LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

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VOLUME XVII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA EDITORE

 

1966


LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

 

SOTTO L'ALTO PATRONATO

 

DEL

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

GIUSEPPE SARAGAT

 

 

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VOLUME XVII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA - EDITORE

 

1966

 


PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

 

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

 

 

LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

 

 

DIRETTORE: GIORGIO ABETTI

COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI

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ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI

1929 – 1939

 

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Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARTEGGIO.

 

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1637-1638.

 


3413*.

 

GALILEO ad ALESSANDRO MARSILI in Siena.

Arcetri, 10 gennaio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Cod. Magl. Cl. VIII, 7, 832 (Lettere di Uberto Benvoglienti ad Antonfrancesco Marmi), car. 182. – In una lettera autografa di Uberto Benvoglienti ad Antonfrancesoo Mari, da Siena, 10 marzo 1717, si legge:

 

«Ill.re Sig.re, Sig.r Pd.n Col.mo

 

È un so che tempo che V. S. Ill.ma mi scrisse che costà si stampavano l'opere del Galileo, e che averebbono desiderato sapere se qua vi fusse del medesimo qualche cosa. A questi giorni, andando nella libreria di casa Marsili, mi mostrarono tre o quattro lettere del Galileo scritte ad uno di casa loro, che fu lettore a Pisa. Queste lettere, fuori d'una, non contengono che cose familiari, la lettura delle quali nulla importa a' letterati; ma in una v'è della curiosità. Questa è scritta da una sua villa, i 10 di Gennaio 1636([1]). Da quello che quivi si legge, si riconosce che in questo tempo la dottrina del Galileo era attaccata ed era sub iudice; fra l'altre cose quivi si legge:

 

Io sono intorno alla terza parte delle mie speculazioni intorno al moto, che è quella de' proietti.

 

Quest'uomo si lamenta di dover esser giudicato da chi, dice egli, è

 

ignudissimo di queste cognizioni.

 

E più sotto, parlando allegoricamente, soggiunge:

 

che forse il fortunale che occupa buona parte dell'Europa non croscia per tutto egualmente, nè sempre durano i cattivi influssi.

 

Questa lettera forsi sarebbe degna di vedersi alla luce, ma non mi penso che se n'otterrà mai licenza; ma quando piacesse e non vi fusse intoppi, io vedrei d'averla e mandarla, altrimenti io non ne farò passo alcuno».

 

 

 

3414*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIOVANNI STEINBERGER [in Vienna].

[Strasburgo], 20 gennaio 1637.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato al n.° 2613, car. 194r. – Minuta autografa.

 

.... Cum ex litteris ad me tuis, 8 Martii 1636 scriptis, animadverterem te nihil accepisse, non modo librum illum ante semestre denuo misi,... sed et munus addidi Systema Galilaei Copernicanum([2]), ex italica lingua in latinam a me translatum... Denuo mittam, utprimum non redditos (hoc enim suspicor) ex te cognovero....

 

10 Ianuar.([3]) 1637.

 

 

 

3415.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 21 gennaio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 207-208. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Mercoledì mattina passata partì ex abrupto il G. Duca per Livorno, e benchè mi giugnessi tardissimo l'avviso di tal partenza, proccurai non di meno di parlare a S. Altezza avanti il suo partire, dubitando che l'indugio non progiudicassi, massime intorno a quelle sfere da desiderarsi. Gli parlai dunque 1/3 d'hora innanzi, e sentì l'una e l'altra nuova e delle sfere e delle lenti; ma delle lenti n'havea già hauto sentore. Mi rispose che havrebbe scritto all'imbasciatore per l'un conto e l'altro; ma conobbi che quanto alle sfere non sentì molta titillazione, ancorchè io ritoccassi qualche punto per risvegliarla. La sera poi mi fu impossibile affatto lo scrivere per una strana congiuntura improvisa, che lungo sarebbe a ridire. Sì che vengo stasera a darle la risposta, ma in gran penuria di tempo, per essermi raggirato e trattenuto assaissimo per parlar commodamente del suo negotio all'Ill.mo Sig.r Auditore Staccoli([4]), il quale tornò col G. Duca hiersera di Livorno, sì che, bench'io havessi due giorni sono la seconda lettera di V. S., ho hauto il tempo abbreviato. Sua Altezza partì stamattina a buonissima hora alla caccia, et è stato fuora tutto il giorno, sì che quando io havessi volsuto trattar l'interesse del Re di Pollonia, non haverei potuto. Ma nel legger il resto della lettera di V. S., contenente l'interesse([5]) di lei medesima, risolvetti subito di abbracciar prima il negotio suo, parendomi che comportassi minor dilazione, e di vedere contro di lei il pericolo solito di qualche impertinenza.

La sua lettera mi pare che rappresenti al vivo l'abbondanza delle sue ragioni: però mi elessi di leggerla primieramente a chi più mi pareva che importassi, cioè al Sig.re Auditore, ma bene in qualche congiuntura tanto quieta, che potesse imbeverla bene e ricever tutti i colpi. Mi è finalmente riuscito assai bene; ma ho saputo in ultimo che la sentenza non la darà Sua Sig.ria Ill.ma, ma che il negotio fu rimesso e mandato costà alla Ruota, quattro o cinque giorni sono. L'informatione fatta qui non può se non giovare; ma costà penso adesso che bisogni l'occhio aperto, se già questa revisione non fusse venuta a fermarsi dove ella vorrebbe, cosa che per hora stimo al contrario. Io compatisco in estremo V. S. e ne ho travaglio; ma sono hora mai avvezzo in pazienza alla stranezza del suo destino.

L'altro negotio del Re di Pollonia vedrò di trattarlo quanto prima, e ne darò subito avviso a V. S., e insieme le manderò una lettera per il Rev.mo P. F. Fulgentio, già che stasera non ho dramma di tempo.

Tronco i ringratiamenti ch'io devo alla benignità di V. S., che sempre mi va accumulando di favori e di gratie singolari. Le sue amorevolissime lettere e dimostrationi mi confondono: accetti per hora la mia infinita gratitudine nel silentio. Scriverò in oltre per l'altra occasione qualche avviso delle cigne etc. e di altro, come ella mi comanda. Fo humilissima reverenza a V. S., e con devotissimo affetto le bacio le mani.

 

Pisa, 21 Gen. 1636([6]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o et Oblig.mo S.re

Dino Peri.

 

 

 

3416**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a ....

Siena, 22 gennaio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 74. – Copia di mano del secolo XVIII.

 

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Scarsamente posso sodisfare al desiderio e comandamento di V. S. in materia di quei fragmenti de' Dialogi del Sig.r Galileo, perchè, se bene è vero ch'egli la maggior parte li distendesse qui in casa mia, sopra de' particolari che V. S. accenna non ne lasciò nè a me nè ad altri copia nessuna. Posso ben brevemente raccontarle quel che succedette e si discorse del fondere delle campane, e per conseguenza dell'esperienza del mercurio. Dovevasi rigettare la campana grossa di questa Torre; e fattane la forma, mentre vi si fece correre il metallo strutto, non venne a bene, essendosi tutto sparso sott'il fondo della forma. Se ne speculò la cagione, ed il Sig.r Galileo resolutamente disse che non poteva esser stato altro che il peso del metallo, che si fosse levato la detta forma in capo. Per ciò dimostrare con l'esperienza, fece venire in casa una forma di legno da cappello, e votatala a torno, la riempì tutta di migliarole: prese poi un orinale di vetro, che la coprisse, lasciando tra il vetro e legno una distanza della grossezza d'una piastra; e ciò fatto, per un buco che haveva per di sopra il vetro, cominciò ad infondervi dell'argento vivo, e disse che tantosto che l'argento vivo si fosse alzato fino all'altezza da lui dimostrata nelle Galleggianti, che senz'altro con sì poco peso si sarebbe levato in capo la forma con le migliarole, che venti volte più pesavano dell'argento vivo: e l'effetto riuscì giusto a capello; onde concluse che per assicurar la fusione della campana era necessario di ben legare e fermar la forma con il terreno sopra la terra dove posava: e così la seconda volta il getto venne benissimo.

Più di questo poco non è da sperarsi da queste parti, perchè niun altro frequentava la conversazione più che il Sig.r Dottor Marsilii([7]), appresso del quale io so di certo non ritrovarsi cosa nessuna. E sommamente rallegrandomi di vedere il suo ingegno rivolto a simili virtuosi impieghi, bacio a V. S. senza più devotissimamente le mani.

 

Di Siena, 22 Genn.o 1657 (sic).

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo e Vero Serv.re

Arciv.o di Siena.

 

 

 

3417**.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 23 gennaio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 35. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r

 

Sa V. S. come l'Ecc.mo Aquapendente([8]) era affettionato alla nostra Casa, onde al S.r Cav.r mio zio([9]) diede il vero secreto delle sue pilolle([10]), che perciò ogn'anno ne facciamo fabricare in casa con l'aloe lavato in suco di rose. Ho consegno per un scatolino de tre onze al S.r Patavino([11]), nostro Secretario, acciò ce le faccia haver sicuro senza bagnarsi; che secondo il suo bisogno ne farò capitare a V. S. Ecc.ma de fresco in fresco, come mi ordenerà, che di ciò la prego con affetto; chè mentre si valerà di me, conoscerò la memoria che conserva della nostra Casa. Attenderò suo aviso de quando in quando ne doverò far capitare, chè resterà servita et de roba al securo buona. Et a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi raccomando, augurandole sanità. Da qui faciamo che ogni onza faccia 18 pirole.

 

Di Venetia, li 23 Genaro 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori: Al [....] S.r

L'Ecc.mo S.r Galileo Galilei Do.r

Per Arcetri.

Fiorenza.

[... sc]atolino.

 

 

 

3418*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 24 gennaio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 135. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Le lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma in risposta della ricevuta delle azze, con il ringratiamento al Sig. Baitello, mi capitarono; et sono certo capitate le sue anco al sudetto Signore. Non mi ricordo veramente se doppo le scrivessi; credo però di sì, et mi pare anco con qualche sdegno contro quelli che mai cessano di molestarla([12]). Poco però importa, perchè se le lettere le capitassero in mano, sentirebbono le ponture non solo mie, ma de tutti li galanthuomini, contro la loro malignità.

Non ho inteso mai quello che l'Elzivir faccia della stampa de' Dialoghi. Sono stato in casa 24 giorni per il mal tempo e per un raffredamento, che, facendomi sordo, mi rendeva inhabile a trattare. Questo è un accidente che l'età mi porta quest'anno, che ogni volta che mi rafreddo, e vi sono sogetto sopramodo, mi dà nell'orecchio con sordità o intonamento continuo. Ne sono però rissoluto mediocremente.

Il tempo che m'avanza da' negotii, e la notte in particolare, se non dormo, lo passo in riandare le cose de' suoi Dialoghi: l'immensità e l'infinito in particolare mi rapisse soavemente alla consideratione della grandezza del Creatore, e se bene a quella l'imensità dell'universo è nulla, non potrei però esprimer il gusto che mi dà questo chimerizar. Certo io ho ricevuto da ciò più aiuto a sollevarmi al meditare quella grandezza, che da quanto ho letto in theologhi.

V. S. mi conservi il suo amore, e le bacio le mani. Il cianzume è per risposta delle sue di 17.

 

Ven.a, li 24 Gen.o 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3419.

 

[DINO PERI a GALILEO in Arcetri].

[Pisa, tra il 22 ed il 24 gennaio 1637].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 209-210. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Di nuova lettera mi favorisce V. S. molto Ill.re et Ecc.ma questa settimana, nella quale sento particolarmente con gusto che quelle sfere Copernicane sieno per venire a Firenze per mezo del Sig.r Usimbardi([13]), già che da S. Alt.za non ne speravo molto l'effetto, sì come maggiormente me ne sono accertato adesso ch'io gli ho fatto destramente sentire gran parte di quest'ultima lettera di V. S., e intorno all'avviso delle sfere([14]) non ha mosso parola. Dell'occhiale di V. S. tornò a interrogarmi della bontà: io dissi che era di suprema eccellenza; et egli, come altre volte, a replicarmi che ne ha fatti de' meglio, e che di presente ne ha cinque, un più perfetto dell'altro. Con tutto ciò non prese il partito di renunziare quel di V. S. al Re di Pollonia, ma disse che harebbe mandato a lei una lente e una luce per lunghezza di tre braccia, ma non delle migliori, tanto più che l'evento dell'altre le mostrava pericolose: e poi le migliori dice asseverantissimamente che non le vuol concedere a nessuno, le stima assaissimo, le vuol per sè: questa coppia la mandassi V. S., chè non sarebbe entrato egli a mandar al Re di Pollonia duo vetri. Lessi prima a S. A. il principio della seconda lettera di V. S., non toccando il negotio della incudine([15]), non mi parendo più niente profittevole. Lessi poi, come ho detto, gran parte della terza, dove, al pensiero del Re per impetrare la liberatione di V. S. etc., non mosse parola.

L'uso delle cigne, intorno al quale ella mi domandò qualche avviso, mi dice il Sig.r Lori([16]) che per hora non si esercita; innanzi alla partita delle galere ci fu un giorno solo, o due al più, di scuola, doppo l'ordine di S. Alt.za; e doppo il ritorno delle galere è stata fin qui chiusa sempre la scuola per mancanza di scolari, chè tutta la ciurma era ammalata; ma che, guarendo e ricominciandosi l'arte, si ripiglierà il nuovo artifitio.

La gelosia che ha V. S. del P. F. F.([17]) fa temere anco me: pure voglio sempre sperar bene, e il silentio di 4 settimane si può attribuire a molte non cattive cagioni. Invio a lei la lettera, perch'ella mi favorisca d'inviarla sicuramente, sì come ella mi si offerse; e di nuovo le rendo gratie infinite della partecipatione favorevole da V. S. incamminatami appresso un tanto suggetto.

Ho contento grandissimo nel sentire che la sua nuova dottrina delle resistenze e del moto sia già sotto la stampa e che l'Elzeviro faccia instanza del resto del moto, e che però V. S. vadia lavorando intorno a' proietti. Vorrei essere intanto quanto prima a goderne, et essere il primo a nutrir l'anima delle sue nuove e sempre maravigliose dottrine; ma non veggo modo di partirmi di qua per più mesi senza mio storpio notabile e senza scandalo mentre ci è la Corte: però mi è forza il digiunare in pazienza.

Di questo Studio non ci è nuova di consideratione. Gli scolari son pochissimi; filosofi non ne è comparsi: ci son bene lettori frati numero 14, che fa ridere e scandalizare ognuno. Io poi alla lezione di cattedra ho hauto buona udienza, ma un continuo flusso e reflusso d'ogni genere di persone. Alla letione di casa ho sempre tutti gli scolari ch'io ci havevo da principio. Di dieci soglion ridursi a uno, io ci ho intera la decina; ho hauto ventura, credo io, di dare in ingegni assai ragionevoli. Ce ne ho tre de' migliori, uno gentil'huomo di Rimini de' Guidoni, uno de' Buonaiuti([18]) Fiorentino, e quel gentil'huomo Lucchese, Sig.r Tommaso Balbani, del quale ha già hauto qualche avviso. Di lui veramente conosco una dispositione et attitudine grande, ma si trova contro la volontà di suo padre con altrettanta premura di quel che si havesse il mio di farmi studiar legge. Questa gli progiudica in maniera, che sentendolo suo padre deviato per l'inclinatione verso la mia scuola, l'ha richiamato a Lucca in tutte le vacanze; e dubita adesso il figliuolo del ritorno, o d'haver a star qua anno per anno tanto poco tempo quanto basti per haver le fede del corso scolaresco e dottorarsi. Dice bene questo giovanotto con tutto lo spirito e quasi piagnendo: E se io non ho a studiar le matematiche, mio padre non mi havrà nè matematico nè legista, perchè io mi morrò di dolore. Questo e tutti gli altri riveriscono infinitamente il nome di V. S., ammiratissimo da tutti gli huomini d'intelletto.

Il Sig.r Pieralli([19]) saluta reverentemente V. S., ma séguita nel medesimo stato di cattiva sanità, se non con peggiore. Ha una continua tossonaccia, e spesso spesso sputi di sangue, in copia alle volte di un'oncia e più; sichè, sebene i medici stimano per cosa certa che venga dalla testa([20])....

 

 

 

3420*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 24 gennaio 1637.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 196t. – Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam.

 

.... Addas etiam exemplar Flori Freinshemiani([21]) aere meo, quod de Apologetici Galilaei([22]) pretio detrahi poterit, redemptum in officina Liberti.

.... Ad Galilaeum, ad Gassendum, litteras meas una cum Parentatione Schiccardica([23]), quam in singulas horas expecto, vel in fine nundinarum praesentium vel certe primo quovis tempore submittam ....

14 Ianuar.([24]) 1637.

Exemplaria Apologetici mundiore charta latitant alicubi in meo museo; a quo cum ego nunc exulem, nec meis unde eruant significare possim, feras moram non longam, uti spero, usque dum convalescam.

 

 

 

3421.

 

MARTINO ORTENSIO a GALILEO [in Arcetri].

Amsterdam, 26 gennaio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 164-166, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Non credes, vir Nobilissime atque amicissime, quam grata fuerit Illustrissimis Ordinibus nostris oblatio inventi tui circa longitudines locorum([25]), quam per Nobilissimum Realium non ita dudum fieri voluisti, quando et literis tuis, omni humanitate et benevolentia plenis, ad tantae rei promotionem me excitasti. Responsum obtinuimus votis nostris undique congruum, cuius summam iam ad Illustrem Grotium transmisi, nec dubito quin per Dominum Deodatum eius sis factus compos; quod tamen etiam se confirmaturum promisit modo dictus Realius, ubi italico sermone conceptum, data occasione, denuo manu Secretarii Illustrissimorum Ordinum fuerit subsignatum. Ut autem interim non ignores quid in consessu Illustrissimorum Ordinum decretum sit, sic habe.

Intellecta propositione tua, gratias non tantum egere Nobilissimo Realio, verum ut etiam is Dominationi vestrae ipsorum nomine quam maximas ageret, petierunt; facta promissione, si inventum iudicetur praxi reperiendarum longitudinum idoneum, non uno modo Dominationem vestram ulteriorem ipsorum gratitudinem laborumque compensationem experturam. Hinc, ad examen inventi tui et totius negotii promotionem, commendarunt nobis tribus, scilicet Nob. Realio([26]), Ortensio, Blauvio, ut, post quam Nobilissima Dominatio vestra omnia quae penes se habet requisita exhibuerit, non modo ea expendamus, verum etiam ad praxim revocemus, primique viam ac modum eruditis ostendamus longitudines locorum per orbem terrarum passim emendandi.

Haec sunt quae in causa Dominationis vestrae coram Illustrissimis Ordinibus peregimus; quae si grata habeas, superest ut necessaria media nobis procures, quae ad inchoandum hoc opus scribebas penes te iam parata adesse, aut adhuc mansisse excogitanda, quae nos quoque admodum avide iam dudum expectamus. Sed fortasse curiosa est Nob. Dom. V. sciendi, quid hac de re nos sentiamus, et an non aliqua dubia nobis inter quotidianos pene sermones inciderint. De iis igitur aliquid dicam, quod Dominationi vestrae dabo secum expendendum.

Post crebras inter nos in utramque partem disputationes, visum est Nob. Realio([27]) et Blauvio, inventum Dominationis V., ob summam quietem quae requiritur inter observandum, in mari non posse revocari ad praxim. Ego vero pro Dominatione vestra contendebam sufficere si iam nunc in terra ad usum revocari possit, quippe hinc insulas, portus omnes, quo ad meridianorum distantias, posse rectificari; reliqua commendanda esse industriae humanae, quae vel magis ardua tum invenit, tum superavit: cui meae sententiae post modum et ipsi acquieverunt.

Hinc de telescopio agere coepimus, comperimusque nulla in Batavia hodie, quae tantam praecisionem polliceri queant quanta ad eas observationes requiritur: solent enim etiam optima discum([28]) Iovis hirsutum offerre et male terminatum, unde Ioviales in eius vicinia non recte conspiciuntur; atqui novit Dominatio vestra requiri in primis tam Iovialium quam Iovis discos bene terminatos, ut coniunctiones et emersiones intra unum temporis minutum rite observentur. Quod et si a telescopio Dominationis vestrae haud dubitaremus praestari, non tamen vidimus quomodo in Holandia tam exquisita possemus nancisci, quandoquidem omnes artifices rudes experimur et dioptricae quam maxime ignaros. Itaque rogandam censuimus Dominationem vestram, an non aliquod auxilium nostris artificibus praestare queat, ut telescopium ad maiorem perfectionem reducatur; quamquam ego pro mea parte numquam hic desperaverim, sed viam noverim, ad talem perfectionis gradum, qui instituto inveniendarum longitudinum sufficiat, telescopium feliciter perducendi.

Circa motum Iovialium visum nobis fuit, ephemerides requiri tam exactas, ut saltem in annum unum phaenomena praedici queant; theorias item tam firmas, ut sufficiant per omnia zodiaci loca. Responsum ergo a Nobilissima Dominatione vestra petimus, ut quanta motuum notitia iam penes Dominationem vestram sit agnoscamus, et simul ulteriores observationes instituamus, phaenomena per calculum indicata continuo cum caelo conferentes; quem in finem speramus Amplissimos Consules Amstelodamenses observatorium nobis idoneum cum instrumentis procuraturos. Et sane non parum huic negotio Dominatio vestra prodesse posset, si ad ipsos Amstelodamenses Consules scriberet, peteretque ut talem observandi commoditatem mihi largiantur, quandoquidem inventio Dominationis([29]) vestrae nullis mortalium tanto erit usui et emolumento quam Amstelodamensibus. Hoc ego Nobilissimae Dominationi vestrae latius perpendendum relinquo. Quod si non censeat Dominatio vestra id sibi fore commodum, quaeso ad Illustrissimos Ordines iterato scribat, ut totum negotium meis humeris imponant, adiungantque media necessaria, puta observatorium et instrumenta: per illos id facillime a Dominis Amstelodamensibus poterit impetrari. Ego autem, Nob. Galilee, sub fide boni viri et conscientiae integritate tibi spondeo, nihil me de tuis inventis mihi arrogaturum, sed gloriam omnem tibi relicturum, solum autem inventi tui usum promoturum in commodum generis humani et patriae meae; hoc tantummodo in praemium laborum postulans, ut per te D. Ordines intelligant me eum esse, quem tu dignum isto honore iudicasti, et ut simul occasionem nanciscar per congrua instrumenta astronomiam etiam in aliis partibus promovendi, cui rei hactenus omnia pene studia mea impendi. Sed, ne nimium extra oleas vager, redeo ad propositum.

Circa horologium quod Nob. Dominatio vestra promittit, nobis visum fuit non posse dari meliorem inventionem in toto orbe terrarum, si tam constans sit ut narrat Dominatio vestra, et ubique locorum, tam in mari quam in terra, tam hieme quam aestate, expeditum ac certum praebeat usum. Tale enim horologium in observatione motuum caelestium tantum habet usum, ut nulla humana inventio in aliis rebus habeat maiorem. Quocirca et huius structuram admodum desideramus novisse, ut in praxi observationum usum nobis praestet percommodum.

Tuum ergo erit, Nobilissime Galilee, quam primum inventa tua ad nos trasmittere, ut, dum adhuc in vivis es, ipse videas iam ad praxim ista revocari. Tantum enim iam apud Illustrissimos Ordines actum est in tua causa, quam agi potuit, et scripsisset dudum ad Dominationem vestram Nob. Realius, si non impeditus fuisset infinitis fere negociis; quod si tamen eius responsum desideres, urgebo ut quam primum respondeat, simulque exemplar decreti Illustrissimorum Ordinum italicum ad te mittat, quamquam nihil inde aliud quam ex apographo, a me iam ad Illustrissimum Grotium misso, poteris intelligere.

Adventante vere tendet in Italiani Borelius([30]) noster, huius civitatis Syndicus, ad Serenissimam Venetorum Rempublicam legatus. Iste vir magnus quoque istarum rerum fautor est, et per ipsius forte in Italiam adventum amplius experieris, quam grata fuerit Illustrissimis Ordinibus nostris tua oblatio. Sed interim, quantum te orare possum, Nobilissime Galilee, matura observationum et tabularum tuarum nobiscum communicationem; ut, quia in tam incerto aetatis statu versaris, nos, si quid tibi humanitus accidat, tam utili ac nobili invento minime frustremur. Praemium laborum tuorum admodum illustre ne dubita quin habiturus sis, modo ulla ratione iudicare queamus inventum esse praxi idoneum, vel in sola terra. Iudicium vero nostrum non aliud crede fore, quam sincerissimum et omni livore ac malignitate prorsus vacuum.

Haec fere sunt, quae circa hoc negotium Nob. Dominationi. V. habebam rescribenda; quae si tardius putes prodire quam expectaveras, velim existimes non culpa mea id factum, sed quia detentus spe responsi Nob. Realii, qui tamen ob impedimenta summa hactenus nequivit respondere, quod et emendaturum se promisit. Interim Deum Optimum Maximum rogo, ut Dominationem V. diu adhuc incolumem servet, et in publicum bonum prospera patiatur frui valetudine([31]). Vale.

 

 

 

3422*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 27 gennaio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 144. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Se io per la mia naturale stolideza non intesi male il desiderio di V. S., devo mandarli la notula di quanto ho speso per lei da li 2 di Dicembre prossimo in qua, e così andare seguitando; che è l'infrascritta, in fino all'infrascritto giorno:

Per n° 300 fascine, in più volte

£

16.

Per staia sei di farina, con poliza e vettura

£

36. 13. 4.

Per n.° 35 pali, con la vettura

£

3.

Per due paia di galline

£

3. 10.

Per una catasta di legne grosse

£

31.

Per un paio di capponi

£

4. 3. 4.

Per lib. 54 di lardo

£

11.

 

Quando fui da V. S., il lardo si vendeva qui a ragione di lire diciotto il cento, ma poi è alzato il prezo quanto V. S. può vedere.

Seguiterò di mandare di quando in quando, secondo l'opportunità, capponi o altri uccellami, suplicando V. S. a lasciarsi intendere liberamente se ciò segua con sua sodisfazione, perchè mi sarebbe di sommo disgusto che l'eccessiva benignità di V. S. dovessi essere esercitata verso di me anche in questo particulare, di ricevere cose o aprovare spese che non fussero conforme al suo gusto; mentre co 'l fine, facendoli debita reverenza, gli pregho dal Cielo intera prosperità.

 

Da S.ta M.a a Campoli, 27 di Gennaio 1636 ab Inc.ne

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3423*.

 

MATTIA BERNEGGER a GALILEO in Firenze.

[Strasburgo], 30 gennaio 1637.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 197t. – Minuta autografa.

 

Galilaeo Galilaei,

Florentiam.

 

Cunctationis meae, quanquam non tam a negligentia quam a reverentia profectae, dum scilicet, inclyti nominis tui maiestate perculsus ac tenuitatis meae conscius, audaciam ad tantum virum scribendi sumere formido, gravis profecto poena nunc mihi pendenda est, respondendi necessitate in illum temporis articulum usque dilata, quo minime omnium sum ad scribendum idoneus. Iam inde usque a superioris anni Calendis Octobribus, acerrimis primo doloribus arthritidis, deinde, cum hi desiissent, perpetua crurum debilitate aliisque symptomatibus, animi corporisque prostratae vires musarum omni commercio excluserunt, cum quibus necdum in gratiam ex integro redire licuit. Allatae sunt interim a longo pudendi mei silentii intervallo alterae tuae literae([32]), illae quidem ex naufragio nonnihil madore corruptae nec lectu satis expeditae, ceterum incredibilem spirantes humanitatem (qua virtute, ut inclyta natio vestra in aliis plerisque, sic tu in ipsa natione tua plurimum excellis) et, quod caput est, onustae munere crystallorum telescopii longe acceptissimo, quo nisi pertinacia silendi tandem expugnetur, levi forte crimini rustici pudoris gravissimum ingrati animi scelus adiecisse videbor. Gratias itaque, quas muneris et per se magnum pretium et ex dantis animo benevolo maius adhuc redditum postulat, ago longe maximas, amplioribus acturus verbis, atque etiam de usu nobilissimi instrumenti, si permittis, aliqua quaesiturus, utprimum, Dei et medicorum adiutus ope, valuero rectius. Interim mitto et Schiccardi toè makarÛtou Parentationem([33]) et, pridem a me confectum, indicem eorum locorum Systematis, in quibus convertendis haesitavi vel etiam erravi. Velim, nisi grave est, de singulis explices sententiam tuam, ut saltem secunda editio (nam melioribus temporibus prodituram sperare fas est) prodeat emendatior et Galilaeo dignior. Deus tibi, divine senex, longam tranquillamque vitam largiatur, ut superstes sis inimicis tuis, superstes calamitatibus publicis, quae miserabilem in modum tot per annos orbem nostrum concutiunt lancinantque. V.

 

20/30 Ianuar. 1637.

 

 

 

3424*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 30 gennaio 1637.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 198r. – Minuta autografa.

 

Deodato,

Lutetiam.

 

.... Adieci ego unum([34]) pro magno Galilaeo et alterum tui arbitrio. Litteras etiam ad Galilaeum([35]) hic habes, quas apertas reliqui ut indicem erratorum ac dubiorum videas, quae velim etiam abs te solvi aut corrigi, quo melior olim editio procuretur. Obsigna quocunque signo. Non dissimulo suspicionem meam, telescopii vitra non esse illa a Galilaeo missa, sed ab alio supposita, retentis melioribus. Suspicandi rationes explicabo alio tempore....

 

20/30 Ianuar. 1637.

 

 

 

3425*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 31 gennaio 1636.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 145. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Mando tredici tordi e due gazine, che costano due lire e cinque soldi, e un paio di capponi, de' quali aviserò il prezo per la prima occasione, perchè adesso non lo so, non mi essendo abboccato con chi gl'ha compri: e in questo mentre non trascuro l'esecuzione di quello che ultimamente ho detto a V. S., perchè il mio desiderio corrisponde all'obligho infinito che io professo di sodisfarla per il mio cugino([36]), che, a mia contemplatione, da lei con tanta benignità fu sovenuto; mentre co 'l fine a V. S. faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 31 Gennaio 1636 ab Inc.ne

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3426.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI [in Firenze].

[Arcetri, gennaio 1637].

 

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 929. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Sono col S. poeta Coppola, il quale mi favorisce di leggermi la sua Favola([37]) con mio gran diletto. Ho preso licenza di rispondere a V. S. molto I. dopo il 2° atto, per non fare aspettar più il mandato suo. Io non ho ritratti della persona mia, salvo che una bozza fatta un anno fa dal S. Giusto fiammingo([38]), la quale è manco che abbozzata; però V. S. mi scuserà se non posso servirla.

Il Ser. Principe Giancarlo ha condotto a me il Sig. Coppola, e lasciato il suo carrozzino per ricondurlo. L'hora si fa tarda, e ci restano li altri 3 atti. Mi scusi in grazia il mio S. Mich.lo e mi ami.

 

 

Tutto di V. S. molto I.

G. G.

 

Fuori: Al S. Michel.o Buon.ti mio Sig.re

 

 

 

3427.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO in Firenze.

Siena, 1° febbraio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T, XI, car. 273. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Il Padre D. Vincenzo Ranieri m'ha accresciuta la consolatione della lettera di V. S. del 30 con nuove così buone della sua salute, che io non posso mancar di rallegrarmene con ogni più viva maniera. E perchè anco m'ha dato conto della continuatione delle sue fatiche, vorrei in questi dì di carnevale potergliene ristorare con un po' di caccia; ma i miei vescovini([39]) non m'han saputo ammazzare se non cignaletti sì piccoli, che quasi mi vergogno che il nostro Santi gliene lasci costì uno. Ho detto non dimeno che l'accompagni con quattro starne e con quattro tordi, se si saran presi. Gradisca le bagattelle, giachè non posso servirla in cose grandi, e mi conservi la sua grazia.

 

Siena, il p.mo Feb.o 1637.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei. Fiorenza.

Devot. Ser.

A. Ar.o di Siena.

 

 

 

3428.

 

MARTINO ORTENSIO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Amsterdam, 1° febbraio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 427, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Vir amicissime,

 

Bonum factum, quod apographum Decreti Illustrissimorum Ordinum super causam celeberrimi Galilei continuo ad ipsum Galileum miseris. Dominus Realius ob infinitas occupationes nondum ei respondere potuit; sed non est quod Dominus Galileus ideo cunctetur inventum suum in medium depromere, quippe in cuius caussa tantum actum est hactenus, quantum agi potuit: qui per Dominum Realium tantummodo meorum dictorum recepturus est confirmationem. Ut autem tempus diutius non trahatur, iam et sententiam nostram, et quid ei porro censeam faciendum, late scribo. Tu, quaeso, fac ut literae quam rectissime curentur. Si hoc Domini Galilei inventum procedat, profecto spe sua et conatibus egregie excidet vester Morinus([40]), qui hactenus ex lunae motu locorum longitudinem irrito labore, me iudice, eruere tentavit; et tamen ille suis literis me rogare non cessat, ut pro ista inventione praemium ipsi ab Illustrissimis Ordinibus exigam: qua in parte nunquam a me impetrabit, ut honorem meum pericliter. Nuper petiit, ut ipsi indicarem quale esset inventum Domini Galilei. Indicavi. Quid de eo iudicet, poteris facile expiscari. Non egissem illud, nisi Beecmannus([41]) noster id iam ante communicasset Mersenno([42]). Vale, mi optime Deodate, et negotium hoc nobilissimum, quantum potes, promove.

 

 

 

3429.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 3 febbraio 1637

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 7. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e P.n Colmo

 

Responderò assai brevemente alla di V. S. de' 16 del passato, solo ricevuta hieri, ch'oggi mando quella mi ha raccomandato per il S.r Diodati a suo destinato viaggio, e qui alligato vi viene altra raccomandatemi da S. S.a, che grato mi sarà saperne la ricevuta.

Quanto a quel libro del Saggiatore, lo ricevetti e lo mandai a Toloza al S.r Carcavi([43]), il quale so che da S. S.a è stato ricevuto. Ma altro che domandò, e un altro che la mi scrissi alcuni mesi sono, che l'haveva consegnato alli SS.i Galilei, o in casa, per il S.r Diodati un certo libro, hora mi scrivono havere trovato in loro bottegha un certo libro, soprascritto al S.r de Rossi([44]): mi vado imaginando che sia quello, e scrivono haverlo mandato. Lo aspetto d'hora in altro; e sendo cosa che aspetti al S.r Diodati, la puole credere che gli ne farò subito havere, e S. S.a lo saprà con altra.

Io scrivo ancora al S.r Diodati, che quando quelle sua opere saranno stampate, me ne mandi un exemplario. Così ancora desidero di quelle longitudine, quando haverà finito il suo negotio con li SS.i Olandesi, e haverò caro di sapere in che lingua si stampino. Ma di questo ancora ne ho scritto al sudetto S.r Diodati, e presto ne haverò resposta.

Mi dispiace bene che Ill.mo C. di Noaillie non habbia possuto operare cosa alcuna circa la liberasione di S. S.a; chè bisognia dire che li sua nemici siano più presto diavoli che huomini, giachè ad altri predicano la reconciliatione e per loro observano la vendetta; e se ne puole andare tirando consequentia, se peggio potessino fare, peggio senza altro fariano. Ma N. S. è giusto, e spero che alla fine, malgrado loro, la ne riceverà satisfasione. E facendoli con questo reverenza, li pregho da N. S. ogni bene.

 

Di Lione, questo dì 3 di Feb.o 1637.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.e Hum.mo e Parente Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3430*.

 

GIO. GIACOMO PORRO a [GALILEO in Arcetri].

Monaco, 6 febbraio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 97. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Per fretta gli scrivo queste due righe in ringratiarla delli belli sonetti mandatimi, quali farò in musica e li mandarò a Vienna subito; e sia certo che saranno almeno le parole gradite. S'il S.r Bartolomei si vorrà degnare, per mezzo del favor di V. S., gratiarmi di quella opera, cioè la favola di Perseo([45]), la metterò parimente in musica, e, con occasione ch'io ho d'andar a Vienna, la portarò meco e la presentarò al Ser.mo Arciduca Leopoldo, qual la farà recitare al Re suo fratello; e così sarà rappresentata l'opera con maggior applauso.

Il S.r Alberto([46]) sta bene e fa riverenza a V. S., e passati questi crudeli freddi in ogni modo l'inviarò a V. S.; sebene per altra gli scriverò in questo proposito più diffusamente. Intanto la supplico a tenermi in gratia sua e del Sig. Bartolomei, e con tal fine gli faccio humilissima riverenza.

Monaco, li 5 Febraro 1637.

Di V. S. molto Ill.re

Obligat.mo Ser.re

Gio. Giacomo Porro.

 

 

 

3431.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 7 febbraio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 8. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capita la lettera di V. S. molto Ill. et Eccell.ma dell'ultimo passato con l'allegata dell'Eccell.mo Sig.r Matthematico di Pisa([47]), alla quale farò risposta il seguente ordinario. Questi sono degl'honori che io ricevo dal mio Sig.r Galileo, il quale so bene che non può stare senza qualche speculatione mirabile. Godo sommamente d'intendere che s'affattichi a perfettionare la materia de' proietti, che sarà tutta nova. Ma quale delle opere del Sig.r Galileo non è nova? Mi pare impossibile che anco in quella materia, che la renderano immortale et ammirabile a quelli istessi che, col perseguitarla, la credono più di tutti, e restano convinti, io credo, della verità, ma certo della maraviglia, non habbia delle osservationi e delle speculationi, da comunicar almeno agl'amici et a quelli che, conoscendola, non solo l'ammirano, ma adorano come un nume l'auttore.

È verissimo quello che V. S. mi dice, che la meditatione dell'immensità mi trabalza nel medesimo tempo ne i minimi, e, quello che importa, in questi trovo più che meditare che in quella, e mi passano per mente tante cose che mi confondono: che in fatti vi ricevo gran solazzo, e passo poi, come non so trovar ripiego per intendere, al detto di Salomone, che Dio fecce il mondo e lo diede da disputar agl'huommi, ma con questa risserva e conditione, che non intendano mai nessuna delle opere, che egli fecce e fa, dal principio al fine; il che li nostri theologi, che tanto sanno delle cose divine e tanto poco delle naturali, intendono per hiperboli, et io l'intendo litteralissimamente, e sempre più mi vo chiarendo che così sia.

La prego conservarmi la sua gratia, che stimo per un thesoro precioso, e le prego con ogni affetto felicità e bacio le mani.

 

Ven.a, 7 Febraro 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

S.r  Galileo.

Devotiss.o Ser.

F. F.

 

 

 

3432*.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO in Arcetri.

Pisa, 8 febbraio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 115. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Hieri giunsi in Pisa, doppo esser stato sei giorni a Siena, e penso dimane di far riverenza al Sig.r Cioli. La prego tra tanto a scusarmi se non sono ritornato per Fiorenza, perchè vorrei pure esser a Genova gli ultimi giorni di carnovale. Starò attendendo colà che V. S. m'avvisi di ciò che segue del negotiato di Parigi([48]), e che vada pensando in che la posso servire al paese per dove penso di partire fra otto o dieci giorni.

Ho fatto lunga commemorazione di V. S, col'Ill.mo Arcivescovo([49]); e mentre la prego a conservarmi tutto suo, le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Pisa, adì otto Febraro 1637.

 

Scrivendo a Genova, ponga nella coperta: a S. Stefano.

Di V. S. molto Ill.re

Dev.mo Ser. e Vero Amico

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

3433.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 11 febbraio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 182-183. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Subito ricevuta la lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma de' 7 del presente, andai a Palazzo e la detti al Sig.r Guerrini([50]), acciò, subito che fusse possibile, la leggessi al Gran Duca e l'indugio non si facessi maggiore. Mi rispose poi, che S. A. haveva detto ch'io non mi pigliassi altro pensiero, che sapeva quel che haveva da fare, e che immediatamente mandò a chiamar Tordo([51]), il qual Tordo io non ho poi mai potuto ripulire([52]): però non so altro, ma m'immagino che a quest'hora dovrà essere stato presentato a V. S. quanto ella desidera([53]), o pochissimo possa esser l'indugio.

La nuova dell'indispositione dell'occhio destro di V. S. m'ha travagliato assai, ma ho preso da due giorni in qua consolatione e per me e per lei: sono stato male cinque o sei giorni d'un occhio io ancora, ma dell'occhio sinistro; non so che stella ci favorisca in coppia de' suoi non buoni influssi; ma adesso vo guarendo e son libero quasi del tutto: però spero che anco V. S. sarà libera dal male. Vanno delle scese attorno; a chi travagliano gli occhi, a chi i denti, e a chi le fauci; ma presto si risanano.

Di quelle sfere([54]) fuggitive haverei caro di sapere a un di presso la spesa, per sapere se a tutt'a due o a una potessi arrivare un povero o più poveri insieme, già che un ricco non mi ci parve gran cosa volonteroso. Favoriscami, di gratia, V. S. di informarsi, se è possibile, interamente, e se tal mercanzia facessi pericolare una persona privata dell'unghie velenose dell'asinità, tanto cresciute e tanto lunghe che longae regum manus non ci son più per niente.

Di qua non ho cosa di nuovo; però finisco, facendo a V. S. humilissima reverenza, mentre con devoto affetto le bacio le mani.

 

Pisa, 11 Febb. 1636([55]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o e Obblig.mo S.re

Dino Peri.

 

 

 

3434.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 18 febbraio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 184-185. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mi disse Tordo, e stasera il Sig.r Guerrini([56]), che un vetro per V. S. si è fatto a posta, e che è in ordine nelle mani del Gran Duca e che forse S. Alt.za gliel'ha inviato, ma che per ogni caso stasera gne ne ricorderà. Tordo poi vorrebbe che V. S. sapessi che certi suoi duo' vetri si contenta di dargli a quell'Inglese per venti scudi.

Il miglioramento dell'occhio di V. S. ha dato a me, et a tutti gli amici che n'eran consapevoli, consolation grande, pigliando ferma speranza che a quest'hora ell'habbia a ritrovarsi libera affatto da ogni offesa. L'havermi poi favorito, non ostante simil indispositione, di lettere di sua mano, mi ha obligato maggiormente alla benignità di V. S., che mi tien sempre col cuore devoto, incatenato o confuso.

È qua un P. D. Vincenzio([57]) Olivetano, che si mostra molto parziale di V. S. Mi ha visitato per le bugie troppo amorevoli che ella gli haverà detto di me; son però in obligo di ringratiarla, sì come io la ringratio sommamente. Ci siamo poi trovati insieme da giovedì passato in qua più volte, sempre concordando in laude di V. S. e in detestatione di chi non la riverisce. Mi par segregato dalla maggiore schiera dominante, e dispostissimo alle dottrine de' pochi e de' migliori. Ha poi alcune sue fatiche per istampare; non me le ha date nelle mani, ma io non potrò se non lodarlo.

Di quelle sfere([58]) harei caro sapere di che materia siano, di che grandezza, di quant'orbi, se rappresentino la teorica di tutto il sistema o se delle stelle fisse o del sole solamente, e, appresso, l'ultimo prezzo e dell'una e dell'altra.

Il Sig.r Marcantonio([59]) piglia qualche miglioramento, et io sto benissimo; e unitamente facciamo reverenza a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, e le desideriamo prosperissima salute per benefitio di tutto il mondo.

 

Pisa, 18 Febb. 1636([60]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Se.re

Dino Peri.

 

 

 

3435*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 21 febbraio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 136. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Rispondo al Sig.r Matematico di Pisa([61]): il favore della sua lettera mi è stata delle gratie che ricevo da V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Vorrei potere in qualche cosa servire quel Signore, quale, sendo stimato virtuoso da lei, non deve curar più sicuro testimonio, se fosse bene l'oracolo d'Appollo.

Il Sig.r Alberghetti([62]) fu a vedermi uno de questi giorni. Mi dice che va dietro al suo specchio parabolico, e questa quadragesima sarà compito. Io pure, senza sapere perchè, ho certa repugnanza di credere che risponda all'aspettatione. Mi promise un schizzo della sua sfera Copernicana, che mi dà più soddisfattione che l'Olandese, de quali ho una. Certo nelle macchie solari egli occularmente fa vedere li fenomini scritti da V. S., che è cosa singolare. Vi ha aggionti due, Giove superiore, et inferiore Venere: non li ho veduti, ma mi accerta far ad unguem le loro rivolutioni, cioè la terra una annua, Venere in 10 mesi, et Giove in 12([63]). All'allongar del giorno sarò a vederlo, et se mi fa lo schizzo, lo mandarò a V. S.; alla quale desidero quiete e gusto, dove io mi travaglio, in vece di speculationi, in processi. La notte mi rifacio, perchè mi rido di molte cose che il mondo ammira. Le b. le mani.

 

Ven.a, 21 Feb.° 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3436.

 

PIETRO DE CARCAVY a [GALILEO in Firenze].

Parigi, 22 febbraio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 10. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e Pad.n mio Cariss.o

 

Giudicarà V. S., che conosce la mia osservanza verso di lei, quanto grave mi sia([64]) stato l'intendere che ella non habbia ricevuto le mie lettere. Ho pur scritto a V. S., e mi assicuro di non dir cosa che non sia vera; ma come vedo che se ne sono perdute delle sue, non mi maraviglio che le mie si sianno smarrite, ancora che fussero tutte consegnate al Sig.r Ruberto([65]) suo cugino: non dimeno non mi dolgo di lui, ma della mia mala fortuna.

Scriveva([66]) a V. S. multe cose attenenti alla stampa delle sue opere (le figure delle quali sono intagliate), preghandola mi diesse aviso della maniera nella quale desiderava che fussero stampate, e si fusse bisogno adiugniervi alcuna cosa me lo mandasse. Scriveva ancora in consideratione del libraro, el quale, non potendo havere un privilegio per le opere già stampate (chè si tratta così in Francia), havesse desiderato che lei mandasse alcuno nuovo trattato, per cagion del quale si potesse haver el detto privilegio. Finalmente li mandai una propositione geometrica d'uno mio amicissimo e scavante([67]), con la quale dimostrava che 'l grave (supponendo el moto diurno della terra) nel suo movimento non poteva descrivere el mezzo cerchio, anzi una helice([68]); la quale è tanto stimata, che credo facilmente che V. S. havrà caro di vederla; e se li piace, l'invierò ancora alcune altre demonstrationi del detto mio amico intorno alle sue propositioni del moto, le quali non sono ancora state viste di nissuno. Di gratia, mi faccia quel favore di scrivermi tutto quello che sarà bisogna di fare per la stampa delle dette sue opere; e s'assicuri che la persona sua m'è tanto cara, che niente potrà impedirmi di darli ogni sodisfatione possibile, offerendoli una assoluta autorità di poter disporre di me ad arbitrio suo. El Sig.r Deodati l'assicurarà con più parolle di tutto quello che li prometto di core e d'affetto. Baccio humilmente le mani a V. S., e li pregho intiera felicità.

 

Di Parigi, li 22 Feb.o 1637.

Molto Ill.e Sig.r mio Pad.n mio Colend.o

 

 

Devotiss.o et Vero Serv.e

P. De Carcavy.

 

 

 

3437.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC e PIETRO GASSENDI a GALILEO [in Arcetri].

Aix, 24 febbraio 1637.

 

Bibl. d'Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc. Addit., T.IV, 3, car.451. – Minuta autografa.

 

S.r Galileo Galilei.

 

Molt'Ill.re Sig.r et P.ron mio Col.mo

 

Io stava aspettando qualche risposta più formale dall'Em.mo S.r Card.le Barberino intorno alla piena rilassatione di V. S. molto Ill.re, per poterlene render conto con occasione di ricordarmele sempre devotissimo servitore et ammiratore della sua virtù et sommo valore; ma sendo andato tanto in lungo il negotio, non ho voluto lasciar andare a cotesta volta un mercante di Marsiglia mio amico([69]) senza farle riverenza, et dirle ch'io non mi tengo ancora per escluso della grazia appresso S. Em. Dalla qual, per l'ultimo ordinario, me n'è stato concessa un'altra, negata positivamente duoi anni intieri et più, et una seconda che pattiva difficoltà grandissima ancora già da più d'un anno: quando meno io ci pensava, è venuta una lettera di suo pugno delli 6 Febraio, con l'aviso della concessione inaspettata d'ambe le grazie già disperate, da donde io mi risolvo di prendere occasione di rinovar l'instanze per V. S. molto Ill.re; dalla quale io prendo miglior concetto che prima, et auguro l'esito conforme alli voti.

Intanto le dirò che con l'occhiale già da V. S. mandato all'Ill.re S.r Gassendo nostro([70]) habbiamo veduto il corpo di Saturno d'una figura molto più stranna che non l'haveva anco visto prima con altri occhiali, parendo che la figura sia forata o machiata in duoi luoghi, più tosto che composta di tre globi separati o congionti; ma non si spoglia bene dalli raggi, che caggionano qualche confusione, et molto maggiore quando si mira al corpo di Venere, che non vi si può vedere spogliato delli medesimi raggii et molto maggiori: di maniera che se si potesse ottenere qualche altro occhiale più forte, et più cappace di spogliare o nettare quelli astri de i lor raggii fallaci, lo riputaressimo a somma ventura; ma non vorrei esserle troppo grave per questo. Et havendo inteso da un dottor di Sorbona, che passò qui ultimamente, che per servicio di S. Altezza di Toscana s'era accasato in cotesta Corte un tal Hyppolito Francino, che faceva occhiali più perfetti degli altri, la preggo di volerne dire il suo parere al latore della presente, et dargli qualche buon ricapito di qualche suo amico o parente, che glie ne possa fare impartire uno de i migliori et più forti che si possa; dove io spenderei volontieri il quadruplo del prezzio che vi potesse occorrere, per cavarmene la voglia et vedere quanto vi si può sperare et quanto ha potuto scoprire V. S. molto Ill.re La quale preggo volermi schusare di questa et tante altre importunità, et commandarmi più liberamente che non ha voluto ancora. Et le preggo dal Signore ogni meritata quietudine et contento, con la piena salute et prosperità.

 

Di Aix, alli 24 Febr.o 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Exc.ma

Devotiss.o et Humiliss.o Ser.re

Di Peiresc.

 

Io so che l'Em.mo S.r Card.a1 Barberino ha avuto occasione et voglia di far instanza alla S.ma Altezza di Toscana di certo favore in materia di belle lettere; et io son per porgergliene un'altra occasione, per ottenere la licenza di prendere dissegni et modelli delli vasi gemmei più preciosi della sua credenziera, per mia particolar curiosità, havendo io incontrato in simili monumenti dell'antiquità certe noticie assai rare et non inutili, come parerebbe. V. S. molto Ill.re potrà intendere dall'Ill.re S.re Hilarione([71]) ciò che glie ne mando, et spero ch'ella non haverà discaro di favorirmici della sua intercessione appresso gli custodi o altri ministri della guardarobba, et appresso S. A. medesima quando bisognasse; et s'ella lo giudicherà a proposito, farò io instanza a S. Em.za di scriverne a favor mio a S. Alt.za: et con questa occasione rinovandosi le instanze per il negocio di V. S., forzi che si potrebbe spuntare, conforme alli voti della republica letteraria. N'aspetterò il parere di V. S. per la via solita di Lione, et pure al ritorno del latore della presente; et in ogni modo ella schuserà il zelo, forzi indiscreto, di un suo servitore.

Habbiamo fatto dissegnare il corpo lunare di grandezza competente, visto con gli occhiali già inviati da V. S. molto Ill.re al S.r Gassendo nostro; et l'intaglia in rame qui in casa nostra il S.r Melano([72]), che è stato in Roma più di X anni, mio amico singolare, che vi ha speso sei mesi di tempo et osservato le macchie con grand'essattezza, con speranza che doverà riuscire l'opera a gran gusto delli curiosi et onore di V. S., che ci ha impartito lo stromento da vederla nella forma che s'è intagliata, tutta piena; sopra la quale s'anderanno intagliando poi altre phasi, con osservation dell'ombre di tutti li monti o promontorii, più essattamente che non si fosse ancora pratticato: et se ne manderanno subito le pruove a V. S. molto Ill.re, et all'Em.mo S.r C. Barberino ancora, se non con il prossimo ordinario, almeno con il sequente; il che darà nuova materia di parlare di V. S., che è stata la prima a scuoprir questo miracolo della natura.

La preggo di volermi far sapere s'ella habbia havuto alcuna noticia di un Silvio Pontevico, già curiosissimo di libri rari manoscritti et specialmente degli authori toscani antiqui, il quale haveva l'historia di Pisa d'Agnellus, della quale io vorrei pur intendere se sia più in essere o no, et se V. S. ha mai visto alcun frammento d'historie di cotesta città di Pisa ex professo. Ella mi farà grazia singolare.

 

Segue, di mano di Pietro Gassendi:

 

Et io anco, riscontrandomi qua, ho voluto sottoporre queste tre linee, per basciare humilmente le mani a V. S. molto Ill.re et assicurarla del mio sempre divotionatissimo affetto.

 

P. Gassend.

 

 

 

3438*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a ILARIONE BONGUGLIELMI [in Firenze].

Aix, 24 febbraio 1637.

 

Bibl. d'Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc. Addit., T. IV, 3, car. 451t. – Minuta autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio et P.rone Oss.mo

 

Le cortesissime offerte che V. S. molt'Ill.re si degnò farmi ultimamente con la sua lettera, mi colsero in tempo ch'io mi trovai fuor d'ogni libertà di testificarlene la mia gratitudine; e, per mia disgrazia, un viagetto che mi convene fare in Marsiglia quasi nel medesimo punto, fece confondere in absenza mia tutte le lettere et charte dello studiolo mio, in maniera ch'al ritorno m'è stato impossibile di ritrovarla: il che m'ha fatto cascare in una mala creanza quasi hormai inescusabile, benchè involontaria, mentre io stava aspettando d'incontrarla et di responderle, com'era mio debito, con maggior punctualità che non posso fare hora senza haver la sua in mano; preggandola di perdonarmi questo fallo e di far capitale della servitù mia, et credere che me le tengo obligatissimo per sempre e che riceverò a singolarissimo favore ch'ella mi commandi assolutamente come antiquo servitore di tutta la sua casata, e specialmente delli Ill.ri SS.ri Gallilei([73]) et Rossy([74]), et hora maggiormente astreto alla persona di V. S. molt'Ill.re con queste sue recenti offerte, ch'io riconosco essermi procurate della soprabontante amorevolezza di que' SS.ri suoi parenti, ben che non meritate appresso di loro et manco appresso di lei. Ma questa è generosità et cortesia hereditaria in tutto questo suo nobilissimo parentado, ch'io cercherò hormai di meritare, se posso, con ogni possibile dimonstratione della servitù mia et della mia obbedienza alli commendamenti loro.

Accetando adunque gli suoi cortesi officii, prendo l'ardire di raccommandarle il S.re Giovanni Issaultiere di Marsiglia, che se ne va in Venetia et doverà passar a Firenze et salutare a mio nome l'Ill.re S.r Galileo Galilei; ma vorrei ben che fosse sotto il passaporto di V. S. molto Ill.re, acciò retruovi più libero accesso et che al ritorno egli me ne possa portar nuove più fresche et, com'espero, più chare della relassatione delle strettezze e durezze che sonno hormai troppo lunghe. Io l'ho preggato di comprarmi dal S.r Hypolito Francino un thelescopio, se si puotrà ottenere, cappace di spogliare il corpo delli pianetti di quei raggii che ne confondono l'obietto et la figura; et acciò non sia defraudato, mi son persuaso che V. S. molto Ill.re non haverebbe discaro di adoperarvisi, per amor mio et molto più per rispetto dell'Ill.ri SS.ri Galilei et Rossi, acciò resti servito di stromento che possa rispondere alli voti, se non in tutto almeno per la maggior parte, sì come alla riputatione che danno a quel artefice, lo qual dicono essere stato chiamato a cotesta Corte da S. A. Ser.ma di Toscana per haver l'industria di fare telescopii molto migliori degl'altri communi; giovandomi credere che V. S. n'haverà qualche certezza o noticia sufficiente per potervisi fare quel fondamento che vi si potrebbe ricchiedere se occorrerà, et che sotto la sua parola vi si potrà fare la spesa ch'ella giudicherà convenevole. Et se non saranno lavorati gli vetri, potrà farsi mentre passerà oltre il S.r Issaultier a Venetia, per ricevergli al suo ritorno et pagarli, secondo che sarà convenuto tra di loro et consigliatoli da lei.

