LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

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VOLUME XIV

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA EDITORE

 

1966


LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

NUOVA RISTAMPA DELLA [EDIZIONE NAZIONALE]

 

SOTTO L'ALTO PATRONATO

 

DEL

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

GIUSEPPE SARAGAT

 

 

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VOLUME XIV

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA - EDITORE

 

1966

 


PROMOTORE DELLA [EDIZIONE NAZIONALE]

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

 

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

 

 

LA RISTAMPA DELLA [EDIZIONE NAZIONALE]

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

 

 

DIRETTORE: GIORGIO ABETTI

COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI

CONSULTORI: ANGELO BRUSCHI – ENRICO FERMI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI

1929 – 1939

 

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Questa Nuova Ristampa della [Edizione Nazionale]

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARTEGGIO.

 

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1629-1632.

 


 

1922.

 

GALILEO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Bellosguardo, 1° gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 69. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

 

Dal molto R. Padre Don Benedetto Castelli tengo un suo libretto del movimento dell'acque([1]) per presentarlo al Ser.mo G. D. nostro Signore per suo nome. La malignità de i tempi, contrariissimi allo stato mio, non mi ha permesso poter venire alla città per esequir tal ordine; et havendo mandato ben 3 volte Vincenzo mio figliuolo per far questo, non gli è succeduto per mancamento di chi l'introducesse. Ho pertanto resoluto (per non indugiar più) di prendermi libertà della cortesia di V. S. Ill.ma, sapendo massime quanto ella ama l'autore, e supplicarla che voglia per me presentare il libro, il quale insieme con questa ella riceverà per mano di mio figliuolo; e quando anco paresse a V. S. Ill.ma che questa fusse non incongrua occasione che, scorto da lei, mio figliuolo presentasse il libro, con dare il buon Capo d'anno a S. A. et intanto esser da quella conosciuto di vista, l'obbligo sarebbe grandissimo dalla parte nostra, et io lo riceverei per favore singolare. Rimetto il tutto alla sua prudenza, e con restargli servitore obbligatissimo, gl'auguro felice il prossimo anno e molti anni appresso, e reverentemente gli bacio le mani.

 

Da Bell.do, il p.o di Gen.o 1628([2]).

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

Fuori: All'Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

Il Sig.r Balì Cioli etc.

In sua mano.

 

 

 

1923*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Parma, 2 gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 141. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Col.mo

 

Doppo haver mandato la lettera([3]) di V. S. al S.r Card.le Aldobrandino([4]) con quella del Ser.mo G. D., acciò più s'inanimasse a favorirmi, rispose che quanto a sè non haveria mancato, passando di Bologna, di raccomandare anch'egli questo negotio al S.r Card.l Ludovisio([5]); e mi rimandò la lettera del G. D., perchè gliela inviassi, dicendo che saria stato bene che havessi havuto in Bologna qualche gentil huomo amico che havesse agiutato il negotio, et anco che V. S. havesse scritto al S.r Card.l Ludovisio di suo pugno, ch'haveria giovato assai. Hora io non ho volsuto mandare al Ludovisio direttamente la lettera del G. D., perchè non paresse che l'havessi mendicata io: ho pensato (se così li pare) di fargliel'haver in mano per mezo del S.r Cesare Marsilii, come che venisse da V. S., perchè a lui anco verrà in tal modo somministrata occasione di adoperarsi in questo negotio. Per ciò prego V. S. che vogli di gratia scrivere anco al S.r Card.le Ludovisio, indrizzando però la lettera al S.r Cesare Marsilii, con significar al Ludovisio nella sua lettera ch'ella gli manda insieme questa del G. Duca, poichè ho scritto al Sig.r Cesare che trattenghi detta lettera del G. D. in mano sino che li arrivi una di V. S., e che poi le presenti ambidue come inviatele da lei. Di gratia, mi scusi se la travagliassi troppo, poichè se adesso non facciamo colpo, ci sarà da fare ritrovar altra volta forsi il modo di farlo. Staremo poi attendendo gli effetti di queste mosse, e conforme al bisogno aviserò V. S.

Al P. D. Benedetto non scrivo nè scriverò alcuna di queste cose, poichè mi si mostra scarsissimo di parole e di affetti, non havendo mai potuto haver da lui una minima risposta a più di 12 lettere che gli ho scritto da otto mesi in qua, se ben hora non li scrivo più. Credo che i commodi di Roma non lo lascino pensare più in là dell'istessi commodi. Communque si sia, so quanto sarò obligato eternamente a V. S., e quanto farò all'occasione, mentr'io possa, per mostrarli l'affetto dell'animo mio e la stima che di lei faccio. E con tal fine li bascio le mani, confermandomeli devotissimo et obligatissimo servitore.

 

Di Parma, alli 2 Gen.ro 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: All'molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron mio Col.mo

Il S.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

1924**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [CESARE MARSILI in Bologna].

Parma, 2 gennaio 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1638. – Autografa.

 

Ill.mo S.r e P.ron Col.mo

 

L'affetto singolare ch'in me nacque verso di V. S. dalle relationi fattemi più e più volte dal molto R. P. D. Benedetto Castelli e dal S.r Galileo delle sue qualità, e massime dell'inclinatione e progressi fatti ne' studii di matematica, essendomisi poi accresciuto poichè anco di presenza la conobbi all'hora quando ella mi diede l'Iperispastes (sic) del Keplero da portare al S.r Galileo([6]), quello, dico, mi spinge hora e mi promove a supplicarla del presente favore, dandomi animo la sua cortese natura et inclinatione a favorire li sudetti studii.

Saprà dunque come il S.r Galileo più e più volte mi ha significato il desiderio che haveva, che a' miei studii, da lui più e più volte conosciuti, circa le matematiche, nascesse opportuna occasione perchè potessero più fecondamente germogliare e fiorire; ond'io, con l'opportunità delle nozze di questi Serenissimi di Parma([7]) e della venuta dell'Ill.mi SS.ri Card.li Ludovisio ed Aldobrandino, nostro protettore, con occasione di far riverenza all'Ill.mo Aldobrandino, venni in raggionamento di questo, e facendo riflessione sopra lo Studio di Bologna, che non havea lettore in tal professione, gli mostrai quanto saria stato di proffitto a' miei studii se havessi potuto decorarli con tal occasione, adducendoli com'io haveva un'opera da stampare in geometria, divisa in sei libri, et altre cose, parte in carta e parte in mente, che sariano state fortunate in tal maniera di goder della luce che desiderano le opere fatte con sudori e fatiche, come dal S.r Galileo è stata giudicata questa, se havessi havuto il rincontro di potere essercitare questi studii costì in Bologna: ond'egli mi offerse l'opera sua appresso l'Ill.mo Ludovisio, e mi esortò a darne parte al S.r Galileo, al quale subito scritto, egli, senza che cercassi questo, ottenne l'allegata lettera del G. Duca in mio favore per questo negotio appresso l'Ill.mo Ludovisio, quale mi dice che è scritta di bonissimo inchiostro. Però non l'ho volsuta mandar io al S.r Ludovisio, per non parer d'haverla mendicata io, come in effetto non è, ma la mando a V. S., acciò la trattenghi sino che le arrivi una del S.r Galileo diretta al detto Ill.mo Ludovisio; che poi mi farà favore presentar quella del G. D., come mandatali dal S.r Galileo, e quella che lui li mandarà, con quelle raccomandazioni poi che la sua cortesia gli detterà([8])....

 

 

 

1925*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 4 gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 63. – Autografa. Alla lettera soggiungiamo la «nota» a cui la scrivente accenna a lin. 8 [Edizione Nazionale], e che è anche presentemente allegata.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Mi giova di creder che V. S., per ritrovarsi in questi giorni assai occupata, non habbia potuto altrimenti venir da noi; onde, desiderosa di saper qualcosa, mi son risoluta di scriverle di nuovo, dicendole che circa al visitar la sposa([9]) indugerò quando piacerà a V. S., bastandomi di saperlo qualche giorno avanti, e farò anco capitale dell'amorevole offerta ch'ella mi fa d'aiutarmi, poi che, come discreta, può giudicare che, nel termine nel quale mi ritrovo, le forze non corrispondino nè all'animo nè al debito mio: onde gli mando in nota le cose di più spesa che per far un bacino di paste ci bisognano, lasciando per me gl'ingredienti di minor costo. Oltre a ciò V. S. potrà vedere se vuole che io gli faccia altre paste, come biscottini col zoccolo e simili, perchè credo senz'altro che spenderebbe manco che pigliandole dallo speziale; et noi le faremmo con tutta la diligenza possibile.

Desidero di più ch'ella mi dica il suo gusto quanto al presentar qualche cosa alla medesima sposa, perchè i[...]sidero se non di compiacer a V. S. Il mio pensier[...] farle un bel grembiule, sì perchè sarebbe cosa u[...] anco a noi di manco spesa, potendo lavorarlo da per [...]; e questi collari o grandiglie che usano adesso, non sappiamo farli.

Dubiterei di non far sproposito, domandando a V. S. di queste bagattelle, se non sapessi che ella, così nelle cose piccole come nelle grandi, ha di gran lunga più retto giuditio che non haviamo noi altre, et per ciò a lei mi rimetto. Et per fine mi raccomando, insieme con Suor Archangiola, et a Vincentio ancora. Il Signor la feliciti.

 

Di S. Matteo, li 4 di Gen.o 1628([10]).

 

Potrà consegnare al fattore la [...]iera de i collari con 3 coperte, [...] un grembiule sudicio, uno sciugatoio, [...] una pezzuola.

 

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 


Zucchero

lb. 3.

Mandorle

lb. 3.

Zucchero fine

on. 8.

 

 

 

1926*.

 

CARLO CASTELLI a GALILEO [in Firenze].

Brescia, 5 gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 143. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio Sig.r et Pat. Oss.mo

 

Non poteva il P.re D. Benedetto, mio fratello, compartirmi cosa di magior mio gusto, quanto l'essermi stato mezzo per aquistarmi la gratia di V. S. molto Ill.e, per ogni rispetto non men riguardevole che desiderabile. Ho per ciò con ambition particolare riceuto li 3 del corente le letere di V. S. con l'onore de' suoi comandamenti. Inmediatamente andai dal molto Rev.do Mon.r Brognetti, depositario di beni del q. Mo.r Vicario, che era debitore del S.r suo nipote([11]); ma, per esser absente l'agente dell'heredi di detto Sig.r Vicario, con l'ocasion della lite che à con altri che pretendono d'esser heredi ab intestato, qual si tratta, per quanto intendo, in Venetia, non ho per ora potuto haver certa risposta del mio intento, solo che s'atende in breve che venghi da Venetia, et che vi sarà il danaro in pronto da dar compita satisfatione; et se tardarà più del dovere, col parer de avocati piliarò puoi qualche partito, aciò che et V. S. resti servita et apagato il mio debito, sì con questi come con il Sig.r Co.te Carlo Capriolo, hor posesore del beneficio per il suo debito della rata di Natale, qual credo che converà exequire. Sii sicura che almen con la diligentia me gli mostrarò non infrutuoso servitore et meritevole de' suoi comandamenti. Del'operato li darò puoi più certo aviso; et pregandola a mantenermi in gratia, a V. S. batio le mani.

 

Da Bresia, il 5 di Gen.o del 1629.

Di V. S. molto Ill.e

 

 

Del tutto medemamente([12]) ho dato aviso al P.re D. Benedetto.

 

 

Divot. Servit.

Carlo Castello.

 

 

 

1927.

 

GALILEO a BENEDETTO CASTELLI in Roma.

Bellosguardo 8 gennaio 1629.

 

Biblioteca Palatina in Parma. Bacheca. – Autografa.

 

Molto Rev.do P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Per diligenza usata non ho potuto ritrovare le 50 copie che scrive mandarmi della sua scrittura([13]), et essa non mi dice niente dove io debba far capo per ritrovarle; però supplisca con altra sua. Feci presentare le 2 alli S.mi G. D. e Pr. D. Lorenzo da Vincenzo mio figliuolo([14]), essendo che li tempi contrariissimi alla mia sanità mi hanno tenuto sin hora per 3 settimane con doglie acerbissime, et il molto R.do Padre Abate mi fece intendere che, sendo occupatissimo, non poteva servir la P. V., come harebbe desiderato. La scrittura è piaciuta assai a tutti che l'hanno letta, e qua si trattava di ristamparla; ma intendo che ella non se ne contenta. Io la rileggerò più volte, e se mi parrà alcuna cosa da notarsi, l'avviserò in occasione che bisognasse ristamparla: e per hora mi suvviene di quella acqua premuta che ella interpreta come condensata, dalla quale opposizione potrebbe l'autor([15]) difendersi, che non è necessario che l'acqua premuta si condensi, per scappar con maggiore impeto; sì come il nocciolo di ciriegia, premuto dalle dita, scappa con velocità senza condensarsi, e l'acqua stessa premuta nello schizzatoio salta anco in su, e compressa dal proprio peso escie della botte piena velocemente.

Mandai la procura([16]) al S. suo fratello([17]), ma non ho per ancora nuova della ricevuta. Mi favorisca far le mie scuse, appresso Mons. Ciampoli e dove bisogna, delle tralasciate buone feste, come impedito dal male; le riceva per sè e le porga in mio nome, e mi ami e comandi.

 

Da Bell.do, li 8 di Gen.o 1628([18]).

Della P. V. molto R.

Ser.re Obblig.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Rev.do P.re, mio Sig.r Col.mo

Don Bened.to Castelli.

 

S. Calisto

Roma.

 

 

 

1928.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Parma, 12 gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 145. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Il Sig.r Cesare Marsilii dice, che per agiutare il mio negotio sarebbono necessarie due lettere del Ser.mo G. Duca, una per il Legato([19]) e l'altra per il Regimento; queste possono incaminar benissimo il negotio, e l'aggiunta della sua testimonianza darli compito fine: perciò la supplico di queste e del suo testimonio, almeno appresso il Regimento. Mi ha scritto il S.r Cesare che in Bologna si suol leggere Euclide, la Sfera, le Teoriche de' pianeti e l'Almagesto, e che però io lo avisi se in questi mi sono profondato. Quanto all'Almagesto, io ne viddi i primi 4 libri con diligenza: gli altri li trascorsi anchora tutti, se ben non con tanta diligenza come i primi; però all'occasione spero che del resto anchora io potrò darli sodisfattione con un puoco di nuovo studio ch'io li faccia. Delli altri non parlo, parendomi che basti il dir d'haver visto l'Almagesto. Non mancherò però fra tanto di farvi riflessione, e con più animo quanto meglio sentirò incaminarsi il negotio; che se non sortisse, temo che sarano causa ch'io mi raffreddi tanto nello studio, ch'io non possi applicar l'animo per l'avvenire a far cosa buona, non ostante ch'io tenga in mente i semi di bellissime cose, come, se Iddio gli darà vita, come Lo prego, e a me anchora, con comodità li farò sapere. Fra tanto prego N. S. che li dia sanità, dolendomi molto per haver inteso dal P. R.mo nostro ch'ella sia travagliata da indispositioni; e di gratia, veda, se può, di scriver almen due righe di suo pugno alli sudetti SS.ri e di farmi haver le sudette lettere, quali però potrà lei inviare al S.r Cesare Marsilii, che le presenterà e darà il moto al negotio, e, come spero, lo ridurrà con tal mezo al desiderato fine. Con che me li confermo devotissimo et obligatissimo servo, basciandoli le mani.

 

Di Parma, alli 12 Gen.ro 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il S.r Gal.eo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1929**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a CESARE MARSILI in Bologna.

Parma, 12 gennaio 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dal P. Priore di S. Eustachio ho inteso il bisogno, e ne ho scritto al S.r Galileo([20]), quale (come per un'altra ho scritto a V. S.) intendo ch'è amalato; tuttavia spero che, se può, in qualche maniera me ne favorirà; qual poi manderà a V. S. le lettere che bisognano, acciò poi ella mi favorisca, come la prego, di presentarle, agiutando il negotio come più gli parerà spediente....

 

 

 

1930.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 97. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Le lodi che V. S. molto Ill.re dà alla mia scrittura([21]) mi fanno insuperbire di modo, che mi sono gloriato con tutti questi Signori e con Nostro Signore stesso del voto di V. S.; e li ne rendo grazie, perchè tengo per fermo che l'operetta li paia di qualche merito per l'amore che porta all'autore: e se le cose che son scritte son vere, come io credo, lei sa che è opera sua. E questo che io dico è tanto vero, che l'Ecc.mo S.r Ambasciator Veneto Angelo...([22]) più volte m'ha detto che la scrittura pare opera di V. S.

Quanto a quella difficoltà che fa dell'acqua premuta, non credo che il Fontana([23]) possa pretendere quella fuga che V. S. pensa: prima, perchè non l'ha detto; e di più, se lo voleva dire, e se intendeva questo punto della velocità, fu in tutto vanissima l'opera sua di quelle misure. Ma rispondendo più vivamente dico, che in tal senso non è vero che l'acqua occupi minor loco per essere premuta, come dice il Fontana, ma per essere veloce, come dico io; nel modo che non è vero che il giaccio galleggi, per essere a predominio aereo, ma perchè è più leggiero dell'acqua. So che V. S. m'intende senza che io dica più: la voglio solo pregare che osservi la cautela con la quale io camino nella mia scrittura, di dire sempre che non([24]) è stata bene intesa, pienamente spiegata, al vivo penetrata, e simili cose, la velocità dell'acqua e la sua forza in fare scemare la misura.

I Padri del Collegio han vista questa opera; io però non glie l'ho data; e la lodano in colmo. Presto haveremo un libro novo e grande delle macchie solari del finto Apelle([25]). Staremo a vedere. In tanto li bacio le mani, che mi s'aggiacciano dal freddo. Il padre Falconcini porta lui i miei libri.

 

Roma, il 21 Gen.o 1629.

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.o Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1931.

 

CARLO BOCCHINERI a [GALILEO in Firenze].

Prato, 27 gennaio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 87. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

 

Li sposi([26]) e tutti noi stiamo con molto desiderio attendendo V. S. Ecc.ma domenica mattina, augurandole un lieto e quieto viaggio. La sposa, per conservazione di V. S., la prega a venir in lettiga, acciò il gran freddo della mattina non le faccia nocumento alla testa; però venga bene armata di panni e chiusa, che noi le prepareremo un buon fuoco. Non venga anco digiuna. Ci sarà una messa riservata a lei nella mia chiesa, che starà a posta sua; e riservandoci nel resto a bocca, tutti unitamente le baciamo le mani.

 

Di Prato, li 27 di Genn.o 1628([27]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Pigli ancora in lettiga un caldanino per non patir freddo.

 

 

Ser.re Aff.mo e Parente

Carlo Bocchineri.

 

 

 

1932.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Parma, 20 febbraio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 147. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Col.mo

 

Stavo pure aspettando le due lettere del G. Duca per il Legato di Bologna e per il Regimento, conforme che li scrissi([28]) haver inteso dal S.r Cesare Marsilii esser di bisogno, ma sin hora non le ho ricevute; e perciò ho scritto al S.r Cesare che non trattenesse più quella del G. D., che lei mi mandò, ma la facesse havere all'Ill.mo Ludovisio, e trattasse il negotio, pensando che queste due non possino tardare a venire, sì come la prego quanto so et posso.

Ho havuto da Mons.r Ciampoli 5 lettere di raccomandazione appresso gl'Ill.mo Aldobrandini, Ludovisio e Spada([29]) legato, e l'Ill.mo Marchese Fachinetti([30]) et il S.r Cospi([31]), SS.ri del Regimento.

Mi son risoluto mandare al S.r Cesare il mio libro di geometria([32]) acciò, se ben non ho in stampa, veghino il preparamento; ma perchè so che forsi non si troverà in Bologna chi si prenda cura di essaminar tal libro, e finalmente la concluderano ch'io li mandi qualche cosa in astronomia, qualche tavole o effemeridi, e poichè io non ho applicato lo studio in questa parte, distratto da quell'altro genere di materia, desiderarei che V. S. Ecc.ma facesse un puoco di sicurtà per me appresso quei SS.ri con una sua lettera scritta al Regimento, o al capo, o ad un de' principali, che in questo anchora fossero per ricevere quella sodisfattione che loro desiderano, potendosi metter loro in consideratione che se il Magini è tanto stimato in astronomia, egli perciò non s'applicò ad altra parte, come ho fatt'io, non havendo, per dir così, messo il piede nell'immensi campi delle altre parti di matematica. Fra tanto ho revisto Tolomeo e mi vado impossessando anchor di questa parte, e farò in tal maniera che mai V. S. sia molestata per la sicurtà ch'havrà di me fatto appresso quei SS.ri, sì come la prego vogli far quanto prima con favorirmi delle due lettere già scritte, che gli proffesserò eterna gratitudine, e me li terrò perpetuamente obligato.

 

Di Parma, alli 20 Febraro 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ob.mo e Dev.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron mio Col.mo

Il S.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

1933*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma,. 24 febbraio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 103. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io credo di havere incontrato alcune cose belle in risposta di quell'acqua premuta([33]), le quali non ho ancora ben distese in netto, ed haverei estremo bisogno di esserli per quattro o sei giorni appresso; ma in ogni modo spero, per l'ordinario che viene, mandarli l'ossatura del mio pensiero, che credo che li sarà di gusto.

Qua si dice che il Padre Scheinero, alias Apelle, habbia finito di stampare il suo libro De maculis solis in Bracciano([34]), ma non si è ancor visto. Come viene alla luce, procurarò mandargliene uno. In tanto deve sapere che al principio di questo mese apparve una macchia nel sole assai grande e oscura, rotonda, con pochissima accompagnatura, la quale finì il suo corso e passaggio a' 9 del presente, e questa mattina ha cominciato a comparire di nuovo, in modo, che credo sia la medesima; e il tempo del ritorno rincontra benissimo.

Oggi ho incontrato il S.r Principe Cesis, tutto tutto di V. S., e li bacia le mani; ed io me li ricordo servitore obligatissimo, come sa.

 

Di Roma, il 24 di Feb.o 1629.

 

Mi è stata mandata da una Sig.ra R.da monaca della Nonciatina([35]) una scatola, dentro alcune paste e fiori, e la lettera è stata persa da quello che ha riscossa la scatola dalla dogana; però non so il nome di cotesta Signora: solo mi ricordo che è di casa Baldesi. V. S. faccia mia scusa, se non rispondo hora, e la ringrazii di tanta cortesia.

 

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il [....] Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

1934**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [CESARE MARSILI in Bologna].

Parma, 27 febbraio 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Gli mando il mio libro di geometria([36]), acciò, essendo ricercata, possi mostrare qualche cosa del mio. Questo fu già visto dal S.r Galileo, e da lui mi fu collaudato il farlo stampare....

 

 

 

1935*.

 

GIOVANNI DI GUEVARA a [GALILEO in Firenze].

Roma, 2 marzo 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 105. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Vedendo di non havere risposta da V. S. per spatio di più d'un anno sopra quelle difficultà che mi occorrevano nella questione 24 delle Mechaniche d'Aristotele, forsi per naufragio di lettere e star la mia residentia lontana dal commercio, feci finalmente proseguire la stampa che tenevo sospesa in Roma; dove già terminata e sopragiuntovi anch'io, ne mando a V. S. con questa un volume, et un altro al Ser.mo Gran Duca([37]). Conosco d'essere troppo ardito con esporre i miei mancamenti al sole prima di riceverne la correttione; ma la necessità d'esser troppo impegnato, co 'l principio dato alla stampa due anni sono per gusto de' Padroni, e l'osservanza che professo a S. A. Ser.ma et alla molta gentilezza([38]) di V. S., mi farà essere compatito, convenendomi esporgli quel che non potevo coprire, dopo haver scoperto quel che intendevo già anni sono, senza tempo di ruminare e conferir le materie con altri, come si suole, per trovarmi in un'aspra solitudine d'huomini di lettere et impiegato in materie differentissime, come sono quelle del governo della mia chiesa e d'una diocesi grandissima, quando più pensavo di attendere a me solo et allo studio privato. Accetti dunque V. S. questo picciolo segno del molto che la riverisco e stimo, e sia un tributo di riconoscenza alla sua singular dottrina, della quale si compiacque darmi un saggio a bocca quando eravamo in Firenze co 'l Sig.r Cardinale Barberino([39]); e favoriscami con suoi comandamenti avisarmi liberamente ciò che senta dell'opra, poichè quello che non è più a tempo per l'emendatione del fatto, sarà cautela per qualche altra opra da farsi. Con che, desiderando sopra modo di rivedere V. S.([40]) e goderne un poco servendola di presenza, finisco con baciarli affettuosamente le mani e supplicarla mi mantenghi la gratia di S. A. Ser.ma, con ricordargli quanto li vivo affettuoso e vero servitore.

 

Da Roma, 2 di Marzo 1629.

Di V. S. molto Ill.re

Affett.mo Ser.re di cuore

G. di Guevara, Vesc.o di Theano.

 

 

 

1936**

 

SIGISMONDO PELLEGRI a [CESARE MARSILI in Bologna].

Bologna, 4 marzo 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo S.r e P.ron Colen.mo

 

Per informatione più piena di V. S. Ill.ma, dico che il Padre si chiama Fra Buonaventura Cavalieri da Milano, il quale è stato discepolo del Sig.r Galileo, et già dieci anni sono che ha letto nel Studio di Pisa in suplimento del Padre Don Benedetto Castelli, monaco Casinense; et al presente si trova in Parma, Priore del nostro monastero di S. Benedetto, et è di età incirca d'anni 35....

 

 

 

1937**.

 

GALILEO a [CESARE MARSILI in Bologna].

Firenze, 10 marzo 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Il non haver saputo (ancor che lungamente vi habbia pensato) trovar parole e scuse atte a purgare appresso V. S. Ill.ma la contumacia in che mi veggo caduto per il silenzio di tanto tempo, ha fatto divenir l'istessa contumacia continuamente maggiore, e tale che, diffidando quasi di poterne già mai impetrar perdono dalla sua cortesia, ancor che infinita, ho più volte presa la penna in mano, e poi, come disperato, depostala; e benchè appresso la mia coscienza io mi sia per mesi et anni sentito scarico e disobbligato da cotal debito, poi che un miserabile infortunio, che con mio infinito dolore intesi essere accaduto a V. S., mi rendeva impossibile il farle pervenire altro che le mie lagrime, tutta via l'essere stato ultimamente da me saputo il tristo avviso essere stato falso, non ha bastato a rinfrancarmi gli spiriti et a prestarmi ardire di liberamente comparire avanti a lei, che della causa della mia lunga taciturnità non era consapevole. Hor tandem, S. Cesare, io, e non lei, sono ritornato da morte a vita nel sentire che ella, al suo solito, vive per favorire gl'amici e servitori suoi, e sono l'istesso Galileo, suo antico e devotissimo servo: humilmente gli chieggo perdono, e la supplico a restituirmi quel luogo che già mi concesse nella sua buona grazia, prontissimo a emendare il fallo commesso con quella penitenza che alla sua indulgente benignità piacerà d'impormi.

Il molto Rev.do Fra Buonaventura Cavalieri, Gesuato, il quale per onorarmi dice haver ricevuto da me qualche aiuto nel principio de' suoi studii matematici, sento che ricerca la lettura di tal facoltà in cotesta Università, e questo per potere con maggior libertà proseguir tale studio, nel quale egli si sente haver talento e genio mirabile. Io, se 'l giudizio mio può comprendere il vero e l'attestazion mia trovar credito alcuno, ingenuamente stimo, pochi da Archimede in qua, e forse niuno, essersi tanto internato e profondato nell'intelligenza della geometria, sì come da alcune opere sue comprendo; e per esser questa parte la più difficile, e quella sopra la quale tutte le altre matematiche si appoggiano, non ho dubbio alcuno che egli nelle altre, assai più facili di questa, non sia per far passate mirabili. Ne ho volsuto dar conto a V. S. (supponendo che ella sia per favorirlo) per entrar a parte nell'onore che io son sicuro che egli arrecherà a cotesta cattedra, qual volta succeda che sia fatta elezzione della persona sua. Nè mi occorrendo altro per hora, torno al mio particolare interesse, supplicandola a consolarmi con([41]) due sue righe et a restituirmi la sua desideratissima e stimatissima grazia; e reverentemente gli bacio le mani.

 

Di Fir.ze, li 10 di Marzo 1629([42]).

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

1938**.

 

CARLO CASTELLI a BENEDETTO CASTELLI in Roma.

Brescia, 15 marzo 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 65. – Autografa. Fuori, accanto all'indirizzo, di mano di Galileo si legge: S. Carlo Castelli.

 

Molto Ill.e mio Sig.e

 

Ho receuto la sua, che mi è stata molto cara, intendendo per essa il suo bon stato et del Padre Rev.mo: alla qual rispondo, quanto al'interesse del Sig.r Galileo, che dal'agente del'eredità non ò oposition alcuna; resta solo che li sian consignati li mobili del defonto, senza quali non può pagar, al che era fatta certa opositione da M.r Ill.mo([43]), che gionse in Bresia marti proximo pasato, per interesse dell'Ill.mo Vescovo di Sarzana([44]); del qual questo agente à mostrato una letera direttiva a M.r nostro Vescovo, che lisentiava ogni cosa per il suo interesse, così che eri sera fu dato il processo a M.r Vicario, qual mi disse che l'aveva anco subito visto, et che voleva dichiarar che oramai fusse consignato questa eredità al'agente sopradetto. È ben vero che li dinari, per quanto intendo, sono spesi: restavi però, tra crediti et mobili, molto più di quello noi avantiamo. Andarò facendo quel tanto crederò sia più profitevole alla causa....

 

 

 

1939.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 22 marzo 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 65-66. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Restammo veramente tutte satisfatte della sposa([45]), per esser molto affabile e gratiosa; ma sopra ogn'altra cosa ne dà contento il conoscer ch'ella porti amore a V. S., poi che supponghiamo che sia per farle quegl'ossequii che noi le faremmo se ci fossi permesso. Non lasceremo già di far ancor noi la parte nostra in verso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al Signor Iddio; chè troppo siamo obligate, non solo come figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo, se V. S. ci mancassi.

Oh se almeno io fossi abile ad esprimerle il mio concetto, sarei sicura ch'ella non dubiterebbe ch'io non l'amassi tanto teneramente quanto mai altra figliuola habbia amato il padre; ma non so [si]gnificarglielo con altre parole, se non con dire ch'io l'amo più di me stessa, poi che, doppo Dio, l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri benefitii che sono innumerabili, sì che mi conosco anco obligata e prontissima, quando bisognassi, ad espor la mia vita a qual si voglia travaglio per lei, eccetuatone l'offesa di S. D. M.

Di gratia, V. S. mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poi che talvolta l'affetto mi trasporta. Non mi ero già messa a scriver con questo pensiero, [ma sì] bene per dirle che se potessi rimandar l'orivolo sabato sera, la sagrestana, che ci chiama a matutino, l'havrebbe caro; ma se non si può, mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per non detto: chè meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo aggiustato, caso che ne habbia bisogno.

Vorrei anco sapere s'ella si contentassi di far un baratto con noi, ciò è ripigliarsi un chitarrone ch'ella ci donò parecchi anni sono, e donarci un breviario a tutte due; già che quelli che havemmo quando ci facemmo monache, sono tutti stracciati, essendo questi gl'instrumenti che adopriamo ogni giorno, ove che quello se ne sta sempre alla polvere e va a risico d'andar male, essendo costretta, per non far scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V. S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto a i breviarii, non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi fossino tutti i Santi di nuovo aggiunti, et havessino buona stampa, perchè ci serviranno nella vecchiaia, se ci arriveremo.

Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma as[... che] V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho dove metterla; e così, se havessi per casa qualche barattolo o ampolla vota che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la bottega.

Et qui per fine la saluto di cuore, insieme con Suor Archangiola e tutte di camera. Nostro Signore la conservi in Sua gratia.

 

Li 22 di Marzo 1628([46]).

Di V. S. molto Ill.re

Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

1940**.

 

SIGISMONDO PELLEGRI a CESARE MARSILI in Bologna.

Bologna, 22 marzo 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.r et P.ron Oss.mo

 

Per risposta dell'informatione che V. S. Ill.ma mi richiede in materia del P. Bonaventura Cavallieri Milanese, professore delle scienze mathematiche, le dico esser d'età d'anni 33 in 36 in circa, quale per qualche poco di tempo è stato sotto la disciplina del Sig.r Galileo 12 anni sono, se bene ha havuto altri maestri; ha letto nello Studio di Pisa in luogo del molto R.do Padre D. Benedetto Castelli Casinense, che hora si truova chiamato al servizio degl'Ecc.mi Sig.ri Barberini; ha ancora letto per più d'un anno privatamente in Firenza alli Sig.ri Ascanio Piccolomini, hor Arcivescovo di Siena, a due nepoti del Sig.r Card. dal Monte, et al Sig.r Gio. Batta Rinoncini, et altri. Ne potria haver informatione da Mons. Ciampoli, di quel grado che si sa in queste professioni....

 

 

 

1941*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Parma, 27 marzo 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 107. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dal Padre General nostro ricevei un'inclusa di V. S., indrizzata al S.r Cesare Marsilii, qual veramente mi è stata di gran consolatione per esser un pezzo ch'egli aspettava tal lettera, sì come anco quelle del G. Duca, che gli dimandai un pezzo fa; del che la ringratio sommamente. Mi stupisco però del Padre Generale, che niente mi disse di queste lettere del G. D., se V. S. era per cavarle, o se non era per cavarle per non esser espediente per qualche raggionevol causa; nè meno mi ha scritto cosa alcuna doppo, come mi diceva di voler fare. Però gli mando la inclusa([47]), scrittami da Bologna da chi opera per me, acciò veda a che termine sta il negotio, non perchè intenda di volerl'occupare più di quel che conviene, havendo ella sin hora fatto troppo per me, ma perchè sappi e di suo parer facci quel che li par meglio circa le lettere del G. D. overo circa lo scriver lei a questi che il Padre nomina. Non manco per la mia parte di far quel che si conviene. Mandai alli giorni passati il mio volume di geometria, diviso in 6 libri al S.r Cesare([48]), ma egli mi rispose ch'era troppo difficile, e che per questi principii desiderava qualche operetta chiara; là onde ho questa settimana composto un breve discorso delle settioni coniche e loro utilità in materia in particolar delli specchi, qual credo non li dispiacerà, et hoggi sto per mandarglielo. Fra tanto non presenta memoriale per me, trattenendolo io nella speranza di haver le due lettere sudette del G. D. al Legato e Regimento, e io non li posso dire nè sì nè no che sian per venire, poichè non ne ho mai potuto intender nuova dal P. Generale, che promise di scriverne. Di gratia, mi favorisca di scrivermi se le devo aspettare, o pure far presentare il memoriale senz'aspettar altro, e ciò per poter sapere, inanzi il nostro Capitolo, se il negotio è per haver effetto, e perciò se io devo procurare la stanza di Bologna al Capitolo o no. Mi scusi, di gratia; e se vol mandarle per maggior prestezza, le potrà inviare al S.r Cesare, overo al nostro monastero in Bologna, che si chiama S. Eustachio, al P. Provinciale. E con questo faccio fine, ringratiandola della lettera scritta per me al S.r Cesare, e li baccio le mani.

 

Di Parma, alli 27 Marzo 1629.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Mi rallegro poi delle nozze felici del suo figliolo.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

1942.

 

CESARE MARSILI a [GALILEO in Firenze].

