebbe in tutto dal mondo l'oscurità della notte. Ma io veggio, se non m'inganno, l'intoppo che à qui fatto inciampar quel Signore. Afferma V. S. Ecc.ma([375]) che quella secondaria luce della luna che alquanto più viva si vede nello estremo della circonferenza opposta alle corna illuminate, puol esser una tal aurora lunare, cagionata colà dal reflesso di que' raggi solari che, dall'aria ambiente la luna ribattuti, in essa si vedono: il che è, per mio creder, verissimo; ma non è già vero per questo che tal riflesso possa diffondersi poi per lo restante del disco, accadendo colà per apunto tutto ciò che qui in terra succede, cioè che mentre il raggio del sole ripercosso dall'aria che ne circonda cagiona la luce crepuscolina della sera o del mattino, non la diffonde per questo per lo restante della terra, ma mentre, per essempio, la nostra Italia rischiara, lascia hor il Gange hor l'America del tutto in braccio alla notte. In proposito di che voglio adesso agiunger anch'io un mio pensiero, per cui stimo poter arrecarsi un'altra ragione di questa maggior luce del limbo che non è nel mezzo alla luna; et è quella stessa per cui V. S. Ecc.ma([376]) ne insegnò che nella luna piena vediamo le parti della circonferenza risplender con luce più viva che non fan le più prossime al centro, cioè a dire il riflettersi de' raggi solari all'occhio nostro molto più vivamente dalle lucidissime punte de' monti lunari, moltiplicate alla nostra vista molto più verso la circonferenza che verso del mezzo, ove son sparse a mescolate con altre parti meno atte a ripercuoter i raggi: e tanto più in questo pensiero mi confermo, quanto che pur vicino alla quadratura, quando il crepuscolo lunare a noi invisibil si trova, per ogni modo par che si scorga in quella debolissima luce questa istessa differenza di lume.

Ma vediamo hormai le ragioni per le quali si muove l'Ecc.mo Sig.r Liceti a creder che questa secondaria luce della luna non possa derivare dal riflesso della terra. La prima delle quali è, che essendo la luna così distante da tal riflesso circa il novilunio come dopo la prima quadratura, dovrebbe per conseguenza nell'una e nel'altra occasione vedersi egualmente illustrata; il che però non succede, essendo molto maggiore questa secondaria luce presso il novilunio di quello che sia dopo il quarto: che se, per lo contrario, diremo venirli la luce dal riflesso del'aria vicina, essendo la luna, con detta aria ambiente, più lontana al sole nel quarto che nel novilunio, ne verrà conseguentemente che più nel novilunio che nella quadratura apparir dovrà lucida e chiara, come per apunto succede. Hor vagliami il vero, Sig.r Galileo: qui sento nascermi scrupulo cho cotesto Signore non habbia forsi fatto quell'intero concetto della positione di V. S. Ecc.ma che parmi saria neccessario; poichè se havesse fatto riflessione che nel tempo che la luna è al quarto non vede altro che un quarto della terra illuminato dal sole, e da quel solo riceve il riflesso de' raggi, là dove ne' confini del novilunio vede tutto l'emisfero illustrato e da tutto si ribatte la luce, havrebbe chiaramente veduta la soluzione del dubio, essendo che, sì come nel quarto la luna minor luce ne presta di quello che nel plenilunio ci faccia, così con iscambievol vicenda la terra nel novilunio alla stessa maggior quantità di raggi riflette di quello che nella quadra ministri. Oltre che non ben veggo come gli si possa concedere, che essendo la luna più lontana dal sole nella quadratura che non è circa la congiuntione, debba per ciò seguirne che quando i raggi si riflettessero dal'aria ambiente nel disco lunare, potesse questa diversità di lontananze cagionar differenza sensibile nell'illuminatione di quello; poi che non la cagionando ne' raggi diretti, che mostrano le corna lucide splender nello stesso modo che fa successivamente fin al plenilunio tutto il restante del disco, non so veder come poi la debbano cagionare in quelli che da essi si riflettono.

Ma passiamo avvanti. Sogiunge questo Signore, che essendo che in plenilunio terra perfunditur a luna fulgidissimis radiis, quibus plenilunii noctes illustrissimae fiunt, ne dovrebbe e converso seguire che in coniunctione lunare corpus deberet esse, atque a nobis aspici, splendidius quam terrae facies in plenilunii nocte([377]). Al che rispondo che egli ha molto ben ragione, e che così per apunto succede; ma sì come noi vediamo l'illuminatione fatta dalla terra nel disco lunare stando lontani da quello, così quando vogliamo compararla con la luce che la luna ripercuote in terra, non bisogna mettersi in minor lontananza di quello che sia dalla luna a noi, che così caminerà bene il paragone. E so ben io che qua giù basso la notte del plenilunio ci sembra più chiara del disco della luna sparso di quella secondaria luce; ma da questo altro non si cava, se non che chi è più vicino al lume, meglio lo vede. Confesso bene di non intendere che cosa habbiano da far le cavità della luna co' spechii concavi, e credo che quando la luna fusse come uno spechio concavo, ci darebbe poca materia da filosofare, perchè non si potendo da noi, che siamo lontani dal punto ov'ella unirebbe i raggi reflessi, vederne altro che una piciolissima parte illuminata, quella dal'altro canto fora così lontana, che ne sarebbe al tutto invisibile.

Seguiamo adunque la terza instanza. Insuper, dice egli, si terra solare lumen in luna repercuteret, ac magis vividum, ut aiunt, quam illud quod a luna reflectitur in terram, luna solem nobis eclipsare non posset, sed, verius, in eclipsi solari dies non obscuraretur; e ne rende la ragione, perchè minus lucidum magis lucido copulatum illius illuminationem non impedit([378]). La quale, se pur è vera, non so io vedere per qual cagione non militi contro lo stesso Sig.r Liceti; poichè essendo nel tempo del'eclisse illuminata l'aria ambiente la luna nello stesso modo che è circa il plenilunio, et havendo anco in quel tempo quel poco di luce nativa che egli le attribuisce, se vero è che minus lucidum magis lucido etc.; bisognerà neccessariamente concludere che neanco in sentenza di detto Signore sia per succeder eclisse. Ma io dubito che vi sia differenza tra il minus lucidum copulatum et interpositum, e non voglio già credere che il Sig.r Fortunio sia per negarmi che se interpongo fra il mio occhio e 'l disco del sole un tizzone acceso, questo non sia per nascondermelo, benchè infinitamente men lucido di quello. Oltre che il cono dell'ombra lunare, che alhora rende oscura buona parte della terra, non è così tenue come forse egli stima, essendo più d'un terzo del disco di essa. E poi, chi mi assecura che quando nel'eclisse solare si è fatta notte sì profonda che si son viste le stelle, chi m'assecura, dico, che non si sia veduta anco la luna sparsa di tal luce reflessa? Stimeremo noi forse che dal'haver scritto gli istorici che le stelle in tal punto aparivano, si cavi che il disco lunare non habbia havuta questa secondaria illuminatione, come che ella fosse atta a rischiarar le tenebre ed involarci le stelle? Certo no, anzi se debbo dir un tal mio pensiero, mentre mi ricordo che alcuni hanno stimata la luna corpo diaffano perchè nella solar eclisse notarono il disco di essa sparso di qualche luce, vo dubitando che tal luce fusse per apunto quella che dalle parti della terra non eclissate colà venia ripercossa.

Che poi, se la terra riflettesse i raggi solari nella luna, dovessero questi così scaldar l'aria nostra, che non potessero nascervi nuvole, pioggie o tempeste, io in quanto a me non so vederne la cagione; et il dirmi che se la luna nel plenilunio scalda la terra, in conseguenza dovrà il raggio del sole reflesso insieme col diretto molto più scaldarla, appresso di me non amette difficoltà, perchè così per apunto succede, et io sento molto più caldo quando di giorno mi trovo percosso da' raggi del sole diretti e reflessi, che non fo la notte al lume della luna piena. Ma che poi il caldo che sento sia tale che possa impedir le pioggie, le nevi e le brine, non mi sembra del tutto ben certo, e credo che così il caldo del giorno come il freddo della notte sia neccessario per produrle.

Non è dunque la luce secondaria del disco lunare, altro che il reflesso de' raggi del sole, colà dalla terra ripercossi; nè perchè nel'eclisse della luna ella resti sparsa di qualche luce, può paragonarsi con la pietra di Bologna, perchè tal lume, come ben avverte il Keplero, vien cagionato da' raggi del sole che, battendo nell'aria contermina alla terra, si ripiegano e reflettono verso la luna e di tal luce la spargano, come nella seguente figura può vedersi;

 


 

Con che per fine a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente la mano, e prego a continuarmi il favore de' suoi commandamenti.

 

Di Genova, li 29 di Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3976.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 3 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 183. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non ho più scritto a V. S. Ecc.ma doppo la ricevuta della gratissima sua per non attediarla, non mi occorrendo cosa necessaria; e benchè hora non habbi pure cosa che importi da dirle, non voglio però tralasciare di riverirla in questo tempo solenne e di augurarle felice Pasqua, com'io faccio, desideroso d'intendere di lei buone nuove.

Non so s'io li habbi scritto che ho inteso essere uscito di nuovo un libro dall'Ollanda intitolato: Philolaus, De vero mundi systemate([379]), che tiene l'opinione del moto terrestre, et è l'autore franzese, se ho inteso bene; però io non l'ho visto.

Circa il Sig.r Liceti, è un pezzo ch'io non l'ho visto: mi dimandò però l'ultima volta s'io havevo niente di nuovo da lei; al quale, dissi di no, et egli mi accennò con tale occasione che s'era finito di stampare un altro libro De lumine([380]) et un altro De centro et circumferentia([381]): sì che veda con quanta facilità egli stampa libri, che non credo si potriano quasi leggere così facilmente com'egli li stampa. Aspettarò di vedere la risposta al suo cap. 50 delle pietre lucifere, acciò egli riconosca il suo duplicato errore. Per tanto, non occorrendomi altro per hora, finisco con baciarli affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 3 Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

3977*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 4 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 204. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

In esecuzione della cortesissima lettera di V. S., se conoscerò di poter fermare la speranza, che mi pare di aver concepita, del'emenda di Pierino, lo ricondurrò costì, senza lasciarmi però intendere da lui di avere appicho di poterlo rimettere, nè anche della sopraabondante amorevoleza che V. S. ha intenzione di usarli ancora che egli non si raffermi, acciò che egli abbi maggior occasione di conoscere il suo errore; e credo senza altro che le male creanze usate da lui sin ora, dopo molto disgusto sieno per causare in me questo buono effetto, di farmi rivedere e godere almeno per un giorno la desideratissima presenza di V. S., prima che io non credevo, e così anche il Sig.r Viviani([382]), al quale non posso far di meno di non portare affetto, sì per i suoi meriti, sì ancora perchè reverisce V. S. Alla quale invio un panierino di uva e quattro tordi, che gli goda per mio amore, mentre co 'l fine gli prego dal Cielo cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 4 Marzo 1639([383]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3978**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 9 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 185. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho gusto ch'ella habbia havuta nuova di Parigi che il Sig.r Diodati habbia ricevuta la sua; e venendo la risposta, potrà darmene avviso, con agiunger alla soprascritta S. Stefano, perchè così ho le lettere più sicure.