Ma la somma cortesia di V. S. schuserà, se le piace, ancora un'altra importunità molto maggiore. Io presi gran gusto d'essaminare la misura e capacità di certi vasi antiqui gemmei, grandi et piccoli, dalli quali ho cavato noticie excellenti; il che m'ha fatto far instanza d'ottenere una parte del Consilio di X della Ser.ma Republica di Venetia per la licenza di far misurare et prendere dissegni e modelli delli vasi gemmei più preciosi del thesoro di San Marco, li quali modelli io spero doveranno essere spediti al latore della presente. Et se fosse possibile, vorrei ben havere una nota delli vasi antiqui, di agatta et d'altre gioie, ch'io viddi altre volte nella credenza di S. A. S.ma nelle nozze della Regina, madre del Re; anzi, se fosse lecito con qualche mancia al custode, vorrei haverne un schizzo o dissegno di quelli che più apparentemente mostrano d'essere di maniera antiqua.... Et quando bisogniasse adoperar altri mezzi, seben non lo credo necessario dove si tratta del credito dell'Ill.re S.r Galilei sopra l'Altezza S.S.ma et sopra gli suoi ministri([75]), io tengo Monsieur de Guize([76]) non mi negarebbe la sua intercessione, nè forzi ancora l'Em.mo S.r Card.a1 Barberino, a che si potrà ricorrere se tal sarà il parere dell'Ill.re S.r Galilei et di V. S. Intanto si potrà procurar la nota et qualche schizzetto, se non le sarà grave....

 

Di Aix, alli 24 Feb.o 1637.

Di V. S. molto Ill.re

Humil.mo et Oblig.mo Servitore

Di Peiresc.

 

Se si trovassero costì da vendere per sorte a moderato pretio gli authori greci ch'hanno fatto commentarii o note sopra l'Aristotele, stampati già in Venetia et alcuni poi in Basilea, come se n'incontrano talvolta nelle bibliotheche vecchie, quando vengono a mancare le persone che ne fecero la raccolta, ne farei volentieri la compra, se l'assortimento o serie di detti autori fosse ben compita et gli volumi non difettuosi; et si prenderebbe la cura il S.r Issaultier di pagarne il prezio e di farmeli condurre al suo ritorno. Ma per ciò ch'egli non ha noticia di quella lengua nè di tal sorte di commercio, sarà forza che V. S. ci facia la grazia d'impiegarvisi ella, o far riconoscere da qualche suo amico la qualità di que' volumi, aciò non vi si truovi, se sia possibile, deffetto d'alcun foglio, quinterno o volume, necessarii alla perfectione della raccolta; facendosi hora questa perquisitione per servicio delli studii dell'Ill.re S.r P.o Gassendo, che attende hora qui in casa mia ad un'opera delle più isquisite che siano uscite a' tempi nostri, dove si fa mentione o raccommandation frequente della dottrina dell'Ill.mo S.r Galileo Galilei....

 

 

 

3439.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO in Firenze.

Genova, 27 febbraio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 125. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Son giunto finalmente a Genova, stimolato a ritornar più presto dalla mancanza del predicatore che quest'anno era destinato alla nostra chiesa. Fui a Pisa e presentai il libro([77]) al Ser.mo Padrone, il quale mostrò d'aggradir sommamente la testimonianza di V. S. circa delle mie qualità; e per darne segno mi disse che havrebbe trattato ch'io fossi impiegato costì nello Studio di Pisa. Il mio desiderio è d'una catedra di filosofia, per legger la materia de caelo filosofica e matematicamente senza quella maladetta servitù d'Aristotele. So che a' favori de' prencipi è neccessaria la sollecitudine de' ministri; onde quando V. S. si compiacesse di scriver due righe al Ser.mo Padrone, col ringratiarlo della buona intentione che egli m'ha dato, credo che sarebbe un rinfrescarli la memoria, acciò che il negotio sortisse. Io poi son tutto tutto suo, e qui nella patria non mi par che cosa alcuna mi sodisfaccia, mentre son privo della sua amabilissima conversatione: se piace a Dio che riesca il negotiato, per la vicinanza di Pisa mi sarà più facile il rivederla.

Col Sig.r Peri hebbi lunga commemoratione di V. S. Ill.ma, e veramente m'è riuscito quale ella me lo descrisse; ma non è meraviglia, perchè tali sono gli amici del Sig.r Galileo.

Attendo nuove del trattato delle longitudini([78]), e per fine affettuosamente con l'animo l'abbraccio e riverisco.

 

Di Genova, adì 27 di Febraro 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Sig.r Galileo.

Dev.mo e Sincero Ser.e

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

3440**.

 

PIETRO DE CARCAVY a GALILEO in Firenze.

Parigi, 3 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 11. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio, Pad.n mio Colend.mo

 

Mi rallegro con V. S. che la cagione d'inviarli le propositioni promesse nella mia lettera del 28 di Febraio([79]), e che sono capitate hoggi nelle mie mani, mi dia commodità di confessarli ancor una volta che la sua cortesissima lettera mi ha liberato da un gran fastidio, et d'assicurarla che come seppi che quelle che io li scrissi di Tolosa eranno andate a male, n'hebbi tanto disgusto, quanto contento ricevo trattenendomi della amorevolissima memoria che ella si degna tener di me. Per corrispondenza della quale mi è parso dover mandarli quelle propositioni, pensate da un gentilhuomo assai stimato, ma particolarmente nella geometria, el quale m'hè tanto amico, che el ha recusato di communicare questi et altri suoi pensieri intorno alla materia di movimenti ad ognun altro fuor di me; e quantumche sia opinione contraria a quella di V. S., ho stimato che lei la verrà con la solita amorevolezza sua e con qual suo candore d'animo che non ha pari. Io ho detto che quel gentilhuomo è mio amico, perchè veramente l'è, e non s'affatica in queste materie che per la consideratione di V. S. e per avisarla di quello che li pare necessario inanzi che sia fornita la stampa del suo trattato de motu. Delle qualità di queste demonstrationi, doppo haver parlato del'authore e dove concorre il giuditio di V. S., non occorre di inviare il mio parere: dirò solo ch'io sono stato ancora mosso di mandarglieli dal suo vero amico el Sig.r Deodati, con el quale ho parlato di lungo di lei con piacer grande e reciproco; e lui ha potuto chiaramente conoscere con quanto fervore io sia per continuare sempre nel suo servicio: e la certifico di tanta correspondenza, quanta si deve al suo merito et alla sua amorevolezza. Pregola commandarmi, perchè io possa monstrarglielo per effetto; et in tanto me le offero di core.

Di Parigi, el 3° Marzo 1637.

Aspetto risposta alle due mie lettere.

Di V. S. molto Ill.re

Humill.o e Vero Ser.re

P. De Carcavy.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio, Pad.n mio Colendiss.o

Il Sig.r Galilaeo Galilaei, in

Fiorenza.

 

 

 

3441.

 

LORENZO REALIO a GALILEO [in Arcetri].

Amsterdam, 3 marzo 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 166-167, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, li 3 Marzo 1637.

 

Non mi è mai bastato l'animo di sperare una felicità tanto grande, che di poter fare alcun servizio e cosa grata a V. S. Illustriss., persona da me sempre stata tanto stimata e pregiata, quanto il suo divino ingegno, accurato giudicio ed ingenui concetti, appresso tutto il mondo meritano. Ho ricevuto la sua dalla villa d'Arcetri in data de' 15 Agosto 1636([80]), accompagnata da quella stupenda invenzione per poter, con aiuto di Giove e delle Stelle Medicee suoi satelliti, aver ogni notte accidenti diversi, e tali che ciascheduno sarebbe non meno accomodato, anzi molto più, che se fussero tanti eclissi lunari, per l'invenzione della longitudine, della quale a V. S. Illustriss. è piaciuto per la mia mano fare offerta in libero dono a gli Illustriss. e Potentissimi Ordini Generali delle nostre unite Repubbliche. Lasciando dunque di puntualmente rispondere a quella di V. S. Illustrissima, e principalmente all'encomio tanto grande che a lei della mia bassezza è piaciuto fare, dirò solamente che io l'assicuro che avrebbe forse potuto trovare più dotto e atto a questo negozio, ma più affezionato, zeloso e ardente di me nessuno.

Avendo dunque fatta una traslazione della sua Relazione nella nostra vernacula lingua, me ne sono presentato avanti questi Potentissimi SS. con questo suo da me tanto stimato dono; il quale con gran maraviglia prima, e poi con maggior affetto e benevolenza, da loro fu ricevuto, come la Signoria V. Illustriss. ha potuto vedere per la copia della risoluzione presa sopra questa sua nobile offerta, inviatale pel Sig. Martino Ortensio([81]), professore mattematico del nostro Ill. Ginnasio, al quale incontinente io feci instanza di rescrivere a V. S. Illustriss. tutto il negoziato. In questa resoluzione mi trovai aggiunto all'esamine di questa difficile impresa, non altrimenti che se a me anco restasse qualche scienza o arte, ad un'opera di tanta erudizione, speculazione ed osservazione senza fine richiesta. Questo solo ardirò attribuirmi, di poter giudicare degli strumenti atti per locare l'osservatore nella nave in modo che stesse come immobile; il che noi altri fino adesso non abbiamo potuto trovare se non con una cosa pensile, la quale nientedimeno in questo negozio non potrà soddisfare, avendo il navilio non solamente il suo moto dalla prua alla poppa, ma anco, per l'impulsioni de i golfi, di lato in lato. Ma sopra questo aspetteremo quel che la Signoria V. Illustriss. col suo divino giudicio potrà aver pensato e trovato.

Il Sig. Ortensio, avendo cominciato a scrivere a V. S. Illustriss. intorno ad alcuni dubbi e difficultà previste (sopra le quali aspettiamo risposta), ha preso questo negozio alle sue spalle, di con essa lei corrispondere; al quale la prego di voler liberamente comunicare quel che a lei ed a lui potrebbe parer esser necessario e richiesto. Quanto a me, io procurerò in ogni modo che questa sua invenzione, colla reputazione a V. S. Illustriss. dovuta, sia trattata ed esaminata. Ho fatta anco la traslazione italiana della risoluzione degli Illustriss. e Potentissimi Ordini Generali sopra questa vostra singolar offerta, la quale pel Clariss. ed Illustrissimo Sig. Cornelio Musch, di questi Potentissimi Stati degno Granario, parimente alle vostre incomparabili scienze e candida virtù inclinatissimo, farò autenticare. E come a questo fine me ne trasporterò all'Aja, così prego la Signoria V. Illustriss. con un poco di pazienza aspettarla colle mie al suo tempo([82]), ed in tanto non lasciar di communicare col Sig. Ortensio tutto quello che potrebbe aver preparato per perfezionare un'impresa, al ben comune tanto utile ed importante. E con questo umilmente le bacio le mani.

 

 

 

3442**.

 

ELIA DIODATI a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC [in Aix].

Parigi, 6 marzo 1637.

 

Bibl. Méjanes in Aix. Mss. 204. Correspondance de Peiresc, T. IV, Diodati, lett. IV. – Copia di mano sincrona.

 

Monsieur,

 

Ayant, après une forte longue attente, finalement receu l'impression du Discours de M.r Galilei, par moy traduit([83]) (auquel M.r Bernegger, contre mon vouloir expres([84]), a sans aucune raison, non seulement pour estre chose de nul merite, mais aussi pour l'interest de l'autheur qui ne doit estre soubçonné l'avoir sceu, m'a voulu nommer en son epistre responsive à la preface([85])), je vous en envoye un exemplaire pour le joindre à la traduction des Dialogues. Vous trouverez cet escrit tel qu'il est qualifié en la preface, et en effet tres digne de son autheur. J'ay corrigé les plus grossières fautes de l'impression, affin que vous y receviez moins d'interruption du plaisir qu'il vous donnera en le lisant, ne voulant vous rien dire de la traduction, qui ne vous doit divertir de la vive et claire source de l'original italien....

 

 

 

3443*.

 

GALILEO a ELIA DIODATI [in Parigi].

[Arcetri], 7 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 86r. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, che premette questa indicazione: «G. G. 7 Marzo 1636 ab Inc.». Pur di mano del Viviani questo capitolo si legge anche a car. 76t. dello stesso codice.

 

Voglio por termine al trattato de' proietti, e mandarlo quanto prima al S. Elsevirio; e dico por termine, perchè nel rivederlo e riordinarlo mi vengono continuamente proposizioni bellissime alle mani, delle quali questa materia è abbondantissima, ma voglio per ora fermar la scrittura con una tavola che ho dimostrata e calcolata per tiri di volata delle artiglierie e de' mortari, mostrando le loro proiezzioni, e con che proporzione creschino e decreschino, secondo le diverse elevazioni di grado in grado: la pratica della quale sarà utile a' bombardieri, e la teorica di maggior gusto a gli speculativi.

 

 

 

3444.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 7 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car 12. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.tre et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capita la gratissima lettera di V. S. molto Ill. et Eccell.ma dell'ultimo passato. In quanto all'inviare quello che V. S. mi mandarà al Sig.r Elzivir, io haverò ogni commodo, sicuro e facile recapito, et de mercanti, et dell'Ambasciatore([86]) residente all'Haia, et altri ancora; e perciò V. S. mandi, che sarà servita.

Mi duole la sua flussione nell'occhio. Quando io ne ho patito, non ho trovato cosa migliore che qualche presa di pillole d'aloe, ma in sì picciola quantità che non passi tre alla volta, non maggiori di un grano di sorgo rosso, et lavarmi la mattina, cioè sprizzarmi un pezzo con l'aqua della Brenta, più tosto calda che tepida. Ma in ogni paese sono li suoi rimedii.

V. S. mi fa veramente maravigliare delle cose strane, che gli occorrono. Ho ben letto Cum clamaveritis ad me, non exaudiam: ma quello che si usa con lei, è apunto officio di un Officio del diavolo et di chi va contra Christo. Non si può far altro.

Veramente i miei vaneggiamenti, i trattenimenti nelle vigilie, sono l'infinito, gl'indivisibili e 'l vacuo; et sono i tre da i quali Aristotile argomenti l'impossibilità del moto, et io stimo senza di essi impossibile ogni moto, ogni operatione, e, quel che è peggio, ogni essistenza. Ho pensato qualche volta che in questo libro della natura, i cui caratteri sono noti a V. S. sola et intelligibili, overo a chi da lei è eccittato a leggerli e considerarli, senza che le opinioni anticipate li conservino gl'errori fissi, è impossibile che essa non habbia speculato anco intorno a i moti che noi chiamiamo volontarii o che seguono nel corpo dall'imaginatione, perchè anco in questi io ho una massa confusa et congerie di concetti oscuri, che non me li so dilucidare. Mi raccordo che il nostro buon P. Maestro Paolo, di gloriosa memoria, soleva dire che Dio e la natura haveva data un'habilità a V. S. per conoscere li moti, che quello che da lei non fosse stato investigato era investigabile all'humanità. Ma so che di questo genere bisognerebbe non scrivere.

Dio la conservi, e con ogni affetto le bacio le mani.

 

Ven.a, 7 Marzo 1637.

Di V. S. molto Il. et Eccell.ma

Dev.mo Ser.

F. F.

Dell'opere che mandarà, è bene che ci sia il duplicato.

 

 

 

 

3445.

 

ELIA DIODATI a MARTINO ORTENSIO [in Amsterdam].

Parigi, 13 marzo 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 427-428, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Parigi, 13 Marzo 1637.

 

Unde, Vir Clarissime, altum tibi nunc silentium, qui nuper ad expergiscendum Dominum Galileum tam anxie me urgebas? Satisfecit is (qua est ingenuitate) pollicitis; tuque eius propositionem ab Illustrissimis Ordinibus gratanter et cum honore exceptam per literas([87]) quatuor iam ab hinc mensibus mihi nunciasti, paratumque, mox sequuturum, Illustrissimorum Dominorum ad eum responsum, Nobilissimo Realio mandatum, esse: cuius, tua fide, optimo seni spe a me facta, eius adventu hactenus frustratum me, nec ad tot meas tibi ab eo tempore scriptas literas ullas a te accepisse, non possum non mirari; cum longa haec mora auctoris et negocii dignitati, eiusque in cuius sinu inventum hoc primum conditum est, quoque suasore et per quem ab auctore Illustrissimis vestris Dominis prae aliis omnibus proditum est, dignissimo merito, nullatenus respondeat, quum eum praesertim in hoc negocio quasi vicarium sibi auctor delegerit, illi, ad expeditiorem eius tractationem propter nimis longe dissitam absentiam, ulterioribus suae propositionis illustrationibus, ad solvendas et enodandas difficultates emergentes, postmodum adhuc creditis. Quare quid caussae subsit, a te scire expecto. Vale.

Invigila, quaeso, impressioni operis Domini Galilei de motu, ab Elzevirio susceptae, de qua nuper ad te scripsi.

 

 

 

3446.

 

ELIA DIODATI a MARTINO ORTENSIO [in Amsterdam].

Parigi, 16 marzo 1637.

 

Dal Tomo III, pag.428-429, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Parigi, 16 Marzo 1637.

 

Heri demum, Vir Clarissime, tuam epistolam prid. Cal. Februarii scriptam([88]) accepi; ad quam maiori otio, quam nunc mihi suppetat, deinceps responsurus, huius solum in praesentia te monitum volui, aegerrime me ex ea percepisse, Domini Galilei inventum (quod is, velat arcanum nemini propalandum, Illustriss. Dominis Ordinibus dicaverat, quodque ab illis vestrae fidei commissum fuerat) a te et a Beecmanno([89]), Morino et Mersenno indicatum fuisse. Quo enim iure quove fine id feceritis, non video: in spem quippe silentii vobis creditum, citra Dominorum scitum, Illustrissimorum inquam Ordinum, et auctoris (cuius quam maxime celatum asservari intererat, nondum praesertim a vobis relato([90]) negocio, nec debito honorario eius auctori adhuc dum decreto), a vobis revelari non debuit; speciatim vero Morino (quem eidem negotio operam frustra navasse sciebatis) ut a rivali cavendum vobis fuit, nec non a Mersenno, cuius nimia curiositas vobis debuit esse suspecta. Quare utrumque vestrum etiam atque etiam rogo, ne cum illis aliisque hac de re in posterum ulterius agatis. Pessime interim me habet, negocium hoc pro eo quanti maximi pendet momento a vobis non satis perpensum, praecipiti hoc et nimis incauto lapsu paulo minus quam funditus pessundatum esse, nec, pro incomparabilis auctoris eius dignitate, honorificae eius receptionis debitaeque pro tanto oblato munere gratitudinis (velut par erat et spem ipse feceras), quinque et plus ab hinc mensibus, ullum vel minimum hactenus signum extitisse: quae inexpectata neglectio, generosae Illustrissimorum vestrorum Dominorum magnanimitati penitus absona, fiduciam haud dubie, et quidem merito, quam de illis, me sponsore, vir nobilis altum animo conceperat, illi vel invito radicitus avellet; ita ut auxiliorum, quae ab eo post expiscatum inventum ad expeditum eius usum instanter nunc postulatis, spes vobis omnis hac ratione praecidatur, sicque tam expetitum, tamque non solum ad navigationem sed et ad promptam et accuratam geographicarum tabularum reformationem necessarium, ideoque nullis unquam sat dignis praemiis et honoribus compensandum, vereque divinum, inventum, vobis, id recusantibus vel parvipendentibus, excidet, et per vos humano etiam generi, per quos, cum aeterna strenuae et industriae vestrae gentis gloria, illud orbis terrarum Auctor destinato voverat: nec enim tantum virum, tantique a Serenissimo suo Principe habitum, rem adeo eximiam precario (ut illi suadere videris) iterata ad Illustrissimos Ordines, scriptione licet, nullo ab illis per tantum tempus habito responso, vel literis ad amplissimum Amsteledamensem Senatum, importune obtrudere decet. Sat sit illum Illustrissimis Dominis Ordinibus fidenter et generose, summae illorum virtuti et potentiae habita reverentia, id semel obtulisse; vestrarum porro sit partium, qui ad eius promotionem ab illis delecti estis, negocium apud eorum Celsitudines, pro personarum et rei ipsius dignitate, gnaviter curare perficiendum, omnibus ad id facientibus prudenter ab iis sine ulteriori mora prospectis et provisis: ex quo vobis Dominis Commissariis, tibique nominatim, vir Clarissime, magna apud omnes gratia et meritissimus honos quaeretur.

Iure mihi a Domino Galileo delato usus, tuam ad eum epistolam; illibata altera ad Dominum Peirescium, Illustrissimo Domino Grotio praesente, aperui et legi; cuius cordatissimi omnibusque (ut scis) virtutibus cumulatissimi viri, ergaque publicum patriae totiusque universi bonum optime affecti, de hac re iudicium ex suprascriptis habes. Per Dominum Ieremiam Calandrinum([91]), hanc tibi officiose traditurum, tuum ad eam expectatissimum responsum mihi mittere poteris.Vale.

 

 

 

3447.

 

LODOVICO ELZEVIER a FULGENZIO MICANZIO in Venezia.

Leida, 16 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 68. – Autografa.

 

Molto Rev.do et Ill.re Signore,

 

Questa sarà per dar aviso a V. S. del mio arrivo in Leida....

In quanto il libro del Sig.r Galilaeo, ne ho fatto intagliare le figure, delle quale mando 4 per prova. Comminciarò con il primo la stampa; intanto aspetto il restante con il frontispicio, il quale piacerà a V. S. di consegnare al S.r Giusto([92]) libraro, al quale ho dato ordine di mandarmelo. Ovunque la potrò servire, prego d'onorarmi delli suoi commandi, alli quali sarò sempre

 

Di Leida, 16mo di Marzo 1637.

Di V. S. Revd.ma

L'humill.mo Servitore

Lodoico Elzevier.

 

Fuori: Al'Ill.mo et Revd.mo Signore

Fulgentio Servita, Teologo della Ser.ma Rep.ca di

Venetia.

 

 

 

3448*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 20 marzo 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 114. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

La sua de' 9 del corrente m'è stata di molta consolatione, perchè, sebene ella m'avvisa che ancor seguita l'infermità del suo occhio, per ogni modo, vedendo che ella non per questo manca di honorarmi delle sue lettere, resto sempre più certo della continuatione del suo affetto, più che mai vivo. Io non intendo però che questo mio contento debba esser di pregiuditio in cosa alcuna alla sanità sua, bastandomi che quando sarà guarita, come in breve spero, me ne dia parte.

Sto componendo un epitalamio per le nozze del Ser.mo([93]), del quale, quando l'havrò finito, ne farò parte a V. S.: alla quale, nel ritorno del Ser.mo a Firenze, non raccomando il negotio della lettura([94]), sicuro che ella farà per sè stessa senz'altro stimolo.

Mi conservi sempre suo, e si ricordi che fra' più affettuosi suoi servitori non cedo ad alcuno in amarla e riverirla. Con che per fine le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, li 20 Marzo 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cordial.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3449.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all'Aja].

Parigi, 20 marzo 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 430-433, dell'edizione Fiorentina citata nell'informazione premessa al n.° 1201. La presente è la traduzione, inviata dal Diodati a Galileo (cfr. n.° 3499), dell'originale. – A questa lettera tien dietro, nella citata edizione Fiorentina, una «Poscritta del Deodati al Galileo», la quale, com'è naturale, dovette esserle accodata quando il Diodati trasmise la lettera a Galileo; e perciò noi la pubblichiamo al posto che cronologicamente le spetta (cfr. n.° 3499).

 

Parigi, 20 Marzo 1637.

 

La fama della virtù e de' gran meriti di V. S. Illustrissima avendomi più volte fatto desiderare di godere ereditariamente nella sua persona dell'amicizia della quale (essendo io in Olanda nell'anno 1612) l'Illustrissimo Sig. suo Padre([95]), di felice memoria, m'aveva onorato, e continuatamela anco di poi mentre ha vissuto; ora, con l'occasione d'un negozio importantissimo, nel quale ricorro alla sua protezione verso gl'Illustrissimi Signori Stati, dignissimo della loro grandezza e potenza, me le vengo a offerire devotissimo ad onorarla e servirla.

Il Sig. Galileo Galilei (il solo nome del quale, senza altra più particolare denotazione, manifesta l'eccellenza del suo merito, come di persona singolare nel nostro secolo, avendolo illustrato per le cose da lui ritrovate nel cielo, inaudite ed incognite a i secol passati), avendomi scritto da un anno in qua (secondo l'antica amicizia della quale Sua Signoria s'è compiaciuta onorarmi) che oltre le cose da lui ritrovate e pubblicate gliene restava una importantissima, desiderata in universale da tutti, ed alla ricerca della quale tutti i gran principi avevano invitati i mattematici e gli astronomi con promesse d'onoratissime ricompense a chi la trovasse, cioè l'invenzione delle longitudini, nella quale, essendosi affaticati invano fin adesso, gli era felicemente riuscito di venire a capo ed accertarsene per ogni sorta di prove ed esperienze continuate per molt'anni; non restarli se non di trovare un principe potente, al quale dedicando il suo segreto, il negozio sotto tali auspici pigli stabilimento, ed in progresso di tempo ne sia introdotto l'uso per terra e per mare, dove assai più questa invenzione era necessaria per la sicurezza de' naviganti; essendomi rallegrato seco che con questo nuovo trovato potesse, oltre a' precedenti già pubblicati, anco illustrare la sua memoria con un tanto beneficio verso il genere umano, gli scrissi che mi pareva (se per altre considerazioni non ne era ritenuto) che per questo non poteva far migliore elezione che degl'Illustrissimi Signori Stati Generali delle Provincie Belgiche federate, concorrendo in essi tutte le qualità desiderabili per la perfezione di questo, e potendo meglio d'ogn'altro principe, per via delle continue ed universali loro navigazioni, introdurre e stabilirne l'uso, avendo negli stati loro peritissimi astronomi e numero grandissimo di nocchieri e marinari espertissimi ed industriosissimi, e che di più poteva sperare, anzi assicurarsi, che essi, conoscendo per prova l'importanza di questo negozio e l'onore che glie ne riuscirebbe rendendosi pubblico ed all'uso universale del genere umano sotto i loro auspici, non mancherebbono di testificarglielo, rimunerandolo onoratamente secondo la solita loro magnanimità. Avendo dunque esso Sig. Galilei condesceso al mio parere, mi pregò di scriverne al Sig. Ortensio per farne fare la proferta alle loro Eccellenze; la quale essendogli stata fatta dal Sig. Borel, Console d'Amsterdam, fu ricevuta da loro con molto applauso, avendo nominato i Commissari per esamine della proposizione, quando venisse loro presentata: la quale esso Sig. Galilei, essendosi trovato indisposto, non potè mandargli che in capo a quattro o cinque mesi, cioè nel mese di Settembre passato, avendola indirizzata al Sig. Realio e scrittoli in particolare una lettera onoratissima (come feci anch'io, accompagnando quella del Sig. Galilei, per dargli notizia che, pervenendogli per mezzo mio, me ne mandasse la risposta), pregandolo di farne la presentazione in nome di Sua Signoria alle loro Eccellenze (non essendo parso di dover servirsi in ciò del Sig. Ortensio, se bene suo amico, essendo uno de' Commissari nominati). Alli 4 di Novembre ebbi avviso dal Sig. Ortensio della presentazione fatta dal Sig. Realio della proposizione, e che dalle loro Eccellenze era stata ricevuta con grande aggradimento e con molto onore, come esso Signor Galilei lo vedrebbe dalla loro risposta, la quale in breve dal Sig. Realio gli sarebbe mandata, secondo la commissione glie n'era stata data da loro; e che intanto detta proposizione era stata data a i Commissarii per esaminarla e darne relazione. E non essendo fin adesso detta risposta dell'eccellenze loro stata mandata, avendo il Sig. Ortensio dopo un silenzio continuato di quattro mesi, benchè instantemente da me sollecitato, finalmente scrittomi che il Sig. Realio aveva avuto molte occupazioni, le quali l'avevano impedito di mandare la risposta, e che in breve me la manderebbe per inviarla al Sig. Galilei, e non essendo nè anco seguita la relazione de' Commissari, V. S. Illustriss. può da sè facilmente comprendere se il Sig. Galilei, il quale, per la generosa confidenza dimostrata nel suo procedere avendo con ragione dovuto sperarne ogn'altra cosa che una tanta freddezza, ha occasione ora di ritrovarsi perplesso, ed io, per avercelo ridotto, di restar confuso; una tanta dilazione non rispondendo nè alla dignità del negozio, di valore inestimabile, nè al merito incomparabile dell'autore, confidatosi generosamente nella magnanimità dell'Eccellenze loro, e riverito la loro potenza con parole e con fatti nell'aver loro fatto un presente di sì gran prezzo, nè finalmente all'onore ed alla gloria immortale che glie ne risulta, dovendo non solo i loro popoli, ma anco tutto il genere umano, ricevere dalle loro mani questo dono del cielo, negato a tutti i secoli passati.

Ed acciò V. S. Illustriss. conosca maggiormente quello avrà da esser fatto per la promozione del negozio, ecco che le mando la copia della proposizione (avendomela esso Sig. Galilei mandata aperta), non solo per informarnela, ma anco per la sua soddisfazione, tenendo che averà molto a caro di vederla, e che, essendo intelligentissima in queste scienze mattematiche, ne riconoscerà facilmente la verità, e discernerà che quanto resta da farsi per facilitarne l'uso in mare e superare l'impedimento che l'agitazione della nave potesse arrecare a far l'osservazioni necessarie, non dee minorare il merito, non derogando ciò alla certezza della cosa, e per quanto spetta alla terra, potendosi senza altro maggior comparamento, per via di questa invenzione, riformare le carte geografiche e marittime ed essere in esse assegnati([96]) i veri siti de' luoghi, i quali sin qui non si son posti per lo più che immaginari; il che solo, essendo bene presente ed eccellentissimo per l'aggiustamento della geografia, quando altro non fosse, dee far tenere in grande stima il segreto di questa invenzione. E nondimeno per rispetto anco del mare, oltre che il Sig. Galilei nella sua proposizione dice d'averci trovato qualche opportuno rimedio, non bisogna dubitare, che come universalmente l'arti, principalmente le più nobili, hanno tutte nella loro prima introduzione incontrate delle grandissime difficultà, per le quali in principio si perdeva ogni speranza della loro riuscita, le quali nondimeno dipoi, per l'industria degli uomini (alla quale non è cosa alcuna insuperabile), con ammirazione si son rese facili e praticabili anco da i spiriti volgari, senza dubbio interverrà il medesimo in questo, principalmente se v'aggiungono promesse d'onorati premi a chi lo riduca a perfezione: attesochè (per non uscire della navigazione) moltissime sono l'operazioni che si fanno nel governare le navi, le quali, proposte a i primi naviganti, sariano state riputate del tutto impossibili; e parlando d'una sola, chi avrebbe mai creduto che si potesse fare una mistione dell'uso delle vele e di quello del timone, che, senza scapito alcuno, anzi più presto con qualche guadagno, si potesse contrastare alla forza d'impetuoso vento contrario? Sicchè l'ingegno umano venendo a capo d'ogni cosa a che s'applica con fissa ostinazione, questa difficultà per la fluttuazione della nave sarà anco col tempo facilmente superata, come s'è visto di molte altre assai maggiori ed assai manco necessarie ad esser superate. V. S. Illustrissima vedrà di più per la detta proposizione, come il Sig. Galilei offerendo di dichiarare il modo per la costruzione dell'efemeridi de' moti regolari de' quattro satelliti di Giove, e d'insegnar la fabbrica dell'orologio da lui trovato, esattissimo misuratore del tempo senza errore nè anco d'un minuto secondo d'ora in un giorno nè in un mese (aiuto mirabile in tutte l'astronomiche osservazioni); per venire all'effetto di tutte queste gran cose, le quali non si possono sperare da altri che da lui, non avendo per la sua grave età potuto intraprendere un viaggio di tanta distanza per trattar questo suo negozio di presenza, come sarebbe stato assai più opportuno, anzi necessario, pare che quello s'abbia da fare per supplirci sia che con un trattamento convenevole al suo merito, alla dignità del negozio ed alla grandezza e potenza di cotesti Illustrissimi Signori, testificatogli con gli effetti, senza più lunga dilazione, venga ad essere indotto ed invitato a dichiarar le cose da lui offerte, perchè il continuare nel modo che si è proceduto fino adesso, gli priva giustamente d'ogni speranza e mette il negozio in termine di perdersi, frustrandone l'autore dell'onore e del premio dovutogli, il mondo universale del benefizio desiderato, e cotesti Illustriss. Signori della gloria dello stabilimento.

Però, con quel maggiore affetto ch'io posso, prego umilmente V. S. Illustrissima di volere abbracciare questo negozio, nel quale non credo poterle essere importuno, anzi, visto dalla sua generosità, spero che lo giudicherà degno oggetto della sua virtù e d'esser appoggiato all'autorità di Sua Altezza([97]), in quanto la gloria di sì nobili e sì illustri stabilimenti ridonda principalmente nella gloria de' principi sotto gli auspici de' quali si son fatti, notandosi tra le più segnalate imprese loro, come in Cesare la riformazione del calendario, ed in Ferdinando di Castiglia lo scoprimento dell'Indie; onde Sua Altezza, non cedendo in grandezza d'animo ad alcuno de' detti principi, se sarà informata da V. S. Illustrissima del merito di questo negozio, nobilissimo per la sua origine, essendo derivato dal cielo, ed illustrissimo per lo bene universale e perpetuo al genere umano, l'animerà senza dubbio a proteggerlo volentieri con l'autorità sua.

Il Sig. Heuscherchen([98]), Residente in questa Corte per cotesti Illustrissimi Signori, col quale ne ho conferito, è stato di parere che ne scrivessi all'Illustrissimo Signor Musch([99]), Segretario di Stato delle loro Eccellenze, per raccomandargli il negozio, come persona di molta autorità nel Consiglio loro e di gran virtù, al quale ne ho scritto, sebbene più succintamente. Piacerà a V. S. Illustrissima conferirne con lui, e concertare insieme quello che giudicheranno s'abbia da fare, facendomi il favore di avvisarmene. Il zelo del ben pubblico ed il devotissimo affetto mio verso cotesto trionfante Stato, dal quale prima sono stato mosso, me ne fa desiderare il felice successo per la gloria loro, oltre l'interesse dell'autore, persona singolare e d'incomparabil valore, trovandomici in obbligo per suo rispetto, avendo egli in ciò seguito il consiglio che io glie ne ho dato; sicchè gli buoni uffici, che V. S. Illustrissima si compiacerà far per il bene del negozio, mi terranno in obbligo strettissimo e perpetuo verso di lei, pregandola ec.

 

 

 

3450**.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 14. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Oss.mo S.

 

Fui per le feste di Natale, in compagnia delli SS. Sacchetti, a vedere il presepio (in questo erano diversi orologii, che si movevano in virtù d'una radica([100]), del P. Atanasio([101]) Giesuita([102])), e nella loro libreria veddi, tra gli scritti del P. Grambergieri([103]), alquante demostrationi de centro gravitatis solidorum, quali nè erano di sua mano nè scritte così di fresco; sichè, tenendo per certo che fussero quelle di V. S. Ecc.ma([104]), fecci grand'instanza per haverle, ma per qualsivoglia mezzo o preghiera non ho possuto ottenerne copia, sott'un protesto generale che hanno scomunica di dar fuora l'opere che non sono stampate. Io confesso d'essermene piccato, e così pregai il P. Francesco([105]) che a mio nome chiedessi a V. S. commodità di copiarle. Ma egli, per non haver mie lettere (chè non hebbi tempo, come scrissi a lui) overo per esser troppo guardingo, non ha ardito far simil domanda, ma solo m'assicura trovar V. S. prontissima a farmi di continuo grazie, et egli s'obliga (quando gli sia permesso) di copiarmele. S'io ardisco troppo, domandando cosa che non è per anco stampata, n'è causa (circoscrivendo la sua cortesia la mia curiosità e segretezza) il vederle in potere di costoro, sì come avviene d'altri libri, che, sotto protesto di volergli confutare, sono di continuo letti e riletti da loro. Potrei anco, se così le pare, mostrarle per passaggio al detto P. Atanasio, acciò intenda che si possono havere senza loro, e che non è erba del loro orto, sì come tengo per sicuro.

Fra tanto gli do nuova come da Napoli è venuto un cristallo, che porta 15 palmi di cannone: ingrandisce gl'oggetti fuor di modo, dà grandissimo gusto intorno alle Stelle Medicee; ma però non termina bene il disco di Giove, mostrandolo imbambagiato. Così ne sono venuti dal medesimo maestro al P. D. Benedetto dei più corti, ma però, a mio giuditio, molto migliori. Talchè tengo per sicuro che questo instrumento sia per avanzarsi più che mai, non ostante che molti Peripatetici di Roma affermino ostinatamente esser tutte illusioni di vetri; ma troppo elleboro ci vorrebbe per questi cervelli.

Godo in estremo che ella s'occupi intorno al moto dei proietti, e tanto più, quanto meno mi dà soddisfatione Aristotile. Per fine la prego quanto so e posso a non lasciar indietro le speculationi de incessu animalium([106]), acciò con questo tratto ancora si sbarbi quella opinionaccia che questo autore sia in tutto e per tutto un oracolo. M'è sovvenuto questo, perchè qua si trova un medico tedesco, anatomista raro, quale mostra in fatto assaissimi errori de natura animalium; e quand'io gli contai del cavallo di Gattamelata([107]), che sta sopra dua gambe dalla medesima banda, contro il detto d'Aristotile, rise veramente di tutto core; et ogni giorno porta qualche luogo, per farci sempre più ridere.

Mi perdoni, per grazia, V. S. E.ma s'io mi son troppo allungato, e mi comandi senza risparmio, ch'io gli sarò sempre buonissimo servitore. E le prego da Dio ogni bene.

 

Roma, il giorno di S. Benedetto 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo et Obl.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3451.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 22 marzo 1637.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato al n.° 2613, car. 207t. – Minuta autografa.

 

.... Apologetici([108]) exemplaria 12 hic habes. Boni consule munusculum. Mundioris chartae, nulla mihi suppetunt amplius. In illam sarcinam, quam nondum allatam vobis ex litteris tuis 24 Februarii scriptis cognosco et doleo, quatuor mundiora, et qualia requiris, promte indidi. Quadraginta libras, Pelei([109]) bibliopolae nomine dandas a nepote, ut scribis, solas pro omnibus meis impensis typographicis accipiam. Cum enim per infelicitatem temporum omnia commercia iaceant, exemplaria nullibi distrahere conceditur. Quicquid eorum inter homines doctos sparsum est, mei muneris fuit. Sed aequo animo patior hoc damnum, quo me tamen Elzevirii levare possent et forte deberent. V.

 

12 Martii([110]) 1637.

 

 

 

3452**

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a ELIA DIODATI in Parigi.

Aix, 24 marzo 1637.

 

Bibl. d'Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc, Addit., T. IV, 3, car. 161. – Minuta autografa.

 

.... Votre Discours du S.r Galilée([111]) meritoit bien d'accompagner son Sisteme encores plus que celuy de Foscarini([112]), ou les difficultez sont bien traictées d'un autre air; et vous les avez mises en si bons termes et si elegantz, que le public ne vous en sçauroit rendre assez de bon gré, puis qu'il se peult dire que ce sont voz soings qui ont conservé une si digne piece et qui luy ont donné le passeport pour aller par toute la chrestienté et durer aultant de siecles que les bonnes lettres pourront demeurer en estat....

 

 

 

3453.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 27 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 16. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Quando ch'io partii di Pisa, rimasi in apuntamento col Sig.r Francesco Rinuccini, che va a Venetia residente del Ser.mo G. D., che egli cercasse colà di qualche stampatore, il qual volesse prendersi l'assunto di far stampar le mie tavole([113]). Ma perchè in Roma vi è un tal Guglielmo Faciotti, che stampò l'Effemeridi del'Argolo([114]), il quale per avventura mi potrebbe servire, voglio pregar V. S. a farmi gratia di scriver due righe al P. D. Benedetto Castelli, col mandarli il titolo del'opra, acciò che egli si prendesse cura di moverne parola con detto stampatore, perchè essendo trattato il negotio per mano di persona di credito potrà facilissimamente riuscire.

Fatto Pasqua, stimo che l'Epitalamio([115]) sarà finito, e subito ne farò parte a V. S. Tra tanto voglio dar parte a V. S. d'una osservatione fatta da me nelle vibrationi de' corpi penduli, che forsi, se da lei non è stata avvertita, non le dispiacerà; et è, che lasciandosi andar dal'uno de' lati del'arco da loro descritto, e restringendosi sempre più, tante vibrationi pongono la prima volta nel ristringersi un palmo, quanto la seconda e la terza etc. Col'essempio mi lascierò forsi meglio intendere. Sia sospeso il pendulo A dal punto E fino al'altezza del'arco LF: lasciandosi poi andar libero fino ad H, nel ritorno farà la vibratione d'arco minore in B, la terza in C, etc. Hora se, per essempio, la decima vibratione havrà slontanato il pendulo dalla perpendicolar al'orizonte EI per la quantità del'arco GL, ogni volta che il pendulo si tornerà a lasciar cader libero dal punto F e che havrà ristrette le sue vibrationi al'arco GL, saranno sempre dieci vibrationi([116]) e non più; il che potrà servire per numerar le vibrationi, senza haverle a contar ad una ad una.

Sono, per fine, tutto suo, e di cuore me le raccommando.

 

Di Genova, li 27 di Marzo 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

Attendo buone nuove del'occhio suo.

 

 

 

3454**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 28 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A. car. 149. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.m Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Tra le mortificationi che già molti mesi per causa de' miei cugini ho riceuto e continuamente ricevo, una delle maggiori è l'aver trattato la vendita di quella mia casa([117]) con persona che m'ha saputo trattenere tanti mesi, e quando io penso d'avere concluso, avendola indotta a compromettere liberamente, mi trovo burlato, volendomi egli pagare in tanti crediti: e così, con questi aggiramenti, io ancora apparisco scialaquatore di parole, che ho dato intenzione a V. S. di rimborsarla prontamente de gli d.i 80 prestati a mia contemplazione, e poi con qualche dilazione del resto. Suplico però V. S. con tutto l'affetto, che non ascriva questi allungamenti a vizio della mia natura, anzi gli stimi più presto necessarii che volontarii; e mentre che io m'ingegnerò di purgare una volta queste contumacie, mi onori di qualche suo comandamento, mentre co 'l fine gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 28 Marzo 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3455.

 

DANIELE SPINOLA a GALILEO in Firenze.

Genova, 29 marzo 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 285. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Debito di qualunque huomo ci vive parmi che sia l'onorar la virtù; la quale quando in sommo grado si truova congiunta alle più nobili scienze in un suggetto, io stimo che all'atteismo s'accosti chi non la riverisce in quello come cosa divina. Perlochè V. S., da cui le filosofiche e matematiche discipline, state sin ora cieche, han ricevuto il vedere, non dovrà riputarmi per ardito soverchio, se, sconosciuto, vengo con queste righe a testificarle l'osservanza che io verso di lei professo, parto della maraviglia che vive in tutti i cuori, e spezialmente nel mio, del sovrumano sapere di V. S.: giachè, non valendo io di vantaggio, in questa carta presentole un obbligo di perpetua servitù. La quale, avvegna che io gran tempo habbia da che ella in me nacque, non ho mai osato però di palesargliela, dono stimandola agli alti meriti suoi sproporzionato; ma, sovvenutomi esser un cuor sincero volentieri accettato anche da Dio, ho dato bando a quel rispetto, come troppo nocivo al mio bene, che alla mia fortuna toglieva il modo di poter avanzarsi con alcun comandamento di V. S., non messo più in dubbio ch'ella sia per accettarmi nel numero de' suoi più devoti: il che se, come io bramo, mi avviene, giusta cagione havrò sempre di gloriarmi di essere stato dal gran Galileo, cioè a dire dal miracolo di tutti i secoli, riconosciuto per suo ammiratore. Ma se V. S. punto gradisce l'ossequiosa mia volontà, diamene arra, ne la supplico, col farmi degno di attualmente servirla, mentre io, pregandole ogni meritata felicità, le bacio le mani.

 

Di Genova, il dì 29([118]) di Marzo 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

S.r Galileo Galileo. Firenze.

 

 

 

3456*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

Strasburgo, 2 aprile 1637.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato al n.° 2613, car. 211r. – Minuta non autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam.

 

Amplissime nobilissimeque Domine,

 

Nudius tertius aut quartus cognatus tuus, cuius ego diligentiam, modestiam, prudentiam, magis magisque mihi probatam, valde commendo, cum turonenses illos 40, de quibus nuper scripseras([119]), in boni commatis moneta, scilicet unciatis nummis, quos nos imperiales taleros appellamus, mihi repraesentavit, tum etiam litteras tuas reddidit, 1 Martii scriptas. Pergratum est, meas ad summos viros Galilaeum atque Gassendum recte curatas, quorum benevolentiam, quovis auro contra caram, ut primus mihi nihil tale merito conciliasti, sic etiam ut porro eandem foveas atque conserves, obnixe rogo.

Nuper ad me scripserunt Elzevirii, se instantem mercatum Francofurtanum frequentaturos: ita fiet, ut Systema Copernicanum, quod iam integrum annum Francofurti, nescio quo abditum angulo, latitavit, una cum Apologetico tandem aliquando lucem aspiciat.

Crystalla telescopii supposititia esse, suspicandi hae mihi caussae: quia in maioris margine gluten adhuc haeret, ut appareat id iam vetus esse et alicui tubo iam ante fuisse inditum: cum pertinacissimi morbi vis hactenus me semper abstinuerit cubiculo, in eo non nisi lunam interdum inspicere datum fuit; sed in ea tantas inaequalitates, quantas noster Galilaeus describit, observare minime potui: etc. Cum per Dei gratiam valebo, rectius et haec et cetera phaenomena diligentius explorabo....

 

23 Mart. Iuliani 1637.

 

 

 

3457**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 3 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 150. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Ho riceuto la gratissima lettera di V. S. in tempo che non m'ha permesso il servirla con quella pronteza che io dovevo e desideravo; ma lunedì prossimo non mancherò di provedere il grano, e per tutto il giorno giovedì susseguente manderò la farina, e fatto le Feste, poichè V. S. non ne fa fretta, manderò le fascine. E per grazia mi scusi se l'ultima volta non fu servita dal mugnaio come desiderava; ma adesso m'ingegnerò di provedere che lei resti satisfatta, mentre co 'l fine, facendoli debita reverenza, gli pregho dal Cielo prosperità intera.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 3 Aprile 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3458.

 

GALILEO a [VINCENZO RENIERI in Genova].

Arcetri, 4 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T IV, car. 104. – Autografa.

 

Molto Ill.re e molto Rev.do P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Due lettere di V. S. molto Rev.da, una delli 20 e l'altra delli 27([120]) del passato, mi sono pervenute in questo punto, e di più una dell'Ill.mo Sig. Daniele Spinola, pur delli 20 del passato([121]); e di questa dilazione ne è stata cagione la malattia, e poi anco la morte, del mio povero servitore, il quale, in questo mio esilio dalla città, andava a recuperarle: però conviene scusarmi della tarda risposta, aggiugnendosi un'altra cagione, che, oltre alla tardanza, mi necessita ad esser breve, che è l'hora tarda, che mi toglie il benefizio delle molte hore della notte concesse a quelli che habitano dentro la terra, dove che a me conviene haver mandati i miei dispacci avanti il tramontar del sole. Posso aggiugner la 3a causa, che è la radunanza di molte lettere che chieggono risposta, cosa che non ho potuto fare da un mese in qua per una infiammazione nell'occhio destro, che mi ha fatto temer di perderlo, nè per ancora son del tutto libero. Convien dunque non solamente che essa mi scusi, ma che mi faccia grazia di rappresentare all'Ill.mo S. Spinola questo mio stato presente angustioso, il quale non mi dà potere di rispondere prontamente alla sua cortesissima lettera, piena di tanti affetti di benignità, oltre alla inaspettatissima comparsa, chè mi è forza dar 4 o 6 giorni di tempo alla mia ammirazione e confusione per poter condegnamente sodisfare pure a una minima parte dell'obligo nel quale mi ha incatenato la gentilezza di questo Signore; et intanto gli faccia libera offerta della mia devotissima servitù.

Subito che V. S. molto Rev.da mi manderà il titolo dell'opera([122]), procurerò, per via del Rev.mo P. Ab. Castelli, che s'intenda l'animo dello stampatore di Roma.

Aspetterò con avidità di vedere l'Epitalamio([123]), sicuro che sia per esser cosa insigne. Credesi che il S. G. D. sia per venire al Poggio Imperiale qui vicino, dove harò comodità di servir V. S.: alla quale per fine fo humilissima reverenza.

 

D'Arcetri, li 4 di Aprile 1637.

Di V. S. molto I. et molto Rev.da

 

 

 

 

 

3459.

 

LODOVICO ELZEVIER a [FULGENZIO MICANZIO in Venezia].

Leida, 4 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 69. – Autografa.

 

.... In quanto il libro del Sig.r Galilaei, ne habbiamo comminciato la stampa([124]). Manderò per un altro le due primi fogli; fra tanto aspettarò il resto con l'inscrizione, il qual piacerà consignare al Sig.r Giusto([125]) per mandarmelo....

 

 

 

3460**.

 

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 6 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 287. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Eccl.mo mio Sig.r et P.ron Oss.mo

 

Dal Sig.r Domenicho Cittadini ho sentito con mio singularissimo gusto il ben essere di V. S. Eccl.ma, e come per sua gratia continova il suo amorevole affetto verso di me, il quale, se ben è effetto della sua cortese natura, non di meno dà agumento alle molte([126]) obligationi che le tengo.

Partii per Pisa per incontrare l'Emin.mo Sig.r cognato([127]), a dove ho havuto occasione di ragionare con alcuno di quei Sig.ri lettori con molto mio gusto; ma non potei sentirli, per non leggere in quel tempo, facendosi la notomia. Non mancai però ne' miei discorsi palesarmi([128]) ammiratore e debol conoscitore del valore di V. S. Eccl.ma e seguace di molte sue oppinioni, il che so che anco venne al'orechie di S. A. S.: ansi col Eminentissimo Sig.r Cardenale e con un prelato([129]) di gran valore e bibliotecario del Sig.r Cardenal Barberino([130]) discorremo delle sue oppinioni, ed io anco non lassai mostrarli quanto paresse a torto travagliato da Roma; e detti Signori come ammiravano il valore di V. S. Eccl.ma, così la compativano in ixstremo, e credo che al'occasioni potranno operare, come io li pregai, palesandoli quanto dovevo a V. S. Eccl.ma

Il negotio della cattedra([131]) sta nella maniera che sempre; ed io parlandone col Emin.mo Sig.r cognato, par cosa dura che si debbia scemare a me quello che dà la cattedra ed hanno voluto dare ad altri miei compatriotti e nel'istesse cattedre che sono io, tanto più per le grandi spese che occorre fare a me, per i rispetti che V. S. sa. Son certo che da lei, ove occorrerà, sarò sempre favorito della sua protezzione. Di Padova il negotio([132]) sta in trattato; ma sono sconsegliato per la lontananza, e per questo non lo batto con caldezza. Vorrei rendermi habile a corrispondere a' suoi favori, e le fo reverenza.

 

Di Siena, il 6 Aprile 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma

Obbl.mo Ser.re

Alesandro Marsili.

 

 

 

3461.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 11 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 18. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Vedrà V. S. dalla collegata([133]) il principio dell'impressione delle sue fatiche et speculationi, et il desiderio del Sig.r Elzivir di havere il ressiduo et compimento dell'opera. Dall'intaglio di queste quattro figure mi pare potere sperar una stampa bella. Mi manda 7 fogli d'un'opereta che portò seco di qua: in tutti 7 non vi è l'errata([134]) d'una sola lettera, che nelle nostre stampe l'errata avanza il resto.

Il P. Mathematico di Bologna([135]), coll'occasione del suo capitolo in Roma, verrà a vedere V. S. Io gl'invidio la felicità. Deve publicare qualche cosa, ma, per quanto mi scrive, più per la comune che di suo genio: calamità de' grand'ingegni, che non possono meno far conoscere quanto siano elevati fuori del volgo; et Diogenes a vulgo neque reges ipsos secernebat.

V. S. affretti il mandare quello che si deva aggiongere all'opera sua, nec parcat calamo: faccia scrivere da altri, perchè a' vecchi è gran pena lo scrivere, ma il copiare intolerabile. Dio la conservi, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 11 Aprile 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3462*.

 

COSTANTINO HUYGENS ad ELIA DIODATI [in Parigi].

L'Aja, 13 aprile 1637.

 

Bibl. dell'Accademia delle Scienze in Amsterdam. Ms. XLIX, Lettres françoises de Constantin Huygens, T. I, pag. 771. – Copia del tempo. La traduzione italiana, compendiata, della presente, inviata da Elia Diodati a Galileo (cfr. n.° 3499), si legge nel Tomo III, pag. 434-435, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

A Monsieur Diodati.

A la Haye, ce 13 d'April 1637.

 

Monsieur,

 

Sorti à peine du nuage d'une calamité domestique, dont il a pleu à Dieu me menacer; seulement, comme j'espere que M. Pallotti([136]) vous aura faict entendre par avance, j'attrappe ce premier ordinaire pour vous rendre compte de ce que vous m'avez voulu commander, touchant la proposition faicte per le S.r Galilei à cest Estat. L'histoire en sera courte, par ce que, n'en ayant conferé encor qu'avecq M. Musch([137]), j'ay trouvé que, pour ce qui est de l'acceptation de l'offre et le ressentiment qui se doibt à la grande bienvueillance d'un personnage si celebre, la chose est icy en aussi bons termes qu'on la puisse desirer et, à ce que le dict S.r Musch m'asseure, le S.r Reael s'est chargé de par l'Estat d'en faire notification très-ample a vostre amy. Mais ce sera (si desia les depesches ne sont parties) en luy demandant un telescope de sa façon, ceux de ces païz ne nous pouvant representer ces quatre satellites, dont il s'agit, sans je ne sçay quelle sorte de scintillation, qui pourroit empescher les observations soudaines et momentanées de leurs congiuntioni, applicationi et eclissi, telles que l'auteur nous les specifie; de sorte, Monsieur, que le rapporte de ces Commissaires ne s'estant peu faire que provisionel et en partie, sans l'ayde de l'engin principal, je ne voy pas quel subject le S.r Galilei pourroit avoir de se tenir peu satisfaict du delay de noz resolutions. Il restera d'ailleurs l'expedient si nécessaire contres les agitations de la mer et l'horologe, de pareille importance à bien effectuer ces operations. Tout cela est de l'essence, en tant que la chose regarde la navigation. Si ne le voyons nous qu'en esperance (et qui sçait si ce grand personnage vivra assez pour nous achever d'instruire?), je vous donne à penser la dessus s'il n'importe pas que vous continuez à l'en presser et que, si tout ne paroist d'abord au degré de la perfection, nous ne debvons mettre peine et nous haster d'en approcher, par son adresse, tant que pouvons. J'advouë que, si sibi constat calculus ephemeridum, comme je suis bien content de m'en reposer sur la bonne foy de l'auteur, c'est desia un grand point gaigné par terre, et d'ou s'ensuivra necessairement la reformation de toute la geographie. Mais les interests particuliers nous pressants plus et uniquement à nous veoir designer en haute mer, ou nous sommes, tant au regard du long que du large, vous pouvez considerer qu'il n'y a que l'invention marine qui nous chatouille principalement, et sans la quelle, aucunement reduitte à l'effect de la prattique, que noz peuples auront de la peine à se tenir obligez d'un benefice general et beau plus qu'avantageux à leurs affaires. Mais ce sera bien moy, Monsieur, qui travailleray à leur donner de plus saines impressions. Je vous prie d'en asseurer ce digne personnage, et que si tout ce monde a de la passion pour son excellent merite comme moy, il ne manquera pas d'en tirer toute sorte de satisfaction.