Bologna, 28 marzo 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 149. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ecc.mo Sig.r P.ron mio Col.mo

 

Son vivuto sin hora, vivo e vivrò anche doppo morte, partialissimo servitore del mio caro Sig.r Galileo, nè accidente di alcuna sorte torrà che non sia un interno desiderio in me di poterla servire, come per questo rispetto m'assicuro altretanta corrispondenza dalla parte di V. S. Ecc.ma; che non dirò superflue, ma almeno troppo abondanti, sono state le longhe scuse che ella ha fatto nella sua cortese, poco fa a me gionta, per non havermi scritto([49]). Fu vero che passa di poco l'anno che, nell'esercitarmi per un torneo che si preparava al Gran Duca, in un incontro mi scavezzai il braccio destro in mezzo tra 'l gombito e la spalla; ma è anche vero (Dio laudato) che sono talmente ritornato, che ho potuto far l'istesso giuoco quest'anno di carnovale nel medesimo luogo.

Mi saria bene stato più caro l'intender da V. S. Ecc.ma, se il Chiaramonti l'ha pur fatta perdere a gl'astronomi intorno alle stelle nuove e commete nell'ottavo cielo o sopra la luna; del che ne sto ansiosissimo, e se me ne darà risposta, non mi potrà fare il maggior favore.

Quanto all'interesse del Padre([50]), spero incaminarlo in modo e con tal riputatione, valendomi anco assaissimo sopra modo la lettera di V. S. Ecc.ma, che spero sarà consolato. E qui a V. S. Ecc.ma auguro il compimento della sanità, poichè le posso dire per pruova, al presente, esser pessima cosa la malatia, per ritrovarmi indisposto di un poco di febre.

 

Di Bologna, li 28 Marzo 1629.

Di V. S. Ecc.ma

 

 

Si ritruova al presente a Bologna un cavalliero grandissimo Francese, che si chiama l'Abbate S. Luca([51]), qual si spera sarà Cardinale: egl'è della nostra opinione, e se ben mai li ho parlato, ci salutiamo cortesissimamente. So che ho da ritrovarmi con lui; però se V. S. Ecc.ma mi desse facoltà che le potessi mostrare la scrittura ch'ella fece contro l'Ingoli, mi sarà caro.

 

 

Aff.mo Se.re

Cesare Marsili.

 

 

 

1943**.

 

GALILEO a [CESARE MARSILI in Bologna].

Firenze, 7 aprile 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Non potrei con parole rappresentare a V. S. Ill.ma di quanta consolazione mi sia stata la cortesissima sua lettera([52]), ricevuta da me in questo punto, per la quale mi si è tolto tutto il dubbio e timore, che havevo, di haver grandemente scapitato nella grazia di V. S., da me tanto stimata, mediante il lungo silenzio tenuto seco non per mia colpa, ma per mia disgrazia; per che la verità è che sono circa 3 anni che da un gentil huomo Bolognese sentii, con mio estremo cordoglio, V. S. essere in una quistione restato privo della vita. Hor quando sentirò io mai verità alcuna che mi possa gustar tanto e recarmi tanta consolazione, quanta mi ha arrecato il ritrovar questa essere stata una bugia? Viviamo dunque, e ritorniamo sopra le nostre filosofiche dolcezze.

E per rispondere al particolare che mi domanda circa 'l Sig.r C. Chiaramonte([53]), gli dico che con un solo detto si snerva tutto quello che egli scrive in materia delle comete e delle stelle nuove etc. Egli fonda e fabbrica le sue ragioni et i suoi calcoli sopra osservazioni fatte da molti astronomi; et io, ammettendogli i suoi computi esser esattamente calcolati, gli domando quello che egli stima delle osservazioni fondamentali, cioè se egli le stima giuste, o fallate et erronee: se erronee, già egli medesimo accusa le sue demostrazioni per invalide e nulla concludenti; se giuste, bisogna che egli confessi, non solamente alcune comete o stelle nuove essere elementari et altre sopracelesti, ma l'istesse essere nel medesimo tempo state prossime alla terra et insieme per infinito spazio superiori anco alle stelle fisse, poi che, tra le osservazioni fatte da varii osservatori, se ne cavano di quelle che concludono questo, e di quelle che concludono quell'altro. Ma il S. Chiaramonte (nè so imaginarmi con qual ragione) ha giudicate e chiamate erronee le osservazioni dalle quali si raccoglieva, la lontananza di tali fenomeni esser più che infinita; e non errate, anzi ben giuste, quelle che facevano per il suo intento, provando la distanza esser piccola. Sì che, al mio parere, se egli voleva più rettamente filosofare, doveva dire che dalle contrarianti conseguenze che si raccolgono dalle varie osservazioni fatte da diversi osservatori altro non si può veramente dedurre, se non che pochissime, e forse nissuna, di esse osservazioni è stata fatta esattamente, ma molte molto esorbitantemente; chè così necessariamente si conclude dal dedursi che si fa da altre et altre di esse, quell'oggetto, che non poteva nell'istesso tempo essere se non in un sol luogo, mostrarcisi costituito in molti luoghi, e per immensi spazii l'uno dall'altro differenti. Se le osservazioni son tutte giuste, tutte si accorderanno in collocar il medesimo oggetto nella medesima distanza; ma non si accordano; adunque alcune non son giuste: e se tra esse ve ne sono delle non giuste, et il Chiaramonte chiama giuste solamente quelle che provano il fenomeno vicino, et io chiamerò queste fallate, e giuste quelle che lo mostrano lontanissimo; e così saremo del pari, e la fatica intrapresa inutile.

Di quella mia risposta all'Ingoli V. S. ne è padrona, et io son sicuro che ella non ne disporrà mai in mio progiudizio: però se la stima degna d'esser veduta da un Signore di tanto pregio([54]), la mostri, et insieme gli faccia offerta della mia servitù.

Il Padre F. Bonaventura mi domanda lettere del G. D. per il S. Car. Legato([55]) costì et per il Reggimento; ma perchè sento che queste AA. malvolentieri in simili occasioni raccomandano fuori che i loro vassalli, non ho voluto sin hora tentar questa cosa: oltre che non so quanto in simili occasioni possino esser profittevoli, dove la sola certezza della sufficienza del suggetto è quella che ha a far gioco: tuttavia, quando anco V. S. giudicassi che potessero esser di gran momento, io le procurerò, per quanto mai potrò; e sopra questo aspetterò suo ordine. Stimava anco il medesimo Padre utile al suo negozio che io stesso scrivessi al Reggimento; ma non veggo che la mia attestazione potesse operar più di quello che possa far quello che del medesimo Padre ho di già con verità scritto a V. S.: però anco di questo mi rimetto al consiglio di V. S. Alla quale, per non più tediarla, reverentemente bacio le mani, e nella sua buona grazia mi raccomando.

 

Di Fir.ze, li 7 di Aprile 1629.

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

1944.

 

CESARE MARSILI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 10 aprile 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 151. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

 

Resto obligatissimo alla gentilezza di V. S. Ecc.ma della gratiosa risposta([56]) ch'ella si è compiacciuta darmi di materia tanto da me desiderata,

Intorno il Padre Cavallieri, hieri, per ritrovarmi convalescente di un poco di febre, della quale 20 e più anni sono ne son stato essente, e i medici giudicano che ne sarò per altretanto spatio doppo sarò purgato, feci presentare a un gentilhuomo mio parente non solo il memoriale della richiesta della cathedra al S.r Confaloniere, ma ancho il capo della lettera da V. S. Ecc.ma scrittami([57]) come a lei da me richiesta per assicurarmi se potevo proporre per buono questo soggetto; la qual mi pare bastante e sufficientissima in questo particolare. Havevo già io commissione da' SS.ri Assonti passati dello Studio di ricercare persona atta per questa cathedra. Tenevo da un mio amico di Napoli([58]) una lettera per il Gloriosi, ma perchè non viddi replica alcuna, non so per qual accidente, alla mia risposta, il negotio svanì. Il vedere il S.r Chiaramonti tanto nemico degli astronomi ha fatto che io non mi son curato di proporlo, sebene ho inteso sotto mano che se gli havessi offerto il mio aiuto, l'havrebbe havuto molto caro. L'haver io hora inteso il desiderio grande che haveva questo Padre di questa cathedra, sapendo che è amico degli amici, come di V. S. Ecc.ma et del Padre D. Benedetto, mi sono andato persuadendo ch'egli non possa havere opinioni contrarie alle loro; e perciò ricorsi dagli Assonti dello Studio che hora esercitano quel carico, e li chiessi se haveano per questa cathedra alcun soggetto, e li dissi l'ordine che tenevo da' passati, e che al presente havea procurato di sviare un Padre, di molto valore. Eglino mi ringratiorono del zelo et m'animorono a dare il memoriale, come ho fatto fare, che, per quanto disse hie[ri] il S.r Confaloniere, questa mattina sarà letto in Reggimento. La lettera del Gran Duca diretta al S.r Card.l Ludovisi([59]), appresso di me, fu frustatoria, come anco poco giovevoli saranno le due lettere del S.r Cianpoli, una al S.r Card. Ludovisi e l'altra al S.r Card. Legato; poichè in questo particolare questi SS.ri Cardinali, quando non volessero, come facc'io, portar questo negotio, che non lo farebbono e forsi non li giovarebbe se lo facessero, non v'hanno alcuna auttorità, e meglio, al concetto ch'[io] sappi qualche cosa di queste professioni, crederanno a me questi Signori, che non farebb[ero] a loro. Mi spiace solo che ella non dichi apertamente che almeno per qualche poco di te[mpo] sia stato suo allievo; e se con un'altra sua, diretta a me che li chieggio come sta questo fatto, si dichiarasse, havrei che fosse molto giovevole al Padre([60]).

Quanto alle lettere del Gran Duca, quando havesse a scrivere, basteria che scrivesse al Reggimento; non perchè io diffidi che egli non sia per ottener la cathedra, chè tengo sicuro ch'egli havrà la prima del Magini, che so si saria contentato di quella del Cattaldi([61]), che pure è vacante; ma perchè a' frati sogliono dare poco stipendio, una lettera del Gran Duca, diretta al Reggimento, faria che crescerebbero il stipendio: sebene io non so come il Granduca habbi campo di raccommandar soggetti ad altri, mentre egli ne ha bisogno per lui, se è però vero che ne habbi bisogno in Pisa o in Siena; sì che quando la lettera non dicesse ch'egli lo pigliarebbe per uno de' suoi Studii, se il Padre non havesse, o per l'aria o per qualche altra difficoltà, volontà d'andarvi, io non credo che fosse niente giovevole([62]): e forsi il Gran Duca, mentre non fossero piene le cathedre, non esprimerebbe questo in sua lettera; quando poi fossero piene, crederei potesse dire, che se le cathedre non fossero piene, egli lo pigliarebbe volentieri per sè: et in questo caso la supplicarei della lettera, ma però diretta a me a sigillo volante([63]), acciò potessi parlare con questi Signori in conformità dello scritto.

Mando con questa occasione a V. S. Ecc.ma la risposta che dà il S.r Card. Ludovisi alla lettera del Gran Duca ch'io li presentai, il tenor della quale saprei volentieri, e vedrò di saperlo dal suo secretario.

In materia de' nostri studii, intendo che un Giesuita([64]) in Ferrara scrive, o finge di scrivere, un grosso volume De magnete contra il Gilberti([65]): dico, finge di scrivere, perchè internamente, quanto mi vien referto, egli crede la mobilità della terra.

Mi scusi se lungamente l'ho infastidita, che il desiderio di servir gl'amici mi fa talvolta straparlare; et li bacio le mani.

 

Bologna, li 10 Aprile 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Parcia.mo Ser.re

Cesare Marsili.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r et P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1945*.

 

GIOVANNI DI GUEVARA a GALILEO [in Firenze].

Roma, 20 aprile 1629.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVII, n.° 94. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

L'ambitione grande c'ho d'imparare e d'esser favorito da V. S. con un'occhiata che dia a quel commento che feci sopra le Mechaniche d'Aristotele, m'ha fatto sentire assai che V. S. non habbi ricevuto il libro dopo tanto tempo che gli lo mandai([66]), giunto con un altro volume per S. A. Ser.ma; però vengo con questa a supplicarla mi dia un cenno, sepur l'havesse ricevuto dopoi l'ultima che mi scrisse, sì come l'haveva già ricevuto S. A., o pure per che strada sicura ne gli potrò mandar un altro. Et aspettarò che V. S. mi honori della parte che mi promette di quella sua speculatione sopra la questione 24([67]).

Col Sig. Prencipe Cesis facciamo spesso e lunga commemoratione di V. S., con infinito desiderio di goderla presente, e S. E. gli ricorda i Dialogi et i moti, per beneficio universale e lume degli ingegni curiosi. Lascio i congressi che habiamo con Monsig.r Ciampoli, dove V. S. è sempre presente nella stima e veneratione, come in bocca, di quanti siamo; e m'habbia V. S. per uno de' suoi partialissimi servitori, che tanto più merito da lei esser favorito, quanto nella solitudine della mia residenza non haverò altro ricovro o recreatione delle sue opere e lettere, se mi favorirà alle volte di qualche cenno per man d'altro, per non straccar la sua, degna di maggior impiego. Con che di cuore gli bacio per mille volte le mani.

 

Di Roma, 20 d'Aprile 1629.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Affett.mo Ser.re

G. di Guevara, Vesc.o di Theano.

 

 

 

1946.

 

GALILEO a [CESARE MARSILI in Bologna].

Bellosguardo, 21 aprile 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

 

In risposta di quello che V. S. Ill.ma mi domanda circa i progressi nello studio delle matematiche del molto R. Padre Fra Buonaventura Cavalieri([68]), deve sapere come, sendo chiamato circa 15 anni fa alla lettura di tal facoltà nello Studio di Pisa il molto Rev. Padre Don Benedetto Castelli, monaco Cassinense, già mio uditore e discepolo in Padova, alloggiò questi per lo spazio di 2 anni nel monastero de i Padri Gesuati in Pisa, dove con tale occasione alcuni studenti de i detti Padri volsero sentire dal P. D. Benedetto i principii delle matematiche, tra i quali fu il Padre Fra Bonaventura; e come quello che era di mirabile ingegno e dispostissimo a tale studio, in capo a pochi giorni apprese in maniera le prime introduzzioni, che poco hebbe di poi bisogno dell'aiuto di altri: et se in alcuna facoltà accade, in questa massimamente avviene, che quelli che son bisognosi di maestro non passano mai la mediocrità, et la natural disposizione fa più che mille precettori. È vero che, incontrando egli qualche grande difficoltà, conferendola meco, gli ho più volte abbreviato il tempo dell'intelligenza. Egli poi, lontano dal Padre D. Benedetto e da me, ha per sè stesso veduti i più gravi e difficili autori, come, oltre a Euclide, Apollonio, Archimede, Tolomeo et altri; e tirato dalla vivacità del suo ingegno, ha ritrovato un nuovo metodo di dimostrare, col quale egli dimostra per via più spedita le cose di Archimede e le principali di altri gravi autori. E benchè questi suoi studii per la loro difficoltà non sieno materie da catedre, tutta via, quando egli habbia occasione di legger publicamente, con a lui facilissima applicazione alle lezioni più popolari e facilissime in comparazione delle altre sue notizie, indubitatamente egli è per fare quanto qualsivoglia altro. E tanto sia detto per significare a V. S. Ill.ma il concetto che io tengo di questo suggetto.

Quanto a gl'altri particolari contenuti nella sua lettera, io concorro seco in giudicare poco necessarii o utili gli altri mezi, li quali non tenterò; nè meno anco potrei ricercargli di presente, ritrovandosi il G. D. a Pisa. Aspetto d'hora in hora il Padre D. Benedetto da Roma, che, passando di qua, va al capitolo a Parma, e doverà passar per Bologna et abboccarsi con V. S.; e da esso potrà intendere più minutamente circa questo fatto.

Se il Gesuita scrive contro al Gilberti([69]), credo che non vedremo maggior sottigliezze delle solite di quei Reverendi, le quali, al mio parere, in materie filosofiche sono assai triviali. Sento all'incontro che il finto Apelle stampa in Bracciano un lungo trattato de maculis solis([70]); et quello esser lungo mi fa assai dubitare che non sia pieno di spropositi, li quali, per essere infiniti, possono imbrattare molti fogli, dove che il vero tien poco luogo: et io tengo per fermo che se egli dirà altro che quello che dissi già io nelle mie Lettere solari, dirà tutte vanità e bugie.

Non ho per hora che dir più a V. S. Ill.ma, salvo che il confermarmegli servitore devotissimo, et con ogni debita reverenza baciargli le mani e pregarle intera felicità.

 

Di Bellosguardo, li 21 di Aprile 1629.

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

1947*.

 

ELIA DIODATI a [GALILEO in Firenze].

Susa, 22 aprile 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 78r. – Copia di mano di Vincenzio Viviani. In capo a questo frammento si legge, di mano dello stesso Viviani: «E. D. Susa, 22 Ap.le 1629».

 

però la prego con ogni maggior affetto che si degni consolarmi con due righe di sua mano, avvisandomi a che termine ha ridotto il Dialogo del flusso e reflusso([71]) per lo stabilimento del nuovo sistema, credendo che haverà finito un pezzo fa.

 

 

 

1948**.

 

GIOVANNI BATTISTA SAMPIERI

agli ASSUNTI DELLO STUDIO DI BOLOGNA in Bologna.

Roma, 5 maggio 1629.

 

Arch. di Stato in Bologna. Lettere a Studio, 1618 al 1639. – Autografa

 

.... Del P.re Bonaventura poi non mi dà l'animo di dire quanto trovo di buono della sua persona, poichè Mons. Ciampoli mi dice che il S.r Galileo lo tiene, se si può dire, per maggior huomo che non fu Archimede, et che il P.re D. Benedetto lo esalta e stima molto più di sè medesimo; et Monsignore ci esorta a non lasciarlo in modo alcuno....

 

 

 

1949**.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a CESARE MARSILI in Bologna.

Roma, 26 maggio 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Dalla relatione fatta dal Sig.r Ambasciatore([72]) potrà V. S. haver veduto le mie testimonianze intorno all'eminenti virtù del Padre Fra Buonaventura Cavalieri. Sono state fatte da me non solo per la cognitione et esperienza havuta del suo ingegno, ma ancora per le confermationi havute dal Sig.r Galileo, il quale stima sommamente questo soggetto. Io in somma, per tutti questi rispetti, non potevo celare le sue lodi; e se il mio testimonio sarà di qualche valore appresso codesti SS.ri, spero che si compiaceranno di consolare detto Padre....

 

 

 

1950.

 

GALILEO a [GIOVANFRANCESCO BUONAMICI in Madrid].

Firenze, 19 giugno 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 72. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

 

Prevenuto dalla cortesia di V. S. molto I. vengo, non senza qualche rossore, a renderle grazie del cortese offizio che si è degnata di passar meco in una sua lettera al S. Carlo([73]), col quale havendo per mezzo di mio figliuolo contratto parentado([74]), sì come mi pregio delle onorate condizioni di tutta la casa sua, così ascrivo a mia gran ventura l'havere hauto con tal mezo adito all'amicizia (termine men cortigianesco, ma più amabile, che servitù) di V. S., et se piacerà a Dio, alla sua conversazione tra non molto tempo; ancor che ciò non sia per seguire senza mio scapito nel concetto che ella tien di me, mentre ella da vicino conoscerà quanto male mi si assestino quelli attributi de' quali ella da lontano mi onora. Ma sia quello che si voglia: quella parte che con altri mezi non potrei meritare nella buona grazia di V. S., procurerò di aqquistarmela con un vivissimo et evidente affetto, e desiderio di porre ad effetto ogni suo cenno. Intanto gradisca la sincerità dell'animo mio, mentre con reverente affetto, insieme con Vincenzo mio figliuolo e con la sposa, gli bacio le mani e prego intera felicità.

 

Di Fir.ze, li 19 di Giugno 1629.

Di V. S. molto I.

Dev.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

1951.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 8 luglio 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 88. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

L'incomodità che ho patita da poi che sono in questa casa, mediante la carestia di cella([75]), so che V. S. in parte lo sa; et hora io più chiaramente glielo esplicherò, dicendole che una piccola celletta, la quale pagammo (conforme all'uso che haviamo noi altre) alla nostra maestra trentasei scudi, sono due o tre anni, mi è convenuto, per necessità, cederla totalmente a Suor Archangiola, acciò (per quanto è possibile) ella stia separata dalla sudetta nostra maestra, che, travagliata fuor di modo da i soliti humori, dubito che con la continua conversatione gl'apporterebbe non poco detrimento; oltre che, per esser S.r Archangiola di qualità molto diversa dalla mia, e più tosto stravagante, mi torna meglio il cedergli in molte cose, per poter vivere con quella pace et unione che ricerca l'intenso amore che scambievolmente ci portiamo: onde io mi ritrovo la notte con la travagliosa compagnia della maestra (se bene me la passo assai allegramente con l'aiuto del Signore, dal quale mi sono permessi questi travagli indubitatamente per mio bene), et il giorno sono quasi peregrina, non havendo luogo ove ritirarmi un'hora a mia requisitione. Non desidero camera grande o molto bella, ma solo un poca di stanzuola, come appunto adesso mi se ne porge occasione d'una piccolina([76]), che una monaca vuol vendere per necessità di danari, et, mediante il buon uffitio fatto per me da Suor Luisa, mi preferisce a molte altre che cercano di comprarla; ma perchè la valuta è di scudi 35, et io non ne ho altro che dieci, accomodatimi pur da S.r Luisa, e cinque ne aspetto della mia entrata, non posso impossessarmene, anzi dubito di perderla, se V. S. non mi sovviene con la quantità che me ne mancano, che sono scudi 20.

Esplico a V. S. il mio bisogno con sicurtà filiale e senza ceremonie, per non offender quell'amorevolezza da me tante volte esperimentata. Solo replicherò che questa è delle maggiori necessità che mi possino avvenire in questo stato che mi ritrovo, et che, amandomi ella come so che mi ama e desiderando il mio contento, supponga che da questo me ne deriverà contento e gusto grandissimo, e pur anco lecito et honesto, non desiderando altro che un poca di quiete e solitudine. Potrebbe dirmi V. S. che, per esser assai la somma che domando, io m'accomodi de i 30 scudi che tiene ancora il convento di suo([77]); al che io rispondo (oltre che non è possibile l'haverli in questo estremo, essendo in molta necessità la monaca venditrice) che V. S. promesse alla Madre badessa di non gli domandare se non veniva qualche occasione, mediante la quale il convento fossi sollevato, e non astretto a sborsarli contanti: sì che non per questo penso che V. S. lascerà di farmi questa gran carità, la quale gl'adimando per l'amor di Dio, essendo ancor io nel numero de i poveri bisognosi, posti in carcere, e non solo dico bisognosi, ma anco vergognosi, poi che alla sua presenza non ardirei di dir così apertamente il mio bisogno, nè meno a Vincentio; ma solo con questa mia a V. S. ricorro con ogni fiducia, sapendo che vorrà e potrà aiutarmi. E qui per fine me le raccomando con tutto l'affetto, sì come anco a Vincentio e sua sposa. Il Signor Iddio la conservi lungamente felice.

 

Di S. Matteo, li 8 di Lug.o 1629.

Di V. S. molto Ill.re

Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, mio Osser.mo, a

Bello Sguardo.

 

 

 

1952*.

 

GALILEO a FERDINANDO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

Firenze, luglio 1629.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza 9a di negozi e relazioni del Sig.re Audit. Lorenzo Usimbardi, dal 1626 al 1631, car. 285. – Originale, non autografa.

 

Ser.mo Gran Duca,

 

Espone all'A. V. S. Galileo del q. Vinc.o Galilei, come sotto li 25 di Giugno 1619 ottenne dal Ser.mo Gran Duca Cosimo di gloriosa memoria ampia legittimatione([78]) per Vincenzio suo figliuolo, per la quale si rendeva capace degli honori, dignità, offizii et benefizii de i quali fusse capace suo padre, eccettuatone però gli honori publici et magistrati della Città di Fiorenza, da i quali voleva che per allhora fusse escluso, sino tanto che sopra di questo fusse con speciale indulto proveduto, cioè (come in voce fu da S. A. dichiarato) quando si fusse veduta la riuscita del figliuolo circa i costumi et li studii, la quale, essendo buona, l'harebbe reso capace ancora di quelli honori publici et magistrati. Hora, havendo per li X anni decorsi atteso esso figliuolo a varii studii nobili et ultimamente dottoratosi in legge, et ne i costumi portatosi sempre modestamente, supplica suo padre l'A. V. S. che, con la hereditaria benignità del Ser.mo suo Padre, resti servita di ammetterlo et renderlo capace ancora di essi honori publici et dignità et magistrati della Città di Fiorenza: della qual grazia le resterà con perpetuo obligo, pregando Dio per ogni maggior prosperità dell'A. V. S., etc.

 

Di mano di Andrea Cioli:

 

L'Auditore delle Reformagioni informi.

 

 

And. Cioli.

12 Lug.o 1629.

 

 

 

1953*.

 

GIOVANFRANCESCO BUONAMICI a GALILEO [in Firenze].

Madrid, 4 agosto 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 153. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.or mio Osser.mo

 

La cortesia ha voluto dimostrarsi compagna, come suole, della virtù, et a me dar cagione di far tanto più stima (se fosse stato possibile) di questa, mentre scorgo l'eccesso di quella nella lettera([79]) con la quale V. S., volendo prevenirmi, mi ha, posso dire, confuso; ma io mi glorierò di tal mortificatione, che mi apre l'adito alla conoscenza et amicitia che V. S. mi esibisce, la quale io avidissimamente accetto, per corrisponderle con termine dovuto di servitù et reverenza in ogni parte dove io sia per trovarmi: nè sarà la speranza di questa consolatione il minore incentivo per maturare il mio ritorno, nel quale prego Dio che mi conceda gratia di trovar V. S. col S.or Carlo([80]) in perfetta salute, per poterli godere et honorare come desidero et devo così per la parentela come per le degne qualità loro.

La commemoratione che havevo fatto al S.or Carlo della persona di V. S., che non fu con intentione ch'ella dovesse vederla, mi cagiona rossore per la sua cortezza; et non mi potrò mai sodisfare in dir tutto quello che son sicuro (secondo il concetto in che la teneva l'Arciduca Carlo([81])) mio Signore, et la tiene il Ser.mo mio Principe, il Conte Palatino Duca di Neuburg([82]), intendentissimi et versatissimi nelle mathematiche, et l'universal consenso la predica) esser dovuto all'eccellenza de' meriti di V. S., alla quale auguro dal Signore Dio una felice et numerosa propagatione di nepoti, ne' quali ci si perpetuino le sue scienze. Et insieme con la S.ra Sestilia([83]) et suo Sig.r consorte li bacio le mani et prego ogni vero contento et prosperità.

 

Di Madrid, li 4 di Agosto 1629.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Devot.mo Serv.re

Gio. Fran.o Buonamici.

 

 

 

1954*.

 

LORENZO USIMBARDI a FERDINANDO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

[Firenze], 17 agosto 1629.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza citata al n.° 1952, car. 284. – Autografa la firma.

 

Ser.mo Gran Duca,

 

Per informazione sopra l'incluso supplicato([84]) del Galileo matematico, posso dire a V. Alt.za come ho rivisto la relazione che io feci l'anno 1619([85]) et il privilegio di legittimazione di Vinc.o suo figliuolo, la quale gli fu spedita in amplissima forma per le qualità et meriti dello stesso supplicante, et anco perchè il figliuolo era semplice naturale, nato di soluto et soluta; et quanto alli honori, fu habilitato ad ogni dignità, offitio e benefitio de' quali il padre era capace, eccettuati però i publici honori, offitii et magistrati della Città di Firenze, da' quali, secondo le leggi et il solito, volle per allora l'Alt.za Paterna che fussi excluso, sintanto che specialmente per gratia gli fussi concesso, perchè nel'informazione si disse che li offitii et magistrati di Firenze si solevono sempre excettuare, per concederne poi l'habilità a parte, in tempo che si possa conoscere il merito e vedere la riuscita del legittimato. Ma hora, essendo passati X anni et constando delle buone qualità di Vinc.o, figliuolo del supplicante, già dottorato in legge, V. Alt.za comanderà se vuole habilitarlo a' detti offitii et honori della Città, che si suol fare nel modo ordinario col farlo vedere di Collegio per mezzo del Segretario delle Tratte, come pochi mesi sono fu habilitato lo stesso Galileo supplicante, veduto similmente di Collegio per gratia di V. A.([86]); et sarebbe passato questo benefizio anco nel figliuolo et ne' descendenti, se non fussi stata fatta l'excettuazione predetta nel privilegio della legittimazione. Et humilmente le fo reverenza.

 

Di casa, alli 17 d'Agosto 1629.

Di V. A. S.

Humil.mo Servo

Lorenzo Usim.di

 

Di mano di Ferdinando II:

 

Fer.

 

E di mano di Andrea Cioli:

 

Mess. Pierfrancesco Ricci lo metta in nota per esser visto di Collegio([87]), non ostante([88]).

 

 

And.a Cioli.

19 Ag.to 1629.

 

 

 

1955.

 

CESARE MARSILI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 29 agosto 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 113. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Osservan.mo

 

Sopra l'informatione di V. S. Ecc.ma([89]), si sono mossi concordemente questi Signori del Regimento a promovere alla prima cathedra di Mathematica il Padre Fra Bonaventura Cavagliere, col medesimo stipendio che havea l'Ecc.mo Magini quando fu condotto alla medesima lettura. Io non dubito che non sia per riuscire nelle cose di mathematicha, e spero anche, sopra la di lei informatione, che sia per riuscire nell'astronomia, se bene mi ha dato gran sospetto il non havermi mai mandato alcun calcolo fatto sopra le Tavole Rodolfine([90]), che le inviai alcuni mesi sono: e pure qua vi sono scholari, che nella praticha di quelle Tavole non hanno altra dificoltà che nel moto della luna. Della matematicha pura, anchor che sia il tutto, in questa città ne è fatta pocha stima, e più stimano di gran longha detto studio d'astronomia.

La condotta è per tre anni: haverà occasione di poter mostrare in questo tempo quanto egli vaglia; e l'asicuro che se non fosse stato per rispetto di lei, per questa difidenza serei stato alquanto più lento in procurargli questo honore. Mi conservi nella sua buona gratia. Il solito suo partialissimo servitore.

 

Di Bologna, questo dì 29 Ag.to 1629.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo e Pa.mo Se.re

Cesare Marsili.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1956*.

 

GIOVANNI DI GUEVARA a [GALILEO in Firenze].

Teano, 2 settembre 1629.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVII, n96. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Il non vedere risposta dell'ultima([91]), ch'io scrissi a V. S. da Roma, in quattro mesi, e non sapere che habbia ancora ricevuto quel libro che gli mandavo sopra le Mechaniche d'Aristotele([92]), m'ha fatto risolvere di mandargliene un altro volume, qual spero che V. S. riceverà con questa; e di nuovo la prego ad honorarmi con un'occhiata che dia all'opra et una risposta all'autore, essendo tanto suo servitore di vero affetto, accennandomi i mancamenti per riparargli un'altra volta, già che non ho potuto in questa. E così desidero sapere come piacesse a S. A. Ser.ma, dalla quale hebbi favoritissima risposta, vivendo ambitiosissimo della sua gratia e che gli fussero grate le mie fatiche, non dovendo essere queste l'ultime. Favoriscami dunque V. S. come suole, e trovandosi occupata mi facci scrivere da altri due parole senza ceremonie, sapendo quanto l'amo e quanto la stimo, conforme al suo merito singulare. Con che fine a V. S. bacio affettuosamente le mani, et avverto che la risposta l'invii a Roma alla posta del Papa, dalla quale mi vengono sempre le lettere sicurissime.

 

Theano, 2 di 7mbre 1629.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Affett.mo Ser.re

G. di Guevara, Vesc.o di Theano.

 

 

 

1957*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Arcetri, 6 settembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 90. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre.

 

Haviamo rihavuta l'ampolla d'olio con li scorpioni, e la ringratiamo Suor Luisa et io infinitamente. Volevamo, parecchi giorni sono, mandargli un poca di acqua di cannella fatta da noi non è molto, che, avvicinandosi la stagione più fresca, pensiamo che gli deva esser grata; ma restiamo per l'incomodità che haviamo di chi la porti: che se V. S. havessi la casa più appresso (com'io desidererei), non ci sarebbano queste difficoltà. Basta, aspetteremo la prima occasione, et fra tanto havrò caro di sapere come stia la Lisabetta([93]), et se vuol qualche cosa da noi.

Quando([94]) V. S. manda la tela per i collari per lei e pezzuola per la cognata, io havrò caro che mandi la mostra di un collare che gli stia bene, e similmente il refe bresciano che m'ha promesso, che ne lavorerò con esso la pezzuola. Perchè ho gran sonno, non dirò altro, se non che ne vo al letto per cavarmelo, essendo assai notte. La saluto di cuore, insieme con Suor Luisa e Suor Archangiola, et similmente Vincentio e la sposa. Nostro Signore la conservi.

 

Di S. Matteo, li 6 di 7mbre 1629.

Di V. S. molto Ill.re

Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Padre mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1958.

 

GALILEO a [CESARE MARSILI in Bologna].

Bellosguardo, 7 settembre 1629.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Ho sentito con gusto quanto V. S. Ill.ma mi scrive nella sua cortesissima lettera([95]); e poi che io sono a sì gran parte nel favore ottenuto da cotesto Ill.mo Reggimento, non mancherò di ricordare e sollecitare il Padre Fra Buonaventura nello studio dell'astronomia, con ferma speranza che egli in questo sia per rendersi non men simile a Tolommeo, che si sia reso in geometria emulo di Archimede. E se non ha risposto prontamente al calcolo domandatogli, credo che ciò proceda perchè voglia, come conviene ad un maestro, antepor la teorica alla pratica, cioè intender molto bene l'Almagesto di Tolomeo e le Revoluzioni del Copernico, e poi praticar tal dottrina ne i computi, ne i quali molti sono pratichissimi senza punto intender quello che si faccino; e son sicuro che l'istesso Ticone, conforme alle osservazioni del quale son calcolate le Tavole Rodulfee, non poteva intender niente de i nominati autori, come quello che non sapeva nè anco i primi elementi di geometria. Conceda dunque V. S. Ill.ma per hora a uno che si è occupato più nella geometria che ne i calcoli, il valer molto in quella e meno in questi; ma renda certi cotesti SS.ri e sè stessa, che e' sia con la felicità del suo ingegno per dar piena sodisfazione nel maneggiar le tavole, opera assai più facile che gli studii già superati dal Padre.

Io torno a render grazie a V. S. Ill.ma del favore prestato a questo soggetto, e con chiamarmegli obbligatissimo la supplico a comandare a me con assoluta autorità, che mi haverà sempre prontissimo ad ogni suo cenno; e con vero affetto gli bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego intera felicità.

 

Da Bellosguardo, li 7 di 7mbre 1629.

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

1959.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Firenze].

Genova, 7 settembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 155. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Ancorchè sia gran tempo che io non habbia havuto lettere di V. S., nè scrittole, non è però che io non sia quello istesso suo partiale che io era in tempo del Sig.r Filippo Salviati, che sia in Cielo, e dopo, per quel tempo che di presenza e con lettere io riceveva de' suoi favori. Che per ciò ho volontieri preso l'occasione di raccomandarle con questa mia il P. Francesco di S. Giuseppe([96]) de' PP. delle Scuole Pie, il quale è avvido dell'amicitia di V. S., come io di conservarla. Esso è giovane virtuoso e studioso, e in qualche parte delle matematiche ha, a mio parere, ecceduto la mediocrità. Priego V. S. favorir detto Padre nelle occasioni che se le rappresenteranno, et io gliene resterò obbligatissimo.

Sto in continuo desiderio di veder uscir fuori qualche nuovo parto di V. S., alla quale bacio con affetto le mani e priego ogni contento.

 

Di Gen.a, alli 7 di Sett.e 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.or Aff.mo

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

1960*.

 

GIORGIO FORTESCUE a GALILEO [in Firenze].

Londra, 15 ottobre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 157. – Copia di mano di Vincenzio Galilei.

 

Ornatissimo Viro et de literis optime merito Galilaeo de Galilaeis

Georgius de Forti Scuto Anglus S. D.