Le mandai colle passate una mia in risposta([384]) alle obiezioni del Sig.r Liceti, non perchè io stimassi ch'elleno n'havessero di bisogno, ma per mostrar a V. S. Ecc.ma il mio senso. M'è poi occorso di riveder il suo Nunzio Sydereo, e veggo che dove ella tratta del'aurora lunare, non ne parla conforme io dalle parole del Liceti m'era creduto. Desidero però che V. S. Ecc.ma m'avvisi, s'ella stima che il vedersi la parte o circonferenza del disco lunare opposta alle corna illuminate più lucida del resto potesse derivare, ne' giorni più vicini alla congiunzione, da questa aurora, che in tal tempo da noi si potesse vedere, sì come io m'era imaginato.

In quanto alle effemeridi delle Stelle Medicee, le andrò di mano in mano calcolando; e già la settimana passata mandai al Ser.mo G. Duca et al Sig.r Principe Leopoldo il dissegno delle constituzioni future in questo mese. E mentre sto con sommo desiderio attendendo che V. S. Ecc.ma mi mandi le sue considerazioni sopra gli argomenti del Liceti, affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 9 di Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3979*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 10 marzo 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXIV, n.° 68. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Vivendo ansioso di intender spesso del suo stato, essendo molto tempo che non mi capitano lettere di V. S. Ecc.ma, vengo con queste poche righe a ricordarmele, et insieme pregarla volermene far dar parte, che lo riceverò a favore singularissimo. Et a V. S. molto Ill.re Ecc.ma offerendomi, baccio le mani.

 

Di Venetia, li 10 Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori: [....] mio

L'Ecc.mo S.r Galileo Galilei, D.r Mat.co

R.to al S.r Mastro delle Poste di Fiorenza.

Arcetri.

 

 

 

3980**.

 

GIOVANNI PIERONI a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Vienna, 10 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinucciniana 8. F. 2, inserto segnato «Dodici lettere di Giovanni Pieroni ecc.», lett. n.° 3. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

E che spirito viene a V. S. Ill.ma di dire che io potrei un tratto ripatriare? e che titillarmi al cuore è quello di dirmi, forse prima ch'io non credo? Oh volesse Iddio che qualche cosa fusse! Confesso a V. S. Ill.ma, che da poi ch'io fui costà, mi s'è tanto impresso il desiderio di tornarvi, che penso del continovo come potrebb'essere; ma ci veggo difficultati quasi insuperabili. Per qua io son reso quasi necessario, per l'informattione che ho di tutti i paesi; ci son solo, in credito, ben volsutto, benissimo trattato; sarei ingratissimo a tentare io. Quanto a me, ho beni (hora recuperati dalle mani del nemico) per 60ma fiorini: a tenerli e star lontano, frutterebbero niente; a venderli, forse non arriverei a 40, e di contanti pronti a pena 10 o 15, e gl'altri chi sa quando. Ho tre figliuole grande da accomodare: lasciarle qua accomodate, mi dorrebbe grandemente; menarle non accomodate, sarebbero mercantia forse discreditata (benchè sarebbe a torto, perchè in casa mia si vive all'italiana con ogni rigore); e se pure, bisognerebbe gran spesa di dote più che qua. Io, povero, in capo a 18 o più anni, tornare a dover servire per necessità, in vece di riposo della vecchiezza, mi sarebbe di gran mortificatione, che pur qua, ancorch'io fusse senza servitio, ho da vivere da signore con i beni; e qui godo una casa fabbricata da S. M. per mia abitatione, tanto a mio modo e bella e gustosa quanto ho saputo disponerla et ordinarla a mio modo. Con tutto ciò volesse Idio che qualche cosa fusse: fuss'egli Suo volere ch'io dovessi tornare a così cara patria, a godere di servire quel Padrone che Idio mi ha dato naturale, a goder di servire li miei padroni come V. S. Ill.ma, che fra tutti mi sarebbe singolarissimo sempre, tanto mi hanno innamorato le gentilissime sue maniere. Ma la corda che ella ha toccato ha risuonato a bastanza, se non troppo: scusi ella la delicatezza della materia.

Ho contento che V. S. Ill.ma resti capace a suo gusto di quelli aspetti([385]): io vo calculando tutta via i medesimi con le latitudini, ma mi riesce adagio, perchè ho molto da disegnare per S. M.; pure ci ho stimolo. E perchè lei mi tocca dello stampargli, bisogna ch'io gli dica che ho un concetto e qualche principio di voler fare un libro De stellis fixis, nel quale io harei da ponere questi sopradetti aspetti e molte altre cose, alcune dimostrativamente, alcune per altra via probabili; perchè io vorrei dire del numero, del luogo, della grandezza, della luce, della sostanza, del moto, della natura e delli effetti loro, in ciascuno de' quali harei qualche cosa, credo, di singolare. Per esempio, del numero, io ho nelle Pleiadi stelle 52, e con gl'occhi se ne veggono 6 sole; e di tutte ho la loro longitudine e latitudine e grandezza, che arrivano ad essere insino di 12 grandezze. Del luogo, intendo di poter dimostrare una distanza loro di centinara di volte più della creduta; dal che deriva, la grandezza loro esser molta, ma forse non maggiore di quella del sole. Al che succede che la luce loro sia propria come la del sole, e però che esse et il sole siano tutte d'una sostanza, la quale, detto a V. S. Ill.ma in somma confidenza, non è altro che lapis candente; e dedurrò qualche bizzarra e forse bella speculattione per prova. Ma che dirà poi ella, se io gli dirò che mostrerò il moto loro essere inuguale ne' momenti del tempo, sì che le vanno a salti o, per meglio dire, a scosse o trepidando? Mi manca ancora di far le osservattioni come in diverse hore si muovano di differente velocità, il che è l'ultimo mio e principale scopo. In un'altra parte poi bisognerebbe parlare della natura et effetti loro, ponendo gl'aspetti detti e le osservattioni di loro, con rinvergare la dottrina antica di quei gradi lucidi etc.; e poi ci vorrebbono i calculi loro a tutti i poli, del quale ho fatto principio per a due secoli, ciò è al 1600 et al 1700, acciò sia commodo per cento anni avanti e doppo, ciò è dal 1500 al 1800 al meno, secondo la correttione loro fatta da Ticone. Questo pensiero mi tiene che io non vorrei hora stampare quella bagattella sola degl'aspetti, ma far tutto insieme, ancorchè in questo ci ho anche difficultà, perchè mi par vergogna stampar io, capitano, trattati di stelle, che dovrei o tacere o scriver di guerra o di fortificatione, che professo; ma a queste non facilmente mi ridurrò, parendomi troppo aliene cose dalla speculattione matematica, se non certe cose geometriche nuove che ho per la fortificatione. Però sente V. S. Ill.ma che cosa mi ritiene hora; ma quand'io fusse in ordine per stampar tutto, non potrei haver gratia nè favor maggiore del suo a farlo far costì, perchè sarebbe sotto la sua protettione meglio eseguito, in meglior carta, e la spesa non mi sarebbe tanta come qua: però un poco di tempo che io habbia, ho gran volontà di metterlo insieme, se V. S. Ill.ma non lo reputa, come forse è, una sciocchezza, che mi sarà a suo tempo gran gratia che ella mi favorisca del suo giuditio.

Il globo che V. S. Ill.ma pensa di fare, starà molto bene, ancorchè, per dover esser grande, sarà alquanto scomodo. Io ho fatto un zodiaco di carta grossa, lungo braccia 3 1/4, ciò è la carta, e larga tanto che vi ho segnato due quadri lunghi, larghi ciascuno circa 1/4 di braccio e lontani uno dall'altro due dita, ciò è quanto importano tre gradi; così ho diviso ciascuno in 6 parte o segni, e poi ne' suoi 30 gradi, segnati come in foglietto gli includo([386]): et in questo ho segnate le stelle e gl'orizonti e gl'aspetti; e così segnandovi ogn'anno gentilmente di lapis la via de' pianeti, veggo 'n un subito quanto desidero. E per hora desidero che ella mi faccia honore de' suoi comandi e della sua gratia, come ne la supplico con instanza; e li fo umilissima riverenza.

 

Di Vienna, li 10 Marzo 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3981.

 

LEOPOLDO DE' MEDICI a GALILEO [in Arcetri].

Pisa, 11 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII. 1, car. 101. – Autografa la firma.

 

Sig.r Galileo,

 

Mi disse a questi giorni il Dottor Marsili che il Liceti havea stampato in un libro De lapide Bononiensi([387]) una sua opinione intorno al secondario lume della luna, diversa da quella di V. S., alla quale egli con diversi argumenti contrariava. Io per mio spasso volsi vedere, alla presenza del Marsili e del P. Francesco([388]) e P. Ambrogio([389]), quello che questo huomo opponeva all'ingegnoso suo pensiero e da me tenuto per vero; e benchè gli argumenti del contradittore non habbino bisogno di risposta, per essere tanto frioli, ad ogni modo perchè questo puol esser causa al suo ingegno d'insegnarci qualche novità o vero di chiarire maggiormente alcuna delle cose dette da lei in questo proposito, desidero, poichè io non posso discorrer seco di presenza, che ella si contenti di participarmi in scritto il suo pensiero intorno a queste nuove opposizioni. E mentre le ricordo il mio affetto con pronto desiderio nelle sue occorrenze, le desidero ogni contento.

 

Pisa, 11 Marzo 1639([390]).

 

 

 

3982.

 

GALILEO a [LEOPOLDO DE' MEDICI in Pisa].

Arcetri, 13 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 97. – Autografa la firma; il resto è di mano di Vincenzio Viviani. A car. 96 dello stesso codice si ha, pur di mano del Viviani, una copia della lettera, la quale presenta poche e insignificanti differenze formali.

 

Serenissimo Principe e mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Le contradizioni poste dal Sig.r filosofo Liceti nel suo libro De lapide Bononiensi, nuovamente pubblicate, al cap. L([391]), contro alla mia oppinione intorno al tenue lume secondario che si scorge([392]) tal volta nel disco lunare, e che io lo stimo effetto del reflesso de i raggi solari nella terrestre superficie; tali, dico, contradizioni et opposizioni non pure mi si rappresentano scusabili e da esser lasciate sotto silenzio, ma plausibili e degne di esser da me sommamente gradite e tenute in pregio, poichè mi hanno fruttato acquisto e guadagno così onorato et illustre, quale mi è stato la comparsa della umanissima et cortesissima lettera dalla A. V. S. mandatami, nella quale ella mi comanda che io liberamente gli deva aprire e communicare il mio senso circa le dette opposizioni. Io lo farò solo per obbedire al suo cenno, ma non perchè io pensi di esser per produrre cosa alcuna, in mantenimento della mia oppinione et in diminuzione delle opposizioni fattemi, la quale nella prima e semplice lettura non sia caduta in pensiero dell'A. V. S., usa a penetrare con l'acutezza del suo ingegno i più reconditi secreti di natura. Resti tra tanto l'Altezza V. S. servita di condonare al mio compassionevole stato la dilazione di qualche giorno nel porre ad effetto il suo comandamento, il quale, quando della mano e della vista già mia potessi servirmi, forse in una sola tirata di penna haverei esequito. E qui humilmente inchinandomi le bacio la veste, e le prego da Dio il colmo di felicità.

 

D'Arcetri, li 13 di Marzo 1639([393]).

Dell'Altezza V. Ser.ma

 

 

 

 

 

3983**.

 

[DANIELE SPINOLA a GALILEO in Arcetri].