C'est ce peu, Monsieur, que j'ay eu à vous dire sur cette illustre matiere, dont je cheris l'occasion au double pour m'eschoire dans l'acquest de vostre amitié, recherchée avecq raison par tous ceux qui estiment la vertu des sciences et la science des vertuz. Je prendroy plaisir à m'estendre sur ce subject, mais il faut que j'abbrege, en protestant que j'ay esté six fois interrompu dans ces trois pages d'escriture. Ita nos dii nimirum tamquam pilas habent! C'est la rouë de mon mestier, qui ainsi m'agite de matiere en matiere. Aggreez, s'il vous plaist, ce discours tumultuaire, et me faictes la faveur de croire que j'auroy un soin tout particulier de vous faire veoir à combien je repute l'honneur d'estre creu,

 

Monsieur, etc.

 

 

 

3463*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 17 aprile 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 116. – Autografa,

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo una di V. S. de' 4 del presente([138]), e mi dispiace sì della sua infermità, come del disgusto che credo gli havrà arrecata la morte di quel povero giovine.

Ho ritrovato hoggi il Sig. Daniele Spinola, il quale, dubitando che la sua non fosse ita a male, havea di già replicata la seconda, et ho fatte le scuse di V. S.; ma egli è così ben affetionato alle compositioni di lei, che era sicuro che in un ingegno pari a quello di V. S. non potea esser che non albergasse una cortesia straordinaria, onde di già la teneva per iscusata: e tanto m'ha sogiunto ch'io le replichi. È giovine di bel ingegno et amico della verità, che è quanto posso dire per farlo meritevole dell'amor di V. S.

L'Epitalamio([139]), per alcuni miei negotii, non è ancor finito, ma non tarderà molto. Tra tanto, con la vicinanza del Ser.mo G. D. al Poggio([140]), attenderò che V. S. m'aiuti a sbrigar il negotio della lettura, con ricordar a S. Altezza Ser.ma che si compiaccia di ordinare che la provisione possa bastare a sostentarmi; perchè, essendo il monasterio di Pisa lontano dalla città quattro buone miglia([141]), mi bisognerà star a mie spese nella città. Le mando il titolo([142]) del'opra per il R.mo P. Castelli, e cordialmente le b. le mani.

 

Di Genova, 17 di Aprile 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3464.

 

DANIELE SPINOLA a GALILEO in Firenze.

Genova, 17 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 289. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

L'ambizione d'esser riconosciuto da V. S. per suo particolarissimo servidore mi fece riverirla a' giorni passati con una mia lettera([143]), in cui per tale me le dedicava; e la medesima mi fa replicarlo al presente con questa, per dubbio che quella non le sia pervenuta. Egli è però certo che nè quella nè questa mi sarei fidato io già di scriver a V. S., se il Padre D. Vincenzo Rinieri a farlo non m'havesse confortato. Perciochè a personaggio, cui desid[erano] i maggiori principi d'onorare a tutto poter loro, sembravami che dovesse recar tedio la mia debolezza; e stimava che chi ha stancato per la maraviglia i più grandi ingegni del mondo, non dovesse curar gli ossequi di sconosciuta persona. Ma il Padre sudetto, coll'accertarmi dell'infinita umanità di V. S., m'ha fatto sperare che non in vano havrò con tutto l'affe[tto] bramato ch'ella mi accetti per quel servidore che è obbligo di ciascuno, che è ragionevole, essere a i meriti di V. S.

Ho dal medesimo inteso con mio estremo dolore il male ch'ella patisce a un occhio, e prego N. S. per la intiera sua sanità; che troppo fuor di ragione è che sian travagliati da male alcuno quegli occhi, degni di stare aperti eternamente, a i quali è lo stesso cielo obbligato per esser da loro stato arricchito d'infinite stelle.

V. S. mi feliciti con comandarmi, che io frattanto, augurandole ogni desiderata grandezza, le bacio riverentemente le mani.

 

Di Genova, il dì 17 di Aprile 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei. Firenze.

Devotiss.o S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3465*.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Arcetri, 24 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 88t. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, il quale racchiuse tra parentesi quadre l'ultimo brano del presente capitolo da e massime a caccia, notando in margine: «si lasci». E invero questo stesso capitolo, ma senza l'ultimo brano indicato, si legge, di mano, pur del Viviani o di un suo amanuense, anche a car. 29t., 68t., 77r., 86r., 147t. del medesimo codice. A car. 68t. sono premesse dal Viviani al capitolo queste parole: «Il Galileo all'amico di Parigi .... [sic] tra le altre cose con sua lettera d'Arcetri de' 24 Aprile 1637 aggiugne:»; e indicazioni simili si leggono a car. 29t. e 147t.

 

Tratanto V. S. supplisca per me appresso il Sig. Carcavil, acciò mi dispensi della risposta ancora per alcuni pochi giorni; e tratanto che S. Sig.ria farà metter mano alla stampa generale di tutte le opere mie, anderò riducendo al netto l'altre mie composizioni non ancor vedute, che saranno un libro de centro gravitatis solidorum([144]), overo una mano di problemi, parte fisici e parte matematici, overo un libro di postille fatte a' libri de' miei oppositori, che son molti, e massime doppo la proibizione del Dialogo et il precetto a tutti gl'Inquisitori di non dar licenza che si ristampi alcuna delle mie opere vecchie o che si stampi alcuna delle nuove, onde s'è verificato, come è in proverbio; Ognun corre a far legne All'arbore che il vento in terra caccia etc.

 

 

 

3466.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 25 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 20. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Oss.mo S.

 

Non risposi l'ordinario passato a V. S. Ecc.ma per esser pur troppo aggravato d'una cattiva febbre, che finalmente mi si è, per gratia di Dio, sgraticciata d'adosso.

Feci l'imbasciata et i complimenti con l'Abbate Castelli quanto prima potei. Delli orologii non parlo adesso, perchè spero mandargli un pezzo di quella radica([145]), et allora darò minuto ragguaglio del tutto.

L'istoria del Sig.r Marchese e P. Clavio([146]), che V. S. mi racconta intorno alle sue demostrationi([147]), fu da me intesa un'altra volta in casa del Sig.r Ambasciatore di Toscana, quand'ella me le promesse; aggiungo di più, ch'ella mi contò l'avvenimento compassionevole di quel gentil huomo amico suo, che dette in un subito delirio etc. Senza questa notitia, non haverei mai possuto immaginarmi il modo con che questi sacchi di carboni si fussero impossessati di simil gioia. Non l'affaticai al suo ritorno, perchè molto si trattenne in Siena, e d'Arcetri più volte mi significò esser molt'occupata nel perfetionar l'opera della resistenza dei solidi. Non credo che queste demostrationi sieno arrivate in Francia con l'altre opere, perchè il P. Mersenio de' Minimi([148]), che ha veduto il libro de motu con l'altre osservationi, di queste non fa mentione alcuna; e pur è vero ch'egli vuole scompuzzare ogni cosa. Questo frate stampa grandi e molti libracci, cercando con lo sgradire altrui d'acquistarsi reputatione, e forse gli riuscirà appresso della marmaglia. L'opere che mi sono state prestate di suo, la maggior parte sono in franzese; e mi sa male non esserne padrone, che le manderei, acciò ella le vedesse et a suo tempo e luogo l'arrivassi con qualche frustata.

Ma tornando al proposito mio, dico che V. S. Ecc.ma può ben tenermi in una continua sete dell'opere sue e mortificarmi a suo talento, ch'in tutti i modi son nato per vivergli sempre servitore. Così prego Dio che gli dia maggior commodità e contento.

 

Roma, il giorno di S. Marco 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Obl.mo

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3467.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a FAMIANO MICHELINI in Firenze.

Roma, 25 aprile 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 61-62. – Autografa.

 

Molto Rev.do P. S.

 

M'è piaciuto quel risentirsi meco, quella sua vivacità, quel brio, intorno alla passione del circolo; ma non m'è punto piaciuta la repulsa ricevuta dal nostro Socrate. In questa non so s'io più mi devo doler della sua tenacità opur della poca accuratezza della P. V.; e pur io dissi che rifarei ogni spesa della copia([149]). Ma però è vero che mio fratello([150]) in questa ultima mi fa piena fede che V. P. m'è amicissima. Horsù, pazienza: mi dorrò solo della mia cattiva fortuna, che mi rende in questo di peggior conditione che tutti i maggior nemici che habbia questo grand'huomo. Dico questo, perchè l'opere de motu (oltre a queste demostrationi) sono state già viste in Fiandra et in Francia dalli emoli, o più tosto sindaci, anzi nimicissimi, sua; tra i quali pongo l'Abbate Mersenio Minorita in Francia, poichè havendo vedute diverse opere di questo frate, trovo che non ha altra mira che di sgradir (seben alla fine sarà con suo scapito) i pensieri nobili, le sottili inventioni e demostrationi, di sì gran virtuoso. S'io non temessi d'offender troppo V. S., riempirei di querele tutta la lettera; ma ne anco mi satierei, anzi affliggerei me et altri nell'istesso tempo. Sia pur celato a me ogni cosa, pur ch'egli acquisti fama per tutte le parti del mondo, che io finalmente preferisco la sua gloria ad ogni mio gusto. La prego a perdonar in questo alla passion ch'io sento, che mi rende confuso nel dire, nei concetti e nello stile.

Mi fu di qualche sollievo all'indispositione, che mi ha travagliato dalli giorni Santi fino adesso (mediante la quale non scrissi l'ordinario passato), l'intendere ch'il mio nepotino impara alle Scuole Pie. S'io l'ho a caro e s'io gliene raccomando, bastigli sapere che io son prete et egli m'è nipote unico. Fratanto il mio fratello gli rimetterà li 6 giuli delle Galleggianti.

Confesso non haver, in questo punto, spirito di trattar delli spiriti vitali; pur tuttavia, per non la lasciar affatto a bocca aperta, gliene darò un poco di saggio così al barlume, non potendo noi per adesso haver commodità di veder insieme anatomie. Sono molti anni che un medico milanese osservò negli animali pasciuti di fresco e poi ammazzati (massime nei cani), che nel mesentereo sono molte vene lattee([151]), quali da tutti gl'intestini tirano succo overo chilo alla volta del pancreas, e per quello al fegato et alla vena cava, per la quale([152]) finalmente s'annida, si riscalda e concuoce dentro al destro ventricolo del cuore; di quivi dalla vena arteriosa passa a refrigerarsi nel polmone per meglio conquocersi, e dal polmone per l'arteria venosa torna nel sinistro ventricolo del cuore, dove si fa l'ultima concotione. Di là per l'arteria magna, e da lei per tutte l'arterie, si sparge il sangue spiritoso per tutto il corpo. Così si diffondono gli spiriti et il calore, e così il moto del pulsare, a tutte le membra. Dalle membra tutte succhiano le vene capillari il sangue, quale era stato portato dalle arterie per nutrir le parti, come se fussero tante radiche e barbe; e riconducano il sangue così con pochissimi spiriti al quore per la vena porta, acciò là di nuovo con qualche portione di nuovo chilo per opera delle vene lattee si riscaldi e conquoca. Questa è la circulatione che fa il sangue in noi, osservata alli tempi nostri, e bastante a rivolger tutta la medicina, sì come l'inventione del telescopio ha rivolta tutta l'astronomia, la bossola l'economia, e l'artiglieria tutta l'arte militare.

Queste vene lattee non sono vene mesaraiche, anzi non sono visibili se l'animale fusse estenuato e non pasciuto poco avanti la morte: però nell'huomo si vedono di rado. Argomento certo che l'arterie portino dal centro alla circonferenza, è che per l'arterie si trovano molte valvule, overo animelle, che lasciano bene passare il sangue dal cuore alle membra, ma non rientrare; e per il contrario nelle vene l'animelle lasciano da ogni banda tornare il sangue al core, ma non uscire. Ma de valvulis è fuora un libro([153]). L'arterie sono più carnee che le vene, perchè devono rattenere gli spiriti con il sangue, dove le vene non portano se non il sangue; e questa loro carnosità sempre più scema, quanto più si slontana dal cuore, perchè sempre manco spiriti devono rattenere. Nè importa che le vene sieno sì grosse e l'arterie sì sottili, perchè il sangue spiritoso presto passa per loro.

S'io havessi meglio distesa questa nuovità, haverei havuto a caro che l'havessi intesa il Sig.r G. G. S'ella si rincuora di meglio raccontargliene, facc'ella. Vero è ch'io ho havuto grandissimo gusto questo anno in alcune anatomie fatte da un medico tedesco([154]), persona di rara et esquisita curiosità in buona filosophia e medicina.

Se mai V. P. mi darà nelle mani, gli farò intendere in questo genere cose di maraviglia, seben più gl'arriverebbono nuove quand'ella fusse molto versata nella dottrina tenuta fino adesso da questi fisici. Resterò per non f[....] ciechi, pregandola a recapitar l'inclusa([155]), nella quale non è altra querela [...]mentar di passaggio che queste demostrationi mi furono promesse. Così prego a V. P. da Dio ogni bene, e me gli offerisco, se però so' buono a cosa alcuna. N. Signor Dio la feliciti.

 

Roma, il dì di S. Marco 1637.

Di V. P. molto R.da

Aff.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Rev.do

P. Francesco di S. Giuseppe.

Nelle Scuole Pie.

Fiorenza.

 

 

 

3468**.

 

GLI STATI GENERALI DELLE PROVINCIE UNITE DEI PAESI BASSI

a GALILEO [in Arcetri].

[L'Aja], 26 aprile 1637.

 

R. Arch. di Stato all'Aja. Lias Oost Indische Compagnie – Minuta.

 

Au Sieur Galileus Galilei, grand mathematicien.

 

Le 25 d'Avril 1637.

 

Monsieur,

 

Cinq mois y a que le Sieur Reael, jadis Gouverneur general es Indes Orientales, nous a offert en don de vostre part([156]) l'invention trouvée nouvellement de pouvoir scavoir en tout temps la longitude, chose desirée vrayement par beaucoup des siècles sans que personne en soit venue a bout jusques a present. Nous avons tesmoigné au susdict Sieur Reael que vostre don nous estoit tres aggreable et que vous en scavions grand gré, l'ayant aussi quant et quant faict mectre a la preuve a nos grandissimes despens par nos mathematiciens les plus doctes, experimentez et relevez, qui sont en ces quartiers; en sorte que nous sommes en attente avec indicible desir, pour en estre par eux esclaircis. Et pour vous faire cependant paroistre un eschantillon de nostre gratitude et bienveullance, nous vous envoyons par provision ces presentes, accompagnées d'une chesne d'or de la valeur environs de deux cents escus; et au cas que vostre invention soit trouvée ainsi que vous nous en promettez, nous ne lairrons pas de la recognoistre plus liberalement, outre l'honneur et reputation qui vous en reviendra par tout le monde. Sur ce([157]).

 

Faict le 25 d'Avril 1637.

 

 

 

3469*.

 

GLI STATI GENERALI DELLE PROVINCIE UNITE DEI PAESI BASSI

alla CAMERA DELLA COMPAGNIA DELLE INDIE ORIENTALI in Amsterdam.

L'Aja, 25 aprile 1637.

 

Cfr. Vol. XIX, Doc. XLII, b, 3).

 

 

 

3470.

 

MARTINO ORTENSIO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Amsterdam, 27 aprile 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 435-438 dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, 27 Aprile 1637.

 

Gaudeo, vir doctissime, literas meas kal. Februari datas([158]) tandem ad te pervenisse; sed doleo tantum te offendisse([159]), quod Mersenno et Morino innotuerit Domini Galilaei propositum. Itaque studebo me purgare, et ad difficultates, quas obiicis, respondere.

Quantum ad me attinet, optassem rem totam potuisse occultam manere, donec nobilis Galileus requisita omnia exhibuisset et ab Ilustrissimis Ordinibus debitam habuisset remunerationem. Verum non potuit illud, divulgata ipsius intentione, ullatenus obtineri. Ubi enim facta fuit a Nob. Realio literarum Domini Galilaei oblatio, non Illustrissimi Ordines modo, verum plurimi alii Hagae magnates, amici Domini Realii, inventi arcanum voluerunt sibi aperiri, et ille, me inscio, multis totum negotium communicavit. Inter alios, quibus facta fuit inventi detectio, erat Nobilis Hugenius([160]), Illustrissimi Principis Auriaci([161]) secretarius, qui Domini Galilaei propositum epigrammate prosequutus est; hoc post ad Clarissimum Barleum([162]) missum; cumque Leidam pauco interlapso tempore venirem, Clarissimus Golius([163]) non modo inventi Galilaeani, sed et modi observandi Ioviales, fecit mentionem, deprehendique etiam studiosis quibusdam hunc innotuisse. Sequuta fuit Becmanni([164]) ad me epistola, qua rogavit ut (quia inter Commissarios delectus fuerat) Galilaeanum inventum sibi penitus communicaretur: quod antequam perficio, ecce literae a Morino advolant, Mersenno per Becmannum indicatum esse quod Nob. Galilaeus inventionem longitudinis moliatur, eamque iam oblatam fuisse Illustrissimis Ordinibus; petit simul Morinus ut pro amicitia nostra de rumore a Becmanno excitato facerem eum certiorem. Ego, considerans hanc famam per totam Holandiam iam diffusam (pluries enim eius conscii iam me compellarant) facileque inde Lutetiam usque penetraturam, scripsi Morino, inventum Domini Galilaei niti observationi Iovialium, nec quidquam praeterea. Haec tota culpa mea est: fateor autem melius futuram fuisse et auctore Galilaeo dignius, si nihil istorum, antequam remunerationem obtinuisset, potuisset divulgari. Verum vos ipsi quodammodo fuistis in caussa, cur tam leviter hoc inventum innotuerit: numquam ullibi in literis vestris mentionem fecistis, oblationem inventi tacito debere fieri, aut expressam silentii conditionem a nobis efflagitastis. Ipse Dominus Galilaeus causam etiam aliquam praebuit, quominus de silentio essemus solliciti: scripsit enim inter alia, se hanc inventionem Illustrissimis Ordinibus ita offerre, ut si bona iudicetur, recipiatur; quod si tam certus fuisset ac Dominatio vestra scribit, nonne potius cum fiducia dicere debuisset, se habere inventionem certam ac indubitatam, et silentium a Nobili Realio caeterisque commissariis tantis perpetere, donec ipse eam Illustrissimis Dominis obtulisset? Apud me quidem tanta erat de D. Galilaeo concepta opinio, ut non aliud existimarem quam certa esse omnia et explorata, et hactenus quoque tacebam; sed quid ego potui praescribere Domino Realio, Becmanno, Golio, qui omnes de successu rei dubitare videbantur? Quum reprehenderem Becmannum quod Mersenno aliquid indicasset de Domino Galilaeo, respondit se ignorasse oblationem eius debere esse occultam. Praestitisset Dominum Galilaeum, fiducia liberalitatis Illustrissimorum Ordinum, una cum literis requisita omnia ad inventi sui praxim exhibuisse, quod ego ab initio semper urgebam; sic tum statim sequuta fuisset remuneratio, et, fama eius rei divulgata, habuissent eruditi inventionis aliquem gustum, et hinc tanto maior ad ipsum rediisset laus. Apud nos moris est ut quicunque aut privilegium aut praemium pro aliqua inventione petit, coram Illustrissimis Ordinibus eius veritatem prius comprobandam habeat, ac tum simul cum immunitate aut praemio inventum omnibus innotescit. Id quum a Domino Galilaeo (quicquid ego contra contenderim) non sit observatum, sed mentio inventi tantum facta ante exhitita requisita, ipse satis vides, mi Deodate, arcanum hoc nullo modo potuisse reticeri. Si ab initio mihi aut uni Realio res fuisset commissa cum aliqua mentione taciturnitatis, vel iuramentum interponere ausus fuissem, nemini mortalium ante tempus ab ipso Domino Galilaeo statutum potuisse quicquam innotescere. Nunc autem, cum istud neglectum sit, diu antequam de Morino aut scirem aut cogitarem, per Nob. Realii relationem omnibus pene Hagae ac Leidae innotuit: adeo voluntatis Illustrissimorum Ordinum ant sciti auctoris nulla (quod carpis) fuerit habita ratio. Non contigisset illud, si prius Dominus Galilaeus arcani sui nudam fecisset apud Illustrissimos Dominos mentionem, et responso accepto totum illud transmisisset. Nunc, cum rationem inventi patentibus literis ad D. Realium miserit sine petitione silentii, omnium curiositate excitata, minime potuit latere; et mihi quoque nullam singularem potestis imputare divulgati secreti culpam. Sed quid multa? Putasne, mi Deodate, Nob. Galilaei honori quicquam detractum esse, eo quod Mersenno cuidam aut Morino ratio eius inventi innotuerit? Plures apud nos eam norunt, et me nil tale cogitante, ex quo Hagae rumor iste diffusus fuit, calculis suis inventi successum aut damnarunt aut approbarunt, salvo interim manente peritorum iudicio et auctoris honore. Verum enim vero demus toti Europae iam innotuisse: an ideo minus vere D. Galilaeus quae obtulit poterit praestare? Ego hactenus contra omnes contendo, maximi momenti rem esse, et illustris auctoris famae nihil ex praeiudicio derogatum. Modo successus non desit inventioni Nob. Viri, etiam contra mille invidos ducet triumphum. Quocirca noli sequius quid de nobis ominari, aut in perversum sensum trahere quod tantillus errorculus commissus sit, postquam publica iam loquebatur fama; sed contra urge Nob.Virum ut caetera maturet et praemio debito gaudere queat, cuius gustum aliquem non dubito quin brevi sensurus sit, quia Nob. Realius in eo iam totus occupatur. Caeterum, cum Morinum aemulum D. Galilaei dicis et cum eo in posterum tractare vetas, candide quidem agis; sed crede mihi (nisi ipse Galilaeo transcripseris quid sit actum) nullum hinc metuendum discrimen. Posterius illud spondeo non futurum; prius nullum infert praeiudicium. Quicquid Morinus D. Galilaeo invideat, quicquid circa lunam moliatur, nihil unquam apud nos obtinebit; et ut semel scias quae sit apud Illustrissimos Ordines D. Galilaei existimatio, ego et Nob. Realius hucusque rem perduximus, ut si vel centum alii cum eadem aut simili inventione prodirent, Nobilissimus vir me quasi successorem sibi constituit, ut minutas hallucinationes, quae adhuc invento adhaerere possent, successu temporis emendarem, de quo nullatenus despero. Vides ergo, optime Deodate, nullum esse metuendum D. Galilaeo damnum ex eo quod inventio eius iam pluribus innotuerit.

Conquereris porro, quod a quinque mensibus nullum signum extiterit honorificae receptionis inventi Galilaeani et debitae gratitudinis. Illud negociis D. Realii et Illustrissimorum Ordinum in his bellorum tumultibus adscribendum, non neglectui aut contemptui offerentis. Ego operam sat strenuam navavi, ut citius ei responderetur; sed quid solus possum? Velim igitur per te Nobili viro significari, omnia recte se habitura et praeclare Illustrissimos Ordines eius labores remuneraturos, idque quam primum, quia D. Realius Hagam profectus est ut negotium absolvat. Haec peto ut etiam Illustrissimo Grotio significes, et Excellentiam suam roges ne spem deponat aut male de me ominetur, Mersenni aut Morini causa aut ob hanc Illustrissimorum Ordinum tarditatem. Ab iis enim nihil metuendum; de hac Illustrissimus ipse vir multo certius quam ego potest iudicare, ob rationes status nostri penitus sibi perspectas.

De Morino, ut hoc adhuc addam, quominus sis sollicitus, habe utriusque nostrum verba, tam ex literis meis quam ex eius responsione. Ego sic scripsi: Galilaeus inventum suum nondum exhibuit, sed tantum ad Illustrissimos Ordines scripsit, se per motus Iovialium, beneficio telescopii observatos, longitudines locorum velle inquirere; ubi requisita omnia nobis transmiserit, ad coelum ea probabimus, et, si bona sint, totam inventionem faciemus publici iuris. Ipse respondit hoc modo: Pergratum mihi fecisti, quod me de Galilaei inventione certum reddideris: peropto ut illi quam mihi longitudinum praxis succedat felicius, ipseque Ioviales satellites super terra marique facile observabiles praestet, ac illorum tabulas ad eam perducat praecisionem vir ille inter mathematicos celeberrimus, ut saltem singulis diebus errores ad plures gradus integros observando non deprehendantur, quod contingebat DD. de Peirese et Gauterio([165]), Priori Vallettae, dum anno 1607 (sic) in tabulis similibus condendis mea opera utebantur pro calculo, unde a proposito desistere coacti fuere. Haec sunt ipsissima nostra verba, quae utrum inventioni D. Galilaei([166]) obesse queant, facile dispicies.

Interim vale, Nobilissime vir et amicissime, praestantissimoque D. Galilaeo quam primum scribe, ne de Illustrissimorum Dominorum Ordinum propensissima erga eum benevolentia ullatenus desperet. Scribe quoque ad Nob. Galilaeum, Elzevirios daturos operam ut liber eius de motu correcte et nitide excudatur. Vidi primi folii specimen, sane per quam pulchrum.

 

 

 

3471*.

 

PIETRO FERMAT a MARINO MERSENNE [in Parigi].

[Tolosa, aprile o maggio 1637].

 

Dalla pag. 112 delle Oeuvres de Fermat, publiées par les soins de MM. Paul Tannery et Charles Henry. Tome deuxième, Correspondance. Paris, Gauthier-Villars, M. DCCC. XCIV.

 

.... I'attens la faveur que vous me faites esperer, de voir par vostre moyen les autres livres de Monsieur Descartes et le livre de Galilée De motu....

 

 

 

3472.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 maggio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 291. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Veramente la confusione in che mi trovo, e il non havere da scrivere come vorrei, mi tiene in silentio; con tutto ciò il silenzio è solo con le lettere, perchè parlo quanto posso e quanto devo, e lo sa Dio e tutti gli amici nostri, de' quali in assai buon numero mi sentono continovamente. Orsù, pacienza; desidero però che V. S. mi apra qualche strada con la quale io la possa servire, che vedrà la mia constanza in amarla, stimarla e riverirla sempre, conforme al suo gran merito e immensa mia obligazione.

Hora mi ritrovo in stato che non so dove mi sia, perchè intendo, per voce sparsa per Roma, che N. Sig.re stia con poco buona salute; che se fosse vero, che Dio non voglia, mi ritrovarei in travaglio grandissimo. Spero però in S. D. Maestà e nella Sua infinita misericordia.

Quanto a' vetri, io ne ho quattro para di quei di Napoli nelle mani, e sono dell'Em.mo Sig.r Card.e Antonio([167]), i quali tutti, ancorchè ricerchino varii cannoni, sono esquisitissimi, e ne aspetto due para di Napoli quanto prima; e mosso da quello che mi disse il Sig.r Magiotti nostro, disegno di regalarne di un paro il Ser.mo Gr. Duca mio Signore, se mi riusciranno di perfezzione degni([168]) di mandarli tanto alto. Con uno di questi che ho nelle mani, io posso leggere una lettera, del carattere che è questa che scrivo, lontano ottanta sei passi andanti de' miei, e forsi più: V. S. giudichi la perfezzione. Se io havessi hauti dinari, non mi sariano usciti dalle mani, ancorchè il maestro li faccia pagare salati bene, perchè la verità è che quello antico mio, in comparazione di questi, è un niente, nè io l'ho mai più potuto vedere dopo che ho provati questi.

Altro non ho che dirli; forsi per il primo ordinario li darò altre nove: per hora li fo riverenza, e me li confermo quel di sempre servitore di vivo cuore.

 

Roma, il 2 di Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Al S.r Gal.o Gal.i

Humil.mo Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei], p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

3473*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 2 maggio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 120. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capitano insieme le due gratissime lettere di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma d'i 18 et d'i 25 passato, et in questa il foglio con le tre figure della sua opera; et non l'ho mandato hieri al Sig.r Elzevir, perchè il Sig.r Giusti([169]) libraro, che tiene la corrispondenza, non si trova qui: lo mandarò per le prossime infallibilmente. Ho lettere dal sudetto Sig.r Elzivir di 4([170]), 14 passato, nelle quali mi scrive che per il spazzo seguente mi haverebbe mandato il primo foglio; et subito che sia gionto, lo invierò a V. S. Mi dispiace che le convenga fare la fattica di sua mano, perchè in vero è grande, et a me, quando occorre, riesce intollerabile.

Da quello che V. S. mi scrive circa li moti volontarii, in quali metto tutti quelli de' viventi, resto chiaro che le mie chimere, che vi faccio sopra, sono adonque intorno all'impossibile, poichè mi resta sempre impresso il detto del già P. Maestro Paolo, che quello che in materia di moto non è scibile da lei, non è adonque scibile. Ma anco circa l'incomprensibile il cervel humano si agita, purchè non sia sempre al medesimo.

Ho ricapitata anco la lettera per Monaco. V. S. attenda alla conservatione, che quanto alla quiete che si promette dalle speculationi, io le faccio il pronostico che non la ritroverà se non meno fatticosa, perchè a lei è una operazione vitale. E le bacio con ogni affetto le mani.

 

Venezia, 2 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

 

 

3474.

 

MARTINO ORTENSIO a GALILEO [in Arcetri].

Amsterdam, 7 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 438, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, 7 Maggio 1637.

 

Intellexi ex literis Domini Deodati et hodierna ad me per Dominum Bartolotti relatione, Nob. D. V. magno teneri desiderio sciendi, quo in statu versetur negotium illud circa longitudines locorum, cuius oblationem per Nob. Realium fieri volueras ante menses quasi sex; nec dubito quin caussam tam diuturni silentii Illustrissimorum Ordinum ad Nobilissimae Dominationis Vestrae literas haud potueris hactenus divinare. Nihil iam de ea dicam, quia alias, ad Nob. Dominationem Vestram et D. Deodatum datis literis (quas forte iam accepisti), fusius exposui uti aqua haeserit quominus optatum toties nactus fueris responsum. Res nunc ad finem pene est deducta: nam Nob. Realius, Hagae degens, ultimum Illustriss. Dominorum Ordinum circa propositionem Nobilissimae Dominationis Vestrae decretum adeptus est([171]), et procul omni dubio efficiet ut quam primum Nob. Dominationi Vestrae ample respondeatur. Decreti summam nondum exacte novi; sed quantum audire potui, honorarium Dominationi Vestrae, nobis locum observationis idoneum cum instrumentis necessariis, iusserunt assignari. Ubi plenarium decreti sensum percepero, Dominationi Vestrae Excellentissimae significabo quid porro sit agendum. Nunc brevis esse cogor, quia avocant negotia, quibus non obstantibus haec tamen Dominationi Vestrae Nobilissimae duxi indicanda, sub spe quod in bonam partem sis accepturus. Vale. Raptim.

 

 

 

3475*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 8 maggio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 117. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.r Oss.mo

 

Vidi ultimamente il Sig.r Daniel Spinola, che veramente ha sentito disgusto che V. S. con tanto suo scommodo venga del continuo impedita di non poter consolar più spesso i suoi amici con lettere; ma m'ha imposto ch'io sogiunga a V. S. che basta a lui la certezza del di lei affetto, senza che s'affatichi ad altra risposta, havendo havute tutte due le lettere da lei scritte. Lo stesso le sogiungo io, al quale con due versi soli ch'ella scriva, e anco con suo commodo, per haver nuova di lei, basta per sodisfarmi; chè, se piace a Dio, havrò occasione di vederla più spesso e godere della sua presenza. Non le raccordo il negotio della lettura([172]), perchè so l'amor che mi porta; onde faccio fine, e le bacio le mani.

 

Di Genova, a dì 8 di Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

M'è giunto da Roma un discorso fatto dal Sig. Giacomo Acarigi contro l'opinione Copernicana([173]), il quale se ella non ha veduto, m'avvisi, che lo manderò. Ma siamo al sicut erat.

 

 

 

3476.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all'Aja].

[Parigi], 8 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 439-440, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201. La presente è la traduzione, inviata dal Diodati a Galileo (Cfr. n.° 3499), dell'originale.

 

8 Maggio 1637.

 

Con grandissima soddisfazione ho veduto la (sic) gratissima di V. S. Illustriss. de' 13 del passato([174]), responsiva alla mia, la sua prontezza (quale l'aveva sperata dalla sua sapienza e virtù) a voler protegger del suo favore il negozio del Signor Galilei, facendone la debita stima secondo l'infinito suo valore per la riformazione della geografia e per l'uso della navigazione: e siccome, per non perderci tempo alcuno (l'età d'esso Signore rendendocelo carissimo), V. S. Illustrissima m'esorta a procurar con lui l'accelerazione delle cose le quali per la sua proposta agl'Illustrissimi Signori Stati ha inoltre offerto di dichiarar loro, desidererei che si fusse compiaciuta di dar ordine costà e provvedere che l'opera mia potesse riuscire a qualche buono effetto, facendo in modo che dalla parte di cotesti Illustrissimi Signori Stati gli venisse fatta qualche dimostrazione, se non di gratitudine, almeno di gradimento per un sì nobile e prezioso presente fatto loro; poichè la lettera loro in risposta della presentazione della detta proposta (la quale il Sig. Realio fin dal mese di Novembre passato ebbe commissione di mandargli, e della quale allora gli fu data speranza) non essendogli sin qui stata mandata, non vedo in che modo io possa persuaderlo ad aprirsi più avanti, avendo per sì fatto ritardamento giusta occasione di restare in dubbio se la dedicazione della sua invenzione è stata loro grata o no. Del resto non so comprendere per qual ragione il Sig. Realio abbia tanto negligentato questo negozio; e se ben tengo per cosa certissima che non abbia avuta nessuna mala intenzione, nondimeno mi par di poterle dire con ragione, che continuandosi in questo modo, sarebbe al certo la via di perderlo, non potendosi sperare che il Sig. Galilei sia per aprirsi più avanti nelle cose da lui offerte; nec enim obtruduntur beneficia, solendo le persone savie ed intelligenti il merito delle cose, quale non si può dubitare essere il Sig. Galilei, proceder sempre con circonspezione e riservatezza. Però, per scancellar tutti questi sinistri riscontri, successi in questo principio (come io credo) piuttosto per disgrazia che altrimenti, e per ristorar la fiducia la quale per questo lungo silenzio potesse essere scemata in esso Sig. Galilei, parrebbe non solo necessario che la risposta delle loro Eccellenze non fosse più ritardata, ma forse (per corrispondere al merito della persona, alla dignità del negozio ed alla grandezza di cotesti Illustrissimi Signori) saria anco opportuno che essa risposta fosse accompagnata con qualche regalo, per testificargli con gli effetti l'onorata stima fattane da loro, finchè il negozio sendo ridotto a fine, gli sia ordinata da loro la debita ricompensa del suo trovato. V. S. Illustrissima si compiacerà di pensarci e di conferirne con l'Illustriss. Signor Segretario Musch([175]), e procurare che, quanto più prontamente si potrà, dalle loro Eccellenze sia risoluto quello che giudicheranno doversi fare per il meglio, acciocchè in vita dell'autore questo negozio si riduca alla maggior perfezione che si potrà, avendomi egli per nuove lettere, con termini magnifichi, accertato dell'infallibile verità della sua invenzione.

Adoperiamoci dunque, Illustrissimo Signore, per farla metter quanto prima in evidenza, sapendo al certo che tale è il desiderio dell'autore, purchè dall'Eccellenze loro vi sia corrisposto. Gli ho significato l'onorata stima nella quale V. S. Illustrissima lo tiene, secondo che da lei m'è stato ordinato: però, comecchè succeda il suo negozio, resterà sempre obbligatissimo alla generosa virtù sua, accertato da me come ella se gli mostra bene affetta e di quanto momento gli abbia da essere la sua protezione, per la grande autorità che tiene appresso S. A.([176]) e tutti cotesti Illustrissimi Signori, per merito del suo singolare valore.

 

 

 

3477.

 

ALFONSO PALLOTTI ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Amsterdam, 8 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 440-441, dell'edizione citata nella informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, 8 Maggio 1637.

 

Molt'Illustre mio Signore,

 

Ho ricevuto due gratissime di V. S. molt'Illustre de' 20 e 27 Marzo. Alla prima risposi subito, ed inviai la lettera al Sig. Vanelli; dopo il Sig. Ugenio m'ha assicurato avere anche scritto a V. S., e dateli particolare ragguaglio circa quello che ha operato in favore del Sig. Galileo Galilei: per il che io ho tardato sin adesso a rispondere alla seconda, per poterle dar sicuro avviso in che stato sia ridotto tal negozio. In somma ho ritrovato che la proposizione fatta dal Sig. Galilei a' Signori Stati è riuscita loro gratissima, e che i due Commissari scelti per farne l'esame gli procedono senza emulazione e con ogni equità dovuta; ma per esser negozio difficilissimo a metter in atto pratico, non hanno potuto prima fargli la dovuta risposta, oltre che la maggior parte degli affari che si trattano con chi governa vanno qua alla lunga, come altrove. Ora ragguaglio V. S., che se detto Sig. Galilei non ha ancora ricevuto, riceverà in breve lettere de' Signori Stati Generali, con una catena d'oro([177]) per segno che hanno gradito la sua proposizione: sopra la quale desiderano ancora avere chiarezza sopra qualche punto; e potendosi ridurre ad intera perfezione, mostreranno senza dubbio ogni dovuta gratitudine per riconoscer il favore fattoli.

Ieri ricevei la qui allegata([178]) del Sig. Ortensio, uno de i Deputati, per la quale credo darà particolar ragguaglio al Sig. Galilei, in che termine sia il negozio.

Questo è quanto scriver le posso per adesso; veda V. S., di grazia, se in altro la posso servire, e m'onori con libertà assolutissima de' suoi comandi e spesso, se vuole favorirmi molto, che la servirò sempre.

 

 

 

3478.

 

GALILEO a BENEDETTO GUERRINI in Firenze.

Arcetri, 9 maggio 1637.

 

Dalla pag. 26 della raccolta intitolata: Delle lettere di uomini illustri, pubblicate ora per la prima volta dall'Abate Giambatista Tondini ecc. Tomo II, Macerata, MDCCLXXXII, presso Bartolommeo Capitani.

 

Mi è stata di estrema consolazione la lettera di V. S., scorgendo in essa la prontezza del Serenissimo Padrone in sollevarmi dalle tante fatiche, le quali da due mesi in qua hanno grandemente oppressa la mia vecchiaia. L'aiuto del Signor Peri in pochi giorni mi condurrà in porto, dove poi tranquillerò la mia vita, non con l'ozio, ma con studi meno gravi e più piacevoli. Oggi ricevo avviso da Venezia([179]) che è per strada il primo foglio stampato, che vien per caparra che in Leiden si lavora per me da quelli Elzevirii, più famosi stampatori d'Europa; e sono quelli che stamporno il mio Dialogo, fatto latino dal Signor Berneggero, come anche ultimamente quella mia scrittura a Madama Serenis., di gloriosa memoria, fatta pur latina e stampata nell'una e nell'altra lingua, della quale aspetto alcune copie.

Discorrendo col Signor Principe Gio. Carlo, compresi come il S. G. D., per sua benignità, non disgradirebbe una mia visita, quando potesse seguire senza mio danno. Io, desiderando una tal grazia, sono andato pensando, che facendo essere un carrozzino a buon'ora alla Pace([180]), io vi potrei entrare, e serrato venirmene alla Petraia([181]), e la sera al tardi ritornarmene nell'istesso luogo. Lascio alla diligenza di V. S. di far la proposta, ed insieme render le debite grazie a S. A. S. del favore che mi fa dell'aiuto del Signor Peri: ed a V. S. con ogni affetto bacio le mani, e rendo il saluto a Tordo([182]).

 

D'Arcetri, li 9 Maggio 1637.

 

Galileo Galilei.

 

 

 

3479*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 9 maggio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 122. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Con la lettera di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma di 2 ricevo li due fogli delle sue speculationi; e li ho già mandati per la posta di hieri al Sig.r Elzivir, essendomi gionti opportunamente et in tempo di poterlo fare. Veggo che ella col trascriverli di sua mano fa la fatica, e mi par impossibile che la possa tolerare, perchè a me sarebbe assolutamente impossibile. Tenga per certo che andarano sicuri, se qualche straordinario infortunio non sopravenisse al corriero, il che non so quando sia mai accaduto. Il mezzo che adopero per mandarli è certo il migliore che potessi ritrovare, perch'è il([183]) libraro del Gionta, che ha corrispondenza con il Sig.r Elzivir per ragione di mercantia et ogni settimana suole havere lettere responsive. È ben vero che la settimana passata, nelle lettere, mi scriveva esso Sig.r Elzivir mandarmi alcuni foglietti, supplemento d'un'operetta da lui stampata, e non è stato possiblle ricuperarli; ma non so se egli si sia poi scordato di ponerli nel piego, o si siano smarriti qui alla Sanità. Aspetto per hoggi anco il primo foglio stampato dell'opera di V. S., quale mi scrisse dovermi mandare([184]); et se l'haverò, venirà con questa. Et con tal fine prego a V. S. molto Ill.re et Eccell.ma ogni contento e bacio le mani.

 

Ven.a, 9 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio dei Servi.

 

 

 

3480**.

 

ALESSANDRO NINCI a GALILEO [in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 9 maggio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 159. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Sono stato molti giorni travagliato da un mio catarro, e più dalla febre; pure, per grazia di Dio, da domenica in qua mi pare essere libero, e vo recuperando le forze. Però se V. S. ha bisogno di farina o d'altro di che io la possa servire, non sarò così lungo come nelle fascine: delle quali ho mandato solamente 150, che costano lire otto e mezo, perchè non ho saputo se sieno riuscite buone, sì come io l'ho pagate per tali, occorrendo alcune volte che i vetturali mostrano d'una sorte e portano d'un'altra; però se V. S. ne vuole più di quelle o d'altre, mi accenni, che procurerò che resti servita.

Detti finalmente in retrovendita quella mia casa([185]), ma in maniera che non m'è pervenuto danari da sodisfare V. S., perchè m'hanno progiudiato a questa vendita i terremoti, e per ultimo s'erano opposti insino i diavoli, essendosi sparsa voce che alcuni folletti molestavono gl'abitatori; ma in verità erano diavoli incarnati, che offendevano il venditore, sì che, per uscire una volta di questi intrighi, m'è convenuto pagare altri 50 scudi per il mio cugino, a' quali non ero obligato, perchè costui la comprassi, che altrimenti non ci sarebbe entrato. Così V. S. resta in dietro, che pure doverebbe essere preferita ad ogn'altro: e io, con tanto mio rossore e confusione, bisogna che ora suplichi V. S. a restar appaghata che io vadia estinguendo il debito, come ho cominciato, con provedere alla sua casa di quello che si trova qui nel paese, o pure, se lei non mi conosce atto a poterla, o per dir meglio saperla, servire a suo gusto e senza suo disavantaggio, si compiaccia che io di tempo in tempo gli rimetta in danari tutto quello che io potrò. So che è maggiore la sua benignità che non è la mia impertinenza, e però confido che per questo non mi sia per esiliare dalla sua grazia, mentre co 'l fine gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 9 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

In questo punto m'è stato donato un capretto, quale mando a V. S., che lo goda per amor mio.

 

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3481.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 12 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 172, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201

 

Di Parigi, 12 Maggio 1637.

 

Rispondendo alla gentilissima di V. S. molt'Illust. degli 7 Marzo([186]), capitatami sono da pochi giorni in qua, le dovrà esser parso strano che, contro al mio solito, sia restato senza scriverle tanto tempo (l'ultima mia essendo degli tre Marzo, in seguito d'altre due precedenti degli 17 e 24 Febbraio, responsive alla sua degli 10 Gennaio). Et io reciprocamente mi trovavo perplesso pel suo lungo silenzio; pure me ne ha sollevato il Sig. Ruberto([187]) suo, accertandomi della sua salute, e finalmente lei stessa colla sua desideratissima delli 7 Marzo: sebbene per essa m'accenna d'essersi trovata indisposta per una flussione sopra l'occhio destro, che gli aveva causato infiammazione; della quale voglio sperare che dopo ne dovrà essere stata liberata, di che starò aspettando avviso da lei con molto desiderio.

Il mio silenzio, come V. S. molt'Illust. potrà averlo argumentato dalle mie antecedenti lettere, è proceduto dall'essere stato in continua aspettazione di nuove del buono inviamento del suo negozio della longitudine, pel quale ho sentito che stanno aspettando da lei che le piaccia concorrere con loro per l'accelerazione della perfezione del negozio: sarà pregata che (secondo ne gli ha offerto per la sua proposta) voglia mandar loro un telescopio de' suoi perfetti, l'effemeridi e le tavole da lei construtte de i moti regolari de' satelliti di Giove, la fabbrica dell'orologio da lei ritrovato, ed il moto stabile per l'osservazione sopra al mare. Da questi quattro capi, da lei offerti, depende il giudicio, che si aspetta da i Commissari, della sua invenzione. Con che per fine le bacio le mani.

 

 

 

3482.

 

ELIA DIODATI agli STATI GENERALI

DELLE PROVINCIE UNITE DEI PAESI BASSI [all'Aja].

Parigi, 15 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 441-442, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201. La presente è la traduzione, inviata dal Diodati a Galileo (cfr. n.° 3499), dell'originale.

 

Parigi, 15 Maggio 1637.

 

Illustrissimi e Potentissimi Signori,

 

La reputazione della vostra potenza, illustrata da i gloriosi successi e dalle memorabili navigazioni loro, avendo ripieno il mondo di stupore, e ridotto l'onor dovuto all'ardita impresa del navigare nell'ammirazione de' nuovi scoprimenti e delle felici conquiste fatte da loro, la ragione voleva che l'ultimo capo che restava per la perfezione della navigazione e per la riforma della geografia, cioè il modo per l'osservazione della longitudine, dopo d'essere stato sin qui cercato da molti indarno, essendo in fine stato felicemente ritrovato dal Sig. Galilei, fenice degli astronomi del nostro secolo, fusse, come nobil trofeo delle sue speculazioni, da lui consacrato all'Eccellenze loro, per esser sotto i felici auspici della loro potenza reso universale a beneficio del genere umano, acciocchè la gloria d'un così necessario ed insperato bene fusse riconosciuta dalla beneficenza loro.

L'adempimento di questo negozio, Illustrissimi Signori, depende principalmente dal gradimento loro di sì fatto presente, acciocchè in séguito di esso l'autore ne mandi loro la chiarezza ed altre dependenze necessarie per l'uso e la pratica di esso, non avendo cosa alcuna più a cuore (dopo il devotissimo affetto suo di riverire e servire l'Eccellenze loro, testificato da lui con questo suo dono) che di far conoscer loro la verità e la certezza di questa sua invenzione, manifestando loro con ogni pienezza le particolarità specificate nella sua proposta; aspettando sopra ciò l'onore de' comandamenti loro, con tanto maggior zelo quanto, non avendo potuto per l'età provetta venire a riverirle di presenza dall'estreme parti d'Italia, desidera sommamente di deponer quanto prima nelle loro mani l'interiore di questo suo segreto, consolandosi con la speranza che per mezzo loro abbia da esser stabilito e che della sua invenzione ne resti perpetuata la memoria a' posteri. Di che essendo stato informato da esso (avendomi fatto l'onore di confidarmi questo suo negozio da poco manco di due anni in qua), ho preso ardire, Illustrissimi Signori, d'avvisarne l'Eccellenze vostre, sentendomici obbligato come devotissimo alla prosperità ed alla gloria dello Stato loro; supplicando le vostre Eccellenze ecc.

 

 

 

3483.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all'Aja].

Parigi, 15 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 442, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201. La presente è la traduzione, inviata dal Diodati a Galileo (cfr. n.° 3499), dell'originale.

 

Parigi, 15 Maggio 1637.

 

Non potendo abbandonar questo negozio per diversi rispetti, e principalmente per il bene che ha da riuscirne all'universale, essendo persuaso della verità e certezza di esso, prego umilmente V. S. Illustriss. ad interpetrare in bene la cura sollecita che ne piglio con scriverne anco agli Illustrissimi Signori Stati; rimettendo nondimeno alla sua prudente censura di presentar loro o di sopprimere la mia lettera([188]), secondo che conoscerà dover farsi per il maggior bene del negozio.

 

 

 

3484.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 maggio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 22. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r S.

 

Non è poco che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma habbia letto con qualche gusto la circolatione del sangue, scritta da me([189]) con modo pur assai confuso e con mente astrattissima, sebene io non l'amo più per giudice delle parole che delle cose. Così non è poco ch'ella non si sia scandalezzata di qualche mia impatienza, ma solo dell'haver io offerta soddisfatione per il copista. Lo feci con il P. Francesco, perchè dubitando ch'egli non potessi da per sè copiarmi quelle demonstrationi de centro etc., non restassi però di farmi il servitio per mezzo d'altri, allegando poi per sua scusa il voto di povertà. Ma tutto questo non è servito per altro che per scandalizzare V. S. contro ogni mio volere, e però senza colpa.

Quel buon Padre della radica([190]) s'è partito all'improviso per Malta con il Sig.r  Principe Langravio([191]), et io son restato senza la radica promessami. Pur qua è un canonico di S. Eustachio, dal quale intendo poterla similmente havere, et a suo tempo non mancherò di mandarla.

Ch'il P. Mersenio si vanti d'haver letto il libro de motu, è certo, havendolo lui significato al Sig.r Gio. Batista Doni, et io letta la lettera. Non so già dire come là sia trapelata questa opera. Ch'egli cerchi per ogni verso farsi honore con quel d'altri, non ne ho dubbio, conoscendolo benissimo dalli scritti di lui, nei quali, per esser la maggior parte franzesi, ho perso pur troppo tempo.

Mi rincresce poi fino all'anima della sua gravezza di testa, indigestione e vigilie([192]), e la prego quanto so e posso a conservarsi per tempi più felici. Feci reverenza al P. Abbate([193]), et intesi che l'ordinario passato rispose alle lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, alla quale di bel nuovo, con il Sig.r Nardi([194]) e me, si raccomanda di vivo cuore, con pregarle da Dio prosperità e vita.

 

Roma, il dì 16 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo et Oblig.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3485**.

 

PIETRO MAZZEI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 20 maggio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 34. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ne Oss.mo

 

Con la cortese di V. S. de' 16 stante ho riceuto il mandato de' d. 500 per la sua paga, e volentierissimo l'haverei servita secondo il gusto suo; ma non sendomene stato scritto con questo procaccio dall'Ill.mo S.r Depositario Generale([195]) cos'alcuna, non m'è parso poter pigliare l'autorità di trargliene. Potrà V. S. farli ricordare che me ne dia l'ordine, sì come seguì l'altra volta, per non far errore, che di subito farò quanto occorra, conservando in tanto appresso di me il detto mandato.

Con desiderar occasione di poter servir V. S. in altro, senza più le faccio reverenza, augurandoli dal Signore ogni contento.

 

Da Pitti, li 20 Mag. 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S. D.r Galilei.

Devot.mo Ser.re

Pietro Mazzei.

 

 

 

3486*.

 

GHERARDO SARACINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 20 maggio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 173. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron mio Oss.mo

 

La lettera umanissima di V. S. Ecc.ma mi fu resa cinque giorni sono. Mio Sig.re, son pronto a servirla in tutte quelle cose che haveranno sola dependenza dalla mia volontà, non che nel mandarle il mandato del suo semestre, il quale le si deve da me per debito e per necessità che m'impone il carico che sostengo. Credevo bene che ella se lo facesse pagar costà, sì come è succeduto del semestre passato; il che mi fa dubitare che forse il mandato che le mando alligato non sia per essere a gusto suo. Quando sia questo, comandi; e quando voglia pur darmi ricompensa della briga che dice dovermi, mi comandi altre cose, perchè non ho ambition maggiore che nel farmi conoscere in molti sui comandamenti per suo servitore non in tutto inutile. E per fine la riverisco con tutto l'animo.

 

Pisa, 20 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Devot.mo

Gherardo Saracini.

 

 

 

3487**.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 21 maggio 1637.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r

 

Receverà con questa l'aloe lavato che desidera; et se mi avertirà de quando in quando ne doverò inviare, restarà al certo servita, come de ogni altra cosa della quale mi conosce idoneo al suo serviggio, essendole invero per molti capi obligato, ma massime havendomi instruito in quelle scienze che hora mi rendono atto a servir la mia patria. Io d'altro non la posso pregare, se non che riceverò a favor singularissimo se sarò fatto degno di alcuni belli suoi scritti, de' quali restarà adornata la sua patria. Voglio far ogni mio sforzo per venirla a reverire questo autuno et revederla. A V. S. Ill.ma et Oss.ma baccio le mani.

Di V.a, li 21 Maggio 1637.

 

Di V. S. Ill.ma et Oss.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo Ser.r

Franc.o Duodo.

 

Le ne invio cinque drame, che, come l'à scritto, le servon. Se me avviserà quante ne fa di bisogno preparar, ne farò capitar de volta in volta tutti mesi, che farà meglio operationi.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r

L'Ecc.mo Sig.r Galilei, Doct. Math.

Rac.te al maestro delle poste di Fiorenza.

Arcetri.

 

 

 

3488**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 22 maggio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 160. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

L'amorevolissima lettera di V. S., scrittami li 20 stante, m'è pervenuta questa sera, che siamo alli 22: in essequzione della quale manderò la farina della prossima settimana, e continuerò a mandare altre fascine; ma arei caro di sapere se io mi devo servire del medesimo vetturale o pure provarne un altro, perchè mi promette e mostra di portarle buone, ma io non so poi come lo mantengha.

Mando aduso il conto([196]) di V. S., cavato da' libri di Giulio([197]), acciò che lei con suo commodo lo possa riscontrare; e quando verrò io, porterò il mio, per sapere la somma di che resterò debitore. Verrò a riverire V. S. circa mezo il prossimo mese di Giugno; e se fussi atto a servirla in qualche cosa, sarei prontissimo a ogni cenno, non avendo per ora impedimenti urgenti: mentre co 'l fine, ringraziandola dell'amorevoli offerte, di che in ogni occorrenza farò capitale, gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 22 di Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3489.

 

ELIA DIODATI a MARTINO ORTENSIO [in Amsterdam].

Parigi, 22 maggio 1637.

 

Dal Tomo III, pag, 443-445, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Parigi, 22 Maggio 1637.