 

Suasu dicam an amicorum impulsu, Vir ornatissime, iam in lucem libellum do, qui inscribitur Feriae Academicae([97]) in quo ex opticis, catoptricis, mathematicis, astronomicis, nonnulla adfero experientia comprobata mea.

In his usus sum artificio Marci Tullii aliorumque, qui, ut sibi in dicendo auctoritatem concilient, inducunt colloquentes Catones, Crassos, Antonios, similesque palmares homines.

Igitur ignosce, Vir sapientissime, si disputantem in scriptis meis temet repereris, illos inter qui exquisitis suis artibus occiduum hunc sustentant orbem. Verum ad hoc pensiculate incubui (cum fama tua augeri a me non possit), ut nihil ad asylum nominis tui confugeret, quod splendorem imminuat tuum. At, dices, praepropere hic tecum agi, cum vita debuisses fungi prius, quam celebrari in scena gloriae. Ita est, mi Galilaee, si commune tuum cum caeteris fatum; at tu, adhuc in humanis, inventor, ne dicam genitor, syderum, a lumine ad lumen, a gloria ad gloriam transvolans, nunc in coelis, velut alter Cepheus, Cassiopeiae tuae vicinus splendes, nunc in terris, Dexiphanis filio mirabilior, Hetruriae tuae (olim sacrorum, nunc etiam ingeniorum, regno) tanquam in mundi pharo praefulges. Terra enim quod coelum videat et cognoscat, coelumque quod terras illuminet, Galilaeo debent.

Ergo da veniam, serius petenti licet, Vir spectatissime, quod, inconsulto te, cum tuo egerim nomine: ambitiosae id sane artis erat meae, ut vi laudum tuarum protegar, Scuto meipso longe Fortiori. Vale.

 

Londino, Idib. Octob. M.D.C.XXVIIII.

 

 

 

1961.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Firenze].

Bologna, 20 ottobre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 115, – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Giunsi in Bologna alli 18 del presente, dove ritrovai la gratissima di V. S. et intesi il gusto che ha sentito della mia elettione per Matematico di questo Studio, del che sommamente la ringratio, come anco di quanto ella ha oprato in mio favore, sapendo quanta parte vi habbi havuto l'attestatione di V. S.; che perciò mi sforzarò ad ogni mio potere di farla parer verdadiera nella testimonianza fatta di me, dandomi per hora tutto allo studio dell'astronomia, come V. S. mi esorta e come pur troppo è necessario ch'io facci. Il non haver havuto libri in queste materie astronomiche, e massime de' moderni, è stato causa che non vi habbi fatto quell'applicatione che saria stato di bisogno. Del non haver io mandato al S.r Cesare il calcolo([98]), è stato causa il non haver visto l'Epitome dell'Astronomia Copernicana([99]), nella quale spiega le teoriche delle sue tavole, non mi essendo volsuto assicurare non vedendo prima i fondamenti, aggiunto l'oscurità istessa dell'opera sua: perciò scrivo a Roma a Mons.r Ciampoli acciò mi favorisca di procurarmi la licenza di legerlo, che poi, havutala, cercarò di sodisfare in questa parte a questi Signori, che veramente altro non desiderano. Mi vado preparando per far l'oratione proemiale, e poi per principiare a leggere Euclide per il presente anno.

Sento molta consolatione ch'ella, se bene in età assai grave, anchor si affatichi per utilità de' studiosi. Ella poi, per la padronanza che ha di me, è sciolta dall'obligo di rispondere ad ogni mia lettera; havrò ben gusto sentire alcuna volta, quando li piacerà, nova di lei, che fra tanto non mancherò alla giornata di dargli raguaglio di quanto succederà. Il Sig.r Cesare parimente se li ricorda servitore, et io, di nuovo ringratiandola de' suoi favori, gli faccio con ogni affetto riverenza.

 

Di Bologna, alli 20 Ottobre 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

De.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

1962*.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

[Firenze], 29 ottobre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 83r.-t. – Copia di mano di Vincenzio Viviani. In capo a questo frammento si legge, di mano dello stesso Viviani: «G.o G.o 29 Ottobre 1629. Risposta a una de' 30 Agosto, che non ci è».

 

E per dar a V. S. qualche avviso circa a' miei studi([100]), sappia che da un mese in qua ho ripreso i miei Dialogi intorno al flusso e reflusso([101]), intermessi per tre anni continui, e, per la Dio grazia, m'è venuta questa buona direzzione, la quale, se continuerà tutta la seguente invernata, spero che condurrà tal opera al fine, e subito la pubblicherò; dove, oltre a quello che s'aspetta alla materia del flusso, saranno inserti molti altri problemi et una amplissima confermazione del sistema Copernicano, con mostrar la nullità di tutto quello che da Ticone e da altri vien portato in contrario. L'opera sarà assai grande e copiosa di molte novità, le quali dalla larghezza del Dialogo mi vien dato campo d'intromettere senza stento o affettazzione; e questo stimolo, che è grande etc.

 

 

 

1963**.

 

MATTEO CAROSI a GALILEO in Bellosguardo.

Firenze, 2 novembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 116. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

 

Io sono ricerco da amico, al quale io non posso mancare, della soluzione dell'incluso problema([102]). Ricorro a V. S. Ecc.ma per questa grazia, sicuro doverla ricevere da lei meglio che da qual si voglia altro; di che glie ne resterò con particulare obrigazione: e le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Firenze, li 2 9mbre 1629.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

S.re Devotiss.o

Matteo Carosi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.rn mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, in

Villa.

 

 

 

1964*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 novembre 1629.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 16. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io non volevo scrivere a V. S. molto Ill.re sino che non era terminato qui in Dataria di Roma chi ha d'avere la Teologale di Brescia, vacata ultimamente per morte del Conte Capriolo, che non ha mai voluto pagare un quattrino, e se li ha portati tutti, con altri interessi, nell'altro mondo; ma V. S. mi fa rompere il disegno con la sua delli 22 d'8bre, capitatami solamente ieri l'altro, che fu l'8 di 9mbre. Saprà dunque, come li ho detto, che essendo morto il Conte, la Dataria deve provedere, ed io ho raccomandato un Dottore mio paesano, quale, se ottenerà il Canonicato, come spero, pagarà prontissimamente. Nel resto mio fratello mi scrive([103]) che non mancherà fare il possibile con gli eredi del morto, e aspetto sue lettere per l'ordinario prossimo.

L'allegrezza poi che ha hauto Mons.r Ciampoli della nova delle riprese speculazioni da V. S., non si può esprimere. Non ho parlato al Sig. Principe, perchè si trova a S. Angelo; come viene, so che mi darà la mancia. Credo che Mons.r Ciampoli li voglia scrivere una congratulatoria; e veramente si trovano pochi pari suoi, e a me non tocca trovarne nessuno. Altro non ho di novo, solo che li vivo quel di sempre; e se bene ho tacciuto in carta, ho parlato di lei in catedra, se non come lei merita, almeno come meglio ho potuto. E con ciò li bacio le mani.

 

Di Roma, il 10 9mbre 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Gal.o Gal.i

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: [....] Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r [....], p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1965*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 10 novembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 92. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Mi dispiace in estremo il sentire l'indispositione di V. S., e tanto più perchè ordinariamente è più travagliata quando viene da noi; et ardirei di dire, se credessi indubitatamente che questa gita tanto le nocessi, che più presto mi contenterei di privarmi di vista tanto cara e desiderata; ma veramente ne incolpo molto più la contraria stagione. La prego ad haversi cura più che sia possibile.

Non poteva Suor Luisa mia haver maggior gusto quanto che vedendo che V. S. faccia capitale (se bene in piccola cosa) della nostra bottega; solo ha timore che non sia l'oximele di quella esquisitezza ch'ella vorrebbe, dovendo servire per V. S. Gl'ene mandiamo on. V, come domanda, e se più gl'ene bisognerà, siamo prontissime; ma perchè ordinariamente si suol temperare con syroppo di scorza di cedro, anco di questo gli mandiamo, acciò veda se gli gusta: et se altro gl'occorre, dica liberamente.

La ringratio de i ritagli, e caso che ne habbia più, mi saranno gratissimi; et ancora io non lascerò di mandarle qualche amorevolezza per la Porzia. Gli mando un poco di marzapane, che se lo goda per mio amore, e la saluto, insieme con Vincentio e la cognata, della quale molto mi duole che si ritrovi in letto, e se gli bisogna qualche cosa ch'io la possi servire, lo farò molto volentieri. Nostro Signore doni a tutti la Sua santa gratia.

 

Li 10 di 9mbre 1629.

 

Sua Fig.la Aff.ma

S. Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

1966*.

 

PAOLO STECCHINI a GALILEO [in Firenze].

Pisa, 16 novembre 1629.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 129. – Autografa.

 

Ill.mo S.r mio, S.r Oss.mo

 

La riverenza ch'io devo alle singolari prerogative di V. S. Ill.ma m'obliga a redurli nella memoria la mia servitù, pregandola ad havermi nel numero de' suoi servitori.

Lo Studio quest'anno è belissimo in qualità et quantità, et hoggi a punto l'hanno adornato con l'ellettione del Rettore. A me non resta altro se non che venga il Sig. Dino([104]), per godere delle contemplationi mattematiche. V. S. Ill.ma fra tanto mi conservi in sua gratia, mentre le faccio riverenza.

 

Pisa, 16 9mbre 1629.

Di V. S. Ill.ma

Ill.mo S.r Galileo Galilei etc.

Ser. Div.mo

Paolo Stecchini.

 

 

 

1967.

 

GALILEO a [GIOVANFRANCESCO BUONAMICI in Madrid].

Firenze, 19 novembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 59-60. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Dal S. Carlo Bocchineri mi vien significato, come a V. S. molto I. da uno amico suo gli vien domandato uno de' miei telescopii più esquisiti, essendogli di propria bocca stato da S. M.à ordinato che egli gliene faccia procaccio; e più sento che il detto amico di V. S. ha dato comessione qua ne i Medici e Segni, di ricevere e mandargli il detto telescopio, con pagarne a me quel prezzo che io ne domanderò, non intendendo egli di volerlo in altra maniera. Circa questo mi occorre dire a V. S., che mi faccia grazia di fare intendere all'amico suo come io veramente non ho mai venduto alcuno de' miei strumenti, nè meno intendo di far ciò di presente nè per l'avvenire; tal che, già che egli si è protestato non lo volere in altro modo, potrà ricever a grado la mia scusa, se in questo particolare non lo servo: che se in altra occasione vorrà servirsi dell'opera mia, mi troverà pronto al servirlo. Et avvenga che in questa domanda si comprende il servizio di Sua M. e la grazia e favor mio supremo, in questo sarò io prontissimo a esequire il suo cenno, come se direttamente mi fusse comandato, e porrò ogni industria e diligenza di condurre a perfezzion cosa degna della mano di chi deve riceverla; e son sicuro che non sarà inferiore a quello che detti al Ser.mo Arciduca Carlo([105]) di f. m., mentre era qua, e forse V. S. lo potette vedere.

Ho letta con mio gusto e meraviglia insieme la bellissima scrittura di V. S. in materia della navigazione([106]); la qual lettura mi ha commosso assai con la rimembranza del gran negozio che havevo attaccato costà mentre vi era il S. Conte Orso([107]), che era di dare a S. M.à il mio trovato per graduar la([108]) longitudine, punto massimo et che solo resta per l'ultima perfezzione dell'arte nautica; invenzione cercata in tutti i secoli decorsi, ma non trovata da alcuno, ancor che promessa da molti, tratti dal premio insigne che vien promesso all'inventore. Io l'ho trovata con mezi ammirabili; e gli esalto, perchè non son miei, ma della natura: et il negozio era ridotto a segno, che veniva dato commissione al S. Duca d'Ussona([109]) in Napoli di sentirmi; et io ho ancora le lettere che di costà mi vennero per presentarle al detto S. Duca. Ma occorse, che avanti la mia andata a Napoli, S. Ecc. fu richiamato costà. Successe poi in Napoli il S. Card.l Borgia([110]); ma avanti che di costà venissero nuove lettere, si partì S. S. Ill.ma Di poi ritornò qua il S. Cont'Orso, e venendo in suo luogo Mons. Giuliano Medici, si cominciò a ritrattarne. Sua S. Rev.ma ci stette poco: sì che in somma il filo si interroppe del tutto, nè io ho poi più cercato di rattaccarlo, essendomi mancati costà li 2 sopranominati ambasciadori, mia affezionati padroni.

Già che siamo in cose di mare, deve V. S. sapere come sono sul finire alcuni Dialogi([111]) ne i quali tratto la costituzione dell'universo, e tra i problemi principali scrivo del flusso e reflusso del mare, dandomi a credere d'haverne trovata la vera cagione, lontanissima da tutte quelle cose alle quali è stato sin qui attribuito cotale effetto. Io la stimo vera, e tale la stimano tutti quelli con i quali io l'ho conferita. E già che io non posso andare attorno, e la copia delle particolari osservazioni conferisce assai alla confermazione di quello che tratto, voglio pregar V. S. a procurar di abboccarsi con qualcuno che habbia navigato assai e che nel navigare sia stato curioso del far qualche osservazione delle cose naturali; et in particolare desidererei d'essere assicurato della verità di un effetto che molto accomodatamente risponderebbe a i miei pensieri: e questo è, se è vero che navigando all'Indie Occidentali, quando si è dentro a i tropici, cioè verso l'equinoziale, si habbia un vento perpetuo da levante, che conduca facilmente e felicemente le navi; onde poi per il ritorno sia di mestiere far altro viaggio et andar con più lunghezza di tempo ricercando venti da terra, sì che in somma il ritorno sia assai più difficile. Sentirei anco volentieri quello che accaggia nel passare lo stretto di Magaglianes circa le correnti, come ancora quello che si osservi nello stretto di Gibilterra, pur nell'ingresso e regresso dell'Oceano. Nel Faro di Messina le correnti sono di 6 hore in 6 ore veementissime. Sentirei volentieri qualche([112]) osservazione che fusse stata fatta nello stretto tra l'isola di San Lorenzo e la costa d'Affrica opposta; et in somma quanti più particolari io potessi sapere, più mi sarebbono grati, perchè l'istorie, cioè le cose sensate, sono i principii sopra i quali si stabiliscono le scienze.

L'haver conosciuto V. S. per ingegno singolare e molto sequestrato da gl'intendimenti popolari, mi dà ardire di ricercarla di tali curiosità, sperando che ella sia per fare ogn'opera acciò io conseguisca, almeno in parte, il mio intento. Da questa mia libertà ritragga in tanto una certa sicurezza di potersi prevaler di me con assoluta autorità; e però, deposte tutte le sorti di cerimonie, alienissime dalle scuole filosofiche, vegga in quello che io fussi buono a servirla, e liberamente mi comandi, mentre io affettuosamente, insieme con la sposa e mio figliuolo, gli bacio le mani e gli prego felicità.

 

Di Fir.ze, li 19 di 9mbre 1629.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Parat.mo

Galileo Galilei.

 

 

 

1968*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO [in Bellosguardo].

Arcetri, 22 novembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 94-95. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Hora che alquanto è mitigata la tempesta de i nostri molti travagli, non voglio tralasciar di farne consapevole V. S., sì perchè ne spero alleggerimento d'animo, come anco perchè desidero d'esser scusata da lei se già due volte gl'ho scritto così a caso e non in quella maniera che dovevo, perchè veramente ero mezza fuori di me, mediante il terrore causato a me et a tutte l'altre dalla nostra maestra, la quale, sopraffatta da quei suoi humori o furori, due volte ne i giorni passati ha cercato d'uccidersi: la prima volta con percuotersi il capo e il viso in terra tanto forte, che era divenuta deforme e mostruosa; la seconda, con darsi in una notte tredici ferite, due nella gola, due nello stomaco e l'altre tutte nel ventre. Lascio pensare a V. S. qual fossi l'orrore che ci sopraprese, quando la trovammo tutta sangue e così mal concia. Ma più ci dà stupore che, nell'istesso tempo che si era ferita, ella fa romore perchè si vadia là in cella, domanda il confessore, e in confessione gli consegna il ferro che adoprò, acciò non sia visto da alcuno (se bene, per quanto possiamo conghietturare, fu un temperino): basta che apparisce ch'ella sia pazza e savia nel medesimo tempo, e non si può concluder altro se non che questi sono occulti giuditii del Signore, il quale ancora la lascia in vita, quando per ragioni naturali doveva morire, essendo le ferite tutte pericolose, per quanto diceva il cerusico; che per ciò siamo state a guardarla continuamente, giorno e notte. Adesso siamo qui tutte sane, per gratia di Dio benedetto, et lei si tiene in letto legata, ma con le medesime frenesie, che per ciò stiamo in continuo timore di qualche altra stravaganza.

Doppo questo mio travaglio voglio accennarle un'altra inquietudine d'animo sofferta da me da poi in qua che V. S.([113]), per sua amorevolezza, mi donò i 20 scudi che gli domandai([114]) (poi che alla presenza non ardii di dirle liberamente l'animo mio, quando ultimamente mi domandò se ancora havevo havuta la cella): e ciò è, che essendo io andata con i danari in mano a trovar la monaca che la vendeva, ella, che era in molta necessità, volentieri havrebbe accettati detti danari, ma di privarsi per ancora della cella non si risolveva; sì che, non essendo accordo in fra di noi, non ne seguì altro, non pretendendo io altro che la presente comodità di quella stanzuola. La quale, per haver accertata V. S. che havrei havuta, e non essendo sortito, ne presi grandissimo affanno, non tanto per restarne priva, quanto perchè ho dubitato che V. S. non si tenga aggirata, parendomi d'haverle detto una cosa per un'altra, ancorchè tale non fossi il mio pensiero; nè mai havrei voluto haver questi danari, perchè mi davano molta inquietudine: che per ciò, essendo sopravvenuto alla Madre badessa certa necessità, io liberamente gliene prestai, et ella adesso, per gratitudine e sua amorevolezza, m'ha promesso la camera di quella monaca ammalata([115]) ch'io raccontai a V. S., la quale è grande e bella e valeva 120 scudi, et ella si contenta di darmela per 80, che in questo mi fa gratia particolare, sì come in altre occasioni m'ha sempre favorita. E perchè essa sa benissimo che io non posso arrivare anco alla spesa di 80 scudi, s'offerisce di pigliar a questo conto i trenta scudi che già tanto tempo il convento ha tenuti di V. S., pur che ci sia il suo consenso; del che non mi par quasi di poter dubitare, parendomi che non sia da sfuggir questa occasione, essendo massime con molto mio comodo e satisfatione, la quale già so quanto a V. S. sia di gusto. Pregola adunque che mi dia qualche risposta, acciò io possa dar satisfatione alla Madre badessa, che, dovendo fra pochi giorni lasciar l'offitio, va di presente accomodando i suoi conti.

Desidero anco di sapere come V. S. si sente adesso che l'aria è alquanto rasserenata, e non havendo altro, gli mando un poco di cotognate, condito di povertà, ciò è fatto con mele, il quale se non sarà il caso per lei, forse non spiacerà a gl'altri. Alla cognata non saprei che mandarli, già che niente gli piace; pure, se havessi gusto a cosa alcuna fatta da monache, V. S. ce lo avvisi, chè desideriamo di dargli gusto. Non mi sono scordata dell'obligo che tengo con la Portia([116]), ma per ancora non mi è possibile il far cosa alcuna. In tanto se V. S. havrà havuti gl'altri ritagli promessimi, havrò caro che me li mandi, aspettandoli io per metterli in opera con quelli che ho havuti.

Aggiungo di più che, mentre scrivo, la monaca sudetta ammalata ha havuto un accidente tale, che pensiamo che sia per morir in breve; a tal che mi bisognerà dar il restante de i danari a Madonna, acciò possi far le spese necessarie per il mortorio.

Mi ritrovo nelle mani la corona di agate donatami da V. S., la quale a me è superflua et inutile, e parmi che starebbe bene alla cognata. La mando adunque a V. S., acciò veda se si contenta di pigliarla et in cambio mandarmi qualche scudo per questo mio bisogno, che, se piacerà a Dio, credo pure che sarà l'ultimo di tanto gran somma, et per conseguenza non sarò più astretta ad infastidir V. S., ch'è quello che più mi preme. Ma in fatti non ho, nè voglio haver, altri a chi voltarmi, salvo che a lei et a Suor Luisa mia fedelissima, la quale per me s'affatica quanto può; ma finalmente siamo riserrate, e non haviamo quell'habilità che molte volte ci bisognerebbono. Benedetto sia il Signore, che non lascia mai di sovvenirci; per amor del quale prego V. S. che mi perdoni se troppo l'infastidisco, sperando che l'istesso Signore non lascerà irremunerati tanti beni che c'ha fatti e fa continuamente, che di tanto lo prego con tutto l'affetto: et lei prego che mi scusi se qui saranno de gl'errori, che non ho tempo per rilegger questa lunga diceria.

 

Di S. Matteo, li 22 di 9mbre 1629.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

 

 

1969*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 24 novembre 1629.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 17. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Sia lodato Dio, che è stata segnata la supplica a favore di un gentilhuomo che io ho favorito per la Teologale di Brescia([117]), il quale, e per la sua bontà e perchè riconosce in grazia da Dio e poi dall'opera mia, pagarà V. S. prontamente al suo termine, quando haverà spedite le bolle, come spero in breve. Ne do parte a V. S., perchè è necessario che mandi una fede autentica della sopravivenza del Sig. Vinc.o Galilei, fatta costì in Firenze, con l'attestazione di V. S. e di un altro o due altri testimoni; e la mandi con coperta al molto Ill.re Sig. Lorenzo Richiadei, Roma, perchè io sono necessitato andare fuori di Roma per servizio de' Padroni, e mi trattenerò sino passate le Feste. In tanto lei mi ami al solito. Mons.r Ciampoli li bacia le mani, ed io li fo riverenza.

 

Di Roma, il 24 di 9mbre 1629.

 

La fede deve essere autenticata nel Vescovato; la spesa la farò bona io a V. S. a conto del provisto. Però avvisi il tutto come sopra.

 

 

S.r Gal.i

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: [....] Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig. [....]lei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1970.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 15 dicembre 1629.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 120. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.ron Col.mo

 

Già per un'altra mia([118]) avisai V. S. Ecc.ma di quanto era passato quanto al mio ingresso e progresso sin all'hora, quale penso che forsi non l'habbi havuta; e perciò di nuovo gli dico come feci il mio principio con molta mia sodisfattione, con il concorso di tutti questi Ecc.mi Dottori e Senatori in buon numero, che mostrorno di restare assai sodisfatti. Ho poi seguito di leggere, havendo in publico più di 50 scolari et in privato almeno 15 continui, sì che sin hora non mi mancano scolari, se ben lego Euclide.

Quanto allo stampare, ho diverse cose in mente, e parte in scritto: cioè, in mente, et anco principiate, le tavole de' logaritmi([119]), diversamente dal Nepero([120]), alle quali applicare la dottrina de' triangoli, e ciò non solo in gratia dell'astronomia, ma di questi Signori anchora, che vogliono vedere qualche cosa in tavola; sperando che non siano superflui, sì perchè levo le addittioni e sottrattioni del più e del meno, che arrecano molto fastidio, sì anco perchè, se bene con i logaritmi del Brigio([121]) si fa il medesimo che con questi, tuttavia quelli sono accomodati al seno toto troppo grande, e volen[do] sminuirlo non vien poi logaritmo del seno toto il numero eguale al seno toto, come agiusto io in queste tavole (il che poi facilita moltissimo il calcolo), conformandovi i calcoli sopra i triangoli, come hano fatto gli altri sopra quelli; cosa veramente, appresso lei et a me, di poco momento, ma che sarà a questi Signori di qualche sodisfattione, e sarà anco il libro di spaccio, poichè [le] tavole del Brigio non si trovano; e così comincierò a far un puoco di bottega. Tengo poi già fatta un'operetta sopra li specchi sferici, ellittici, parabolici et iperbolici, e loro proprietà quanto all'unire o disunire diversamente le linee radiose o sonore([122]) che credo non dispiacerà; e finalmente ho quel libro sì fatto di geometria([123]), quale, per stamparlo, credo mi bisognerà aggiongervi, per il puoco spaccio che haverà: e credo mi bisognerà far come in quel paese, dove s'usan maritar le belle fanciulle ricevendone la dote, con la qual maritan poi le brutte anchora, dandogliela die[...]; se ben questa sarà poi nell'intrinseco, per mio giuditio, più bella delle altre opere già [...].

Acciò che poi conosca che la Musa mia geometrica non è in tutto addormentata, gli mando la risolutione del suo problema([124]), qual pensai su 'l principio che non fosse men difficile del[la] duplicatione del cubo; ma applicatovi l'animo con diligenza, subito ne intracciai la de[...]. Non si meravigli della tardanza mia nel risponderli, poichè la lettera sua l'ho ricevuta 20 giorni e più doppo ch'era scritta.

Desidero sommamente di veder perfettionati i suoi Dialogi, e meco lo bramano tutti questi Signori, in particolare il Sig.r Cesare Marsilii, che gli rende duplicati saluti: però la prego ad accelerare quanto può di perfettionarli, poichè gli so dire che son aspettati e qua e fuor di qua come manna celeste, et io più di tutti desidero veder e l'opera e lei anchora, come spero, con qualche commodità. E fra tanto mi conservi fra' suoi cari servitori, poichè tale ambisco d'esserli, e mi dia un puoco nuova se la demostratione gli haverà dato sodisfattione. E con questo li baccio le mani, augurandoli felicità, massime nelle future feste di Natale, con il buon Capo d'anno, pregandola a salutare in nome mio il R.mo P. Priore.

 

Di Bologna, alli 15 Dec.bre 1629.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

1971.

 

GALILEO a [FEDERICO CESI in Roma].

Firenze, 24 dicembre 1629.

 

Bibl. della R. Accademia dei Lincei. Mss. n.° 12 (già cod. Boncompagni 580), car. 160. – Autografa.

 

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Augurando a V. E. le buone Feste per il presente e per molti anni appresso, vengo, con quella reverenza che all'antica e mia devotissima servitù si richiede, a baciargli la veste, come anco all'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra sua consorte; e per non lasciar indietro cosa ch'io possa creder dover esserle di gusto, gli dico come, per la Dio grazia, sto assai bene di sanità, in guisa tale che, avendo da 2 mesi in qua ripresa la penna, ho condotto vicino al porto i miei Dialogi, e distese assai chiaramente quelle oscurità ch'io aveva tenute sempre quasi che inesplicabili. Pochissimo mi resta delle cose attenenti alla dottrina, e quel poco è di cose già digeste e di facile spiegatura: mancami la cerimoniale introduzzione e le attaccature de i principii de' dialogi con le materie seguenti, che son cose più tosto oratorie o poetiche che scientifiche; tutta via vorrei che avesser qualche spirito e vaghezza. Chiederò aiuto a gli amici, dove la mia musa non avesse genio a bastanza. Sto perplesso circa lo stampargli, se sia bene ch'io mi trasferisca a suo tempo costà, per non gravar altri nella correzzione; e più mi alletta il desiderio di rivedere i padroni e gli amici tanto cari, prima che perder la vista, la quale per l'età grave s'invia verso le tenebre. Questo è quanto posso per ora dire a V. E.; alla quale di nuovo reverentemente inchinandomi, prego dal S. Dio il complimento d'ogni suo desiderio.

 

Di Firenze, li 24 di Xmbre 1629.

Di V. E.

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei Linceo.

 

 

 

1972*.

 

GIOVANNI PIERONI a [GALILEO in Firenze].

Vienna, 29 dicembre 1629.

 

Dobbiamo riprodurre anche questa lettera (vedi l'informazione premessa al n.° 2) dall'edizione del Campori, che per primo la pubblicò a pag. 288-289 del suo Carteggio Galileano inedito, non avendo noi potuto ritrovarne l'originale.

 

La mia distrazione per i quasi continovi viaggi, già più anni, mi ha fatto tacere assai tempo con V. S., che veramente per il gusto e favore che io ho di scriverli, ricordandomeli servitore e più che molto affezionato, e di ricever da lei qualche sua lettera, da me desideratissime e sommamente stimate, avrei più spesso ardito di molestarla con mie lettere; ma sì bene fra tanto ho fomentato sempre l'affezione verso di lei e datone segno ovunque io mi son trovato, alle occasioni, le quali son state spesse e lontane ben spesso di luogo tra loro.

L'anno è già passato che io inviai a V. S. le Tavole Rodolfine([125]), che penso le abbia ricevute. Ora gli includo questa carta a cautela, se ella non la avesse ancora veduta, perchè io, mediante la mutazione continova di luogo, la ho ricevuta solo ora, se bene il Sig. Keplero me la mandò subito stampata; ed ancora li manderò la sportula aggiunta alle Tavole Rodolfine, ove sono corretti molti errori di quelle, se lei mi farà sapere di non l'aver avuta, chè in dubbio ho stimato bene per ora di non far più grosso il piego.

Con particolar desiderio aspetto di sentire quando V. S. avrà finito e stampato i suoi Dialoghi del flusso e reflusso, del che, per mia relazione, ho molti compagni, avendo avuta occasione di conoscer molti valentuomini matematici, come di altri studi peritissimi ancora.

Già che V. S. mi favorì avvisarmi d'aver speculato circa la calamita e penetrato tanto oltre, sentirei volentieri il parer suo circa la nuova Filosofia Magnetica, stampata modernamente costà in Italia (credo in Parma) da un Padre Gesuita([126]). Qua è il P. Galdin([127]), matematico molto affezionato di V. S., dal quale ho veduto tal libro, e la saluta.

Io non pretendo di dare incommodo nè causare distrazione alcuna a V. S., ma quando, senza contravenire a ciò, li piacesse farmi degno di avvisarmi qualche cosa delle sue rare speculazioni e studi, ne riceverei estremo gusto e favore singolarissimo; e di qua, se ella conosca ch'io possa esser buono a servirla in cosa alcuna, mi troverà sempre prontissimo, se degnerà d'accennarmelo. E per fine gli bacio le mani, e gli auguro felicissimo il prossimo anno, con molti seguenti.

 

Di Vienna, li 29 Dicembre 1629.

 

Occorrendole scrivermi, potrà sempre inviar le lettere a me a Praga, franche costì per Mantova, quando quel passo è aperto.

 

 

 

1973.

 

BENEDETTO CASTELLI e MICHELANGELO BUONARROTI a GALILEO in Firenze.

[Roma, 1629].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 10. – Di mano del Castelli sono le lin. 1-16, 22-26, e di mano del Buonarroti le lin. 17-21 [Edizione Nazionale].

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Hora hora ho inteso il spropositato scropolo di quelli che cercano, sotto titolo di pietà, far levare a V. S. la provisione che gode dalla grandezza del Ser.mo Gran Duca([128]). Sottile inventione! Mi favorisca V. S. significare da parte mia a S. A., che solo col nome e fama del merito di V. S. io ho sostenuta la lettura di Pisa e sostengo hora quella di Roma, ed habbiamo fatti due altri lettori, uno di Pisa([129]) ed uno di Bologna([130]), e questi due, tali che ogn'un di loro è bastante da illustrare ogni grande Università; e in conseguenza lei merita che li sia rizzata la statua nello Studio di Pisa. Cosa ridicolosa mi pare il mettere in scropolo che sia assegnata questa provisione a V. S. delle Decime, mentre un semplice computista può levare affatto il scropolo: poi che il Ser.mo Gran Duca può impiegare mille e due milla scudi delle Decime nelle galere; e quando il merito del Galileo non sia reputato da questi scropolosi per servizio dello Studio (ah, maligni ignoranti!), potrà essere riconosciuto con girare una partita di due milla scudi, di quelli che S. A. Ser.ma impiega nelle galere, a favore di V. S. Non ho tempo, perchè il Sig.r Michel Angelo vol finir la lettera.

 

A Michelagnol Buonarroti questa lettera par finita, nè può altro che confermare il detto del P. D. Benedetto. Il qual Michelagnolo è rimasto a svernare a Roma, e benchè direnato in Corte, s'inchina quanto e' può a far reverenza al suo Signore, Signor Galileo, e gli prega ogni augumento di nuovo bene, e aborre il concetto della diminuizion del vecchio.

 

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1974*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 4 gennaio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 81. – Autografa,

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Il timore che ho che la venuta qui di V. S. l'altro giorno non gl'habbia cagionato l'accidente solito di maggior indispositione, m'induce a mandarla a visitare di presente, con speranza però che non sia seguito quello che temo, ma sì bene quel che desidero, ciò è ch'ella stia bene: il che non segue già qua fra di noi, poi che la maestra di S.r Luisa, ciò è quella che V. S. non poteva creder l'altro giorno che havessi 80 anni, per esser così fiera, l'istessa sera fu soprapresa da male così repente di febbre, catarro e dolori, di tal maniera che si dà per spedita; et S.r Luisa per ciò si ritrova in molto travaglio, perchè l'amava grandemente. Oltre a ciò S.r Violante([131]) per ordine del medico se ne sta in letto, con un poca di febbre, et per quanto ne dice l'istesso medico si può sperarne poco bene: hiermattina prese medicina, et si va trattenendo. Se V. S. facessi carità di mandarmi per lei un fiasco di vino rosso ben maturo, l'havrei molto caro, perchè il nostro è assai crudo; et io voglio cercare, di quel poco che potrò, di aiutarla fino all'ultimo.

Tengo memoria del debito che ho con la Portia([132]), et per ciò gli mando queste pezzuole, che da per noi haviamo lavorate, e questa cordellina, acciò veda, se gli piace, di donargliene da nostra parte, et in tanto procurar di haver qualche altro ritaglio di drappo bello: basta, facci V. S. in quella maniera che più gli piace. Si goderà stasera quest'uova fresche per amor nostro; et per fine a lei di tutto cuore mi raccomando, insieme con tutte di camera. Il Signore la conservi in sua gratia.

 

Li 4 di Gen.o 1629([133]).

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

1975.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 5 gennaio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 158. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Oh che grata oh che pretiosa mancia mi ha dato V. S. in questo Natale, col darmi avviso delli suoi Dialogi([134]) felicemente terminati! Ne rendo affettuosissime gratie a V. S., e l'assicuro che non potevo desiderare consolatione più cara. Non vedo l'hora di leggerli e satiare la mia lunga et impatientissima sete con quella ambrosia de gl'intelletti, con la quale sa V. S. solamente inebriare l'anime de' galanthuomini. Però quanto prima ella mi farà vedere queste aspettate maraviglie del suo subblime ingegno, tanto maggiore allegrezza mi darà.

Quanto all'introduttione([135]), a lei non mancheranno inventioni spiritose, e qua nel legger l'opera doveranno sovvenircene più d'una. Quanto poi al restante, io la ringratio con tutto il cuore della continuatione dell'amor suo, stimato da me super aurum et lapidem pretiosum. Farò poi voti cordiali per la sua venuta a Roma, dove, mancandole gl'altri maggiori, non le mancherà mai hospitio nelle mie camere. E qui di nuovo la reverisco, salutandola affettuosissimamente in nome del Padre Maestro di Sacro Palazzo([136]).

Il P. Campanella([137]) non è stato da qualche giorno in qua veduto da me, ma è tutto di V. S., alla quale io viverò sempre affettuosissimo servo.

 

Di Roma, il dì 5 di Genn.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei. Fir.

Dev.mo Ser.re

G. Ciampoli.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Firenze.

 

 

 

1976*.

 

NICCOLÒ CINI a GALILEO [in Bellosguardo].

Dalle Rose, 10 gennaio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. II, car. 78. – Autografa.

 

S.r Galileo,

 

Il S.r Cav.r Guidoni([138]) è qui, e domattina andremo alla Certosa a desinare. Si cita però V. S. a comparire in detto luogo alle 17 hore in circa, sotto pena di star senza desinare e di non haver l'olio che ella desidera. E le bacio le mani.