[Genova, marzo 1640].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 170-171. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

S'io sapessi tanto ringraziar V. S. quanto ella mi favorisce, e s'io fossi tanto atto a dirle il parer mio intorno a quello che scrive il Sig.r Fortunio Liceti al cap. 50 del suo Liteosforo([394]) quanto V. S. mi onora col richiederlomi per mezzo del P. D. Vincenzo Renieri, io soddisfarei in qualche picciola parte colle parole a quel tanto di che io me le conservo debitore. Ma già che non posso giunger di molto a renderle le grazie dovute, m'ingegnerò almeno di dirle quella oppinion mia ch'ella mostra di voler sentire, avvegna che io m'assicuri di non esser in ciò punto dissimile da quel cieco che volesse disputar de' colori; e, se non ad altro, servirà, spero, questa in parte a farmi sapere (non accertando io il punto, come dubito, mercè del mio poco intendimento) in che maniera debbo rispondere a chi vuol sostenere l'oppinione del Sig.r Liceti: il quale, a dir ciò ch'io ne sento, ho paura che non habbia fatto quel concetto che fo io della dottrina di V. S. intorno al lume riflesso dalla terra alla luna; et a parlar fuor de' denti, o egli non l'ha intesa, o io non intendo lui.

Parmi che egli capisca che quel lume secondario della luna, se le vien dalla terra, debba venir accresciuto e sminuito dalla minore e maggior lontananza che tiene da essa. Et a me par d'intendere che lo riceva dal vedere or più ed or meno l'emisfero della terra illuminato dal sole, secondo che essa luna più vicina o lontana dalla congiunzione si trova.

Ha oppinione che cotal lume sia mandato alla luna dall'etere, che la circonda, illustrato dal sole, onde sia simile a i nostri crepuscoli; il che in parte ho per vero, parlandosi di quel chiarore che è nel lembo del disco lunare, essendo questo pensiero anche di V. S. Ma se di qui venisse, com'egli tiene, tutta la secondaria luce di quel globo, noi qua in terra, per la sua ragione, non doveremmo havere nessuna notte oscura, ma tutte sarebbon illuminate da continuo crepuscolo.

Ma che, posto che fosse vero ciò ch'egli dice, dovesse quel lume scemare nell'allontanarsi la luna dalla congiunzione, io non l'intendo. Perchè, se la vicinanza della luna al sole intende che sia vicinanza nel zodiaco, non capisco come i raggi del sole siano ricevuti men vivi dall'etere ambiente la luna in quadrato o in trino di quel luminare (dirò così), che in sestile o congiunta, parendomi che sempre vi percuotano vivi ad un modo (so che per rispetto di tal lontananza noi veramente non possiamo vedere quel crepusculo lunare, il quale, nel crescer la luna, fugge nella parte di lei superiore; ma questo non importa al proposito di lui): ma se vuol che la detta vicinanza o lontananza sia reale, di quella che misuriamo in semidiametri della terra, et è di parere che questa faccia rifletter lo splendor del sole a quel modo intorno alla congiunzione, e poi nel quadrato o nel trino la lontananza di più la duodecima parte in circa pensa che levi tutta la riflessione, se egli, dico, ciò crede, buon pro gli faccia.

Afferma, che se la terra riflettesse il lume del sole, dovrebbe farlo maggiormente della luna, il che non si vede seguire, essendo che la sperienza mostra esser assai più chiaro in terra nelle notti della quintadecima, che nella luna al tempo della congiunzione. S'egli è stato colassù in tal tempo, onde habbia di ciò potuto far paragone, mi rimetto; ma se non v'è stato, dubito ch'egli dica delle baie e che contraddica a sè stesso, il quale poco anzi vuol che derivi l'esser o non esser quel secondario lume nella luna dall'esser ella più o meno vicina al sole, et ora vuol che tanto chiara vediamo quella luce ch'è lontana dal cielo in terra, quanto quella c'habbiamo quaggiù negli occhi. Certo se la luce si riflette men gagliardamente da luogo più lontano, men viva si vedrà parimente in distanza grandissima di quello che si vegga presente.

Dice, che se la terra mandasse quel lume, ei si vedrebbe più vivo nel centro che nella circonferenza del disco lunare, per ragione di quelle concavità ch'egli vuol trasformare in specchi: come se, essendovi specchi, noi fossimo nel luogo dove mandassero la riflessione, e come se la luce non dovesse mostrarcisi maggiore di dove ci si manda dalle spesse cime de' monti lunari, che di onde si ribatte da varie cavità e lagune dello stesso corpo. E poi, S.r Fortunio, faccendo tutto camminare a vostro modo, non dovrà seguir lo stesso del lume che riceve dal sole? Se dite di no, bisogna ridere; se dite di sì, guardate la luna, che sempre, e più quando è piena, vi dà cento mentite, mostrandosi più risplendente nell'estremità che nel mezzo.

A quel che dice, che se la terra mandasse maggior lume alla luna di quello che da lei riceve, nell'eclisse solare non si oscurerebbe il giorno (come fa spesse volte), perchè un corpo manco lucido posto dinanzi ad uno più luminoso non gli leva il lume, io risponderei che questa sua proposizione è falsa, se il corpo men lucido non è trasparente; ma la luna è opaca; adunque etc. E di molte altre cose che se gli potrebbon dir contra, io aggiungerò solo, che allora quella secondaria luce nella luna, per sua confessione, pur vi è; ma, S.r Liceti, perchè debbe la luna manco impedir la luce del sole, venendole questo lume dalla terra che d'altrove? E se quel lume le viene dall'etere che la circonda et in parte è suo proprio (come voi affermate), e, secondo la vostra dottrina, allora è nel colmo, essendo la luna vicinissima al sole, non dovrà lasciar libera la faccia di quello più che venendole dalla terra, pure in parte oscurata? che vanità son le le vostre? et a che proposito le dite?

Io non intendo poi la necessità che pone, di veder tutta la luna, le notti vicine alla congiunzione, almeno sì viva come Venere di giorno, perchè Venere è illuminata dal sole di lume primario, e la luna dalla terra di secondario. Con tutto ciò, dico che la luna si vede sempre benissimo da chi vi bada, e Venere di giorno si vede molto di raro; onde la luna col mostrarsi sempre, ancorchè manco lucida, dovrebbe compensar lo splendor di Venere, che si lascia discerner sì poche volte. Ma questo sia detto di vantaggio (come anche quello di sopra intorno all'eclissi), perchè non si ha bisogno di difender che quel lume faccia più di quel che si vede che fa, ma si afferma, tale qual è, esser mandato dalla terra.

Toccante a quella dubbia luce ch'egli vuol metter a campo, che si scorge nella luna eclissata, un bell'umore gli dirà che la consideri bene, e poi consideri anche quella del globo della luna scema, e vedrà che, come dice Burchiello,

 

Da le buffole a l'oche è gran divario.

 

Non parlerò mica io di ciò ch'ei dice, che data la posizione di V. S., i raggi del sole ribattuti dalla terra nella mezzana regione dell'aria ne leverebbero la freddezza, assegno che più non vi si genererebbono acque, nevi e grandini; perchè non havendo mai veduto come questa roba si lavori, mi rimetterò facilmente a coloro a' quali il Maestro l'ha detto, e che sanno che nella mezzana regione vi è sempre quel freddo intenso. Ma intenderei ben volentieri ciò che rispondesse il Kepplero o il Mestlino, citato da lui alla facciata 14 del libretto intitolato Dissertatio cum Nuncio Sidereo, il quale scrive d'haver un giorno veduto nuvole e pioggia nella luna([395]), che pure, al detto del S.r Liceti, riflette efficacemente il lume del sole.

E perchè ciò che dice nel fine non mi par dissomigliante da quello c'habbiam già essaminato, non m'estenderò più in lungo. Ma non posso tacere che mi par vana la risposta data a quel falso quesito, onde avvenga che l'ombra del mezzodì sia minore che quella della mattina: parmi vana, dico, la risposta, perchè io non so discerner nell'aria del mezzodì vivezza di lume che faccia cotal effetto; e falso il quesito, perchè l'ombra mandata dal medesimo corpo nella medesima lontananza etc. io stimo che sia la stessa ad ogn'ora, così dettandomi la ragione.

Questo è quanto io, senza diffondermi come bisognerebbe, saprei rispondere al Sig.r Liceti in quel capitolo nel quale io credeva di trovar qualche dimostrazione che([396]). . . .

 

 

 

3984.

 

GALILEO a DANIELE SPINOLA [in Genova].

Arcetri, 19 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P, VI, T. VI, car. 105. – Copia di mano di Vincenzio Galilei. Sul di fuori si legge, della mano giovanile di Vincenzio Viviani: «Mia al Sig.r Daniele Spinola, in proposito del Sig.r Liceti».

 

Ill.mo Sig.re e P.ron mio Colend.mo

 

Io non negherò a V. S. Ill.ma che quanto ella mi scrive nella cortesissima sua lettera([397]) mi sia stato di contento grande, per vedere la sua affettuosa inclinazione verso le cose mie, mentre che ella si riduce a sostenere l'opinion mia contro alle obiezzioni fattemi da persona anco della sua patria; ma più ancora mi sarebbe stato grato che tale occasione non se gli fosse presentata: e questo dico per l'amicizia di molti anni passata tra l'Ecc.mo Sig.r Fortunio Liceti e me, per la quale haverei stimato che egli non si fusse, senza niente participarmi del suo pensiero, indotto a darmene i primi motti con le stampe, offizio che forse non meno haveva riguardo alla sua che alla mia reputazione. E credami V. S. Ill.ma che il maggior disgusto che io sento in questa azzione, procede dalla siccità e debolezza delle sue opposizioni; che se in esse fusse pur qualche spirito e vivezza d'ingegno, con maggior leggiadria sarebbe comparso in campo, et a me haverebbe porta occasione di mostrare qualche poco di maestria nello schermo. Io stavo fra le due, di rispondere qualche cosetta o del tutto tacere; ma tale irresoluzione mi fu levata da un comandamento del Ser.mo P. Leopoldo, il quale, dopo haver sentiti i pareri di alcuni litterati dello Studio di Pisa et il giudizio che essi facevano sopra le obiezzioni fattemi dal Sig.r Liceti, mi scrisse et ordinò che io dovessi aprirli il mio senso circa tali obiezzioni et anco conferirli quello che io havessi saputo e potuto dirli in mia difesa: nè potendo io mancare di ubidire al cenno di S. A. S., messi, con l'aiuto degli occhi e della mano di un mio caro amico, in carta quello che potrà V. S. Ill.ma ancora vedere fra pochi giorni, cioè quando io ne habbia potuto far trascrivere copia; che essendo la scrittura assai lunghetta, et io necessitato a ricorrere all'aiuto di altri, son costretto a interporre qualche più di tempo che non vorrei. Nelle mie risposte ci saranno quelle che sono sovvenute a V. S. Ill.ma et alcune altre di più, secondo che la mia perpetua vigilia mi ha dato tempo di poter andar vagando con la mente; e forse ci troverà qualche mio pensieruccio nuovo, et uno in particolare che è circa del rendere la cagione onde avvenga che in alcune eclissi totali della luna, talvolta, benchè immersa nelle parti di mezo del cono dell'ombra, ella si lascia pur scorgere alquanto, et altre volte talmente si perde di vista che è vano l'andarla con l'occhio ricercando, restando ella del tutto invisibile, et anco per assai lungo tempo. Circa cotale accidente, da me benissimo osservato, ho io filosofando in molti anni consumate molte e molte ore senza incontrar cosa che mi quieti; ora finalmente dovrò riconoscere questo guadagno dalle opposizioni del Sig.r Liceti, posto però che la mia mira sia andata dirittamente a terminare nello scopo.