 

De Nobilissimi Galilaei negotio impense sollicitum non leviter me sublevarunt exoptatissimae tuae literae([198]), quibus (humaniter ita tibi placitum) omnibus quae a te expetiveram cumulatissime respondes, tuumque erga eum insigne studium verbis cordatissimis, ipsisque etiam factis comprobatum, mihi expromis. Quare opportunissime totius huius sui negotii promotio et perfectio ab eo tuae fidei et accuratae diligentiae destinata est, quemadmodum ex apographis eius literarum, ad me de hac re scriptarum, hic adnexis percipies; quam fiduciam meo ad eas responso sedulo illi confirmavi, nulla interim de eius inventi propalatione Morino et Mersenno, a vobis facta, mentione illi habita, ne inani suspicione animum eius obvolverem; de ea id auguratus quod re ipsa ex literis tuis comperi, vos scilicet, ex occasione vulgatae de eo apud vestros magnates et academicos Leidenses famae, Mersenno et Morino rem tantum verbis generalibus exposuisse, et a me rogatos, cum iis aliisque de ea amplius non egisse. Satius tamen fuisset (ut et ipse agnoscis), inventum hoc abditum conservatum fuisse, donec ei colophon impositus esset, re ipsa sine alio monitu silentium satis indicente. Non propterea tamen, ut spero, inextimabili eius merito et auctoris honori derogabitur, quam indubitatam eius veritatem ipso facto vobis comprobare paratus sit. Nec enim quod in propositione sua ad Illustrissimos Ordines dubitanter illud protulisse videatur, eo sensu id accipiendum est, quasi re vera de eo dubius fuerit; importunae siquidem nec excusandae temeritatis culpandus foret, si Illustrissimis Ordinibus, ex tam longinquis oris, a nemine requisitus, rei incertae ostentatione illusisset; verum modestiae omnibus primariis philosophis, licet dogmaticis, familiari id tribuendum, inventa sua et opiniones proprias verbis ut plurimum scepticis et dubiis proponentibus. Nam, ut dicam quod res est et quod mihi ab eo testatum ex eius literis vides, inventum hoc suum (ut prius ad te scripsisse memini), primo sibi compertum, deinde iugi multorum annorum observatione et iteratis experimentis confirmatum, sibique prius penitissime cognitum, velut caeleste demum omnique excelsa potentia dignissimum, Illustrissimis Dominis Ordinibus submisse et reverenter, ne felici hac sorte sibi divinitus concessa tumescere videretur, quamquam de eius veritate nullatenus anceps aut dubius esset, illorum heroicam virtutem et celebratam potentiam ad expetiti et insperati universalis huius boni perfectionem prae omnibus aliis propitiam fore confidens, dicavit.

Quid porro causae subsit cur (cum Illustrissimis Ordinibus gratissimam et perhonorifice ab illis exceptam fuisse hanc eius propositionem, cum singulari omnium vestrorum magnatum auctoris commendatione, in dies maiorem in modum mihi confirmes) hactenus Illustrissimorum Ordinum ad eum responsum nondum comparuerit, nec divinare possum, nec multiplicibus quibus Nob. Realium detentum fuisse dicis occupationibus acquiescere: illo etenim (ut ad me acripseras) iam a mense Novembris ab Illustrissimis Ordinibus decreto, quid postmodum tantam eius moram causari potuerit, nec percipio, nec Illustriss. Grotius, cui coniiciendum relinquis, id assequitur; est enim inauditum, ulla esse negocia quae tot mensium decursu intermissionem aliquam non recipiant. Cumque id (ut per te iudicare potes) illum merito perplexum tenere debeat variaque de verisimili producti huius silentii causa cogitantem, non ob spretum parvique habitum munus, aut quia ab iis prius damnatum quam cognitum sit, quomodo, quaeso, inter haec dubia ulteriorem, quam libens pollicitus fuerat et quam nunc sollicite premis, eius inventi explanationem ab eo expectare liceat, nec video, nec rationes quibus illum ad id horter, ut suades, mihi suppetunt, donec, Illustrissimorum Ordinum ad illum responso habito, et donantis animum, et rem ipsam benigniter acceptam, penitioremque eius dilucidationem, ad negocium capessendum et ad praxim reducendum, expeti ab iis, resciscat: nam tunc serio ad illorum Celsitudines quaecumque primum libens illis obtalit, quam ociissime transmittet, telescopium videlicet perfectissimum, eiusque utendi modum a se excogitatum, navis in mari librationi accomodatum, tum Iovialium Stellarum motuum observationes, et horologii accuratissimi a se inventi fabricam, omniaque animi intima et penitiores recessus verbis et scriptis super hac re explicabit; cum ea sit philanthropia, ut non([199]) gaudeat inventis nisi quatenus ea humano generi usui futura esse novit, seque maxime hac spe soletur et substentet, fore hoc novissimum suum inventum, sub felicibus Illustrissimorum Dominorum auspiciis, velut nova fax et caeleste lumen geographis et navigantibus in posterum, cum aeterna illorum gloria et perpetua auctoris memoria, illucescat.

Quare cum in partem augustissimi([200]) huius laboris ab illo voceris, tuarum sit partium, vir Clarissime, Illustrissimorum Dominorum Ordinum responsi ancipites moras omni tuo nisu rumpere, illudque cum primum ad me per Dominum Ieremiam Calandrinum mittendum curare, cum adiuncta eius responsi copia, ut ego, de eorum mente certior factus, efficacius quod ulterius instat faciendum, apud eum urgeam. Utinam, arrepta occasione profectionis vestri Consulis Domini Borelii ad legationem Venetam, Illustrissimorum vestrorum Ordinum mandato, te ad Galilaeum conferres, ut praesens (quod vix alias per literas perfici potest) huius tanti negotii omnia requisita a dicentis ore colligere et excipere et ad vestros referre, insignisque viri singulares dotes experiri, illiusque aspectu et sermone cum indicibili numquamque intermoritura voluptate frui, posses!

Tuas et Nob. Realii ad eum literas iam dudum transmisi. Cum ab Elzevirio acceperim, nulla adhucdum Galilaeani Discursus pro mundi systematis assertione, latine a me versi([201]), exemplaria ad te pervenisse([202]), ecco tibi unum exemplar, ne te longiori eius expectatione detineam. Illius publicationis occasionem ex mea praefatione, sub fictitio Robertini nomine, cognosces. Miraberis in hoc, ut in aliis omnibus, auctoris acumen: nam quod meae fuit operae in vertendo, nihili est, nec nomen meruit apponi, quamquam D. Berneggero contranitenti aliter fuerit visum([203]).

Nob. Realio, meo nomine, quamplurimam salutem impertire, illumque ut opus sibi pro responso Illustrissimorum Ordinum ad Nob. Galilaeum mandatum maturet, etiam atque etiam roga. Vale.

 

 

 

3490**.

 

LORENZO BINI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 23 maggio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 293. – Autografa.

 

Molto Ill. Sig.r e P.ne Oss.mo

 

Già che V. S. non s'è compiaciuta([204]) sin ora di saddisfare mia madre([205]), non ostante l'haver mandato molte volte a chiederli il fitto che V. S. li deve di cotesta villa e podere, adducendo([206]) alli mia mandati che V. S. non havessi visto il patto apposto nella scrittura, del pagare anticipatamente; circha che reduco a memoria a V. S., che oltre ad haver fatte le scritture più volte, che delle prime cose che le dissi fu che, mentre V. S. volessi ricontinuare l'affitto, intendevo che pagassi anticipatamente; circha che([207]) V. S. non solo non mostrò([208]) di difficoltare, ma disse che non le dava fastidio, e che haveria anco pagata somma di consideratione, quando fussi tornato comodo a noi o al S.r Esaù Martellini, ma sempre la sua difficoltà mostrò nel pigliar in affitto ancora il podere. Ma in questo non occorre mi allunghi([209]) da vantaggio, non si supponendo che V. S., come prudente, si fussi obbligata a cosa non vista e considerata, come veramente fu questa. Però tutte le ragioni svaniscono; e per ciò con questa m'è parso bene, per compire il termine che si deve con lei, di nuovo farle sapere che mia madre ha bisogno di far capitale del suo, e massimo essendo([210]) fitti che non si suol haver difficoltà, e massime con lei, che so non li mancha la comodità. E perchè a nostra madre bisogna servirsene per cose sua particolari, vien di nuovo a suo nome per questa, vogli pagarle al'apportator di questa, acciò possa dar sadisfatione ancora lei a chi si devon pagare; e si compiacci farlo, acciò, essendo necessitata a pagar a altri, non sia necessitata darli disturbo. Con qual fine le bacio le mani.

 

Di Fir., questo dì 23 di Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.

Aff. Ser.

Lor.zo Bini.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ne Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In villa.

In. Arcetri.

 

 

 

3491**.

 

PIETRO MAZZEI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 27 maggio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 32. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ne Oss.mo

 

Invio a V. S. con questa l'ordine per l'Ill.mo S.r Depositario([211]), acciò le faccia pagare li d. 500 per la sua provvisione, in conformità di quanto m'è stato scritto. Potrà farlo presentare per li effetti, comandando a me in tutto quello che io fossi abile per servirla, che mi troverà prontissimo. Et a V. S. senz'altro con ogni affetto bacio le mani. N. S. la conservi e contenti.

 

Da Pitti, li 27 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Eccl.ma

S.r D.r Galilei.

Devot.mo Ser.re

Pietro Mazzei.

 

 

 

3492**.

 

ALESSANDRO NINCI a GALILEO [in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 27 maggio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A., car. 161. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Mando staia sei di farina, che costa, computato la poliza e la vettura, lire 45.

Stimo quest'ultimo vetturale, che ha condotto le fascine, assai fedele tra gl'altri della sua professione; non dimeno suplico V. S. ad accennarmi se in tutto n'habbi condotte 590, sì come egli afferma, che subito lo spignerò a condurne sino che V. S. ne vorrà: mentre col fine, baciandoli le mani con debita reverenza, gli prego dal Cielo intera prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 27 Maggio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3493**.

 

ELIA DIODATI a ROBERTO GALILEI in Lione.

Parigi, 2 giugno 1637.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5351, car. 4. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.re mio Oss.mo

 

Mi trovo debitore a V. S. molto Ill.re di tre gratissime sue, de' 12, 19 et 22 del passato, et d'una del S.r Galileo Galilei, al quale non haverò tempo di far risposta adesso.

La ringratio quanto più posso della solita sua cortesia nel ricapitare i miei plichi a esso Signore et in particolare la scatola de' libri, la quale haverò caro sentire gli sia pervenuta in salvo.

Ho fatto vedere a i principali di questi librari et a diversi curiosi l'intitulatione del libro che V. S. mi ha mandata, della quale non sapendosene che la notitia generale che se ne può cavare dall'intitolatione, i mercanti non mi ci hanno risposto assegnatamente di desiderarne, se bene i dotti mostrano d'haverci affetto. Nondimeno sarebbe (come in cose simili si suol fare) a proposito d'incictarceli, facendo veder l'opera, della quale si mandasse qua qualche dozzena d'esemplari per farne la prova dello spaccio, et se ne potrebbe anche mandare in Olanda; il che V. S. potrà significare al suo amico, et che se si risolverà di mandarne, dia l'ordine del pretio che doverà esser venduto; a che io lo servirò volentieri et con ogni cura....

 

 

 

3494.

 

GALILEO a PIETRO CARCAVY [in Parigi].

Arcetri, 5 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. IV, car. 1-3. – Copia, di mano dello stesso Galileo fino alle parole «farsi sensibile», il resto di mano di Marco Ambrogetti: mancano la data e la sottoscrizione. Di fuori, di mano dell' Ambrogetti, si legge: «Risposta al Sig.r Carcavil». A questa copia segue nello stesso codice (car. 4-8) un'altra copia di mano di Vincenzio Viviani, nella quale si leggono anche la data e la sottoscrizione.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n mio Col.mo

 

Alle ultime 2 lettere di V. S. Ill.ma([212]) sono in obbligo di rispondere, le quali mi son pervenute nell'istesso tempo; del quale perchè ne ho grandissima scarsità, trapasserò i complimenti che si ricercherebbero per corrispondere a i molti che sono nelle sue, pieni di cortesia, assicurandola solamente che, giusta mia possa, non mancherò mai a quello che al mio debito s'aspetta.

Che ella continui nel pensiero di voler far ristampare tutte l'opere mie in un volume solo, mi piace assai, perchè è gran tempo che non se ne trovano più alle librerie, et hanno continua chiesta, sì che l'esito sarà grande e sicuro, con grosso guadagno del libraro, il quale V. S. potrà assicurare che gl'ultimi esemplari che si trovarono furon pagati il quadruplo e 'l sescuplo più del prezzo corrente ordinario; e dei miei miserabili Dialogi so che ascosamente ne sono stati venduti 4 e 6 scudi la copia. Quanto poi al facilitare il privilegio([213]), non mi mancherà da aggiugnervi alcuna cosa non più stampata, e da me al pari o più di altre mie fatiche stimata. Però concluda pur V. S. Ill.ma col libraro, e faccia metter mano all'impresa, che non mancherà d'esser all'ordine, in tempo oportuno, quanto basterà per cavare il privilegio. E per mio parere l'opera dovrebbe esser fatta in foglio.

Vengo hora alle opposizioni che l'amico di V. S.([214]) fa ad alcune delle mie proposizioni; le quali opposizioni io ammetto, trattone una, per vere e concludenti, ma non già per non prevedute e da me inopinate, perchè è gran tempo che, havendo con estrema ammirazione veduta e studiata la spirale d'Archimede, la quale egli compone di 2 moti equabili, uno retto et l'altro circolare, mi cadde in pensiero la spirale composta del circolare equabile e del retto accelerato secondo la proporzione dell'accelerazione de i gravi naturalmente descendenti, la quale io mi persuado haver dimostrato esser in duplicata proporzione di quella del tempo; e questa è la spirale dell'amico di V. S.; e sebene nel Dialogo([215]) vien detto, poter esser che mescolato il retto del cadente con l'equabile circolare del moto diurno si componesse una semicirconferenza che andasse a terminar nel centro della terra, ciò fu detto per scherzo, come assai manifestamente apparisce, mentre vien chiamato un capriccio et una bizzarria, cioè iocularis quaedam audacia. Desidero per tanto in questa parte esser dispensato, e massime tirandosi dietro questa, dirò, poetica finzione quelle 3 inaspettate conseguenze: cioè, che il moto del mobile sarebbe sempre circolare; secondariamente, sempre equabile; 3°, che in questo apparente moto deorsum niente si moveva di più di quello che si faceva mentre era in quiete. Aggiungo hora, che sebene dalla composizione del moto equabile orizontale col retto perpendicolarmente descendente, con l'accelerazione fatta nella proporzione da me assegnata, si descriverebbe una linea che andando a terminar nel centro sarebbe spirale, niente di meno sin che noi ci trattenghiamo sopra la superficie del globo terrestre, io non mi perito di assegnare a tal composizione una linea parabolica, asserendo tali esser le linee che da i proietti vengono descritte: la qual mia asserzione potrà somministrar materia d'impugnarmi assai maggiore del moto di mezo cerchio, il quale almeno facevo pure andare a terminar nel centro, dove anco son sicuro che andrebbero a terminare i proietti; e pur la linea parabolica si va sempre più e più slargando dall'asse, che è la perpendicolare al centro. Hora qui potrà V. S. e l'amico suo maggiormente maravigliarsi di me, che, conoscendo e confessando l'error mio, pur vi vo perseverando. Tutta via spero d'impetrar perdono dalla loro benignità, e tanto più me lo prometto, quanto comprendo che gl'avvertimenti loro derivano dal desiderio di farmi cauto, acciò che io non incorra in quelli errori nei quali incorrono e sono incorsi tutti i più intelligenti mecanici, e l'istesso Archimede, massimo ingegno e sovrumano; il quale supponendo, come egli fa ne' suoi Equeponderanti e nella Quadratura mecanica della parabola, e come fanno tutti gl'ingegneri e architetti, supponendo, dico, che i gravi descendano per linee parallele, danno occasione di dubitare che gli sia stato ignoto come tali linee non sono altramente equidistanti, ma vanno a concorrere nel centro comune delle cose gravi. Da questa veramente falsa supposizione traggono origine, s'io non erro, le obbiezzioni fattemi dall'amico di V. S., le quali nell'avvicinarsi al centro della terra aqquistano tanta forza et energia, e tanto variano da quello che noi in superficie con errore, benchè leggiero, supponghiamo, che quelli che qua su noi chiamiamo piani orizontali, finalmente nel centro doventano linee perpendicolari, e di linee non inclinate degenerano in linee totalmente inclinate. Aggiungo di più, come V. S. e l'amico suo in breve potrà vedere dal mio libro che già stat sub praelo, che io argomento ex suppositione, figurandomi un moto verso un punto, il quale partendosi dalla quiete vadia accelerandosi, crescendo la sua velocità con la medesima proporzione con la quale cresce il tempo; e di questo tal moto io dimostro concludentemente molti accidenti: soggiungo poi, che se l'esperienza mostrasse che tali accidenti si ritrovassero verificarsi nel moto dei gravi naturalmente descendenti, potremmo senza errore affermare questo essere il moto medesimo che da me fu definito e supposto; quanto che no, le mie dimostrazioni, fabricate sopra la mia supposizione, niente perdevano della sua forza e concludenza; sì come niente progiudica alle conclusioni dimostrate da Archimede circa la spirale([216]) il non ritrovarsi in natura mobile che in quella maniera spiralmente si muova. Ma nel moto figurato da me è accaduto che tutte le passioni, che io ne dimostro, si verificano nel moto dei gravi naturalmente descendenti: si verificano, dico, in maniera, che mentre noi ne facciamo esperienze sopra la terra, et in altezze e lunghezze da noi praticabili, non s'incontra niuna sensibile diversità; la qual però diversità, sensibile, grande et immensa si farebbe nell'avvicinarsi e grandemente approssimarsi al centro. Et ancorchè l'amico suo ammetta che nel farne esperienze riescano senza errore, ma che con tutto ciò vuole anteporre la ragione al senso, che può ingannarsi, io gli mostrerò qualche esperienza che pure dovrebbe farsi sensibile e senza inganno del senso. Pendano da due fili egualmente lunghi due gravi, quali sarebbero, per esempio, due palle d'archibuso; e l'uno di questi fili sia attaccato nella più sublime altezza che haver si possa, e l'altro nella più bassa, posto la lor lunghezza essere di 4 o 5 piedi; e stando 2 osservatori, l'uno nel luogo altissimo, e l'altro nell'infimo, allarghino dallo stato perpendicolare esse palle, e dato loro l'andare libero nell'istesso momento di tempo, vadano numerando le loro vibrazioni, continuando la moltitudine di quelle per molte centinara; che troveranno riscontrarsi talmente i numeri di quelle, che nè in molte centinara, nè anco migliara, si troverà lo svario di una sola: argomento necessariamente concludente, che ciascheduna di esse si fa sotto tempi eguali. E perchè quello che accade in questi movimenti per archi di cerchi accade ancora nelle corde a quelli suttese, casca a terra tutto quello che l'amico di V. S. dice accadere deve sopra piani inclinati, paralleli tra di loro et egualmente lunghi, dei quali l'uno fusse più vicino al centro della terra che l'altro; cade, dico, assolutissimamente, mentre siano posti amendue fuori della superficie del globo terrestre. Quello poi che dovesse accadere tra due simili piani, de i quali l'uno fosse fuora della superficie terrestre, e l'altro tanto adentro che andasse a terminare anco nell'istesso centro, io per adesso non voglio dire quello che me ne creda; ma non ho sin ora ragione che necessariamente mi convinca ad ammettere che il mobile che va a terminare nel centro passasse il suo spazio in tempo più breve che quell'altro mobile il suo. Ma più dirò, che appresso di me non è bene risoluto e chiaro che un mobile grave arrivasse più presto al centro della terra partendosi in lontananza da quello di un sol braccio, che altro simile che si partisse da lontano mille miglia. Questo non affermo, ma lo propongo come paradosso, per la destruzzione del quale forse l'amico suo haverà o troverà dimostrazione necessariamente concludente.

A quello poi che ei produce per destruzione del mio asserto, cioè che il grave partendosi dalla quiete passi necessariamente per tutti i gradi di tardità([217]), non so veramente applicare il suo postulato, mentre domanda che li sia conceduto, non darsi moto senza velocità; dove mi pare che tale proposizione importi quel medesimo che se altri dicesse, non darsi linea senza lunghezza; e sì come ... partirsi([218]) dal punto, che manca di lunghezza, non si può entrare nella linea senza passare per tutte le infinite linee, minori e minori, che si comprendono tra qualsivoglia linea segnata e 'l punto, così il mobile che si parte dalla quiete, che non ha velocità alcuna, per conseguire qualsivoglia grado di velocità deve passare per gl'infiniti gradi di tardità compresi tra qual si sia velocità e l'altissima et infinita tardità. Sia l'angolo compreso dalle linee ab, ac, e passi per il punto a la linea de, la quale si intenda descendere in fg, mantenendosi sempre parallela a sè stessa: è manifesto che di essa linea de nell'angolo a non ve ne è parte che habbia lunghezza alcuna; ma nel descendere e trasferirsi in fg vengono di lei intercette tra le ab, ac parti maggiori e maggiori, secondo che maggiore si fa lo spazio della scesa; et in questo esempio la parte intercetta è la ns. Ora è manifesto, nissuna linea potersi assegnare di così poca lunghezza, sì che altre infinite minori e minori non ne siano state comprese tra le an, as verso l'angolo a; onde l'asserire, nel moto della traversale fg essersi passato per tutte le immaginabili lunghezze comprese tra la ns e l'angolo a, sì che nissuna se ne sia lasciata in dietro, mi pare proposizione lontana da ogni dubbio. E così, mentre io stabilisco uno instante di tempo, nel quale partendosi il mobile dallo stato di quiete, nel quale si trovò nell'assegnato instante, et entrando in moto, il quale debba andarsi accelerando con quella proporzione che cresce la quantità del tempo, la quale nel detto instante era nulla; sì come non si può assegnare così piccolo spazio di tempo che di minori non ne siano decorsi dopo il primo instante segnato, così partendosi il mobile dalla quiete non trapassa quantità alcuna di velocità segnata, che per minori ancora non si sia ritrovato. Vorrei che V. S. proponesse all'amico, se egli ammette meco che un mobile che vadia perdendo continuamente di velocità, come, per esempio, fa un grave proietto perpendicolarmente in su, passi ad un([219]) tal grado di velocità poco minore della sua più tosto che a uno minore assai; come, per esempio, una palla di piombo, che tirata in alto va continuamente perdendo di velocità, sia per trapassare prima da 10 gradi a 9, che a 6 o 4. Credo che egli concederà, non essere ragione alcuna di trapassare immediatamente da 10 a 6, saltandone e interponendone li gradi 9, 8, 7, sì come stimo io e credo che egli ancora concederà. Consideri adesso che quella palla, andando continuamente et successivamente perdendo di forza e di velocità, si riduce finalmente allo stato di quiete, tra 'l quale e qualsivoglia assegnato grado di tardità ne sono altri et altri maggiori. Quando dunque ei sarà giunto, per esempio, a 100 gradi di tardità, che ragione si potrà egli addurre ch'ei faccia passaggio da i cento gradi di tardità alla quiete, cioè alla tardità infinita, tralasciando di passare per li 120, per li 200, per li 1000, che pur sono al 100 più propinqui che l'infinito? E così convertendo il suo movimento dal punto altissimo verso il basso, arbitrario più che ragionevole sarebbe, per mio parere, il discorso di colui che volesse negare ch'ei ripassasse conversamente, cioè con ordine prepostero, quei medesimi gradi per i quali passò nella salita.

Questo è quanto per ora voglio dire a V. S. Ill.ma in questo proposito, aggiugnendo solamente il rendergli le debite grazie del geloso offizio che gli è piaciuto di fare per conservazione della mia reputazione. E per non tediarla più lungamente, con riverente affetto gli bacio le mani e li prego da Dio il colmo di felicità.

 

D'Arcetri, li 5 Giugno 1637.

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obb.mo S.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3495.

 

GALILEO a ELIA DIODATI in Parigi.

Arcetri, 6 giugno 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 173-174, dell'edizione Fiorentina citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Dalla villa d'Arcetri, 6 Giugno 1637.

 

Alla lettera([220]) di V. S. molt'Ill., piena della solita cortesia ed offizio affettuosissimo, datami alli 12 Maggio([221]), rispondendo, le dico che quanto alla prima domanda ch'ella mi fa, io mi trovo tanto molestamente aggravato dalla flussione nell'occhio destro, che non solamente mi vien tolto il poter nè leggere nè scrivere una sillaba, ma il far ancora nessuno di quegli esercizi che ricercano l'uso della vista, nè più nè meno che se io fussi del tutto cieco. Trovomi per ciò in una grandissima afflizione, per non dire disperazione, attesochè ne i miei maggiori bisogni non posso supplire nè al debito nè al desiderio di V. S. molt'Ill., insieme con i SS. Realio ed Ortensio, che mi fanno istanza di quanto prima mandargli la resoluzione ed esplicazione de i quattro capi attenenti al mio negozio della longitudine. Per leggere, o, per dir meglio, per sentire, il contenuto delle tre lettere ultimamente inviatemi([222]) da lei, mi è stato necessario ricorrere all'aiuto di amici confidentissimi, tra i quali uno([223]) per sua bontà resta appresso di me per aiutare quei bisogni dove la mia mala fortuna mi tiene impotente; ed è questo amico quello che scrive la presente. Scrissi già nell'ultima mia il travaglio dell'occhio: me ne liberai, ma convenendomi scrivere per rispondere a una mano di lettere, e più per ricopiare parte de' miei studi, mi fu forza affaticar la vista tanto, che in pochi giorni ricascai in istato peggiore, nel quale ancora mi ritrovo.

Ho pensiero di rispondere alla lettera dell'Illustriss. Sig. Realio([224]), e, toccando il meglio che potrò per adesso i quattro capi significatimi, far sì che la risposta serva ancora per la lunghissima lettera del Sig. Ortensio([225]), la quale, pel carattere a noi inconsueto, ha dato che fare a un paio di miei amici per ritrarne il senso. Scrivendo, manderò annessa con questa la risposta aperta, acciò V. S. molt'Ill. la possa vedere. V. S. mi concede tempo di poter apparecchiare ed avere in pronto le risposte a i quattro capi, quando mi pervenga la risposta degl'Illustriss. Stati alla mia proposta; ma simile larghezza di tempo non mi pare che mi venga conceduta dall'altre due lettere de i soprannominati, anzi me ne fanno istanza e fretta. Io però, rispetto allo stato in che mi trovo, sono necessitato ad aspettare di potermi servire della propria vista, essendo impossibile servirmi degli occhi di altri, in particolare per rivedere calculi, osservazioni ed altre cose necessarie, fatte già molti anni sono intorno a i movimenti de i satelliti di Giove, per ridurre il tutto congruente al tempo presente ed al bisogno che sarà del Sig. Ortensio o di altri a chi sia imposta la carica di continuare l'osservazione, calculare l'effemeridi, ed in somma continuare tutto il maneggio di questo negozio; che, per mio parere e consiglio, doverà cadere in mano dell'istesso Sig. Ortensio, come, per mio giudizio, attissimo a simil opera, ed anco perchè se ne dimostra desideroso.

Mi vengono anco domandati dall'istesso Sig. Ortensio i vetri per un telescopio, i quali sieno di perfezione tale che mostrino ben terminato il disco di Giove e chiaramente apparenti i quattro suoi satelliti; effetto che, come egli scrive, non si ha da quelli che si fabbricano in Olanda. Se mi succederà prontamente il farne provvisione, gli invierò a V. S. molt'Ill. insieme colle presenti. Resto con pregarle da Dio intera felicità.

 

 

 


A questa lettera, quale si legge nella citata edizione Fiorentina, uniamo il seguente capitolo, che con la medesima data «6 Giug.o 1637» è trascritto nei Mss. Gal. della Biblioteca Nazionale di Firenze, P. V, T. VI, car. 86r., di mano di Vincenzio Viviani. Il primo periodo di tale capitolo, fino alle parole «sarà necessario», si legge nello stesso codice anche a car. 69r. e 77r., di mano pur del Viviani, e a car. 148r. di mano di un suo amanuense; e a car. 69r. il Viviani premette quest'indicazione: «Il Galileo all'amico di Parigi, d'Arcetri ne' 6 Giugno 1637».

 

Quanto poi all'impresa alla quale si apparecchia il Sig. Carcavil, come per altra ho scritto a V. S., non mi mancherà d'aggiugner al resto delle mie opere altre cose di nuovo; e quando io veda qualche principio dell'opera, non mancherò di mandare quanto sarà necessario. M'è anco passato per la mente, che quando il Sig. Elsevirio si risolvesse interamente di ridurre in un sol volume tutte l'opere mie, e che gli fusse grato di averle latine, e ben tradotte e mantenutone il senso, potrei con l'aiuto d'un amico che dimora appresso di me, et è scrittore della presente, dar buona satisfazione, perchè tra l'amico et io ridurremmo il tutto in istile chiaro, seben non con tanta energia con quanta posso spiegarmi nella nostra favella toscana.

 

 

 

3496.

 

GALILEO a LORENZO REALIO [in Amsterdam].

Arcetri, giugno 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 174-180, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Dalla Villa d'Arcetri, 5 Giugno([226]) 1637.

 

Insieme colla cortesissima e benignissima lettera di V. S. Illustriss.([227]) ne ricevo una del molt'Ill. e dottissimo Sig. Martino Ortensio, inviatemi ambedue dal mio carissimo, confidentissimo ed officiosissimo amico il molt'Ill. Sig. Elia Diodati da Parigi. Queste mi sono pervenute in tempo che non ne ho potuto leggere pure una sillaba, mediante una flussione nell'occhio destro, che mi toglie l'uso della vista non meno che se io fussi del tutto cieco; onde mi è stato forza servirmi degli occhi altrui. E siccome tale mia passione mi è stata cagionata dallo scriver molto da tre mesi in qua, così mi toglie al presente il potere scrivere pure una parola; onde per dare quella maggior soddisfazione, che il mio sinistro accidente mi permette, a V. S. Illustriss. ed al Sig. Ortensio, ho preso partito di scrivere a lei sola, in modo però che la mia risposta serva per ambedue le Signorie loro. E questo torna tanto opportunamente, quanto le domande contenute nelle lettere loro sono l'istesse.

Mi avvisa V. S. Illustriss., aver presentata la mia proposta a gl'Illustriss. e Potentiss. Ordini delle Provincie Unite([228]), e quella essere stata gratamente e benignamente ricevuta e di più averne sopra di essa decretato, e che per mano del Sig. Ortensio riceverei copia della risoluzione di essi Signori Illustriss. e Potentissimi([229]), la quale però non mi è pervenuta, mancandoci l'autenticazione del Sig. Cornelio Musch, di cotesti Potentissimi Signori degno Gratiario, cioè (come credo in nostra lingua) Cancelliere: contuttociò non voglio restar di dare quella maggior soddisfazione, che al presente mi sarà conceduto, alle domande e a i dubbi che mi vengono promossi sopra la pratica usuale della mia invenzione sopra il ritrovamento delle longitudini tanto in mare quanto in terra.

Il dubbio che principalmente vien promosso da V. S. Illustriss., per quanto mi significa il Sig. Ortensio, è circa il potersi adoperare il telescopio in nave, la quale per le fluttuazioni dell'onde non sia per permettere di poter fare le debite osservazioni intorno a i satelliti di Giove. La seconda difficultà, pure dal medesimo Sig. Ortensio addotta, è il mancare in coteste parti telescopi di tanta perfezione, che basti per ben distinguere le piccoline stelle concomitanti il pianeta di Giove. Domanda l'istesso Sig. Ortensio tavole e modo di usarle per poter esattamente calculare di tempo in tempo i movimenti, ed in conseguenza gli aspetti, delle medesime piccole stelle. Richiede, oltre a ciò, la fabbrica dell'orologio da me proposto, di tanta esquisitezza che basti per numerare le parti del tempo, ancorchè menomissime, senza errore alcuno in tutti i luoghi ed in tutte le stagioni dell'anno.

Quanto alla prima difficultà, non è dubbio che si rappresenta essere la maggiore, alla quale però credo aver posto rimedio, nelle mediocri commozioni della nave; e tanto dee bastare, attesochè nelle grandi agitazioni e tempeste, che il più delle volte tolgono anco la vista del sole, non che dell'altre stelle, cessano tutte l'altre osservazioni, anzi pure tutti gli offizi marinareschi. Però nelle mediocri agitazioni penso potersi ridurre lo stato di quello che dee fare l'osservazioni ad una placidità simile alla tranquillità e bonaccia del mare; e per conseguire un tal benefizio ho pensato di collocare l'osservatore in luogo talmente preparato nella nave, che non solamente le commozioni da prua a poppa, ma nè anco le laterali delle bande, sieno punto sentite: ed il mio pensiero ha tal fondamento. Se la nave stesse sempre in acqua placidissima e nulla fluttuante, non è dubbio che l'uso del telescopio sarebbe egualmente facile che in terra ferma. Ora io voglio costituire l'osservatore in una piccola nave collocata nella nave grande, la quale piccola nave abbia dentro una quantità d'acqua, conforme al bisogno che appresso dirò. Qui primieramente è manifesto, che l'acqua nel piccolo vaso contenuta, ancorchè la gran nave inclini o reclini a destra ed a sinistra, innanzi e indietro, si conserverà sempre equilibrata, senza mai alzarsi o abbassarsi in alcuna delle sue parti, ma si conserverà sempre parallela all'orizonte; di modo che se in questa piccola nave noi ne costituissimo un'altra minore, galleggiante nell'acqua contenuta, verrebbe a ritrovarsi in un mare placidissimo, ed in conseguenza starebbe senza fluttuare: e questa seconda navicella ha da essere il luogo dove l'osservatore dee collocarsi. Voglio per tanto che il primo vaso, che dee contenere l'acqua, sia come un gran catino in forma di mezzo orbe sferico, e che simile a questo sia il vaso minore, e solamente tanto più piccolo, che tra la convessa superficie sua e la concava del contenente non rimanga spazio maggiore della grossezza del dito pollice; pel che accaderà che pochissima quantità d'acqua basterà per reggere il vaso inferiore, non meno che se fusse costituito nell'ampio oceano, siccome io dimostro nel mio trattato delle cose che galleggiano nell'acqua; che veramente nel primo aspetto ha del maraviglioso e dell'incredibile. La grandezza di questi vasi dee esser tale, che l'interiore e più piccolo possa sostenere senza sommergersi il peso di colui che ha da fare l'osservazioni, ed insieme il sedile e gli altri ordigni accomodati alla collocazione del telescopio. Ed acciò che il vaso contenuto sia sempre separato dalla superficie del contenente senza toccarla mai, sicchè non possa esso ancora esser commosso nel modo che esso contenente vien commosso dall'agitazione della nave, voglio che nella superficie interna e concava del vaso contenente, ovvero nella convessa del contenuto, si fermino alcune molle, in numero d'otto o dieci, le quali impediscano l'accostamento tra gli due vasi, ma non tolgano all'inferiore il non ubbidire a gli alzamenti ed abbassamenti delle sponde del contenente: e se in cambio d'acqua volessimo porvi olio, tanto ed anco meglio servirebbe, nè la quantità sarebbe molta, perchè due o al più tre barili sarebbero a bastanza. Potrebbe V. S. Illustriss. ed il Sig. Ortensio farne un poco d'esperienza con due piccoli catini di rame, mettendo nel minore una quantità d'arena, purchè galleggiasse nell'acqua, e fermato uno stile eretto dentro ad essa arena commuovere il vaso esterno, inclinandolo ora da questa ed ora da quella parte: vedranno mantenersi sempre detto stile nella medesima positura senza punto inclinare, e massime se le inclinazioni del vaso contenente si faranno tarde e con notabile intervallo di tempo tra l'una e l'altra, quali finalmente sono quelle delle gran navi. Ma V. S. Illustriss. tenga pure per fermo, che quando si cominci a porre studio nel praticare simili operazioni, non ci mancheranno uomini di tal destrezza, che col tempo si avvezzeranno a praticare queste operazioni senza altri artifiziosi preparamenti. Io feci già sul principio, per l'uso delle nostre galere, certa cuffia in forma di celata([230]), che tenendola in capo l'osservatore, ed avendo a quella affisso un telescopio, aggiustato in modo che rimirava sempre l'istesso punto, al quale l'altro occhio libero indirizzava la vista, senza farci altro, l'oggetto che egli riguardava coll'occhio libero si trovava sempre in contro al telescopio. Una macchina simile si potrebbe comporre, la quale non sopra il capo solo, ma sopra le spalle e il busto del riguardante immobilmente si fermasse, nella qual fusse affisso un telescopio della grandezza necessaria per ben discernere le piccole stelle Gioviali, e fusse talmente accomodato, rispondente all'uno degli occhi, che andasse a ferire nell'oggetto veduto dall'altro occhio libero, che col semplice dirizzar la vista al corpo di Giove l'altro occhio l'andasse ad incontrare col telescopio, ed in conseguenza vedesse le stelle a lui propinque.

Quanto al secondo punto, che è del trovarsi telescopi di maggior efficacia di quelli che si fabbricano costì, mi pare d'avere scritto altra volta, la facoltà di quello che ho adoprato io esser tale, che mostra, primieramente, il disco di Giove non irsuto, ma terminatissimo, non meno che l'occhio libero scorga il lembo della luna; e così terminati mostra ancora i satelliti di quello, e di grandezza tale, che all'occhio libero non si mostrano più grandi e distinte le fisse della seconda grandezza; e di più, seguitando col telescopio il movimento di Giove, essi satelliti si vedono, la sera, innanzi, e la mattina, dopo, all'apparire o sparire delle fisse, e l'istesso Giove, seguitandolo col medesimo telescopio, si vede tutto il giorno, come anco Venere e gli altri pianeti e buona parte delle fisse: e qui giudichi V. S. Illustriss. ed il Sig. Ortensio, quale immenso benefizio sia quello che questo mirabile strumento arreca alle scienze astronomiche. Io non mancherò di mandare i vetri a V. S. Illustriss., e forse verranno colla presente, se però il mio artefice([231]), che gli lavora, averà il comodo di fabbricarmene uno; e questo dico, perchè il Serenissimo Gran Duca mio Signore, invaghito di tali strumenti, tiene continuamente questo mio uomo appresso di sè, conducendolo sempre seco per tutte le terre e ville dove S. A. si trasferisce. Sicchè non mettano dubbio sopra la fabbrica e riuscita di tali ordigni.

Vengo ora al secondo artifizio per accrescere in immenso le puntualissime osservazioni astronomiche. Parlo del mio misuratore del tempo, la precisione del quale è tanta e tale, che non solamente ci darà la quantità esatta delle ore e minuti primi e secondi ed anco terzi, se la frequenza loro fusse da noi numerabile; e la giustezza è tale, che fabbricati due, quattro o sei di tali strumenti, cammineranno tra di loro tanto giustamente, che l'uno non differirà dall'altro, non solamente in un'ora, ma in un giorno nè in un mese di tempo, pure d'una pulsazione di polso. Ed il fondamento di tal fabbrica traggo da una ammirabile proposizione, che io dimostro nel mio libro de motu che ora est sub prelo de i Sig. Elzeviri in Leida; e la proposizione è tale: Se in un cerchio eretto all'orizonte s'ecciterà dal toccamento la perpendicolare, che in conseguenza sarà diametro del cerchio, e dal punto del contatto, ovvero dal termine sublime del diametro, si tireranno quante si vogliono corde, sopra le quali s'intendano scendere mobili come sopra piani inclinati, i tempi de i loro passaggi sopra tali corde e sopra il diametro stesso saranno tutti eguali; sicchè se, ver. gr., dal contatto imo si tireranno sino alla circonferenza le suttese di 1, 4, 10, 30, 50, 100, 160 gr., il mobile sopra tali inclinazioni e lunghezze scenderà per tutte in tempi eguali, ed anco in tutto il diametro perpendicolare. E questo accade ancora nelle parti delle circonferenze de i due quadranti inferiori, nelle quali, come se fussero canali ne i quali scendesse un globo grave, in tanto tempo passerà tutta la circonferenza dell'intero quadrante, quanto se incominciasse a muoversi 60, 40, 20, 10, 4, 2 o un sol grado lontano dall'imo punto del contatto. Accidente in vero pieno di maraviglia, e del quale ciascheduno si può render sicuro col sospendere da un filo, legato in alto, un globetto di piombo o d'altra materia grave, e quello allontanando dallo stato perpendicolare, sin che si elevi per una quarta; lasciatelo poi in libertà, si vedrà andare e ritornare, facendo moltissime reciprocazioni, grandi le prime, e poi diminuendole continuamente, sin che si riduca a non si allontanare più d'un sol grado di qua e di là dallo stato perpendicolare; e camminando sempre per la medesima circonferenza, si vedrà([232]) le vibrazioni grandi, mezzane, piccole e piccolissime, farsi sempre sotto tempi eguali. E volendone più ferma esperienza, sospendansi due simili globetti da due fili d'eguale lunghezza, e slargato ed allontanatone uno per un arco grandissimo di 80 o più gradi dal perpendicolo, e l'altro due o tre gradi solamente, e lasciatili in libertà, numeri uno le vibrazioni dell'uno de i penduli, ed un altro le vibrazioni dell'altro pendulo, che si troveranno congiuntissimamente numerarne un cento, per esempio, delle grandi, quando appunto averà l'altro numerato cento delle piccolissime.

Da questo verissimo e stabile principio traggo io la struttura del mio numeratore del tempo, servendomi non d'un peso pendente da un filo, ma di un pendulo di materia solida e grave, qual sarebbe ottone o rame; il qual pendulo fo in forma di settore di cerchio di dodici o quindici gradi, il cui semidiametro sia due o tre palmi; e quanto maggiore sarà, con minor tedio se gli potrà assistere. Questo tal settore fo più grosso nel semidiametro di mezzo, andandolo assottigliando verso i lati estremi, dove fo che termini in una linea assai tagliente, per evitare quanto si possa l'impedimento dell'aria, che sola lo va ritardando. Questo è perforato nel centro, pel quale passa un ferretto in forma di quelli sopra i quali si voltano le stadere; il qual ferretto, terminando nella parte di sotto in un angolo, e posando sopra due sostegni di bronzo, acciò meno si consumino pel lungo muovergli il settore, rimosso esso settore per molti gradi dallo stato perpendicolare (quando sia bene bilicato), prima che si fermi anderà reciprocando di qua e di là numero grandissimo di vibrazioni; le quali per poter andare continuando secondo il bisogno, converrà che chi gli assiste gli dia a tempo un impulso gagliardo, riducendolo alle vibrazioni ampie: e fatta, per una volta tanto, con pazienza la numerazione delle vibrazioni che si fanno in un giorno naturale, misurato colla revoluzione d'una stella fissa, s'averà il numero delle vibrazioni d'un'ora, d'un minuto e d'altra minor parte. Potrassi ancora, fatta questa prima esperienza col pendulo di qualsivoglia lunghezza, crescerlo o diminuirlo, sicchè ciascheduna vibrazione importi il tempo di un minuto secondo; imperocchè le lunghezze di tali penduli mantengono fra di loro duplicata proporzione di quella de i tempi, come per esempio: Posto che un pendulo di lunghezza di quattro palmi faccia in un dato tempo mille vibrazioni, quando noi volessimo la lunghezza d'un altro pendulo che nell'istesso tempo facesse duplicato numero di vibrazioni, bisogna che la lunghezza del pendulo sia la quarta parte della lunghezza dell'altro; ed in somma, come si può vedere coll'esperienza, la moltitudine delle vibrazioni de i pendoli da lunghezze diseguali è sudduplicata di esse lunghezze.

Per evitar poi il tedio di chi dovesse perpetuamente assistere a numerare le vibrazioni, ci è un assai comodo provvedimento, in questo modo: cioè facendo che dal mezzo della circonferenza del settore sporga in fuora un piccolissimo e sottilissimo stiletto, il quale nel passare percuota in una setola fissa in una delle sue estremità, la qual setola posi sopra i denti d'una ruota leggierissima quanto una carta, la quale sia posta in piano orizontale vicina al pendolo, ed avendo intorno intorno denti a guisa di quelli d'una sega; cioè con uno de i lati posto a squadra sopra il piano della ruota, e l'altro inclinato obliquamente, presti questo offizio, che nell'urtare la setoletta nel lato perpendicolare del dente, lo muova, ma nel ritorno poi la medesima setola sopra il lato obliquo del dente non lo muova altrimenti, ma lo vadia strisciando e vadia ricadendo a piè del dente susseguente: e così nel passaggio del pendolo si muoverà la ruota per lo spazio d'uno de' suoi denti, ma nel ritorno del pendulo essa ruota non si muoverà punto; onde il suo moto ne riuscirà circolare sempre per l'istesso verso, ed avendo contrassegnati con numeri i denti, si vedrà ad arbitrio nostro la moltitudine de i denti passati, ed in conseguenza il numero delle vibrazioni e delle particelle del tempo decorse. Si può ancora intorno al centro di questa prima ruota adattarne un'altra di piccolo numero di denti, la quale tocchi un'altra maggior ruota dentata, dal moto della quale potremo apprendere il numero dell'intere revoluzioni della prima ruota, compartendo la moltitudine de i denti in modo che, per esempio, quando la seconda ruota avrà dato una conversione, la prima ne abbia date 20, 30 o 40 o quante più ne piacesse. Ma il significar questo alle SS. loro, che hanno uomini esquisitissimi ed ingegnosissimi in fabbricare orologi ed altre macchine ammirande, è cosa superflua, perchè essi medesimi sopra questo fondamento nuovo, di sapere che il pendulo, muovasi per grandi o per brevi spazi, fa le sue reciprocazioni egualissime, troveranno conseguenze più sottili di quelle che io possa immaginarmi. E siccome la fallacia degli orologi consiste principalmente nel non s'essere sin qui potuto fabbricare quello che noi chiamiamo il tempo dell'orologio, tanto aggiustatamente che faccia le sue vibrazioni eguali; così in questo mio pendolo semplicissimo, e non suggetto ad alterazione alcuna, si contiene il modo di mantenere sempre egualissime le misure del tempo. Ora intende V. S. Illustriss., insieme col Sig. Ortensio, quale e quanto sia il benefizio nelle osservazioni astronomiche, per le quali non è necessario far andare perpetuamente l'orologio, ma basta, per l'ore da numerarsi a meridie ovvero ab occasu, sapere le minuzie del tempo sino a qualche eclisse, congiunzione o altro aspetto ne i moti celesti.

Quanto alle tavole de i movimenti de i satelliti di Giove ed al modo che io ho tenuto per calculare e fabbricare l'effemeridi, io non posso di presente interamente soddisfarle, attesochè mi trovo talmente impedito da una flussione nell'occhio destro, che mi toglie con mio grandissimo dispiacere il poter nè scrivere nè leggere pur una sola parola; ed avendo bisogno, in grazia del Signor Ortensio, per stabilire le radici di tali movimenti, di rivedere le presenti costituzioni, per poter raggiustare i loro movimenti medi, ed oltre a questo riscontrare numero grande d'osservazioni fatte in molti anni continuamente da me, non potendo prevalermi nè punto nè poco della vista, è forza che io aspetti quanto piacerà alla mia mala sorte, che forse non potrebbero passar molti giorni.

Quanto a quella parte che mi tocca il dottissimo Sig. Ortensio, cioè di poter cominciare a praticare il mio trovato in terra, per raggiustare le carte e stabilire con somma precisione le longitudini dell'isole, porti ed altri luoghi fermi; in questo fatto non ci è bisogno di tavole nè d'altre effemeridi, ma si ricercano due osservatori, uno fermo nel primo meridiano, che pongo esser cotesto d'Amsterdam, e l'altro che vadia di luogo in luogo facendo, per tre, quattro o sei notti, le osservazioni delle congiunzioni, separazioni ed altri aspetti, tenendo esatto conto del tempo che casca tra il loro mezzo giorno e l'incidenze di tali aspetti; i quali, mandati e riscontrati con i medesimi accaduti ed osservati, daranno la differenza de i meridiani, cioè la cercata longitudine. Converrà dunque avanti ogni altra cosa, che gl'Illustrissimi e Potentissimi Signori Ordini commettano che in Amsterdam sia assegnato e preparato un osservatorio con gl'instrumenti necessari per fare continue osservazioni, e che a questa carica sia eletto uomo scienziato in astronomia, diligente e paziente, quale sono stato io per molti anni per ritrovare quello che con fatiche veramente atlantiche ho conseguito. Per tale offizio so che in coteste parti non sono per mancare uomini idonei: io però, per quello che ho potuto penetrare del valore del Sig. Martino Ortensio, stimo ch'egli sarebbe non solamente attissimo per questo servizio, ma senza pari, o almeno senza superiore. Quando dunque questo Signore non recusi d'applicarsi all'impresa, io ad esso invierò tutto quello che resta per pienamente e liberamente scuoprire a gl'Illustrissimi e Potentissimi Sig. ogni mia invenzione. E perchè quello che appresso voglio soggiungere è il punto principalissimo di tutta questa impresa, non resterò di replicarlo, benchè già ne abbia scritto con grande esagerazione.

Comporti dunque V. S. Illustriss. che io replichi, che non solamente dell'imprese ed arti magne i principii sono stati tenui, e bisognosi che la solerzia e continuo studio d'ingegni perspicaci vadia superando col tempo le prime apparenti difficultà, ma questo medesimo è accaduto nell'arti minime e basse. Voglio per questo inferire, che non avendo io potuto comparire con un'arte già stabilita e perfezionata, poichè nè sono stato marinaro nè anco ricercatore di luoghi remoti, però bisogna che gl'Illustriss. e Potentiss. SS. si rimettano al giudizio di persone intelligenti, e volendo conseguire il desiderato fine, comandino che si dia principio ad una tanta impresa, senza interromperla o ritardarla per quelle difficultà che da principio s'incontrassero, imperocchè tutte si supereranno, non se ne potendo incontrare alcuna della quale molto maggiori non ne abbia l'umana industria superate.

Io ho fatto elezione di presentare a cotesti Illustriss. e Potentiss. SS. il mio trovato più che a qualsivoglia altro principe assoluto, imperocchè quando il principe solo non sia bastante a capacitare tutta questa macchina, siccome quasi sempre avviene, dovendosi rimettere al consiglio di altri e ben spesso non molto intelligenti, quello affetto che rare volte si separa dalle menti umane, cioè di non vedere con buon occhio esaltare altri sopra di sè stesso, cagiona che il principe, mal consigliato, disprezza l'offerte, e l'oblatore, in vece di premio e di grazie, ne riporta disturbo e vilipendio; ma in una repubblica, dove le deliberazioni dipendono dalla consulta di molti, piccol numero ed anco un solo de i potenti, e mezzanamente intelligente delle materie proposte, può fare animo a gli altri SS. di prestare il loro assenso, e concorrere all'abbracciamento dell'imprese. Questo aiuto ho io sperato dal favore e dall'autorità di V. S. Illustriss.; e quando succeda che per suo consiglio si ponga mano all'impresa, io ne sentirò contento grande, benchè la mia gravissima età non mi lasci speranza di poter vedere, i miei studi e le mie fatiche aver prodotto e maturato il frutto che per me ne è per risultare al genere umano in queste due grandissime e nobilissime arti, nautica ed astronomica.

Ho soverchiamente tenuta occupata V. S. Illustriss.: la prego a scusarmi ed a communicare quanto scrivo col Sig. Ortensio ed al Sig. Blauvio, eletto pel terzo de' SS. Commissari, salutandogli con riverente affetto per mia parte: mentre umilmente a V. S. Illustriss. m'inchino, e le prego da Dio il colmo d'ogni felicità.

 

 

 

3497*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 6 giugno 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 137. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Haverà con questa V. S. molto Ill. et Eccell.ma li due primi fogli de' suoi Dialoghi. Non ho havuto tempo però di vederli, ma so che in quelle parti stampano molto puramente.

Le nove di Roma mi fanno sperare tal mutatione, che V. S. potrebbe presto stampare le cose sue anco in partibus; e sarebbe ben dovere che la fortuna cangiasse un poco.

Il Sig.r Baitello mi ha mandato una letterina, per la quale hoggi forsi mi saranno portati li 20 scudi per la rata della pensione([233]) maturata al Marzo passato: perciò V. S. può disponerne a suo piacimento([234]).

Li fogli promessi non sono ancora comparsi. Scrivo al Sig.r Elzivir che la tardanza sarà con grossa usura. Et a V. S. molto Ill.re et Eccell.ma con tutto l'affetto bacio le mani.

 

Ven.a, 6 Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3498.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 9 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 25. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Credo ch'havrà saputo la causa per la quale io non andai a Roma, conforme che le havevo scritto, et in conseguenza non potei mantenere la parola di venirla a vedere come havevo determinato, essendomi sopraggiunta la gotta con la febre nove miglia lontano da Bologna, che mi fece ritornare addietro. Mi è dispiacciuto in estremo sì il restar privo della consolatione ch'io havrei havuto in vederla, sì anco perchè quello ch'havrei forsi ottenuto con la presenza ha havuto per me poco buon esito; che mi rapportai alle promesse del Padre Generale, il quale ha havuto buona voluntà di favorirmi, ma le forze li sono mancate, havendo havuto molti travagli e disgusti, che l'hanno reso debole e per lui e per me. Sed haec transeant: Iddio sia quello che habbi pietà a' nostri bisogni, e che accommodi il tutto conforme al Suo volere.

Ho più volte guardato e rivolto quel Cursus mathematicus([235]) ch'ella mi donò, diviso in 4 tomi; et essendomi accorto che mi manca il quinto tomo, vorrei pregarla, se l'havesse, che mi volesse favorire tanto ch'io li dessi una scorsa, o, non l'havendo, che mi dicesse almeno da chi potrei havere questo favore, che subito lo rimandarei.

Desidero intendere buone nuove del suo stato, essendo io non meno desideroso della sua sanità e quiete che della mia, della quale puoco godo, ritrovandomi col solito impedimento e disgusti. Io non starò più attediandola, ma pregandole dal Signore qualche consolatione ne' suoi travagli, li faccio con ogni affetto riverenza e le bacio le mani.

 

Di Bologna, alli 9 Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

3499.

 

ELIA DIODATI a GALILEO in Arcetri.

Parigi, 11 giugno 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 445-447, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201. Delle lin. 77-91 [Edizione Nazionale] è copia, di mano di Vincenzio Viviani, nei Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 79t.

 

Parigi, 11 Giugno 1637.

 

In fine il negozio di V. S. molt'Illustre piglia buono inviamento, come dall'ultima mia de' 12 del passato([236]) avrà potuto conoscere, ma molto più e con maggior certezza lo vedrà dall'allegata che il Sig. Ortensio([237]) le scrive (la quale mi son dispensato d'aprire per essere informato di quello seguiva e potervi rimediare), ed anco dalla lettera del Sig. Alfonso Pallotto([238]), scrittami circa quest'istesso negozio, per le quali vedrà come fra poco doveva esser mandata la risposta degl'Illustrissimi Signori Stati a V. S., con un regalo d'una collana d'oro([239]): sicchè essendo in termine d'un procedere onorato, condegnamente al merito del negozio e delle persone, me ne rallegro seco con tutto l'animo, e di nuovo le confermo quello le scrissi con detta mia ultima, cioè che tenga pronto ed in ordine il telescopio con tutte l'altre particolarità da lei offerte loro per la sua proposta, non solo per soddisfargli del gran desiderio che veramente hanno di ridurre a perfezione questo negozio (come V. S. potrà vederlo dagli ordini e dalle provvisioni fatte da loro sopra ciò, mentovate nella lettera del Sig. Ortensio), ma principalmente per soddisfare a sè stessa e per trionfare onoratamente della convinta verità della sua invenzione, facendone cessare ogni dubbio e contradizione. Intanto la tardanza dandomi indizio che ci s'usasse troppa freddezza, m'aveva tenuto fino adesso molto perplesso; ed essendo stato tre mesi senza ricevere alcune lettere dal Sig. Ortensio, sebbene di tempo in tempo gli scrivevo sollecitandolo, scrissi al Sig. Ieremia Calandrini in Amsterdam, pregandolo di riconoscer la causa e d'avvisarmi lo stato del negozio; il quale avendomi con la sua risposta confirmato il mio dubbio, dopo averne conferito con l'Illustrissimo Signor Grozio, anch'esso incerto a che attribuirlo, mi risolsi di parlarne col Sig. Heuscherchen([240]), Residente in questa Corte per gl'Illustrissimi Signori Stati, e di farnegli le mie doglianze, con pregarlo di darmici aiuto e consiglio: il che avendo cortesemente accettato, e consigliatomi di scrivere al Sig. Hugenio([241]), Segretario del Principe d'Oranges([242]), ed al Sig. Musch([243]), Secretario di Stato nel Consiglio di essi Signori Stati Generali, come a persone principali e di grande autorità nel governo, avendomi offerto di mandar loro le mie lettere e d'accompagnarle della sua raccomandazione espressissima, scrissi a i detti Signori ed a due altri principali Consiglieri dello Stato, miei amici e padroni antichi, ed al Sig. Alfonso Pallotto, gentiluomo Piemontese ridotto in quelle parti, mio intrinseco, il quale, essendo stato della Casa di esso Signor Principe, è stato dipoi da Sua Altezza promosso, per la sua virtù e valore, a' carichi principali nella milizia, ed amico confidente del Sig. Hugenio: lo pregai di conferirne seco, e persuaderlo ad abbracciare il negozio ed appoggiarlo all'autorità del Padrone, cioè di Sua Altezza, onnipotente in quello Stato, appresso il quale lui ha grandissimo credito. Da queste diligenze n'è riuscito l'effetto che adesso V. S. vede, essendo stato necessario di svegliare il negozio, il quale (essendo quei Signori distratti da infinite occupazioni pubbliche, ed il Signor Realio non avendolo sollecitato con quella caldezza che conveniva) restava come sopito.