 

Dalle Rose([139]), a' X di Genn.o 1630.

Di V. S.

Dev.mo Ser.re

Niccolò Cini.

 

Fuori: Al S.r Galileo Galilei, mio S.re

In sua mano.

 

 

 

1977.

 

GALILEO a [CESARE MARSILI in Bologna].

Firenze, 12 gennaio 1630.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Perchè credo che il P. Buonaventura haverà sin hora dato saggio della riuscita che altri si possa promettere che sia per fare nella sua carica, vengo a pregar V. S. Ill.ma che si contenti di farmi grazia di significarmi sinceramente il seguito sin qui, sì perchè vivo ansioso di potermi conservare 'l credito nel concetto di V. S. e di colesti altri Ill.mi Signori, sì ancora per poter scrivere al medesimo Padre con quella libertà, e dirò anco autorità, che tengo sopra di esso, e spronarlo ad applicarsi a quella sorta di studii che più vengono costì desiderati. Io l'ho tentato li giorni passati nella resoluzion d'un problema geometrico difficilissimo, il quale mi ha mandato mirabilmente resoluto([140]). E benchè questa non sia quella parte che vien comunemente più ricercata, tutta via il saper io quanto ella sia più difficile che i calcoli astronomici mi fa sperare che in breve tempo e' sia per ridursi in stato di non havere a denigrar la reputazione di cotesta cattedra, già tanto illustrata dal S. Magino.

Io sono sul rivedere i miei Dialogi del flusso e reflusso, contenenti ancora tutto quello che mi par che si possa dire circa i 2 sistemi, e tra breve tempo gl'haverò in pronto per dargli in luce. Ne do conto a V. S. Ill.ma perché so che ha a quore le cose mie. Mi duole che son necessitato contraddire al S. Cav. Chiar.([141]) in quella parte dove e' confuta il Copernico, e tanto più mi dispiace quanto che le confutazioni son frivole, e che esso si manifesta non haver letto, non che studiato o inteso, quell'autore. Farò, necessitato, quello che potrò, con quella sua maggior reputazione che sarà possibile, havendolo io per altro in grandissima venerazzione.

Nel resto poi vivo al solito suo devotissimo servitore et ambiziosissimo della sua grazia e de' suoi comandamenti, de' quali la supplico ad onorarmi, mentre con ogni reverente affetto gli bacio le mani e prego il colmo di felicità.

 

Di Fir.ze, li 12 di Gen.° 1629([142]).

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

[Galileo Galilei.]

 

 

 

1978.

 

GALILEO a [FEDERICO CESI in Roma].

Firenze, 13 gennaio 1630.

 

Bibl. della R. Accademia dei Lincei in Roma. Mss. n.° 12 (già cod. Boncompagni 580), car. 159. – Autografa.

 

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Io scrissi più mesi sono a V. E., acciò ella restasse servita di raccomandare all'Ecc.mo S. Duca Altemps([143]), suo nipote, questi Ninci di S. Casciano, che hanno tenuto e tuttavia tengono la fittanza della villa di Paterno, acciò esso Signore, nel rifar nuova fittanza, ordinasse che gli eredi di Lione fussero a parte con gli eredi di Matteo nel medesimo modo che sono stati sin ora, atteso che la parte di Lione aveva qualche dubbio che gli altri sottomano proccurassero di escludergli. Ora questo dubbio (che pur non era senza fondamento) è stato rimosso, e si sono amendue le parti accordate di continuare insieme. Ma nasce di presente un altro dubbio, comune a questi et a quelli: e questo è, che ancorchè per replicate lettere il Sig. Lorenzo Brogiotti, agente del Sig. Duca, abbi ultimamente scritto che la fittanza sarà indubitatamente continuata a' medesimi Ninci, e nel modo stesso della passata, e che nella scritta si contenga che non si disdicendo 6 mesi avanti s'intenda pur continuata, la qual disdetta non è seguita et il fine non è lontano più che mesi 3, tutta via hanno qualche sentore che il Sig. Duca possa esser da più alta mano sollecitato a concederla ad altri; nel qual caso desiderano di nuovo il favor di V. E. appresso il Sig. Duca, acciò la fittanza sia loro continuata: et io la supplico a fare in ciò quelli offizii che ella farebbe quando la causa fusse mia propria, ché come tale la porgo a V. E., avendo io con questi Ninci interessi particolari di aiutarli in tutte le occasioni, oltre che sono persone molto da bene et honorate; e di quanto V. E. ritrarrà, la supplico darmene avviso.

Nel dargli le buone Feste, l'avvisavo come avevo ridotti i Dialogi a buon porto; li quali ora vo rivedendo per accomodargli alla pubblicazione, la quale vorrei che seguisse costà, dove verrei in persona per non affaticar altri nelle correzzioni. L'ho volsuto replicare a V. E., in caso che l'altra mia non gli fusse pervenuta, perchè so che ne prenderà gusto, per l'affezzione che porta alle cose mie. Altro per ora non ho che dirgli, salvo([144]) che con ogni debita reverenza l'inchino, e dal S. gli prego intera felicità.

 

Di Firenze, li 13 di Gen.o 1629([145]).

Di V. S. Ill.ma et Ecc.ma

 

Devot.o et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei L.

 

 

 

1979*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 21 gennaio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 82. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

In risposta della sua gratissima gli dico che S.r Archangiola sta bene, et io poco manco che bene, già che, per consiglio del medico Ronconi([146]), fo di presente un poca di purga piacevole, per ovviare, se sarà possibile, ad una oppilatione duratami (fuor d'ogni mio solito) da 6 mesi in qua, e credo che domattina piglierò una presa di pillole. Non mi sento veramente indispositione particolare, ma stando in questa maniera dubito che mi verrebbe senz'altro. S.r Violante([147]) sta alquanto meglio, e va ancora purgandosi. S.r Giulia ci dà che fare assai, non agitandosi niente da per sè; et ogni volta che si leva dalletto, siamo tre o 4 a portarla. Non credo senz'altro che sia per scamparla, essendo la febbre continua, con andata di corpo. Io gl'assisto continuamente, parendomi adesso il tempo di dimostrare a S.r Luisa l'affettione che gli porto, con levarle quelle fatiche ch'io posso.

Vincentio tenne parecchi giorni l'orivolo, ma da poi in qua suona manco che mai. Quanto a me, giudicherei che il difetto venissi dalla corda, che, per esser cattiva, non scorra; pure, perchè non me ne risolvo, glielo mando, acciò veda qual sia il suo mancamento e lo raccomodi. Potrebbe anco esser che il difetto fossi mio per non saperlo guidare, che perciò ho lasciato i contrappesi attaccati, dubitando che forse non siano al luogo loro. Ma ben la prego a rimandarlo più presto che potrà, perchè queste monache non mi lascerebbon vivere.

S.r Brigida le ricorda il servitio che gl'ha impromesso, ciò è la dote di quella povera fanciulla; et io harei caro di sapere se ha havuto per([148]) me dalla Portia il servitio che li domandai([149]). Non lo nomino, acciò V. S. non mi dica fastidiosa, ma solo glielo ricordo. Havrò caro anco di sapere se la lettera ch'io scrissi per S.r M.a Grazia([150]) fu conforme al desiderio di V. S., ché quando ciò non fossi, procurerei di emendar l'errore con scriverne un'altra, havendo scritta quella con molta penuria di tempo, il quale mi manca sempre per compire le mie faccende, e per disgratia non posso tor alcun'hora al sonno, perchè conosco che mi apporterebbe grandissimo nocumento alla sanità.

La ringratio del servitio fattomi della muletta, la quale feci instanza che m'accomodassi, acciò che S.r Chiara, che la ricercava, non dubitassi che io non volessi che fossi servita. Gli rimando il fiasco voto, essendo a S.r Violante molto gustato il buon vino che vi era dentro, e la ringratia.

Suor Archangiola, quando l'altro giorno vedde l'involto di caviale che V. S. mandò, restò ingannata, credendosi che fossi certo cacio di Olanda che è solita di mandarne; sì che, se V. S. vuol ch'ella resti satisfatta, di gratia ne mandi un poco, avanti che passi carnevale.

Adesso che ho buona vena di cicalare, non finirei così([151]) per fretta, se non dubitassi di venirle a fastidio, o più presto causarle stracchezza; che per ciò finisco, con raccomandarmeli per mille volte, insieme con S.r Luisa e tutte di camera. Il Signore la feliciti sempre.

 

Li 21 di Gen.o 1629([152]).

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

1980*.

NICCOLÒ AGGIUNTI e DINO PERI a GALILEO [in Bellosguardo].

Pisa, 24 e 30 gennaio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 99-100. – Di mano di Niccolò Aggiunti sono le lin. 1-49, 69-75, e di mano di Dino Peri le lin. 50-58 [Edizione Nazionale].

 

Molt'Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma alligato con questa mia un disegno([153]) del ponte d'Arbia, datemi dal Cavalier Apelle Lanci, il quale desidera che V. S. dica il suo parere intorno a questo fatto ch'ella sentirà.

Il fiume d'Arbia, già molt'anni sono, veniva con lunghe ritorte a condursi sotto il ponte, sì che, avanti che egli arrivasse al detto ponte (da una girata che lateralmente faceva verso di esso), se ne derivava commodamente l'acque per l'uso d'un molino, segnato nel disegno con la lettera f; ma alcuni anni sono fu mutato a posta il corso di questo fiume, e dove prima veniva flessuosamente e con molte tortuosità, fu, con una tagliata di 800 braccia sopra 'l ponte, imboccatovi a dirittura: ma perchè in questo modo veniva tolta l'acqua al molino, fu concesso al S.r Lanci, padron del molino, che tenesse un fil di tavoloni AAA, alti due terzi o al più tre quarti di braccio, cioè tanto quanto bastasse per tener l'acque del fiume così alte che potessero scorrere al molino e farlo macinare. Adesso noti V. S. che la parte dell'alveo del fiume segnata per BBB, la quale corrisponde a punto sotto le volte degl'archi, è una platea piana, lunga otto braccia: alla fine di questa comincia un'altra platea in spiaggia, notata con CDC, la quale è lunga venti braccia, e tutta la sua declività importa quattro braccia d'altezza perpendicolare sopra l'orizonte: dopo questa segue l'altra platea in piano EEE. Da che si è mutato il corso al fiume, la corrente di esso, massime in tempi di piene, ha fatto danno alla platea EEE dirimpetto all'arco di mezo solamente, con qualche poco di lesione alla platea in spiaggia nella parte estrema D: et tutto questo danno non è altro che l'haver guasto e portato via una parte della coltellata che ammattona dette platee; ma tolti via questi mattoni, il danno non procede più avanti, ma l'acque scorrono sopra il calcistruzzo durissimo di dette platee, nè cagionano nuova offesa. Domandasi hora, se la cagione di questo danno possa procedere dall'haver opposti a i tre archi li tre tavoloni AAA. Se ella sarà di opinione favorevole al Sig.r Cavalier Lanci, potrà farne un'attestazione in un foglio di carta, nel quale ancor io mi sottoscriverò.

Mi venne occasione col Ser.mo G. Duca di parlar di V. S. Ecc.ma e de' suoi Dialoghi, e me ne servii nel miglior modo che seppi, con gusto del G. Duca, ma con disgusto di qualch'uno de' circostanti. Non riferisco a V. S. i ragionamenti seguiti, perchè non occorre. Basta che il S.r Canonico Cini([154]) può pigliar a sua posta l'occasion che ei voleva, perchè il G. Duca sa che si leggono i Dialoghi di V. S. in casa il S.r Canonico, con istupore et infinito applauso di chiunque li ode.

Rimando a V. S. la lettera del S.r Giorgio([155]), e tra poco potrò inviargli la risposta, la qual per insin a hora non ho hauto tempo di fare; ma con la partenza della Corte mi si levano molte brighe, sì che potrò servir V. S.

Il Sig.r Dino([156]) saluta V. S. cordialissimamente, e resta molto maravigliato che, in tanto tempo nel quale ha conversato seco, un par d'un intelletto di V. S. non habbia compreso esser lui veramente la vera idea dell'infingardagine. Perchè dunque ella cominci ad accorgersene, per mera pigrizia non gli scrive.

Io mi rallegro sommamente che gli abbondino nuovi pensieri degni di essere scritti, non perchè così il suo libro cresca, ma perchè così maggiormente si scema la nostra ignoranza. Non la tedierò più, ma farò fine col riverirla e salutarla ossequiosissimamente.

 

Di Pisa, 24 Gennaio 1629([157]).

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Dino veramente non può negare l'estrema infingardaggine, che a nativitate gli sta radicata nell'ossa, ma non ammette già questa per cagione del non havere scritto o del non iscrivere a V. S. Ecc.ma Di ciò ne ha tutta la colpa chi di sopra m'ha tanto caritativamente ricoperto. Son qui pronto per discoprir la verità, ma il Sig.r Niccolò qui presente mi urta nel braccio e non vuol ch'io passi più oltre.

 

 

Sin qui è vero, tutto il resto è bugia. N. A.([158])

 

 

 

Devot.mo et Obblig.mo Ser.re

Niccolò Aggiunti.

 

Sono stato in continua speranza di poter mandar questa lettera per mio padre, che pur doveva tornarsene a cotesta volta; ma l'indisposizione di Madama Ser.ma ha impedito a lui la venuta et a me ha defraudato la mia speranza: la quale acciochè più a lungo vanamente non mi tratenga, ho risoluto mandargli questo piego finalmente per l'ordinario. Credo che V. S. Ecc.ma volentieri mi perdonerà così lunga dilazione, vedendo che io gli pago il debito e in oltre qualche usura: io parlo della risposta([159]) al Sig.r Giorgio, la quale mando a V. S., fatta con quella maggior accuratezza che ho potuto. Harò caro intender quanto gli sodisfaccia. Nella soprascritta basterà fare: Eruditiss.o Viro Georgio de Fortiscuto. Londinum.  Desidero che V. S. mi tenga in grazia del S.r Canonico Cini, e mi scusi appresso di lui se, per la sopradetta causa, tardi ho mandato la risposta a una gentilissima di esso: ma sopra tutto desidero che V. S. mi ami al suo solito, sicome io amo e riverisco lei al mio solito, cioè fuor d'ogni consueto.

 

30 Gennaio 1629([160]).

 

 

 

1981.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO In Firenze].

Roma, 26 gennaio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 160. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio sempre Oss.mo

 

La gratissima di V. S. di queste Feste([161]) mi giunse in S. Angelo, ma in tal termine di sanità e di moto, che sin hora non ho potuto pigliar la penna per risponder con quella sodisfattione che dovevo. Hora, ridottomi in Roma per passarmene al litto marino d'Anzo, per procurar al possibile in quel'aere più soave di rihavermi, mi giugne hoggi proprio l'altra carissima di V. S.([162]), onde pago insieme l'un e l'altro debito, che la sanità, dopo molto sbattimento di questi giorni alquanto migliorata, me lo permette.

Confesso che havevo grandemente bisogno dell'allegrezza che m'apportò la prima di V. S. con avisi tanto da me desiderati e saluti tanto cari e da me pregiati, dico del buon stato della sua sanità, del compimento delle sue opre, e del bene che si compiace desiderarmi et annunziarmi. Sia pur certa che è gran pezzo che non ho goduto di maggior consolatione nè sentito cosa di maggior mio gusto, e massime con la speranza che aggiugne di venir in qua. Rendo dunque infinite gratie a V. S. e de' saluti e delle nuove, e le prego da Dio benedetto l'incominciato anno con altri più e più appresso, pieni d'ogni felicità e contentezza e gusto suo e universale del compimento delle sue immortali e mirabili opre; e meco la S.ra Principessa mia la ringratia e le rende moltiplicati saluti.

Il suo venir in qua con bona sanità e tempo non può da me se non molto desiderarsi e lodarsi: però mi sarà carissimo sentirne la certezza et il quando, perchè vorrei che ad ogni modo in quel tempo mi fusse concesso esser qui personalmente, per sodisfar a' miei debiti e desiderii de servirle come devo, e goder al solito de' suoi favori con i Sig.ri compagni. Intanto resto ansiosissimo di intenderlo quanto prima; nè, quanto alle correzzioni, ella haverà d'affaticarsi in altro che commandare liberamente.

Quanto alli Ninci, che V. S. sì caldamente s'è compiacciuta raccomandarmi per il fitto del Sig.r Duca Altemps mio nepote, mi dole grandemente che detto Sig.r Duca non sia mai stato in Roma da che ella me ne scrisse, nè vi sia al presente, che io habbia potuto replicar l'offitio in voce che haverei voluto con ogni premura possibile. Lo faccio però con lettera con ogni efficacia maggiore, e le darò conto di quanto ne riportarò, desiderando con ogni maggior affetto servir a V. S. come devo, e che mi commandi sempre.

Travagliosissimo anno è stato il passato per li nostri negotii, per li danni, perdite, longhezze e impedimenti. Spero in Dio benedetto che questo, con i buoni principii che V. S. n'arreca, e molto più con la sua venuta, sia per esser felice. E con ogni più vivo affetto di core bacio a V. S. le mani, come fa il S.r Stelluti nostro, che finisce hora di stampare il suo Persio([163]), allegrissimo delle buone nuove di sopra che le ho participate, come anco il P. Antonio Santini, che hieri fu un pezzo meco. Dio N. S. conceda a V. S. ogni maggior contentezza.

 

Di Roma, li 26 Genn.o 1630.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo et Obblig.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o Princ.e

 

 

 

1982.

 

GIOVANFRANCESCO BUONAMICI a [GALILEO in Firenze].

Madrid, 1° febbraio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 122-123. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.or mio Oss.mo

 

Alla cortesissima di V. S. de' 19 di Novembre([164]) darò breve risposta, riserbandomi a sodisfare al suo desiderio circa li quesiti fattimi con più agio et più fondate relationi di quelle che la mia corta notitia di queste materie potrebbe hora darli.

In proposito dell'occhiale o telescopio di V. S., essendone stati visti dal Re alcuni che qui si andavano vendendo, il S.or Esaù del Borgo, che stima sommamente la sua virtù et scienza, desiderò farne vedere uno a S. M. di più perfettione che non erano quelli; et questa fu la cagione perchè io scrissi al S.r Carlo([165]) mio suocero in quella forma apunto che volse il S.r Esaù: il quale poi è venuto costì et si vedrà con V. S., et sarà bene che ella li mostri il modo di maneggiar l'instrumento, perchè io già ho fatto sapere a S. M., con una memoria in scritto, che detti instrumenti si stanno lavorando, et li aspetta con desiderio; et ho preso occasione di dire a S. M. che V. S. tiene l'inventione di graduar la longitudine dell'universo, et che la propose in tempo del Re suo padre: et questo l'ho fatto perchè tale inventione si cerca et procura hora gagliardamente, et sono prefissi premii grandissimi al trovatore. Perciò è venuto qua a posta dall'Indie Orientali un tal Padre Borro([166]), Milanese, della Compagnia di Giesù, et altri Portoghesi; et il Re ha deputato una giunta o consulta di huomini intelligenti sopra questa materia. A chi trovasse nella longitudine alcun punto fisso, pare a me, gl'offeriscono diecimila ducati di rendita, et cinquemila a chi trovi altra maniera di graduare detta longitudine. Pure me ne informerò meglio; et sarà bene che V. S. informi di questo negotio il futuro ambasciatore et glielo faccia raccomandare da' Ser.mi Padroni, et ne parli ancora col S.r Esaù et al medesimo dia li originali delle lettere regie che tiene per il Duca di Ossuna, acciò al ritorno di detto S.or Esaù si possa giustificar la verità di quanto ho fatto sapere al Re et insieme dar principio o, per meglio dire, ravvivare questo negotio, che, se non accrescer la fama di V. S., può almeno augumentarla di ricchezze et guadagnarli la benevoglienza di questa Corona.

In proposito di navigationi io so poco o niente, et quel mio scritto([167]) fu fatto a instanza di amici, et è come uno schizzo di quelle cose che l'osservanza delli scritti et discorsi altrui mi ha fatto acquistare, et che io pensai poter muovere loro AA. et la nostra natione ad abbracciare quel negotio; ma in sostanza io non fui mai filosofo nè marinaro, chè diversamente dalla mia inclinatione fui fatto studiare, et di poi le continue mie peregrinationi non mi hanno dato luogo ad applicarmi a quello haverei voluto et desidererei hora sapere, per sodisfare a quanto V. S. mi comanda per la perfettione della sua constitutione dell'universo. Ma io anderò trattando con huomini et scritti della profession nautica, che costà forse non sono, per dare a V. S. quella più complita risposta che sia possibile, ancorchè io considero che la frequenza delli Olandesi et Inglesi di Livorno potrà facilmente meglio sodisfarle.

Circa il flusso et reflusso, io non mi ricordo haver visto nessuno che ne discorra meglio di Lodovico Guicciardini nella Descritione de' Paesi Bassi, nel capitolo del mare([168]); et caso V. S. non havesse alla mano questa historia, ho voluto aggiugner qui una copia([169]) di detto capitolo, che feci una volta che lessi quel libro, et come cosa curiosa la tenevo appresso di me.

Universalmente affermano tutti li huomini celebri marinareschi, che infra li tropici et l'equinotiale regnino continui venti di levante, che gli Spagnuoli chiamano brisas (et perciò noi habbiamo forse di qui derivato il chiamar brezze li venti sottili). Antonio de Herrera, chronichista dell'Indie Occidentali([170]), dice che questo è cagionato dal moto del primo mobile, che sforza col suo rapto così l'elemento dell'aria come tutte le sfere. Tuttavia si hanno diverse considerationi, che spero dir con più agio, intorno a questa materia; et specialmente mi ricordo che il Cespedes, nel Governo della navigatione([171]), dice che in alcuni giorni dell'anno questi levanti sono interrotti dalli uracanes, che sono venti rotti et prodotti dal contrasto di diversi venti tra di loro, che propriamente potremo chiamar procelle, et hanno anco nome speciale nel nostro volgare, che non mi ricordo. Li Spagnuoli con altro nome li dicono torbelines. Oltre a questo il medesimo Cespedes, et me lo confermano huomini di esperienza, dice che sotto la Linea si patiscono alcune volte tali calme, che i vascelli restano immobili: et questo accadde l'anno 25 a D. Federigo di Toledo, quando andava con l'armata regia a recuperar l'Abahia de Todos Santos nel Brasil, occupata dalli Olandesi; che volendo tirarsi nel polo australe per pigliar l'altezza del Cabo di Sant'Augustino del Brasil, restò alcuni giorni come impantanato sotto la Linea: et intendo che per tale accidente si perse una volta un'armata di Portogallo, havendo durato tanto le calme, che mancorno li viveri et la gente si morì di fame. Perciò vanno hora qui cercando un'inventione per liberarsi da questo pericolo, con fare li vasselli, benchè di alto bordo, movibili senza il favor de' venti. Stante questa osservatione, la ragion dell'Herrera, seguita da molti altri, non pare che sodisfaccia, perchè il moto del primo mobile è constante et sempre uno, et quello che operò hieri (se non vi sia impedimento d'isole o terra ferma, che co' loro vapori cagionino alteratione) l'ha da operare ancora hoggi et domani et sempre.

Il Cespedes dice di più, in proposito del flusso et reflusso, havere inteso da alcuni Portoghesi che nell'Indie Orientali in alcuni luoghi non sono le crescenti che di 24 in 24 hore; ma perchè non specifica i luoghi nè li autori, non so se si possa aggiustar fede a tale stravaganza: di che procurerò toccare il fondo, chè il verificarlo sarà cosa peregrina.

È anco vero che il ritorno dall'Indie Occidentali, per sfuggire li lev[anti] che darebbono per prua, è diverso dall'andata; perchè, radunandosi tutte le navi al porto dell'Havana, all'occidente dell'isola Cuba, pigliano il canale di Bahama, e tenendosi sempre al settentrione, havendo a mano sinistra la Terra Florida, vengono alla bocca di detto canale in 28 gradi, et col favore della corrente di esso canale montano sino a 36 e 37 et sino alle volte a 39 gradi, et pigliando li venti settentrionali o maestrali navigano quel gran golfo sino all'isole Terzere. Ma di questo farò una relation particolare a V. S. con più tempo, in che si tratterà del detto canale di Bahama, et spero discorrerli anco qualche cosa dello stretto di Magaglianes, con dirli le ragioni che muovono molti a credere che la terra australe incognita, che si dice Magaglianica, sia più tosto un arcipelago d'isole che terra ferma, et aggiugnerò le osservationi così dello stretto tra terra d'Africa et l'isola di S. Lorenzo, se pure questo è stretto, che io potrò ritrarre. Ma stimo che li effetti siano più che in questo visibili tra l'isola di Ceilan et il cabo Gomorino in India, et più oltre nello stretto di Sincapura tra la punta di Malaca et l'isola Sumatra, e tra questa et la Giava maggiore; che se ne troverò osservatione alcuna, la participerò a V. S., come anco alcune che penso tenere della situatione et forma del Mar Rosso et paesi adiacenti, et quei più particolari che io potrò havere, come V. S. desidera; che scuserà la mia ignoranza, ma anco dagl'ignoranti accade alle volte a' savii il perfettionare la loro scienza. Nè havendo per hora tempo di allargarmi più oltre, bacio a V. S. per fine di tutto cuore le mani, come anco alla S.ra Sestilia([172]) et suo S.r figliuolo.

 

Di Madrid, il p.mo di Febb.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

 

 

 

S.or Galileo.

 

 

 

1983.

 

CESARE MARSILI a [GALILEO in Firenze].

Bologna, 1° febbraio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI., T. XI, car. 124. – Autografe le parole «1 Febraro 1630» della data, e la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re et Eccell.mo Sig.re mio Oss.mo

 

Io non saprei uguagliare([173]) altro mio gusto a quello che io sento dalle dottissime et amorevolissime sue lettere, sopra il quale è forza ch'io mi tratenghi non solo fra me medesmo, ma in compagnia di molti suoi partiali et miei amici; e tanto più sopra questa([174]) che sopra l'altre mi son tratenuto, quanto più caro è stato universalmente l'aviso che finalmente li suoi Dialogi siano per uscire in luce.

Pensavo inviarle certo mio pensiero circa la theorica del moto lunare, ma ho stimato meglio il differire et aspettare ch'il Padre Bonaventura, il quale con assai numero di scholari e gran sodisfazione si trova ora occupato sopra Euclide et sopra ad una facile trigonometria logaritmica da publicarsi quanto prima([175]), habbi commodità di applicarsi a gli studii d'astronomia([176]); e ciò per non esser cagione a V. S. Eccell.ma di perdimento di tempo, mentre da lei vien tanto bene impiegato in opera così bramata.

Se V. S. Eccell.ma conoscesse che alcun mio ufficio potesse esser amichevol messagiero tra lei et il Sig.re Cavallier Chiaramonte, compiacendosi inviarme le risposte a quel libro per farlgliele sotto mano vedere con ogni buon termine, come di già io feci le sue proposte a V. S. Eccell.ma, glie l'offerisco; anzi no, sapendo lei di essere assoluto padrone di quanto io vaglio. Se potessi però senza molto suo scommodo esserne favorito, le terrei con quella fede che si conviene e da me e da gli oblighi che professo al mio Sig.re Galilei.

Vidi alcuni giorni sono il Padre Cabei, De magnetica philosophia([177]), e vidi l'ultimo capo, della moltiplicazione della virtù della calamità, che, per esser tanto ripugnante a i di lui principii e per altre ragioni, mi venne in mente che fusse quello che già V. S. Eccell.ma mi scrisse([178]). Mi farà grazia rendermi certo se son buon indovino. E qui a V. S. Eccell.ma baccio con ogni affetto le mani.

 

Bologna, a dì 1 Febraro 1630.

Di V. S. molt'Ill.re et Eccell.ma

Aff.mo et Parci.mo Se.re

Cesare Marsili.

 

 

 

1984.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 9 febbraio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 162. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Avanti che V. S. molto Ill.re mi scrivesse la lettera sua delli 28 Gennaio, capitatami ieri sera solamente, ho più volte di lei, del suo gran merito e valore, fatta rimembranza col Padre Mostro([179]), e per sino dettoli che V. S. si era risoluta di scrivere dopo che sua P. R.ma era stata deputata nell'officio di Maestro di S. Palazzo, perchè era sicura che non sarebbero le cose sue passate e giudicate da ignoranti; e sua P. R.ma mi rispose che era tutto suo, e che sempre haverebbe fatta la dovuta stima della virtù di V. S. e che non ne dovesse dubitare: sì che io tengo per fermo che, quanto alla parte sua, le cose caminaranno bene. Io però ne farò di novo passata più specifica: e perchè alcune sere sono si venne a ragionamento, avanti il Sig.r Card.l Padrone([180]), del flusso e reflusso del mare, dissi a S. Sig.ria Ill.ma che V. S. haveva fatto un discorso meraviglioso intorno a questa materia, e che io gli ne haverei fatto parte; ma perchè fu detto da uno, che si ritrovava presente, che V. S. presupponeva il moto della terra, fui necessitato di allargarmi, per sodisfazion di tutti, mostrando che V. S. non asseriva ciò per vero, ma solo che dimostrava che quando fosse stato vero il moto della terra, necessariamente ne sarebbe seguito il flusso e reflusso: e se bene il Sig.r Cardinale si mostrò assai averso sul principio, tuttavia mi trattenne poi solo in camera alla longa, e in sostanza mi disse che li pareva che, dato il moto alla terra, sarebbe necessario che fosse una stella, la qual cosa poi pareva troppo contraria alle verità theologiche. A questo io risposi che V. S. haverebbe haute dimostrazioni in contrario, e che haverebbe provato che la terra non era una stella; cosa che credo li sarà facilissima, quanto è facile provare che la luna è luna, e non terra, Marte è Marte, e non luna nè Venere, etc.: e così mi disse che V. S. dovesse provar questo, chè nel resto le cose potevano passare. Io scrivo questo, acciò lei conosca come passano le cose, e se li pare bene fare un poco di gionta intorno a questo particolare.

Quanto al nostro Mecenate([181]), gli ho mostrata la lettera di V. S., e m'ha detto che non desidera cosa al mondo più che di vederla e di sentire il suo libro. In ristretto, del negozio lui spera bene, ma non si può promettere niente di certo: tiene però per fermo che col venir qui lei, col suo trattare, col suo discorso, con le sue maniere e con l'opera stessa in mano, superarà, quan[do] s'incontrasse, ogni difficoltà.

È stato da me questa mattina il Sig.r Stelluti, col quale ho comunicata la lettera di V. S., e farà l'officio col S.r Principe Cesi: e lui m'ha detto che il libro de maculis([182]) è stampato, e che non ci manca altro che il frontespicio, quale è in mano dell'intagliatore; e di più m'ha detto che il libro è gran volume, ma che da una parte dell'indice, che lui ha vista dall'intagliatore, pensa che la manco cosa sia de maculis solis; e così credo che si faccia a fare i libri di buono e giusto volume, come incastrando nel trattato della calamita la ragione perchè il leone si spaventi alla voce del gallo, se la favola fosse vera, titolo di un capitolo del libro De magnete del P. Cabeo([183]). E perchè non voglio più tediarla, finisco e li bacio le mani.

 

Di Roma, il 9 di Feb.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Oblig.mo e Devotis.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1985.

 

GALILEO a [CESARE MARSILI in Bologna].

Bellosguardo, 16 febbraio 1630.

 

Arch. Marsigli in Bologna. Busta citata al n.° 1688. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Non potevo sentir cosa di più mio gusto, che quello di che V. S. Ill.ma mi dà conto nella sua cortesissima lettera([184]), attenente a gli studii e progressi del P. F. Buonaventura; e godo in estremo che le mie predizzioni comincino a dar segno di veridiche nella riuscita dell'ingegno mirabile di questo soggetto.

È forza che V. S. mi dispensi dal servirla prontamente nel mandargli le risposte alle opposizioni del S. Cav. Chiaramonti contro alla mobilità della terra, perchè, oltre all'esser cosa assai lunga, è sparsa in diversi luoghi de i Dialogi, li quali se io non rileggessi totalmente, non saprei raccapezzare; et io mi trovo occupatissimo nel rivedergli, per le innumerabili postille che mi convien fargli mediante la roba continua che mi sovviene et che io non posso tacere. Gli vo facendo copiare, con intenzione di trasferirmi alla fine del presente mese a Roma e pubblicargli, se potrò, subito. Torno dunque a pregarla che voglia scusarmi, come so che farebbe quando fusse presente a veder le mie brighe: basta che, con l'occasione del rilegger più volte e considerar tali opposizioni, tuttavia più mi calano per le mani e le scuopro nulla concludenti.

Io non metterò più mano a raccomandare a V. S. Ill.ma il Padre Matematico, già che le sue qualità per sè stesse si vanno insinuando nella sua grazia: la supplico bene a fargli mie raccomandazioni, perchè io non gli scrivo per non disturbare, senza necessità, i suoi studii et i miei. A lei stessa fo umilissima riverenza, confermandogli la mia devotissima servitù, e dal Signore Dio gli prego il compimento d'ogni suo desiderio.

 

Da Bell.o, li 16 di Feb.o 1629([185]).

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei L.

 

 

 

1986*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 febbraio 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 18. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r, e Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Ho parlato con il nostro Padre Mostro, quale è più galanthuomo che mai e più nostro che mai, e m'ha promesso tutto bene; però, quando noi non habbiamo più duro e più alto intoppo, come Mons.r Ciampoli ha hauto qualche dubio, lei si potrebbe assicurare assolutamente di venire. È ben vero che il Padre Mostro m'ha detto che lui agiustarà ogni cosa; però, se io potessi, vorrei supplicare il Ser.mo Gran Duca che mandasse V. S. in tutti modi, perchè qua è desideratissima da tutti quelli che la conoscono e da molti che desiderano di conoscerla di presenza, come li sono parzialissimi nelle opere. Non occorrendomi altro, li bacio le mani.

 

Di Roma, il 16 di Feb.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: [....] Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [....] Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

1987*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 19 febbraio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 84. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

So che V. S. è stata consapevole di tutti i miei disgusti, chè così mi fu dalla nostra Nora riferto; et io non ho voluto dargliene parte per non esser sempre annuntiatrice di cattive nuove: ma ben adesso gli dico che S.r Luisa, per la Dio gratia, sta assai bene, e S.r Archangiola et io stiamo benissimo, S.r Chiara([186]) ragionevolmente, e le due vecchie all'ordinario. Piaccia al Signore che anco V. S. stia con quella sanità ch'io desidero, ma non spero, mediante la crudezza del tempo; havrò caro d'haverne la certezza, et in tanto gli mando queste poche paste per far colatione la sera di queste vigilie.

Vincentio c'inviò hiersera un buon alberello di caviale, del quale S.r Archangiola ringratia V. S., per esser questa sua e non mia portione, perchè non fa per me: io, in quel cambio, havrei più caro da far zuppa, e parecchi fichi secchi, che fanno per il mio stomaco. La consuetudine de gl'altri anni mi fa forse troppo ardita; ma il sapere che a V. S. non è discara simil domanda, mi dà sicurtà.

L'orivolo, che tante volte mandai in su e in giù, va adesso benissimo, essendo stato mio il difetto, che l'accomodavo un poco torto. Lo mandai a V. S. in una zanetta, coperta con uno sciugatoio, e non ho riavuto nè l'uno nè l'altra; se V. S. li ritrova per sorte in casa, havrò caro che li rimandi. Non dirò altro di presente, se non che la saluto per parte di tutte le sopra nominate, e prego Dio benedetto che la conservi lungamente felice.

 

Di S. Matteo, li 19 di Febb.o 1629([187]).

Di V. S.

Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei Oss.mo, a

Bello Sguardo.