L'occasione di sentire queste opposizioni hanno mosso un gentil'huomo amico mio a farmi avvertito come sono parecchi anni che il medesimo Sig.r Liceti scrisse e publicò un suo libro assai grosso sopra le comete e stelle nuove([398]), nel quale egli quasi in tutta l'opera mi è addosso con impugnazioni e contradizzioni a qualunque mio pensiero che dalle vulgate opinioni e dottrine punto punto si scosta. Io, fattomene leggere sparsamente in qua e in là molti stracci, sono veramente restato stordito nel sentirmi smaccare tutti quei frutterelli che io mi credeva haver raccolti dalla cultura di quel mio poderetto che io stimava non essere del tutto un campo di infeconda arena; ma è ben vero che, per quello che io comprendo, i frutti non sono stati svelti dalle radici, sì che non potessero ravvivarsi e germogliare ancora: ma la brevità del tempo, la mancanza delle forze, e qualche altra mia più grata occupazzioncella, mi faranno forse più fruttuosamente impiegare la fatica. Intanto, per non occupare più lungamente V. S. Ill.ma, gli rendo grazie del benigno offizio da lei usato in mio sollevamento, mentre con singulare affetto la reverisco e li prego dal Cielo intera felicità.

 

D'Arcetri, li 19 Marzo 1640.

Di V. S. Ill.ma

 

 

Oltre a gli errori in filosofia naturale, al mio parere scusabili, vegga V. S. Ill.ma un peccato in filosofia morale, molto più grave et inescusabile, mentre, il mio oppositore, per migliorare la causa sua, mi fa dire il contrario di quello che ho scritto; et egli medesimo inavertentemente si accusa e condanna. Legga alla faccia 245, versi 13([399]), dove egli registra mezo un mio periodo, che contiene una proposizione la quale io confuto nel resto del periodo, il quale ella potrà leggere nel cap. precedente, alla faccia 237, versi 32([400]).

 

 

Devo.mo e Oblig.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3985**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 24 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 189. – Autografi l'indirizzo interno e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Le mie occupationi, et, a confessar la verità, un poco di negligenza, m'ha fatto ritardar tanto a scrivere a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Vi ha havuto parte anco il desiderio di vedere prima ciò c'ha potuto scrivere contro di lei il Sig.r Licetti in questo suo libro([401]), il quale è stato ricevuto con tanto grido, che, stampato in Udene, non ve n'è nessuno che habbi potuto trovare in Venetia. Ho fatto scrivere a Udene per haverlo, et non l'ho ancora. Quel Signore era solito mandar alle stampe ogni mese un volume, di modo che havendo voluto stampar l'indice di tante sue opere, è riuscito per un volume. Lo leggerò quando mi capiti, et ne dirò a V. S. il mio parere; ma io non so già far concetto, che cosa filosoficamente habbi potuto dire. So bene di certo che molti li quali si prendono assonto di scrivere contra le divine sue specolationi, confidati nell'indispositioni sue che non li possa fare la debita ammonitione, altro però non conseguiscon se non quello ch'è in proverbio, che per acquistarsi loda bisogna diventar temerario et torla con li grandi. In verità che mi paiono cose tanto ridicole, che non lo saprei esprimere. Ma quanto a V. S., mi creda certo che li fanno un grandissimo honore appresso tutti quelli che hanno ingegno. Se ella fa scrivere qualche cosa, la prego, per la riverenza che le porto e per la stima che faccio soprema di ogni cosa sua, farmene parte. Quelle poche appostille che fece al filosofo Sig.r Rocco([402]), dimostrano che opera sarebbe stata se V. S. non fosse stata impedita dal compirle sopra tutto il suo volume. Se il Sig.r Licetti ha trattato con lei con più modestia del Rocco, questo ha un termine che comprende tutte le modestie, perchè confessa ingenuamente che di quello che ha scritto, fuori che quanto n'ha saputo imparar d'Aristotile, non ne intende nulla nè anco per imaginatione, che certo è un modo di scrivere contro un'opera peripatetico.

Prego il Signor Iddio che conceda a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sollievo dalle sue indispositioni o patienza di tollerarle, et prego lei conservarmi il suo amore, che stimo un tesoro; et le bacio le mani.

 

Ven.a, li 24 Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Galileo Gal.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

3986.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 24 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 187. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Già con un'altra, mia, scritale 15 giorni sono([403]), havrà veduto V. S. Ecc.ma ch'io m'era accorto del giuoco del Sig.r Liceti, che, tirando le parole a suo proposito, va buttando la polvere negli occhi a chi non sta ben attento. Ho poi fatto diligenza per havere il trattato dello stesso intorno alle nuove stelle([404]), ed hieri apunto mi capitò nelle mani; ne ho letto così qualche poco, e, per quel che vedo, e' va con una furia di vir optimus, sublimis, eximius etc. coprendo una mano d'improperii e villanie. Lo leggerò con più attenzione e più tempo, e poi starò attendendo ch'ella m'avvisi il suo senso.

Lessi la lettera del Sig.r Residente Bardi([405]), et aspetterò a suo tempo la replica del Sig.r Elia, che hormai non dovrebbe molto tardare. Mi meraviglio bene che il mio libro([406]) non sia colà giunto, perchè fu consignato al corriere con una doppia di porto; ma forse il galanthuomo havrà preso i danari e lasciato il libro all'hosteria.

La terza festa di Pasqua si farà la coronazione di questo Serenissimo, ed io manderò a V. S. Ecc.ma una copia dell'orazione([407]) che farò in questa cerimonia.

Séguito le osservazioni delle Medicee, se non quanto i cattivi tempi me l'impediscono, e posso credere che l'emendazione da me fatta sopra l'epoche e mezzi moti siano per risponder agiustatamente per un pezzo a venire. In tanto m'è sovenuto, che se quelle due striscie che si vedono nel corpo di Giove sono punto inclinate al piano dell'eclittica, il moto annuo ed il proprio del pianeta devono far di belle varietà, che sarebbero degne d'osservazione; ma io non ho occhiale che serva. V. S. Ecc.ma, che è costì vicino a' Ser.mi Principi, potrebbe loro por in cuore il farle osservare.

Le bacio per fine affettuosamente la mano e le prego dal Cielo salute.

 

Di Gen.a, li 24 di Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3987.

 

GALILEO a LEOPOLDO DE' MEDICI in Pisa.

Arcetri, 31 marzo 1640.

 

Cfr. Vol. VIII, pag. 489-542 [Edizione Nazionale].

La lettera é riportata nel file lettere_stralcio.doc (nota del Curatore)

 

 

 

 

3988.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 31 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 191. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Io stimo che chi non procura di mantenere e difendere l'oppinioni di V. S. sia tanto privo d'intendimento, quanto chi le oppugna si dimostra mancante di senno; e mi spiace che il S.r Liceti, il quale ha voce di sì gran filosofo, s'habbia lasciato bendar gli occhi dell'inteletto dal desiderio d'esser tenuto d'ingegno acutissimo col contraddir a V. S., assegno di stampare tante vanità (parlo schietto) et apportar allo sproposito le parole di lei, che son contrarie alla sua intenzione. Nel che tutto (tralasciando che per l'amicizia che passava fra loro, com'ella accenna([408]), era suo debito di proceder in molto differente maniera) mi ha scandalizzato assai il vedere che un filosofo, qual egli è comunemente tenuto, apporti i testi tanto sconciamente, che veduti al loro fonte suonino spesse fiate il contrario di quello c'ha di bisogno; onde non è maraviglia che io, camminando alla buona, habbia inciampato in non so che, stimando che in un luogo del Nunzio Astronomico V. S. habbia voluto dir quello che non intende di dire.

La risoluzione che V. S. ha fatto di rispondergli, pare a me che sia ottima, non per le persone che capiscono quello che ella ha scritto, ma perchè egli e molti altri simili a lui in dottrina non si credano di haverla vinta; poi che mi pare che ponghino la vittoria nel dir francamente delle ciancie e nell'allegar molti testi, bene o male che il facciano, più che nel discorrer con ragioni sode e conchiuder con matematiche dimostrazioni, com'ella fa in tutte le opere sue. Ma non s'incomodi già V. S. di mandarmi copia di detta risposta, perchè potrò soddisfare alla brama c'ho di vederla col farlami mostrare da chi l'havrà in Genova, dove sicuramente pervenirà; e non vuole il dovere che io, il quale non ho servito giammai V. S. in cos'alcuna, comporti che ella tante brighe si prenda, e ne dia a' suoi amici, per cagion mia: e la ringrazio infinitamente del desiderio che ha di favorirmene, il quale vorrei che ella cangiasse in alcun suo comandamento, affinchè non paresse che io del tutto le fossi inutile servitore.

Ma per tornare al Liceti, ho cercato la sua opera delle nuove stelle e comete([409]), e fattala havere al P. D. Vincenzo, a cui circa il giudicio di essa in tutto mi rimetto, perchè ne siamo totalmente conformi; e parmi che con suo onore poteva l'autore tenerlasi, e non far pubblica una gioia sì preziosa, che così credo ch'egli la stimi. È vero però che alle cose scritte da V. S. in quella materia io son d'oppinione che ognuno conosca che fan tanto pregiudicio quelle fanfaluche, quanto fa noia alla luna l'abbaiar de' cagnacci.

Iddio conceda a V. S. quella felicità che io lo desidero, mentre le bacio riverentemente le mani.

 

Genova, l'ultimo di Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo Ser.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3989*.

 

COSTANTINO HUYGENS ad ELIA DIODATI [in Parigi].

[L'Aja], 1° aprile 1640.

 

Bibl. dell'Accademia delle Scienze in Amsterdam. Ms. XLIX, Lettres françoises de Constantin Huygens, T. I, pag. 973. – Copia di mano sincrona. A pag. 189-190 del Tomo III dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201 è la traduzione italiana di questa lettera, inviata dal Diodati a Galileo: cfr. n.° 4021.

 

Au S.r Diodati. 1 d'Apvril 1640.

 

Monsieur,

 

J'ay veu revivre avecq beaucoup de contentement l'illustre dessein que vous avez faict escloire autrefois pour le bien de cest Estat, qui, à mon advis, ne vous est pas redevable de peu du soin que vous continuez de prendre à nous faire tirer les avantages possibles du peu de jours qui reste au Sieur Galilei. Peut-estre soupçonnez vous de la negligence en moy, et vous semble que je soye lent a vous y seconder; mais je puis et doibs vous asseurer en bonne foy, que, depuis celle qu'il vous a pleu m'escrire sur ce subject([410]), je n'ay cessé de m'employer avecq vigueur à tout ce qui m'a semblé capable d'avancer l'affaire. Tout revient là cependant, que feu le S.r Hortensius estant venu à mourir, saisy des deniers qu'on luy avoit faict fournir pour le voyage d'Italie, sans que jamais il se soit mis en posture ni debvoir de s'y acheminer; ceste frasque (ainsi l'a-t-on voulu baptiser) a faict refroidir beaucoup de courages, qu'on avoit eu de la peine à rechauffer. Et de faict, tous les quatre personnages deputez à ceste affaire estants venuz à deceder, nous en voyci comme à recommencer, et force nous est de represcher les paradoxes de cest evangile tout de nouveau. C'est, Monsieur, où j'advoüe d'en estre encor pour le present, n'ayant autre assistance que celle de Mons.r Boreel([411]), Conseiller et Pensionaire d'Amsterdam, personnage lettré, amateur de bonnes choses et particulierement de celle-cy pour l'interest de la Compagnie des Indes Orientales, de laquelle il est et faict un membre fort considerable; a quoy s'adjoustant qu'il assiste de par sa ville aux assemblées de Hollande, vous pouvez juger le moyen qu'il a de nous servir avecq efficace. Et là dessus, Monsieur, je vous donne a penser s'il ne seroit à propos que luy donnassiez un coup d'esperon, par un mot d'honneste lettre que je luy puisse faire tenir. Quoy qu'il en soit, deux chevaulx tireront mieulx le carrosse qu'un seul; et, si vous aggreez mon ouverture, je vous responds que, pour ma part, vous ne trouverez point de faulte d'assiduité a faire reuissir une conception que je me represente si utile et d'un succès si indubitable, pourveu qu'on s'y applique comme il appartient. Je vous prie d'en asseurer Monsieur Galilei, et du ressentiment que j'ay de ce qu'il m'est né de l'occasion a luy faire sçavoir que je suis au monde avant qu'il en sorte. Après tout, Monsieur, continuez moy l'honneur de vostre amitié, que je mettray peine à meriter par mes services; donnez m'en souvent matiere, s'il vous plaist, et m'employez sans reserve....