Acciò V. S. molto Illustre resti chiarita d'ogni cosa, e per soddisfazion sua, sebbene senza dubbio le sarà tedioso legger tante scritture, le mando la lettera del Sig. Calandrini, quella del Sig. Pallotti([244]), la traduzione delle lettere([245]) da me scritte al Sig. Hugenio e della risposta avuta da lui([246]), e d'una lettera mia agl'Illustrissimi Signori Stati([247]). Non ci ho aggiunte quelle che ho scritte al Sig. Musch, Segretario di Stato, nè quelle agli altri due Consiglieri di Stato, per essere dell'istesso argumento di quella scritta al Signor Hugenio. Oltre a ciò le mando le copie delle lettere scritte da me([248]) e ricevute dal Sig. Martino Ortensio([249]), dalle quali potrà vedere esser stato proposito di stuzzicarlo per animarlo a proseguire il negozio, e che ci si proceda onoratamente, secondo il meriti di esso, essendo ora (come V. S. vedrà) ridotto a termini civilissimi, e di freddo, che prima pareva, fatto zelante che il negozio si stabilisca, come se fusse cosa sua propria; dal che ho preso occasione d'esortarlo a trasferirsi appresso V. S. molt'Illustre, per trattarne seco di presenza, difficilmente potendosi in simili materie supplire per scritto a tutto quello che occorre: e Dio volesse che si risolvesse! Da una([250]) delle sue lettere, notata B, V. S. vedrà come poco cautamente esso ed il Becmanno([251]), l'uno de' Commissari, avevano palesato l'invenzione di V. S. al Morino([252]) ed al P. Mersenno([253]) (questo è Monaco dell'Ordine di S. Francesco di Paola); di che essendomi stomacato seco([254]), ed avendomi risposto e scusatosene assai verisimilmente, io me ne sono appagato non solo come di cosa fatta, come è verisimile, senza alcun cattivo disegno, e per non poter esser ridotta al non fatto, ma principalmente per non alienarlo, poichè con parole tanto cordiali mi si dava a conoscere ottimamente affetto verso di lei, e d'un grandissimo fervore per lo stabilimento del negozio, con desiderio di portare, come vicario di V. S. molt'Illustre, l'ultima mano, temendo solo che, da me essendo stata avvisata di quello che egli aveva scritto al Morino, gli fosse stata turbata la fiducia che V. S. molt'Illustre mostrava d'avergli: sopra di che avendogli risposto di non avernela avvisata, anzi d'avere con ogni mio potere confirmata V. S. nella confidenza che mostrava d'avergli, le piacerà starne seco in detti termini, senza alterarsene nè manco fargliene dimostrazione alcuna; poichè ogni minimo risentimento che lei ne facesse, oltre che non potrebbe giovare a niente, anzi nuocere assai, non pare che si deva fare, non potendo una tal communicazione, nel modo che l'hanno fatta, come vedrà per la lettera segnata D([255]), apportarle pregiudizio alcuno.

Rispondendo alla gratissima sua delli 24 Aprile, il Signor Carcavi persiste costantemente nel disegno della stampa dell'opere di V. S.; ed acciò non ci si faccia errore, la prego a prescrivercene l'ordine e mandarcene la nota, se per sorte ve ne saranno dell'altre che le specificate qui sotto:

1. Il Nuncio Sidereo. V'aggiungerà lo scritto del Keplero, approbativo di esso([256]).

2. Mario Guiducci, Delle comete.

3. Il Saggiatore.

4. Delle cose che stanno sull'acqua.

 

Questi due ci mancano.

5. Delle macchie solari.

6. S'aggiungerà a questo Appelles post tabulam.

7. Il trattato del compasso di proporzione. L'aviamo solo in latino, tradotto dal Signor Berneggero ed annotato.

8. I Dialoghi.

9. Il Discorso a Madama Serenissima.

 

Il Signor Carcavi aspetterà da V. S. molt'Illustre con suo comodo la sua risposta all'osservazione che le mandò del suo amico sopra alcune cose del suo libro del moto([257]), sebbene ne ha preso il concetto da quello che V. S. m'ha scritto, al che non è replica alcuna: intanto le bacia le mani, come fa anco l'Illustrissimo Signor Grozio ed il Reverendo Padre Campanella.

Il Signor Beaugrand essendosi, con il suo procedere poco grato a molti, fattisi diversi nimici tra quelli che professano le medesime scienze mattematiche, per le quali si fa anco lui noto al mondo, intendo che si stampa qua la confutazione di certo suo trattato da lui pubblicato poco fa, e che glie ne ha da riuscire gran confusione per i molti errori che vi si scuoprono; ed essendomi stato referito che si dà gran vanto dell'approbazione di V. S. molt'Illustre delle cose sue, m'è parso doverlene dare avviso. Quando sarà finita di stampare, le ne manderò un esemplare. Con ciò reverentemente le bacio le mani.

 

Di V. S. molt'Illustre ed Eccell.

 

 

Averò caro sentire che la cassettina con i cinque libri legati le sia pervenuta ben condizionata.

 

 

Devotiss. Servit.

Elia Diodati.

 

 


A questa lettera uniamo una «Poscritta del Deodati a Galileo», che nella prima Edizione Fiorentina delle Opere di Galileo (citata nell'informazione premessa al n.° 1201), dove vide per la prima volta la luce (Tomo III, pag. 433), è pubblicata di seguito alla lettera di Elia Diodati a Costantino Huygens del 20 marzo 1637 (cfr. n.° 3449). È manifesto che quella «Poscritta al Galileo» dovette essere accodata dal Diodati alla lettera scritta all' Huygens quando di questa trasmise a Galileo la traduzione, il che fece con la presente lettera dell'11 giugno. Alla data dell'11 giugno pertanto si deve assegnare anche la predetta «Poscritta».

 

A questa lettera ho aggiunto l'estratto d'una di V. S. molt'Illustre, scrittami alli 27 d'Ottobre 1636([258]), e cavatone gl'infrascritti capi:

1. Che V. S. propone questa sua invenzione con piena fiducia e certezza d'indubitata verità, per le prove ed esperienze fatte;

2. L'osservazioni di molt'anni fatte da lei de' periodi e moti regolati de' quattro satelliti di Giove, per poterne fabbricare le tavole e calculare l'efemeridi;

3. Il desiderio di V. S. d'avere dagl'Illustrissimi Signori Stati un'attestazione autentica della presentazione fatta loro da lei della sua invenzione, acciò la gloria, che per tale ritrovamento se le perviene, non le sia contesa nè levata;

4. La libera e franca generosità di V. S. nel confidarsi nella sincerità e magnanimità di quei Illustrissimi Signori;

5. Il valore, reputato da lei inestimabile, della sua invenzione, e la generosa sua risoluzione di non metterla a prezzo, anzi rimetterne l'estimazione all'Eccellenze loro, sulla medesima fiducia della loro virtù;

6. La sua profferta di dichiarar loro, con la medesima franchezza, il rimedio da lei ritrovato per la pratica dell'invenzione sul mare; il modo di fabbricare le tavole e calculare l'efemeridi, e la fabbrica dell'orologio da lei ritrovato esattissimo.

E da questi capi ne ho raccolto le conseguenze che ne risultano per confirmazione della soprascritta mia lettera.

 

 

 

3500.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 13 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 295. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho ricevuta la lettera di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, la quale mi ha mosse le lacrime abbundantemente. In risposta, non potendo per degni rispetti andare a ritrovare l'Ecc.mo Sig.r Ambasciatore([259]), l'ho mandato a supplicare che mandasse qua da me persona di confidenza, con la quale potessi trattare; e così S. Ecc.za ha mandato il suo Segretario, al quale ho letta la lettera: e siamo restati che non è bene proporre da noi il negozio e la dimanda giustissima di V. S., ma che sarebbe bene operare che il Rev.mo Padre Inquisitore di Firenze con le medesime parole, se fosse possibile, in sostanza proponesse la cosa, chè così credo si spuntarà; più presto poi, quando si venga a questo, io non mancarò fare officio con l'Em.mo Scaglia([260]) e con altri.

Horsù, Sig.r Galileo caro caro, allegramente. V. S. ha conturbato me assai, ed io la voglio consolare. Li mando una scrittura, fatta da me sopra gli miei avvenimenti([261]): la legga e conservi senza lasciarsela uscire di mano, e mi creda che scrivo il vero. Così haverà occasione di consolarsi. Il mio ballo non è ancora finito: l'istoria va tuttavia crescendo, e quando sarà finita spero di dargli gusto. In tanto si raccommandi a Dio, che non manca mai, ed io pregarò sempre nelli miei Sagrifici che li dia le vere consolazioni. Non scriverò più al longo di questo.

Sono restato in appuntamento con il Sig.r Segretario, se avanti serri le lettere mi sarà accennato altro da S. Ecc.za, supplirò. In tanto voglio che sappia che io combatto per una causa giustissima, per la quale ho inteso questa mattina che s'impiega anco il Ser.mo Gran Duca Signor Nostro, che Dio prosperi e feliciti sempre, e consoli V. S.; alla quale fo humilissima riverenza.

 

Di Roma, a 13 di Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Gal.o

Devotiss. e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli, Abbate di Praia.

 

Questa sera al tardi ho hauta l'inclusa poliza([262]) dal Segretario dell'Ecc.mo Sig.r Ambasciatore, acciò ella veda il senso di S. Ecc.za, al quale, come prudentissimo, mi rimetto; e così deve fare V. S., sicura che di qua non si mancarà di servirla con tutto il spirito. E li bacio le mani.

 

 

 

3501.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 13 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 27. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.tre et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Nel medesmo tempo che io ricevo la lettera di V. S. molto Ill. et Eccell.ma, haverà essa ancora, spero, recevuta la mia hoggi otto. Non si falla mai di far alle lettere qui la sopracoperta al Sig.r Alessandro Bocchineri; di maniera che il mancamento che vengano alle sue mani per il dispensator ordinario, è costì. Questa ultima io l'ho ricevuta per mezo dell'Ill.mo Sig.r Residente([263]), il quale haverei ambitione di riverire et servire, ma non posso per la strettezza delle nostre leggi, essendo io in carico publico; ben lo osservo e riverisco nel mio core e nel modo che posso.

Sento gran dispiacere della sua flussione, che è con pregiudicio publico de' virtuosi. Quest'anno è stato copiosissimo di simili mali: io ancora ne ho grandemente patito e ne patisco tuttavia, ma ha fatto il suo impeto nel collo e poi nella spalla sinistra; con il caldo vado migliorando. Voglio sperare e prego il Signore che così sia, che anco V. S. se ne sollievi. Ma non ho alcun dubio che non glie n'habbi data occasione col tanto scrivere, dal che io ricevo sempre notabilissimo nocumento.

Io consegliarei omninamente che V. S. recevesse il partito che li viene offerto, di stampare tutte le sue opere in un solo volume, da quel Parigino([264]), essendo cosa tanto intensamente desiderata da tutti; et il Sig.r Elzivir, con cui ne trattai, mi diede intentione di volerlo far esso, ma prima trattatene con i suoi collega, di che più non ha scritto cosa alcuna. Tutte le cose di V. S., anco i fragmenti, sono come le minucciole d'oro, per raccoglier le quali gl'orefici fanno i cancelli anco sotto piedi. Vorrei che così facesse anco V. S., e mandasse tutto, sì che niente perisse. Quelle due apostille del Rocco mi fecero ben conoscere il gran piacere e profitto de' virtuosi se ella le seguitava: ma io debbo dirle che la gloria del suo nome ha da essere in specialità per li Dialogi del sistema del mondo. È impossibile che V. S. non habbia delle altre cose et osservationi: per amor di Dio, non le lasci perire, e non tema, che si troverà modo che non ne riceva male. Che è quanto mi occorre di presente, pregandole dal Signor Iddio sanità e felicità; e le bacio con tutto l'affetto le mani.

 

Ven.a, 13 Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

 

 

Il Sig.r Manutio([265]) nostro ci lasciò già due mesi, con mio sommo dispiacer.

 

 

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3502*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 13 giugno 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 4. – Autografa.

 

Sig.r mio,

 

Già che mi proibisce l'usar seco i titoli più frequentati, io, tralasciandoli tutti, riterrò quel solo di mio Signore, come veramente per tale la riconosco e per il favore che si è degnata farmi in ascrivermi, benchè immeritevole, al numero de' suoi servi e per l'ambitione che io ho di esser conosciuto per tale. Al Padre Maestro Fulgentio ho potuto far presentare la lettera di V. S., ma non già dedicare la mia servitù, mediante il rispetto della carica che egli esercita, sichè per mezzo di un mio servitore solamente gli ho rappresentato il desiderio che ho di servirlo. Nella risposta, che gli mando inclusa, riconosca il gusto che ho de' suoi comandi, e me ne favorisca, già che io ne la supplico con ogni affetto e riverisco con tutto l'animo.

 

Venetia, 13 Giugnio 1637.

Di V. S.

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.mo Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3503.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 20 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 29. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capita per la cortesia dell'Ill.mo Sig.r Residente Rinuzzini la lettera di V. S. molto Ill. et Eccell.ma, con il compimento de' suoi Dialoghi, quale hieri inviai al Sig.r Elzivir, e le ho insieme dato conto che V. S. attende con ogni solecitudine a por insieme e metter in lingua latina tutte le sue opere, acciò possano essere stampate in un sol volume; e gli raccordo([266]) che di questo si trattò con lui, il quale promise di prenderne rissolutione con i suoi collega et avisare, e che per tanto V. S., benchè ricercata di Parigi, aspetta la sua rissolutione. Non veggo in questi due ultimi fogli la dedicatoria, che V. S. m'ha dato intentione di mandare.

Sento con incredibile dispiacere il mancamento che mi significa del suo occhio, il quale se nasce da semplice flussione, mi par impossibile che non sia per ricuperarsi; ma se è cattarata, vi resta il rimedio della sua gran prudenza in tolerare le cose humane, supplendo colla perfettione degl'occhi della mente, nelli quali Dio e la natura l'hanno dotato, stimo io, sopra tutti i viventi, questo diffetto nel corpo.

Il Sig.r Rocco ha aperto anco meco una gran bottega di complimenti e d'i favori ricevuti da V. S.; ma se ella ha delle apostille, come mi persuado che non haverà tralasciato([267]) che la sua licenza et adulation papale([268]) sia senza risposta, di gratia non permetta che si perdano, che non è dovere.

Mandai lo dispacio passato alcune mostre de grograni con li precii, acciò V. S. faccia eletta de i colori, che subito resterà servita. Desidero anco di sapere se doverò in quello impiegar tutto il danaro, che è £ 140 di questa moneta: et credo sarebbe bene che V. S. appuntasse col Sig.r Residente per il recapito, perchè io non dubito che egli non habbia spesso delle occasioni di simili tramessi, e, come le scrissi([269]), il nostro caro Sig.r Filippo Manuzzi è andato in Cielo. Col Sig.r Residente io non posso haver conversatione, per lo stato in che mi trovo; del che sento particolar mortificatione, poichè, essendo amico di V. S., io son sicuro che è anco soggetto colmo d'ogni virtù morale et intellettuale.

Prego Dio che consoli V. S. molto I., come deve veramente consolarsi sopra la buona conscienza e sopra la siccurezza della gloria appresso li buoni et intendenti: e le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 20 Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

S.r  Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3504**.

 

GALILEO a MAZZEO MAZZEI [in Firenze].

Arcetri, 22 giugno 1637.

 

Arch. di Stato in Firenze. Monte di Pietà, Filza 1080 (d'antica numerazione Campione 115), n.° interno 325([270]). – Autografa la firma; il resto è di mano di Marco Ambrogetti.

 

Ill.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dell'honoratissimo grado e dignità senatoria, conferita dal Ser .mo G. D. nella persona di V. S. Ill.ma, ne ho sentito quel contento e gusto che si conviene alla devota servitù mia verso di lei et agli obblighi ch'io li tengo per favori ricevuti dalla sua cortesia; onde, per satisfare in parte al mio debito, me ne vengo a rallegrar seco, con annunziargli ogni maggior grandezza.

E già che è il tempo della maturazione di quei pochi frutti che ritraggo dal Monte, dove ella è Provveditore, la prego, quando sia senza suo incommodo, fargli consegnare al latore di questa, che sarà il molto Rev.do P. Marco Ambrogetti, che saranno ben consegnati; et io aggiugnerò questo favore a gli altri obblighi([271]) che tengo con V. S. Ill.ma, alla quale con reverente affetto bacio le mani.

 

D'Arcetri, li 22 Giug.o 1637.

Di V. S. Ill.ma

Devotiss.mo et Obligat.mo Serv.re

Galileo Galilei.

 

Fuori: All'Ill.mo Senat.r Mazzei,

Sig.r e P.ron mio Col.mo

In sua mano.

 

 

 

3505**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 22 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 162. – Autografa.

 

Molto Ill.e S.r mio Oss.

 

Scrivo questi quatro versi per includerli questo pieghetto, che il S. Elia Diodati caldamente mi raccomanda: haverò caro sapere che a S. S.a sia capitato. Quando mi capitò, inadvertentemente lo principiai ad aprire, e senza finire cominciai ad accomodare; e di questa inadvertenza gli ne domando perdono, che spero mediante <....> ottenere. E li bacio le mani di quore.

 

Di Lione, questo dì 22 di Giug.o 1637.

Di V. S. molto Ill.e

Ser.re e P.te Aff.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3506.

 

LORENZO REALIO a GALILEO [in Arcetri].

Amsterdam, 22 giugno 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 168-171, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, 22 Giugno 1637.

 

Assicurandomi che V. S. sappia che nelle repubbliche, nelle quali le consulte passano per molte mani e teste, ogni cosa pianamente condotta tardo progresso faccia, non dubito che ella mi scuserà facilmente se il suo grande e lodevole invento non([272]) sia recato all'effetto desiderato, così presto come all'importanza del concetto ed alla reverenda grandezza dell'età sua conveniva. Però io per la dimora essendo in parte disgustato, mi trovai schifo a scriverle talvolta intorno a questo argumento, senza che vedessi andare avanti qualche dimostrazione di ringraziamento, picciola e bassa che fosse.

Alle lettere che io (benchè non più di una volta([273])) dirizzai a V. S. Illustriss., io non ho visto mai risposta. La copia di esse, e anco la risoluzione delli Stati Generali presa sopra la prima offerta del suo illustre donativo, vengono ad esser mandate colla presente. Ma acciocchè ella conosca che io non abbia mancato al mio dovere, dipoi ho impetrato appresso di loro un'altra risoluzione, nella quale, per dichiarare quanto l'invenzione sua fu gradita e per mostrare il piacere che ebbero dell'oblazione già fatta, costituirono d'onorarla d'una collana d'oro (solamente come saggio della recognizione), la quale, ovvero la valuta di essa per lettere di cambio, colla prima occasione a lei sarà inviata. Per la medesima risoluzione è fornita a noi qualche somma di denaro, per comprare e far fare alcuni strumenti propri per esaminare l'invenzione proposta. Ora siamo per richiedere dal Magistrato di questa città un osservatorio, per poter mettere in opera le speculazioni a questo negozio bisognose e profittevoli. In quel mentre non tralascia il Sig. Ortensio ogni occasione (quanto questo nebbioso cielo ne permette) di speculare i periodi de i Pianeti da V. S. Illustriss. ritrovati. Ma essendo sfornito d'ogni instruzione ed ammaestramento, e principalmente di quelle teoriche delle quali V. S. Illustriss. senza dubbio averà fatte alcune calculazioni, egli ha scritto diverse lettere per potere esser provveduto delle cose a tale esamine conducevoli. Mosse anco egli certe difficultà sopra la materia prenominata, alle quali fin adesso non ha ricevuto risposta, non che dichiarazione alcuna.

Credendo però che V. S. Illustriss. abbia a cuore questa impresa, la prego di voler col Sig. Ortensio predetto comunicare liberamente tutto quello che essa a questo negozio potria aver preparato. Le spese che ci verranno fatte per gli strumenti che lei ci manderà, saranno da noi prontamente pagate e rimborsate.

Illustriss. Signore, quest'opera pareva al primo aspetto alle Celsitudini loro Illustriss. cosa incredibile, anzi impossibile da poter essere indagata; ed essendo indagata, pareva in niuna maniera praticabile a i nostri marinari, gente rozza, uomini non più che superficialmente tinti nella disciplina mattematica, che si contentano di poche proposizioni cavate dagli elementi di essa, con quelle astronomiche che sono atte solamente al bisogno loro; ed insino adesso ancora trovano insuperabili le difficultà per adoperare l'invento in una nave mobile, ad ogni momento mossa, e sempre mai senza fine inquietata: tanto che V. S. Illustriss. non dee prendere dispiacere se il cammino di tutto questo negozio con tanta circonspezione ed avvedimento occorra ad esser esaminato da parte di quelli che hanno promesso ed ordinato gran premio all'inventore che con modi atti e praticabili saprà insegnare l'ordine di adoperare la conoscenza della longitudine, quanto ne serve all'uso della navigazione; mentre procurerò in ogni modo che il rispetto di V. S. Illustriss. per tutto sarà conservato ed augumentato, come ancora faranno i Commissari a questo esame destinati, tutti affezionatissimi ed osservantissimi delle sue nobilissime virtù ed incomparabile dottrina.

E con questo le bacio le mani, restando ecc.

 

Copia del Registro delle Risoluzioni degl'Illustrissimi e Potentissimi Ordini Generali

delle Provincie Unite Belgiche.

 

Martis, 11 Novembre 1636([274]).

 

E comparso nell'Assemblea il Sig. Lorenzo Real, già Governatore Generale all'Indie Orientali della parte di questo Stato, e presentemente Schabino e Consiliario della città d'Amsterdam, il quale, dopo essere richiesto di sedere e coprirsi, ha([275]) offerto a loro Altezze Potentissime, colli complimenti debiti e requisiti, certa relazione, in forma di lettera, in nome e da parte del Sig. Galileo de' Galilei, gran Mattematico e Astronomo della Sua Altezza il Gran Duca di Toscana, aggiungendovi il translato di italiana nella lingua nostra volgare; consistendo questa relazione principalmente in questo, che il soprannominato Galileo Galilei offerisce a loro Altezze Potentissime in libero dono un'opera grande, essendo un principio per produrre alla sua perfezione certo medio per poter sapere (la cosa essendo prodotta al suo colmo) non meno la longitudine che la latitudine sopra questa grande sfera in acqua e in terra. Alla qual proposta essendo deliberato, è parso bene e conchiuso di ringraziare il sopraddetto Real d'aver preso questa fatica, ed insieme richiedergli di volere rescrivere al prenominato Sig. Galileo Galilei, che all'Altezze loro Potentissime questa presentazione ed offerta è stata sommamente cara e gradita, e che loro Altezze Potentissime daranno ordine per esaminare l'impresa, e trovando (la cosa essendo promossa alla sua perfezione) che per questo la scienza della longitudine e latitudine potrà essere trovata, non mancheranno loro Altezze Potentissime verso il nominato Sig. Galileo Galilei di gratamente tutto quello riconoscere. E sono richiesti e commessi all'esamine di questa invenzione il spesse volte nominato Sig. Real, ed insieme con lui i SS. Ortensio e Blavio, abitanti ancora essi loro ad Amsterdam; e potrà il professore Golio, essendo l'impresa ritrovata riuscibile, a questo negozio essere aggiunto.

Questo traslato è trovato concordante col principale.

 

 


Copia del Registro delle Resoluzioni degl'Illustrissimi e Pofentissimi Ordini Generali

delle Provincie Unite Belgiche.

 

Sabato, 25 Aprile 1637([276]).

 

Essendo intesa la relazione del Sig. Randuvich ed altri, delle Potentissime loro Celsitudini Commissarii essendo stati in conferenza col Signor Reael, concernendo quello che il Sig. Galileo Galilei a loro ha palesato circa le sue nuove osservazioni nel corso del cielo; la qual cosa essendo messa in deliberazione, è parso bene e concluso di rimunerare il predetto Sig. Galileo Galilei con una collana d'oro al valore di cinquecento franchi, a venti soldi il pezzo, e che le dette Celsitudini a loro spese la predetta invenzione faranno esaminare, e, trovandola conforme alla sua relazione, che gratamente e liberalmente tutto questo riconosceranno. Si scriverà anco alla Camera della Compagnia dell'Indie Orientali ad Amsterdam di voler fornire alle mani del predetto Sig. Reael mille franchi, al valor di sopra, per comprare strumenti necessari per la detta investigazione; la qual somma alla predetta Camera valerà incontro la Generalità, in diminuzione di quello che si troverà esser debitrice per le gabelle e dazi.

 

 


Lettera degl'Illustriss. e Potentiss. Ordini Generali delle Provincie Unite

a Galileo Galilei([277]).

 

Aja, 25 Aprile 1637.

 

Sig.

 

Sono cinque mesi che il Sig. Real, già Governatore Generale dell'Indie Orientali, ci ha offerto in dono per vostra parte l'invenzione trovata ultimamente di poter sapere in ogni tempo la longitudine, cosa desiderata veramente da molti secoli senza che persona ne sia venuta a capo fino al presente. Noi aviamo fatto fede al suddetto Signor Real che il vostro regalo ci era gratissimo e che ve ne sappiamo grado grande, avendolo messo subito alla prova con nostre grandissime spese per mezzo de' nostri mattematici più dotti e sperimentati e celebri, che sieno in queste parti; di maniera che stiamo in aspettazione con indicibile desiderio d'esserne da essi chiariti. E per farvi intanto vedere un saggio della nostra gratitudine e benevolenza, vi mandiamo per modo di provvisione le presenti, accompagnate da una collana d'oro; ed in caso che la vostra invenzione sia trovata come ci promettete, non lasceremo di riconoscerla più liberamente, oltre l'onore e reputazione che ve ne ridonderà per tutto il mondo. Su questo preghiamo Dio che vi abbia nella Sua santa guardia.

Ploos van Amstel([278]).

 

 

 

Vostri bene affezionati

Gli Stati Generali delle Provincie Unite del Paese Basso.

 

 

 

Per comandamento loro

Cornelio Musch.

 

 

 

3507.

 

MARTINO ORTENSIO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Amsterdam, 22 giugno 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 183, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, 22 Giugno 1637.

 

En tibi, Vir Nobilissime, fasciculum literarum, e quo certo cognosces quo in statu versatur negocium Nobilissimi Galilei. Habes literas Nobilissimi Realii ad Illustrissimum Grotium, in quibus acta et peracta omnia late exponit, causamque simul tantae nostrae tarditatis; habes etiam eiusdem Realii novas ad Nobilem Galileum, cum apographo belgico ac italico decreti ultimi([279]) Illustrissimorum Dominorum Ordinum([280]): quae ut in Nobilis Viri manus quam citissime et tuto perveniant, unice curabis; Nobilis enim Realius existimat, priores literas([281]) intercidisse, eo quod nondum ei Nobilis ille senex respondit: quapropter has ipsas Venetias quoque missurus est, ut per duplicem hanc viam securius eius desiderio satisfiat. Meas ad illum fasciculo D. Reali adiunxi, quia existimo viam illam per Venetias esse breviorem quam per vestram civitatem. Sed tamen longiores video moras necti hac literarum permutatione; unde non possum non probare votum tuum, quo exoptas ut liceat mihi ad Nobilem virum me conferre et cum praesente de rebus omnibus agere. Ego iter eiusmodi minime detrectarem, si sub auctoritate Illustrissimorum Dominorum Ordinum suscipi posset; sed non video qua ratione tum Celsitudines illorum, tum Amplissimi Consules Amstelodamenses, a quibus dependeo, eo possint commode perduci. Si Illustrissimus Grotius hic verbum commodaret, et D. Realius saxum volvere inciperet, forte aliquid posset obtineri. Saltem tentare non desinam, cum extra controversiam sit, me cum Nob. viro praesente intra unum diem plus agere posse, quam sollicita et anxia literarum scriptione intra mensem, immo et intra annum.

Nuper, summo meo cum dolore, obiit doctissimus meus Becmannus, unus ex prioribus Commissariis; in quo viro quantum mathesis, et hoc ipsum quoque negocium Galileanum, amiserit, nullis verbis datur eloqui. Illud, quaeso, Gassendo nostro, data occasione, significa. Nobilem Galileum adamantinis amoris vinculis mecum coniunge, quod amicum magis fidum nusquam inveniet.

 

 

 

3508**.

 

MAZZEO MAZZEI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 24 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 297. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Io rendo a V. S. Ecc.ma tutte quelle maggiori gratie che io posso del favor che mi ha fatto passando meco ufitio così cortese per l'honor conferitomi dalla benignità del Ser.mo Principe([282]). Gliene resto senza fine obligato, e vorrei haver molte occasioni di servir a V. S. Ecc.ma, acciò conoscessi la prontezza che ho di obedirla. La supplico bene a scusarmi se non risposi subito, ma sendomi cavato sangue quel giorno, come dissi al suo mandato, non mi arrisicai a scrivere, e confido mi harà perdonato.

Feci pagar subito i danari de' suoi frutti; e mentre aspetto il favor de' suoi comandi, le fo reverenza.

 

Di Fir.e, a' 24 di Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

Maz.o Mazzei.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Arcetri.

 

 

 

3509**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 27 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 31-32. – Autografa. Cfr. n.° 3539.

 

Molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.re et P.ron Col.mo

 

V. S. molto Ill.re attende a darmi nove dei suoi travaglii, ed io continovarò a darli parte dei miei gusti. E prima li dico, che se bene non ho per ancora hauto risoluzione del mio negozio([283]), ed ancorchè dalle parti di Vinetia siino difficoltà gagliardissime, in ogni modo vivo il più contento huomo del mondo, e spero con l'aiuto di Dio superare questi ponti, questi mostri, questi antropofaghi e Lestrigoni, asini armati, e simili; e quando non ne potessi cavare construtto nessuno, io spero di uscire di bordello con honor mio, in capo a 25 anni, e, quello che mi conforta, spero rivedere V. S. molto Ill.re e stare seco qualche giorno.

Li voglio ancora di più dare conto di un altro gusto che ho hauto in questi giorni, di una strana meraviglia, la quale, se bene in parte non mi gionse nova, tuttavia non haverei mai creduto che fosse tanto stravagante. La cosa è questa: che un giovane mio scolaro([284]), di spirito ed intelletto assai lucido, trattando meco del caldo, dopo havere celebrato e lui ed io la dottrina di V. S. molto Ill.re, spiegata divinamente nel Saggiatore, mi venne detto che se fosse preso un mattone, e tinto dalla medesima faccia mezo nero e mezo bianco, ed esposto a questi soli ardenti e lasciatelo stare per un'hora o poco più, si sarebbe riscaldato sensibilmente più nella parte nera che nella parte bianca; e poi essendo il sodetto giovine scolaro de' R.di Padri del Collegio Gregoriano, e del Padre Confaloniero([285]) in particolare, filosofo insigne e prontissimo in risolvere qual si voglia problema per difficile che ci sia, mi venne in pensiero di indurlo a dimandare la ragione di questo accidente al suo maestro, ma con proporli la conclusione alla roverscia, cioè con dimandargli la ragione perchè si riscaldava più la parte bianca che la nera; e lo assicurai che la filosofia profonda del Padre haverebbe subito assegnata la causa vera, adequata e chiarissima di questa stravaganza. Il giovine propose il quesito, e subito li fu risposto: «O non sapete voi la ragione? è facilissima; ve la dirò io»; e cominciò a entrare in un labirinto, del bianco e de nero, e di certe bollicine che si trovano nel bianco, e di mille cose sottili che non le saprei spiegare: basta, che si rese la ragione perchè il bianco si riscaldava più del nero. Fatto questo, ed havendomi il giovane riferito il tutto, con grandissime risa e sue e mia, io andai di longo a fare imbiancare la metà della faccia di un mattone, e l'altra metà fu da me tinta con l'inchiostro di nero, e poi esposta al sole e lasciatovela tanto quanto si trattenne meco quel giovine in compagnia di un altro, pur scolaro delli medesimi Rev.di PP.; poi, mettendo noi le palme delle mani, una sopra il nero, l'altra sopra il bianco, toccassimo con mano che la parte nera poco meno che scottava, e l'altra era quasi fresca: della qual cosa quei giovani restorono stupefatti; ed io confesso, che se bene tenevo per fermo che il nero sarebbe più caldo del bianco, in ogni modo mai mi sarei creduto che la differenza fosse tanto grande a un pezzo; e son sicuro che se V. S. farà l'esperienza, li parerà cosa strana. Hora, fatto questo, dissi al giovane medesimo: Orsù, Sig.r Carlo (che così si chiama), bisogna fare la seconda parte del ballo; bisogna che V. S. ritrovi il P. Confaloniero, e li dica che havendo proposto a me il quesito «Perchè il bianco si riscalda più che il nero?», io li haveva risposto che la facenda caminava al roverscio, cioè che si riscaldava più il nero che il bianco, e che subito andai a tingere il mattone e lo esposi al sole, e dopo una mezz'ora o poco più li haveva fatto propriamente toccare con mano che il nero era molto più caldo del bianco; e soggionsi al medesimo giovane che dimandasse la ragione di questa conclusione, promettendoli per parte di quel filosofo che li sarebbe stata assegnata ancora la ragione di questo. Quel giovane non vedeva l'hora di fare la seconda prova, ma non potè farla così presto; finalmente, passati alcuni giorni, fece pulito e fece la seconda proposta. Hora qui ci fu che fare assai a ridurre quel buon filosofo a prestare, prima, l'assenso alla esperienza, negandola francamente, e poi mettendola in dubbio, e poi cautelandola, che bisognava farla con tutte le sorti di nero e con tutte le sorti di bianco e con tutte le materie e alla presenza di uno che fosse dell'opinione contraria; ma il Sig.r Carlo, che pur troppo chiaro haveva il fatto in mano, si portò tanto francamente, che il P. Rev.do si ridusse a mettere mano alle più alte specolazioni e sottili della più recondita filosofia, ed assegnò la ragione di questa altra conclusione tutto il contrario della prima. Io mi confesso insufficiente a intenderla e distenderla per extensum tutta, ma in sostanza mi pare che la ragione fosse assegnata assai bene e concludente: cioè, essere più calda la parte nera del mattone che la parte bianca, perchè nella parte nera era più caldo che nella parte bianca; cosa che veramente mi quietò assai assai, restando meravigliato di così sottile modo di filosofare.

Io ho pensato a questo quesito ed ho ritrovata qualche cosetta, ma perchè non arriva che si possa paragonare con quella del Padre, non ardisco per hora proporla. Mi scusi se non ho distesa questa historietta come la cosa merita, e in quel modo che bisognava fare per comparire avanti a V. S. molto Ill.re ed al Sig.r Peri: al quale mi ricordo servitore, ed a V. S. fo humile riverenza.

 

Roma, il 27 Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

Quello che accresce la meraviglia nel spiegato accidente, è che havendo esposto al calore del fuoco il medesimo mattone, la parte nera era poco poco più riscaldata della parte bianca; ed anco di questo credo di haveme la ragione. Ma con altra occasione gli ne darò parte; e prima sarà proposto all'oracolo.

 

 

S.r Galilei.

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o, Abbate di Praia.

 

 

 

3510.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 27 giugno 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 299. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Per la via dell'Ill.mo Sig.r Residente([286]) mi vengono le lettere prontamente et sicure.

Ho fatto comprare la robba et posta tutta in un rotolo, che hoggi farò consegnare al messo del Sig.r Residente, il quale penso haverà ricevuto da lei ordine per il ricapito.

Scrissi già al Sig.r Helzivir quanto accenai a V. S. e n'aspettarò risposta, come aspettavo anco da lui lettere con altri fogli della stampa: ma questa settimana non ho veduto cosa alcuna, di che non mi maraviglio, perchè le poste vanno fallaci.

Un nostro Padre qui, che ha qualche gusto nelle cose astronomiche, mi dice che la sera con l'occhiale vede Giove falcato, di punto come la luna. Io non ho più occhi per tal effetto.

Mi rincresce nell'intimo il travaglio che V. S. ha nella vista, ma a lei non possono mancare le consolationi che seco porta una profonda cognitione delle cose humane. Io, in me medesimo provando che si manca a poco a poco, lo ricevo et come aviso et come gratie particolari di Dio e della natura. E con tal fine a V. S. molto Ill. et Eccell.ma bacio le mani.

 

Ven.a, 27 Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.e et Eccell.a

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3511*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 27 giugno 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 118. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P.ron Col.mo

 

Il caldo eccessivo, che corre qui da noi, mi ha spaventato, sì che non ho risoluto di venire a Firenze, come prima havea determinato.

Sento gran disgusto che ella non sia ancor libera dell'infermità del suo occhio, e prego Dio che le renda la desiderata salute. Del negotiato d'Olanda la suplico a darmene parte tanto più, quanto che, dovendo questi SS.ri nostri mandar un ambasciator straordinario in quelle parti, se l'eletione cade in persona del S.r Gio. Battista Centurione mio parente, come si crede, siamo in apuntamento che io debba seguirlo in questo viaggio. Non manchi adunque di avvisarmi il suo pensiero, e quanto più presto puole, perchè fra cinque o sei mesi penso che dobbiamo esser di ritorno; nè ella potrà haver servitore che più prontamente di me procuri di servirla. Con che per fine le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 27 di Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3512**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 29 giugno 1637.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo'

 

Ho sentito grandissimo disgusto nella ricevuta della lettera di V. S. molto Illustre dactata delli 8 stante, sentendo come lei era assaltata d'una deflussione sopra l'occhio destro; e il più delle volte esse deflussione sono passagiere, e hanno certi giorni di corso, quindi vanno passando, come spero in Dio benedetto sarà quella di V. S.: benchè con sua buona licentia mi perdonerà, se li piace, se li dico che V. S., nell'età e qualità che la si ritrova, non si deve nella scrittura affaticarsi come la fa; che per questo poteria havere uno scritturale sotto di lei, che ne troverà a milliaia che lo terriano a favore grandissimo; e per la lectura e studio se ne doveria astenere, e anteporre la sanità a qualsivoglia altra cosa: e già il rinome del suo sapere e valore risuona per tutto l'universo, e questo li deve bastare. E mi perdone se troppo avante sono entrato.

M'è stato grato non poco haver ricevuto quella cassettina de' suoi libri per Maso de li Gondi. Doverà ancora havere ricevuto un pieghetto, mandato già sono 8 giorni per mano del sudetto, in quanto che caldamente mi veniva raccomandato dal Sig.r Diodati: la conparsa mi sarà grato saperla. Il Sig.r Diodati sudetto mandò di quelli suoi libri dedicati a Madama Ser.ma all'Ill.mo S.r Peyres([287]), li quali sono stati da lui ricevuti con grandissimo affetto; e adesso, per quanto intendo, sudetto Signore si ritrova in letto, gravemente amalato d'una buona frebbe, e ben che non sia di grave età, ma grandemente affaticato da continui studii, e li medici ce fanno qualche dubbio. Piaccia a Dio liberarlo, che veramente saria grande perdita di questo Signore per le sue buone e rare qualità, com'ancora perderia uno delli affectionati amici che possa havere al mondo; e spero ancora in Dio che a tutti ce lo conserverà. E con questo affettuosamente le faccio reverentia, pregandoli da N. S. ogniun bene.

 

Di Lione, 29 di Giugno 1637.

Di V. S. molto Ill.re

Sig.r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Par.te Devot.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matt.co p.o dell'A. S.

Firenze,

in Arcetri.

 

 

 

3513*.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI in Parigi.

Arcetri, 4 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI. – Le lin. 1-17 [Edizione Nazionale] si leggono a car. 86t., in copia di mano di Vincenzio Viviani, che sul margine annota: «G. G. 4 Luglio 1637», e in matita soggiunge: «in questa la perdita dell'occhio destro». Le lin. 18-30 [Edizione Nazionale] sono, nello stesso codice, a car. 69t., pure in copia di mano del Viviani, che premette quest'indicazione: «Il Galileo all'amico di Parigi, in lettera soscritta di sua mano, li 4 Luglio 1637, d'Arcetri»; e si leggono, sempre nello stesso codice, anche a car. 31r. (di mano del Viviani) e a car. 148t. (di mano d'un amanuense del Viviani): e dalle indicazioni premesse a car. 31r. e 148t. alle copie del capitolo ricaviamo che l'originale di questa lettera era di mano di Marco Ambrogetti

 

poichè l'opere che si stampano adesso contengono due intere scienze, tutte novissime e dimostrate da' loro primi principii et elementi, sichè, a guisa degli altri elementi matematici, aprono l'ingressi a campi vastissimi, pieni d'infinite conclusioni ammirande; perlochè leggieri stima fo di tutto quello che sin qui ha visto il mondo di mio, in comparazione di questo che resta a vedersi....

Quanto all'impresa dell'Ill.mo Sig. Carcavil, V. S. faccia pur istanza che dia mano all'opera, cominciando in tanto dal Nuncio Sidereo, già latino, e dall'Uso del Compasso Geometrico, fatto pur latino già dal Sig. Berneggero, che fra tanto fo tradurre in latino tutto il resto delle mie opere; e quando io vegga un poco di principio, potrò mandar le Lettere solari, già finite di tradurre, e di mano in mano conseguentemente tutte l'altre mie composizioni, sichè non resterà impedimento alcuno all'ottenere il privilegio. E quando V. S. scorga costà irresoluzione o turbamento, me ne dia avviso, perchè credo che dando l'opere tutte latine al Sig. Elseviri, l'abbracceranno, che così me ne dette intenzione in voce il Sig. Lodovico.

 

Io poi mi ritrovo da cinque settimane in qua nel letto, prostrato di forze grandissimamente, e questo per più cagioni: prima per una purga fatta, la quale per le molte evacuazioni m'à reso languido; in oltre per l'età di settantaquattro anni, che non lascia luogo a restauri che possano refocillarmi; ed anco per la stagione ardentissima, la quale con insoliti caldi prosterne il vigore dei più robusti giovani. Aggiugnesi (proh dolor!) la perdita totale del mio occhio destro, che è quello che ha fatto le tante e tante, siami lecito dire, gloriose fatiche. Questo ora, Signor mio, è fatto cieco, e l'altro che era ed è imperfetto, resta ancor privo di quel poco di uso che ne trarrei quando io potesse adoprarlo, poichè il profluvio d'una lacrimazione, che di continuo ne piove, mi toglie il poter far niuna, niuna, niuna delle funzioni nelle quali si richieda la vista etc.

 

 

 

3514*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 4 luglio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 28. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non hebbe la settimana passata il procaccio tempo di far la bulletta per il suo fagotto, sichè fu forzato a lasciarlo in terra; ma di questa lo riceverà per mano del Conti([288]), al quale l'ho consegnato: e veramente la colpa fu mia ancora, che non mandai a pigliarlo dal Padre Maestro Fulgentio, ma stetti aspettando che egli me l'inviasse. Scusimi pertanto la sua gentilezza, nè arguisca, da questa negligenza, menomato in me il desiderio et ambitione che ho di servirla; mentre per fine, pregandola a continuarmi il favore della sua gratia, gli bacio affettuosamente le mani.

 

Venetia, 4 Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei. Arcetri.

Dev.mo e Vero Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3515.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 7 luglio 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 180-182, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Parigi, 7 Luglio 1637.

 

Colla gratissima di V. S. molt'Ill. de' 6 del passato ho ricevuto la sua risposta alle lettere de' SS. Realio ed Ortensio([289]). È stato molto a proposito che V. S., mossa dalla sua solita generosità, abbia senza indugio mandato nella lettera al Sig. Realio la sua risposta ai quattro capi scrittigli([290]) dal Sig. Ortensio, avendo con essa rivelato quanto le restava da dire circa il suo segreto, sebben pareva che con ragione avria potuto aspettare a mandarlo fin che avesse ricevuta la risposta, già tanto tempo aspettata, degl'Illustriss. SS. Stati; poichè, come vedrà dall'allegata lettera([291]) del Sig. Realio, detta risposta non comparisce, che in luogo di essa se gli manda solo la traduzione italiana del primo e secondo loro decreto sopra questo negozio; sicchè se non l'avesse anticipato con questa sua risposta, il negozio avrebbe potuto ricevere qualche sconcerto ed essere ritardato: il quale poichè lo pigliano a cuore, e che desiderano vadia innanzi e che per l'ultimo loro decreto hanno ordinato alla Camera dell'Indie d'Amsterdam di provvedere a' Commissarii le cose necessarie per attenderci, non si sarebbe in tal congiuntura potuto desiderare meglio di quello che V. S. molt'Ill. ha fatto senza saperlo, avendo colla sua prontezza prevenuto tutto il disturbo che poteva nascere. Intanto, quantunque V. S. molt'Ill. si sia spiegata nella sua risposta al Sig. Realio con quella maggior chiarezza si potesse desiderare circa la costruzione della macchina per rimediare alla librazione della nave sul mare e circa il mirabile orologio da lei ritrovato, nondimeno difficilmente il Sig. Realio ed il Sig. Ortensio potranno capirne il concetto; tanto ne manca che lo possano mettere in opera per farne la prova. Questi tali disegni, per esser bene intesi, richiedono di esser piuttosto fatti vedere coll'opera, che co' discorsi per iscritto: onde molto più mi confermo nel mio parere scritto al Sig. Ortensio, che dovesse procurare d'esser mandato da V. S. per trattar seco in presenza d'ogni cosa concernente a questo negozio, approvandolo grandemente i soprannominati SS., anzi giudicandolo esser necessario; ed il Sig. Realio nella sua lettera al Sig. Grozio scrive che questo negozio pativa assai, avendo da esser trattato per lettere; dal che esso Signore, facendogli risposta, piglierà occasione di farli apertura che il Sig. Ortensio sia mandato da V. S.: ed è da sperare che esso Sig. Realio, trovandosi impedito ad effettuare le due invenzioni da lei proposte, e conoscendo da questo incontro la necessità della conferenza verbale, farà offizio per questo, e ne tratterà col Sig. Ortensio, già da sè non solo disposto e pronto a questo, ma di più desideroso, come V. S. vedrà dalla copia della sua lettera([292]), dicendomi di volerne far lui stesso la proposta e sollecitarla. Il capo concernente le osservazioni de' movimenti de' satelliti di Giove, e il modo di formarne l'effemeridi, non richiede manco la conferenza in presenza, che gli altri due. Staremo ad aspettare quello ci risolveranno sopra.

Sebbene nella lettera del Sig. Realio V. S. molt'Ill. vedrà che dice il Sig. Ortensio averle più volte scritto senza avere avuta risposta da lei, sappia V. S. che le dette lettere si riducono a due: l'una de' 26 Gennaio([293]), alla quale V. S. risponde colla sua prolissa de' 6 del passato, indirizzata al Sig. Realio([294]), la quale io gl'inviai per l'ultimo ordinario; l'altra de' 7 Maggio([295]), che mandai a V. S. alli 11 del passato([296]).

V. S. vedrà anco dalla lettera del Sig. Realio che la mira principale di quei SS. Stati in questa impresa è che abbia da essere adoperata nella navigazione, gl'interessi loro premendoli da quella parte, e facendo poca stima del beneficio certo che ha da riuscirne per la riformazione della geografia, come di cosa che credono non importare agli loro traffichi, avendomi anco accennato l'istesso il Sig. Hugenio, Segretario del Sig. Principe di Oranges, come V. S. averà visto nella copia della sua lettera([297]) che le mandai colla mia precedente([298]): e per me stimo, ch'essi SS. avendo presupposto che l'invenzione di V. S. molt'Ill. non potesse esser messa in uso sul mare, questa sia stata una delle principali cause della loro tepidezza. Ma non per questo pare che V. S. molt'Ill. debba allentarsi, anzi piuttosto continuare nel medesimo zelo di prima e colla medesima generosità e costanza, per cooperare alla perfezione dell'impresa quanto più potrà, quando non fusse per altro che per la propria soddisfazione, oltrechè le importa assai, per la reputazione, d'osservare fin al fine un medesimo tenore, senza punto variare.

Non avendomi mandati i cristalli pel telescopio che V. S. molt'Ill. ha destinato a quei SS., spero l'averà fatto dipoi, e che gli averà provati, per maggior certezza, che sieno perfettissimi, questo importando assai, e che segua quanto prima.

Sin qui non si è dato principio alla stampa dell'opere di V. S. molt'Ill., ma infallibilmente seguirà in breve, il Sig. Carcavi affezionandocisi da dovero. Non occorrerà che mandi li due libri Delle macchie solari e Delle cose che stanno su l'acqua, avendogli ritrovati tra i miei. Ma quello del Compasso di proporzione, stato stampato a Padova, non visto in queste parti, le piacerà provvederlo, mandandomi, come già le scrissi, l'ordine che se gli doverà osservare.

Ho caro che V. S. molt'Ill. avesse ricevuta la cassettina de' libri mandatigli ben condizionata, e che l'esemplare che ne ha presentato a S. A. sia stato gradito da lei.

Il Sig. Elzevirio portandosi verso di lei da galantuomo nella stampa della sua opera del moto, mi pare che debba aspettarne il fine prima che gli proponga se vorrà stampare tutte le sue opere tradotte in latino; perchè in ogni modo non ci metterebbe la mano adesso, mentre durerà l'opera dell'altra, oltrechè la stagione favorisce poco, anzi è contrarissima, all'imprese litterarie. Intanto se V. S. averà comodità di farle tradurre, non ne perda l'occasione, e tenga l'opera a suo agio preparata, la quale a suo tempo non mancherà d'essere richiesta.

L'Illustriss. Sig. Grozio ed il Rev. P. Campanella le baciano le mani, ed io con riverente affetto me le raccomando.

In questo punto, dopo avere scritto quanto è di sopra, con grandissimo cordoglio mi vien portata la nuova funesta della morte dell'incomparabile e virtuosissimo Sig. l'Illustriss. Sig. Periese([299]), seguita alli 24 del passato, della quale (sapendo quanto vivamente se ne sentirà trafitta) me ne condoglio seco cordialissimamente, sperando pure che in questa, come nell'altre occorrenze della fortuna che le sono intervenute, non le mancherà la solita costanza per moderarne il dolore, e che la ragione vincerà in lei l'eccesso dell'affetto; poichè a simili persone eroiche e dignissime dell'immortalità non è stato in questa parte concesso dal Cielo alcun privilegio, oltre la sorte comune di tutti gli uomini, anzi spesso sono di vita più breve. Esso era di cinquantasei in cinquantasette anni pel più.

 

 

 

3516.

 

GIOVANNI PIERONI a [GALILEO in Arcetri].

Praga, 9 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 33-34. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Mi è accaduto, con particolarissimo mio contento, di trovarmi in Praga questi giorni che ci è arrivato il Ser.mo Principe Mattias, per poter riverire e servire l'A. S., e poi per haver da tanto Principe nuove di V. S. Ecc.ma tanto mio Signore, et al particolare haver occasione di riferire all'A. S. Ser.ma quello che hora intendo riferire ancora a V. S. Ecc.ma circa la stampa del suo libro.

Doppo che V. S. Ecc.ma, pensando ch'io dovessi ritornar costà, mi scrisse che io glielo rimandassi, non potei risolvermi così presto, perchè veddi vacillare la licenza, come in effetto non la ottenni; però presi risolutione poi di tirar avanti lo stamparlo. Veddi chiusa la strada a far ciò in Vienna, perchè ci si trovava il Padre Sciainer, e dovendo li Padri approvare che si stampi o no ogni libro in Vienna, dubitai che potesse haverne egli la revisione, o almeno venirne in notitia e forse impedirne la impressione ivi et in ogni luogo poi. Sì che (non mi essendo mai stata spedita la gratia della tipografia che chiesi) ricorsi al Sig.r Card.le Dietristain([300]); il quale abbracciò il negotio e di favorirlo sì che si stampassi in Olmitz, e che ivi lo rivedesse un Padre di altra religione, sì che non si havessi da temere di scoprimento al detto P. Sciainer o suoi aderenti, come lo pregavo: e così fece; preso il libro, lo mandò a un Padre Domenicano([301]), e ne seguì l'approvatione([302]) che V. S. Ecc.ma sentirà. Ma avanti che la spedissi,  morì il S.r Cardinale; onde io, per riavere il libro e stamparlo, andai a Olmitz, dove il nuovo eletto Vescovo([303]), prelato di gran sapere, sottoscrisse et approvò che si stampassi, lasciando egli però in bianco da ponere il nome del libro, come cosa stimata da lui essentiale. Con questa poca di difficultà, e co 'l non mi piacer molto il carattere di quella stamperia, e già che seppi che il P. Sciainer in questo mentre era stato mandato a stare a Nissa in Silesia, ripigliai il libro e ritornai per stamparlo a Vienna, dove anco, per aver l'abitatione, avevo maggior comodità. Ma qui non bastando la predetta approvatione, nè potendosi haver la nuova senza li Padri, mi son valsuto dell'amicitia che ho con un Padre Teologo professore principale, il quale, fatta egli stesso la revisione et approvatione, mi ha fatto ottenere la licenza dal Rettore dell'Università([304]); sì che già potevo cominciar l'impressione, quando a punto è arrivato di nuovo in Vienna il P. Sciainer a stampare un suo libro([305]), che presto si vedrà; onde, per non mi mescolare et correre qualche pericolo, ho stimato dover lasciarlo prima partire, sentendo che in poche settimane havrà finito e dovrà andarsene: nel qual mentre di ordine di S. M. ho dovuto io venir qui a Praga, sì come nel tempo di tutto il narrato sono stato mandato in Stiria per alquanti mesi et in altre provincie per il servitio della M. S. E qui, havendo dubitato se forse io mi ci fusse dovuto fermare per alcun tempo, ho portato meco il libro, per potere, se occorreva, stamparlo qui, dove il S.r Cardinale di Harach([306]), già pregatone da me, mi ha offerto di valermi della tipografia che ha eretta per questa Università; ma non trovatoci esso Sig.r Cardinale, et informatomi che dovrei in ogni modo haver qui ancora nuova revisione et nuova approvatione, e dovendo io([307]) presto per il servitio ritornare a Vienna, sono per dar ivi mano subito alla impressione, se V. S. Ecc.ma così si contenta e non mi ordina in contrario. Il che dico perchè il Ser.mo Principe mi ha detto che senza nuovo ordine di V. S. Ecc.ma io non lo faccia, perchè ella lo fa stampare altrove; anzi mi soggiugne che V. S. Ecc.ma habbia havuto molto a male che io abbia pregato l'A. S. che si contentassi che io m'ingegnassi di risquotere mille fiorini di molte più migliara che ne ha credito S. A. in Moravia, per valermene alla impressione e restituirli all'hora o prima se comanderà, havendo io scritto a V. S. Ecc.ma che la stampa si farebbe senza haver a pensare a spesa. Mi duole di cuore che lei habbia questo fastidio, che io, contro le promesse, per causa sua abbia molestato S. A. Mai ho nè anche pensato di molestar pur minimamente l'A. S., ma usato ad una certa maniera meno stretta che si usa qua, trovatomi per accidenti occorsimi (come a tutti alle volte avviene) non così comodo che io avessi possuto far fare la impressione all'hora; e sapendo che quel danaro S. A. nè lo haveva in mano nè lo avrebbe se non a poco a poco e con molta difficultà, la quale io con la presenza havrei facilitata, lo supplicai di tal gratia, e, come scrissi a S. A., gli ponevo, ciò è speravo di ponrre, in sicuro e con avvantaggio di tempo la riscossione di questa parte del suo credito; come è avvenuto che io con la presenza in Moravia lo ho havuto, et hora lo ho, come hieri ho detto a S. A, pronto in casa mia a Vienna per ad ogni momento che S. A. comandi e voglia haverlo, non l'havendo io chiesto nè desiderato per altro che per la detta stampatura: la quale scrissi (se ben mi ricordo) che non sarebbe di spesa nè di scomodo, ciò intendendo di V. S. Ecc.ma quanto alla spesa, perchè io volevo farla e potevo, ma quanto a me non poteva nè può essere, perchè qua non si stampa se non a pagar tanto per foglio e comprar la carta, nè giova fama o altro, perchè così si usa. Ma a me non torna danno, anzi gusto grandissimo, perchè rimborsandomi con una parte delli esemplari dello speso, gl'altri tutti harò per sommo favore che siano di V. S. Ecc.ma et a sua dispositione.