 

 

 

1988*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 [febbraio 1630].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 91. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Subito che io hebbi la lettera di V. S. molto Ill.re, andai a ritrovare il nostro Mons.r Ciampoli, al quale lessi tutto il contenuto, facendoli riverenza come lei mi comandava. Hebbe grandissimo gusto, e in ristretto mi disse, o che mai poteva essere tempo oportuno, o che era il presente, per superare tutte le difficoltà, e che V. S. dovessi venire allegramente, perchè con la sua presenza e tratto e prudenza haverebbe superate tutte le difficoltà; ma che giudicava bene che solo dicesse di venire a Roma per suo gusto e per vedere gli amici e padroni. Quanto al Padre Mostro([188]), io lo tengo in questa verità, che V. S. si è risoluta a scrivere, confidata di essere nelle mani di huomo che sa e che intende; e lui mi ha risposto che li vive servitore di cuore. Però la prego che, avanti faccia risolutione, aspetti questo altro ordinario, chèe forse li potrei più risolutamente rispondere. E non occorrendomi altro, li bacio le mani.

 

Di Roma, il 23.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Oblig.mo ed Aff.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il [....]lileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1989*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 23 febbraio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 126. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Eccl.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non si dovrà meravigliare V. S. Ecc.ma se sin hora non ho dato risposta alla gratissima sua, poichè io non la ricevei se non l'ultima settimana di carnovale. Causa di questo è stato che ella era inviata al nostro Padre Generale, quale si ritrovava su lo stato Venetiano, e tra l'andare e ritornare in qua ha perciò tardata tanto a capitarmi alle mani; e mi dispiace veramente che siano poi sopraggionti i giorni delle lettioni publiche, poichè non haverei mancato di sodisfare al suo desiderio, per quanto mi fosse stato possibile. Ho però tuttavia visto qualche cosa dell'Antitichone([189]), cioè mezo il suo primo libro, nel quale non mi par che vi sia da dirci in contrario cos'alcuna, se non che forsi si potesse dire con maggior brevità e facilità ciò ch'egli pretende ivi d'insegnare intorno alle paralassi; ma perchè forsi qua lei non preme, haverei caro mi toccasse particolarmente quello ch'haveria caro ch'io vedessi. Quanto poi alle macchie solari, mi stupisco veramente che pretenda di mantenere che siano nell'aria; tuttavia puoco guadagno credo sia per fare sì in queste come nell'altre cose ch'egli, contro tanti inditî manifesti e tante esperienze, cerca pur di mantenere, e crederò che quelli che haverano da contradirli haverano puoca briga, mentre egli vol sostener conclusioni così assurde.

Ho inteso ch'ella è per andare a Roma alla fin di questo mese, del che infinitamente mi rallegro seco, sperando che hormai s'habbi da veder quell'opera che dal mondo è tanto desiata. E veramente fa benissimo, poichè gli anni crescono, e mentre ha tempo et è nella buona congiontura di questo Pontefice, superarà ogni difficoltà che da quelli che son invidiosi della sua gloria gli potesse esser fatta. Aspetto con desiderio di sentir l'ultima sua resolution della partenza et insieme che mi favorisca de' suoi commandi, con che fine li baccio le mani, ricordandomeli devotissimo et obligatissimo servitore.

 

Di Bologna, alli 23 Feb.ro 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

1990*.

 

GALILEO a GIORGIO FORTESCUE [in Londra].

[Firenze, febbraio 1630.]

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 116. – Copia di mano di Galileo: cfr. n.° 1980.

 

Erudit.mo Viro Georgio de Forti Scuto

Galilaeus de Galilaeis S. D.

 

Novum profecto et humanissimum beneficentiae genus est meticulose ac verecundanter magna offerre beneficia, et tum cum maxime benefacias, ipsam dissimulare beneficentiam. Tu culpam in eo vereris([190]), in quo insignem meritus es gratiam, et, amoris ac gratitudinis loco, veniam postulas. At ego indignus hac tua tam prolixa benignitate viderer, et tunc ab ea([191]) forem, cui me asseris, immortalitate abhorrens, nisi hoc praeclarum esse beneficium([192]) agnoscerem, obliquo insuper tuae verecundiae munere geminatum. Nimirum intelligebas, quantum onus imponeres infirmis hisce meis viribus, si palam atque aperte in meum sinum profusam istam munificentiam cognovisses: visum est igitur eam modestiae velo obnubere atque adumbrare, ut meo pudori consuleres cum acciperem, et meam tenuitatem sublevares si de referenda gratia cogitarem. Sed neutrum oportuit: nam ego noviter impudens forem, nisi nunc quoque rubore suffunderer; et plus nimio ineptus, si hanc tibi reponere gratiam meditarer. Cum meum nomen tuis inseris scriptis, et me inter eximios viros colloquentem inducis, illustras me ingenii tui monumentis, ut auguror, sempiternis; nunc ego, si velim tecum paria facere et te vicissim meo testimonio cohonestare, ridiculus essem, quippe qui Phaebo facem praeferrem, et tibi, ingentes thesauros funditanti, exiguam stipem erogarem. Adde quod nihil iam nisi de tuo tibi elargirer: nam quantulus quantulus sum, totus in aere tuo atque adeo ex ore tuo iam sum. Tu me collocupletas([193]), et meas non nimis amplas ingenii facultates tua largitate honorificis exauges incrementis: ego nomine tenus, tu nomine et re mihi consulis; ego tuae scriptioni, tu meae laudi servis; ego tibi inane nomen accomodo, tu mihi illud solidae gloriae plenum reddis: ego denique imaginaria([194]) adoptione in tuum librum, velut in tuum liberum, me adscisci sino; tu me in tuae gloriae veram et opulentam hereditatem vocas. Sed ne illud quidem diffitebor, me apposite Cepheum a te nuncupari, modo tu quoque non abnuas, te mihi Perseum esse: vide enim quam congrue habes Palladis clypeum, quod tibi non solum cognomen de Forti Scuto, sed doctrinae soliditas multo magis praestat: habes quoque Mercurii pennas, idest volucris ingenii desteritatem: his tu instructus, meam mihi Andromedem, hoc est famam, a livoris monstro edacisque temporis iniuriis tutam servas; et tam illa quam ego (ut olim in fabulis Andromede et Cepheus([195]) a Perseo), tuis pennis elati tuaque opera subvecti, in caelo locamur et inter astra conspicimur immortales. Me vero non magnopere ea cura sollicitat, quomodo tibi vicem rependam: tibi enim satis hac ratione fieri arbitror, si palam (ut facio) tester, te mihi sydereum hoc lucis coronamentum imposuisse, tuoque solerti ingenio effectum esse, ut vivens posthuma gloria fruerer, et antequam terris decederem, adscriberer caelo.

Cum typographi suam operam absolverint([196]), tuique libri([197]) editionem perfecerint, unum vel alterum exemplar ad nos primo quoque tempore perferendum cures: nostram enim mirifice incendisti cupiditatem. Ego (si quaeris) arduum opus molior: magnum mundi systema([198]), quod trigesimum iam annum parturiebam, nunc tandem pario. Modo cogita, quibus inter enitendum doloribus conficiar; sed confido tamen (si non dicam Lucina, sed si lucis et veritatis Auctor opem ferat), partum feliciter processurum. In hoc opere abditissimas maris aestuum causas, quibus ad haec usque tempora philosophorum ingenia saevius ipso mari aestuarunt, inquiro, et, nisi mei me fallit amor, mirabiliter pando. Proinde siquid habes circa hasce alternas aequoris agitationes diligenti nec divulgata observatione([199]) notatum, ad me perscribere ne graveris. Ego pariter, siquid in manu mea et e re tua esse videris (levi nutu significes), statim exequi non gravabor. Vale.

 

 

 

1991.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO [in Bellosguardo].

Firenze, 6 marzo 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal.. P. I, T. IX, car. 164. – Autografa.

 

Molt'Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

I dolori della sua gamba mi passano l'anima; e se bene mi dispiace che per essi gli venga intermesso il moto, più non dimeno mi tormenta che gli venga intercetta la quiete. Mi consolo con la speranza che la buona cura del vivere e la dieta gli sieno per render la desiderata quiete, e per la quiete il moto, non meno desiderabile. Verrei, anzi sarei a quest'hora venuto, a visitar V. S. Ecc.ma; ma perchè penso di andar tra non molto a Pisa, bisogna che io sia in Firenze, per andarmi preparando e far quel che occorre.

Circa la quaresima, posso dirgli che la lunghezza sarà al solito degl'altr'anni; la profondità, i' non la intendo; la larghezza, per quelli che hanno il sussidio è grandissima, per gl'altri poi ell'è secondo i busti o gusti, come più piace a V. S. Io non mi sento da farla; ma mentre pensavo che ogni parrocchiano potesse dispensarmi, mi vien detto che bisogna ch'io vada a S. Maria del Fiore o a S. Lorenzo, dove sono persone che hanno tal facultà.

Delle prediche, non ho per ancora potuto penetrarne cosa alcuna; ma farò ogni diligenza possibile per servire con esattezza e fedeltà V. S. Ecc.ma

Circa la villa, spedirò V. S. in quattro parole. Il Guidetti non pensa più di affittarla, ma è risoluto tenerla per sè: così mi ha riferito Messer Vincenzio Bruni, che, secondo la promessa fatta a V. S., gne ne parlò. Qui per fine riverisco([200]) e saluto V. S. con affetto inesplicabile.

 

Firenze, 6 Marzo 1630.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

Devot.mo et Obblig.mo S.re et Amico

Niccolò Aggiunti.

 

Fuori: Al molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In sua mano.

 

 

 

1992*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 14 marzo 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 86. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

S'io fui sollecita a domandare a V. S., non vorrei anco esser troppo tarda a ringratiarla dell'amorevolezze mandateci, le quali lunedì passato ci furno dalla cognata inviate, ciò è un cartoccio di zibaldone e tredici cantucci molto belli e buoni. Ce li andiamo godendo, con riconoscimento dell'amorevolezza e prontezza di V. S. in satisfar sempre ad ogni nostro gusto. Hebbi anco alcuni pochi ritagli di drappi, che m'immagino che venghino dalla Portia([201]).

Perchè so che V. S. gusta di sentire ch'io non stia in otio, gli dico che dalla Madre badessa (oltre alle mie solite faccende) sono assai esercitata, atteso che tutte le volte che gl'occorre scriver a persone di qualità, come Governatore, Operai e simili personaggi, impone a me tal carico, che veramente non è piccolo, mediante l'altre mie occupationi che non mi concedono quella quiete che per ciò mi bisognerebbe; onde, per mia minor fatica e miglior indirizzo, havrei caro che V. S. mi provvedessi qualche libro di lettere familiari, sì come una volta mi promesse, e so che m'havrebbe osservato se la dimenticanza non l'havessi impedito.

Vincentio fu hiermattina da noi (forse per spatio di un'hora), insieme con la cognata e sua madre, e da lui intesi che V. S. voleva andar a Roma, il che mi dette alquanto disturbo; pure m'acqueto, supponendo ch'ella non si metterebbe in viaggio se non si sentissi in stato di poterlo fare. Credo che avanti che ciò segua ci rivedremo, e per ciò non replico altro, se non che la saluto con tutto l'affetto insieme con tutte([202]) di camera, e prego il Signore che li conceda la Sua santa gratia.

 

Di S. Matteo, li 14 di Marzo 1629([203]).

Di V. S. molto Ill.re

Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Se ha collari da imbiancare, potrà mandarli; e si goda queste huova fresche per nostro amore.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Padre mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

1993.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 marzo 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 167. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Il Padre Campanella, parlando a' giorni passati con Nostro Signore, li hebbe a dire che haveva hauti certi gentilhuomini Tedeschi alle mani per convertirli alla fede Catolica, e che erano assai ben disposti; ma che havendo intesa la prohibizione del Copernico etc., che erano restati in modo scandalizati, che non haveva potuto far altro: e Nostro Signore li rispose le parole precise seguenti: Non fu mai nostra intenzione; e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto. Tutto questo ho inteso dal Sig.r Principe Cesi, quale hora si ritrova a Nettuno e sta assai meglio, sentendo notabile beneficio([204]) da quell'aria, come mi avvisa il Sig.r Stelluti. Di più, come ho scritto in un'altra mia([205]), il P. Maestro Mostro è benissimo disposto a servirla, e Mons.r Ciampoli tiene per fermo, che venendo V. S. a Roma, superarà qual si voglia difficoltà: però si faccia buon animo e venga allegramente, chè restarà consolatissima.

Mons.re Ciampoli dice che V. S. li fa encomii troppo grandi con una parola sola, chiamandolo Mecenate([206]), e che la desidera più che non è desiderata qual si voglia cosa preciosa. Finiti dunque che saranno di copiare i Dialogi, venga senza metter tempo, acciò non sopravenghino i caldi; e dia questa consolazione a tanti che la desiderano ardentissimamente, e a me in particolare, tanto suo obligato servitore. Con che li bacio le mani.

 

Di Roma, il 16 di Marzo 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Oblig.mo e Aff.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

1994**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Firenze].

Bologna, 2 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 130. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Per dar subito risposta a V. S. Ecc.ma, non so se li darò a bastanza sodisfattione intorno a quello ch'ella mi dimanda. Gli dico adunque che hora il 2° luogo della Matematica è vacante, e che il Cataldo([207]), che leggeva al tempo del Magini, havea di stipendio s. 500 in circa di questa moneta, nel progresso però di 40 anni in circa che havea letto, e sul principio si suol havere s. 200 pur di questa moneta; se bene questa lettura sogliono darla ad un Bolognese, poichè la primaria vien destinata a' forastieri. Quanto a' miei studii poi, mi ricordo bene di quello ch'ella mi disse circa il Chiaramonte: ma l'impedimento della lettura publica, e poi l'attendere alla compositione di una trigonometria, fondata sopra i logaritmi differenti da quelli del Nepero([208]), mi distoglie da ogni altro studio; et a questa fatica mi è coadiutore il molto R. P. Antonio Roncho, molto amatore di questi studii, quale se li ricorda devotissimo servitore, nella cui camera scrivo la presente.

Il S.r Cesare([209]) non l'ho anchora visto; però mi ricordarò di fare il debito. Desidero di veder la sua opera quanto prima, come anco tutti questi Signori; e perciò bramo la sua andata più adesso che all'autunno. Se io non li do con questa intiera sodisfattione, mi scusi, che scrivo di frezza; un'altra volta forsi potrò meglio sodisfarla, e fra tanto me li ricordo obligatissimo e devotissimo servitore, pregandoli dal Signore felicità e longa vita.

 

Di Bologna, alli 2 Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

1995.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 6 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 169. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho letta la lettera di V. S. molto Ill.re al nostro Mons.r Ciampoli, quale ha sentito, come sempre sente, infinita consolazione intendendo il suo buon stato e la continovazione delli studii, indirizzati non solo al splendore del nostro secolo, ma dei futuri ancora, che Dio glie ne conceda longa grazia. Quanto al venire qua a Roma, dirò le precise parole di Monsignore: che lei è desiderata più che qual si voglia amatissima donzella, e sempre che verrà, sarà padrona della casa di Monsignore, e potrà disporre di lui e delle cose sue come proprie. Quanto alla stanza della Trinità de' Monti, è tenuta da tutti la meglio di Roma senza difficoltà: sì che, quanto a questi rispetti, lei potrebbe venire di presente; tuttavia se li torna più commodo il differire sino all'autonno futuro, il medesimo Monsignore si compiace d'ogni suo gusto, e sempre la servirà di cuore, non solo con le fatiche per sollevarla, ma ancora con il favore appresso tutti e in particolare con Nostro Signore, con il quale Monsignore continova con la medesima grazia di sempre, con infinita sodisfazione di S. S., con la quale si ritrova sempre due o tre volte il giorno, nè mai s'è interrotta nè pure con pensiero, come alcuni (che credo siano pochi), indegni di participare della gloria di Monsignore, hanno sparso costì quello che loro desideravano, lontanissimo non solo dal vero, ma da ogni verisimile. Dio glie lo perdoni.

Il Sig.r Michel Angelo Buonarroti li bacia le mani con ogni affetto. Il Sig.r Principe è fuori di Roma a Nettuno, dall'aria del qual loco sente notabile miglioramento. Io sto bene, e bevo e orino allegramente, che è il primo punto; il secondo poi, mi vado continovando la grazia dei Padroni con mia sodisfazione. La supplico a inchinar il mio nome a tutte coteste Ser.me Altezze, delle quali viverò eternamente devotissimo servitore; e a lei bacio le mani.

 

Di Roma, il 6 d'Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1996*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 6 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 107. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Speravo di poter in voce satisfare al debito che tengo con V. S. di darle le buone Feste, et per ciò ho differito fino a questo giorno, nel quale, vedendo riuscir vane le mie speranze, vengo con questa a salutarla caramente e rallegrarmi che siano passate felicemente le Sante Feste di Pasqua, giovandomi di creder ch'ella stia bene non solo corporalmente, ma anco spiritualmente: e ne ringratio Dio benedetto. Solo mi dà qualche disturbo il sentire che V. S. stia con tanta assiduità intorno a i suoi studii, perchè temo che ciò non sia con pregiuditio della sua sanità; e non vorrei che, cercando di immortalar la sua fama, accorciassi la sua vita, vita tanto riverita e tenuta tanto cara da noi suoi figliuoli, e da me in particolare, perchè, sì come ne gl'anni precedo gl'altri, così anco ardisco di dire che li precedo e supero nell'amore inverso di V. S. Pregola per canto che non si affatichi di soverchio, acciò non causi danno a sè et afflitione e tormento a noi. Non dirò altro per non tediarla, se non che di cuore la saluto insieme con S.r Archangiola e tutte le amiche, e prego il Signore che la conservi in Sua gratia.

 

Di S. Matteo, li 6 d'Aprile 1630.

Di V. S.

Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

1997.

 

GALILEO a [GIOVANFRANCESCO BUONAMICI in Madrid].

Bellosguardo, 8 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 61-62. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Colend.mo

 

Io resto talmente confuso dall'eccesso di cortesia di V. S. molto I., che non so da qual capo cominciare per rendergli le debite grazie de i tanti offizii fatti per me e dell'ardente affetto che mostra haver verso le cose mie; e credami che questa confusione mi ha ritenuto molti giorni dal prender la penna per dar risposta all'ultima sua, piena di tanti segni di benignità: e finalmente pur mi convien ricorrere all'istessa cortesia che con tanti obblighi mi lega, acciò da i medesimi mi assolva, appagandosi d'un puro affetto e d'una larga confessione del mio debito.

Fu qua il S. Esaù([210]), e già credo che dal medesimo haverà inteso V. S. come fui due volte seco a ragionamento, e come eramo restati in appuntamento che S. S.a mi favorisse di venire un giorno alla mia villa, situata in luogo eminente, per di lì poter esperimentar l'eccellenza del telescopio che havevo preparato per S. M.à([211]), et anco veder il modo del maneggiarlo et insieme anco l'uso del piccolino, assai più difficile a poterlo circoscrivere con parole senza vederne la pratica. Ma i tempi sempre torbidi credo che fusser cagione che detto Signore non fu da me: e forse qualche inaspettato ordine cagionò la sua partita di qua, sì che non la seppi se non alcuni giorni dopo. Gli toccai, nel ragionare, alcun motto sopra la mia invenzione del graduar la longitudine, e me ne ricercò di qualche informazzione in scritto per potersene servir costì; ma la partita improvisa tagliò tutti gl'appuntamenti.

Il telescopio, per la parte che dependeva da me, era all'ordine sino allora, e se ne poteva veder l'uso; ma l'artefice([212]), che doveva coprire il cannone (che è lungo circa 3 braccia) et adornarlo alla similitudine di quello che donai al Ser.mo Arciduca Carlo([213]) di gl. m.a, e che penso che V. S. vedesse, mi ha trattenuto e trattiene ancora con sue ciancie: pure penso che fra 3 o 4 giorni sarà finito, e subito, fattolo vedere al S. G. D.a, che pur ne ha un simile et ha sentito di questo, procurerò che sia inviato a V. S., acciò ne disponga secondo quella più oportuna occasione che se gli presenterà, et insieme con esso manderò anco il piccolino.

Quando ricevei la lettera di V. S., già era partito l'Ambasciadore, sì che non ci fu tempo di trattar con esso della longitudine, come mi avvertiva V. S.([214]) Hora, in questo proposito io mi ritrovo ancora la bozza di altre scritture et informazzione che altra volta mandai costà. So che ho d'havere ancora la lettera che dovevo presentare al Vicerè di Napoli, dove era l'ordine di sentirmi e referire poi costà; ma per molto ch'io l'habbia cercata, non l'ho per ancora potuta ritrovare: ma ne farò maggior diligenza, e manderò quella e 'l resto ancora a V. S.; e l'harei fatto di presente, se non fussi tanto angustiato dalla strettezza del tempo, che mi tiene occupatissimo nel rivedere e dar l'ultima mano a i miei Dialogi, per trasferirmi con essi a Roma per pubblicargli e spedirmi in tempo di poter ritornar qua avanti S. Giovanni: e già sono in procinto per partirmi fra 8 o 10 giorni, e licenziato dal G. D. Spedito di questo negozio, ripiglierò con più quiete l'altro della longitudine, se ben veggo delle difficultà di poterlo effettuare per via di lettere, senza l'abboccamento con persone intelligenti: tutta via ne tratterò con più agio e più allungo con V. S., che assolutamente ne potrà restar capacissima più d'ogn'altro.

Ho vedute le informazzioni che mi scrive circa gl'accidenti particolari de' flussi e reflussi([215]), e gliene rendo grazie, aspettandone ancora altre particolarità che mi accenna: ma di grazia non si lasci trasportar tanto dal desiderio di favorirmi, che si metta sino a mandarmi copia di lunghi capitoli di libri stampati; et un'altra volta basterà avvisarmi l'autore, perchè qui si troverà. Questa amorevolissima diligenza di V. S. mi fa arrossire e disperar interamente delle mie deboli forze, impotenti a corrisponder mai con verun segno a tanta cortesia. Una cosa sola mi conforta, e questa è il veder a quanto buon mercato ella dà sì nobil mercanzia; che mi è argomento che il fondaco del suo petto ne sia abbondantissimamente ripieno, e che però ella sia per restare appagata di quel tenue prezzo che da me gli può venir contribuito: però di questo degnisi di satisfarsi per ora, sin che miglior fortuna mi porga occasione e potestà di poterla più proporzionatamente pagare. Intanto con vero affetto gli bacio le mani, come fo anco al S. Esaù, e dal S. Dio gli prego intera felicità.

Ieri fu da me qua su in villa la S.a Sestilia([216]), per rivedere insieme il piccolo Galileino suo figliuolo, che è qui a balia in vicinanza. Ella sta bene, e sentendo che volevo scrivere a V. S., mi ordinò che in suo nome caramente la salutasse, sì come fo.

 

Da Bellosguardo, li 8 di Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

1998*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 14 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 109. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Non ho dubbio alcuno che V. S. non sia pronta a mandarmi molto volentieri quanto hier l'altro gli domandai; ma se per disgratia la memoria non gli servissi, ho stimato necessario il tenergli ricordato il fiasco di vino, due ricotte e quell'altra cosa per doppo l'arrosto; non limone o ramerino, come V. S. disse, ma cosa di fondamento, secondo il suo gusto, per domattina all'hora del desinare delle monache. La staremo aspettando, insieme con la cognata e Vincentio, sì come ne promesse. Et fra tanto, pregandole da Nostro Signore ogni desiderato contento, la salutiamo di cuore.

 

Li 14 d'Aprile 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

1999.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a [GALILEO in Firenze].

Pisa, 17 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 171-172. – Autografa.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Il dolore che V. S. Ecc.ma affettuosamente mi attesta di haver sentito per la nuova della mia non intera sanità, mi è stato più grato che non mi era molesto il non ritrovarmi interamente sano, essendomi chiaro testimonio della benevolenza che da lei mi vien continuata; il qual dono io ricevo con maggior gusto dalla sua benignità, che quel della sanità dalla natura. Veramente io sono stato non solo un poco travagliato nel modo che le disse il S.r Peri, ma di più giovedì mattina mi si aggiunse, con dolori atroci nelli intestini, una dissenteria manifesta, la quale mi messe in timore di gravezza di male; ma, per divina clemenza, il venerdì sera inopinatamente mi cessò in tutto, sì che potei sino hier l'altro uscir del letto, et hora mi trovo in ragionevole stato di sanità. Mi manca solo il recuperar le forze, quali sento ancora assai prostrate, sicome anco la testa indebolita; e questo mi renderà scusato, se replicherò brevemente alla sua cortesissima.

Le dico dunque, come io, sebene e per il ragionevole stipendio che ho da questo Studio, e per la benevolenza del Principe, e per la vicinanza de' miei e per altri commodi et interessi, ho gran cagione di contentarmi del mio stato presente, tuttavia se mi sortisse il poter haver la cattedra di Padova, l'accetterei volentieri, e per veder quelle città, il cui nome solo mi produce interna allegrezza e curiosità, e per maggiormente stimolarmi a far progressi nella professione, e per riconoscere i nobili vestigi in quelle parti altamente impressi dalla singolar dottrina di V. S. Bisogna ben ch'io consideri, che seben la mediocrità del mio merito si deve contentar d'ogni cosa, tuttavia la tenuità delle mie sostanze non comporta che io mi lasci deteriorar le condizioni che ho di presente. Già V. S. sa la mia provvisione: a questa si aggiugne l'augumento, che a punto, havendo finito il quadriennio, mi tocca quest'anno, e sarà, secondo il mio pensiero, intorno a 50 scudi: in oltre non son fuori di speranza di ottenere il Collegio, che importerebbe circa a 60 altri scudi. Di modo che non mi par di dover pigliar altra lettura se io non ho almeno 450 scudi di provvisione.

Questo è quanto mi occorre dirle. Qui facendo fine le bacio con affetto inesplicabile le mani, mi rallegro seco di cuore per l'ottime nuove datemi dal Sig.r Dino([217]), e gl'auguro felicissimo il viaggio di Roma, nel quale e doppo il quale piaccia a Dio di concederle tante prosperità quant'ella merita et io le desidero.

 

Pisa, 17 di Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

Obblig.mo S.re e Discepolo.

 

 

 

 

2000*.

 

ZACCARIA SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Valeggio, 23 aprile 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 99. – Autografi la sottoscrizione e l'indirizzo interno.

 

Molto Ill.re Sig.re

 

Le gentilissime lettere, che mi pervengono di V. S. di X, mi comprobano la continuatione del suo cortese affetto, et ne la ringratio assai. Gradirò sempre il testimonio della sua molta amorevolezza verso la mia casa. In quanto alla richiesta che mi fa circa il nome del già S.r mio fratello, che desidera pur nominare nelle sue compositioni, non so che riportarmi alla gentilezza, dalla quale, anco senza tali dimostrationi, riconosco la sua ottima volontà verso la mia casa. Me le eshibisco altretanto pronto a tutte le occorrenze, augurandole per fine compita felicità e prosperità e lunghi anni.

 

Dal campo in Valezo, li 23 Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei. Fiorenza.

Aff.mo per ser.la

Zacc. Sagredo.

 

 

 

2001.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 24 aprile 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 173. - Autografa.

 

Molt'Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Se io sono a tempo, di nuovo gli do il buon viaggio con queste due righe, e la ringrazio con vivissimo affetto della diligente orditura del nostro negozio([218]), alla quale spero nella sua benevolenza che corrisponderà il ripieno e la tessitura, la qual, essendo sua, non può se non far tela di tutta sodisfazzione. Io terrò il telaio copertissimo, acciò non venga chi ci faccia, nel menar delle calcole, versar la bozzima. Se altro occorre, il Sig.r Peri, per il quale principalmente ho messa su questa tela, supplirà lui, e con lui basterà trattare, perchè è informatissimo della mia volontà, anzi ha in sè stesso la mia stessa volontà.

Qui per fine ossequiosissimamente la saluto e riverisco, aspettando di rivederla a mezo Giugno con mille buone nuove et allegrezze.

 

Pisa, 24 Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

Obblig.mo Discepolo e Ser. Devot.mo

Niccolò Agg.ti

 

Fuori: Al molt'Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Fil.o e Mat.co pr.io di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

2002.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Bellosguardo].

[Firenze, 28 aprile 1630].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 175. – Autografa.

 

Sono hora le nove, mentre torno a casa dalla Segreteria, et avanti di andare a letto scrivo questa a V. S.

Le mando la lettera per il S.r Ambasciatore([219]), col sigillo volante. Della lettiga il S.r Balì([220]) non si è ricordato di cavarne l'ordine, cioè credeva che V. S. lo havesse già havuto. Egli andrà domattina, anzi stamattina (dormito che haverà), al Poggio, et ne piglierà l'ordine, et soscriverà la poliza per il S.r Marchese Coloreto, che già ho fatta et gli ho data. Ma se la lettiga non potrà essere alle 18 al Monastero di S. Matteo, vi verrà alle 19 o alle 20, et io ne sarò sollecitatore. Et di nuovo prego il buon viaggio a V. S., et le do il buon giorno.

La mattina di Domenica, mentre suona l'Ave Maria di mattutino.

 

Oblig.mo Ser.

Geri Bocchineri,

stracco et sonnacchioso.

 

 

 

2003*.

 

ZACCARIA SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Valeggio, 28 aprile 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 100. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.re

 

L'altro giorno resi gratie a V. S. della dimostratione del suo affetto verso la memoria del già S.r Gio. Francesco mio fratello, et in conseguenza della mia casa; ma perchè dubito che quella lettera, non bene indrizzata, possa mal capitare, ho stimato debito della mia gratitudine la replica delle presenti, con le quali, attestandole il mio pieno gradimento verso quanto si compiace ella communicarmi, co 'l rimettermi a ciò che le viene suggerito dalla sua stessa cortesia, me le offerisco sempre con ogni cordiale amorevolezza, corrispondente alla stima che fo della virtù sua, e le prego dal S.r Dio ogni maggior prosperità.

 

In campo a Vall.o, 28 Aprile 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei. Fiorenza.

Aff.mo per ser.la

Zacc. Sagredo.

 

 

 

2004*.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Roma, 4 maggio 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3347 (non cartolata). – Autografa la sottoscrizione.

 

.... Il S.re Galileo Galilei arrivò qui hiersera all'improviso con una lettera di lei([221]), in esecutione della quale le ho dato alloggio in questo palazzo....

 

 

 

2005*.

 

ANDREA CIOLI a FRANCESCO NICCOLINI [in Roma].

[Firenze,] 11 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 9. – Minuta, non autografa.

 

Il Balì Cioli.

Al Sig.re Ambas.re Niccolini.

XI Mag.o 1630.

 

Prima che mi arrivino altre lettere di V. E., voglio accusarle la ricevuta delle sue de' 4([222]): alle quali veggo di haver poco da replicare....

Non si maravigli V. E. che il S.re Galileo Galilei le arrivasse addosso all'improviso, perchè io non lo seppi se non quando hebbi ordine di accompagnarlo con quella mia lettera per V. E.([223])....

 

 

 

2006.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 14 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 177. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

V. S. non ci ha lasciato desiderare nuove di sè, perchè quando appunto noi facevamo conto ch'ella fusse giunta in Roma, ci comparsero nuove et lettere di lei; et ci siamo tutti rallegrati di sentire ch'ella fusse arrivata a salvamento, ricevuta anche con molta amorevolezza dal S.r Ambasciatore Niccolini. Adesso che S. S. sarà tornata da Castel Gandolfo, V. S. haverà havuta commodità di baciarle i piedi et di dar principio a' suoi negozii, per la buona et presta speditione de' quali noi preghiamo Iddio, acciò V. S. se ne possa tornare prima che venghino i caldi, perchè per ancora noi habbiamo fresco, et spesso piove.

Parlai un po' alla larga col Cecconcelli; et egli, senza saper la parentela che passa fra noi, mi disse che la differenza quanto al cannone dell'occhiale([224]) nasceva solo dal prezzo, perchè egli pretende del suo lavoro 18 o 20 Ñdi al meno: et questo me lo disse incidentemente, per mostrarmi che il cannone era fatto a posta et che per questa somma, se io lo voglia, me lo darà; et siamo restati che io vadia a vederlo a casa sua, non lo tenendo egli in bottega: nè si sgomenta di cavar questo denaro da qualsivoglia altri, et dice che all'ultimo lo mostrerà a' Ser.mi Padroni, i quali, per esser il lavoro curioso, spererà che glielo pagheranno anche da vantaggio della sudetta somma. Ma io aspetterò, prima di andare a vederlo, che V. S. mi risponda quel che devo fare.

Per sua notizia intanto le avviso, che questo giorno ho havute lettere del S.r Cav.re Buonamici([225]) de' 24 di Aprile, che mi dice che fra pochi giorni sperava di potersi sbrigare da Madrid per tornarsene in Italia, et il S.r Esaù dal Borgo, arrivato in Barcellona et risanato di un po' di male sopragiuntoli in quella città, si metteva in ordine per seguitare il suo viaggio verso la Corte.

Tutti qui stiamo bene, et il S.r Vincenzio et la Sestilia seguitano di godere la villa, ma il S.r Vincenzio, per quanto intendo, deve esser travagliato dal suo solito catarro. Bacio le mani a V. S., a nome ancora di mio padre et di tutti i nostri.

 

Di Fiorenza, 14 Maggio 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

Il S.r Balì Cioli bacia le mani a V. S.; et già haveva havuto nuove di lei dal Sig.r Ambasciatore([226]).

 

 

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

 

 

2007**.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 18 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 179. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

V. S. doverà haver baciato a quest'hora li piedi a S. S., et essere stata dalla S. S. accolta con molta benignità; et mi rallegro intanto degli honori che le haveva fatti il S.r Card.le Barberino.

Il S.r Vincenzio fu poi necessitato a farsi condurre a Fiorenza in seggetta, travagliato sempre più dal catarro([227]), con l'accompagnatura poi anco della febre; et volse il S.r Vincenzio, per commodità de' medici et de' medicamenti, esser trovato più tosto in Fiorenza che in villa, caso che il male fusse aggravato: et se bene per ancora egli non ha chiamato il medico, non è per questo ch'egli non lo dovesse fare; ma egli dice che a questo vuole indugiare più che può. La Sestilia intanto manda a V. S. la mostra di tre drappetti, acciò ella possa pigliar quella che più le piaccia per la sua zimarra; et se a V. S. non gusti alcuna di queste, la Sestilia si rimette alla sodisfatione di lei, purchè il drappo sia di questa qualità ricciata.

Tornò tre giorni sono all'improviso di Germania l'Alessandra, mia sorella([228]), con buona salute, havendo saputo sfuggire in 18 soli giorni di viaggio li mali incontri della guerra et della peste, con maraviglia di chiunche l'ha qui saputo. È andata hora a Prato a rivedere le cose sue, ma prima fu a visitare il S.r Vincenzio.

Tutti nel resto stiamo bene et baciamo le mani a V. S.

 

Di Fiorenza, 18 Maggio 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

 

 

2008.