 

 

 

3990*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 6 aprile 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 121. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo la scrittura([412]), da V. S. Ecc.ma inviatami, nello stesso tempo che il corriere sta di partenza, onde nè anco ho havuto tempo di darle una scorsa. Servirà questa adunque per accusarne la ricevuta, riserbandomi a scriver più a lungo con le seguenti. Ed a V. S. Ecc.ma bacio di tutto cuore le mani.

 

Genova, li 6 di Aprile 1640.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3991**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 13 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 184. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho letto con mio sommo gusto la scrittura inviatami da V. S. Ecc.ma([413]) e l'ho communicata al Sig.r Baliani, che, sì come faccio anch'io, infinitamente la ringrazia: non l'ha per ancora veduta il Sig.r Daniele([414]), che sta in procinto di far viaggio fino in Sicilia per interessi di casa sua; ma prima che parta, farò che la veda. Ho notato il suo pensiero circa di quel rossore che ha la luna nelli eclissi, e sommamente mi piace, perchè in vero, se Venere a noi communica tal volta tanta luce che è atta a cagionar l'ombra, perchè non lo dovrà far nello stesso modo nella luna? Una sola cosa mi dà un poco di fastidio, che è la variatione di colori stravagantissimi che io ho osservato nell'eclisse del'anno 1635, a' 27 d'Agosto, dove appariva la luna tinta di macchie pallide, pavonazze e rosse, in modo che mi faceva sovenire ciò che scrive Cornelio Gemma, Cosmocritices, lib. 2: «Anno 1569, Martii die 3a, mane hora 3a, Phoeben vidi eclipsim horrendam passam, diris coloribus insignitam. Primo enim fuscus, inde sanguineus fulsit, mox puniceus et virens et lividus, ac tandem incredibili varietate difformis»: cosa degna in vero d'ammirazione e che io difficilmente havrei creduta, se non l'ha vessi apuntino veduta con quest'occhii in tempo che l'eclisse fu centrale. Facciasi per grazia V. S. Ecc.ma leggere ciò che in questo proposito scrive il Keplero, a carte 271, cap. 7, num. 3°, della sua Astronomia Optica([415]), dove tratta de rubore lunae defficientis e dove arreca la cagione perchè non crede in tutto a Tycone, che fu di questo stesso pensiero, che Venere communicasse il lume alla luna, benchè non nel tempo degli eclissi, ma circa i plenilunii; e mi faccia gratia dirmene il suo parere.

In quanto al Liceti, vado legendo tal volta i suoi capricci intorno alle obiezioni che fa a V. S. Ecc.ma nel libro delle comete([416]); ed in vero ch'io resto confuso della confidenza che questo galanthuomo si piglia nel voler vender il bianco per il nero a chi non sta sul'avviso. Ma tal sia di lui.

Mi meraviglio che tanto tardi a risponder il Sig.r Elia([417]), che pur doveva almeno acusar la ricevuta, ed in sei mesi, che sono trascorsi dalla prima lettera([418]), non habbia dato cenno veruno; se pure le lettere non vanno a male, il che non vorrei. Mi conservi intanto in grazia sua, e con le seguenti manderò l'orazione([419]); mentre per fine le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, li 13 di Aprile 1640.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3992.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 16 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 107. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell'originale, scritto di commissione del Sig.r G. G.».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Sono trascorsi molti ordinarii senza che io senta nuova della sua P. Rev.ma, e finalmente otto giorni fa passò di qui D. Tomaso, monaco dei loro in Napoli e lettore in S. Severino, il quale mi referisce([420]) haver cercato di veder lei in Roma, ma non gli esser succeduto, onde egli stimava, o che ella si trattenesse([421]) in qualche luogo fuora di Roma, o vero che già si fosse inviata a Parma al Capitolo che quivi doveva celebrarsi. Io in re dubia ho preso ressoluzione d'inviarle queste poche righe, con pregarla che voglia darmi qualche avviso di sè medesima, dalla quale sono stato tutto questo tempo ansioso d'intendere dello stato suo e de' suoi studii, li quali non voglio però credere ch'ella del tutto habbi abbandonato, ancorchè occupata in molte più alte contemplazioni.

Io stava aspettando d'intendere le nove sue speculazioni intorno a diverse sue nuove meditazioni, conforme a che ella medesima me ne havea dato speranza, et in particolare della origine dei fonti e dei fiumi, come che in luoghi più eminenti si conservino come lagune atte a scaricare profluvii di acque non meno che nei laghi più bassi per le derivazioni di altri più minori fiumicelli. Quomodocumque hoc sit, per quel poco che mi avanza([422]) ancora di facultà speculativa, io continuo di affermare di non ricevere gusto maggiore di quello che prendo dalle meditazioni della P. V. Rev.ma, come quelle che producendo frutti del suo ingegno, e non foglie indifferentemente raccolte da questa e da quella pianta sterile e non fruttifera, arreccano cibi molto grati. Se ella non si è del tutto distolta dalle nostre antiche contemplazioni, la prego farmi partecipe de' suoi filosofici pensieri. Io, fatto impotente per la grave età, e più dall'infortunio della mia cecità e del mancamento della memoria e delli altri sensi, vo trapassando([423]) i miei sterili giorni, lunghissimi per il continuo ozio, e brevissimi per la relazione([424]) ai mesi e agli anni decorsi; nè altro mi resta di consolazione che la memoria delle dolcezze delle amicizie passate, delle quali poche me ne restano, ancorchè una sopra tutte le altre gratissima mi rimanghi, quella della corrispondenza in amore della P. V. Rev.ma Alla quale con reverente affetto bacio([425]) le mani, come anche ai soliti gratissimi miei Padroni, Sig.ri Magiotti e Nardi.

Se costì vi è pervenuto un libro ultimamente stampato dal filosofo Liceti De lapide Bononiensi([426]), mi faranno grazia di vedere quello che egli contro a me scrive al cap.o Lo, in([427]) risposta al quale gli manderò certa scrittura fatta da me a richiesta del Ser.mo Principe([428]) Leopoldo, se gli piacerà di vederla.

 

D'Arcetri, li 16 di Aprile 1640.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3993*.

 

PIER FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 16 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 41. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio P.ron Oss.mo

 

De' cedrati e sparagi si manda poco, perchè non bastano, e del vino perchè V. S. non disordini: supplirà S. A. col mandargliene più spesso, et io, esercitandomi in servirla, raccorrò dal numero delle volte consolazione maggiore, parendomi così d'haver fatto qualcosa per lei; et in questa maniera ingannerò la mia inabilità.

V. S. m'accresce il rammarico, rimproverandomi il mancamento della parola datale di venir a goder un poco la campagnia. Dio sa con qual regretto io resto privo di questo gusto; la speranza che gli impedimenti abbiano a svanire, solamente mi consola: e perchè io credo che non habbia ad ire in lungo, mi riserbo a dirle a bocca la necessità che m'ha trattenuto di venir a goder la conversazione di V. S., che farebbe delitioso ogni più orrido paese, non pur codesto, bello di sue prerogative. E qui, pregandola de' suoi comandamenti, le fo riverenza.

 

Firenze, 16 Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.o Ser.r Vero

Pier Fran.co Rinuccini.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio P.n Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Arcetri.

 

 

 

3994*.

 

ALBERTO CESARE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 19 aprile 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVI, n.° 7. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r Zio,

 

Già cinque mesi ricevei una dal suo Sig.r figliolo, scritta per parte di V. S. molto Ill.re, dalla quale sentii grandissimo contento, intendendo il buon stato di V. S. molto Ill.re e del ricuperamento di un poco di vista, che prego Dio sentir nuova della ricuperatione di tutta.

Gli rendo humilissime et infinite grazie della memoria che conserva di me, suo riverente nipote, non havendo io altro desiderio che solo di esserli apresso, per poterli mostrar con atual servitù il mio divoto affetto verso la sua persona. Mi sono maritato, e, laudato Iddio, ho trovato compagnia secondo il mio desiderio ed una giovane conforme al mio bisogno, che prego Dio succeda sino al fine sì come è il principio. Altro non desidero appresso questo mio contento, che solo potessi saper nova all meno una volta al mese del stato di V. S. molto Ill.re, non havendo altro padre nè altra madre al mondo che lei; che per tanto non mancho nè mancherò mai di pregar il Signore Dio per la conservatione di V. S. molto Ill.re, alla quale gli bacio humilmente la mano, riverendo il suo Sig.r figliolo e tutta la casa sua, sì come fa la mia moglie Massimiliana, e si raccomanda a V. S. molto Ill.re infinitamente alla bona gratia di V. S. molto Ill.re

 

Monacho, li 19 di Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Humiliss.mo Nipote e Ser.re

Alberto Cesar Galilei.

 

Fuori: All molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo e Matematico del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Fiorenza.

 

 

 

3995.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all'Aja].

Parigi, 21 aprile 1640.

 

Dal Tomo III, pag. 455-456, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201

 

Parigi, 21 Aprile 1640.

 

Una lettera del primo di questo mese([429]) mi è una perfettissima prova della sua generosa magnanimità, e dell'onore d'una benevolenza dalla quale sentendomi obbligatissimo, e volendo seguitare l'apertura che prudentissimamente ha voluto farmi, io scrivo una mia al Signor Borel([430]) sopra questo suggetto, come mi avvisa, inviandola a V. S. Illustrissima aperta a sigillo volante (che le piacerà sigillare prima di dargliela), senza darli altra informazione dell'affare se non in termini generali, avendolo giudicato superfluo, poichè di viva voce egli l'intenderà molto meglio da lei. Io aspetterò dunque sotto gli auspici de' suoi favori il rinascimento di questo degno affare, e darò frattanto avviso al Sig. Galilei come ella gli fa l'onore di prendersi la cura della proposizione da lui fatta, di che egli ed io le ne averemo un'eterna obbligazione. Io sono ec.

 

 

 

3996*.

 

ELIA DIODATI a [GUGLIELMO BOREEL in Amsterdam].

Parigi, 21 aprile 1640.

 

Dalle pag. 60-61 del Liber secundus de conspiciliis ecc. citato nell'informazione premessa al n.° 3521. A pag. 456 del Tomo III dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201 è la traduzione italiana di questa lettera, inviata dal Diodati stesso a Galileo; e alla traduzione è premessa quest'indicazione: «Lettera d'Elia Deodati a Pietro Borel, Consiglier di Stato e Pensionario della città d'Amsterdam», dove è fatto equivoco tra Pietro Borel e Guglielmo Boreel, a cui la lettera è veramente indirizzata.