Però, se può essere, la supplico non si pigli fastidio di tal mio procedere, che spero non ha disgustato S. A. nè vorrei che fusse stato, per quanto ho cara la vita; e se li piace che io riceva il favore di questa impressione, mi faccia gratia di scrivermene et ordinarmelo, che senza ciò mi comanda S. A. che io non cominci. E se non ho scritto continovamente a V. S. E., è stato, prima, per il dubbio se dovevo rimandarle il libro o no, conforme al suo comandamento, e doppo, oltre li miei continovi viaggi, per non narrarli sempre difficultà, ma potere con la prima mandarli il primo foglio, che sempre speravo sarebbe presto presto, e fidandomi della mia vera sincerità, che ella non havrebbe pensato di me negligenza in servirla, massime ov'io mi glorio di tanto favore perchè la amo e riverisco sommamente. E quanto qui ho scritto è pura verità. Con che a V. S. Ecc.ma fo umilissima riverenza, e la supplico della continovatione della sua gratia.

 

Di Praga, li 9 di Luglio 1637.

Di V. S. Ecc.ma

 

Devotiss.o et Partialiss.o Ser.re Oblig.mo

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3517.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 9 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 301. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P. Col.mo

 

Per ancora non è stabilito chi debba andar all'ambascieria di Olanda, essendo il contrasto de' voti fra il Sig.r Gio. Battista([308]) mio et il S.r Nicolò Pallavicino; e dubito che inter duos litigantes non tocchi a qualch'un altro la beneficiata. In ogni caso darò avviso di quel che succede a V. S.; et occorrendo che vada colà qualche mio amico, non mancherò di raccommandar il negotio([309]).

Al S.r Daniele([310]) ho fatto le sue raccommandationi, il quale estremamente si duole del'occhio di V. S., sì come faccio ancor io. Ma così va, Sig.r Galileo mio caro: il sole ha fatto a concorrenza della sorella, che s'ella punì Ateone per haverla veduta nuda, egli ha voluto offuscar quel'occhio che l'ha scoperto fino al vivo. Ma faccia pur a suo senno, chè per ogni modo se il sole ha serrato a lei una pupilla, ella ha aperto infinite bocche, le quali eternamente canteranno le meraviglie di quella. Mi conservi suo, e creda che estremamente mi dolgo di questo infortunio, mentre per fine affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Genova, adì 9 di Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Dev.mo e Cord.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3518**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 303a. – Autografa. Alla lettera facciamo seguire la «poscritta» che il Castelli mandava inclusa, e che, pure autografa, è anche presentemente allegata (car. 303b).

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Il mio negozio in Venetia è delicatissimo e gelosissimo, per essere portato per interesse di Stato. Non ho dubio che l'amico([311]) sarebbe ottimo mezo. Quello che io desiderarei è assai bene espresso in una poscritta mia a un amico mio in Venetia, quale ho copiata nell'incluso foglietto. Quando fosse bene inteso il punto, che è realissimo e importantissimo, reputo che quello che si mantiene con male arti nel mio monasterio, si rimuoverebbe; e importarebbe assai se l'amico di V. S. abbracciasse lui di fare l'officio, come io accenno. Però faccia V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma quello li pare, che io sono assai quieto nella volontà di Dio, che ci governa.

Per l'ordinario passato scrissi a V. S. la mia Mattonata([312]) impinguata; e se potrò vedere quei moscioni, mi sarà di gusto. In tanto mi comandi dove mi conosce buono, che la servirò sempre sempre: e li fo humilissima riverenza.

Il Ser.mo Sig.r Principe Cardinale([313]) si porta tanto regiamente, che tutta Roma gli applaude, e non ha altro che dire. Io non l'ho ancora potuto vedere e riverire, ma lo farò quanto prima potrò, essendoli servitore di principalissima devozione.

 

Roma, il 10 di Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig. Galileo [Galilei, p.o Fil]osofo del Ser.mo Gr. Duca di Toscana.

Firenze.

 

 


Poscripta a N. N.

 

Io sono assai lontano di trattare questo mio negozio di Praglia con punti di Stato, non toccando a me nè meno a pensarci; con tutto ciò perchè il particolare che sono per dirli in confidenza è tanto annesso all'uno ed all'altro interesse, glie lo voglio confidare: facciane ella quel capitale che li pare. Il punto è questo: che N. S. si ritrova con qualche indisposizione, ed è stato in pericoli; e la verità è che chi vive corre a morte. E per tanto, essendo io sicurissimo che la somma prudenza di cotesti Ecc.mi Signori un giorno vorrà ritrovare modo di aggiustare le controversie con la Sedia Apostolica, pare che, senza entrare a trattare di annullare gli ordini fatti a favore di D. Modesto da Padova, si possa in beneficio publico far fare officii con D. Modesto che si accomodi, per non lasciare questo osso duro da rodere (e mi creda che è più duro di quello si pensa) da rodere, dico, nell'accomodamento delle altre cose principalissime e importantissime, acciò che i maligni, nemici della felicità della Ser.ma Republica, non habbino questo attacco, di conturbare la mente di quello o di quelli che haveranno da agiustare le partite maggiori, essendo questa alla fine cosa di monaci, la quale non deve intorbidare i massimi negozii della Ser.ma Republica, la quale Iddio conservi e prosperi eternamente.

D. Benedetto di Brescia Ab.te

 

 

 

3519*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 11 luglio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXXVII, n.° 29. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.rone Oss.mo

 

Quando V. S. mi tralascierà il favore de' suoi comandi, mi priverà di quel gusto, che provo grandissimo, di servirla, e perciò sarà in obbligo di compensare in qualche altro modo questo mio danno; che seguirà in buona parte, quando mi farà sentire buone nuove della sua salute, che con ogni maggiore affetto gli prego felicissima.

Haverò gusto sentire che gli sia giunto ben conditionato il fagotto che per il Conti gl'inviai la passata([314]). Il piego per il Padre Maestro Fulgentio è stato recapitato in mano del suo compagno, che subito glielo mandò in villa, dove egli al presente si trova; però non si maravigli se assorte non fussi qui alligata la risposta. Con che fine gli bacio reverentemente le mani.

 

Venezia, 11 Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

alla quale invio la lettera del Padre Maestro Fulgentio, mandatami di villa, in risposta della di V. S., benchè con soprascritta al Sig. Dino Peri.

 

 

S.r Galileo Galilei. Arcetri.

Dev.mo e Vero Ser.e

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3520*.

 

ELIA DIODATI a [GALILEO in Arcetri].

[Parigi], 14 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 79t. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, in capo alla quale egli annota: «E. D. 14 Luglio 1637».

 

Al Sig. Carcavi, essendo tornato di fuora, ho dato la lettera di V. S., della quale è restato sodisfattissimo per le soluzioni dell'obiezzioni fatte avanti dal suo amico([315]), il quale anco lui dovrà restarne appagato quando le vedrà. Il nome suo è M.r Fermat, Consigliere del Parlamento di Tolosa, ove risiede.

Già s'intagliano le figure delle macchie solari, e in breve mi promette di far dar principio alla stampa dell'opere in foglio, conforme al desiderio di V. S., alla quale per fine etc.

 

 

 

3521*.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI in Parigi.

Arcetri, 16 luglio 1637.

 

Le lin. 1-4 [Edizione Nazionale] si leggono nei Mss. Gal. della Bibl. Nazionale di Firenze, P. V, T. VI, car. 86t., In copia di mano di Vincenzio Viviani.che premette quest'indicazione: «G. G. 16 Luglio 1637». Le lin. 5-44 [Edizione Nazionale] si hanno nell'opera citata nell'informazione premessa al n.° 3338, e precisamente a pag. 54-55 del Liber secundus de conspiciliis, sive Compendium praecipuorum authorum qui de iis disseruerunt, il qual libro secondo ha paginazione a parte. Quest'edizione, fatta in Olanda e per cura di un erudito Olandese, ha alterato quasi ad ogni parola la lezione genuina, con forme che non è possibile attribuire a Galileo; e poichè noi non conosciamo altra fonte di questa parte della lettera, abbiamo corretto gli errori manifesti dove ci parve sicura la correzione, annotando appiè di pagina la lezione della stampa, e abbiamo dovuta lasciare questa nel testo, dove la correzione sarebbe stata troppo incerta. Avvertiamo pure che nella stampa Olandese alle lin. 5-44 [Edizione Nazionale] è premessa quest'indicazione: «Lettera del S.r Galilei de' 16 Luglio 1635, d'Arcetri»; ma il millesimo 1635 deve indubbiamente correggersi, per tutto il contesto della lettera, in 1637.

 

Piacemi che il Sig. Carcavil continui nel proposito di ristampar tutte le mie opere; e quando io ne vegga un po' di segno e di principio, non mancherò d'inviare conseguentemente il resto de' miei libri fatti latini, nella traduzione de' quali s'insiste continuamente.

 

Soggiungo per tanto a V. S., che non si maravigli se non mando prontamente([316]) le due parti che vengono domandate da i SS.ri Commissari et in particolare dal S.r Hortensio, cioè le tavole de i moti medii delle Medicee et i cristalli per un telescopio per fare le osservazioni: l'una e l'altra([317]) delle quali due opere ricerca che io possa valermi di quel([318]) poco che mi resta di vista, per potere da una farragine di migliara di osservazioni([319]) ritirare le radici de i movimenti di esse([320]) Medicee a' tempi più propinqui, con songare (sic) insieme il modo tenuto da me per calculare tutti gli aspetti di quelle, consequenti di giorno in giorno; il che ho ridotto a far sì esattissimamente, senza quasi calculazioni([321]) alcune, con uno instrumento contenente([322]) con esatta precisione le grandezze de i cerchi descritti dalle quattro stelle circonioviali. Il fabricarne poi le efemeridi riesce operatione facilissima et speditissima, con mezzo de i soli moti medii et della prostaferesi di Giove, come a suo tempo([323]) si dirà.

Quanto al telescopio, essendo in meglior stato, non mancherò di farlo fabricare e di mandarlo; ma voglio che sia esquisito, perchè non vorrei che ne il S.r Ortensio nè altri mettesse dubbio sopra le mie affermationi: cioè che l'instrumento che io ho adoperato, e simile al quale io ne manderò il compagno, et ha tale perfezzione che mostra il corpo di Giove terminatissimo et rotondissimo, e di grandezza (quando Giove è perigeo) non minore della terza o al più quarta parte del disco lunare con l'occhio libero; mostra le Medicee più distintamente che l'occhio libero non vede le fisse della seconda grandezza([324]), et una delle quattro, che è alquanto maggiore delle tre, si vede non men bella della Spiga; in oltre, si continua([325]) la loro veduta in tal chiarezza de' crepuscoli che le stelle fisse non compariscano anchora([326]). Col medesimo telescopio seguitando Giove et ogni altro pianeta([327]), et anco le fisse della prima e seconda([328]) grandezza, si scorgono distintamente tutto il giorno, e sia([329]) il sole quanto si voglia alto. Questo medesimo instrumento mostra Venere, nel suo primo apparire([330]) vespertino e sino quasi alla sua massima digressione, tutta rotonda; comincia poi, nell'avvicinarsi([331]) et abbassarsi sotto il sole, a farsi come mezza, et quindi, seguendo, a farsi falcata([332]), fino che si conduce alla sottilissima falce([333]), quale si vede nella luna nel suo primo apparire: et è la grandezza di tal falce Venerea, veduta([334]) con telescopio, poco inferiore a quella della luna veduta con l'occhio libero. Continua parimente Venere a vedersi tutto il giorno, sin che sta sopra l'orizonte, et alcuni di buona vista([335]) la trovano anco di mezzo giorno([336]), che è vista mirabile per la sua delicatissimamente desegnata figura, et si trova Venere a tutte hore.

 

 

 

3522**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 17 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 323. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e P.ne Oss.mo

 

Tengho che prima che hora V. S. molto Ill.e haverà havuto nuova della morte del'Ill.mo e Ecc.mo Sig.e Consig.e di Peirese d'Aix, che seguì alli 24 del passato([337]).

È stato pianto generalmente da tutta la Francia per le virtù, doctrina e buone qualità di questo Signore; e a V. S. doverà toccharlo al quore, perchè questo Signore particularmente lo affectionava e di lei faceva grandissimo stato. Non c'è altro rimedio che d'andarsi conformando alla voluntà di N. S. Dio, con pregarlo d'haverlo ricevuto a gloria, come si tiene per sicuro. E facendoli con questo reverentia, li pregherò da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 17 di Lug.o 1637.

Di V. S. molto Ill.e

[...]r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: [Al] molto Ill.e Sig. mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, matt. p.o di S. A. S.

Firenze, in Arcetri.

 

 

 

3523.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 17 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 305. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.or e P.ron Oss.mo

 

Finalmente mercordì mattina fu eletto per ambasciatore il Sig.r Gio. Battista Centurione([338]) in Olanda; ma io non son però ancor risoluto di seguitarlo, stante l'infermità di mia madre, che non mi lascia scostare fino a tanto ch'io non sia sicuro di sua salute. Tutta via non manchi d'inviarmi la lettera ch'ella m'accennò di voler mandarmi, perchè in ogni evento ch'io mi risolvessi d'andare, l'habbia pronta. Mi conservi tra tanto in gratia sua, mentre per fine affettuosissimamente le bacio le mani.

 

Di Genova, adì 17 di Luglio 1637.

Di V. S. molto Il.re et Ecc.ma

 

 

 

 

 

3524**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 18 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 35. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io non ho riceuta lettera nessuna del Sig.r Peri, ma due di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma Nell'ultima mi ricerca il vetro da cannocchiale: intorno alla quale materia dico, che è la verità che i mesi passati hebbi certi vetri, quali erano molto buoni e penso che siano di eguale e forsi maggiore perfezzione di quello dal testimonio falso; ma gli ha presi tutti l'Em.mo Sig.r Card.l Antonio([339]). Dopo di questi ne venne uno pagato trenta scudi, il quale ricerca il cannone longo nove volte e mezo quanto è la linea qui in margine della lettera([340]), con un concavo assai acuto, che a me non pare proporzionato al convesso, poichè rappresenta l'ogetto assai confusotto; fa però grandissimo l'ogetto, a segno tale che credo ingrandisca più di 44 il diametro dell'ogetto; e ieri sera osservai Saturno grande quasi quanto la luna vista con l'occhio naturalmente, se bene ne feci comparazione in absenzia della luna, così con la mente mia: dico che il diametro maggiore di Saturno, visto con questo occhiale, fu giudicato da me poco meno che il diametro della luna vista con l'occhio libero, e penso che con applicarci un concavo proporzionato più dolze, farà stupendamente. Hora quello che ha pagato questo vetro, mi ha detto che non n'è molto sodisfatto. Io procurarò di havere licenza di mandarlo a V. S.; lei lo vedrà, lo provarà o farà provare, e poi mi ordinarà quello devo fare. Se io mi trovassi danari, non ci farei conti nessuno, ma lo comprarei senz'altro, e lo pagarei ancora più. Però starò attendendo i suoi ordini.

Nel resto non posso fare di meno di non dirgli liberamente, e mi perdoni, che sento grandissimo gusto di quelle cose che ella sente travaglio, cioè di quello che si fa in Fiandra, in Olanda, etc.

Bacio le mani al S.r Peri; a V. S. fo riverenza. Con l'altra mia([341]) scrissi quanto m'occorreva intorno al negozio di Vinezia.

 

Roma, il 18 di Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Gal.o Gal.i

Devotis.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

3525**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 18 luglio 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 30. – Autografa.

 

Molto Ill.e et E.mo Sig.r mio Oss.o

 

Ho servito V. S. del recapito della lettera, giuntami alligata con la sua humanissima de gl'undici; ma perchè l'amico([342]) si ritrova tuttavia in villa, non ne ho havuta ancora la risposta. Se ne la manderà, gli giugnerà con questa alligata. E sigillando questa con un affettuoso ricordo dell'osservanza che le porto, gli bacio affettuosamente le mani.

 

Venetia, 18 Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei. Arcetri.

Dev.mo et Obbl.o Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3526.

 

LODOVICO INCONTRI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 20 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 307. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Il Ser.mo Principe mio Signore([343]) havendo sentito il bisogno dello stomaco di V. S., e premendoli quanto a lei medesima che si conservi sana, ha volsuto ch'io gli mandi due saggi di vino, uno di Monte Pulciano e l'altro di Chianti, d'uve scelte, che di presente beve S. A. V. S. potrà provare l'uno e l'altro, et avvisarmi quale se li conferisce più, acciò gliene possa mandare, assicurandola che non haverà persona più devota in servirla di me. Gli rimando il polizzino de' due fiaschi di vino, acciò in tempo più opportuno se ne possa valere con il capitano; et a V. S. faccio reverenza.

 

Di Firenze, a' 20 Luglio 1637.

Di V. S. molt'Ill.re

Aff.mo et Dev.mo Se.re

Lodovico Incontri.

 

Fuori: Al molt'Ill.re Sig.r mio P.ron Oss.mo

Il S.r Gali.o Galilei.

In villa.

 

 

 

3527**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 21 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 309. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Il S.e Elia Diodati, mio Signore e padrone, mi ha caldamente raccomandato li alligati dua pieghetti, come ho fatto io a Firenze alli mia fratelli([344]). Di più esso S.r Diodati mi ha partecipato come li SS. Stati d'Olanda haveva abracciato([345]) con molto gusto la sua invensione delle longitudine, e che per segnio del gradimento li andavano aprontando una collana d'oro, quale presto sperava ricevere per mandargline, oltra la riconpenza che se li andava preparando doppo la prova fattone. Il che havendolo sentito, ne ho particepato un gusto incredibile, e non ho possuto di meno di non congratularmeme seco con questi quatro versi, come io farò in ogni sua felicità. E facendoli con questo reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d'ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 21 di Lug.o 1637.

 

Scordavo dirli che il S. Diodati scrive che mi manderia la collana subito ricevuto, e io gli ne manderò per sicura occasione. E li faccio reverentia di quore.

Di V. S. molto Ill.e

 

 

S. Galileo Galilei.

 

 

 

3528**.

 

FRANCESCO VAN WEERT a GALILEO [in Arcetri].

Padova, 24 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 30. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Eccell.mo Sig.re mio P.ron Oss.mo

 

La fame delle profondissime dottrine che V. S. Eccell.ma tanto eccellentamente possede nelle mathematiche et filosofiche scienze è passato tant'oltra, che ha potuto anco introdur nell'animo di quelli che non la conoscono altrimente un ardentissimo desiderio di servirla; onde non è da maravigliarsi, che essendo io nel numero di quelli, e con ciò bramosissimo di avanzarmi nelle scienze mathematiche, che ancora io con maggior ardore et più vivo affetto ho ricercato molto tempo occaggione a dedicarle la servitù mia, come al presente la prego riverentemente di accettarla con quella allegressa che ho havuto io di haver trovato strada apperta per ne far riverentemente l'offerta a V. S. per mezo della congiunta lettera([346]), mandata e consignatami d'un segnalato padron mio per farla sicuramente capitar in mano di V. S.; della quale me sarà caro di intendere come all'avenire io le potrei speditamente et securamente inviar le lettere, se me ne capiterassero per queste fine.

Prego Dio che l'effetto del contenuto della presenta([347]) sia la caparra del premio di d.ti 25000, da' Potenti Sig.ri Stati Generali delle Provincie Uniti promesso a colui o coloro che potranno dar regole per poter di ogni luogo osservar la longitudine con la moderna sicurtà che si osserva la latitudine. Tengo aviso che i fondamenti posti da V. S. Ecc.ma in questo proposito sono stati giudicati, da persone non ignorante in questa materia, sodissimi per fabricarne sopra una tanta opera, la quale sendo incominciato da lei con profonda maturità di scienza, regolato con un'infallibile esperienza, dà occaggione de ne aspettar anco una terminatione tale che (oltra il detto premio), come al presento il suo giuditio le rende a tutto il mondo riguardevoli, così cotal operatione terrà il suo nome immortale ne' secoli futuri. Et per fine la baccio riverentemente le mani.

 

Pad.a, dì 24 Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Divottiss.mo Servitore

Fran.co de Weert,

Ingegnero Hollandese, al presente condotto al servigio della Ser.ma Rep.ca di Venetia: di. casa sta in contrado S.t Pietro, in faccia dell'hostaria del Cavallo, a Padua.

 

 

 

3529**.

 

GIOVANNI REIJUSK a [GALILEO in Arcetri].

[Venezia, luglio 1637].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 31. – Autografa la firma.

 

Il S.r De Weert, mio amicissimo, desideroso de hauer corrispondense con V. S. molto Ill.re, mi ha pregato con questo occasione([348]) de inviarlo la presente([349]). Et homo virtuoso et desiderioso d'apprendere. Mi scuse l'abbaldansa. Dio li guardi.

 

 

Gio. Beijusk.

 

 

 

3530**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 25 luglio [1637].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 37. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Per l'ordinario passato scrissi a V. S. molto Ill.re quanto mi occorreva intorno al vetro([350]); hora aggiongo che tengo parola che mi sarà dato nelle mani, e lo mandarò per l'ordinario che viene, acciò V. S. lo veda e lo provi. Se li piacerà, bastarà che noi paghiamo li trenta scudi; caso che non sia di sodisfazione, me lo rimandarà sicuro, ed io procurarò servirla in altro modo.

Ho riceuta la lettera del nostro caro Sig.r Peri, al quale non rispondo perchè non ho tempo: risponderò quanto prima. In tanto l'assicuri che li vivo servitore di tutto cuore.

Lavoro intorno al matone([351]), ma la mia debolezza e la difficoltà della materia m'hanno ridotto più presto in confusione che altro. Se io potessi esser appresso([352]) V. S., sperarei di fare qualche cosa col suo aiuto, o, per dir meglio, la stuzzicarei tanto che ella mi levarebbe d'impaccio. La verità è che ci è di bello; ma non è carne per i miei denti.

Quanto al negozio di Venezia([353]), sappia V. S. che è facenda notissima all'amico suo([354]), ed è informatissimo del tutto. Con tutto ciò li mando questo poco di scritto, e mi creda che tanto basta. Io stimo assai che il Padre s'adopri solo in fare l'officio che desidero, senza entrare più innanzi, essendo materia pericolosissima e gelosissima e da trattarsi con delicatezza. E li fo riverenza, baciando le mani al Sig.r Peri.

 

Roma, il 25 di Luglio.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o

 

Humil.mo e Devotis.o Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo del Ser.mo Gr. D. di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3531**.

 

GIOVANNI REIJUSK a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 25 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 312. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re Sig.r

 

Per avanti non ho havuto occasione de scriverlo. Queste servirà per accompaingiare le inclose lettre, inviatemi dal mio cugino Laurens Reael d'Amsterdam([355]) con racomandatione caldissima de farlelo capitare sicuro. Li piegi sono stati così strazziati alla Sanità. Occorendo a V. S. responder al'amico, potrà indrizzare le sue lettere qui a me, et consignarli al'amico delle quale gli sarà data la presente, chè sicura me perveranno. Con che, potendole servire, me comandi. Dio vi guardi.

 

Vene.a, adii 25 Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gallileo Galilei.

Aff.mo Ser.r

Gio. Reijusk.

 

 

 

3532.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 28 luglio 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P, VI, T. XIII, car. 39. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io sentii con estremo dolore la nuova che mi diede, della perdita di un occhio e dubbio dell'altro; onde essendomi seco una volta condoluto con lettera, stavo con ansietà aspettando nuova che il male havesse preso qualche buona piega, e che si fosse ristorata, sì come sto ancora.

Io dimandavo quella 5ta parte del Cursus Mathematicus di Pietro Herrigone([356]), del quale mi donò li primi 4 tomi, e ciò perchè stampando il mio Direttorio, restò in bianco la dimostratione di un problema de' triangoli sferici, o, per dir meglio, di un modo di sciogliere un tal problema publicato dal Nepero, inventore de' logaritmi, senza dimostratione: e perchè pensavo che in quello potesse essere tale dimostratione, con occasione ch'io aggiungo al libretto delle Direttioni([357]) un compendio delle regole de' triangoli con le loro dimostrationi, non volevo di nuovo lasciarla in bianco; ma la mia buona sorte ha portato che, doppo haverci pensato più e più volte nello spatio di 4 anni e più, io l'habbi ritrovato 20 o 25 giorni sono. Questo è, che nel triangolo sferico obliquangolo, i cui lati insieme presi siano minori del quadrante, la tangente della semibase alla tangente della semisomma de' lati è come il seno del compimento del semiaggregato delli angoli aggiacenti alla base, al seno del compimento della semidifferenza di essi; e la tangente pure della semibase alla tangente della semidifferenza de' lati è come il seno del semiaggregato dell'istessi angoli alla base, al seno della loro semidifferenza: il che serve, dati li due angoli alla base con la base del triangolo([358]) sferico, per trovare ambedue i lati in compagnia; dal quale si ha poi anco il modo di trovare, dati li due lati con l'angolo compreso, ambedue gli angoli alla base in compagnia. Tuttavia quando ella havesse il detto 5° tomo, mi saria, anco per altro, caro poterle dare un'occhiata, che poi lo rimandarei.

Scrivo questa speculatione non per occuparla lei, ma perchè mi persuado che vi sia il Sig.r Dino, alla vivacità del cui ingegno non può riuscire di aggravio alcuna speculatione. Di nuovo la prego a darmi nuova del suo stato, et io intanto, pregandole da Iddio sanità perfetta e contentezza di animo, finisco baciandole affettuosamente le mani e salutando caramente il Sig.r Dino.

 

Di Bologna, alli 28 Luglio 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

[... Sig].r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

3533**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 1° agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 314. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Non mando il vetro([359]) promesso a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, perchè spero mandarlo sicuro, che non vorrei che mi andasse male; ma lo mandarò quanto prima.

Le cose di Venezia per mio interesse, con l'aiuto di Dio, pare che comincino a prendere buona piega; e per fare dal canto nostro il possibile, desidero che V. S. molto Ill.re scriva una lettera con ogni premura al suo amico([360]), e li raccomandi di vivo cuore l'interesse che li sarà rappresentato dal Rev.mo Padre Don Girolamo Spinelli intorno alla Badia di Praglia. Il detto Padre Don Girolamo è il nostro caro Cecco Ronchetti([361]). Si tratta ancora di suo interesse gravissimo: però scriva la lettera, e la mandi a nizza volante al medesimo Padre Spinelli, con la soprascritta: Al Rev.mo P.re Col.mo Il P.re Don Girolamo Spinelli, Abbate del Lio, Venezia, a S. Niccolò del Lio; e poi lasci fare al medesimo Padre, che spero in Dio che saremo consolati.

Io ho fra le mani di molte brighe, però non posso scrivere del nostro matone: ho però di già posto insieme qualche cosetta, e spero dargli gusto. In tanto mi ami al solito, che io riverisco V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Roma, il p.o d'Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r G. G.

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig. Galileo Galilei, primo Filosofo del Ser.mo G. D.

Firenze.

 

 

 

3534*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 1° agosto 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 138. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Nel partirmi per andar in villa, lasciai buon ordine che venendo lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi fossero con diligentia mandate, et che se entro vi fossero fogli fossero consegnati in diligenza al Sig.r Giusti([362]), come fu essequito delli ultimi mandati da V. S., compimento della sua opera; e perciò di questo non si pigli alcun travaglio.

Questa settimana il Sig.r Residente Rinuzzini([363]) mi ha mandate le due sue lettere d'i 18 e d'i 24 del passato. Vado crescendo nella speranza datami dall'Eccell.mo Sig.r Dino che V. S., come instantissimamente ne prego il Signore et intensissimamente desidero, recuperi le sue forze, et anco si sollevi dal mancamento dell'occhio. In queste infirmità ogni miglioramento, per picciolo che sii, è argomento di convalescenza. Ben è vero che conviene che li medicamenti siano molto pochi, e che si lasci la cura alla natura; la quale che cosa sia et come operi, non credo che ancora vi sia stato huomo che habbia inteso più di lei: così potesse, o per le sue forze o per il cessare dell'altrui malignità, far questo beneficio al commune, di communicarli intieramente quello che intende et sa.

Da questi altri fogli, che le mando, vedrà V. S. che l'opera camina inanti di buon passo. Nessuna cosa mi può arrechar maggior consolatione che d'intendere il suo miglioramento. E con tal fine, con ogni affetto le bacio le mani e prego sanità e felicità.

 

Ven.a, p.o Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

 

 

3535**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 1° agosto 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 31. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Mi ritrovo due sue gentilissime, una de' 18, l'altra de' 25 del caduto, giuntemi nell'istesso tempo con due altre per il P. M. F.([364]), del quale vedrà inclusa la risposta([365]), credo non solo delle 2 ultime da me recapitategli, ma della antecedente ancora.

Mi duole nel più vivo dell'animo sentire che non vadia risorgendo dalla sua indispositione, altrettanto quanto godo di vedermi dalla sua gentilezza continuato con tanta benignità il favore della sua gratia, della quale io cotanto mi pregio. E qui, a V. S. di nuovo ricordando l'osservanza che le porto, gli bacio con ogni maggiore affetto le mani.

 

Venetia, 1 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Dev.mo et Obbl.o Se.re

Franco Rinuccini.

 

 

 

3536**.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 7 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 316. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or, S.or mio P.ron Col.mo

 

Per ottenere quanto io desidero da questi SS.ri Assunti di Studio, mi fa di bisogno la protettione et il particolar favore del S.or Ercole Buonfiglioli, Cavalliere di S.to Stefano, che sendo Decano di tale Magistrato, quando egli convenga con li altri SS.ri suoi collega, li quali mi sono molto favorevoli, facilmente haverò ogni mio intento. Però vengo a supplicare V. S. con ogni spirito, vogli restar servita d'impetrarmi un efficacissima lettera scritta in mia raccomandatione a questo Signore di ordine di S. A. S., che mostri premura ch'io habbia intera sodisfattione di quanto dimando et ch'io sia alle occorrenze sempre di vivo cuore protetto da questo Senatore, il quale è di grande autorità in questo Reggimento. Se bene io so che il mezo di V. S. sola è bastante ad ottenermi questo favore, ne ho però scritto anche al S.r Antonio de Medici et al nostro S.or Ronconi([366]), sapendo che multiplicatis intercessoribus gratiae facilius elargiuntur. Doverà lei perdonarmi s'io le do questo fastidio, et ascriverne la colpa alla sua molta cortesia et alla sua grande autorità che tiene in cotesta Ser.ma Corte, poichè quella mi dà l'ardire di chiederle questa gratia, et questa mi dà certa speranza di ottenerla; che sì come un tal favore sarà a me di molto giovamento, così sono per tenerne a V. S. particolarmente un obligo infinito.

Spero d'inviarle in breve li esemplari di duoi miei Gigli([367]), a cui non mancano altro che due fogli delle dedicatorie. Fra questo mentre, aspettando con desiderio il frutto della sua gentilezza, le resterò pregando dal Cielo gli anni di Nestore in sanità.

 

Bol.a, 7 Agosto 1637.

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

Al S.or Galiei. Fior.a

Divot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

3537*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 8 agosto 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 104. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Havrà V. S. molto Ill.re et Eccell.ma ricevuto un mio piego con quattro fogli della sua opera, mandato hoggi otto per recapito all'Ill.mo Sig.r Residente Rinuzzi([368]) (sic). Per questa posta di hieri non habbiamo havuto cosa alcuna dalli Sig.ri Elziviri: ma il mio mezano qui mi dice che il Sig.r Lodovico è passato in Danzica per negotio, che perciò non si ritarda la stampa; e quanto alla dedicatoria mandata da V. S. per la via di Parigi, che quella strada è molto fallace, e spesso si smariscono i dispazzi.

Dello stato presente di V. S. non sto contento, perchè vorrei intendere la sanità, et almeno la convalescenza. La febreta, che mi scrive esserli sopragionta, non sarebbe stimabile, se non fosse per l'età; ma havendo V. S. fatto qualche acquisto nelle forze, come mi scrive il Sig.r Dino, vengo in speranza di haver presto nuova di maggior meglioramento, quale li prego dal Signor Iddio et instantissimamente desidero. Attenda a consolarsi con l'acquisto fatto della gloria, et col possesso di quei gran doni di natura e d'ingegno de' quali Iddio e la natura l'hanno dottata per farla la fenice del nostro secolo. E con tal fine a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani.

 

Ven.a, 8 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

Dev.mo e Cord.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3538**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 8 agosto 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 32. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig. Ecc.mo Sig.r e P.rone Oss.mo

 

È stata V. S. da me servita nel recapito delle sue lettere, come sarà sempre in tutto quello che si degnerà comandarmi, non provando io maggior gusto che vedere esercitata quella servitù che gli professo devotissima. Se dal P. M. F.([369]) mi verrà la risposta, gli giugnerà alligata con questa. Intanto, pregandole dal Cielo ogni pieno appagamento de' desiderii e suoi e delli servitori di V. S., gli bacio reverentemente le mani.

 

Venetia, 8 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

S. Galileo Galilei.

Dev.mo Ser.e

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3539*.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 9 agosto 1637.

 

Bibl. Palatina in Parma. Cod. HH. IX. 60.191, pag. 107-117. – Copia di mano dello stesso Benedetto Castelli. La presente è una seconda stesura, con data diversa e correzioni quasi ad ogni parola e notevoli aggiunte, della lettera che pubblicammo sotto il n.° 3509; se non che, mentre quella del 27 giugno è la missiva effettivamente spedita, questa, in data del 9 agosto, rappresenta l'elaborazione, per cui questa scrittura, insieme con un'altra lettera sullo stesso argomento (cfr. n.° 3541), finì col formare un breve trattato in forma epistolare.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

V. S. molto Ill.re attende a darmi nuova delle sue infermità e travaglii, ed io continovarò a dargli parte delle mie consolazioni. E prima li dico, che ancorchè non habbia hauto risoluzione del mio negozio([370]) qua in Roma dalla benignità de' Padroni, e se bene dalle parti di Vinezia sono difficoltà grandissime, in ogni modo vivo il più contento huomo del mondo, e spero con l'aiuto di Dio superare questi ponti, questi giardini incantati, questi antropofaghi e Lestrigoni, asini armati e simili altre bestie mostruose; e quando bene non ne potessi cavare construtto nessuno, io spero uscire di quel bel loco con honor mio, in capo a venticinque anni, e, quello che più mi conforta, spero di rivedere V. S. e stare seco qualche giorno.

Gli voglio ancora dar parte di un altro gusto che ho hauto a' dì passati per una strana maraviglia, la quale, se bene non mi gionse totalmente nuova, tuttavia non haverei mai creduto che fosse tanto stravagante. Deve dunque sapere V. S. che un giovane, che viene spesso a ritrovarmi, di spirito ed intelletto assai lucido, trattando meco del freddo e del caldo, dopo havere celebrata e lui ed io la dottrina di V. S. intorno alle nominate qualità, spiegata maravigliosamente nel Saggiatore, mi venne detto che se fosse preso un matone e tinto dalla medesima faccia mezzo nero con l'inchiostro e mezzo bianco con la calcina, ed esposto con la faccia tinta a questi soli ardenti e lasciatovelo stare per mezza hora in circa, si sarebbe riscaldato sensibilmente più nella parte nera che nella bianca; ed essendo il sodetto giovane scolaro di un celeberrimo filosofo([371]), prontissimo in risolvere qualsivoglia problema ancorchè difficilissimo, mi venne in pensiero di indurre il giovane a dimandare la ragione di questo accidente al suo maestro, ma con proporgli la conclusione al roverscio, cioè con dimandargli la ragione perchè si riscaldava più la parte bianca che la nera; e lo assicurai che la profonda filosofia del suo maestro haverebbe subito assegnata la causa vera, adequata e chiarissima di tale stravaganza. Hora il giovane propose il quesito come havevo concertato, e subito li fu risposto: «Oh non sapete voi la ragione? è facilissima; ve la dirò io»; e cominciò a entrare in un laberinto, del bianco e del nero, e di certe bollicine che si trovano nel bianco, e di mille cose sottili che non le saprei spiegare: basta, che in sostanza si venne a rendere la ragione per la quale il bianco si riscaldava più del nero. Fatto questo, ed havendomi il giovane riferito il tutto, con gran risa e sue e mia, io andai subito a fare imbiancare la metà di una faccia di un matone con la calce, e l'altra metà fu da me tinta di nero con l'inchiostro, e poi esposto al sole e lasciatovelo stare tanto quanto si trattenne meco quel giovane in compagnia di un altro, pure scolaro del medesimo filosofo; e dopo mettendo noi le palme delle mani, una sopra il nero e l'altra sopra il bianco, toccassimo con mano che la parte nera poco meno che scottava, e l'altra era quasi fresca: della qual cosa quei giovani restarono stupefatti; ed io confesso, che se bene tenevo per indubitato che il nero si sarebbe riscaldato più che il bianco, in ogni modo mai mi sarei creduto che la differenza fosse tanto grande a un pezzo; e sono sicuro che se V. S. non ha fatta l'esperienza, quando la farà li parerà cosa strana. Dopo dissi al medesimo giovane: Horsù, Sig.r Carlo (che così si chiama, ed è di casa Appiani), bisogna fare la seconda parte del ballo; bisogna che V. S. ritrovi di nuovo il suo maestro, e li dica che havendo proposto ancora a me il quesito «Per che cagione la metà del matone tinta di bianco si riscaldava più al lume del sole che la nera», io gli havevo risposto che la facenda caminava al roverscio, cioè che si riscaldava più la parte nera che la bianca, e che subito andai a tingere il matone e l'esposi al sole, e dopo una mezz'hora o poco più o poco meno gli havevo propriamente fatto toccare con mano che la parte nera era molto più calda che la bianca; e soggionsi al medesimo giovane che dimandasse al suo maestro la ragione ancora di questa conclusione, promettendogli per parte del filosofo che gli sarebbe stata assegnata. Il giovane non vedeva l'hora di fare la seconda prova, ma non potè così presto; finalmente, passati alcuni giorni, corse la seconda lancia. Hora qui ci fu che fare assai a ridurre il filosofo, prima, a prestare fede ed assenso all'esperienza, negandola egli francamente, e poi mettendola in dubbio, e poi cautelandola con quattro cautele, avvertendo che le esperienze dovevano essere fatte con gran circonspezzione. La prima cautela fu, che bisognava farla in tutte le sorti di bianco; la seconda, in tutte le sorti di nero; la terza, che era necessario fare l'esperienza in tutte le materie; e quello che importava molto per assicurarsi bene (ed era la quarta cautela), il tutto si doveva fare alla presenza di uno che fosse dell'opinione contraria: ed assegnò la ragione in lingua latina perchè si ricercava questa ultima cautela; «Imperochè» disse «incredibile est quantum quis sibi ipsi aplaudat». Ma il Sig.r Carlo, che pur troppo chiaro teneva il fatto, si portò tanto valorosamente, che il filosofo si ridusse a mettere mano alle più alte e sottili specolazioni della più recondita e profonda filosofia. Ma prima di passare più avanti, vengo tirato, come per digressione, a considerare alcune cose in questo caso.

La prima delle quali è, che pare che l'intelletto ed il cervello di questo filosofo si ritrovi molto più pronto e facile a prestare l'assenso alle conclusioni false che alle vere; poi, mostra parimente che più facilmente si riduce a filosofare intorno al falso che intorno al vero. Imperò che, essendogli stata proposta prima la conclusione, che si riscalda al lume del sole più la parte bianca del matone che la parte nera, cosa falsissima, subito non solo fu da lui ammessa per vera senza difficoltà, ma pretese di più saperne assegnare la ragione, e l'assegnò de facto: in oltre, quello che li fu proposto la seconda volta, ed è verissimo, fu che preso il matone e, con il bianco di calce da imbiancare le mura, imbiancata la metà di una sua faccia, e l'altra metà tinta di nero con l'inchiostro da scrivere, e poi esposto il matone con la faccia tinta al sole, in breve tempo di un'hora in circa la parte nera si riscaldò assai più che la bianca, e qui il filosofo stette renitente ad ammettere la conclusione vera per vera.

Di più (ed è il terzo punto che considero), non potendo egli negare l'esperienza pur troppo manifesta, trapassò a cautelarla con le quattro cautele, cioè che si debba fare in tutte le sorti di bianco, in tutte le sorti di nero, in tutte le materie, e finalmente alla presenza di uno che sia dell'opinione contraria. Intorno alle quali cautele, in generale delle prime tre dico che mi pare che venghino introdotte affatto fuori del caso nostro. Imperò che non è stato proposto da nessuno che in tutti i bianchi, in tutti i neri, e in tutte le materie, il negozio camini nel medesimo modo; ma la proposta è stata fatta solamente di un matone di creta, di quelli che s'adoprano da matonare le stanze, tinto d'inchiostro in una metà di una sua faccia, e l'altra metà della medesima sua faccia imbiancata col bianco con il quale s'imbiancano le muraglie, nel qual caso riscaldandosi al lume del sole più la parte nera che la bianca, si dimanda la ragione di tale effetto, e non si cerca nè si tratta di quello che intravenga in tutti i bianchi, in tutti i neri, e in tutte le materie: e però le sodette cautele vengono, con buona pace del filosofo, introdotte fuori di ogni proposito. In oltre, a quelli che sanno moltiplicare un numero per un altro, potrebbero per aventura tali cautele parere impresa troppo laboriosa. Imperò che, se si trovassero, ver. gr., trenta sorti di nero e trenta sorti di bianco (che forsi se ne ritrovaranno molto più), il numero dell'esperienze arrivarebbe vicino al milliaro, sì che bisognarebbe tingere quasi mille matoni; e quello che mi riesce più spaventoso è che le diversità delle materie forsi trapassaranno le milliara de' millioni, ed in conseguenza il numero delle sperienze giungerebbe a un numero incomprensibile, e vado dubitando che l'esperimentatore, tanto cautelato e circonspetto come ricerca il nostro filosofo, si spaventarebbe: ed io per me, se fossi ridotto a tal termine, lasciarei senza invidia così largo campo di filosofare e fare esperienze al filosofo medesimo. Qui, se io ho da dire il vero di un mio pensiero, mi vado imaginando, che ritrovandosi questo galanthuomo avviluppato e confuso, nè potendo sfuggire nè scusarsi, habbia poi preso partito di confondere ed avviluppare ancora il conpagno in un mare di cose, acciochè così venisse a restare offuscato quel concetto che egli meritava che si facesse della sua filosofia.

Quanto poi a quell'ultima cautela, di fare l'esperienza alla presenza di uno che fosse dell'opinione contraria, dico che veramente sarebbe facile il farla, e quando non si trovassero altri si potrebbe fare alla presenza di questo gran filosofo; e se bene se li potrebbe giustamente opporre quella medesima eccezzione che egli oppone a noi, cioè che sibi applaudendo fosse per tenere salda la sua opinione che il bianco si riscaldi più del nero, in ogni modo mi rimetterei sempre alla sua sentenza, stimandolo per huomo ingenuo e di buona conscienza, ed essendo l'esperienza tanto manifesta che non si può negare in modo nessuno. Mi sarebbe però piacciuto più che la cautela fosse stata proposta del pari per una parte e per l'altra, cioè che si facesse alla presenza di una persona indifferente, non intendendo bene la ragione per la quale egli pretenda di essere più degno di fede dell'avversario.

Hora, per ritornare al filo dell'historia nostra, che forsi con troppo lunga digressione ho quasi smarrito, il filosofo, come ho detto, ci ridusse finalmente a mettere mano a' ferri, cioè alle più alte e sottili specolazioni della più recondita e profonda filosofia, ed assegnò la ragione di questa altra conclusione, cioè per qual cagione si riscalda più la parte nera che la bianca. Io confesso la mia insufficienza nell'intenderla bene e spiegarla, ma in sostanza mi pare che la ragione fosse assegnata molto buona e concludente, e fu questa: essere più calda la parte nera del matone che la bianca, perchè nella parte nera si ritrova più caldo che nella bianca; cosa che veramente mi quietò assai assai, restando maravigliato di così sottile modo di filosofare.

Questo è quanto sin hora è occorso con il sodetto filosofo. Ma dopo, aborrendo io d'entrare in quello gran pelago di quelle innumerabili ed a me assolutamente impossibili esperienze, mi sono contentato di abbracciarne quattro altre solamente, oltre alla sopramentovata, dalle quali forse se ne potrà cavare qualche probabilità di certo mio pensiero intorno a questa materia. Due di queste sono già state fatte da me, e farò le altre con la prima occasione che io habbia un poco di ozio e quiete.

La prima di queste quattro è, che io ho esposto il medesimo matone, tinto come sopra, al fuoco, e dopo, havendovelo lasciato stare per un poco di tempo con la faccia tinta verso il fuoco, lo levai; e mettendo una palma della mano sul bianco e l'altra sopra il nero, con qualche difficoltà ritrovai che era un poco poco più calda la parte nera che la bianca; ed havendo imparato a cautelarmi per non ingannare me stesso mihi applaudendo, chiamai uno di casa desinteressato, e di più fattolo chiudere gli occhi e stendere le palme delle mani gli applicai il matone, sì che una palma della mano toccava il bianco e l'altra il nero; ed interrogandolo da qual parte sentiva più caldo, ci fu bisogno di grande applicazione d'animo per fare il giudicio, ma finalmente giudicò che era un poco più calda la parte nera che la bianca. Qui io non vorrei che mi fosse imputato da qualche scropoloso l'essermi io servito di un testimonio che teneva gli occhi chiusi.

La seconda esperienza, fatta da me, per dirla forsi troppo alla grossa e semplicemente e senza molte cautele, fu che io esposi al sole il roverscio della faccia tinta del matone, e dopo un paio d'hore in circa havendo il caldo penetrata la crassizie del matone, ritrovai assolutamente, essersi riscaldato tanto il nero quanto il bianco, se però mihi applaudendo non mi sono ingannato e nell'una e nell'altra esperienza: perchè la verità è, che avanti che io facessi le sodette due esperienze, di già m'ero imaginato che la cosa dovesse riuscire come in fatti mi pare che riuscisse.

Due altre esperienze mi restano da fare, e poi prometto a V. S. di mandargli certo mio pensiero intorno a questo proposito, sottomettendolo alle sue correzzioni, da me stimate più che gli applausi di altri. Bacio le mani al Sig.r Peri, ed a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma fo riverenza.

 

Di Roma, il 9 d'Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotis.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

 

 

3540**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 12 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 41. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio P.ne Col.mo

 

Solevo sempre ricevere consolatione alla ricevuta delle sua lettere, ma in questa d'adesso, dactata de' 17 del passato, di S. S.a è seguito il contrario, e se la mi ha portato disgusto Dio lo sa, in havermi dato conto particolare della sua grave indispositione. Sì per affetto, sì per obligho, le conpatisco più che se fussino nella mia propia persona, riverendo lei al pari della propia vita. Altro non li posso dire per ogni consolatione, che la pacientia è virtù che viene a capo d'ogni cosa, e che insieme si degni di moderare il suo dispiacere per non dare consequentia al male, che potria maggiormente alla sua salute pregiudicare: al che Dio non piaccia, anzi spero quanto prima sentire il meglioramento delle sue tante indispositione e havere nuova del suo meglio stato.

Oltra li pieghi che S. S.a mi accenna havere ricevuto, spero che di poi altri gli ne saranno capitati, mandati sotto coperta del'Ill.mo S.r Cav.re Gondi([372]), e massime uno per il quale il gentilissimo S.re Diodati li dava conto come dalli SS.ri Stati d'Olanda era stato ricevuto con applauso generale l'invensione delle sua longitudine, e che finitene le prove ne poteva sperare honorata riconpenza di questa sua nobilissima fatica; intanto andavano preparando una catena d'oro in segnio di gratitudine, che, passandomi fra le mane, gli ne farò sicuramente havere.

Gusto ancora che le altre sua fatiche e studii si andassino stanpando; e oltra li sei fogli ricevuti ne haverà ricevuto altri: e come la puole credere, il S.r Diodati non lascerà l'inpresa, essendo troppo affectionato alle sua cose, e l'honora e riverisce conforme alli sua meriti, come faceva il povero S.r de Pereice buona memoria, che da tutti li virtuosi del regnio viene pianto, che tutti hanno fatto grave perdita, e tanto più, per quanto intendo, haveva cose nobilissime fra le mane per mettere sotto stampa, e adesso Dio sa come l'andrà. E facendoli con questo reverentia, con affetto li pregherò dal sommo Dio il colmo d'ogni sua prosperità e felicità.

 

Di Lione, questo dì 12 d'Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: [Al] molto Ill.e mio S.re e P.ne Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matt.co primo di S. A. S.

Firenze, in Arcetri.

 

 

 

3541*.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 15 agosto 1637.

 

Bibl. Palatina in Parma. Cod. HH. IX. 60. 191, pag. 118-148. – Copia di mano dello stesso Benedetto Castelli: cfr. l'informazione premessa al n.° 3539. Un'altra copia, di mano del sec. XVII, si ha nei Mss. Gal. della Bibl. Nazionale di Firenze, Discepoli, T. I, car. 149r.-165t., la quale porta il titolo: «Mattonata del Rev.mo P. Abate D. Benedetto Castelli, Monaco Cassinense»; e la lettera fu pubblicata (con la data erronea del «15 d'Agosto 1638») a pag. 57-79 dell'opera: Alcuni opuscoli filosofici del Padre Abbate D. Benedetto Castelli ecc., In Bologna, per Giacomo Monti, 1669. Così il codice della Collezione Galileiana come la stampa Bolognese offrono, a confronto dell'autografo Parmense, numerossime differenze più che altro formali, e anche alcune aggiunte sostanziali (mentre, per il contrario, mancano di alcun tratto che si legge nel codice di Parma); differenze e aggiunte che possono forse, in parte, rappresentare correzioni introdotte posteriormente dall'autore, ma che, in parte almeno, sono dovute ad arbitrii altrui, come, per quel che risguarda l'edizione Bolognese, lo stampatore stesso apertamente dichiara nella prefazione «a' lettori». Abbiamo esemplato la nostra edizione sul codice Parmense; e delle aggiunte importanti dell'altro codice e della stampa abbiamo tenuto conto appiè di pagina, trascrivendole dal codice Galileiano (che chiamiamo G), quando non erano della sola stampa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col. mo

 

Vengo calonniato di havere trattato con poco buon termine quel filosofo del quale scrissi a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma a' giorni passati([373]), ed in particolare quando l'introduco a rendere la ragione della conclusione vera, cioè che la parte nera del matone si riscaldava più che la parte bianca, la quale dissi che fu perchè nella parte nera si ritrovava più caldo che nella bianca. Qui in diffesa mia bastarebbe che io dicessi che il fatto mi fu rappresentato in quel modo, cioè che tale era stata la risposta di quel filosofo. Contuttociò spero che V. S., ed il filosofo stesso e qualsivoglia altro che vedrà quanto ho scritto in questa materia, conoscerà chiaramente che non solo non ho detto cosa di vilipendio e disprezzo suo, ma l'ho lodato nel migliore modo che ho saputo e potuto; anzi dico resolutamente che non credo che si potesse cominciare a filosofare intorno a quel quesito con più sodezza e chiarezza: ed io confesso che dovendo hora rappresentare a V. S. quanto mi è sovvenuto intorno a tale materia, non posso fare altro che caminare per le pedate medesime di quel filosofo; hor veda quanto sono lontano dal biasimarlo e vilipenderlo, mentre lo reputo degno d'essere imitato. È vero che io, per certo mio costume, non mi quieto in quella brevità rigorosa filosofica, che è solita risolvere i quesiti, ancorchè difficilissimi, con due o tre parole solamente; ma in sostanza intendo di caminare e battere la medesima strada a capello, aditatami e mostratami da quel filosofo: e tutto farò, narrando a V. S. quello che m'occorse pochi giorni sono con un figliuolino([374]) del Sig.r Marchese Martinenghi, di tenera età sì, ma di spirito e d'ingegno vivacissimo e curiosissimo.

Essendo questo fanciulletto venuto alle mie stanze per godere di una festa o procescione, che si faceva con grandissimo concorso di popolo avanti alla mia habitazione, e vedendo egli il matone tinto mezo nero e mezzo bianco, quale si abbattè essere posto sopra quella stessa finestra di dove si doveva vedere lo spettacolo della processione, con gran curiosità interrogò il suo aio e maestro, che si trovava presente, che cosa era quella e che cosa significava. Il maestro si voltò verso di me, ed io narrai al marchesino il fatto, cioè che se havesimo lasciato al sole quel matone per qualche spazio di tempo, si sarebbe riscaldata più una parte che l'altra, e soggionsi:

– Indovinate, Sig.r Marchese, quale si riscalda più, la nera overo la bianca. Ed egli, dopo essere stato un poco sopra di sè, accennò con la mano alla parte nera, e disse:

– Questa.

Io restai maravigliato, perchè m'ero abbattuto a fare simile interrogazione a molti e molti, e la maggiore parte persone provette e di buono giudicio, e in ogni modo quasi tutte erano state di parere che la parte bianca si sarebbe riscaldata più che la nera. Ma quel fanciullo, hora voltando gli occhi verso me, hora verso il suo maestro, mostrava curiosità grande di saperne la ragione: della quale curiosità io presi grandissimo gusto; e così, posto al sole quel matone, lo lasciassimo stare per un terzo d'hora e poco più, e poi glie lo feci toccare con le palme delle mani; e sentendo egli che la cosa caminava bene e conforme al suo pensiero, se ne compiacque assai. Ma non per questo si quietava, anzi interrogando il suo maestro ne ricercò con instanza la ragione; e quello, rivolto a me, disse che dovessi dargli qualche sodisfazione. Io ridendo risposi:

– Eh il Sig.r Marchese la sa benissimo; e che sia il vero, ce la dirà esquisitamente se noi l'andaremo interrogando.

E cominciai:

– Ditemi un poco, Sig.r Marchese: dove sentite voi più caldo, stando al sole overo stando all'ombra?