 

DINO PERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 18 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 132-133. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Sig.r Galileo, vengo a darle una buona nuova. Mio padre era morto, e hora è risuscitato: guardi V. S. s'i' ho cagione di rallegrarmi. Tre o quattro giorni doppo ch'ella si fu partita di qua, cominciò a sentirsi ammalaticcio: venne via la febbre, lo messe nel letto senza lasciarli requie. Martedì notte poi della settimana passata gli parve d'esserne netto e d'haver preso un po' di riposo, e la mattina, perch'egli haveva nel cuore un negotio di denari per la Depositeria, che gli premeva, si leva cheto cheto, dice a una serva ch'egli sta bene, e se ne va fuora intorno a quella sua faccenda. Doppo che l'hebbe spedita, e affaticata la testa per un buon pezzo in quel contar di denari, gli venne desio d'una messa, e, per cavarsi questa voglia, si messe in ginocchioni; ma non gli fu fatta la gratia di gustarla tutta, perchè intorno al levar del Signore si sentì venir travaglio allo stomaco, e si risolvette a rizzarsi per andar su qualche panca a sedere. In questo muoversi viene uno svenimento repentino, che lo precipita in terra con una percossa della testa tanto grande, che il rumor solo fece stimarlo per morto a chiunque era in chiesa. Venne subito soccorso e conforto, e alcuni gentilhuomini lo messero in seggiola e l'accompagnorno a casa, dove a punto io intendevo da colei la nuova dell'esser uscito del letto e di casa, e parte mi rallegravo, parte mi scandalizavo e andavo in collera; quand'i' me lo veggo portar avanti sudato, agghiacciato, privo d'ogni forza e, si può dir, affatto d'intendimento, e in somma in grado tale ch'io dubitavo che m'havessi a spirar tra le braccia innanzi ch'io finissi di spogliarlo. La camicia era molle fradicia, seguitava pur nel letto medesimo a sudare, non poteva quasi formar parola, non si trovava cosa che gli ravvivassi gli spiriti. Giudichi V. S. che travaglio e che tormento era il mio, nel vedermi tolta ogni speranza di non l'haver a perdere. Quivi sicuramente non appariva vita per du' hore. Ma in fatti e' si trova adesso vivo, e in tale stato di salute che si può chiamar franco. Nella testa non ci hebbe rottura, chè la sua minor disgratia volse che nel cadere dessi prima delle natiche in terra, e poi della memoria; che se il colpo veniva a tutto piombo, il poveretto restava quivi per sempre. Il dolore che ci haveva è passato: la febbre ancora non malignò, ma in capo a non molti giorni si messe in declinatione, e di presente non ce n'è più residuo. Non ci è rimasto cattivo segno nessuno, e non mi tiene con un po' di timore se non il saper da' medici che le percosse della testa fanno delle stravaganze grandissime, sì che si sien trovate persone star bene venti, 30 e 40 giorni doppo il colpo, e poi morirsene presto presto; ma veramente questo non crederei mai che fusse per essere un caso simile. Me ne sto con l'animo assai quieto, e mi par proprio d'esser risuscitato anch'io, perchè mi toccava a riparar per tutto, esser sempre in mille sorte di brighe, alienissime dal mio genio. M'è bisognato fare in sin da legista, e affaticarmi per cento versi intorno al testamento ch'egli ha volsuto finire; e poi la compassione e il sollevamento dell'animo continuo, e quel conoscermi astretto, nel suo partirsi da noi, a mettermi a far da babbo d'una gran famiglia, quand'i' ho bisogno di star ancor ne' pupilli, mi teneva in perpetuo tormento e batticuore. Hora ch'i' me ne trovo libero, non mi basta il rallegrarmene meco medesimo: vo dicendo questo miracolo d'un anno pestilente a chiunque i' conosco, e con tutti mi rallegro del buono e inaspettato fine de' miei travagli. Per questo medesimo effetto l'ho conferito ancor a V. S., confidando nell'affetion particolare, di che ella mi tiene honorato et obligato tanto, che simil nuova non possa recarle se non qualche gusto. Rimarrò appresso, nel medesimo tempo, giustamente scusato, se il mio silentio di tanti giorni non le fusse piaciuto, e mi chiamasse tardo in pagare il debito dovutele di venire a farle ossequio e riverenza. Credo ben più tosto che ciò non mi sarebbe ascritto da lei a mancamento, ma più presto a buon fine di non costrigner la sua infinita gentilezza a incommodarsi per rispondermi, sì che ella si chiamasse appagata e più contenta del mio tacere che delle mie lettere: e per questa cagione potrei adesso venir dissuaso dallo scriver la presente; ma c'è in me un desiderio così eccessivo d'haver nuova da lei, prima della sua sanità e poi del negotio di quell'opera divina, che mi è forza l'essere importuno e il non guardare a interrompere i suoi nobili pensieri, ma a pregarla di quattro versi di risposta e contentar me ed alcuni amici, che pur badano a chiedermi avviso di quel che si tratti in coteste parti. Noi stiamo con martello d'una bellezza tanto venerabile e peregrina, e non vorremo che la maligna schiera degli invidiosi, o quella miserabile degli stolti, havesse a tenerla nascosta sotto la loro ruvidissima scorza e sotterrar nelle tenebre una fabbrica così stupenda. Supplico di nuovo V. S. a favorirmi di qualche ragguaglio delle sue speranze.

Doppo la sua partenza mi messi a leggere quella digressione circa le stelle nuove del Chiaramonte, perchè questa non era nell'opera ch'io fui favorito di godere quei quattro giorni, ma si trovava ancora nella mente e sotto la penna di V. S.; e però non essendo stata da me gustata con quella libera application di mente con la quale i' havevo assaporato il resto, volsi assaggiarla con qualche attentione. M'occorse nel progresso alcuna difficultà, e l'andavo notando su qualche fogliuccio; ma perchè le mi moltiplicorno tra le mani, mi venne in pensiero di ordinarle e mandarle a V. S., e per diminuir forse qualche neo, e per servirmene di occasione per farmi scriver da lei un verso e intender quanto prima i trattamenti di cotesti sopracapi verso l'interesse di V. S. o, per dir bene, verso l'interesse di tutta la republica scientiata e di tutti gli huomini che habbin discorso non indegno del titolo humano. Il male di mio padre m'interroppe l'assegnamento, ma potrò adesso ripigliar l'istessa mira e rimaner consolato dalla sua amorevolezza. Gne ne manderò dunque posdomani per lo straordinario.

Al P. Rev.mo Don Benedetto mi ricordo servitor affetionatissimo, gli offerisco la servitù mia con tutto l'affetto, gli mando mille saluti dal più intimo del cuore, e con ogni debita reverenza me gli inchino e gli bacio la mano. Mi rivolgo a presentarli per mezo di V. S. il mio benevolentissimo animo, per renderlo infinitamente più accetto appresso sua Sig.ria Rev.ma Di V. S. poi sono schiavo innamoratissimo e incatenatissimo; non posso esser più suo di quel ch'io mi sia. Me le ricordo per tale, e per tale son desiderosissimo d'essere adoperato da lei. Io l'adoro e l'adorerò in eterno. E qui le bacio reverentissimamente e affettuosissimamente ambe le mani.

 

Fir.ze, 18 Maggio 630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Son pregato dal S. Domenico Pieratti scultore a salutarla debitamente in nome suo, e ricordarle il favorirlo per conto di quel suo modello etc.

 

 

 

 

 

2009**.

 

ANTONIO BADELLI a ........

Roma, 18 maggio 1630.

 

Arch. di Stato in Modena. Avvisi di Roma, 1630. – Di mano sincrona.

 

.... Qua si trova il Galileo, ch'è famoso mathematico et astrologo, che tenta di stampare un libro nel qual impugna molte opinioni che sono sostenute dalli Giesuiti. Egli si è lasciato intendere che D. Anna([229]) partorirà un figliuolo maschio, che alla fine di Giugno haremo la pace in Italia, e che poco doppo morirà D. Thadeo et il Papa. L'ultimo punto viene comprovato dal Caracioli([230]) Napolitano, dal Padre Campanella, e da molti discorsi in scritto, che trattano dell'elettione del nuovo Pontefice come se fosse sede vacante([231])....

 

 

 

2010*.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Roma, 19 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 11. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Per rispondere a diverse lettere di V. S. Ill.ma, posso dire che a noi non dispiacque per altro l'arrivo improviso del S.re Gallileo, che per farlo restar meglio servito, perchè nel resto siamo tutti di questa casa contentissimi della sua virtuosa e gentilissima conversatione, e ci parrà molto strano quando ci lasserà per tornarsene a Firenze. Intanto io non resto d'aiutarlo col Padre Maestro del Sacro Palazzo, perchè venga favorito di stampar la sua opera; ma io credo che v'incontrerà per ancora qualche difficultà: nondimeno si va studiando e vedendo tuttavia....

 

 

 

2011.

 

FILIPPO NICCOLINI a GALILEO [in Roma].

Firenze, 20 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 181. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.te Sig.r mio,

 

Conforme V. S. m'imponeva, ho scritto al Padre Visconti([232]), acciò si compiaccia della facile e presta speditione nella publicatione del libro che V. S. ha portato a Roma per metterlo alla stampa. E per maggiormente servire V. S., ho preso ordine dal Ser.mo Principe Gio. Carlo([233]) di accennare a detto Padre che farà anco cosa grata a S. A.; e però spero che, per quanto atterrà al Padre Visconti, V. S. ne possa sperare ogni facilità. E se in altro posso impiegarmi in suo servitio, mi accenni, che resterà servita. E per fine le bacio le mani.

 

Firenze, li 20 Maggio 1630.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.te

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo di V. S.

Filippo Niccolini.

 

 

 

2012**.

 

DINO PERI a GALILEO in Roma.

Firenze, 20 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 183. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Questi sono gli scrupolucci che accennai a V. S. hier l'altro([234]). Penso che a questa hora ell'havrà ricevuto la lettera, se già il corriero non giugnessi prima del procaccio, com'i' so che alle volte accade. Forse non dovrei mandarle un simil cicaleccio, ma i' mi contento d'esser tenuto da lei più tosto sciocco e matterello, pur ch'ella mi conosca per gelosissimo e innamoratissimo di lei e delle cose sue, e mi faccia maggiormente partecipe dell'amor suo, se non per altro per compassione e corrispondenza del mio tanto affetto; il quale ancora potrebbe non apparire in tutto disutile, mentre V. S. incontrassi con una scorsa qualche coserella da poter esser avvertita.

Se io riceverò gratia da lei di un verso di risposta, rinuovo le preghiere della lettera passata, supplicandola a farmi consapevole di quanto succeda per la speditione del suo negotio e commune consolatione et allegrezza di tutti i galanthuomini. Ci par troppo strano che chi s'offerisce di mostrar maraviglie d'un nuovo mondo, in cambio d'essere stimolato et adorato perchè ci faccia una tanta gratia quanto prima, s'abbatta in gente così stupida et inhumana, che si getti a traverso, non voglia aprir gli occhi proprii, e non voglia che vi s'accosti chi se ne muore di desiderio. Di gratia, se V. S. può darci nuova gratulatoria, non ci neghi questo conforto. Le fo humilissima reverenza, e le bacio cordialissimamente la mano.

 

Fir.ze, 20 Maggio 630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Obblig.mo e Deditiss.o Servo

Dino Peri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Roma.

 

 

 

2013*.

 

ANDREA CIOLI a FRANCESCO NICCOLINI [In Roma].

[Firenze,] 20 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 13. – Minuta, non autografa.

 

Il Balì Cioli.

Al S.re Ambas.re Niccolini.

 

20 Mag.o 1630.

 

Con un corriero di costà per Genova io ho ricevuto lettere di V. E. de' 18 et 19([235]). Alla prima rispondo di mia mano, et alla seconda replicherò con questa quel poco che mi occorra.

S. A. ha sentito volentieri il gusto che V. E. riceve della conversazione del S.re Galilei, et molto più le piacerebbe ch'egli se ne potesse quanto prima tornare consolato, con havere superato le difficultà dello stampare la sua opera....

 

 

 

2014.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 21 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 185. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Ho fatto sentire al S.r Balì Cioli quanto V. S. mi ha scritto con la sua de' 18; et egli ha havuto molto gusto di intendere la benignità che le ha dimostrata S. B.ne nella sua prima et lunga audienza, et che ell'habbia cominciato a trattare i suoi negozii in modo che ne speri buona terminatione: et queste nuove hanno rallegrato tutti delle nostre case, et io, che sento me più degli altri, ne ho preso contento straordinarissimo, perchè vorrei ch'ella si spedisse bene et presto di Roma, per esser qua al più lungo a S. Giovanni, et non havesse a essere necessitata a fare la state a Roma. Il S.r Ambasciatore scrive qua gran cose del gusto che riceve della conversatione di V. S.([236]); et il Gran Duca, che ha sentito queste lettere, ne ha havuto molto piacere.

Et per tornare al S.r Balì, egli dice che quando habbia da servire a V. S., ella non guardi alle sue occupationi, ma gli scriva pure, senza carico di coscienza et senza scrupolo di commetter sacrilegio.

Saluterò per lettere mio padre et mia madre([237]) a nome di V. S., com'ella comanda, essendo essi andati a Prato in compagnia dell'Alessandra([238]) mia sorella.

Qua non grandina, ma piove spesso, con vento et con freddo. Al S.r Can.o Cini([239]) mandai subito la sua lettera. Et con tutto l'animo bacio le mani a V. S., a nome anche di Alessandro et di Lodovico([240]), che si purga.

 

Di Firenze, 21 Maggio 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

La prego di fare in mio nome affettuosa reverenza al S.r Ambasciatore et, se non sia troppo ardire il mio, anche alla S.ra Ambasciatrice([241]), conservando io la memoria che devo delle grazie fattemi da loro EEcc.ze

 

 

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

 

 

2015*.

 

ESAÙ DEL BORGO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Madrid, 22 maggio 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

.... Finita la mia audientia, non essendo io ancora uscito della camera di essa, chiamò il Re D. Antonio di Mendoza, suo Secretario di Camera, al quale tocca l'assegnare l'audientia, e li disse che mi domandassi se li havevo portato un ochiale di quelli del S.r Galileo, conforme a una memoria che mi fece mandare a Barzelona, mentre ero in procinto d'imbarcarmi per cotesta volta; il quale, ancorchè prevenuto dal detto S.r Galileo per mezzo del S.r Cav.re Bonamici, non ho portato con me, non havendomi permesso la brevità del tempo il trasferirmi a Bello Sguardo, dove detto S.r Galileo voleva farmi la dimostratione([242]), acciò io la potessi riferire a S. M., perchè ricevessi più satisfatione di questo suo instrumento. V. S. Ill.ma ne darà conto a S. A. nostro S.r, acciò mi faccia gratia di far chiedere al S.r Galileo il detto ochiale con altro strumento che haveva preparato; e V. S. Ill.ma si compiacerà mandarlo con il primo corriere, acciò io possa uscire di questo impegno, havendo risposto che restò in Fiorenza con altre cose che mi si dovevano inviare: e ricorro al favore di V. S. Ill.ma, perchè non ardischo adiritura domandarlo al detto S.r Galileo, temendo che si possa forse esser disgustato. E venga con una minuta distinta delle misure et ogn'altra avertentia, acciò possa darglielo qua ad intendere, per essere della medesima qualità d'un altro che dette al Ser.mo Arciduca Carlo([243]), che sia in gloria, secondo che à dato intentione egli medesimo....

 

 

 

2016*.

 

ORAZIO MORANDI a GALILEO [in Roma].

[Roma], 24 maggio 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXI, n.° 49. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Domenica prossima della Santissima Trinità sto attendendo esser favorito da V. S. a far penitenza quassù a S.ta Prassedia, dove sarà il P. Consultore, Maestro Lodovico Corbusio, già Inquisitore di Firenze, et il P. Visconti, compagno del P. Rev.mo Maestro di Sacro Palazzo. Non occorrerà che s'incomodi di rispondere, ma prepararsi a venire, aspettandola infallantemente; e le bacio affettuosamente le mani.

 

Di S.ta Prassedia, il dì 24 Mag. 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Obbligatiss. Serv.re

Don Orazio Morandi.

 

Fuori: Al molto Ill.re mio Sig.re e P.ron Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

 

 

 

2017*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Roma.

Arcetri, 25 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 111. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Ho preso infinito contento, insieme con S.r Archangiola, di sentire che V. S. sta bene, il che più mi preme che altra cosa del mondo. Io sto ragionevolmente, ma non interamente bene, poi che ancora sono in purga mediante la mia oppilatione; e per questo e per le molte faccende che haviamo in bottega in questo tempo, non ho prima scritto a V. S. et alla S.ra Ambasciatrice. Mi perdoni la negligenza, e veda se l'inclusa sia a proposito; se no, ne aspetto la corretione.

S.r Archangiola e tutte l'altre stanno bene, eccetto S.r Violante([244]), che se ne sta con il suo solito flusso di corpo.

La Madre badessa saluta V. S., e le tien ricordato quanto in voce le disse: ciò è che, se per sorte se li porgessi qualche occasione di procurar qualche elemosina per il nostro monastero, facci questa carità d'affaticarsi per amor di Dio e nostro sollevamento: et io di più aggiungo che veramente par cosa stravagante il domandare a persone così lontane, le quali, quando habbiano a far benefitio ad alcuno, lo vorranno fare a i loro vicini e compatriotti; non dimeno io so che V. S. sa, aggiustando il tempo, trovar dell'occasioni da poter ottener l'intento suo; e per ciò gli raccomando caldamente questo negotio, perchè veramente siamo in estrema necessità, e se non fossi l'aiuto che haviamo di qualche elemosina, andremmo a risico di morirci di fame. Ma sia pur sempre lodato il Signore, che con tutta la nostra povertà non permette che patiamo d'altro che di afflitione d'animo, per veder la nostra Madre badessa continuamente afflitta per questa causa; et io particolarmente molto gli compatisco e vorrei poterla aiutare, portandoli affetione più che ordinaria. Le ricordo ancora le reliquie che gli domandai, e per non tediarla finisco, salutandola insieme con tutte affettuosamente. E prego Nostro Signore che la conservi.

 

Di S. Matteo, li 25 di Mag.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Fig.la Aff.ma

Suor Maria Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Padre mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Roma.

 

 

 

2018*.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Roma, 25 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 15. – Autografa la sottoscrizione.

 

.... Il S.re Gallileo è stato un poco risentito da qualche giorno in qua da cattarro con un poco d'alteratione accidentale, ma hoggi sta benissimo....

 

 

 

2019.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 27 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 187. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

In questo punto, che si sta spacciando l'ordinario per costà et che è giunto il S.r Ambasciatore Bethunes di Francia([245]), ricevo la lettera di V. S. de' 25, la quale mi ha mezzo stordito per l'avviso del suo male, sebene poi mi ha arrecato qualche consolatione per sentire il suo miglioramento et la speranza che haveva della annichilatione del male([246]); et piaccia a Dio che le nuove lettere ci portino la nuova della sua recuperata sanità, che però in tanto le aspetteremo con estremo desiderio: et domattina porterò la lettera et le mostre di drappetti alla Sestilia([247]), perchè adesso è notte. Et manco male che questa indispositione è sopragiunta a V. S. in casa dove la cortesia ha la sua stanza, et dove non manca a lei cosa desiderabile; che è un gran conforto anche per quelli che sono lontani. Aspetteremo anche di sentire il buon progresso del negotio di V. S., per poterla presto riveder qua.

Tutti di casa mia, da Alessandro et Lodovico([248]) in poi, che si purga, sono a Prato, ma saranno bene gratissimi loro anche colà i saluti di V. S. Et io le bacio in fretta con tutto l'animo le mani.

 

Di Fiorenza, 27 Mag.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

 

 

2020*.

 

ANDREA CIOLI a FRANCESCO NICCOLINI [in Roma].

[Firenze,] 28 maggio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 17. – Minuta, non autografa.

 

.... Loro Alt.e hanno sentito volentieri che il male del S.re Galilei habbia havuto corte gambe, et che stia hora benissimo....

Et a V. E. bacio di cuore le mani, non havendo che replicar altro alle sue de' 25([249]).

 

 

 

2021.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI [in Roma].

[Roma], 3 giugno 1630.

 

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 934. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Ragionando iermattina con V. S. molto I., e lodandogli l'Annamaria figliuola di Mess. Alessandro Vaiani, fanciulla di grandissimo merito, e compatendo alla sua fortuna, scorsi in V. S. benigno affetto di giovargli in tutte le occasioni, et in particolare di restituirgli appresso S. S. quel credito che l'opera sua meritava, e che altri con poca carità haveva cercato levargli; il quale uffizio sì come è pio e degno della bontà di V. S., così la prego a effettuarlo con oportunità. Desidero bene che ella taccia la persona che si dubitava che potesse haver fatto l'uffizio sinistro, perchè, sì come non ci è certezza che sia stato il nominato da me, così può facilmente essere che ne sia incolpevole. Quando torni comodo a V. S. di passare una volta di qua, vedrà alcune pitture fatte dalla figliuola in mia presenza, onde ella potrà far l'attestazione di vista; oltre che anco la S.a Ambasciatrice harà caro di veder V. S., innanzi che ella tratti altro a benefizio della detta fanciulla. Bacio affettuosamente le mani a V. S. e gli prego felicità.

 

Di casa, li 3 di Giugno 1630.

Di V. S. molto I.

Ser.re Obblig.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Michelag.lo Buonarruoti, mio Sig.re

In sua mano.

 

 

 

2022.

 

MICHELANGELO BUONARROTI a GALILEO [in Roma].

Roma, 3 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 189. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e Pat.ne Oss.o

 

Ho preso occasione di ragionar con l'Ill.mo Sig.r Card.l Padrone([250]) opportunamente della Annamaria([251]), favorita e protetta dall'Ecc.ma Sig.ra Ambasciatrice, e senza entrare che ella possa havere havute opposizioni al suo valore, per modo di dar notizia a S. S. Ill.ma di un tal soggetto, ne ho espressi i particolari e l'opere fatte e da saper farsi da lei, e 'l conto che ne faccia Sua Eccellenza. Il ragionamento non è stato breve, perchè più interrogazioni e risposte ci son cadute, per le quali ho potuto e del suo sapere e de' suoi costumi dir qualche cosa e sodisfarmi a bastanza, esibendomi di farli veder alcuna delle sue opere. Questo è successo attavola, col proposito di un quadro suo stato portatoli appunto stamattina. Se parrà alla Sig.ra Ambasciatrice mandarmi qualche cosa di man della fanciulla per mostrarla al S.r Cardinale, la via è fatta. E se la Sig.ra Ambasciatrice comanderà altro, V. S. me ne farà consapevole.

Trovandomi poi testa testa col Sig.r Cardinale in camera, e ragionandosi dell'infante nipote([252]) e di qualche difficultà nella sua nascita, non senza qualche po' di timor di pericolo, ebbi campo lì di trattar della calunnia inventata contro a V. S. Mi tagl[iò] la parola e s'espresse prima di me, e dissemi essere stato un tale (guardi V. S. se gli sciagurati s'avventano) che gli era entrato a parlar di V. S. nella istessa maniera che V. S. per altra via ha saputo; a cui tagliando pur il parlare, disse il S. Ca[rdinale] che il S.r Galileo non aveva il maggior amico che sè e che 'l Papa stesso, e che sapeva chi egli era, e che sapeva che egli non haveva queste cose in testa; e se li mostrò controverso del tutto, e colui rimase brutto. E mentre che io ostentavo la ribalderia di persone sì sciagurate e che fan tali ufizi, mi si dichiarò penetrare che e' non eran fatti per offender di punta V. S., ma lui stesso, e che chi malignò dovette far conto, che essendo venuto a Roma un gran matematico, argomentasse: Adunque un grande astrologo; e sopra di lui fondasse la macchina della sua favola. E poi soggiunse che per mostrare a i maligni che egli non dava fede a queste cose, però haveva voluto particolarmente V. S. a desinar seco pur una mattina, il che per vari accidenti sino a ora non è successo. Vaglia a V. S. tutto ciò per avviso. A cui baciando affettuosamente le mani, prego felicità.

 

Di Monte Cavallo, il dì 3 di Giugno 1630.

Di V. S. molto Ill.e

 

 

Ho detto, per esprimermi e consolar V. S., più copiosamente che forse, se altri havesse a veder questa lettera, non sarebbe bene, e massimamente il dirsi da me l'esser fatto questo lavoro per offender lui.

 

 

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio e Pad.ne Oss.o

Il Sig.r Galileo Galilei.

In sua mano.

 

 

 

2023.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI [in Roma].

[Roma], 3 giugno 1630.

 

Museo Britannico in Londra. Add.l Mss. 23139, car. 41. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Ho inteso per la gratissima([253]) di V. S. molto I. l'uffizio fatto da lei per me da vero padrone affezionato, e gliene rendo molte grazie; assicurandomi che la mia fortuna non sia per degenerar dal suo consueto, che è stato sempre di partorirmi utile et onore dalle calunnie promossemi da i maligni.

L'Ecc.ma S.ra Ambasciatrice ringrazia parimente V. S. de i buoni uffizii fatti per la sua meritamente diletta Annamaria; e manderà a V. S. quanto prima alcune delle opere di quella, e l'harebbe fatto adesso se havesse in casa certo vaso di diversi fiori; ma lo farà pigliare, e quello manderà insieme con altre cose. Io mi riserbo a discorrer più allungo in voce con V. S., alla quale intanto rendo nuove grazie, e con augurargli felicità reverentemente bacio le mani.

 

Di casa, li 3 di Giugno 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re vero et Obblig.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Il Sig.r Michelag.lo Buonarruoti.

In sua mano.

 

 

 

2024.

 

ORSO D'ELCI a GALILEO [in Roma].

Villa Imperiale, 3 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 200. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio,

 

Ricevo la lettera di V. S. del primo questo medesimo giorno che si scrive costà, e però non ho anche potuto farla sentire al Ser.mo Padrone tutta distesamente, come farò ben presto. Ma intanto S. A. ha hauto caro d'intendere che V. S. stia bene et che speri d'esser qua presto, che lo desidera assai; et le incarica di muoversi prima che può, per fuggire i caldi che qui hanno cominciato molto fieri da tre dì in qua, se bene per fino a San Piero non pare che entri il pericolo dele mutazioni dell'aria; ma bene è anticipare più che si può.

Mi rallegro che V. S. trovi il compagno([254]) del Maestro del Sacro Palazzo capace dela verità dela sua dottrina, et ch'egli speri di persuadervi anche il Papa per rimuoverlo dala noia che dà a S. B.ne la dimostrazione che V. S. vuol fare, che il flusso e reflusso proceda dal moto dela terra. Piaccia a Dio che le riesca di tornar contentissimo, come desidero; et aspettandola con desiderio, bacio a V. S. le mani.

Mi ricorderò del magistrato che V. S. pretende([255]), et stia di buon animo.

 

Di Villa Imp.le, a 3 di Giug.o 630.

 

S.r Galileo.

Ser.r Aff.mo

Orso d'Elci.

 

 

 

2025*.

 

IACOPO GIRALDI a GALILEO in Roma.

Firenze, 3 giugno 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVII, n.° 2. – Autografa.

 

Molt'Ill.re ed Eccell.mo Sig.r e P.rone mio Oss.mo

 

Rendo infinite grazie a V. S.a del favore ch'ella mi ha fatto della cortesissima sua con la certezza della sua buona salute e della desiderata conclusione del suo negozio, nella quale, insieme con tutti i suoi servitori e amici, sento particular contentezza, parendomi che con il benefizio che ne conseguirà l'università de gl'uomini che desiderano di sapere, sia per esser congiunta una giusta e meritata sua gloria, a confusione de' suoi avversari e persecutori, e che sia per essere di non poco accrescimento di stima nel concetto de' Seren.mi Padroni della persona di V. S.a; la quale noi stiamo aspettando con tanto maggior desiderio e allegrezza, quanto ella ci dà più certa speranza del suo presto ritorno, il quale piacerà a Dio concederli con ottima salute. Mi dispiace solo che il favore che io ho ricevuto, mediante il sinistro accidente del Sig.r Cini([256]) non sia accompagnato dal gusto che io riceverei della sua sanità, intorno alla quale il povero Signore travaglia molto, e si tratta di venire a' ferri: piaccia a Dio darli felice successo, sì come tutti gl'amici desiderano. Favoriscami V. S. ricordarmi servitore al Sig.r Michelagnolo e al P. D. Benedetto([257]), e tale conservimi appresso di sè; e per fine gli prego dal Sig. Dio intera felicità.

 

Di Firenze, dì 3 Giugno 1630.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccell.ma

Aff.mo S.

Iacopo Giraldi.

 

Fuori: Al molt'Ill.re ed Eccell.mo Sig.r

Il Sig.r Galileo Galilei, Sig.r mio Osserv.o

Roma.

 

 

 

2026*.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI [in Roma].

[Roma], 5 giugno 1630.

 

Museo Britannico in Londra. Add.l Mss. 23139, car. 43. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

 

Ho procurato di haver questi disegni fatti dall'Annamaria Vaiani, insieme con questo quadro di fiori, per potergli mandare a V. S. molto I., acciò gli vegga; ma devo restituirgli per a tutto venerdì prossimo, essendomi stati conceduti in certo modo occultamente e di contrabbando, senza saputa de i superiori, per V. S. Potrà vedergli e mostrargli dove gli parrà oportuno; et io poi venerdì sera manderò a ripigliarli, e gli farò condurre dove bisognerà. Intanto, restando a V. S. servitore devotissimo, gli bacio le mani e prego felicità.

 

Di casa, li 5 di Giugno 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Dev.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Il Sig.r Michelagnolo Buonarruoti,

a Monte Cavallo.

 

 

 

2027**.

 

MICHELANGELO BUONARROTI a [GALILEO in Roma].

Roma, 6 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 191. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e P.n Col.mo

 

L'Ill.mo Sig.r Card.l Padrone([258]), e non meno di lui l'Ecc.mo Sig.r D. Taddeo([259]), ch'ha magnato qui, hanno ammirato l'opere dell'Anna Maria([260]); e 'l Sig.r D. Taddeo, dopo la comune vista messosi, me presente e discorrente seco, a riguardarle, se ne è compiaciuto grandissimamente. Ho tempo di tenerle da V. S. sino a venerdì; goderò il benefizio del tempo, perchè sian vedute da qualche altra persona di buon gusto. E intanto fo avvisato V. S. (ben che forse altri l'havrà fatto prima), come sendo qua V. S. intorno alle ventun'ora, ella sarà a S. S. Ill.ma di suo gusto particolare a vedere la sua fabbrica e 'l suo giardino. E bacio a V. S. molto Ill.e le mani, pregandole felicità.

 

Di casa, li 6 di Giugno 1630.

Di V. S. molto Ill.e

Devotiss.o Ser.re

Mich.lo Buonarroti.

 

 

 

2028*.

 

DINO PERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 8 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 192-193. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Ho hauto fortuna a poter servir subito V. S. Ecc.ma. M'abbattei a tornar hiersera d'una nostra villa del Pian di Ripoli, e trovai la sua amorevolissima lettera, giunta in casa poche hore innanzi. Dubitai di non haver a trovar l'intavolatura domandatami, perchè non si trovan più a torno simili arie antiche, e appresso di mio padre non si trova residuo nessuno d'intavolature, nè di suo nè de' suoi maestri, perchè in questo genere egli è stato un huomo trascuratissimo, e quel poco che si trovava haver raccolto in un libro gli fu rubato già 20 anni sono. Si è poi trovata in un libruccio d'un fraticello, nostro parente. L'ho fatta copiare e rivedere, e non vien tenuta delle peggiori che facesse Mess. Cristofano([261]). Accetti V. S. per hora la prontezza e il buon desiderio: con più tempo riuscirebbe forse haver cosa migliore, e si tenterà, quando a lei piaccia e ne dia cenno.

Quand'io le scrissi a' giorni a dietro le mie lettere([262]), mi credevo che il Sig.r suo figliuolo se ne stessi a Bello Sguardo, dove mi era tolto l'arrivare da brighe e fastidi senza fine. Oltre a questo, mi davo ad intendere che V. S. non fusse per mettersi a dar ragguaglio particolare di quel che succedeva intorno al suo negotio; però mi mossi a scriverle con quell'instanza: non vorrei già che la mia poca consideratione havesse preso titolo d'una gran prosuntione. Arrivai la prima volta ch'i' potetti a Bellosguardo, e quivi seppi che il Sig.r Vincentio se n'era partito d'un pezzo ammalato([263]). Lo trovai poi a casa, e sentii le nuove della grandine capricciosa e del buono indirizzo in che erano i suoi divini Dialogi. Rimasi però pentito della mia inconsiderata dimanda, potendo con essa affaticar senza proposito la gentilezza di V. S.; e per rimediarvi dissi al Sig.r Vincentio che le desse conto dell'haver io già ricevuto le nuove, e che però ella non si pigliasse altra briga di scrivermi, ch'io dovevo più tosto desiderare scusa che risposta: e certo che se la mia disavveduta richiesta mi mandava sue lettere, che per altro sarebber gratissime e desideratissime, m'havrebber più tosto fatto arrossir di vergogna che rallegrare. Questa, che ha per fine di favorirmi d'un suo comandamento, mi ha recato un contento singolarissimo, e non ci è chi me lo turbi, se non il dubbio di non haver in questa fretta servitola compitamente e con quella sodisfatione ch'i' haverei forse potuto accrescerle con larghezza di tempo. Le rendo gratie infinite di tanto honore, ch'io mi reputo fatto da V. S. mentre si degna di valersi della mia servitù. Sento poi piacer grande che fra quelle mie scioccheriuole([264]) vi sia qualcosa di buono; e quando nel giudicarla potesse essersi hallucinata la vista, e non ci havesse parte se non una troppo affettuosa inclinatione verso di me, all'hora il contento si raddoppierebbe a mille doppi, chè l'esser amato, e di soverchio, non da un huomo, ma da un Dio, qual io reputo V. S., mi pare una prerogativa superiore a quante io ne sapessi desiderare.

Mi rallegrai del suo subito risanamento, sentito dal Sig.r Vincentio, quant'io mi rallegrassi del buono evento di quello stranissimo accidente ch'io le scrissi di mio padre([265]), il qual è fuor di casa, non che del letto, son già parecchi giorni, e va di continuo prendendo ristoro e vigore. Penso di poterlo creder franco, benchè insino a 40 giorni doppo la percossa ci è chi vive, in casi simili, con qualche sospetto. Bacio a V. S. le mani con affetto reverentissimo e svisceratissimo, e le prego dal Cielo quella prosperità che al suo celeste ed infinito merito corrisponde.

 

Fir.ze, 8 Giugno 630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Obblig.mo et Devotiss.o S.re

Dino Peri.

 

Di nuovo raccomando a V. S. il nostro Domenico scultore([266]). Le fa humilissima reverenza, e la supplica a tenerlo aiutato col suo favore appresso il S. Cardinale etc.

 

 

 

2029**.

 

ESAÙ DEL BORGO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Madrid, 8 giugno 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

.... Questa mattina mi ha mandato a casa S. M. a D. Tommaso Lavagna, suo aiuto di camera, per sapere se era arrivato l'ochiale del Galileo. Li risposi che non havevo hauto nuova delle robe con le quali veniva, et che speravo in ogni modo ci potessi essere tra 20 in 25 giorni; supplicando per ciò a V. S. Ill.ma di favorirmi in questo particulare di quanto li ho scritto con altra: e venga subito con il primo corriere, chè ci sta messo il Re strasordinariamente; et hora mi dice che l'ordine che mi haveva fatto dare, era di dua; e perchè non è fatto salvo che uno, V. S. me lo invii in tanto, e l'altro si potrà dare a fare, acciò ne sia Sua M. servita....

La Regina questa mattina ha hauto accidenti di vomiti, e si spera possa essere gravida....

 

 

 

2030*.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 10 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T, IX, car. 194. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Questa settimana non ho ricevuto lettere di V. S., nè meno sotto mia coperta, nè è comparsa alcuna di lei nè per il S.r Vincenzio nè per altri; ma forse questo è indizio del suo vicino ritorno, per riserbare alla voce quel che ell'haverebbe potuto dire per lettera: et se ciò è, me ne rallegro infinitamente.

Avvisai a V. S. la settimana passata([267]) il male dell'Alessandra mia sorella, che andò proseguendo fino al sesto giorno con febbre continua, con dolori di renella et con segni tutti mortali. Poi cominciò a migliorare, et nel settimo giorno restò netta di febbre; et hora séguita nel miglioramento, non le restando altro che una gran debolezza.

Hieri, credendo che si negoziassero i Collegi, ricordai con una mia poliza il desiderio di V. S. al S.r Conte Orso([268]), et hoggi ho fatto l'istesso per mezzo della cortesia del S.r Balì Cioli, essendomi convenuto restare in Fiorenza a tirare innanzi le speditioni degli ordinarii; et seguiterò, senza però mostrare di essere importuno, di servire a V. S. come devo. Et le bacio le mani.