 

Monsieur,

 

Vos singulieres vertus et vos merites vous ayants, outre le rang que vous donne la dignité de vos charges, acquis une tres grande creance és conseils et deliberations publiques, j'estimeroy m'oublier grandement, si au renouvellement de l'affaire cy devant proposée par Monsieur Galilei, le phenix des astronomes de ce temps, d'un moyen asseuré et infaillible par luy trouvé pour l'invention de la longitude, dont, par mon entremise, il a faict present à Messeigneurs les Estats Generaux, laquelle par divers accidents et rencontres a esté retardée, comme vous entendrés particulierement de Monsieur le Chevalier de Zuylichem([431]), je n'implorois votre assistance pour un principal appuy de l'avancement d'une si haute et utile affaire, qui asseurera la navigation et rectifiera les tables geographiques, ne restant plus que ce seul point pour reduire l'une et l'autre a leur perfection. C'est pourquoy la cognoissant proportionée à vostre genereuse vertu, qui ne s'applique qu'aux choses grandes et memorables, j'espere, Monsieur, que vous agréerés et favoriserés volontiers la treshumble supplication que je vous fay, de l'embrasser avec zele et affection, vous ioignant pour cet effect à mon dict Sieur le Chevalier, qui vous en dira toute la suite et a quoy elle est à present reduitte, dont, pour ne vous point ennuyer inutilement, je ne vous feray point d'autre recit. Ains, apres vous avoir tres humblement baisé les mains, je vous supplieray m'honorer de vostre bienveuillance et vous asseurer qu'en reverant vos vertus je suis,

 

Monsieur,

De Paris, le 21 d'Avril 1640.

 

Votre treshumble Serviteur

Diodati.

 

 

 

3997**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 28 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 193. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mi ritrovo a Macarese, loco del Sig.r marchese Mattei, vicino alla marina di Porto, dove ricevo la lettera di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, occupato in una impresa di essiccare una vasta campagna soprafatta dall'acque, e sin hora il negozio mi riesce felicissimamente e con sodisfazione e maraviglia di questo Signore. Ma il compimento del mio gusto è in vedere quanto puntualmente si può pratticare la dottrina della misura dell'acque correnti; e veramente conosco che Dio benedetto mi aiuta, e di già il negozio è ridotto in sicuro, e le acque sono scolate in gran parte, e tuttavia vanno scolando, in modo che fra pochi giorni sarà tutto ridotto in perfezzione. Dimani, che sarà domenica, sarò di ritorno a Roma, e per l'ordinario che viene li scriverò più a longo, rispondendo ai particolari della lettera di V. S.: per hora la supplico a perdonarmi se sono breve, perchè non ho tempo; solo l'assicuro, che sicome ho conosciuto sempre che ella mi ama cordialissimamente, così reciprocamente io l'honoro, riverisco e stimo, se non quanto ella merita, almeno al pari d'ogn'altro, e mi crepa il cuore di non havere forze per poterla servire. Prego Dio nei miei Sagrifici che supplisca per me, e la consoli nei suoi travaglii, dandogli la Sua santa benedizione: e li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 28 d'Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3998**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 28 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 195. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Sabato passato nell'istesso tempo mi capitò la gratissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma colla scrittura et il libro del S. Licetis De lapide Bononiensi, credo per buona fortuna, aciò nel medesimo tempo il dolcissimo nettare della sua risposta mitigasse l'amaro della proposta, et non havessi a lambicarmi il cervello per intendere ciò che l'oppositore vuol dire; perchè attribuendo il candore lunare all'etere ambiente, haverei affaticato a pensar come a quel filosofo, ch'ogni mese partorisce un libro, fosse potuto intrare in capo simile chimera. Ma V. S. ha levato ogni difficoltà, ma al solito con maravigliose osservationi et avertenze di effetti naturali. Era meco un gentill'huomo francese di gran portata, e leggemo insieme, o divorrassimo, la scrittura, e volle portarla seco, nè anco l'ha ritornata: è però sicura, credo ne prendi copia. Se questi virtuosi me la lasciarano fermar in mano, sarà il mio gusto nel rilegerla più volte, come fo di tutte le sue opere; ma del libro del Liceti mi è impossibile la pacienza di legerne un capitolo intiero, fuori che quel 50([432]). V. S. non può scrivere così breve, che non vi sia qualche gentilissima speculatione di cose naturali, non più osservate da nissuno: egli non può scriver così lungo, che vi si trovi altro che ramassamenti di detti rancidi che infastidiscono.

Non ho potuto trovar il Giusti([433]), ma, o col suo mezo o del Sig.r Ambasciator Veneto([434]), procurarò coll'Elzivir qualche rissolutione. Già mi disse il Giusti che 'l Sig.r Lodovico era andato in Germania. Veramente manca al suo debito; ma fa gran fraude a' virtuosi.

Io sto assai bene in quest'età, e le giuro non havere cosa più molesta che il sapere che V. S. non sta con quella sanità ch'io di tutto cuore le desidero. E con tal fine le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 28 Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.re Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

3999*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 28 aprile 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 122. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma una copia dell'orazione([435]) da me recitata domenica passata nella chiesa de' PP. Gesuiti per la coronazione del nostro Sereniss.o Principe, che si fece in quella chiesa. Parve ch'ella fusse assai gradita: ne starò attendendo il suo parere.

Vedo quanto scrive il Sig.r Elia([436]), et ho gusto che le nostre lettere non siano ite a male. Rimando pertanto la lettera di quel Signore, e metterò all'ordine l'effemeridi de' mesi Luglio, Agosto e Settembre a venire, acciochè, se colà le ricchiedessero, si possino inviare; e starò attendendo ciò che risponderanno.

Per saper qualche nuova del libro che si mandava a Parigi([437]), stimo che si possa far motto al giovine della posta, Sig. Simone Torrigiani, il quale hebbe la doppia e 'l libro, che facilmente si ricorderà del corriero a cui lo diede.

Il Sig.r Daniele([438]) sta di partenza per Sicilia, e con molto suo gusto ha lette le risposte fatte al Sig.r Liceti, sì come anco il Sig.r Baliani, che mi disse di volerne scrivere a V. S. Ecc.ma; e tutti due baciano le mani di V. S. Ecc.ma sì come fo io di tutto cuore.

 

Genova, li 28 di Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4000*.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 1° maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 160. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.rn Col.mo

 

Mi sono incontrato con moltissimi ingegni ammiratori della virtù e merito di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e nostri italiani e forestieri, ma tra tutti non ho trovato mai nessuno che con maggiore affetto e sincerità habbia celebrata la dottrina e l'alto sapere di V. S. che il lator della presente, signore Pollacco, Preposito di S. Nicolò: il suo nome è Stanislao Pudlovvschi. Da questo ella può argomentare che il suo sapere è più che ordinario. Ho trattato con esso più volte, e più volte m'ha detto vivamente che tutto quello che ha inteso di buono lo riconosce dall'haver viste le opere di V. S. molto Ill.re, dalle quali ha cavati frutti saporitissimi di filosofia profondissima. Hora, nel ritorno alla patria, passa per Firenze a posta per conoscerla di presenza, ed io l'ho voluto accompagnare con questa mia, sicuro ch'ella haverà gusto particolare di sentirlo. È venuto a Roma per visitare limina Apostolorum in nome del Vescovo di Cracovia. Però la supplico a riceverlo come uno dei più devoti ingegni della sua dottrina che io habbia mai conosciuti. E non occorrendomi altro, li do nuova che mi ritrovo in Roma, sano e consolatissimo del mio stato, assai quieto nella volontà di Dio, come desidero di V. S. molto Ill.re, alla quale fo riverenza.

 

Di Roma, il p.o di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Discepolo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

4001.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 1° maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 197. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo grandissima consolatione dalla gratissima sua, sì per intendere come ella va passando con qualche alleviamento la sua deplorabile cecità, mentre ha in sua compagnia giovane così studioso com'ella mi significa([439]), sì anco per vedere con quanto affetto ella mi continua il suo amore, invitandomi con tanta cortesia a rigodere la sua dolcissima conversatione, del che la ringratio quanto so e posso. Io però sono in stato così cattivo, che non ardisco dire di sì di venirla a vedere; ma non lo nego nè anche assolutamente, se potrò ottenere qualche tregua da' miei continui dolori. Questi mi distolgono affatto da tutte le specolationi di qualche sottigliezza, conoscendo la notabile offesa ch'io ne ricevo; e però non si maravigli se non li ho scritto cosa alcuna in materia de' problemi([440]) mandatimi da Parigi dal Sig.r Giovanni de Beuugrand, poichè, conoscendoli alla prima per molto difficili, non ardii d'internarmici maggiormente, massime essendo stato quasi sempre con qualche dolore, et anco occupato nella publica lettura.

Starò con desiderio aspettando le risposte al Liceto([441]), del quale ho visto il libro De novis astris et cometis([442]) poco fa, dove, conforme ch'ella dice, si contrapone ad ogni detto del S.r Guiducci, et anco a molte cose delle sue Macchie Solari; ma credo resterà mortificato dalle sue risposte. L'altro giorno mi dimandò s'havevo di lei niente di nuovo: le risposi, non havere inteso cosa alcuna. Deve stare con ansietà aspettando sua risposta; però sarà bene darli quella sodisfattione che merita.

Non mi posso estendere per hora più in longo per frezza; però faccio fine con riverirla di tutto cuore, pregandole dal Signore sanità e lunga vita, salutando insieme il suo cancelliero.

 

Di Bol.a, il p.o Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

4002**.

 

MARINO MERSENNE a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 1° maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 199. – Autografa.

 

Ad Clarissimum Virum D. Galilaeum.

 

Saepe numero miratus sum, Vir Clarissime, neminem apud vos meos apices legere potuisse, cum nullus sit in tota Gallia, Anglia et Germania, quaqua patent, qui non eos optime legat; et forsan hac vice, paulo foelicior futurus, perlegar et responsum feram, idque circa materiam de qua Vestra Excellentia multoties cogitavit. Imprimis, quaenam sit vis et immediata causa ob quam arcus intenti redeunt: quemadmodum enim a vi cogente arcuantur atque curvantur, etiam vi certa reduci et ad lineam rectam adduci debent. Deinde, cum aër rarefactionem patitur, si modo semper continuus perstet et nulla sint in eo spatiola vacua, qua ratione potest explicari rarefactio. Denique, cum plumbeum globulum, qualis est pila mosqueti, unico ictu mallei ferrei, in incudem impacti, reducamus ad formam unius denarii aut aurei nummi, quaero quanti ponderis debeat esse malleus alter, ut, simpliciter superpositus absque motu et ictu, eundem globum plumbeum in eandem aurei formam reducat. Quae hactenus, donec aureum illum tractatum in lucem emiseris de vi percussionis, quem a te tandiu expectamus. Quod si hac vice contigerit, uti spero, meos characteres legi posse ab amicis tuis, plura postmodum satis iucunda et curiosa, praesertim circa magnetem, Tuae Excellentiae scripturus sum, quae vestris academicis non sint ingrata futura. Vale interim, Vir ad verae philosophiae perfectionem nate, meque tui credas

 

Parisiis, Calendis Maii anni 1640.

 

 

 

Gallus Le Maire([443]) asseverat, se praeclaro instrumento scientiam longitudinum invenisse, quas sit brevi daturus, ut et Mediterraneum mare iuncturus Oceano prope Tholosam, et alphabetum daturus quo, absque ullo internuncio vel pacto, cum Sinensibus et reliquis totius orbis nationibus et incolis libere colloqui possimus.