Ed egli sorridendo disse;

– Stando al sole.

Ed io:

– Pare a me che il nero si rassomiglii più all'ombra che alla luce: che ne dite, Sig.r Marchese?

Rispose:

– Ed a me ancora.

– Adunque, soggionsi, doverebbe il bianco essere più caldo del nero, contro quello che il fatto dimostra, e dichiara l'esperienza.

Qui restò tutto sospeso, e non rispose altro, ma, quasi chiedendo aiuto, voltava gli occhi verso il suo maestro. Ed io seguitai interrogandolo:

– Da qual parte viene più lume alli occhi di V. S., dalla parte nera o dalla bianca? Ed egli:

– Dalla parte bianca.

Ed io:

– Desidero sapere un'altra cosa, però mi risponda: Se noi sparassimo venticinque pistolettate con palle infuocate nella parte nera, e venticinque nella parte bianca, e di quelle sbarrate nella nera ne ritornassero indietro venti, ma di quelle che fossero sbarrate nella parte bianca ne ritornassero indietro solamente cinque, in qual parte sarebbero restate più palle infuocate, nella nera overo nella bianca? pensateci bene.

Ed egli, senza molto pensarci, francamente rispose:

– Nella bianca.

Ed io:

– Dove si sentirebbe più caldo?

– Nella bianca, disse.

Mi piacque fuori di modo la prontezza e vivacità di spirito, e soggionsi:

– Ma la verità è, Sig.r Marchese, che V. S. mi ha detto poco fa, che spargendosi egualmente il lume del sole sopra il nero e sopra il bianco, ritorna indietro alli occhi nostri più lume dal bianco che dal nero: non è così?

– Padre sì, rispose.

– E di più V. S. ha confessato che il lume del sole è caldo: non è egli vero?

– È verissimo, disse.

– Adunque, soggionsi io, non è da fare maraviglia nessuna, che essendo vero che nella parte nera sono restate maggiori moltitudini di palline calde che nella parte bianca, quando noi ci applichiamo le mani si senta maggiore caldo nella parte nera che nella parte bianca. Ed ecco che il Sig.r Marchese ha saputo rispondere esquisitamente.

Allhora quel fanciullo mostrò un'allegrezza grande di havere saputo così bene risolvere il quesito: ed io sospirai dal profondo del cuore, considerando che da una Casa tanto illustre della mia patria, anzi illustrissima, come è Casa Martinenga, che si può dire madre d'heroi, continovavano a uscire spiriti ed ingegni egregi e lucidissimi, ed in ogni modo, con essere poco applicati alle virtù, a' studii nobili ed alle operazioni honorate, ne seguivano tanti disordini; e deplorai da me stesso la miseria della patria mia, vedendo nelle stalle de' grandi educare poliedri e cavalli con grossissime spese ed acuratissime diligenze, ed all'incontro nelle case nobilissime con grandissima trascuragine allevarsi i figliuoli: dal che poi ne segue che si vedono continovamente scemare quelle ricche miniere di ferro nelle viscere delle nostre montagne, per adoperarlo a spargere il sangue de' proprii cittadini; ed a me tocca a piangere amaramente la morte violenta di tre miei fratelli carnali. Questo non dico già nella educazione del sopradetto fanciullo, poichè è stato dato in governo ad un sacerdote honoratissimo e conosciuto da me di lunga mano per persona di bontà insigne; e spero in Dio che si andarà continovando a mantenergli appresso huomini di garbo e valore, acciò possa riuscire pari a' suoi antenati ed avi, lumi splendentissimi non solo della città honorata di Brescia, ma di tutta l'Italia.

Da tutto questo progresso desidero che V. S. faccia la conseguenza, che io non ho scritto nell'altra mia con derisione la soluzione di quel filosofo, anzi vengo a sottoscrivermi alla sua sentenza e parere; e così pretendo di haverlo honorato, come farò sempre. Nè pretendo di guadagnarmi per questo appresso di lui grazia nessuna, perchè so che tale è l'obbligo mio, al quale se non sodisfacessi, sarei degno di biasimo([375]): come a punto accaderebbe, se io per disgrazia mi ritrovassi privo del naso, sarei ben mostrato a dito e biasimato da tutti; ma per havere il naso non ho mai ritrovato pur uno che mi habbia lodato di tale prerogativa. E tanto basti in mia diffesa.

Ma ritornando al proposito nostro, io considero che quando viene rappresentata all'intelletto nostro qualche insolita conclusione nella natura, subito si eccita in noi la maraviglia, ed indi nasce la curiosità di saperne la ragione, nè mai la mente nostra si quieta sino che con il discorso che ella va facendo, per altre ed altre conclusioni antecedenti note, e che come note non hanno del maraviglioso, si conduce finalmente a cascare con necessarie conseguenze in quella che prima ci era stata rappresentata con maraviglia; ed allhora non solo cessa affatto la maraviglia nostra, che la cosa stia in quel modo, ma ci sarebbe molto più maraviglioso se la caminasse d'altra maniera, diversa da quella che ci ha scoperto il nostro discorso. Di questo che io dico habbiamo tanti essempli chiarissimi quante sono le peregrine conclusioni dimostrate in geometria particolarmente, e ne addurrò una o due, non già per V. S., che so che intende benissimo questo mio pensiero, ma per altri in mano de' quali forsi potesse pervenire questa mia scrittura. Gran maraviglia sente uno principiante nelli studii di geometria, sentendo pronunziare la conclusione che i triangoli posti sopra la medesima base e fra le stesse paralelle sono sempre fra loro eguali, overo quando sente che nel triangolo rettangolo il quadrato del lato opposto all'angolo retto è eguale ai quadrati dei lati che contengono l'angolo retto; ma quando poi, mediante il progresso demostrativo, si conclude ciò essere verissimo, non solo cessa la maraviglia nostra, ma ci sarebbe molto più maraviglioso se la verità fosse in contrario, cioè che i triangoli posti sopra la stessa base e fra le medesime paralelle fossero ineguali: e così sarebbe a noi, dopo la dimostrazione, maraviglia grandissima, se il quadrato del lato opposto all'angolo retto, nel triangolo rettangolo, fosse maggiore o minore dei quadrati dei lati che contengono l'angolo retto. E in tal modo allhora pare che l'intelletto nostro si quieti, quando gionge, per dir così, ad evacuare affatto quella maraviglia che prima ci haveva ingombrata la fantasia. E tutto questo ci succede felicemente nel progresso del nostro discorso: cominciando da una cosa che non ci è maravigliosa, anzi l'habbiamo per notissima e chiarissima, trapassiamo ad un'altra che parimente, essendo vera e conosciuta per vera, non ha del maraviglioso; e da questa ad un'altra ed un'altra, pure ammesse senza stupore; e con queste e con altre, bisognando, finalmente caschiamo nella nostra conclusione, la quale conosciuta cessa affatto in noi la maraviglia.

Hora, applicando tutto questo al proposito nostro, dico che si doveressimo contentare di quanto si è detto di sopra per bocca di quel fanciullo. Imperochè, ordinando tutto il discorso prima col metodo risolutivo e poi compositivo, diremo che: Tinta che sarà la metà di una faccia di un matone di nero e l'altra metà di bianco, ed esposto al lume del sole per un'hora in circa, la metà tinta di nero si sentirà più calda che quella tinta di bianco: perchè? Perchè nella parte nera saranno più calidi che nella parte bianca (che fu a punto la risposta del nostro filosofo). Ma perchè sono più calidi nella parte nera che nella bianca? Perchè il lume del sole è caldo, e più lume di sole resta nella parte nera che nella bianca. Perchè resta più lume di sole nella parte nera che nella bianca? Perchè è manifesto che dal bianco si riflette più lume che dal nero. E così havendo risoluta la nostra conclusione ignota in questa manifesta, di novo ordinaremo il metodo compositivo, cominciando da questo principio noto, in simile forma: Essendo dunque verissimo e chiarissimo che il lume del sole si sparge egualmente sopra la faccia del matone, tanto nella parte nera quanto nella parte bianca, ed essendo vero che maggiore copia di lume e splendore si riflette dal bianco che dal nero, adunque necessariamente resta, per dir così, sepolta maggiore quantità di lume nella parte nera che nella bianca; e perchè i lumi sono calidi, adunque nella parte nera sono restati più calidi che nella bianca, e però si sente più calda la parte nera che la bianca; adunque, tinta che sarà la metà di una faccia di un matone di nero e l'altra metà di bianco, ed esposto al sole per un'hora in circa, ne seguirà che la parte nera si riscaldarà più che la bianca: che era quello che si doveva dimostrare e che prima ci muoveva la maraviglia, la quale resta totalmente evacuata; e però non habbiamo occasione di cercare d'avantaggio intorno a questo particolare, essendo la sodetta nostra dimostrazione stata dedotta da proposizioni e principii notissimi.

Ma se altri desiderasse tuttavia ancora di più sapere le ragioni di questi altri quesiti, cioè perchè il lume produca il caldo, e perchè il bianco rifletta e ribatta più lume che il nero, qui prima io direi che queste due proposizioni sono state passate communemente e senza difficoltà per vere, nè mai da nessuno è stata ricercata la cagione di tali effetti, anzi tutti concordemente le hanno riceute per vere e note. Imperochè, interrogato chi si sia se il lume del sole riscalda, subito e senza difficoltà risponderà affirmativamente; parimente, interrogato da qual parte viene più lume alli occhi nostri, dal nero overo dal bianco, risolutamente risponderà che viene più lume dal bianco che dal nero([376]). E quando pure curiosamente fosse ricercata più a dentro ancora la ragione di questo, cioè perchè il bianco habbia questa proprietà di riflettere più il lume che il nero, e perchè il lume habbia questa condizione di riscaldare, risponderei di havere grandissimo dubio di entrare in una impresa difficilissima, e che forsi ci potrebbe riuscire impossibile uscirne felicemente: e voglio dichiarare in che cosa consista principalmente la mia difficoltà, con essempli geometrici.

Io reputo assolutamente impossibile dimostrare una proprietà o passione di un soggetto del quale prima non sia stabilita e supposta la sua diffinizione. E chi vorrà o potrà mai dimostrare proprietà nessuna dell'isoscele, dell'ortogonio, dell'ambligonio o dell'oxigonio, se prima non haverà fermato in che cosa consista l'essere isoscele, ortogonio, etc.? E così dico, che volendo al presente dimostrare proprietà del caldo, del lume, del nero e del bianco, sarà necessario stabilire prima le loro diffinizioni, e sapere in che cosa consista la natura del caldo, la natura del lume, del nero e del bianco; cose tutte difficilissime da investigare, e reputate alla mia debolezza assolutamente inscrutabili. E qui liberamente mi confesso di queste cose ignorantissimo, e più volentieri pagarei il maestro che essere riconosciuto dal discepolo.

Di più osservo, che quando mi fosse proposto un problema geometrico, il quale fosse stato da qualche perito geometra risoluto, come, per essemplo, se uno mi proponesse, essere stato fatto un quadrato eguale a una parabola, e fossi interrogato del modo che quello havesse tenuto per risolvere il problema, io non potrei rispondere altro che: Non lo so. Questo so bene, che se havesse osservato quello che c'insegna Archimede, in qual si voglia dei due modi che egli adopra, all'hora si sarebbe ottenuto l'intento; overamente, se havesse tenuta la strada inventata da V. Sig.ria, haverebbe parimente risoluto il problema medesimo ingegnosamente; overo, se havesse imitato il nostro mirabile Fra Bonaventura Cavalieri, haverebbe ancora ridotta a perfezzione quella operazione; e tutto potrei stabilire geometricamente e demostrativamente: ma perchè i modi di risolvere quello e gli altri quesiti sono moltissimi e forsi infiniti, io verrei a restare perplesso e dubioso, quale di quelli fosse stato eletto per la risoluzione. E nel medesimo modo, havendo noi il nostro quesito per le mani, come il lume riscalda e come nel nero sia restata sepolta, per così dire, maggiore moltitudine di lumi e di calidi che nel bianco, mi pare che non possiamo rispondere altro (se vogliamo rispondere bene) che un sincerissimo: Nescio. Forsi potremo arrivare a qualche cognizione, con supporre, prima, qualche notizia delle nature e condizioni necessarie delle nominate cose, caldo, lume, nero, e bianco, e poi andarsi avvanzando con il discorso a poco a poco al ricercato quesito.

Ma prima di fare questo, stimo bene che noi ci ritiriamo alla osservazione e contemplazione che io dissi di havere fatta nella mia passata lettera([377]) a V. S. Dissi dunque, che havendo io esposta la faccia tinta del matone al fuoco nostro ordinario di legna, dopo havercelo lasciato stare poco più d'un quarto d'hora, ritrovai che il caldo si era impresso quasi egualmente nella parte nera come nella bianca, cioè con pochissimo vantaggio di calore nella parte nera, talmente che la differenza era quasi insensibile. E di più dissi di havere osservato, che esponendo al lume del sole il roverscio della faccia tinta del matone, dopo havere il caldo penetrata la crascizie del matone, tanto si era riscaldata la parte bianca quanto la nera. E finalmente io ho osservato, che riscaldando al calore del fuoco senza lume la medesima faccia tinta, si veniva a riscaldare egualmente la parte nera e la bianca. I quali effetti mi paiono degni d'essere molto bene considerati, vedendosi una segnalatissima differenza tra il calore del fuoco senza lume, ed il calore che procede dal lume senza il fuoco, ed il calore che procede parte dal fuoco e parte dal lume. Imperò che noi vediamo che il calore che procede dal lume solo, riscalda notabilissimamente più il nero che il bianco (caeteris paribus); e per il contrario, il calore del fuoco solo senza lume riscalda egualmente il bianco ed il nero; ma il calore che depende dal fuoco con il lume del fuoco riscalda con qualche poco di vantaggio più il nero che il bianco. Dalla diligente osservazione di queste cose, e per molti altri riscontri nella natura, habbiamo una gran differenza nell'operare di questi caldi, a' quali per dargli qualche nome, chiamaremo calidi luminosi semplicemente quelli che vengono prodotti dal lume solamente, a differenza di quelli che vengono prodotti dal fuoco solamente senza il lume, quali chiamaremo calidi fuocosi, e calidi misti chiamaremo quelli che dependono parte dal lume e parte dal fuoco.

In oltre metto in considerazione un'altra grandissima differenza tra la luce ed il calore: la quale è, che la velocità della luce è d'infinito intervallo superiore alla velocità del fuoco, come che quella arriva al sommo grado di velocità, e forsi si fa in instanti, e questa si fa in tempo; quella risiede nell'ultima divisione e partizione, e questa risiede assolutamente nei corpi di quantità ancora divisibile in minor mole. La luce, se si ridurremo a contemplare la sua finezza, ritrovaremo che non è possibile che possa mai, con un suo minimo, urtare in corpi nè in particelle corporee che siino minori di lei; ma bene il calore del fuoco può incontrare minuzie di corpi molto minori delle parti che fanno il calore del fuoco. E per tanto da queste e da altre condizioni, che si osservano in queste cose, inclino grandemente a pensare che la luce, sottilissima, velocissima, penetrantissima, operi, si sparga e si diffonda per spazii e tratti immensi con esquisitissimi modi; e di più direi che non possa mai intravenire che una delle minuzie della luce urti in due, tre o più delli altri corpuscoli, ancorchè minutissimi, della natura; e parimente penso che non sarà mai possibile ritrovare intervalli, per minimi che e' siano, per i quali non entri la luce, come quella che è assai più minuta di essi.

Hora, se noi supporremo per vere tutte queste cose (intorno alle quali veramente non nego che siano grandissime e forsi inesplicabili difficoltà), mi pare che segua che data una di queste nostre superficie sensibili di questi nostri corpi sensibili, la quale fosse un aggregato di altri minutissimi filamenti, eretti per gran parte di loro alla volta della luce, sarebbe necessario, prima, che la luce entrasse per quelli spazii, ancorchè angustissimi; e ferendo nei lati o bande di quelli filamenti eretti, e dovendo riflettere con le regole inviolabili della riflessione, cioè ad angoli eguali a quelli delle incidenze, ne seguirebbe che pochissime e forsi talvolta nessuna potesse ritornare indietro verso quelle parti dalle quali viene quella luce: e in tal modo la luce verrebbe a rimanere come sepolta, per dir così, in quella superficie sensibile, quale poi ci si rappresentarebbe alli occhi nostri con pochissimo lume, e in tal modo verrebbe a renderci quell'apparenza che noi chiamiamo negrezza.

Di questo che io dico ne habbiamo un essemplo veramente assai rozzo e grosso, il quale però ci può sollevare non poco all'apprensione delle sottigliezze così brevemente accennate. L'essemplo è tale: se sarà presa una quantità di seta tinta di nero, e di quella sarà tessuta una pezza di raso overo di ermesino, ed un'altra di velluto, non è dubio che esposte al medesimo lume tanto il velluto quanto l'ermesino, ci apparirà assai più oscuro il velluto che l'ermesino ed il raso; anzi se il raso e l'ermesino medesimo sarà sparsamente trinciato con taglii, come sogliono usare i sarti nei vestiti, e poi sfrangiati e sfrappati i medesimi taglii, senza dubio tali trinciature appariranno negrissime, ed assai più oscure che il campo rimanente del drappo: e tutto questo non per altro, se non perchè nel velluto e nelle trinciature habbiamo quei filamenti della seta eretti alla volta del lume, il quale, entrando tra filo e filo e percuotendo nelle faccie e bande dei medesimi fili, e dovendo riflettere ad angoli eguali a quelli delle incidenze, viene necessitato a riflettere verso le parti interne del drappo; e così poco ne risalta e ribatte alla volta delli occhi nostri, e ci apparisce oscuro e nero.

Quanto si è detto, sia detto così alla grossa, per apprendere le più alte e sottili maniere di lavorare della natura. E forsi non sarebbe inutile a questa contemplazione, se noi, per approssimarsi più al vero, intendessimo che la cosa, quanto spetta alla negrezza di questo inchiostro con il quale sono scritti questi caratteri, fosse fatta di filamenti tanto minori, in proporzione di quelli de' quali è composta la superficie del velluto, quanto i filamenti del velluto sono minori delle grossissime colonne del Panteon; e se tanto non bastasse, si potrebbero intendere minori in centuplicata e millecuplicata proporzione, e più e più se più bisognasse. Io dubito che darò nel ridicolo con queste tanto sottili sottigliezze. Forsi non sarò ridicolo a quelli che hanno fatto il gusto a molto maggiori minuzie e sottigliezze, come sono quelle che adopra la natura per farci una linea incommensurabile di lunghezza ad un'altra, e più quelle minuzie quando la medesima natura ce la rende incommensurabile ancora di potenza, e finalmente quelle altre, incomprensibilmente minori di queste, le quali sono bene maggiori del niente sì, ma restano minori di qualsivoglia cosa imaginabile da noi.

Ma tornando al proposito nostro, voglio, per maggiore dichiarazione di questo pensiero, esplicarmi ancora con un poco di disegno. Intendinsi due piani AB, CD, nelli quali caschi dalle parti B e D un raggio solo EF, per minor confusione (che poi da questo solo s'intenderà il medesimo delle infinite moltitudini delli altri), e caschi nel piano AB in F, il quale, dovendo riflettere con angolo eguale a quello dell'incidenza, rifletterà, ver. gr., in G nell'altro piano CD, e d'indi risaltarà in H, poi in I, e di lì in L, etc.; di modo che non ritrovarà strada di uscire, anzi li converrà restare sepolto fra gli detti due piani. Hora, se noi a questo pensiero pronunziato da me forsi troppo temerariamente e rozzamente, aggiongeremo quello che V. S. con esquisita, sottile ed altissima maniera discorre della natura del caldo nel suo Saggiatore([378]), mi pare che haveremo assai probabile ragione di dire che i lumi, come velocissimi in altissimo grado, possono ancora in assai veloci muovimenti e spezzamenti eccitare quelle particelle che compongono i sodetti piani, e per conseguenza produrre il calore; il quale calore assolutamente non intendo, come ben dice V. S., che si faccia con altro che col transito de' corpi, sì che non intendo che il lume per sè stesso produca il caldo in altro modo.

Dico dunque, che con qualche congruenza e probabilità possiamo assegnare la diffinizione di quella qualità da noi comunemente chiamata negrezza, e dire che non sia altro che una superficie a guisa di uno artificiosissimo sepolcro di lume, talmente disposta che i lumi che la feriscono habbino sempre i loro tratti, corsi e muovimenti verso le parti interne dopo essa superficie, ed ivi restino nel modo dichiarato sepolti: e per il contrario diremo, il bianco essere una superficie talmente disposta che i lumi che la feriscono habbino da risaltare la maggior parte, se non tutti, verso le parti esterne([379]). E che questo sia probabilmente detto, pare che se n'habbia assai buono riscontro dal vedere noi, che macinate che siano in polvere finissima molte pietre colorate, subito si vestono di bianco; ed i coralli rossi, dopo essere stati macinati, si fanno bianchi, perdendo quasi affatto il loro primiero colore.

Hora, venendo più d'appresso alla soluzione del nostro quesito, direi, stanti le sodette cose, che la parte nera del matone si riscalda più che la bianca al lume del sole, imperochè, agitandosi e ribattendo il lume dentro al nero, muove in gran copia quelli corpuscoli che compongono quella parte, e così eccitano il calore; cosa che non possono così facilmente fare i lumi nel bianco, dal quale vengono ripercossi verso le parti esterne per le ragioni già spiegate, e però non commuovono in tanta copia le particelle e corpuscoli componenti quella parte. E qui notisi, che con lasciare per longo spazio di tempo ancora il bianco al lume del sole, finalmente ancora esso bianco concepisce il calore, dovendosi muovere finalmente ancora le sue parti e produrre il calore.

Di qui possiamo ancora, nel secondo loco, risolvere il dubio, per che causa, esposto al fuoco il bianco ed il nero, il riscaldamento si fa quasi eguale e nel nero e nel bianco, con quel poco e quasi insensibile vantaggio di calore nel nero. E la ragione si può dire che sia, imperò che, quanto alla parte del calore che proviene dal fuoco, quel caldo fuocoso viene ad essere eguale nel nero e nel bianco, non essendo tanto sottile il calido fuocoso quanto il calido luminoso, ed in conseguenza non potendo fare quei scherzi e giochi così finiti e regolati come fa il calido luminoso: ma quanto al caldo luminoso, ci resta il vantaggio nel nero, nel quale quel poco di lume che si sparge dal fuoco opera quello di più che nel bianco; e così ne nasce quel calido misto, il quale poi nella parte nera è un poco maggiore che nella bianca.

E di qui, nel terzo loco, si rende la ragione, perchè quando si espone il roverscio della faccia tinta del matone al lume del sole, in tal caso la parte nera e la bianca si riscaldano egualmente. Il quale effetto diremo che segue, perchè quella parte esposta al sole, essendo tutta della medesima tinta, conviene che in quella sua prima pelle, tocca da' raggi solari, si riscaldi egualmente, e quella, riscaldata, riscalda la seguente, non già più con il caldo luminoso, essendo essa totalmente immersa nelle tenebre tra la prima pelle del matone ed il rimanente del medesimo, ma viene a riscaldarla con quello calore che ha di già concepito; e così questa seconda riscalda la terza, e quella la seguente, e così di mano in mano, sin tanto che, essendo riscaldata tutta la crassizie del matone, si arriva a quella ultima superficie, tinta mezza nera e mezza bianca, la quale necessariamente poi si deve riscaldare egualmente, per essere riscaldata senz'il calido luminoso.

([380])E se noi ricercaremo quello che seguire doverebbe quando, essendo prima stato riscaldato un pavimento (o sia stato riscaldato dal sole overo dal fuoco), li applicassimo il matone in modo che la parte tinta combaciasse il pavimento, direi che dalle cose dette di sopra si deduce che il riscaldamento si farà eguale nella parte nera e nella bianca.

Voglio di più avvertire, che havendo io preso un cristallo di Vinezia pulito e trasparente, lo tinsi d'inchiostro in una metà di una sua faccia, e l'altra metà lasciai nel suo essere di trasparenza, e l'esposi al sole, prima con la faccia tinta verso il sole, poi con l'altra faccia, ed in pochissimo tempo sempre ritrovai che si riscaldava notabilmente più quella parte del cristallo che era tinta di nero, che la rimanente: i quali effetti hanno prontissima la cagione con i nostri sopra spiegati principii. Imperò che, quando si espone al sole la faccia tinta del cristallo, i raggi solari, che percuotono nell'inchiostro, non riflettendo, operano e cagionano il calore, come habbiamo dichiarato; ma quelli che feriscono il rimanente del cristallo trasparente, ancorchè non riflettino, tuttavia trapassano il cristallo senza trattenervisi dentro, e così non lo riscaldano. E parimente quando si rivolta al sole la faccia dello stesso cristallo che non è tinta, i raggi del sole in tal caso trapassano tutta la crassizie del cristallo; ma quelli che arrivano all'inchiostro, lavorano come prima, e riscaldata quella crosta d'inchiostro riscaldano poi ancora il cristallo; la quale operazione non può essere essercitata da quei raggi che, ferendo nella rimanente porzione di cristallo trasparente, non vengono trattenuti ed agitati.

Non devo tralasciare di notare (e sarà in loco del sesto problema), che non solamente il nero ed il bianco mostrano questa diversità nel riscaldarsi al lume del sole, ma segue il medesimo, se bene non con tanta differenza, in tutti gli altri colori; e tutto depende dalla medesima ragione, dovendosi riscaldare meno quella parte che sarà colorata di colore che rifletterà maggiore copia di lume, e più quella che rifletterà minore vividezza di splendore([381]).

Dalle cose dette di sopra, nel settimo loco, non sarà forsi difficile risolvere altri quesiti che occorrono in questa materia del caldo: come sarebbe, per che cagione sotto lo stesso clima si ritrovarà tal volta un paese che sarà più caldo ordinariamente di un altro; potendosi dire, che ciò può nascere non solo dalla diversità delle materie, vedendo noi che diverse materie si riscaldano molto diversamente, ma ancora possiamo, con le ragioni di sopra spiegate, dire che ciò depende dalla varietà delle tinte delle medesime materie, già che si vede che di mano in mano che i colori sono più oscuri, riflettono meno il lume, e però maggiore copia in loro ne resta, e però si eccita in loro maggiore vehemenza di calore.

Questa ancora si potrà stimare potente cagione, o almeno concagione, di rendere habitabile e temperata in molte sue parti la zona torrida, stimata inhabitabile dalli antichi nostri, la quale in fatti si ritrova da' moderni assai commodamente habitata.

Parimente non deve essere maraviglioso che la medesima sorte di herbe o piante e frutti naschino di diversi sapori e virtù, traportati e nodriti in diverse parti della superficie terrena; la qual cosa si osserva assai evidentemente nelle diversità delle viti e dei vini. E non è dubbio, che potendosi nelle stesse campagne eccitare gran varietà di calori per le ragioni assegnate, si doveranno ancora in gran parte variare i vigori e sapori de' frutti e delle piante.

Moltissime altre soluzioni di altri dubii dependono dalla medesima ragione, come sarebbe di donde nasce la negrezza del carbone, della fuligine, del farsi negre molte cose esposte al lume del sole, del farsi prima nere tutte le cose combustibili, avanti che in quelle il fuoco si accenda. E forsi chi più internamente andarà filosofando, potrà assegnare la ragione, perchè esposti diversi corpi simili ed eguali di figure, ma di diverse materie, concepiscono grandissime differenze di calore; e così di molti altri effetti potrà investigare le ragioni da questa medesima considerazione, la quale intendo di havere proposta dubitativamente, e non affirmativamente e resolutamente, prontissimo a mutarmi d'opinione a più efficaci ragioni. E qui prego V. S. molto Ill.re, se si compiacerà fare reflessione a questa mia lettera, che mi favorisca ancora di correggere ed emendare quello che li paresse lontano dal vero, perchè, come dissi nella passata mia lettera([382]), mi saranno sempre più care le correzzioni sue che gli applausi di altri, mentre che da questi non fo acquisto d'altro che di un vanissimo fumo di lode, e da quelle guadagno tesori reali di verità([383]).

Hora, per fine e sigillo di tutta questa mia qual si sia considerazione, li voglio raccontare un pensiero che io feci a' giorni passati, mentre mi ritrovavo involto in qualche travaglio per le cose mie ed interessi particolari, ed anco publici della mia Religione; il qual pensiero mi fu di grandissimo sollevamento e conforto.

Per sollevarmi dunque da quelle noiose fantasie, esposi un giorno, come ero solito di fare spesso, il matone tinto al sole, per prendermi ancora gusto di quella esperienza ed applicare intanto il mio pensiero a quello strano effetto della natura: e così di una cosa in un'altra trapassando, considerai che havendo esposto al sole quel matone a fin che me lo riscaldasse conforme al solito, subito la virtù solare senza dimora si era applicata a farmi il favore con tutta la sua forza, mandando da ciaschedun punto del disco del sole in ciaschedun punto del matone i raggi suoi luminosi; e notai che il tutto operava come se non havesse da fare nessuna altra cosa nel mondo, e vedevo ed intendevo molto bene che gli altri innumerabili immensi e maravigliosi negozii del sole e della sua virtù non erano di nessuno impedimento alla illuminazione e riscaldamento del matone, a segno tale che nè per essere occupato il sole in riscaldare ed illuminare tanti altri corpi nell'universo, nè per havere da vestire le campagne di herbe e piante, nè per coprire i monti di folti boschi e selve, nè per far nascere tante sorti di animali e in mare e in terra e in aria, non per questo veniva punto impedita quella veramente segnalata operazione che il sole faceva in grazia mia intorno a quel matone: e andai tanto avanti in questa fantasia, che quasi precipitai, non avvedendomi, in volere scusare l'empietà di quelli antichi che havevano adorata la grandezza della potenza ed il maestoso modo di operare del sole. Ma subito fermatomi saldamente, ed accortomi del mio errore e detestando cotale empietà, venni in ferma credenza e deliberazione, che molto maggiore e molto più stolta, empia ed essecranda sceleragine era stata quella di coloro che si erano ridotti a tanta bassezza, viltà ed ignoranza, che havevano adorato per Dio un altro huomo semplice, tanto debole e tanto vile, che occupandosi ancora intorno a minime cose (quasi l'ho detto) veniva impedito dal farne non solo delle maggiori, ma ancora delle minori; e così conclusi che infinito ed immenso era l'obligo nostro di adorare solamente l'onnipotenza, la sapienza, la prudenza, la giustizia, la misericordia e la previdenza infinita di Dio, la quale egualmente si applica alle cose grandissime ed alle piccolissime, nè mai intraviene che una delle sue operazioni, per minima che ella sia, venghi impedita dalle altre, applicandosi a tutte e a ciascheduna con tutta la Sua efficienza, per condurla a quel grado di perfezzione che è già ab aeterno nel Suo altissimo decreto, e questo opera in ciascheduna cosa come se non havesse da fare altro: e mi venne in mente l'accuratissima providenza e la profonda sapienza di Dio, applicata egualmente alle cose minime ed alle massime, a segno tale che si applica per sino a numerarci i capelli del nostro capo: Omnes capilli capitis vostri numerati sunt, dice Dio stesso; la quale numerazione, benchè sia intorno a una cosa minima, siamo forzati a confessare che sia fatta tanto perfettamente e tanto esattamente e con la medesima esquisitezza, come fa quell'altra numerazione stupenda e maravigliosa quando numerat multitudinem stellarum et omnibus eis nomina vocat. E così internandomi in questa contemplazione, mi parve estrema pazzia la nostra quando pensiamo e si affatichiamo affannosamente di condurre le nostre cose a migliori fini e termini di quello che la Maestà divina conduce con la Sua somma sapienza e previdenza. Viviamo dunque quieti e consolati, e rendiamo di continovo sagrificii di lode alla Sua infinita misericordia, omnem solicitudinem nostram proiicientes in Eum, quia Ipsi est cura de nobis.

E fo riverenza a V. S., e bacio le mani al Padre Francesco delle Scole Pie([384]) e a tutti cotesti Signori cari.

 

Roma, li 15 d'Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill. ed Ecc.ma

 

Devotiss. ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli, Ab.te di Praglia.

 

 

 

3542*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 15 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 320. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Il R.mo Padre D. Girolamo Spinelli mi manda in questo punto la lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 8, ma non l'ho veduto per potere ricevere informatione del negotio del P. R.mo Abbate Benedetto Castelli([385]), di cui V. S. mi scrive con tanto affetto. In una parola farò tutto quello da me può provenire. Mi pare raccordarmi di questo virtuosissimo Padre, che l'anno della stella nuova diede una facetissima fischiata a' Peripatetici in lingua pavana([386]). Io l'ho sempre amato: ma basta; V. S. comanda.

Senta V. S. un'historia. Il P. M.ro Paolo di gloriosa memoria hebbe un'infirmità gravissima, in quella un abborrimento al cibo, che sebene lo ricchiedeva, come se li presentava alla bocca, lo abominava in estremo. Mai li medici vi trovarono rimedio. Venne a visitarlo Francesco Contarini, ch'era stato Bailo a Costantinopoli e morì Doge di Venetia: narrò, che occorsoli caso simile nel suo bailaggio, un Turco li fece prendere un matone, o pietra cotta, e scaldata quanto potesse sopportare, involta la faceva applicare alle sole de' piedi. Facessimo l'istesso al P. Maestro: fosse overo il male al periodo o altro, li giovò assai. Le ricette di mastro Grillo alle volte sono migliori che quelle di Galeno.

Risponderò più fondatamente alle sue, parlato c'haverò col R.mo Abbate Spinelli. Tra tanto assicuro V. S. che sono tutto suo, e pregandoli sanità le bacio di cuore le mani.

 

Ven.a, 15 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3543**.

 

GIOVANNI REIJUSK a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 15 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 318. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.re mio Oss.mo

 

De Padova me fu mandato dal S.re Deweert([387]) la grattissima sua di primo stante. D'essa vedo che la mia([388]) l'era pervenuto senza saper da chi era stato mandata, che l'indrissemmo di qui sotto coperta del S.re Depositario Cerra([389]). Però giudico sarà meglio V. S. indrissi mie lettere in Firenza al S.re Giorgio Eberz, che sicuramente me perverano, come farà questa a V. S., che li invio queste altre dal S.re mio ger[m...] Reale([390]). V. S. se ne servi, e mi comandi in quello vaglio in suo servitio. Con che fine gli baccio le mani.

 

Di Ven.a, adì 15 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re

Gio. Keijusk.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, in

Arcetri.

 

 

 

3544*.

 

GIROLAMO SPINELLI a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 15 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 321. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

 

Ricevo la lettera di V. S. Ecc.ma con quel gusto, et la leggo con quella tenerezza, che si conviene alla sincerità et candore dell'antica amicitia nostra, stabilita sopra fondamento delle virtù sempre amabili e sempre care.

Intendo lo stato di poco buona salute, che mi muove alle lagrime in riguardo della eterna prosperità che si doverebbe alla virtù et al merito di un suo pari. Ma in fatti noi siamo huomini, et ci conviene acquetarsi alla disposition divina in tutte le cose.

La scusa che fa V. S. Ecc.ma per il silentio tenuto sarebbe una espressa accusa contro di me, mentre la sicurezza del nostro reciproco affetto, che non ha bisogno di testimoni scritti, non ci assicurasse da ogni colpa.

La occlusa al P. M. Fulgentio la consegnarò domani, et procurerò di servire il nostro carissimo P. Abb.e Castelli, ancor che il negotio patisca grandissime durezze, come facilmente intenderà V. S. Ecc.ma dal sopradetto M. Fulgentio([391]). Comunque si sia, a me basterà di servir l'amico nella maniera affettuosa ch'io devo, et nel rimanente render gratie a lei, che con questa lettera mi ha porta occasione di significarle lo stato mio buono, per la Dio gratia, et attestarle la continuatione della mia divotissima et obligatissima volontà verso di lei, già che dell'amor suo verso di me io non ho mai potuto dubitare. Non mancherò per fine di pregare et far pregar Dio benedetto che conceda la pristina salute e tranquilità a V. S. Ecc.ma, alla quale io bacio cordialmente e teneramente la mano.

 

Di Venetia, li 15 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

 

 

 

3545.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 18 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 324. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Compatisco grandemente l'infirmità di V. S. Ecc.ma e deploro vehementemente l'infortunio di molti miei amici e padroni, tra' quali ella tiene il primo luogo, poichè, per maggiormente accrescersi i miei travagli, cagionati e dalla mia infermità continua e da quello che tante volte li ho scritto, non ne sento se non cattive nuove, o di infirmità corporale, o di disgusti, che mi fanno credere o che le stelle habbino congiurato contro di noi, o che il Fattore di quelle ci vogli per questa via tenere staccati dalle cose di questo mondo, sopra le quali veramente poco fondamento si può fare. Se niun huomo sa comportarsi nelle afflittioni, credo lo saprà far lei, che tanto intende e tanto sa. Dolce cosa veramente saria il vivere, se non se ne pagasse così grand'usura di continui travagli e dolori, massime a chi si ritrova come lei in quella età che per sè sola porta titolo d'infirmità. Tuttavia parmi che da una vita penosa se ne cavi questo vantaggio, di incontrare con maggior corraggio la morte, peritissima medica delle nostre infirmità e certissimo fine de' presenti travagli. Discorro seco in questa guisa per procacciare a me stesso ancora qualche consolatione, che mi trovo forsi in peggiore stato di lei, attesa la qualità del tempo nel quale anch'io, privo dell'uso de' piedi, sono fatto vecchio in gioventù, e mezo vivente nel miglior corso della vita mia. Consolisi dunque meco, e speri che Chi più di noi intende e vede i nostri bisogni, soccorrerà a quelli in modo da noi non penetrato, quando l'amore verso di Lui ce lo faci meritare.

Non si prenda altra briga del libro([392]), poichè volendone ne procurerò altrove, e per hora non mi bisogna più che tanto. Cerchi di ricupera[rsi] meglio che può, nè si scordi di me, che l'amo e riverisco come mi[o] singolare padrone, maestro e padre, e mi dia qualche consolatione con qualche aviso di ricuperata sanità, come da Iddio li desidero. Con che li baccio affettuosamente le mani, salutando il Sig.r Dino.

 

Di Bologna, alli 18 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze,

ad Arcetri.

 

 

 

3546*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

[Parigi], 18 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 79t.-80r. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, che premette l'indicazione: «E. D. 18 Agosto 1637».

 

Quanto alla stampa dell'opere sue in un volume, promessale dal Sig. Carcavi([393]), non avendo esso Signore dopo molti andamenti potuto concluder cosa alcuna con la maggior parte di quelli stampatori co' quali ha trattato, e persistendo tuttavia in questa medesima volontà di procurar detta stampa, mi ha pregato di scriverne in Olanda; si che ne ho scritto 8 giorni fa agl'Elsevirii, con dire loro, per ordine del Sig. Carcavi, che se si sgomentassero per la spesa, scrivendomi sopra ciò la loro intenzione, si vedrà di sodisfarli. Del resto le dirò che il pensiero di esso Sig. Carcavi, conforme all'opinione della maggior parte de' dotti, sarebbe di farle stampar non tradotte in latino, ma italiane, come sono state composte da lei (e così ne ho scritto agl'Elsevirii), essendo egualmente ammirata la sua dottrina e viva chiarezza de' suoi concetti, la qual si crede non poter esser espressa per qualsivoglia traduzione: sopra che piacerà a V. S. dirmene la sua volontà.

 

 

 

3547*.

 

GALILEO a [ELIA DIODATI in Parigi].

[Arcetri], 22 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 86t. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, che premette quest'indicazione: «G. G. 22 Agosto 1637».

 

Piacemi sentir che si sia dato principio all'intaglio delle figure delle macchie solari, per venire alla stampa dell'opere. Delle quali V. S. mi domanda l'Uso del Compasso Geometrico, ma non se ne trovan più già son molti anni, e due o tre che sono in mano d'amici miei, non se ne vogliono in conto alcuno privare; anzi ultimamente bisognò farne fare una copia manuscritta per l'Ill.mo Sig. Conte di Noailles, dal quale si potrà averla sinchè se ne fabbrichi costà la stampa. Si va continuando la traduzion latina del resto delle mie opere, e già ci è quella delle cose che galleggiano e quella delle macchie solari, et ora si va lavorando sopra il Saggiatore, con speranza che tali traduzioni siano per riuscire intelligibili e chiare non meno delle mie volgari.

 

 

 

3548*.

 

GALILEO a LORENZO REALIO [in Amsterdam].

[Arcetri], 22 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 87r. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, che promette queste parole: «G. G. 22 Agosto 1637. Al Sig. Realio tra altre cose così scrive:». Lo stesso capitolo, con varianti di forma insignificanti, si legge, pur di mano del Viviani, a car. 82r., del medesimo codice.

 

Ho anco deliberato di mandar il mio medesimo telescopio, più squisito di quanti ne siano fin ora stati fabbricati, col quale ho scoperte tutte le maraviglie celesti, del quale avevo fatto donazione post mortem al Ser.o G. D. mio Signore([394]); ma significando a S. A. S. come mi ero obbligato a mandarne uno agli Ill.mi e Potentissimi Stati, me l'ha benignamente ridonato; et io, come quello che, avendo perso l'occhio buono, non era più per adoperarlo, volentieri lo colloco in mano di cotesti Ill.mi e Potentissimi Signori, li quali supplicherò poi a suo tempo che voglino farne fare buona custodia, se non per altro almeno per esser stato lo scopritore di tante novità nel cielo, con grandissimo accrescimento della nobile scienza astronomica.

 

 

 

3549.

 

ALESSANDRO MARSILI a GALILEO in Arcetri.

Siena, 23 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 326. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Eccl.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

 

Do parte a V. S. Eccl.ma con questa mia come dal Ser.mo Granduca son stato honorato della gratia della condotta di Pisa con stipendio di scudi secento. Questo honore mentre lo riconosco quasi affatto dalla cortese protezione di V. S. Eccl.ma, anco vengo a confessargliene una somma obbligatione, desiderando che quanto da lei mi viengono augumentati i debiti con nuove gratie, altrettanto si voglia compiacere essercitare la mia devota servitù con li suoi comandamenti.

Spero, rinfrescandosi, esser a riverirla di persona ed a ricevere quelle instrutioni ed avvertimenti che mi può dare e la prudenza ed il cortese affetto del mio Sig.r Galileo; ed affettuosamente li bacio le mani.

 

Di Siena, il 23 Agosto 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma

Aff.mo ed Obbl.mo Ser.re

Alesandro Marsili.

 

 

 

3550**.

 

LATTANZIO MAGIOTTI a GALILEO [in Arcetri].

[Firenze], 31 agosto 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 328. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

 

Ho inteso quanto m'ha referito il R.do P.re F. Francesco([395]), e giudico bene che V. S. Ecc.ma s'astenga da questo latte di mandorle, poichè lo stomaco suo non lo digerisce. Potrà far la sera in quel cambio bollire un poco di lattuga nella sua minestrina, e non volendo la lattuga, mangiar solo la minestra; benchè potrà anche talvolta mangiar la lattuga doppo cena, cotta nel brodo, com'è detto.

Intanto io lodo che alle volte V. S. Ecc.ma si bagni le mani et i piedi con l'infrascritta lavanda, doppo cena; e potrà anche bagnarsene un tantino la gola, le tempie e le narici del naso.

Piglinsi:

di lattuga,

 

una manciatina per sorte;

di foglie di viole mammole,

 

capi di papaveri acciaccati n.° tre o quattro.

Si bolla il tutto in sufficiente quantità d'acqua rosa, fin che l'herbe paiono cotte; poi si coli e sprema; et alla colatura s'aggiunga:

vin bianco buono, la quarta parte e manco; cioè a una libbra di detta colatura s'aggiunga due oncie e mezo di vino, per servirsene nè freddo nè caldo, doppo cena.

Con tal fine prego a V. S. Ecc.ma ogni contento, e li bacio la mano.

 

Di casa, il dì 31 d'Agosto 1637.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo Ser.re

Lattantio Magiotti Sanleolini.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r Galileo Galileo,

Sig.r mio Col.mo

In propria mano.

 

 

 

3551.

 

BENEDETTO GUERRINI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 2 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 330. – Autografa.

 

Molt'Ill.e S.r mio Osser.

 

Il Ser.o Padrone desidera sapere se V. S. sia in grado da poter discorrere, che questa sera al tardi facilmente saria da lei. E con questo le bacio le mani.

 

Di Pitti, li 2 di Sett.re 1637.

Di V. S. molt'Ill.e

Oblig. Ser.

Bened. Guerr.i

 

Fuori: Al molt'Ill.e S.r mio Oss.

Il Sig.r Galileo Galilei.

In sua mano.

 

 

 

3552**.

 

ALESSANDRO NINCI a GALILEO [in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 2 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 163. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Poichè non posso venire a reverire V. S. innanzi la Natività della Madonna, rispondo in tanto alla sua cortesissima lettera delli 30 del passato, che se bene io non ho mai dimostrato con gl'effetti quanto io sia tenuto a V. S., ciò non è proceduto e non procede dalla poca cognizione, ma dalle poche forze e dalla pocha attitudine a corrispondere con un solo per mille de' segnalati favori e benefizii che da lei ho riceuto io e tutta la casa mia: però non occorre che lei sia tanto circonspetta in comandarmi, che, oltre all'obligo e desiderio che io tengo di servirla, reputo onore singularissimo il potermi impiegare in qualsivoglia cosa di suo servizio.

Quanto prima manderò la catasta, sì come mando acluso il conto di quanto ho speso per V. S., eccettuate però l'ultime fascine, acciò che da quello possa intendere il prezo di ciascheduna cosa, sì come mi accenna d'aver gusto. Arei caro di sapere se il numero dell'altre fascine riscontri, per aggiustarmi con queste ultime, se il vetturale n'avessi fatte pagare più che non n'ha portate.

Rendo a V. S. quelle maggiori grazie che io posso del vino di Siena, quale goderò per amor suo; mentre co 'l fine, pregando Dio che restauri la sua sanità, gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 2 Settembre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3553*.

 

ALESSANDRO NINCI a GALILEO [in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 3 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice al Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 164. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Ricevo la gratissima lettera di V. S. con parte del regalo fattoli dal Ser.mo Gran Duca, nel quale riconosco la sua soprabondante cortesia e la mia scarseza, poichè quanto più segnalatamente vengo onorato, più ammutisco, nè so trovar parole da ringratiarla; massimo che V. S. mi dà anche intenzione di volermi adoperare in fare una copia della traduzione delle sue opere, il che ascriverrò a favore singularissimo, e non potevo sentire nuova più grata: e assicurisi però V. S. che io pretenderò che s'accresca molto all'infinità de gl'oblighi con che gli sono tenuto, se da lei sarò fatto degno di servirla in questo particulare, come in ogni altra cosa dove io sia buono.

Riscontrerò con più agio il conto, che per ora mi pare che stia bene; mentre co 'l fine, pregando Dio che in V. S. resarcisca i danni della malattia, con sincero affetto la riverisco.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 3 Settembre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3554.

 

MARTINO ORTENSIO a ELIA DIODATI [in Parigi].

Amsterdam, 5 settembre 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 448-449, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Amsterdam, 5 Settembre 1637.

 

Saepissime iam testatus sum, Vir Nobilissime et Excellentissime, nunquam per me stare, quominus negotium Domini Galilaei promoveatur; ad eoque etiam nunc culpa omni careo, quod tanto tempore ad tuas et Galilaeanas non sit responsum. Nob. Realius in Comitiis Hagae Comitis totos caniculares, in summis et difficillimis Reipublicae nogotiis, contrivit; inde domum reversus, ne sic quidem, ob domestica et alia impedimenta, rescriptioni vacare sat commode potuit. Nolui autem ego solus rescribere, antequam ipse responsum dedisset ad Illustrissimum Grotium, ob causas quasdam non contemnendas. Scias autem, Domine, negotium hoc (ut et quodvis aliud), inter tot capita et in tanto sententiarum dissensu, haud posse in hac Republica tam facile aut tam cito expediri ac res quidem videtur postulare. De itinere meo nihil adhuc actum, et forte nihil agetur, cum videam Nobilem Realium penitus desperare: ait, nescire se qua ratione id ab Illustrissimis Ordinibus aut Magistratu nostro impetrari posset; idque etiam Illustrissimo Grotio iam significasset, nisi infortunium aliud, mors nempe filiolae ex peste, domo eum summa cum confusione, ob gravidam uxorem aliaque incommoda, expulisset. Nudius tertius id factum, et cum hesterna die literas tuas ei traderem, neque animum neque occasionem habuit eas legendi aut tibi atque Illustrissimo Grotio respondendi. Ubi paululum sedata fuerit haec tempestas, urgebo ut votis vestris satisfaciat.

Petis iudicium meum de iis quae continentur in Nobilissimi Galilaei literis. Quid dicam, mi Deodate? Vereor, ut omnia in mari ita succedant, quemadmodum a Nobilissimo viro proponuntur. In observatione Iovialium summa requiritur instrumentorum quies; an autem machina, in qua collocandum censet observatorem, eam praestitura sit, valde dubito, cum agitatio maris magni admodum variabilis et inconstans deprehendatur, navemque non uniformi motu, sed quassando et volvendo, propellat. Mensuratorem temporis, quem proponit, non existimo ullum in mari locum invenire posse, aut certum usum praestare. Nam etsi demus, motum eius esse uniformem et constantem, quia tamen requiritur aliud immobile super quod volvatur, fieri non potest quin eius motus aliquantum varietur, si quando cum observatore in machina collocatur, ob continuam navis agitationem, quae dum machinam in aequilibrio sistit, aliquando mensuratoris motum aut impedit aut adiuvat. Praeterea in ipsa terra non existimo usum eius omnino esse infallibilem, nisi libere pendeat et eius vibrationes per continuam inspectionem numerentur. Nam si, ad vitandum hoc taedium, usurpetur rotula dentata et seta quae a mensuratore pulsetur, concedendum videtur setam magis minusve vibrationibus resistere, prout lentae aut veloces sunt, adeoque motum, qui in vibratione libera et simplici uniformis et constans est, non nihil perturbare et inaequalem reddere. Circa telescopia non iam tantam reperio difficultatem, et expecto ab auctore luculentam istius, quo usus fuit, explicationem; quoniam intelligo, litteras meas, quas per amicum Venetiis ad eum dederam([396]), salvas in ipsius manus pervenisse([397]).

Doleo sane ex animo optimi senis casum, et metuo ne prorsus intercidant quae circa motus Iovialium per tot annos observavit. Verum quid agam? Sperabo meliorem eventum, quem illi animitus voveo: si quid autem sequius ei accidat, licet summo cum maerore (ut in necessariis fieri convenit) patienter feram. Utinam tabulas motuum Iovialium ante alia omnia transmisisset! non haereremus in hoc luto. Nam quod metuis, ne quid in posterum in tanto negotio, a nobis oscitanter neglectum, sero poenitendum supersit, frustra est: nulla enim unquam negligentia mihi poterit imputari, qui negotium pro virili semper promovi, efr in futurum etiam promovebo. Quominus autem omnia ex voto vestro non succedant, aliae causae sunt, quas iam non scribo.

Illustrissimum Grotium meo nomine (quaeso) plurimum salutabis, omniaque officia mea eius Excellentiae offeres; teque ex animo valere ac gaudere cupio.

 

 

 

3555*.

 

COSTANTINO HUYGENS a RENATO DESCARTES [in Leida].

Breda, 8 settembre 1637.

 

Bibl. dell'Accademia delle Scienze d'Amsterdam. Mss. XLIX, Lettres françoises de Constantin Huygens, T. I, pag. 759. – Copia di mano sincrona.

 

.... J'ai veu autrefois ce que Guido Ubaldo([398]) en a escrit et depuis Galilaeo, traduit par le P. Mersenne([399]); mais l'un et l'autre a pen de satisfaction, en imaginant que ces gens-la ne font qu'envelopper de superfluités obscures en deux ou trois positions, n'y ayant rien, à mon avis, qui se tienne d'une si claire et necessaire [facon?]....

 

 

 

3556*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 12 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 332. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, S.r Col.mo

 

Mi favorì l'Ecc.mo Sig.r  Dino([400]) della nova del miglioramento di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, che mi fu la più cara e bramata che potessi ricevere. Spero nel divino aiuto che sarà continuato. Io però ne aspetto un segno con una sottoscrittione di sua mano, della quale ho necessità valermi per la sua pensioncella: imperò che da Roma non ha mancata la solita carità di scrivere che fosse morta, il che anco qui m'ha fatto ricercare da molti se era vero. In questo presaggio di vita, ho havuto il contento di sentire che tutti li virtuosi si rallegrano che la fama sia stata falsa, e che quando piacerà a Dio che sia vera, si dirà essere persa la fenice degl'ingegni. E certo ha gran partiali che le desiderano vita, sanità e forze di operare.

Mi vado ogni dì più accorgendo che il sistema Tolemaico va cadendo; ma li professori si maravigliano di sè stessi, com'habbino mai potuto aggiustarvisi. Ecco il frutto di chi crede potere comandare anco alli pensieri.

Prego Dio che conceda a V. S. Ecc.ma perfetta sanità e le bacio le mani.

 

Ven.a, 12 Settembre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3557.

 

BENEDETTO CASTELLI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.

Roma, 12 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 87. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho riceuta la lettera di V. S. molto Ill.re nella quale mi da nova del stato del Sig.r Galileo suo Sig.r Padre e mio caro Signore. Lodato Dio d'ogni Sua grazia che ci fa, e di conservarlo e di haverlo consolato col mezzo di quella gran visita del Ser.mo Gran Duca([401]). Altri lodino S. A. Ser.ma della grandezza sua e potenza; io lo reputo degno di mille corone regali, per la carità usata verso il Sig.r Galileo. Ho sentito infinito gusto di questo avviso, e ne ringrazio V. S. che me l'ha dato. Quanto all'opere mie, non ho potuto fare cosa alcuna. È vero che non manco ogni mattina nel santissimo sagrificio della Messa pregare S. Divina Maestà che lo consoli e che l'aiuti, e che lo faccia partecipe della Sua santa grazia.

Starò attendendo quanto passa dell'occhiale o vetro([402]) con desiderio, perchè il padrone mi mortifica continovamente, a segno che li ho promesso i trenta scudi del mio, quando non se ne faccia essito in Firenze. E non occorrendomi altro, la prego a fare riverenza cara al Sig.r Galileo in nome mio; ed a V. S. bacio le mani, ricordandomeli devoto e antico servitore.

 

Roma, il 12 di 7bre 1637.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Vinc.o Gal.i

Devotiss.o Ser.re

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Vincenzo Galilei.

Firenze.

 

 

 

3558*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

[Parigi], 15 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 80r. – Copia di mano di Vincenzio Viviani, In capo alla quale il Viviani annota: «E. D. 15 7° 1637. Risposta alla de' 22 Agosto del Galileo([403])». A car. 82r.-t. dello stesso codice si ha un'altra copia, pur di mano del Viviani, di questo stesso capitolo di lettera.

 

Circa la lettera che V. S. mi ha mandata per il Sig. Realio, ho da dirle che mi son trovato sorpreso vedendo che assolutamente e senza riserva alcuna V. S. gli promette di mandar a gl'Ill.mi SS.ri Stati il suo caro e senza pari telescopio([404]), parendomi che in questo V. S. si faccia un gran torto et a S. A. S., a cui sola et a' suoi posteri con ragione, doppo la morte di V. S., legittimamente spetta, come insegna e trofeo dello scoprimento delle nuove Stelle e della sublimazione in cielo dell'augusto nome Mediceo, per restare in perpetuità appeso, come reliquia sacra collocata da lei, nel tesoro ducale con gloria eterna della sua memoria. Onde non averei voluto che V. S. molt'Ill.e, per desiderio di promuovere il suo negozio co' detti SS.ri, contravvenisse ad una giustizia tanto evidente, valendosi senza necessità della pronta benignità di S. A. a dispensarnela, etc.