 

Di Fiorenza, X Giugno 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

Sul serrare delle lettere et a mezza notte è comparsa una staffetta di costà, et io adesso, che sono le 5 hore sonate, ricevo la lunga lettera di V. S. degli 8. Mi dispiace di quella cicalata([269]) per il disgusto ch'ella ne sentiva, perchè nel resto si vede che Dio protege la innocenza, mentre ella è sempre più favorita costà dal S.r Card.le Barberini et dal Papa stesso, oltre a tutto il resto de' Signori et della Corte: et domattina mostrerò la lettera al S.r Balì, et si farà vedere anche al Gran Duca, se sarà stimato bene. Et in somma le persecutioni non abbasseranno, ma sempre più ingrandiranno, le sue virtù; et la invidia porta sempre seco la sua pena.

Mi dispiace la morte del P. Buonaccorsi, Cappuccino, mio zio, et mia madre ne sentirà disgusto: et anche in mio nome prego V. S. di baciare poi le mani al S.r Cav.re Buonaccorsi, fratello di lui; et mia madre riceverà per favore che ella li baci le mani a nome di lei. Et io di nuovo le bacio a V. S., tutto sonnacchioso.

 

 

 

2031.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Roma].

Firenze, 14 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 196. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Il Ser.mo Padrone ha fatto grazia a V. S. del luogo nel Magistrato del Collegio([270]), et io me ne rallegro con lei. Deve adesso V. S. provar l'età, cioè produrre la fede del battesimo, et io credo pure che il S.r Vincenzio potrà in ciò supplire per lei.

Lessi al S.r Balì Cioli, alla presenza del S.r Francesco Bonsi et di altri, quel capitolo della calunnia([271]), et hebbero tutti gusto della scopatura del calunniatore. Il S.r Balì dice di non ne haver sentito parlare, et si varrà di tal notizia con S. A. et con tutti; ma non crede che l'A. S. ne habbia saputo niente. Et mostrerò questo capitolo anche ad altri amici di V. S.

Hieri mi cavai 14 once di sangue, per liberarmi da certa rogna che mi travaglia, onde col braccio molto debole non posso scriver più a lungo nè meglio. Mia sorella séguita nel miglioramento([272]), e tutti delle nostre case stanno bene; et a V. S. baciamo tutti le mani.

 

Di Fiorenza, 14 Giug.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

 

 

2032.

 

RAFFAELLO VISCONTI a GALILEO [in Roma].

Roma, 16 giugno 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 198. – Autografa. Sul di fuori, accanto all'indirizzo, si legge di mano di Galileo: H. P.re Visconti: di che cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, c, 2).

 

Molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

 

Il Padre Maestro([273]) gli bacia le mani, et dice che l'opera gli piace, et che domattina parlerà con il Papa per il frontispizio dell'opera, et che del resto, accomodando alcune poche cosette, simili a quelle che accommodammo insieme, gli darà il libro. Et io gli resto servitore.

 

Di casa, li 16 Giugno 1630.

Di V. S.

Affet.mo Ser.re e Discepolo

F. Raffael Visconti.

 

Fuori: Al Sig.r Galileo Galilei,

mio Sig.r Col.mo

 

 

 

2033*.

 

ANDREA CIOLI ad ESAÙ DEL BORGO [in Madrid].

[Firenze], 18 giugno 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4962 (non cartolata). – Minuta, non autografa.

 

Il Balì Cioli.

Al Sig.re Esaù dal Borgo.

 

18 Giugno 1630.

 

Havendo io ricevute due mane di lettere del S.r March.e Ambasciatore([274]),.... restavo maravigliato che non ve ne fosse di V. S.; ma l'ordinario di Genova, che comparse hiersera, mi quietò col portarne de' 6, de' 15 et de' 22([275]) di Maggio....

.... Il Sig.re Galileo si ritrova presentemente a Roma, et prima di partire haverebbe facilmente mandato quell'occhiale per S. M., se chi ne lavora la cassa l'havesse finita: però si andrà hora sollecitando per potersi mandare quanto prima, essendo massimamente per tornare il S.re Galileo fra 7 o 8 giorni. Ma quando anche non tornasse, S. A. si piglierebbe pensiero che S. M. ne fosse in ogni modo servita, et così ancora dell'altro instrumento; et si procurerà che venga con la minuta distinta delle misure, nella maniera che S. M. desidera....

 

 

 

2034*.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Roma, 29 giugno 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3347 (non cartolata). – Autografa la sottoscrizione.

 

.... Il S.r Gallileo partì di qui sino mercoledì passato([276]), con intera sua satisfatione e con la speditione intera, merita dal suo valore e dalle sue gentilissime maniere, di quel suo aromatico negotio. Il Papa l'ha visto volontieri, gli ha fatto moltissime carezze, come il S.r Card.e Barberino, che l'ha anco tenuto seco a desinare; e da tutta la Corte è stato stimato et honorato come l'era dovuto....

 

 

 

2035**.

 

FRANCESCO STELLUTI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 6 luglio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Contemporanei, T. III, car. 17. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.r mio e P.rone Oss.mo

 

Inviai al Sig.r Falconcini alcuni libri del Persio da me tradotto([277]), non solo per esser egli dell'istessa patria del poeta, ma per l'opinione che si tiene esser ancora della medesima famiglia; e perchè tenevo memoria degli obblighi c'ho con V. S. Ill.ma, presi perciò ardire di fargliene presentar uno, ma con non poco mio rossore, venendo in questa guisa a palesarle l'imperfezzioni mie. Hora mi trovo la cortesissima di V. S. Ill.ma, la quale ha addoppiato i miei obblighi, vedendo da lei gradita questa picciola dimostratione dell'animo mio. Le ne rendo perciò infinite grazie; e ricordandomele servitore obbligatissimo e desiderosissimo de' suoi comandamenti, resto e bacio a V. S. Ill.ma le mani.

 

Di Roma, li 6 di Luglio 1630.

Di V. S. Ill.ma

Ser.re Devotiss.mo et Obblig.mo

Franc.o Stelluti.

 

 

 

2036*.

 

FRANCESCO NICCOLINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 luglio 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXII, n.° 107. – Autografa.

 

Molt'Ill.re S.r mio Oss.mo

 

La lettera di V. S. ha rallegrato tutta questa casa, per l'avviso che porta con sè del suo salvo arrivo in patria, e perchè, mediante al gran caldo, stavamo sospesi della sua salute. Io me ne rallegro con V. S. con tutto l'animo, come fa anco mia moglie, e le rendiamo infinite grazie del pensiero che s'è presa di favorirci. Resta solo che la lontananza non le faccia scordare di darmi talvolta comodità di servirla, come io desidero e come la prego di fare liberissimamente. E mentre le prego dal S.r Dio ogni bene, le bacio con tutto l'animo le mani.

 

Di Roma, 7 di Luglio 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Galileo Galilei. Firenze.

Aff.mo Ser.re

Franc.o Niccolini.

 

 

 

2037.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 luglio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 202. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

V. S., che non ha altro maggior pensiero che di honorarmi e di consolarmi, va sempre incontrando l'occasione di farmelo ogni dì più noto con il mezzo delle sue affettuose lettere, come le è piaciuto di fare al presente con la certezza che mi dà del suo felice arrivo e della continuata sua buona salute. Non poteva veramente in questo punto con altro miglior avviso comparirmi più grato, e sì come da Dio io riconosco la sua preservatione in stagione così perniciosa, così rendo affettuosissime gratie a V. S. dell'havermi fatto parte di così desiderato avviso. Il Sig.r Marchese([278]), il Sig.r Giorgio([279]) e gl'altri della conversatione se ne sono ancor essi rallegrati sopramodo, e le rendono duplicati saluti; et io, pregandole aumento d'ogni prosperità, le bacio con tutto l'animo le mani.

 

Di Roma, il dì 13 Luglio 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Mi rallegro che il viaggio non le sia stato nocivo, ben che fatto in tempi tanto scommodi; accidente che dovrà inanimirla a rifarlo in più moderata stagione. Ricordisi della promessa, assicurandola che dalla nostra conversatione ella è sommamente desiderata. N. S.re parla di lei con parole di grande stima et affetto. V. S. mi conservi la gratia del S.r Aggiunti, e faccia offerta della mia amicitia al S.r Dino Peri, tanto lodato da lei.

 

 

S.r Galilei. Fir.e

Dev.mo Ser.re

Gio. Ciampoli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Firenze.

 

 

 

2038*.

 

ESAÙ DEL BORGO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Madrid, 13 luglio 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

.... Sto attendendo con particolare desiderio l'ochiale per S. M.([280]) per uscire di questo impegno, che non havrei mai pensato che ci fussi stato così attento....

 

 

 

2039.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 21 luglio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 112. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Quando appunto andavo pensando di scriver a V. S. una carta di lamentationi per la sua lunga dimora o tardanza in visitarne, mi è comparsa la sua amorevolissima, la quale mi serra la bocca di maniera che non ho replica. Solamente me gl'accuso per troppo timorosa o sospettosa, poi dubitavo che l'amore che V. S. porta a quelli che gli sono presenti, fossi causa che si intepidissi e diminuissi quello che porta a noi, che gli siamo assenti. Conosco veramente che in questo mi dimostro di animo vile e codardo, poi che con generosità dovrei persuadermi che, sì come io non cederei ad alcuno in questo particolare, ciò è nell'amar lei, così, all'incontro, che lei ami più di ciascun altro noi sue figliuole; ma credo che questo timore proceda da scarsezza di meriti. E questo basti per hora.

Ci dispiace([281]) il sentire la sua indispositione, e veramente, per haver V. S. fatto viaggio nella stagione che siamo, non poteva esser altrimenti; anzi che mi stupivo, sentendo che V. S. andava ogni giorno in Firenze. La prego per tanto a starsene qualche giorno in riposo, nè pigli fretta di venir da noi, perchè ci è più cara la sua sanità che la sua vista. In tanto veda se per sorte gl'è restata una corona per portarmi, la quale vorrei mandar alla mia S.r Ortensia, essendo un gran pezzo che non gl'ho scritto, sì come anco ho mancato non scrivendo prima a V. S., mediante l'esser ancor io stata sopraffatta da una estrema lassezza, e tale che non mi dava il cuore di muover la penna, per così dire. Ma da poi in qua che è alquanto cessato il caldo, sto benissimo, per gratia del Signor Iddio, il quale non lascio di continuamente pregar per la salute e sanità di V. S., premendomi non meno la sua che la mia propria.

La ringratiamo del vino e frutte, così a noi oltremodo gratissime: e perchè serbavamo questi pochi marzapanetti, numero 12, per quando veniva da noi, adesso glieli mandiamo, acciò non indurischino; i biscottini saranno per la Virginia([282]). Per fine la salutiamo, insieme con la Madre badessa e tutte, affettuosamente.

 

Di S. Matteo, li 21 di Luglio 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bell.do

 

 

 

2040.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a GALILEO [in Firenze].

Genova, 27 luglio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 134. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Io vengo di rado a ricever favori da V. S., per non tediarla. Mi occorre un dubbio, che, non sapendol sciorre, mi è forza ricorrere da lei, pregandola che me ne dica ciò che le occorre.

Ci conviene far che un'acqua di due oncie di diametro in circa traversi un monte, e, per farlo, conviene che l'acqua salisca a piombo 84 palmi di Genova, che son circa 70 piedi geometrici; e per farlo habbiam fatto un sifone di rame, conforme il disegno inchiuso([283]), ove CA è il livello, A ove si piglia l'acqua, B ove ha da uscire, D l'imbottatoio per dove si empie il sifone, DE l'altezza a piombo che l'acqua ha da salire. Però questo sifone non fa l'effetto desiderato; anzi aperto, ancorchè chiuso dal di sopra, l'acqua esce da tutte due le parti, e se si tien chiuso da una parte, aprendo dall'altra, ad ogni modo da questa esce l'acqua. Io non mi posso dar a credere che l'acqua habbia in questa occasione voluto appartarsi dalle sue proprietà naturali, onde è forza che, uscendo l'acqua, vi sottentri aria nella parte di sopra: però non si vede di dove.


Avviene un'altra cosa che mi fa stupire; et è, che aprendosi la bocca A, esce l'acqua sin che dalla parte D sia scesa per la metà in circa, ciò è sin a F, e poi si ferma. Io sono andato considerando se possa essere che il canale o sifone habbia qualche pori, ma che l'acqua non possa passarvi, e nè anche l'aria senza gran violenza; e per ciò, se il canale è pieno, l'acqua A sia tanto premuta, che faccia forza tale che l'aria sottentri per li pori che sono verso la parte di sopra, in modo che l'acqua possa scendere per quelli sino a F, senza che vi rimanga vacuo; scesa poi in F, non restando nel canale altra acqua che la FA, questa non habbia forza di far violenza tale all'aria, che possa sforzarla ad entrare per li pori sudetti. Il canale è di rame; è, come ho detto, due oncie di vano; pesa circa 14 overo 15 oncie per palmo; nè, per diligenza usatavi, si può veder che habbia meati sensibili.

Ho voluto narrarle ogni cosa, afine che V. S. possa più facilmente ritrovar in che consista il mio errore, e favorirmi di avvertirmene. Sto con desiderio aspettando che sia uscito qualche suo nuovo parto; et a V. S. bacio per fine con ogni affetto le mani, con offerirmi prontissimo a ricever i suoi comandamenti.

 

Di Gen.a, a 27 di Luglio 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Gal.o Gal.i

Ser.ore Aff.mo

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

2041.

 

ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI a [GALILEO in Bellosguardo].

Prato, 28 luglio 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 114. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re mio Pad.ne Oss.mo

 

So' rimasta così appagata della gentilissima conversazione di V. S. et tanto affezionata alle sue qualità et meriti, che non saprei tralasciare di quando in quando salutare V. S. et pregarla che si conpiaccia farmi sapere nuove della sua salute et conservare insieme memoria del desiderio che io tengo di essere onorata di alcuno suo comandamento. Sennon fussi che V. S. tiene qua pengni che credo, per l'afetto che V. S. porta loro, la costringnerano a venire a favorire queste nostre parte, averei preso ardire di suppricare V. S. che volessi consolarci cho la sua presenza ne' prossimi giorni del principio di Agosto; ma perchè mi prometto di goderla in ongni modo, mi riserbo ad altra ochasione a riscevere questa grazia, che sarà ancho comune al Sig.re Cavalier mio marito([284]), che aspetto ongni punto torni da' sua poderi di Val di Bisenzo. Et in nome suo saluto V. S., et per fine di tutto core gli bacio le mani et resto stiava alle sue virtù.

 

Di Prato, il dì 28 di Luglio 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 


 

 

 


2042.

 

FRANCESCO STELLUTI a [GALILEO in Firenze].

Acquasparta, 2 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 137. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Sig.r Galileo mio, con man tremante e con occhi pieni di lacrime vengo a dare quest'infelice nuova a V. S., della perdita fatta del nostro Sig.r Principe, Duca d'Acquasparta([285]), per una febre acuta sopragiuntagli, che hieri ce lo tolse con danno inestimabile della republica litteraria per tanto belle compositioni, che tutte imperfette ha lasciate, di che n'ho un dolore inestimabile, e più mi duole che non ha disposto delle cose dell'Accademia, alla quale voleva lasciare tutta la sua libraria, museo, manuscritti et altre belle cose, le quali non so in che mani capiteranno. Era il povero Signore tanto afflitto dal male c'haveva, del quale non sperava liberarsene, che non sentiva più gusto di cosa alcuna, nè è stato possibile di persuaderlo a far testamento. Se l'Eminentiss.o Sig.r Card.le Barberino([286]) non abbraccia questa impresa, vedo la nostra Accademia andare in rovina: e bisogna pensare a nuovo principe et ad altri ordini; e quanto al libro Messicano([287]), non vi resta altri informato che me; ma essendo privo di questo ricovero, bisogna ch'io me ne ritorni alla patria, per non dar maggior spesa alla mia casa di quello ch'ho fatto per lo spatio di 27 anni, che presi servitù con detto Signore, che N. S.re Dio l'habbia in gloria. Havendolo aperto, gli han trovato una cancrena nella vessica, essendovi molti crescimenti di carne, li quali gl'impedivano l'orina. Già hebbe la lettera di V. S., e sentì gusto del suo arrivo costì a salvamento, et ordinò a me che gli rispondessi; ma non prima di hoggi ho potuto scriverle. Il Signor Dio conservi V. S. lungo tempo; e non potendo per hora dirle altro, le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Acquasparta, li 2 d'Agosto 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser. Aff.mo e Vero

Franc. Stelluti.

 

 

 

2043*.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Firenze, 6 agosto 1630.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF. XIII. 13. 1. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

 

La cortesissima lettera di V. S. Ill.ma([288]) mi è stata soprammodo grata, scorgendo in essa la continuazione dell'affetto verso di me, che è un capitale sommamente desiderato e apprezzato. Mi dispiace bene che ella non mi habbia domandato il mio parere circa l'esito del sifone prima che la spesa fusse fatta, perchè glie l'haverei potuta rispiarmare col mostrare (s'io non m'inganno) l'impossibilità del quesito; la quale depende da un mio problema, più tempo fa esaminato e che veramente ha del meraviglioso assai.

L'acqua si può far salire per un cannone o sifone per attrazzione e per impulso. Per attrazzione, intendo quando l'ordigno (qualunque si sia) che lavora, sarà posto nella parte superiore A del cannone AB; per impulso, si fa montar l'acqua, tuttavolta che l'ordigno impellente sia accomodato da basso in B. Quando l'acqua si habbia a cacciar per impulso, si potrà sollevare e spignere a qualsivoglia altezza, anco di 1000 braccia, purchè il cannone sia saldo e forte, sichè non crepi: ma nell'alzarla per attrazzione ci è una determinata altezza e lunghezza di canna, oltre alla quale è impossibile far montare l'acqua un sol dito, anzi un sol capello; e tale altezza parmi che sia circa 40 piedi, e credo anco meno. La cagione di tale effetto mi travagliò assai, prima che io l'investigassi; ma finalmente m'accorsi che non doveva essere così recondita, anzi assai manifesta: chè così avviene delle cause vere, dopo che sono ritrovate.

So che V. S. non dubita che quando AB fosse una gomoma di nave, e fermata in A, si può attaccargli in B un peso sì grave, che finalmente la strapperà; e non solamente ciò accaderà di un canapo, ma quando la medesima AB fusse una corda di rame o d'acciaio, grossa anco quanto il braccio d'un huomo, pur si strapperà con l'attaccarvi peso immenso. Ma se si rompono corde di canapa e d'acciaio, mentre debbano reggier soverchio peso, che dubbio doviamo noi havere che non si sia per strappare anco una corda d'acqua? anzi si strapperà questa tanto più facilmente, quanto le parti dell'acqua, nel separarsi l'una dall'altra, non hanno da superare altra resistenza che quella del vacuo succedente alla divisione; che nel ferro o altra materia solida, oltre alla resistenza del vacuo, vi è quella grandissima del tenacissimo attaccamento delle parti, del quale mancano le parti dell'acqua. Si strappa dunque il ferro AB, fermato in A, mentre in B se gl'attacchi, vgr., un peso di 100m libbre; adunque quando esso ferro AB fusse tanto lungo che pesasse 100m libre, non potrebbe regger sè stesso, ma si strapperebbe. Se dunque (e sia un problema annesso a questo, ma però degno d'esser saputo) noi volessimo sapere sino a quanta lunghezza si potesse estendere un fil di ferro, sì che, attaccato in alto, reggesse sè stesso, ma non in lunghezza maggiore; preso 2 o 3 palmi di esso filo, qual sia, per esempio, AB, attaccheremo in B un peso, e questo andremo continuatamente accrescendo, sì che esso filo AB si strappi; e trovato che si è rotto per il peso, vgr.a, di cento libre e non prima, si dirà tal filo poter sostenere sino a 100 libre di sè stesso: e perchè la parte BA è, per esempio, lunga un braccio, e pesandola troviamo che pesa un'oncia, e le 100 libre contengono 1200 once, adunque il fil del ferro AB sosterrà 1200 braccia, meno un momento della sua propria lunghezza. E qui noti V. S. Ill.ma che l'esperienza fatta una volta con un filo di qualsivoglia grossezza ci mostra la gagliardia di tutte le corde fatte del medesimo metallo: sì che se, vgr., una corda da cetera d'ottone regge 10 libre di peso per appunto, e se 10 libre di tal corda sono un filo lungo 3000 braccia, tutte le corde del medesimo ottone, di qualunque grossezza, sosterranno sè stesse sino alla lunghezza di 3000 braccia e non più; avvenga che la corda 4 volte più grossa di un'altra non è altro che 4 di tali corde più sottili, onde conviene che possa reggere il quadruplo dell'altra per appunto.

Hora tornando al sifone di V. S., nel quale l'acqua deve salire per attrazzione a perpendicolo sino all'altezza di 84 palmi, per perpendicolo dico ciò essere impossibile, perchè la sua corda non è sì gagliarda, ma si strappa anco in assai minor lunghezza. Nè ci è di sollevamento l'essere il sifone non eretto a perpendicolo, ma inclinato, essendo che la lunghezza dell'inclinato, et in conseguenza la quantità dell'acqua in esso contenuta, è tanto maggiore, che ricompensa appunto la resistenza maggiore nell'esser alzato a perpendicolo. E qui parimenti noti V. S. che l'essere i sifoni più longhi o più stretti non diversifica nulla circa 'l potersi attrarre a minore o maggiore altezza; e se, vgr., in un sifone largo come una paglia, attraendo, non si può far salir l'acqua se non all'altezza di 20 braccia, in nessun altro sifone, di qualsivoglia larghezza, si farà montare ad altra altezza: ma di tutti i sifoni è determinata la lunghezza medesima, possibile per l'attrazzione; perchè delle corde (per così dire) d'acqua tanto crescie la robustezza, cioè la loro grossezza, quanto il peso da reggersi, cioè la quantità dell'acqua. Ma di questo e d'altri problemi intenderà V. S. in altro tempo.

Sono stato li mesi passati a Roma, per licenziare i Dialogi che scrivo esaminando allungo i 2 sistemi massimi Tolemaico e Coperniceo in grazia del flusso e reflusso; et havendo finalmente superate alcune difficoltà, li ho hauti licenziati e sottoscritti dal Rev.mo Padre Mostro, Maestro del Sacro Palazzo; et se era altra stagione, mi sarei fermato lì e fatti stampare, o vero gl'haverei lasciati in mano dell'Ecc.mo S. Pri.e Cesi, il quale si sarebbe presa tal cura, come ha fatto di altre mie opere; ma S. Ecc.za si sentiva indisposta, e, quello che è peggio, hora s'intende che sia in estremo. Per questo andava cercando di stampargli qui, ma non vi sono caratteri nè compositori da niente; et i tempi tanto fortunosi non mi lasciano applicar l'animo a Venezia. Favoriscami in grazia V. S. Ill.ma dirmi come stanno costì in questa materia, acciò possa pigliar qualche resoluzione, che di tanto gli terrò obbligo particolare.

Quanto poi a quello che ella dice del lungo silenzio, non veggo che la nostra corrispondenza ricerchi il pigliarsi altra briga, salvo che quando ci nasca scambievole bisogno in cose di lettere, dalle quali sono molto diverse e separate le cerimonie; et a me solamente tocca a domandarne dispensa da V. S. Ill.ma e me la prometto dalla sua benignità, pronto a([289]) compensarla con altrettanta prontezza in eseguire i suoi comandi, qualunque volta ella si degnerà di onorarmene, sì come istantemente ne la supplico. Et reverentemente gli bacio le mani, e la prego con occasione a ricordarmi servitore devotissimo alli Ill.mi SS.ri Bartolomeo Imperiali e Andrea Spinola il filosofo.

 

Di Firenze, li 6 di Agosto 1630.

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Ga.i

 

 

 

2044.

 

GALILEO ad [ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI in Prato].

Bellosguardo, 8 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 77. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.ra Col.ma

 

Non saprei attribuire ad altro che alla mia mala ventura, che sempre mi traversa le cose più desiderate, un tanto dispendio di tempo quanto si è interposto tra la data della sua cortesissima lettera([290]) e 'l ricapito, in distanza non maggiore di 10 miglia; quella fu li 28 di Luglio, e questo li 7 d'Agosto, intervallo di 11 giorni e 11 notti: e quello che più mi travaglia è la contumacia nella quale sarò, per tutto questo tempo, incorso nell'animo di V. S., la quale, sapendo di havermi scritto, dal non veder risposta mi haverà sentenziato per un solenne villano; dove che io, non sapendo, nè anco sperando o pretendendo, un tanto favore, non ho sentito in quei giorni altra afflizzione che quella della sua assenza: ma giuro bene a V. S. che 'l gusto repentino([291]) et inaspettato ha più che ricompensata la proroga degl'11 giorni. Voglia Dio che 'l ritorno della mia risposta non sia altrettanto lento, onde il sinistro concetto della mia scortesia faccia tal presa nell'animo di V. S., che malagevolmente possa eradicarsi.

Quando intesi in Roma l'eroica resoluzione intrapresa et effettuata da lei([292]), formai tal concetto del suo valore, che nulla più desideravo che di vederla; e credami che questa fu una delle cause primarie che affrettò il mio ritorno, il quale forse harei prolungato qualche mese di più; ma perchè oltre a una semplice vista havevo aggiunta la speranza di poter gustar della sua conversazione, stimando che ella fusse per stanziare in Firenze, giudichi hora V. S. quale io mi ritrovi, defraudato di un tale assegnamento, mentre veggo di presente la sua assenza e temo la continuazione, per quanto ritraggo dalle parole che vo raccogliendo da i suoi intrinseci. Ecco 'l giudizio human come spesso erra. Assai men grave era la sua lontananza di 500 miglia, mentre io non l'haveva di presenza conosciuta, che questa di 10, dopo l'haverla veduta e sentita.

Questo che dico di V. S., ha 'l medesimo riguardo al S. suo consorte, esso ancora tornato in queste parti più desiderato che aspettato, al quale un eccesso di cortesia e di affezzione, evidentemente mostratami, mi haveva saldamente obbligato, sì come perpetuamente mi terrà; dalla conversazione del quale mi promettevo utile e diletto particolare. Hora non mi resta altra consolazione che quella che sentirò in servire amendue, mentre io venga honorato de i loro comandamenti, de i quali gli supplico con efficacia pari alla prontezza che troveranno in me in esequirgli; la quale conosceranno infinita, se bene in forze molto debili.

Favoriscami di baciar le mani in mio nome al molto I. S. Ca.r suo consorte, al molto R. S. Can.co suo fratello([293]), alla S.ra sua madre, et a tutti di casa sua; et il S. gli conceda il colmo di felicità.

 

Da Bell.do, li 8 di Agosto 1630.

Di V. S. molto I.

 

 

 

 

 

2045.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 206. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r e P.ron Col.mo

 

Nostro Signore ha riservata una pensione di cento scudi romani sopra una Mansionaria del Domo di Brescia, conferita a un cappellano del Sig.r Card.l Lodovisio, quale starà qui in Roma duranti i romori di peste e guerra, e prometterà pagare detta pensione a V. S.; nè credo che si possa senza dispensa conferire detta pensione a un bambino([294]), e la dispensa sarà difficilissima. Però io giudicarei ben fatto farla spedire in persona del Sig.r Vincenzio con dispensa, che sarà più facile, overo in persona di V. S. Starò attendendo i suoi comandamenti, e la servirò di cuore.

Haverà poi intesa la perdita del Sig.r Princ. Cesis, che sia in gloria. Mons.r Ciampoli, il P. Maestro([295]) e il P. Visconti li baciano le mani, et io li fo humilissima riverenza.

 

Di Roma, il 10 d'Ag.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

[S].r Gal.o

Devotissimo e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A.

Firenze.

 

 

 

2046.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 204. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Troppo avara mi riesce V. S. di poche parole, che pure ci frutterebbero tanta consolatione. Desideravo qualche avviso del suo arrivo, dell'udienze dateli da' Principi, dell'applauso fattoli dalla patria. Qua da N. S. si è parlato di lei spesso e con honorevolezza. Egli ha sollecitato me perchè io ricordassi al datario la speditione della sua pensione; et hora, senza haver bisogno di memoriali, spontaneamente S. S. l'ha assegnata, et ha fatto crescere li 60 scudi fino in cento([296]). V. S. mi scriva una lettera, che io possa mostrarla con gusto a S. S.

Di questa buona nuova io chiedo la mancia. Vorrei cose di V. S., ma, per levarli la fatica, haverei caro che si servisse del S.r Peri, et in tanto mi facesse veder la diligenza di cot[esto] nobile ingegno. Chiedo la dimostratione di questa propositione: Se un mobile dopo haver disceso qualche spatio mantenessi velocità uniforme, in tempo eguale passerebbe spatio duplo al passato. Scrivo con fretta: forse non mi dichiaro con pulitezza; però ella m'intende. Per vita sua, non mi neghi questo desideratissimo favore, et il S.r Dino le potrà levar la fatica dello scriverlo.

Il S.r Marchese e 'l S.r Giorgio([297]) le fanno mille saluti. Aspettiamo tutti il suo ritorno; et il nostro S.r Antonio le prepara con la tiorba e col canto ricreationi angeliche. Si conservi sana, come facciamo noi a dispetto delle pesti e delle guerre. Prego Dio che la consoli con le meritate contentezze.

 

Di Roma, il dì 10 d'Agosto 1630.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

S.r Gal.o

Fir.

Gio. Ciampoli.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Firenze.

 

 

 

2047*.

 

ELIA DIODATI a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC.

Ginevra, 11 agosto 1630.

 

Biblioteca Nazionale in Parigi. Fond français, n. 9544. Correspondance de Peiresc. Divers. T. 10, car. 220. – Autografa.

 

.... Au mois d'Octobre dernier ie receus des lettres de Florence de Mons.r Galilei([298]), par lesquelles il me mandoit qu'il acheveroit cet hyver son livre des causes du flux et reflux de la mer, lesquelles assignant au mouvement circulaire de la terre, il prend occasion d'establir le systeme de Copernic par des raisons non encores dictes, et qu'asseurément l'impression en seroit faicte a Pasques dernier. Depuis ie luy ay escript, sans avoir eu de luy nulle response ny nouvelles du livre. La peste et la guerre ont osté toute la communication d'Italie par terre; si vous l'avez par la mer, ie vous supplie très-humblement prendre la peine d'en escrire a quelc'un de vos amis, tant touchant le livre, s'il est imprimé, que touchant l'auteur, s'il est en vie et en santé, et me faire part de ce que vous en apprendrez, et au cas que le livre fust imprimé, donner ordre pour en avoir quelques exemplaires, dont ie vous supplie, que par vostre moyen i'en puisse recouvrer un, qu'il vous plaira envoyer a Lyon a Mons.r Cardon([299]), qui me le feroit tenir, auquel i'en rembourseray le prix, selon que vous me l'ordonnerés....

 

 

 

2048**.

 

VINCENZIO LANGIERI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 17 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 208. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r et P.ron mio Oss.mo

 

Conforme al comandamento di V. S. molto I. ho pagato il sarto, come potrà vedere dall'aggiunta ricevuta([300]).

Questi Ecc.mi miei SS.ri([301]) rendono a V. S. infinite grazie della memoria che conserva di loro EE., e mi comandano che io li restituisca i saluti centuplicati: e la Sig.ra Ambasciatrice mi fa dirle che, in mandarle il favore promesso, attenda alla sua comodità, perchè le sue grazie li giungeranno sempre in tempo; e la prega di continuare a protegere l'Anna Maria([302]), il padre della quale le fa humilissima reverenza.

Qui ancora si dicono gran cose e si sentono molte ciarle intorno alla causa criminale della quale V. S. desidera esser ragguagliata; ma in sostanza passa con tanta secretezza, che niente si può affermar di sicuro: tuttavia dell'amico([303]) che lei accenna, se ben si è qualche poco imbrogliato nell'esamina, pare si possa sperar bene, riguardando alla retta intentione e natura del Principe, che senza gran causa non verrà a risolutioni straordinarie contro persona così qualificata. Per la moltitudine de' carcerati si dice che l'intitolano la Causa Magna, che insieme con altri rispetti fa credere alla Corte che si voglia procedere con esattezza e rigore. Nè d'avantaggio so dirne a V. S., alla quale, insieme con tutti i servitori di questa Casa, fo devotissima reverenza.

 

Roma, li 17 Agosto 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.mo Ser.re

Vincenzio Langieri.

 

 

 

2049.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 24 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 212. – Autografa. Sul di fuori, accanto all'indirizzo, si legge di mano di galileo: D. Bened.to F.: di che cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, c, 2).

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Per molti degni rispetti, che io non voglio mettere in carta hora, oltra all'essere mancato di questa vita il S.r Principe Cesis, che sia in gloria, crederei che fosse ben fatto che V. S. molto Ill.re facesse stampare il suo libro costì in Firenze, e lo facesse quanto prima. Ho trattato col Padre Visconti se questo può havere difficoltà: mi ha risposto che non ci è difficoltà di sorte alcuna, e che desidera sopra modo che venga alla luce questa opera.

Quanto alli interessi del Padre Don Orazio([304]), sappia che le cose vanno segretissime, e assolutamente non credo che si possa affermare nè bene nè male. Dal volgo si ragiona diversamente: altri fanno il pericolo grande, altri tengono che le cose passaranno bene. Io per me non so che mi credere: questo sì bene è verissimo ed indubitato, che i Padroni sono benignissimi.

Ho poi publicata la nova che mi dà della sanità grande che si gode in coteste felicissime bande, e la vado publicando tanto più volentieri, quanto che con mio grave dolore haveva a' giorni passati inteso, che le cose passavano male. Del tutto lodato Dio, che ci conservi e doni la sua grazia. Quel dirmi poi che l'apparecchio della vindemia è così sontuoso e per la quantità e per la qualità del vino, mi ha fatta venire una ardentissima voglia di un di quei fiaschi antichi sudici, che non hanno altro di bello in apparenza che quello artificioso turacciolo di paglia, e dentro sono ripieni di preciosissimo vino.

Io poi sto benissimo, per grazia di Dio, e mi ritrovo affatto libero della mia indisposizione, e procurarò mantenermi. Se li pare opportuno, inchini il mio nome al Ser.mo Gran Duca e a tutte le AA. Ser.me, e mi ricordi servitore di singolar devozione all'Ecc.mo Sig.r Duca di Bracciano([305]). Questa sera mando la sua lettera al Sig.r Stelluti, e a lei bacio le mani.

 

Di Roma, il 24 di Ag.o 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

In questi giorni apparisce una macchia nel sole, aggregata di molte, la quale tiene in longhezza più di un terzo del diametro del sole, ed io ne ho numerate sino a 58 macchie che la compongono, cosa veramente mostruosa. Mi vado poi pigliando gusto nella osservazione dei Pianeti Medicei, predicendo di sera in sera le constituzioni, etc.

 

 

S.r Gal.o

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto C.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

2050*.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 24 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 210. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Non mi è succeduto, come volevo, il prevenir V. S. con l'offitio di condoglienza per la dura perdita fatta del nostro Sig.r Principe Cesi, che sia in Cielo, perchè fui la settimana passata sopraffatto non meno dal dolore che dalle straordinarie occupationi di questa mia carica. So che ella si degnerà di gradirlo adesso con non minor pietà, e che, dato qualche luogo alla consolatione, soffrirà dall'altra banda così duro colpo come opera di Dio, che dispone il tutto per il nostro meglio. Piaccia alla divina bontà consolar me con la lunga e felice vita di V. S., alla quale con tutto l'animo bacio le mani.