 

 

 

4003**.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 2 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 162. – Autografa.

 

Molt'Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non posso dir a V. S. il gusto che ho sentito in legger la risposta sua alle opposizioni del S.r Liceti([444]), perchè non ho tempo da estendermi in scrivere, chè mi conviene partirmi ora per Palermo per occasione improvisa et importante. Riverisco però V. S. con tutta l'anima, assicurandola che mi spiace infinitamente d'andar sì lontano prima d'haver potuto servirla in alcuna cosa, come ho sempre havuto estremo desiderio; e se mia fortuna vuole che io di colà possa in qualche modo soddisfare a questa mia brama, potrà V. S. conoscere che non merito d'esser annoverato per l'ultimo de' suoi servitori più divoti. Non dico di più, perchè il tempo mi manca; per ciò riverentemente le bacio le mani, e le auguro ogni meritata felicità.

 

Genova, 2 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo Ser.re

Daniele Spinola.

 

 

 

4004.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 5 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 164. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Haverà a quest'hora V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma riceute due altre mie, una per l'ordinario e l'altra per mano di un signore Pollacco([445]), col quale ho trattato diverse volte qui in Roma, e mi è riuscito un huomo di garbo e sopra tutto inamoratissimo del merito e valore di V. S.; e mi creda che quanto ho scritto di lui è verissimo: so che haverà riceuto e dato gusto a V. S.

Quanto poi al particolare del stato del Sig.r Peri, mi dispiace assai; ed in occorrenza di quella vacanza, non li posso dire altro intorno a quel sogetto del quale li parlai, se non che hora si trova lettore delle matematiche nello Studio di Messina, havendo ottenuta quella catedra a concorrenza di soggetti principali Giesuiti. Io credo però che lasciarà quella lezzione per quella di Pisa; e se V. S. comanda che io li scriva per sentire il suo senso, lo farò. Si chiama Giovanni Alfonso Borelli, di grandissimo ingegno, studiosissimo e tutto tutto nostri ordinis; e son sicuro che si farebbe honore. Starò attendendo il suo comandamento.

Io poi sto ingolfato nell'acque sino alla gola, ed ho condotta a fine una bonificazione di gran considerazione del Sig.r Marchese Mattei([446]), con mio infinito gusto e sodisfazione del detto Signore. Hora sto per intraprendere un'altra impresa simile; e con queste occasioni osservo diversi ed importantissimi particolari, i quali concordano in prattica mirabilmente a quanto ho scritto in teorica. Nel resto sto bene di sanità, ma occupatissimo, tanto che a fatica ritrovo il tempo di sodisfare alli oblighi miei principali dell'officio e della messa, nella quale sempre memoriam tui facio apud Altissimum. Con che li fo riverenza.

 

Roma, il 5 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, p.o Filosofo del Ser.mo Gr. D. di Tos.na

Firenze.

 

 

 

4005**.

 

CLEMENTE SETTIMI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 13 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 166. – Autografa.

 

Molto Ill. S.re e P.ron Ecc.mo

 

La resolutione che feci di venirmene a Siena fu sì subitanea, che mi proibì di far la seconda riverenza a V. S. Ecc.ma; ma ho ben tenuto a memoria il suo desiderio significatomi nella prima licenza che gli domandai, cioè che gli desse qualche raguaglio della sua ultima postilla. Ho trovato che il Sereniss.mo Principe([447]) medesimo ne ha scritto a V. S. Ecc.ma, e credo l'haverà per questo medesimo ordinario; et il medesimo seguirà del P. Francesco([448]), al quale ho fatto le sue gratissime raccommandationi, e gli renderà dupplicate riverenze.

Domattina andarò a far riverenza al Ser.mo Principe, e da sua parte gli farò devotissimo inchino. Non mi occorre altro, se non pregare S. D. M. che gli conceda qualche sorte di prosperità nella vita presente; et io con il solito affetto gli bacio le mani.

 

Siena, li 13 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Mi perdoni se io non scrivo più a lungo, perchè non ho tempo; havendo trovato un corriero di([449]) partenza per costà, subito che sono arrivato.

 

 

Indegno Ser.re

Clem.te di S. Carlo.

 

 

 

4006.

 

LEOPOLDO DE' MEDICI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 14 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 103 – Autografa la firma,

 

Sig.r Galileo,

 

Feci vedere, come V. S. desiderava, ad alcuni dottori dello Studio di Pisa quella scrittura che ella mi inviò, quale rispondeva a quello che il Dottor Liceti diceva contro all'opinione sua intorno al secondario lume della luna([450]). Tra gli altri che io chiamai vi fu il Marsili([451]), come lei desiderava, et egli e gli altri concorsero, benchè Peripatetici, in quanto da V. S. vien detto nella sua sì ingegnosa e dotta scrittura, quale fu lodata in estremo; et io tra l'altre cose che in essa sono, ho ammirato quella di dimostrarci, benchè tanto lontani dalla luna, che il lume in essa reflesso dalla terra sia maggiore del nostro lume crepusculino et, in conseguenza, di quello che la luna sopra di noi reflette. E poichè io non posso godere e cavar quel frutto che desidererei dalla conversazione sua, cerco di trattenermi e di ammaestrarmi in qualche parte nel leggere le sue opere; e però havendo finito di scorrere l'undecimo e duodecimo di Euclide, sto vedendo adesso il suo libretto delle Galleggianti, parto non meno de gli altri degno del suo intelletto; soggiungendole che farò ancora un poco di sessione con Monsig.re Arcivescovo Piccolomini, tanto affezionato a V. S. et alle cose sue, dove si leggerà la scrittura sopra il lume secondario della luna. Spero io di esser poi da lei in questa state, dove discorrerò seco di alcune cose che mi sono sovvenute in diverse materie, non lo potendo fare tanto bene con la penna quanto con la voce. Et in tanto, mentre le confermo il mio vivo affetto, desidero che il Signore con sanità la conservi quanto desidero.

 

Siena, 14 Maggio 1640.

 

Al piacere di V. S.

Il Principe Leopoldo.

 

 

 

4007*

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 18 maggio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 123. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dall'inclusa lettera del Sig.r Marchese Gonzaga([452]) vedrà V. S. Ecc.ma a che termine sia il mio negoziato; e se ho da dir il vero, stimo ch'egli habbia applicato l'animo a quel'amico delle cene spirituali: tutta via staremo a vedere. Non manchi V. S. Ecc.ma di tenere ricordato qualche volta il mio interesse: che è quanto m'occorre, lasciando del resto la cura a chi tocca.

V. S. Ecc.ma poi non mi dice cosa alcuna della mia orazione([453]), nè se l'habbia ricevuta o intesa: ne desidero il suo parere.

Io pensava di venir a cotesta volta, ma la rabbia de' libecchii e mozzigiorni, che sino ad hoggi sono durati, m'hanno tratenuto tanto, che per hora non penso di mettermi in viaggio, per non venir costì e trovar le cose fatte ed haver a tornarmene con le pive nel sacco. Havrei da dirle assai in questo proposito, ma non è ben fidar ogni cosa alla carta. Mi conservi suo al solito, che è quanto per hora mi resta da desiderare; ed affettuosissimamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 18 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4008.

 

GALILEO a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Arcetri, 19 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Banco rari. Armadio 9, Cartella 5. 33. – Originale, di mano di Marco Ambrogetti.

 

Ill.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Vo continuamente meco medesimo meditando, quale sia in me maggior mancamento, o il contenermi in silenzio continuo con V. S. Ill.ma, o lo scriverli senza esequire il desiderio che ella già mi accennò, di mandarli quei motivi che mi fanno anteporre l'uno all'altro de i due poeti eroici. Vorrei ubbidirla e servirla; e talvolta mi riuscirebbe impresa fattibile, se non mi fusse, non so come, uscito di mano un libro del Tasso, nel quale avendo fatto di carta in carta delle stampate interporre una bianca([454]), avevo nel corso di molti mesi, e direi anco di qualche anno, notati tutti i riscontri de i concetti comunemente da gl'autori trattati, soggiungendo i motivi i quali mi facevono anteporre l'uno all'altro, i quali per la parte dell'Ariosto erono molti più in numero et assai più gagliardi. Parendomi, per esempio, che la fuga di Angelica fusse più vaga e più riccamente dipinta che quella di Erminia; che Rodomonte in Parigi senza misura avanzasse Rinaldo in Ierusalem; che tra la discordia nata nel campo di Agramante e l'altra nel campo di Goffredo ci sia quella proporzione che è tra l'immenso e 'l minimo; che l'amore di Tancredi verso Clorinda, o ver tra esso et Erminia, sia sterilissima cosuccia in proporzione all'amore di Ruggiero e Bradamante, adornato di tutti i grandi avenimenti che tra due nobili amanti accader sogliono, cioè d'imprese eroiche e grandi, scambievolmente tra loro trapassate. Quivi si veghono le gravi passioni di gelosia, i lamenti, la saldeza della fede datasi e confermata più volte con alte promesse, gli sdegni concepiti e poi placati da una semplice condoglienza, in una sola parola proferita, etc. Quale aridissima sterilità è quella di Armida, potentissima magha, per trattenersi apresso l'amato Rinaldo! E quale all'incontro è la copia di tutti gli allettamenti, di tutti gli spassi, di tutte le delizie, con le quali Alcina trattiene Ruggiero! Lascio stare che dalle discordie e da i sollevamenti nati per frivolissime e più che puerili cagioni nel campo de' Cristiani nissuna diminuzione di fortuna, che punto rilevi, ne nasce; dove che nella discordia tra i Saracini parte Rodomonte sdegnato, muore Mandricardo, resta ferito a morte Ruggiero, partesi Sacripante, allontanasi Marfisa, sì che finalmente sopragiugnendo Rinaldo dà una grandissima rotta ad Agramante, restato privo de' suoi più famosi eroi, onde poi finalmente ne segue la sua ultima rovina. La osservazione poi del costume è veramente maravigliosa nell'Ariosto. Quali e quante e quanto differenti sono le bizarrie che dipingono Marfisa temeraria e nulla curante di qual altra persona esser si voglia! quanto è ben rappresentata l'audacia e la generosità di Mandricardo! quante sono le prove del valore, della cortesia e della grandeza di animo di Ruggiero! Che diremo della fede, della costanza e della castità d'Isabella, d'Olimpia, di Drusilla, et all'incontro della perfidia et infedeltà d'Origille, di Gabrina, e della instabilità di Doralice!

Io, Ill.mo Signore, quanto più dicessi, più mi soverrebbono cose da dire; ma l'abbozarle solamente, senza venire a gl'esami particulari di passo in passo, nè potrebbe dare sodisfazione a me medesimo e molto meno a V. S. Ill.ma; oltre che già vede ella che in questo poco che ho detto, niente ci è che non sia notissimo a chiunque pure una volta abbia letto tali autori. Per venire a capo di una simile impresa, bisognerebbe sentire i contradittori in voce, o se pure in scrittura, proporre a lungo da una parte e leggere le risposte dell'altra, e di nuovo replicare, et andarsene, per modo di dire, in infinito; impresa per me, cioè per lo stato mio, impossibile. La prego ad accettare non dirò questo poco che scrivo, che so bene che non è di prezo alcuno; ma quello che io desidero da V. S. Ill.ma è che ella mi perdoni e scusi il mio lungo silenzio, sì che non mi progiudichi punto nella sua buona grazia, nella quale con caldo affetto mi raccomando, mentre reverente gli bacio le mani e gli prego da Dio intera felicità, e gli raccomando l'alligata per il buon ricapito.