 

 

 

3559*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 15 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 165. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Pensavo di venire domattina a congratularmi con V. S. di quel miglioramento che lei mi avisa nella sua cortesissima lettera; ma perchè m'avegho che ancora mi bisogna procrastinare, suplisco in tanto con la presente, augurandoli felice progresso nello sgravio del male e resarcimento delle forze, di che pregho Dio che mi faccia verace augure, come io ne sono ansioso aspettatore.

Rimando tre fogli della mia copia([405]), con altr'e tanti de' dodici che ho riceuto, acciò V. S. mi facci avertire se v'è cosa di che io possa e sappia emendarmi, perchè il desiderio ardentissimo che havevo di servirla in questo particulare, come in ogn'altra cosa, s'è multiplicato in infinito, dal diletto che io trovo in questo esercizio.

Ho riscontrato la nota delle spese, che con l'ultime mandate delle fascine, che io non avevo scritte, sta benissimo, eccettuato però che V. S. ha scritto sotto dì 7 d'Agosto un paio di pollastre che non si dovevono registrare, come nè anche questi pochi uccelletti che il mio fratello prese ieri e gli manda a V. S. Mando aclusa la medesima nota([406]) di V. S., dove ho aggiunto quanto ho speso sino al presente giorno, e messo il prezo di ciascheduna cosa. Fra tanto di nuovo riverisco V. S. con sincero affetto, pregandoli dal Cielo intera prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 15 7bre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3560**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 16 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 43. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne mio Col.mo

 

La gita passata per alcune mie occupasione non possetti rispondere alla gentilissima lettera di V. S. molto Ill.e de' 22 scorso: lo faccio adesso, dicendoli che il pieghetto([407]), statomi da lei tanto e tanto raccomandato, ho inviato al S.r Diodati a suo destinato viaggio; e spero che presto ne vedrà la dovuta risposta([408]), che capitandomi gli ne manderò senza altro.

Sì come la morte del'Ill.mo e Ecc.mo S.r di Perese ha cauusato in lei 2 contrari effetti, conceptione dello spirito di S. S.a, ha fatto l'istesso effetto in me sudetta sua, havendomi causato un cordoglio grandissimo in sentire la perdita che ha fatto di un occhio e la descrisione fattami del suo stato, che non li posso negare che non mi habbia tocchato fino nel profondo delle vicere. La maggiore consolasione che ho havuto è di vederla rimessa nella voluntà de Dio (scopo principale di tutte le nostre actione), e di vedere che lei medesima si consola con la sua propria generosità d'animo, effetti e segni del suo solito valore; e spero nel Signore Dio d'haverne presto a sentire il sollevamento. L'altro effetto causato in me, e di contento grandissimo, è di vedere che tutto va secondo il suo desiderio, cioè la stampa del suo ultimo Dialogo la rinpresione di tutte le sua opere in un solo volume, e il negotio delle longitudine con li SS.i Stati d'Olanda, quale va benissimo.

Capitandomi quella collana([409]) nelle mane, esequirò quanto la mi comanda, ben che la considerasione che ha di rimandarla non è de grande sustantia, essendo lei conosciuta per tutto il mondo; si sa chi l'è e l'esperientie fatte della sua persona; l'inimici sua sono contretti di confessarlo, buono o malgrado che habbino: ma solo S. S.a vuole mostrare troppa pontualità, e io sempre l'ubidirò. Intanto li faccio reverentia, pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 16 di Sett.e 1637.

Di V. S. molto Ill.e

S. Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e mio S.re Oss.mo

Il S.re Galileo Galilei, Matt.co primo di S. A. S.

In Firenze, in Arcetri.

 

 

 

3561**.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 20 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 334. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Il latore della presente è il Sig.r Bordelot([410]), medico del Sig.r Conte di Novaille, carissimo al detto Signore per il suo valore, e però mio particolare Padrone. Venendo in Firenze, desidera fare riverenza a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e m'ha pregato che io l'accompagni con questa mia, raccomandandoglielo caramente. Io l'ho voluto servire, perchè è gentilhuomo che merita, e son sicuro che ella lo favorirà e per la sua solita cortesia e per la mia raccomandazione. Se ne ritorna in Francia e vederà il Sig.r Conte, al quale portarà volentieri nova di V. S., e sarà cosa gratissima al Sig.r Conte intendere del suo stato. E non occorrendomi altro, li fo riverenza.

 

Di Roma, il 20 di 7bre 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3562*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 20 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 171. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

La gratissima lettera di V. S. delli 18 stante m'è pervenuta in questo punto, che sono circa due ore di notte, onde non ho tempo di fare l'ultima diligenza per poter venire domattina. In risposta dico come non mancherò di procurare che V. S. resti servita delle cotogne; e quanto alla scrittura([411]), avendo inteso che lei gradisce([412]) e s'appaga della mia buona volontà e risguarda più l'affetto che l'opera mia, seguiterò con molto mio gusto.

Mando a V. S. quella poca preda che oggi ha fatto il mio uccellatore, e rimando la sua fiasca piena di vino, non già simile a quello mandatomi da lei, ma pure potrà servire per far meglio conoscere la perfezione del suo; mentre io co 'l fine, desiderosissimo di servire V. S., gli faccio debita reverenza.

Da S.ta Maria a Campoli, 20 Settembre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3563**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 21 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 172. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Dirò a V. S. con questa mia la ricevuta della sua de' 26 passato insieme il pieghetto che la mi raccomandò per il S.r de Valavez([413]), fratello del S.r de Perese b. m., il quale gli ne mandai subito ad Aix, dove al presente si ritrova, e presto tengho che ne doverà vedere la risposta. La gita passata li mandai ancora una lettera del S.r Elia Diodati; spero la doverà havere ricevuta. Esso Signore mi dà conto che le sua opere si vanno tirando avanti alla galiarda in Olanda; e già più persone le stanno aspettando con devosione, di che ne ricevvo gusto particolare, come ancora havendo presentito che andava alquanto megliorando del suo male; e presto spero sentire che haverà ricuperato intera sanità. E con questo li faccio reverentia, pregandoli da N. S. il colmo d'ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 31([414]) di Sett.e 1637.

Di V. S. molto Ill.e

 

 

In questo punto vengho di ricevere un piccolo pieghetto del S.r Diodati, quale viene qui annesso. E di quore li bacio le mani.

 

 

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3564**.

 

BENEDETTO CASTELLI o GALILEO [in Arcetri].

Roma, 26 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 45. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ricevo la lettera di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, nella quale mi avvisa che l'occhiale è capitato in mano al Ser.mo Padrone Gran Duca nostro. Io sento mortificazione di non havere mandata cosa che habbia merito di comparire avanti S. A. Ser.ma, ma spero che quello che non ho fatto con questo farò con altri, e forsi presto. Per l'ordinario che viene mandarò i due corti, che credo saranno di gusto.

Il Sig.r Dino Peri mi scrive di quel pittore([415]) francese che dipinge la luna. Io qui sono necessitato a scrivere a V. S. le mie miserie. Non essendo mai stato assoluto dal voto della povertà, non ho potuto mantenere questo pittore come haverei desiderato; e però non ho altro da mandare che le incluse bozze, fatte con gran scommodo, e non con tempi continovati, come sarebbe stato necessario. Ma la verità è che questo giovane mi pare il caso per fare questo servizio, essendomi riuscito molto meglio di tutti quelli che ho provati in simile impresa. Questo è il medesimo che ha servito quel Monsù di Peyres francese([416]), che ha fatto intagliare in rame i disegni che si diceva che erano tanto maravigliosi, i quali però non sono ancora comparsi in Roma. Ma il nostro mi dice che il mio occhiale è molto meglio di quello di Monsù di Peyres, e che li dà l'animo di fare meglio assai ancora di queste bozze, che mando a V. S., acciò, se li pare bene, le dia al Sig.r Dino, per mostrarle al Ser.mo Gran Duca. Io credo che si potrebbe disporre questo pittore a venire a Firenze, quando fosse per servire a S. A. Ser.ma: per quanto l'ho pratticato, è bonissimo figliuolo, ed è per stare tutta la notte con pacienza a lavorare. Ha fatti alcuni paesetti, che non sono di esquisita maniera, ma mostrano che egli ha buon gusto. È giovane, ed ha cominciato a dipingere solo da cinque anni in qua.

Prego poi V. S. a raccomandarmi caramente al Sig.r Dino, al quale non scrivo perchè non ho tempo, e lo supplico che in nome mio faccia humilissima e profondissima riverenza a S. A. Ser.ma e li ricordi che li vivo devotissimo e fedelissimo servitore. Resto poi troppo honorato da V. S. molto Ill.re per la approvazione che si compiace([417]) fare di quella mia scritturetta([418]). Deve sapere che quel buon filosofo tutto quest'anno nei suoi scritti di filosofia ha dato del dente contro la dottrina di V. S., e però io ho abbracciata volentieri la briga di pettinarlo con questa burla, la quale è stata historia vera. Ho ritoccata in alcune cosettine la medesima scrittura, e però spero mandargliene una copia corretta in breve; e spero che haverò presto un poco di moneta, che farò venire vetri da Napoli che saranno di sodisfazione, e gli ne darò parte. Con questo li fo riverenza, e rendo grazie a Dio benedetto che li conceda miglioramento di sanità, come Lo prego sempre.

 

Roma, il 26 di 7bre 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Galilei.

 

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3565*.

 

GIO. GIACOMO PORRO a [GALILEO in Arcetri].

Monaco, 26 settembre 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 98. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r e P.ron Oss.mo

 

Il Sig.r Alberto([419]) suo nipote se ne viene a questa volta, havendo ottenuta la licenza di star fuori per alcuni mesi, havendo anco havuto una anticipata d'un quartale per il viaggio suo; ond'io ho essortato il detto Sig.e suo nipote a non perder l'occasione d'avanzarsi nella virtù per quanto potrà, poichè à buonissimo ingegno e farà riuscita sì nel violino quanto nella tiorba. Ma io pregho V. S. quanto so e posso a farlo studiar d'arpa doppia, con occasione che costì si ritrova il Sig.r Fabio Landi Romano, molt'eccellente virtuoso di tal istromento, perchè queste Maestà e Altezze si dilettano molto di sentir a sonar solo d'arpa, viola bastarda e violino. Oggi giorno in queste corti il leuto non è di molta stima, da cent'anni in qua. Il fondamento però di tutte queste virtù è il contraponto, con il quale si riducono a perfettione tutti questi studii; ond'io credo ch'il Sig.r Alberto non perderà questa sì buona occasione di farsi perfetto.

Se di qua potrò servir V. S. e lui insieme, mi comandi, che prontissimamente la servirò. Se ci vorrà prolunghamento del tempo di star fuori, degnisi V. S. scriver doi righe al'Ill.mo Sig. Stalmastro([420]) nostro, che gliele presentarò io medesimo e solleciterò il bisogno. Con che fine gli faccio riverenza.

 

Monaco, li 26 7bre 1637.

Di V. S. molt'Ill.re

Aff.mo Ser.re

Gio. Giacomo Porro.

 

 

 

3566*.

 

GIUSTO WIFFELDICH a GALILEO in Firenze.

Venezia, 26 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 476. – Autografa. Alla lettera facciamo seguire il «biglietto» degli Elzeviri, che li Wiffeldich mandava incluso e che anche presentemente è allegato (car.47a): esso è della stessa mano della lettera che pubblichiamo sotto il n.° 3569.

 

Molt'Illustre Sig.r et Pat.ne Oss.mo

 

Il Sig.r Elzevir([421]) mi scrive che debba scrivere a V.a Sig.a Ill.ma et informarvi si il libro vostro, quale loro stampano, sia diviso in più di quatro Giornate et in quante Giornate l'havete partito. Loro hanno comminciato la terza Giornata al trattato De motu locali, et dicono non trovar la quinta Giornata, si la non è avanti l'Appendice; et di più desiderano saper si V.a Sig.a Ill.ma ha mandato tuta la copia, et pregano d'esser avisati quanto prima, altramente bisogna che aspettino con la stampa: et di più pregono che non faciate tante abbreviature nel vostro originale. Et acciò vedeate quello che scrivino, li mando qui incluso il biglietto mandatomi da loro. Aspetto subito la risposta, acciò possa rispondere al Sig.r Elzevir. Et facendoli humilissima reverenza, prego Iddio che la conservi per molti anni, et li bacio le mani.

 

Di V.a Sig.a Ill.ma

Promt.mo Servitore

Giusto Wiffeldich Fiamengo, fattor della libraria del Jonta.

 

Da Ven.a, alli 26 di 7brio 1637.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r et Pat.ne mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galileo, mathematico celeberrimo, in

C

ito

Fiorenza.

ito.

 

Memorie pour S.r Galileo de Galileis.

 

Pour demander si illia plus de Giornates que quatre et en combien de Gornates les a divide. Nous avons divide le 3me Jornate a De motu locali. Nous ne trouvons poinct le 5me Jornate, si il ne doit pas estre devant l'Appendice. Et quil nous face scavoir si nous avons toute la copie. Quil nous face ceci scavoir parfaictement cito cito, parceque nous attendrons aultrement, et quil ne face pas tant des abreviatures en sa copie.

 

 

 

3567**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 28 settembre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 336. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Ricevo il favore che V. S. mi fa delle zatte e delle simiane, e tanto più vivamente ne la ringrazio, quanto, in riguardo del grand'asciuttore che corre, è veramente regalo desiderabilissimo.

Ho sentito con straordinario gusto il suo buon stato di salute, e rimango continuamente pregando Dio che glie la continovi, con ogni più vera contentezza. E perchè pretendo di sodisfare al mio debito anche quest'anno in servirla del vino, la prego ad accennarmi di qual sorte maggiormente si sodisfaccia, giachè io non ho altra ambitione che d'incontrare il suo gusto; e V. S. sa che può meco trattar senza cerimonie, mentre io le vivo il più sincero e divoto servitore che ell'habbia, e le bacio con ogn'affetto le mani.

 

Siena, 28 Sett.e 1637.

Di V. S. molto Ill.re

Devot. Ser.

A. Ar.o di Siena.

 

 

 

3568.

 

MARTINO ORTENSIO ad ELIA DIODATI in Parigi.

Amsterdam, 1° ottobre 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 449-450, dell'edizione Fiorentina citata nell'informazione premessa al n.° 1201. – Questa lettera si legge anche a pag. 53-54 del Liber secundus de conspiciliis ecc., Hagae-Comitum, ex typographia Adriani Vlacq, M.DC.LV, citato nell'informazione premessa al n.° 3521.

 

Amplissime Domine,

 

Vide, quaeso, ex literis D. Galilaei, quam necesse sit me ipsum adire et praesentem convenire, ad promovendam([422]) rem istam incomparabilem. Ego perfectionem inventi eius attonitus legi, et miratus sum; neque telescopium tam perfectum usque hactenus visum neque auditum fuit, quale Galilaeus promittit. Etiam hoc solum meretur ut Italiam petam quam ocissime. Hinc enim non solum longitudinum scientia aperietur([423]) navigantibus Oceanum, sed etiam magna perfectio in studiis geographicis et astronomicis. Vides etiam venerandum senem prae senio non satis aptum recolligendis observationibus suis, multis numero et tamen necessariis et utilissimis. Et utinam hoc fieri possit, me iuvante, ante mortem Galilaei! Haec occasio, quae nobis datur, magnum et illustre aliquid promittit et producet([424]), etiamsi ad navigationis usum nihil conferret. Ego tibi rei literariae publicam utilitatem et posteritatis laudem summopere commendo et meipsum, ut inter promotores rei tam mirandae immiscear non ultimus nec inglorius.

 

Amsterodami, ipsis Kalendis Octobris anno MDCXXXVII.

Martinus Hortensius.([425])

 

 

 

3569**.

 

BONAVENTURA ed ABRAMO ELZEVIER a [GALILEO in Arcetri].

Leida, 5 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 49. – Originale.

 

Excellentissime et Clarissime Domine Galilaee,

 

Praemissa humanissima salutatione, scire te volumus in Dialogis tuis nos ad calcem aspirare, in quibus extremam hanc, quam heic expressam mittimus, figuram([426]), praeter explicationem eius, nihil sequitur; quae, abrupta quasi praeter legentium spem, opinionem gignere possit nonnullis, librum esse imperfectum. Hac in praesumptione evitanda quum et operis commendationi et typographis nonnihil interesse videatur, tali fini extremam addere manum citra autoris consilium noluimus, si fortasse aliquis epilogus vel conclusio, seu praesens scriptum commendans seu etiam in futurum cuiuspiam aliius faciens spem, formam nostrae editionis perficere possit.

Quod titulum cum praefatione vel dedicatione concernit, ut ea, quidquid erit, prima occasione sine mora ad nos perveniant oportet. Summatim quidquid nos scire et habere referet, hac vice expediendum erit.

Postrema verba haec sunt: Et demonstratum est, md ad no esse ut frustum ad, conum au: constat ergo, hanc eamdem rationem habere etiam in ad no. Quare patet propositum([427]).

Atque hisce vale.

 

Leidae, ox officina nostra, 5 Octob. 1637 Greg.

Tuae Excellentiae

Amantissimi

B. et A. Elsevier.

 

 

 

3570*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 6 ottobre 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 141. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r, S.r mio P.ron Col.mo

 

Invio a V. S. li miei due Gigli([428]), pur hora finiti di stampare, non già per darle occasione di affaticarvi su la vista, ma per puro segno di mia osservanza et acciò si pregino d'haver havuto luogo nel suo museo. Resterò non di meno molto favorito se mi honorerà di farsene talhora leggere qualche particella. Et per fine, pregandole dal Cielo quanto desidera, le bacio con affetto le mani.

 

Bologna, 6 Ottobre 1637.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Divot.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r, S.r P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

Con un ligassetto

seg.to

 

 

 

3571**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 6 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 338. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

S'è. imbottato il solito vino d'anno, e subito che a lei paia l'indirizzerò a cotesta volta; ma ne voglio il suo cenno per non far qualche errore. Io non vuo' scemar le some, perchè a lei auguro sanità da potergnene raddoppiare; ed essendo la vendemmia andata senza pioggia, V. S. prepari vasi e luogo che non dia occasione di rinforzare.

Quel mellone smisurato arrivò un po' fatto, ma non dimeno riuscì benissimo. E perchè il regalo mi venne in mattina ch'havevo due Giesuiti a desinar meco, per pospasto li lessi il libretto di che V. S. mi favorì costì in Firenze, e li prometto che non sapevan che dirsi.

Per scordanza, non resi a V. S. i baciamani del S.r Marsilii. Ma non venendo la Corte a Siena, sarà egli in breve a baciar a V. S. le mani costà. Vorrei che mi potesse dare buone nuove della salute di V. S., se non quale da Dio le prego, almeno megliori di quando io la veddi ultimamente. E con baciarle con ogni affetto le mani, le confermo che ella non ha di me il più vero e parziale servitore.

 

Siena, 6 Ott.e 1637.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Devot. Ser.

A. Ar. di Siena.

 

 

 

3572.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 10 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 50. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ieri il Segretario dell'Ecc.mo Sig.r Ambasciatore di Toscana mi portò 30 scudi per l'occhiale([429]), i quali, così povero come sono, presi mal volentieri, e mi sarebbe stato più caro che il Ser. Gran Duca si fosse compiacciuto ritenersi l'occhiale, quale di già io havevo pagato. Mando a V. S. i due vetri per essitargli, ed uno per V. S.: il prezzo di due è di scudi 18; il terzo, a elezzione sua, lo riceverà in dono, quando habbia da servire per lei. A me pare che quello che è contrasegnato Pal. 5, Palmi romani 5, on. 10, mediocre, con una croce , sia il meglio di tutti tre; però V. S. si ritenga quello che più li piace, e mandi il prezzo delli altri due quanto prima, acciò io possa sodisfare in Napoli per altri vetri.

Io crederei che fosse servizio di S. Al. Ser.ma, che io havessi un centinaro di scudi in mano per potere far lavorare in Napoli a questo galant'huomo([430]), il quale so che mi farà piacere più che ad altri per certo interesse suo; e di già ho inteso che certi Signori li ne hanno pagato uno settanta scudi per servizio del Ser.mo Gran Duca, che forsi io l'haverei hauto per molto meno. Però mi rimetto a quanto parerà al Sig.r Dino Peri di rappresentare a S. Al. Ser.ma La verità è che mi pare che costui habbia la vera maniera di lavorare, e che porti la spesa fare incetta delle opere sue. Starò attendendo i comandamenti di S. A. e quelli di V. S.; e la prego che si compiaccia significare a S. A. Ser.ma che li vivo devotissimo servitore. Voglio aggiongere, che se si continovarà a pigliare le opere in nome del Ser.mo nostro da questo galanthuomo, le farà pagare carissime, che noi altri poveretti non ci potremo arrivare. Sì che torna il conto che sia commesso a me il negoziare, che mi riuscirà con molto vantaggio, ed ancora noi potremo havere qualche cosa di bello.

Desidero intendere se quel pittore mio franzese, che ha fatti quei disegni([431]), ha dato sodisfazione al Sig.r Dino, e l'assicuro che farà molto meglio. Bacio le mani caramente al Sig.r Dino, ed a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma fo riverenza.

 

Roma, il 10 d'8bre 1637.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Non mando i concavi, perchè mi riescono meglio quelli di Venezia, che so che non mancaranno a V. S. E li mando li inclusi disegni lunari, quali mi sono parsi assai goffi.

 

 

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

 

 

3573.

 

GIOVANNI PIERONI a [GALILEO in Arcetri].

Vienna, 10 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 53-54. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Ricevo in quest'hora la lettera di V. S. Ecc.ma de' 6 del passato, la quale non potrei dire di quanto affanno mi habbia cavato, parendomi di riconoscere da quella che V. S. E. resti capace e sodisfatta della verità che gli scrissi di Praga, di che stavo molto geloso, havendo indicibile desiderio della sua gratia per la somma stima che fo dell'inarrivabile suo merito. M'incresce d'haver (benchè involontario) cagionato allungamento nella publicatione de' suoi Dialogi, ma resta con avvantaggio della bellezza del carattere, la quale qua non sarebbe stata tanta, e non più di quella che ella vedrà nel libro del P. Guldini, non essendo qua megliore, la quale non arriva a gran pezzo a quella de' Dialogi latini, i quali ho veduti qua e spero di presto haverli.

Le indispositioni che V. S. Ecc.ma mi racconta havere, mi trafiggono l'anima, e vorrei poter trovarli rimedio che ce la conservasse sana ancora centi di anni. Fra tanto fa bisogno conformarsi alle divine ordinazioni.

Il Padre Paolo Guldini stampò qui il suo libro De centro gravitatis([432]), e me ne diede un esemplare da mandare a V. S. E., quale egli stima e riverisce grandemente, perchè è galant'huomo, e segnò sopra il libro di sua mano, qui in casa mia, il nome di V. S. Io lo mandai in una cassa di cert'altre mie cose, ma è stato circa un anno o più per strada; poi è capitato costà in mano del Sig.r Giovanni del Ricco, il quale poco tempo fa mi avvisò la ricevuta di dette robe, che essend'io poi all'hora in Boemia senza occasione di scrivere, mi è uscito di mente l'avvisarli che detto libro consegnasse a V. S. E. Però hora glielo scrivo, e lei lo riceverà presto; e penso che gli piacerà. E perchè detto Padre è quello che mi attesta che fu il primo che diede lume et avviso al P. Sciainer delle macchie del sole scoperte da V. S. E.([433]), però più particolarmente io lo amo, e desidero, se piacerà a V. S., di risponderli alla donatione, che li fa del libro, con due righe, che mi favorisca mandar la lettera a me per recapitargliela. Egli aggiunge, o più tosto vuole soggiugnere, un'altr'opera([434]) alla di già stampata. Il P. Sciainer ha finito l'impressione del suo libro De stabilitate terrae([435]) (così me lo ha nominato un Padre) per ragioni fisiche, e non è publicato ancora perchè mancano le figure, che si fanno. E intanto trovandosi qui il figliuolo([436]) del già Keplero per sue pretensioni di avanzi del padre, esso Padre si trattiene per far ogn'opera di cavarli delle mani le osservationi di Ticone e l'opere forse ancora del medesimo Keplero non stampate ancora, e si serve di mezi de' Padroni per violentarlo; ma insino ad hora non li è riuscito, et io non mancherò di diligenza di aiutare per assicurare che le dette osservationi non pericolino di essere falsate, ma un tratto si stampino molto solennemente con autorità imperiale, e ne spero buono effetto.

Della spesa delle figure intagliate([437]) mi fa arrossire V. S. E. a trattarne, anzi a pensarci solo. Altro harei volsuto fare, e speravo di fare se non ero di così sconvenevole fortuna in servire V. S. E.; la quale supplico che mi avvisi che devo fare delli scritti Dialogi che mi mandò([438]), o, per meglio dire, con prima sicura occasione gliene rimanderò insieme con le originali approvationi([439]) dello stamparli, sentendo che potranno esserli grate([440]), come ammirabili sono gli ordini di Roma contro.

Un mio amico, che si diletta di cose astronomiche, è stato ultimamente nelle università di Pollonia e in Danzica e altrove, et ha trattato con tutti i primi matematici ivi, e trovatili tutti grandemente affetti al merito di V. S. E., e di ferma opinione universalmente tutti che tiene per vero il moto della terra; ma non sono cattolici.

La scrittura di V. S. E., stampata in Olanda vulgare e latina, ciò è quella che lei fece 20 anni sono a Madama G. Duchessa, non l'ho veduta e desidero sommamente haverla; però se di costà, come dubito, non si può havere, la supplico almeno di farmi sapere il nome di essa, perch'io la possa chiedere. Sì come desidero ancora conseguire un tratto il favore che V. S. E. mi accennò una volta, di poter dare una lettura a quelle postille fatte da lei circa il libro del P. D. Rocco([441]): che se per haverle([442]) bisognasse farne far costì copia, spero che il Sig.r Giovanni del Ricco mi favorirebbe di farmi trovare chi facesse la fatica, et a V. S. Ecc.ma ne resterei obligatissimo; e però ne la supplico, e di farmi sapere se mai alcuno perse tempo a rispondere alle gofferie del Chiaramonti([443]). E resto facendoli reverenza e desiderandoli felicitadi e presto perfetta sanità con ogni grazia dal Cielo, che per lunghissimi anni ce la conceda in terra.

 

Di Vienna, li 10 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

 

3574.

 

ELIA DIODATI a MARTINO ORTENSIO [in Amsterdam].

Parigi, 10 ottobre 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 450-451, dell'edizione citata nell'informazione premessa al n.° 1201.

 

Parigi, 10 Ottobre 1637.

 

Vix est, si bene advertas, vir Clarissime, ut ex meis literis ullum tibi praebitum sit argumentum, unde iure queri possis([444]) quod, praeter quam par fuerit, longam vestram in rescribendo moram impatienter tulerim. Verum his querimoniis, literario nostro pro bono publico circa Domini Galilaei de longitudine negotium coepto commercio minime convenientibus, posthabitis, illudque potius amice et sedulo, ut res postulat, prosequentes, id quod vobis nunc prae manibus est, serio, quaeso, capessite, iustaeque([445]) ipsius de vestro candore et erga eum remque communem testato studio expectationi respondere vobis sit curae.

Sententia tua de mensuratore temporis et de usu telescopii in fluctuatione navis (quatuor ab hinc mensibus vobis ab eo patefactis), quam novissima tua epistola mihi significasti([446]), cum verisimili tantum coniectura, non antem certa et comperta scientia, nitatur, rei veritati ipso experimento comprobandae non est quod praeiudicet, ita ut ipsius circa haec duo capita inventa, vobis prodita, indicta causa a vobis([447]) reiici possint aut debeant; quinimmo potius illa (a vobis bene percepta), pro instituti negocii merito, accurato opere extructo erectisque ad illa probanda ex eius praescripto requisitis machinis, attente a vobis perpendenda et adamussim exploranda forent; et si quid in iis deficiat, industrie suppleri, pollicitisque praemiis insignium artificum ad id opem advocari, nihilque praeterea, quod ad negocii promotionem et perfectionem conducere possit, a vobis praetermitti, ob duas potissimum rationes optandum foret: quod, videlicet, longitudinis investigandae modus hic per Stellas Mediceas, ab eo repertus, indubie sit verus et certus; tum etiam, quod citra omnem exceptionem is sit in rerum natura unicus ac singularis, quodque frustra in posterum ad eam rem ab hominibus aliunde auxilium sit expectandum. Quidni igitur fidenti animo eius ultimae perfectioni nunc adnitendum, et tanti tantopereque exoptati boni fruitio posteris est a vobis antevertenda, cum de eius praesertim successu tantum abest ut vobis sit desperandum, quin potius de eo spes certa a vobis sit concipienda? Nullus enim hominis ingenio in rebus humanis, quantumvis arduis, irritus hactenus fuit labor, dummodo obfirmatus et assiduus: idipsum evincunt omnes artes et scientiae, quae, in prima earum ruditate productae, pleraeque velut impossibiles iudicatae, postea tamen, ubi perpolitae fuere, intellectu cuiusvis([448]) faciles et promiscuo usui accommodatae tandem evaserunt. Quod et in hoc invento eventurum esse, certo certius sperandum est. Non enim, postquam innotuerit, cessabunt homines([449]), donec eius usum sibi familiarem reddiderint: maioris namque id est momenti pro communi hominum bono, quam ut, ubi semel detectum et compertum fuerit, postea, quasi neglectum, perpetuis rursus tenebris ab illis indiscriminatim addictum iri sperari possit. Praelationis autem honorem et praerogativam, qua nunc potimini, penes vos est, re maturata et ad perfectionem redacta, cum aeterna Illustrissimorum Ordinum (quorum auspiciis res per vos nunc agitur) gloria et immortali nominis vestri fama, sartam tectam conservare; quam si neglexeritis, ex rei ipsius natura necessario vobis in posterum praereptum iri([450]), nullatenus est dubitandum: huiusque etiam est sententiae Illustrissimus Dominus Grotius.

Vale, et Nob. D. Realio (cui post meas([451]) ad illum, ante tres septimanas ad te missas, in praesentia nil mihi scribendum superest) salutem a me plurimam.

 

 

 

3575.

 

MARTINO ORTENSIO a COSTANTINO HUYGENS all'Aja.

Amsterdam, 10 ottobre 1637.

 

Dal Tomo III, pag. 451-452, dell'edizione Fiorentina citata nell'informazione premessa al n.° 1201. – Questa lettera si legge anche a pag. 56 del Liber secundus de conspiciliis ecc., Hagae-Comitum, ex typographia Adriani Vlacq, M.DC.LV, citato nella informazione premessa al n.° 3521.

 

Amplissime Domine,

 

Accepi literas Parisiis scriptas, quibus certior fio Dn. Gassendum Italiam petere velle, ut invisat Galilaeum. Ille (ut probe nosti) Gassendus Clariss. est mathematicus et mihi intimus; in Provincia Romanorum Gallica habitat, estque in omnibus studiis exercitatissimus et fama celeberrimus, plurimis ab hinc annis per observationes astronomicas praeclarus, et iudicio pollens optimo. Quam optandum mihi erit cum ipso Galilaeum posse convenire([452]) super rebus tam grandibus et utilissimis! Promove, quaeso, mi Domine, hunc honorem saeculo nostro, imo tuo, qui inter Mecoenates studiorum et promotores coelestis huius scientiae audies inter primates, primus ab inventore. Vale.

 

Amstellodami, 10 Octob. MDCXXXVII.

 

Martinus Hortensius.([453])

 

 

 

3576*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 12 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 173. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Il regalo fattomi da V. S. non poteva mai arrivare in tempo più opportuno, poichè avevo qui da me due amici con i quali mi son fatto onore del vino, che per la sua esquisita bontà persuadeva di venire da principi, e della zatta che veramente fa degna di essere presentata d'onde veniva il vino. Ne rendo però a V. S. quelle maggiori grazie che io posso, conoscendo di non la potere mai ringraziare a pieno.

Mando nove fogli originali e altri e tanti di copia([454]), e aspetto con desiderio gl'altri da poter proseguire. Mando ancora quattro forme di cacio, che pesano lib. 13, on. 6, costano lire sei e soldi quindici, e cotogne n.° 33, costa nosoldi sedici. Prego V. S. a scusarmi se non resta servita conforme al suo desiderio, perchè in questo paese per quest'anno non si trova meglio, se bene di questa sorte ora non ne manca. Avevo provisto i raviggiuoli, ma la trascurataggine di Santi, o la troppa destreza d'un mio gatto, mi proibisce il poterli mandare; procurerò bene che V. S. n'abbia la prossima settimana.

Ancora non ho rivisto il Sig.r Pievano di Campoli, quale saluterò in nome di V. S., pregando a lei dal Cielo intera sanità, acciò quanto prima possa ricevere il favore che nella sua cortesissima lettera mi accenna, d'essere onorato in questo mio tugurio con la sua presenza; mentre co 'l fine con sincero affetto la riverisco.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 12 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3577.

 

PIETRO GASSENDI a GALILEO in Arcetri.

Marsiglia, 13 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 55-56. – Autografa.

 

Viro incomparabili Galileo Galilei, Magni Hetruriae Ducis Mathematico,

P. Gassendus S.

 

Aderam nuper Aquis-Sextiis, Galileo clarissime praestantissimeque virorum, cum inlustris Petriscii([455]) nostri toè makarÛtou germanus([456]) tuas accepit litteras, et quanta mei mentio facta abs te fuisset ostendit. Et confestim quidem, gratitudinem testaturus ad te, scripsissem; sed partim quae ad manum erant negotiola interturbarunt, partim desiderium ac spes agendi coram gratias continuit. Constitueram videlicet hoc ipso anno te convenire([457]), inarseratque animus, cum significatum a Diodato est, gravem morbum aetati iam ingravescenti supervenisse. Quare adparato commeatu de die discessus deliberabam, cum ecce renuntiatum est itinera omnia terraque marique sic occupari milite, ut sine magno discrimine penetrari istuc non posset. Id ubi confirmatum est, ac bona sorte simul accepi te ab eo morbo convaluisse, sic nutare cepi, ut tandem praestabilius censuerim differre adhuc in paucos menseis meam versum te profectionem. Accessi interea ad hanc civitatem, et discessuro Lugdunum veredario paucas hasce lineas exarare placuit, quae Rossio([458]) cognatoque tuo([459]), optimis viris, commendarentur. Accipies proinde, et valere me, et gestare semper in mente medullisque intimis memoriam iucundissimam ac venerationem tui. Quantum vero, putas, id doleo, quod commemoras quodque a Diodato iam acceperam, oculorum altero te fuisse orbatum! Sed et quantae, putas, id mihi consolationi vertitur, quod perspectam animi tui moderationem habeo, neque haereo quin solita, hoc est invicta, constantia casum istum admiseris, tanquam nihil a conditione humanitatis passus alienum! Et versetur etiam alter, qui superest, oculus in simili discrimine: cogito tamen te ad hanc quoque iacturam leniter ferendam esse paratissimum, quippe sic adfectum, ut quocumque te vel natura vel fortuna adegerit, lubens laetusque consequaris. Nosti nimirum quantum praestet sequi volentem quam trahi invitum, et patiendi necessitatem consensione potius lenire quam repugnantia exasperare. Te vero praesertim consentaneum est ad omnem eventum compositum esse, qui es iampridem adversus fatum tantopere exercitatus, quemque vix ullum telum ferire, quod non fuerit praevisum, potest. Quae caecitas certe instare videtur, non ex inopinato continget; neque sic moerore adficiet ob hebetatam corpoream aciem, quam voluptate recreabit ob superstitem perspicaciam mentis. Accidat enim: futurus tamen et habendus es quasi alter Appius, quo inter Romanos nemo oculatior, aut quasi alter Democritus, quo (seu verum seu fictum sit quod de caecitate eius dicitur) nemo inter philosophos solertius ac penitius naturam rerum introspexit. An forte etiam non cogitabis, praeter hoc spolium, quod nisi aliud saltem mors sui faciet iuris, superfuturos oculos immortalitatis luce coruscanteis? Videlicet fieri non potest ut exstinguantur aut intereant foelices illi oculi, quibus primis concessum est tot res mirandas conspicere et conspiciundas exhibere. Verum consisto, ne candorem modestiamque summam offendam, addoque solum esse quod doleam nisi te lumine utroque res discernentem convenero. Quippe tecum communicare in animo erat, praeter caetera, non contemnendum paradoxum: quod, aperto licet oculo utroque, altero tamen solum videamus, visione quam distinctam vocant. Sed quanquam non possis ipse explorare quae experiundo mihi contingunt, habebis tamen facile caeterorum experimenta, et vel ex solo parallelismo motus oculorum tibi cognito coniicies, opinor, opinionem hanc videri plane necessariam. Et quaeretur quidem fortassis, quid alter interea oculus moliatur. Verum constabit, illius axem sic relaxari aut retrahi, ut plane prorsumque otietur, et naturae ductu ex oculis duobus illius axem dirigi qui valentior exstiterit, ut solent membra gemina inaequalis esse virtutis.

Plura, Deo volente, coram. Interea nihil adiicio circa dolorem quem concepisti ex immatura optimi nobilissimique Petriscii morte. Sane is summo quidem studio bonos literatosque omneis, qua orbis patet, complectebatur, sed te, ut primas in iis tenere arbitrabatur merito, ita imprimis suspiciebat et prosequebatur insigni adfectu. Conscius sum ipse, quid tui caussa procuratum voluerit, quam vehementer institerit, quam obtinere non desperarit. Et quanquam fortassis id tibi, qui es ingenti animo praeditus, Ždiforon fuit, saltem illius erga te mens esse non potuit ardentior, nec per eum stetit staturumve fuit quin maxima cum libertate tranquillitateque degeres quod superest aevi. Me quod attinet, ipse te superiorem longe hisce casibus insultibusque fortunae duco, istamque sedem habeo non instar infausti cuiusdam exsilii, sed instar optatissimi fortunatissimique secessus. Quasi vero cordati viri quidquam amplius desiderent in mediis aulae fluctibus tumultibusque civitatum, aut quasi tibi in hac aetate possit aliquid esse dulcius quam procul abesse a prophana turba, quae quasi bellua multiceps nihil vere humanum sapit, nihilque praeter simulationem, invidiam, perfidiam, caeteraque id genus spirat. Isteic proinde contentus vive, et quatenus licet foeliciter. Vale.

 

Massiliae, III Eid. Octob. MDCXXXVII.

 

Fuori: Clariss.o Viro Galileo Galilei,

Magni Hetruriae Ducis Mathematico.

Florentiam ad Arcetram.

 

 

 

3578*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 17 ottobre 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 105. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. et Eccell.mo Sig.r , Sig.r Col.mo

 

Son stato quasi un mese in villa, lontano e da i negotii e da i pensieri noiosi. In quell'otio però non ho ricevuto gusto maggiore che quello che mi ha apportato una lettera di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma, dandomi raguaglio se non della sua sanità, che le prego et desidero con sommo affetto, almeno del gran meglioramento. La vecchiezza è infirmità, così fu detta, et io lo prattico vero; benchè son anco incerto se dal dì che nasce, l'huomo, cominciando a morire, comincia anco ad esser infermo. Ma pure noi chiamiamo sanità lo stare manco male; ma quando si perviene all'età senile, ogni mediocre meglioramento si conta per sanità. La cognitione che V. S. ha delle cose humane e naturali è tanto grande, che li debbo servire per maggior trattenimento che a gl'altri non fanno le forze del corpo e 'l vigore della giovinezza.

Scrivo hoggi all'Arisio([460]) rissolutamente la vanità del suo pensiero, che V. S. non sia più di questo mondo per la nova che si era sparsa, e lo farò pagare la pensione indubitatamente.

Il Sig.r Giusto([461]), libraro qui al Gionta, mi mostrò hieri una lettera di V. S., quale haverà hieri sera mandata al Sig.r Elzivir.

Son sicuro che V. S. non può stare senza contemplationi non più venute nelle menti de' filosofi per li documenti che n'habbiamo, et si valerà degli occhi et mano altrui per non lasciar sepolti thesori tanto pretiosi, che Dio sa se nel corso degl'anni mai più capitassero in uso degl'huomini. Prego Dio che la tenghi consolata et in tranquillità di animo, et con tal fine a V. S. molto Ill.re et Eccell.ma bacio le mani.

 

Ven.a, 17 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.ma

Dev.mo Ser.r

F. F.

 

 

 

3579*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 17 ottobre 1637.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 33. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron mio Oss.mo

 

La lettera da V. S. inviatami con la sua gentilissima de' 10 non è stata recapitata in propria mano per error di un mio giovane, quale la portò al Padre Maestro Fulgentio, conforme haveva fatto l'altre; onde io di nuovo mandai al Padre Maestro, quale mi fece rispondere che la lettera sarebbe stata recapitata da lui stesso in propria mano: sicchè resti sicuro V. S. che è pervenuta dove doveva.

Intendo che le sue opere a quest'hora devino essere a buon termine. Mi dispiace solo di non esser stato soggetto habile a poterla servire in qualcosa; pure godo infinitamente di vedere condotto a fine quel che tanto ho desiderato, come dal Padre Francesco([462]), che fu qui da me a' passati giorni, potrà intendere. Conosco veramente che di gran lunga trascendono la sfera della mia poca habilità; nondimeno la supplico a voler fare che io non sia de gl'ultimi a vederle, già che sono il primo fra' suoi servitori d'affetto e d'osservanza. E qui, ricordandoli che da un semplice recapito d'una lettera non rimane appagato l'ambitioso desiderio che ho di servirla, gli bacio di cuore le mani e gli prego dal Cielo augumento di salute.

 

Venetia, 17 8bre 1637.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Dev.mo et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3580*.

 

GIUSTO WIFFELDICH a GALILEO in Firenze.

[Venezia], 17 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 174. – Autografa.

 

Laus Deo.

Ady il 17 d'Ottobrio 1637.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r

 

Ho ricevuto la carissima vostra([463]) per mano del R. P. F. Fulgentio, et visto per essa quanto che la scrive. Ho mandato hieri l'istessa lettera al Sig.r Bonaventura Elzevir, acciò veda più chiaramente quanto che V.a Sig.a scrive et che io resta escusato del tardimento della risposta.

Ho un libro novo, composto dal R. P. Guldinio Iesuita: tratta de centro gravitatis([464]), et è stampato in folio con diverse figure. Costa 11/2 ducatone. Piacendolo, li mandarò per il corriero. Non altro, si non che prego Iddio che la feliciti et resto alli commandi.

 

Di V.a Sig.a molt'Ill.ma et Ecc.ma

Promt.mo Ser.re

Giusto Wiffeldich m. p., libraro.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.no mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Firenza.

 

 

 

3581.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 20 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 57. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Nel passaggio che fece di qua il nostro P. Francesco delle Scuole Pie([465]), mi favorì di venirmi a vedere, insieme con il suo molto R. P. Provinciale, per la venuta e presenza de' quali non solo ricevei gusto per le loro qualità, ma perchè mi arrechorno nuove se non in tutto liete, almeno meno cattive di quelle ch'io mi era preconcetto, della sanità e stato di V. S. Ecc.ma, della quale discorressimo al longo con mio particolar gusto. E perchè nel progresso del discorso venni a nominarli quel Cursus mathematicus([466]), del quale gli scrissi, desiderando di vedere il quinto tomo, et esso mi disse che l'havea un suo scolaro, perciò con questa occasione di riverirla li scrivo di questo ancora, acciò, se il P. Francesco è ritornato costà, ella mi favorisca di ricordarli questo mio servitio, che mandandomi detto quinto tomo, dato che li habbi una scorsa, glielo rimanderò subito. In tanto mi vado disponendo per leggere con quel puoco di sanità che mi ritrovo, e desidero ch'ella mi consoli con buone nuove della sua sanità, la quale prego vadi conservando con il stare più allegro che sia possibile, poichè ella sa quanto vaglia per allongare la vita. E con questo li faccio riverenza, ricordandomeli cordialissimo servitore, sì come desidero anco mi favorisca con il P. Francesco e con il Sig.r Dini([467]).

 

Di Bologna, alli 20 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Tiene un libraro costì in mano circa 12 delle mie Geometrie([468]); e perchè non è robba di spaccio, ho dato ordine che siano consignate al P. Francesco, quando vi sia, acciò egli, con l'occasione de' suoi scolari, veda se ne può far esito di qualch'uno. Perciò la prego a ricordarli questo ancora, e che mi avvisi se ricevè le lettere in Venetia ch'io inviai al B. P. Fulgentio etc.

 

 

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze,

ad Arcetri.

 

 

 

3582**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 22 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 175. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Per il portatore della presente lettera mando quattro raviggiuoli, tre de' quali sono simili e uno minore, che costano lire quattro e due crazie, prezo veramente rigoroso, ma non insolito per quest'anno; onde aspetterò che lei mi accenni se ne deva provedere altri, perchè volendoli di questa sorte bisogna farli fare a posta. Suplico però V. S. a scusarmi della dimora, e non argumentare da questo che io habbi poco desiderio di servirla; mentre co 'l fine, ringranziandola della zatta e del cotignolo, gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 22 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3583.

 

GALILEO a BENEDETTO CASTELLI in Roma.

Arcetri, 24 ottobre 1637.

 

L'autografo di questa lettera fu un tempo nella Biblioteca Palatina di Parma, alla quale si riporta Giambatista Venturi che per primo la pubblicò nelle Memorie e lettere inedite finora o disperse di Galileo Galilei ecc., Parte seconda, Modena, per G. Vincenzi e Comp., M. DCCC. XXI, pag. 214-215.

 

Arcetri, 24 Ottobre 1637.

 

Ricevei con la gratissima sua le tre lenti cristalline([469]), le quali consegnai in mano del Signor Peri, acciò le provasse et esaminasse, poichè io ho finito di potere mai più ricevere tal gusto. Le ha provate, e paragonatele con la mia antica e trovatele inferiori; onde io conghietturo che non siano per esitarsi qua. Tuttavia indugerò ancora tre o quattro giorni a rimandarle, già che mi si porge occasione sicura per la venuta costà del Signor Andrea Arrighetti, il quale, facendo la strada di Loreto, conduce a Roma un suo figlio, e sarà a godere, non senza mia invidia, la dolce conversazione di V. P. Reverendissima. Mi dà nuova il medesimo Signor Peri aver fatto parallelo dell'ultimo occhiale, venuto da Napoli al Gran Duca con spesa di settanta scudi, parallelo, dico, con un altro suo dell'istessa lunghezza, lavorato qua da Tordo([470]) di Galleria, e finalmente trovatoli pochissima differenza, con qualche vantaggio però di quello di Napoli.

Io veggo adesso di rado il Signor Dino, occupatissimo in varie curiosità del Gran Duca et affari di casa sua, et ora massime che si va mettendo all'ordine per l'andata alla sua lettura di Pisa; talchè non posso dirle se abbia trattato col Gran Duca per conto del tenere impiegati costà i cento scudi per investirgli in vetri di Napoli, li quali vengono comunemente stimati qua di troppo alto prezzo.

Io gli rendo grazie dell'avermi voluto regalare di una delle tre lenti mandate, a mia elezione; ma perchè l'averle senza poterle usare mi accresce malinconia e cordoglio, la rimanderò insieme con le altre, se già non si trovasse da recapitarne qualcuna qua al prezzo assegnatogli; il che io non credo.

Ho veduto i disegni della faccia lunare([471]), dei quali quelli fatti con lapis e gesso sono ragionevoli, ma vi manca però il rappresentare una parte che io stimo principalissima sopra tutte le altre, e questa è quelle tirate lunghissime di monti scoscesi et altri gruppi di scogli dirupati, dei quali non ve ne veggo nissuno, come nè anco quelli che sono di perfetta vista e che gli sanno scorgere e distinguere chiarissimamente nella faccia della luna. Gli altri due disegni stampati sono veramente goffi oltre modo, e disegnati da chi non abbia veduto mai la faccia della luna, ma si sia regolato su la relazione di qualche persona molto grossolana. Il Gran Duca ne fa esso ancora disegnare, onde non credo che desideri altri disegnatori. E questo è quanto mi occorre dirle in risposta della sua. Starò aspettando di intendere la terminazione del suo negozio, e il tempo nel quale devo sperare di goderla qua da me.

 

 

 

3584**.

 

LORENZO CECCARELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 24 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 340. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.re mio P.ron sempre Oss.°

 

Doppo havere stampato l'accluso sonetto anagrammico, m'è occorso stampare l'altro, parimente annesso([472]), acciò, sicome havevo in parte gustato le dolcezze del Ser.mo Principe Cardinale([473]), sorbillassi ancor quelle di coteste augustissime nozze([474]), materia heroica di molte belle poesie, et in particolare qui del Tacchini con anagramma non meno fortunato che ingegnoso, benchè alquanto licentioso, del quale hebbe regalo di D 50 da S. Alt.a in un mandato diretto a questo Ecc.mo Ambasciatore([475]). E perchè del secondo ne mando stampe a loro Altezze con mia lettera dell'incluso tenore([476]), faccio adesso grandissimo capitale di V. S., la quale prego, per quell'amore che mi portò un tempo, ad aiutarmi del suo favore et insinuatione opportuna, che m'assicuro potrà giovarmi notabilmente a farmi ricevere qualche segno di gratitudine; e questo, subito vista la presente, mentre le occorra d'andare a Palazzo o d'abboccarsi con alcuno degl'Ill.mi Segretarii o Ill.mo S.r Conte Orso([477]) etc.

In reliquis([478]), io con Caterina (la quale saluta carissimamente V. S.) e tre figliuoli godemo buona salute, come speriamo intendere da lei nella risposta di questa, della quale enissamente la prego. E Dio N. S. Signore la conservi con la S.ra Suor Archangiola, S.r Vincenzo etc., a' quali bacio affettuosamente le mani.

 

Di Roma, li 24 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te

Aff.mo et Oblig.mo Ser.re

Lorenzo Ceccarelli.

 

Havevo, con l'occasione del sonetto nuttiale, inserto nel fondo l'incluso distico, benchè latino; ma quando fu lo stampatore a pigliar l'Approbo, non volse l'Inquisitore lasciarlo passare, con dire che sotto quelle parole Orbis nunc Dominorum etc. davo tutto il mondo a Casa Medici e non ne lasciavo niente a gli altri. O utinam, che li poeti o semipoeti, com'io, potessero haver tanta possanza! Ma certo che il Padre con gran torto me lo scassò, che nondimeno glielo mando etc.

 

 

 

3585**.

 

LORENZO CECCARELLI a FERDINANDO II DE' MEDICI

e VITTORIA DELLA ROVERE, Granduchi di Toscana, [in Firenze].

Roma, 24 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 341. – Autografa.

 

Ser.me Altezze,

 

Negli communi applausi di Parnasso, destati al mondo pur dianzi dalle fastose nozze dell'Alt.ze VV. Ser.me, io, come inferior di merito et di talento, così tra gl'ultimi vengo a rendere riverente tributo dell'antica divotione, gl'anni a dietro da me concepita et insieme essibita verso i Ser.mi Cosmo 2° e Francesco Maria 2° di gloriosa memoria, l'uno in Firenze sotto l'appoggio del gran Galileo, d'ogni virtù compendio, l'altro in Castel Durante nel viaggio col medemo Galileo a S.ta Casa. Confido per tanto, l'Alt.ze Vostre Ser.me gradiranno quest'humile presente con quella benignità con la quale il re Serse non si sdegnò ricevere l'onda corrente nella mano del povero soldato; col di cui puro ossequio riverentemente l'inchino.

 

Roma, 24 Ottobre 1637.

Delle VV. Ser.me Alt.ze

Hum.o Ser.re

Lorenzo Ceccarelli.

 

 

 

3586**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 27 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 342. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Alla prima muta, che seguirà fra pochi giorni, farò che V. S. sia servita del vino; e sicome havrò particolar riguardo che se li mandi del meglio che io habbia, così mi starò augurando che riesca proporzionato alla sua complessione, come desidero.

Il S.r Marsilii([479]), che di questa settimana partirà di qua per la sua carica, rende a V. S. dupplicato saluto; ed io, rallegrandomi con lei del felice rihavimento delle forze, resto, con tutto l'animo pregando Dio che me la conservi lungamente col colmo d'ogni prosperità e contentezza.

 

Siena, 27 Ott.re 1637.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Devo. Ser.

A. Ar. di Siena.

 

 

 

3587**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

S. Maria a Campoli, 29 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Mando staia sei di farina, che, computato la poliza e vettura, costa lire trentasette; e ho soprastato a mandarla, perchè chi haveva promesso di condurla sino mercoledì, fu impedito: però suplico V. S. a scusarmi. Mando ancora il fanciullo che io proposi a V. S., acciò possa vedere se gli pare a proposito per il suo servizio, sì come io lo stimo, poichè mi pare di buona natura e da servire affettuosamente. È male in ordine, perchè in una servitù che ha fatto ha consumato i vestimenti proprii, e poi è stato pagato di straneze. Viene con grandissimo desiderio di dare sodisfazione, e massimo per la speranza d'avere qualche comodità d'imparare a leggere e scrivere. Con che, baciando le mani al Sig.r Alberto([480]), a V. S. faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 29 Ottobre 1637.

Di V. S. molto Ill.re e molto Rev. (sic)

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3588.

 

ISMAELE BOULLIAU a GALILEO in Firenze.

Parigi, 30 ottobre 1637.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 59. – Autografa.

 

Illustrissimo et Excellentissimo Viro Lynceo Philosopho Astronomo celeberrimo

D.no Galilaeo Galilaei, Nobili Florentino, S. P.

 

Illustrissime Domine,

 

Multis urgentibuscque rationibus adductus sum ad hanc epistolam tibi mittendam, unaque libellum quem nuperrime scripsi De natura lucis([481]): in posterum enim tibi, quem maxime facio, innotescam, et, quod admodum cupio deque tua humanitate spero, de illo opusculo iudicium tuum intelligam. Clarissimum et doctissimum virum Dominum Gassendum, amicum meum singularem, aegerrime fero a profectione sua, quam te invisendi causa suscepturus erat, retractum esse([482]): suspensum animi tenent belli per Italiam grassantis continui terrores et non ambigua pericula. Litteram et librum ipsi mittere ad te perferendos mecum statueram, et impense laetabar in tantorum philosophorum congressu eorum iudicio aequo sanoque subiici: vulgus etenim mihi suspectum est, et plausus illius in rebus eiusmodi ingrati semper mihi fuerunt. Verum cum huius temporis tumultus furoresque bellici congressu et colloquio mutuo vos arceant, mihi diutius differendum non putavi, cum a morbo molesto te convaluisse et redditam tibi sanitatem pristinam ab amico audierim.

Grave porro tibi non erit audire, Philolaum([483]) Amstelodami typis exomari: is systema mundi rationibus in hanc usque diem ignotis, a geometria et optica deductis, necessaria conclusione demonstrare contendit. Typographi mora acriter reprehenditur, quia ubi illum legeris, quid de illo senties audire multi cupiunt. Valetudo interim tua aetasque sollicitos et anxios tenent: hanc libertatem meam, a civili forsan comitate nimis detortam, excusatam habebis, et ingenuo atque aperto animo veniam dabis. Hunc Domino Diodato fasciculum commendavi: is tibi notissimus est, et amicitia mecum iunctus.

Multos adhuc annos Dominus Noster te salvum et incolumem servet, et te Suis gratiis abunde cumulet. Vale, Vir Illustrissime.

 

Scripsi Lutetiae Parisiorum, Octobris die 30, anno Salutis 1637.

 

Tuus Humillimus

Ismaël Bullialdus.

 

Fuori: Clarissimo Viro

Domino Galilaeo Galilaei, Nobili Florentino.

Florentiam.

 

 

 

3589**.