 

Di Arcetri, li 19 Maggio 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4009**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 22 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 200. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Diedi subito ricapito alla di V. S. per il P. Francesco([455]); e, coll'occasione delle buone nuove della salute di lei, entrato in discorso con S. A.([456]) e della scrittura fatta e di quel più che V. S. andava distendendo, scorsi che S. A. non giudicava il Liceti per suggetto meritevole da divertire l'ingegno di V. S. da i parti incominciati di più gloriosa sostanza. E veramente, a quel che si vede, le opposizioni non son tali che habbino ad haver l'honore della confutazione di lei. M'è parso d'accennargliene, acciò conosca quanto S. A. pregi le sue fatiche; e vedoli così continuamente tra mano tutte le opere sue, che m'assicuro che ella habbia a riconoscernelo impossessato al pari di qualunque altro ingegno.

L'honore poi che V. S. fa alla mia servitù, allora sarà da me pienamente gradito, quando m'apporti più spesso la consolazione de' suoi comandamenti. E da Dio pregandole salute e piena contentezza, affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Siena, li 22 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal. Gal.

Devot.mo Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

4010.

 

GALILEO ad [ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI in Prato].

Arcetri, 24 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 105. – Originale, di mano di Vincenzio Viviani.

 

Molto Ill.re Sig.ra mia Col.ma

 

Questa mattina è arrivata quassù da me, insieme con suo marito, la balia che fu di Carlino mio nipote, la quale andava dispensando e vendendo in questi contorni alcune telerie; et essendo occorso, nel ragionare con lei, che ella mi dicesse di havere un taglio di tela da camicie di 50 braccia in circa, e che era di V. S. molto Ill.re, io, per esser cosa sua, l'ho volsuta ritenere appresso di me, con dare alla donna, a ragione di 2 giuli il braccio, giuli 98 e 1/2, che tanto è l'ammontare di braccia 49 et un quarto. L'ho presa per esser cosa di V. S., non perchè io habbia bisogno per tener memoria di lei di altro che de' discorsi e ragionamenti che, già tanti anni sono, hebbi con lei nel suo ritorno di Germania([457]); li quali furono di tanto mio gusto, che poi ho hauto sempre desiderio, ma invano, di abboccarmi con lei, poichè sì rare si trovano donne che tanto sensatamente discorrino come ella fa.

Ho preso resoluzione di inviarli queste 4 righe, su la speranza di haverne altr'e tante di sua mano in risposta di questa mia: la qual per altro non è che per ricordarli un intenso desiderio che sempre ho havuto, e che in me si va continuando, di servir lei et il molto Ill.re Sig.r Cavaliere suo consorte([458]). E con reverentemente baciar le mani ad amendue, le prego intera felicità.

 

Dalla villa d'Arcetri, dove continuamente mi trattengo lontano dalla mia casa di Firenze, li 24 Mag.o 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo S.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4011.

 

GALILEO a [LEOPOLDO DE' MEDICI in Siena].

Arcetri, 25 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 99 – Originale, di mano di Vincenzio Viviani.

 

Ser.mo Principe, Sig.r et P.ron mio Col.mo

 

Atteso che dopo l'havere io inviata all'Altezza Vostra Ser.ma la mia scrittura, distesa in forma di lettera([459]), nella quale rispondevo([460]) al filosofo Liceti, mio oppositore, fossero passati oltre a quindici giorni senza che io sentissi tali mie risposte essere all'orecchie dell'A. V. pervenute, cascai in timore che o la troppa lunghezza o la frivolezza de i miei concetti gli potessero essere state più di tedio che di gusto. Ma quando poi, fuori della mia aspettazione, mi sopraggiunse la humanissima e benignissima lettera([461]), nella quale l'A. V. Ser.ma mi dava conto di haver sentita e con diletto gradita tal mia risposta, restai io in maniera soprapreso da una insperata allegrezza, che restando per non breve tempo come fuori di me stesso, non hebbi talento di dettar parole degne e proporzionate al renderle le dovute grazie a tanto favore; ma voltandomi al molto R.do Padre Francesco([462]), gli scrissi e col maggior fervore che potetti lo pregai che, humiliandomi al cospetto dell'A. Sua, li porgesse in nome mio un poco di caparra del debito nel quale conoscevo di trovarmi, e che sarei stato per pagarle interamente se mai havesse havuto forze bastanti a poter ciò fare. Ma vana, Ser.mo Principe, mi è riuscita anco questa seconda speranza; anzi sentendomi tutta via indebolir le forze e gettandomi al miserabile, ricorro all'inesausto tesoro della sua clemenza, supplicandola che voglia appagarsi di quello che non potendo con l'effetto renderle, resti servita di ricevere dall'affetto mio purissimo e devotissimo. E poichè ella si appaga di discorsi e di parole, starò attendendo la sua venuta a Firenze, e di lì le sue domande del mio sentimento sopra le proposizioni che accenna di riservarmi; e tra tanto nutrendo di speranza il mio desiderio di servirla et obedirla, starò pensando se qualche cosa potesse di nuovo cadermi nella fantasia, che fosse degna delle orecchie([463]) dell'A. V. Ser.ma Alla quale humilmente inchinandomi, bacio la veste e prego da Dio il colmo di felicità.

 

D'Arcetri, li 25 Maggio 1640.

Dell'Altezza Vostra Ser.ma

 

Humilissi.mo et Devoti.mo Servo

Galileo Galilei.

 

 

 

4012*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 25 maggio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 124. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

S'io sapessi così indovinarmi il bene, come il male lo preveggo cento miglia da lungi, buon per me. Dissi già a V. S. Ecc.ma che io dubitava che i libri andassero in mano dell'amico delle cene spirituali([464]); e tanto a punto è succeduto, perchè a lui ne hanno fatto offerta, ed egli li ha acettati: nè in ciò sento io altro disgusto, se non ch'io credeva bene, per la mia debolezza, d'esser in poco credito appresso il padrone di que' libri, ma non già in così vile, che s'havesse da offrir ad altri, che non chiedeva, quello ch'io faceva instanza d'ottenere. Orsù, poco importa, ed io sono addottrinato prima d'hora al ceffo della fortuna poco prospera. Mi conservi V. S. Ecc.ma la sua buona grazia, ch'io andrò tirando inanti la incomminciata fatica, e se non per servire a chi mostra poco di gradirla, almeno perchè un'opera così nobile, da lei cominciata, non vada a traverso, per la poca cura del mondo che non prezza ciò che non conosce. Et affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 25 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4013.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 26 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P I, T. XII, car. 168. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io non intendo nel principio della lettera di V. S. molto Ill.re quello che ella mi scrive d'havere inteso sotto gergo, che l'amico haverebbe condesceso alla carica honorata, poichè io non so d'havergli scritto altro se non che in Messina si trovava lettore delle matematiche un tale Sig.r Gio. Alfonso Borelli, huomo di grandissimo ingegno e sapere, versatissimo nelle dottrine di V. S. molto Ill.re e tutto tutto nostri ordinis; e proposi a V. S. questo sogetto per lettore di Pisa, e scrissi puramente e schiettamente. Hora vado pensando che ella habbia stimato che io habbia voluto intendere del nostro caro S.r Magiotto; ma sappia che egli non partirebbe da Roma nè per questa nè per altra occasione.

Quanto al mio particolare, è verissimo che il Ser.mo Gran Duca, facendo troppa stima del mio poco merito, m'ha fatto intendere dal Sig.r Benedetto Guerrini che la catedra di Pisa sta per me; ed io per la parte mia ho accettata la grazia, supplicando S. A. che mi conceda tempo che io possa sbrigarmi con buona grazia di questi Padroni, poichè non posso far niente senza questo etc.: ed hora tengo lettere dal S.r Benedetto, che S. A. mi honora di darmi tempo; ed io attenderò a sbrigarmi per venire a finire i miei giorni, horamai gionti ad intaccare il 62 anno di mia età, in Firenze.

Quanto a quella essiccazione([465]), è riuscita, per grazia di Dio, tanto felicemente e con pochissima spesa, che è cosa di stupore, havendo superato ogni imaginazione altrui; e di più, col medesimo aiuto di Dio, ho fatto un altro beneficio al Sig.r Duca Cesarini, con notabile utile e con pochissima spesa intorno a un molino nel quale, con spesa di 28 giuli soli, ho ridotta la mola, che hora si affitta quaranta rubbia di grano più di quello si faceva: ed è cosa in fatto.

Servirò V. S. della pelle da colletto, ma desidero sapere se la vole delle grandi overo ordinarie: e quanto alla concia, sappia che si spenderà quel tanto che vorremo noi; poi che con la concia ordinaria di Roma, non passarà 15 giuli; ma se ci vorremo la concia d'ambra, si spenderà quel più. Però mi avisi, che subito la servirò, e si dichiari se la vole delle sottili overo di caprone. E li bacio le mani.

 

Roma, li 26 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re

S.r G. G.

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei,] p.o Filosofo del Ser.mo G. D. di Tos.na

Firenze.

 

 

 

4014*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 26 maggio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 21. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Al P. M. Fulgentio feci subito presentare la lettera inclusa nella gentilissima e cortesissima sua([466]), la quale con le belle animadversioni e sensate considerationi sopra tanti luoghi del Furioso ha talmente appagato il mio gusto, che non mi resta altro da desiderare dalla sua gentilezza, se non di poter godere della sua dolcissima conversatione per potere con alcune contraditioni, che per hora non ho tempo di soggerire, pienamente levare ogni ombra di difficultà che mi potesse offuscare la mente. Per hora le rendo pienissime gratie di tanto favore; e supplicandola a non lasciare otiosa la mia servitù, con tutta l'efficacia del mio spirito la riverisco.

 

Venetia, 26 Maggio 1640.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Obb.mo e Vero Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4015*.

 

CESARE MONTI a GALILEO [in Arcetri].

Livorno, 30 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 170. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.rn Oss.mo

 

L'infinita sua gentileza, qual sempre ha partorito copiosissimi frutti di dovutoli honori per il supremo dono concessoli dalla natura, conponendo in lei una perfettissima archa di scientie, come da me per fama certissima si crede; l'istessa non derrogando al suo principio e mezo, ma seguendo il cammino verso il fine, non mancha in quello di siggillare il colmo delle gratie e favori: poi che molto ben conoscho quanto ciò sia il vero, intendendo dal Sig.r Ipolito Francini, mio cogniato, un tanto honore che dal Cielo mi vien concesso per mezo della sua gentileza, con la resolutione che ha fatta di ricevere il mio pargoletto figliuolo([467]) senza oblighi nè dovutali servitù; siggillo veramente di perfettissima qualità, per il che non posso nè so come rendergliene il guidardone; ma, confidato nel Motore di essa, non mancherò, per quanto potranno le mia forze, di preghare il Fattore di quella, che, conservando lunghamente in lei l'individuo, separandolo poi lo restituischa nel suo primo ente. E facendoli humilissima reverentia, la suplicho mi voglia honorare di conumerarmi nel numero de' suoi humilissimi servi; e baciandoli le mani, salutandola, mi li racomando di tutto cuore.

 

Livorno, 30 Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galilei.

Servitor Hum.mo

Cesare Monti.

 

 

 

4016*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 1° giugno 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 125. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Dalla mia, che le scrissi con l'ordinario passato([468]), havrà inteso V. S. l'esito del mio negozio, del quale di già havevo dato cenno al Ser.mo Principe Leopoldo([469]), che scrisse a mio favore subito, ma non so come sia andato: so bene che il Sig.r Marchese Gonzaga([470]) mi risponde che l'amico(