 

Di Roma, il dì 24 Ag.to 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

La morte del nostro S.r Principe, giungendomi inaspettata, mi è arrivata acerbissima. Con la necessità non è possibil contrastare, et è prudenza e pietà il conformarsi al voler divino. Scrissi a V. S. quindici giorni sono([306]), e le diedi avviso della gratia della pensione delli 100 Ñdi fattali da N. S. Fu buona l'inspiratione che mi venne di spinger la modestia di V. S. a parlarne. Eccomi qua tutto suo per ricever sempre i suoi comandamenti per consolationi. Ho ricevuto dal S.r Dino([307]) una gentilissima lettera, et a lui le relationi di V. S. havevano già acquistato l'affetto mio.

 

 

S.r Galileo. Fir.e

Dev.mo Ser.re di core

Gio. Ciampoli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Firenze.

 

 

 

2051**.

 

PAOLO BOMBINI a [GALILEO in Firenze].

Genova, 30 agosto 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 139. – Autografa. Alla lettera è allegato anche oggi nel ms. (car. 140) il «foglio» che il mittente vi includeva, e che noi riproduciamo in facsimile.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Lungo tempo fa che io sono, come ella sa, divoto e partiale del valore e della persona di V. S.; nè punto hanno o sminuito o allentato questo affetto ne i varii accidenti della mia vita nè la spessa mutazione che da qualche anno in qua ho fatta di paesi: anzi questa, per ultimo, mi ha aperta la strada di doverla riverir con queste poche righe, come affettuosamente faccio. L'occasione è, che il S.r Cav.r Francesco Buonamici, havendo risaputo come un padre Gesuita([308]), del qual si diceva havesse trovata la via di poter sapere la lunghezza del mondo, in qual si voglia parte che ci trovassimo di là del primo meridiano di Tolomeo, era mio amico, mi comandò mi facesse da detto Padre spiegar questa sua invenzione, mentre stavamo tutti e tre in Madrid, e mi aggionse essere ciò servizio o gusto di V. S. Io, che per altro volentieri servivo il S.r Cav.ro, quando seppi dover nell'istesso tempo far ancora servizio a lei, non solo volentieri, ma con giubilo, lo feci, ed in una sessione che fecimo un doppo pranzo in casa mia, ricavai dalla viva voce del Padre quanto va nell'incluso foglio.

Può essere che a quest'hora V. S. per altra parte e più copiosa habbia ricevuta contezza del contenuto; ma io, che ambisco solo il cominciare a divenirle tributario, almen delle cose altrui, già che non ho delle mie, ho voluto ad ogni modo inviarcelo, supplicandola si serva di tener di me tanta memoria, quanta io conservo osservanza verso di lei.

Mi condoglio con questa occasione con V. S. della perdita che tutti i virtuosi han fatto nella morte dell'ultimo S.r Duca di Acquasparta. Dio gli habbia dato il Cielo, del qual solo veramente era degna habitatrice quell'anima celeste, e di là c'impetri che godiamo lungamente la persona di V. S., in cui ricompensiamo tutte l'altre perdite simiglianti.

Qui si vive in continui timori di questo infernal contagio, che per tutto ci circonda o poco meno. Si è dubitato non ci finisse di attorniare, per alcune male nuove volate da costà, ma mi pare non si verifichino; sicome non si è verificata una nuova che corse in questa piazza due dì sono, della caduta di Casale, la quale, convertita in nuova della morte dello Spinola([309]), finalmente bugiarda in tutto, svanì. Piacia a Dio che i nostri peccati non chiedano dalla sua giustizia maggior gastigo, mentre io da S. D. M. prego a V. S. ogni colmo di felicità e contento.

 

Di Genova, 30 di Ag.° 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.vo in Ch.o Aff.mo

Paolo Bombini.

 

 

 

2052.

 

PIETRO GASSENDI a GALILEO in Firenze.

Parigi, 30 agosto 1630.

 

Dalle pag. 36-37 dell'edizione citata al n.° 1729.

 

Viro virtutis aeternum spectandae Galileo Galilei,

Magni Hetruriae Ducis Mathematico,

Petrus Gassendus S.

 

Non scripsi ad te, Vir Illustris, ex quo([310]) misi observationem eclipseos lunaris anni 1628, et grates simul, quas potui, persolvi pro missis([311]) ad me tuis illis praeclaris voluminibus. Scribo iam rursus, occasione et eclipseos illius solaris quae 10 Iunii nuper accidit, et libelli huius qualiscumque, qui, quod prodierit meo nomine, haud debuit tibi esse ignotus.

Circa eclipsim itaque eodem usus sum apparatu, quo circa illam quae contigit anno 1621, et de qua etiam ad te scripseram([312]), nisi me mea memoria fallit. Verum circulum usurpavi duplo propemodum maiorem, qui, cum certiorem me fecerit quantitatis eclipseos, caetera tamen incerta reliquit, praeter momentum quo eclipsis coepit. Hinc duo illa quae pronunciare de hoc defectu possum, haec sunt: unum, eclipsim nobis coepisse in hac civitate, sole adhuc elevato 14 gr., 40 min., hoc est hora 6, min. 16 1/2; alterum, obscurationem solis maximam fuisse digit. 11, min. 32. Caetera vero, ut vestigium primum eclipseos apparuisse in circulo citra telescopium superiore dextra parte 35 grad. a supremo circuli puncto; medium eclipseos contigisse sole alto 6 grad., 20 min., seu hora 7, min. 11 1/2; limbum exteriorem falcis illustratae fuisse tum minorem semi-circulo 10 grad.; solem occumbentem hora 8 fuisse adhuc obscuratum digit. 1 3/4; et si quae sunt huiusmodi, asserere non perinde ausim. Utcumque sint, indico omnia, quod hoc modo nosse nihil noceat.

Ad libellum quod attinet, is non est qui mereatur tibi bonas aliquot subducere horas. Habe illum solum, ut pignus continuae meae in te observantiae ac testimonium memoriae iugis qua te absentem veneror et affectissime complector.

Spero me Constantinopoli circa Natalitia futurum. Tu si mea observatione illic, Alexandriae aliisve in locis Orientis indigeas, aut ante discessum significa, scilicet ante initium Novembris, aut, cum illuc appulero, destina ad me literas apud Illustrissimum, quicum eo concessurus sum, Christianissimi Regis oratorem: videlicet ubivis gentium habebis me semper et observantissimum et amantissimum tui. Tu me modo ama, et maximo artium literarumque ingenuarum bono aeternum vive et vale.

 

Parisiis, III Kal. Septemb. M.DC.XXX.

 

 

 

2053*.

 

ESAÙ DEL BORGO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Madrid, 31 agosto 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

.... L'occhiale del Galileo([313]) presenterò in mano al Re nella prima audientia, chè mi sono trattenuto questi giorni per dar tempo a che si fornischi un ingegnio che lo sustenta, con gran comodità di chi se ne serve, che è stato disegno di Cosimo Lotti, et mi assicuro che renderà tanto più grato il regalo....

 

 

 

2054*.

 

GIOVANNI SILVI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 9. – Autografa.

 

Molto Ill.re mio Sig.r Oss.mo

 

Doppo la sua partita di qua non ò hauto nuove di lei; pur voglio credere arrivassi costà con buona salute. Così piaccia al Signor, e conservarla lungho tempo.

Quando fussi con suo comodo, in una o più partite, pagare al S.r Francesco Bontalenti di banco di costì li s. 54, b. 15, che mi deve V. S. per le robbe che prese, me ne faria somma gratia; et scusimi se ò preso ardire di domandarceli, e non aspettare venghi da lei a rimettermeli, chè queste turbolenze che corrono per il mondo causano una strettezza di moneta per tutte le piazze d'Italia, che non si può più negotiare, e va molto male per chi à di bisognio. Il Signor Dio ci metta la Sua santa mano e pongha fine a tanti flagelli, et a V. S. dia sanità e la Sua santa gratia. Li bacio le mani et me li offerisco suo servitore.

 

Roma, 2 7mbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Aff.mo

Gio. Silvi.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2055*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 4 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 116. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Per mia buona sorte mi è accaduto il poter in qualche parte supplire alla minore delle molte disgrazie che V. S. mi disse esserle accadute, ciò è d'esserseli guasto 2 barili di aceto, in vece de i quali io ne ho provvisti questi due fiaschi che gli mando; il quale, in questi tempi, ho havuto per gratia, e mi par ragionevole. Accetti V. S. la mia buona volontà, desiderosa di poter, se fossi possibile, supplire e concorrere con gl'effetti ad ogni suo bisogno.

S.r Violante, e noi insieme, la ringratia assai de i ranocchi e zatta, gustando non solamente del dono in sè, ma molto più della diligenza e sollecitudine di V. S.

Madonna hiermattina m'impose ch'io dovessi domandar a V. S., se credeva che della elemosina havuta dal Ser.mo G. Duca si dovessi far ringratiamento, poi che, per havercela portata qui un lavoratore che sta al Barbadoro, non se ne fece ricevuta. Io me lo scordai, et hora prego V. S. a darmene indizio con suo comodo, et in tanto spero di sentir anco buon esito della supplica che si fece hiermattina. La saluto in nome di tutte, e prego Nostro Signor che la conservi.

 

Li 4 7mbre 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Nel fiasco più vecchio dell'aceto vi sono state alcune poche roselline.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

2056*.

 

GIOVANNI SILVI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 10. – Autografa.

 

Molto Ill.re mio Sig.r Oss.mo

 

La passata li scrissi altra mia, et la preghavo mi avessi favorito con suo comodo pagare al S.r Francesco Bontalenti di banco li s. 54, b. 15, moneta che lei mi deve, con scusarmi anco se avevo preso securtà di domandarceli, chè la mala stagione che corre lo causava. Ho di poi questa mattina ricevuto una cara sua delli 8 del passato, che deve haver fatto la na/40 in qualche loco, et per essa visto voleva li avisassi a chi doveva pagare il denaro, che ne ò hauto ghusto. Però sopra ciò li confermo il medesimo, che al S.r Bontalenti sarano ben pagati. Comandimi se in altro la posso servire, chè resto pronto e con desiderio impiegharmi in suoi comandamenti. Li bacio le mani, et li pregho dal S.r Dio quel vero ben che desidera.

 

Roma, 7 di 7mbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Aff.mo

Gio. Silvi.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2057*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Arcetri, 10 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 118. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Non detti risposta all'ultima sua per non trattener troppo il suo servitore; adesso, con più comodità, ringraziandola delle sue tante amorevolezze, gli dico che in presentando le bellissime susine a S.r Violante, hebbi gusto grandissimo per veder l'allegrezza e gratitudine che ella ne dimostrò, sì come anco S.r Luisa delle due pesche, quali gli donai, perchè queste più di tutte l'altre frutte gli gustano.

Ricevo per mortificazione il non esser sortito il negozio di Madonna, perchè forse havevo troppo desiderio che, col mezzo e favore di V. S., ella ricevessi qualche benefizio: pazienza; staremo aspettando l'esito dell'altro di Roma.

Hiersera la Ser.ma ci mandò a presentare una bella cervia, e qua si fece tanta allegrezza e tanto romore quando fu portata, che non credo che tanto ne facessero i cacciatori quando la presero.

Adesso che comincia a rinfrescare, S.r Archangiola et io, insieme con le nostre più care, facciamo disegno di star a lavorare nella mia cella, che è molto capace; ma perchè la finestra è assai alta, ha bisogno d'esser rimpannata, acciò si possi veder un poco più lume. Io vorrei mandarla (cioè li sportelli)([314]) a V. S., acciò me la accomodassi con panno incerato, che, quando sia vecchio, non credo che darà fastidio; ma prima havrò caro di sapere s'ella si contenti di farmi questo servizio. Non dubito della sua amorevolezza; ma perchè l'opera è più tosto da legnaiuoli che da filosofi, ho qualche temenza. Dicami adunque liberamente l'animo suo, ch'io in tanto, insieme con la Madre badessa e tutte le amiche, la saluto di cuore, e prego Dio benedetto che la conservi nella Sua gratia.

 

Di S. Matteo, li 10 di 7mbre 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo S.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2058.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 216. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Hora solamente ricevo la lettera di V. S. molto Ill.re, e però non è possibile questa sera trattare col Padre Maestro. Dimani farò il servizio, con quella maggiore destrezza che sarà possibile e ci bisogna per un rispetto che non posso mettere in carta: di tutto quel che seguirà li darò conto.

Scrivo nell'anticamere del Sig.r Card.l Padrone, al quale ho letta solamente quella parte della lettera di V. S. che concerne alla nova che mi dà, cara quanto se fosse della mia patria stessa, della sanità di Firenze e dello Stato del Ser.mo Gran Duca mio Signore, che Dio conservi; e l'ho letta insieme con un simile avviso che mi dà il molto Rev.do Padre Abbate Don Serafino di Siena: e la nova è stata gradita da S. Emin.za È ben vero che havendomi scritto V. S. che cotesti affannoni fanno apparire il male, che è lontano, lo fanno, dico, apparire vicino, li ho soggionto che V. S. n'è cagione con la sua invenzione dell'occhiale, e che però bisogna prohibirne l'uso a questi tali; e S. Em.za si mise a ridere.

Nel resto, quanto alla pensione, l'ordine è in Dataria che V. S. sia provista di 100 Ñdi di moneta; ma il provisto di quella Mansionaria, sopra della quale si mette la pensione, non vole acconsentire più che a 50 Ñdi: e però bisognarà fare assegnamento sopra qualche altro beneficio, come mi hanno detto questi ministri che faranno; e io non mancarò al suo tempo servirla di cuore. E li bacio le mani, facendo humilissima riverenza a tutte le AA. Ser.me

 

Di Roma, il 13 di 7mbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galilei.

 

Humil.mo e Devotiss.o Ser.re e Dis.lo Oblig.mo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: [.... Il]l.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r [...] Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

2059*.

 

ANTONIO HURTADO DI MENDOZA ad ESAÙ DEL BORGO [in Madrid].

Madrid, 13 settembre [1630].

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

E dicho a Su Mag.d lo que V. M. me advierte zerca del antojo; y olgara mucho que V. M. inbie con este correo por otro bidro([315]), y que bengan mas, por si suzedire otra vez el perderse o quebrarse; y estimara que se traiga el que V. M. dize que esta acavando Galileo.

Las cartas estan en poder del S.r Protonotario. V. M. acuda a el que ya las abra remitido al Consejo. Guardo Dios a V. M. muchos años.

 

En Palazio, oy savado 13 de 7bre.

 

S.r Esau del Borgo.

Don Ant.o Hurt.do de Mendoza.

 

 

 

2060*.

 

TOMMASO DI LAVAGNA ad [ESAÙ DEL BORGO in Madrid].

Madrid, 14 settembre 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

Aqui embio a V. M. la medida del vidrio y el cordel de la medida del cañon. Todo el cordel es el tamaño del cañon estendido asta el termino con que se vee bien, y asta el ñudo es la medida del cañon serrado como vino. V. M. lo embie luego que S. Mag.d queda ya esperando la respuesta. Guardo Dios a V. M. como deseo.

 

De Palacio, 14 de Set.re 1630.

 

M. Thomas de Alavaña.

 

 

 

2061*.

 

ESAÙ DEL BORGO a GALILEO [in Firenze].

Madrid, 14 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 142-143. – Autografa.

 

Molto Ill. S.r mio P.rne Oss.mo

 

Ho ritardato alcuni giorni la risposta della cortesissima lettera di V. S. de' 16 di Luglio passato, per poterli scrivere con più particularità ogni successo del'occhiale inviatomi per servitio di S. M. Cattolica. Lo ricevetti con un corriere del Ser.mo G. D. nostro S.r, benissimo trattato, e, per esser assai scomodo a sustentarlo a mano per la sua lungezza, feci fare, con disegno di Cosimo Lotti([316]), un sostegno con tanta curiosità, che nè anco costì penso che si sia inventato ancora cosa migliore, con il quale si volge e ferma l'occhiale ad ogni parte con incredibile facilità; se bene per darlo ad intendere a questi artefici è bisognato tempo e fatica del Lotti, che l'ha assistito guasi sempre, che si può dare per ben impiegato, essendo riuscito assai perfetto; e subito che fu fornito di fare, andai, la mattina de' X, all'audientia di S. M., a darli conto come m'era pervenuto il detto occhiale et insieme a presentarglielo, che se ne rallegrò molto per haverlo desiderato con grand'instantia, e mi comandò che alle quatro di quello stesso giorno, che secondo il modo di costà sarebbono 21 ora, glielo portasi a Palazzo. Non erano le 20 o/2, che mandò tre o quatro imbasciate che andassi subito; che con l'ultima venne D. Tommaso Lavagna, uno delli sua aiuti di camera, gentiluomo molto curioso di queste cose, con il quale furno persone di mia casa a portarlo a S. M.: la quale, subito che li arrivò, mi fece honore di domandar di me dal Conte de Hiebla, figlio del Duca di Medinacidonia, gentiluomo di camera che serviva quel giorno, che voleva lo fussi ad instruire del modo che si teneva per servirsene; ma havendone avvisato al detto D. Tommaso, non li feci mancamento nessuno. Subito furno S. M. e li Ser.mi infanti suoi fratelli a metterlo in opera, che li parve una cosa di maraviglia; affermando S. M. che haveva visto una croce di pietra in un luogo più lontano una lega dello Scuriale, che in tutto sono otto lege, e miglia di coteste 24; e fece avvisare alla persona di mia casa, che mi dicessi che era pretioso e di suo intero gusto.

È stata tanta la frequenza nel'usare di questa curiosità, et li tanti ordini del tenerne conto, che li è riuscito quello che a un fanciullo che tiene un uccelletto in mano, che per farli troppe carezze li stiaccia il capo. S. M. havanti ieri chiese l'occiale, chè voleva vedere le stelle che V. S. chiama Medicee, vicine al pianeto di Giove, che gliele havevo inviate dipinte di mano del Lotti; e puntando l'occiale, non vede cosa alcuna: chiama D. Tommaso, che fussi a riconoscere li cristalli et li nettassi, e trova il maggiore che sta dalla parte di sopra, o, per meglio dire, non vi trovò il detto cristallo. Subito si cominciò ad esaminare ogni cortigiano che quivi era capitato quel giorno, e sino all'infanti stessi, e non si trovò mai chi ne sapessi dar ragione nessuna; e per disgratia, a piè della finestra dove era solito veder con esso, trovorno il detto cristallo in trenta pezzi, con tanto disgusto di S. M., che guai a quello a chi fussi successo tal disgratia, se S. M. l'havessi possuto sapere. M'inviò subito quelli pezzetti per il medesimo D. Tommaso, e domandarmi se in Madrid si troverrebbe chi ne potessi fare un altro. Li risposi che era impossibile, perchè solo si lavoravano nella galleria di S. A., alla presentia di V. S.; e questo medesimo li feci anco sapere per D. Antonio di Mendoza, altro aiuto di camera e secretario della medesima camera e che dà entrata alle audientie. Mi à tornato a dire S. M.ta, e fattomelo scrivere dalli detti dua SS.ri per sua parte, che io voglia scrivere a V. S., acciò glie ne mandi un altro di quei medesimi cristalli con la più pronta occasione di corriere; e quando non vi sia costì, lo può incamminare a Genova a Francesco Spinola (?) q. Battista, perchè me lo mandi: e venga in una scatola con cotone bene accomodato, perchè non si rompa; et anco potrà venire l'occhialetto piccolo. Supplicando a V. S. con ogni maggiore affetto di questo favore, perchè se V. S. potessi restare interamente avvisata quanto lo desideri S. M., si maraviglierebbe: e perchè V. S. habbia maggior facilità in ogni caso, ànno prevenuto in Palazzo le misure della lungez[za] di tutto il cannone, quando sta, per poter vedere, tirato fuora il cannoncino, che è tutto il filo; e dove è il nodo, è quando sta messo dentro([317]). Così va anco la misura della grandezza dell'uno et l'altro vetro; e quando, per appaiarli meglio, convenissi mandarli tutti dua, lo faccia: e venghino quanto più presto, perchè son sicuro che non passeranno quindici giorni, che mi comincieranno a tormentare. Torno di nuovo a pregarne V. S., sì come ancora che mi porga anco a me occasione di poterla servire, mentre le prego da Nostro S.r Dio ogni sua felicità.

 

Di Madrid, a' 14 di Sett.e 1630.

Di V. S. molto Ill.

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo e Vero Serv.e di core

Esaù Del Borgo.

 

 

 

2062*.

 

ESAÙ DEL BORGO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Madrid, 14 settembre 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

Alli X del presente fui da S. M..... e.... li presentai l'occhiale, la cuy tragedia ne vedrà ogni particularità dalla qui congiunta lettera che scrivo al S.r Galileo; et è tanto il gusto che S. M. ne haveva riceuto, che mi ha inviato venti volte a casa, e crede che in quindici giorni possa farli venire il cristallo. V. S. Ill.ma lo dica a S. A. che me ne aiuti, perchè non mi lascieranno ben havere; e quello per la Regina, la S.ma glie lo mandi quanto prima, che V. S. Ill.ma potrà vedere dalli biglietti di D. Antonio de Mendoza e di D. Tommaso Lavagna, che vanno in questa trescha([318]), quello che mi ha fatto scrivere Sua M.....

Torno a supplicare a V. S. Ill.ma che m'aiuti con il Galileo: et essendo bisogno regalarlo, V. S. Ill.ma lo faccia fare dal S.r Francesco Medici mio cognato, perchè ne vorrei uscire bene con S. M. e presto; chè se fussi voglia che s'attaccasi, e la regina lo chiedesi([319]), non ne potrebbono far maggior instantia....

Se il Galileo avessi difficultà nelle misure, li potrà far vedere il biglietto di D. Tommaso Lavagna....

 

 

 

2063**.

 

CATERINA RICCARDI NICCOLINI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 14 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 119. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.e Sig.r Oss.mo

 

Perch'io conosco in tante occasioni la cortesia di V. S., non mi maraviglio hora della memoria che ell'ha di favorir le persone che mi son care, come Anna Maria([320]), la quale, ben che meriti per sè stessa et per le sue virtuose qualità la sua protettione, intendo sempre nondimeno che resti in me medesima il peso dell'obbligo, et per hora le ne rendo particolarissime gratie. Ho dato parte intanto al Vaiani, suo padre, di quanto passa; et perchè egli è un huomo del cervello che V. S. sa, et ha preso tempo a pensarci, mi converrà aspettar la sua risoluttione prima di poter risponder a V. S. precisamente, che di giusta ragione non doverebbe tardar molti giorni.

Il favore che V. S. pensa poi di far al S.r Ambasciatore et a me di quell'occhiale, ci sarà caro straordinariamente, et aspettato et stimato come gioia con particolar nostra obbligatione. È ben vero che rispetto al pericolo che potrebbe correre per viaggio, per la sospensione del commerzio et per le difficultà che incontrano le lettere, non che le robe, riceveremmo per maggior favore che si compiacesse di farlo consegnare in casa nostra alla Sig.ra Caterina mia suocera, alla quale il S.r Ambasciatore scriverà, per più sicurezza, il modo et([321]) quando sia meglio d'inviarlo a questa volta. Et pregando V. S. di qualche occasione di poterla servire, le bacio le mani.

 

Di Roma, 14 di Sett.bre 1630.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galilei.

Aff.ma Serva

Caterina Ricc.di Nicc.ni

 

 

 

2064**.

 

SEBASTIANO VENIER a GALILEO in Firenze.

Venezia, 15 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 218. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

 

De' 24 del passato tengo le lettere che V. S. Ecc.ma ha voluto scrivermi a dimostration maggior del suo continuato buon animo verso di me; di che essendone già ben certo, in corrispondenza della mia particolar affettione verso di lei e della molta stima che tengo della persona e sue dignissime conditioni, vengo con le presenti a renderlene affettuosissime gratie, et ad aggiungerle che, sebene non ho passato se non hora uffitio con lei di nova attestatione della continuata mia ottima dispositione, per occasione delle mie infinite occupationi nel Collegio, dove son entrato al mio arrivo subito da Costantinopoli, non ho però ommesso di supplir con l'animo et di ricercar ancora alle volte aviso di V. S. Ecc.ma Aggradisca per tanto lei questo novo testimonio del dispostissimo animo mio, che sta sempre congionto con desiderio di poterla in tutte le occasioni servire.

È piacciuto a questi SS.ri Ecc.mi eleggermi ambasciator estraordinario alla M. Cesarea; honore che, seben certo è grandissimo, essendo però di carica, per suoi requisiti, molto pesante, mi convien riuscir consequentemente di particolar incommodo. Questo ancora mentre l'aviso a V. S. Ecc.ma, perchè, se in quelle parti conoscesse ella io la potessi in alcuna cosa servire, me ne possa parimenti porger l'occasione, le aggiungo l'informatione([322]) datami dal P. Fra Fulgentio([323]) intorno li affari di lei, che prego il S.r Dio passino sempre con ogni prosperità. Et le bacio le mani.

 

Di Venetia, 15 Sett.e 1630.

Di V. S. Ecc.ma

Fra (sic) Galileo Galilei, Fiorenza.

S.r di vero core

Sebast.o Veniero.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Il S.r [Dott]or Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

2065**.

 

ESAÙ DEL BORGO ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Madrid, 17 settembre 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4958 (non cartolata). – Autografa.

 

Ill.mo S.r mio P.rne Col.mo

 

Per assicurar il buon recapito della lettera per il S.r Galileo([324]), ne invio a V. S. Ill.ma qui congiunto un dupplicato, acciò egli possa compiacere a S. M.ta del cristallo che me li fa chiedere da sua parte per l'occhiale che si è rotto; e V. S. Ill.ma sia buon mezzo perchè conseguischa con ogni prontezza questo suo desiderio, perchè, passato il tempo che ne possa esser venuto la risposta, non mi lascieranno vivere, perchè S. M. ci è grandemente affettionata. Et alla Ser.ma Arciduchessa nostra S.ra V. S. Ill.ma li dica che l'occhiale che à scritto alla Madre Priora di haver dato a fare per la Regina, alsì è desiderato sommamente; e V. S. Ill.ma lo havrà visto per li biglietti originali([325]) che furno con altra....

 

 

 

2066.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 220. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io ho presentata la lettera al Rev.mo Padre Maestro di S. Palazzo, e passato l'officio che V. S. molto Ill.re mi comanda; e ho ritrovato S. P. R.ma assai ben disposta e affezionata a V. S., conforme al solito. Ma quanto al ristretto del stampare il libro, m'ha detto che era restato in appuntamento con V. S. che lei sarebbe ritornata in Roma, e che si sarebbero aggiustate alcune coselle nel proemio e dentro l'opera stessa, e che, non potendo ella venire per la malignità de' correnti sospetti, si contenti di mandare una copia del libro qui in Roma, per agiustare insieme con Mons.r Ciampoli quanto bisogna, che poi, fatto questo, lei haverà facoltà di farlo stampare, come li piacerà, in Firenze o altrove. E io, che ho inteso il tutto, giudico assolutamente necessario che V. S. mandi questa copia, e qui non si mancarà servirla da me e da Monsignore e dal Padre Visconti, tutto suo. Con che li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 21 di 7mbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: [...]ll.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r [... G]alilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

2067*.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 222. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Lessi la lettera di V. S. a Nostro Signore, il quale la sentì con segni particolari della sua benevolenza verso di lei, per la quale m'ingegnai di soggiungere quelli offitii che le può persuadere l'antica mia devotione e l'eminenza de' suoi meriti. Ben è vero che, essendo poi interrotto il mio ragionamento, mi fu tolta l'occasione di parlare della sua monaca([326]), nè ho fin hora havuto altra opportunità di poterla servire. Può non dimeno rendersi certa ch'io sia per farlo con quella sollecitudine che devo, stimando mia particolar consolatione l'operare in cose che le possino apportar piacere. Mentre però la prego ad honorarmi con la frequenza de' suoi comandamenti, le bacio reverentemente le mani e le auguro ogni prosperità più desiderabile.

 

Di Roma, il dì 21 Sett.bre 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Fui interrotto nel mezzo della lettera, sì che non potei legger la parte che toccava alle monache; procurerò trovare occasione di parlarne. Del resto ella mi ha sommamente consolato, con la speranza del suo ritorno. Spero che ella non sarà bandita da gl'editti della sanità scrupolosa, come si trova adesso. Mi rallegro bene che questi nostri offitiali si siano ingannati, e che voi altri SS.ri godiate perfetta salute. Aspetto il discorso del nostro S.r Peri([327]). Il S.r Marchese e 'l S.r Giorgio([328]) le sono servitori, e 'l S.r Antonio([329]) compone nuove arie e sonate per il ritorno di V. S.

 

 

S.r Galileo.

 

Fir.e

Dev.mo Ser.re

Gio. Ciampoli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Firenze.

 

 

 

2068**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 21 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 144. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Rispondo tardi alle gratissime lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, ma la tardanza sarà compensata dalla congionta dell'Ecc.mo Venier([330]), che l'ama cordialissimamente; e spesso teniamo di lei proposito, et spetialmente quando vogliamo radolcir le tanto odiose novelle che da tutte le parti vengono, massime dell'influenze correnti. La digressione a parlar di lei è diversione delle noie et interpositione di gusto.

Aspettiamo le cose sue con quella brama che non si può esplicare. S. E., a quale mostrai la mia lettera, si rallegrò tutto, et disse: Al mio ritorno di Germania (per dove è in procinto di partire) forsi sarà in ordine la stampa.

Il Cesarino, di cui le scrissi havere ritrovata la clepsidra, è dato in un'altra bella cosa, ch'egli stima la via certa al moto perpetuo; et questa è un vaso, in forma di una colonella, che dalli capi ha due altri vasi, che paiono([331]) li capitelli. In questo, posto una debita quantità di acqua, sbalza fuori da sè, per un spillo pur del medesimo vaso, un mezo bracio, e continua così tanto che tutta l'acqua sia finita, e ritorna nell'istesso vaso, et rivoltandosi da su in giù salta fuori dall'altra parte al medesimo modo, et così successivamente tante volte che si vuole. Dice che la farà alzare un bracio o due. Chi l'ha veduta, la stima bella ritrovata.

Siamo sani, Dio lodato: Lo prego di tutto cuore a conservar V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 21 Settembre 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ecc.mo Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

2069*.

 

GIOVANNI SILVI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 settembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 11. – Autografa.

 

Molto Ill.re mio Sig.r Oss.mo

 

Con altra mia 15 giorni sono([332]) li accusai la ricevuta della cara sua, quale, come li dissi, era stata per viaggio più del solito. Mi trovo adesso altra sua delli 9 presente, ricevuta con l'ordinario di Genova, et per essa visto mi haveva favorito pagare al S.r Bontalenti([333]) s. 20 moneta in conto delli s. 54.15, che liene ò dato credito; e sempre che con suo comodo segua del resto, me lo aviserà, acciò io possa notarli alla sua partita. Et per non entrare in altre cirimonie, già so quanto lei è puntuale e desiderosa di favorir[ce]li, et io sempre ne terrò memoria per dove possa mostrarli segni di conrispondenza.

Io mi trovo da 16 giorni in qua in mano del medico per causa di dolor di stomaco, causati da indigestione e flemme biliose, e con tanti rimedi fatti non è possibile liberarmi. Io piglio l'acqua del Tettuc[cio... f]ino adesso ne ò 5 fiaschi grandi in corpo, senza miglioramento alcuno. Era meglio fussi stato trebbiano, che forse saria guari[to.] Se le robbe di costà potessino caminare e non fussero trattenute per il sospetto del mal contagioso, io vorrei affaticar V. S. che mi buscassi un poco di olio da stomaco del Gran Duca, per vedere se mi liberassi o vero almeno placassi il dolore, acciò la notte potessi riposarmi, chè sono parechi notte che dalla a/2 notte fino al giorno, et alcune tutta la notte, non riposo maii; oltre che dalle 23 ore([334]) fino alle 2 di notte, ora di cena, mi dà il medesimo travaglio su l'ora della digestione del pranzo e della cena. Dio ne liberi ugnuno, e conservi V. S. sana et in sua gratia. Li torno duplicate raccomandationi da parte di mia madre e consorte, et io di core li bacio le mani. Nostro Signor li conceda ugni felicità.

 

Roma, il giorno di S. Matt.o del 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.[mo] Serv.re

Gio. Silvi.

 

Fuori:. All molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2070*.

 

CATERINA RICCARDI NICCOLINI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 12 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 121. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Una poca d'indispositione che mi travaglia ha causato ch'io non ho potuto trattar col P. R.mo Maestro del Sacro Palazzo del negotio significatomi da lei; ma ben lo farò quanto prima, e li darò ragguaglio di quello haverò ritratto. Intanto non ho lassato di far ricapitar le lettere per il Padre Benedetto, come comandava. E della cassetta per([335]) la quale V. S. si è presa travaglio, devo dirle che si è trovata finalmente, et io non lascio di ringratiarla infinitamente per la briga che ne ha havuta, sì come faccio anco dell'occhiale ricapitato alla S.ra([336]) Et a V. S. bacio le mani.

 

Di Roma, li 12 8bre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.ma Serva

Caterina Riccardi Nicc.ni

 

 

 

2071*.

 

GIOVANNI SILVI a GALILEO in Firenze.

Roma, 12 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 12. – Autografa.

 

Molto Ill.re mio Sig.r

 

Per la cara sua delli 5 corrente ho visto con quanta prontezza mi haveva favorito provedermi dell'olio da stomaco di S. A. S., et me lo averia mandato quando non avessi inteso l'impedimento che ci era per strada, stante questi sospetti che ci sono del mal contagioso. La ringratio sommamente della bona voluntà, et mi favorisca conservarlo fino a tanto che possi pervenirmi securamente, chè credo, ma vorria dir la bugia, mi doverrà servire ad ugni modo, poi che con tanti medicamenti fattomi, se bene sto meglio Dio gratia, ad ugni modo non son libero, facendosi sentire ugni sera. Sia laudato Dio. Li bacio con ugni effetto le mani, et li pregho dal S.r Dio quanto desidera.

 

Roma, 12 8bre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Aff.mo

Gio. Silvi.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2072.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 18 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 123. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Sto con l'animo assai travagliato e sospeso, immaginandomi che V. S. si ritrovi molto disturbata, mediante la repentina morte del suo povero lavoratore. Suppongo ch'ella procurerà con ogni diligenza possibile di guardarsi dal pericolo, del che la prego caldamente; et anco credo che non gli manchino i rimedii e difensivi proportionati alle presenti necessità, onde non replicherò altro intorno a questo. Ma ben, con ogni debita reverenza e confidenza filiale, l'esorterò a procurar l'ottimo rimedio, quale è la grazia di Dio benedetto, col mezzo d'una vera contrizione e penitenza. Questa, senza dubbio, è la più efficace medicina non solo per l'anima, ma per il corpo ancora; poi che se è tanto necessario, per ovviare al male contagioso, lo star allegramente, qual maggior allegrezza può provarsi in questa vita di quella che c'apporta una buona e serena conscienza? Certo che quando possederemo questo tesoro, non temeremo nè pericoli nè morte; e poi che il Signore giustamente ne gastiga con questi flagelli, cerchiamo noi, con l'aiuto Suo, di star preparati per ricever il colpo da quella potente mano, la quale, havendoci cortesemente donato la presente vita, è padrona di privarcene come e quando gli piace.

Accetti V. S. queste poche parole profferite con uno svisceratissimo affetto, et anco resti consapevole della disposizione nella quale, per grazia del Signore, io mi ritrovo, ciò è desiderosa di passarmene all'altra vita, poi che ogni giorno veggo più chiaro la vanità e miseria della presente: oltre che finirei d'offender Iddio benedetto, spererei di poter con più efficacia pregar per V. S. Non so se questo mio desiderio sia troppo interessato: il Signore, che vede il tutto, supplisca per Sua misericordia ove io manco per mia ignoranza, et a V. S. doni vera consolazione.

Noi qua siamo tutte sane del corpo, eccetto S.r Violante, la quale va a poco a poco consumandosi; ma ben siamo travagliate dalla penuria e povertà, ma non in maniera che ne patiamo detrimento nel corpo, con l'aiuto del Signore.

Havrei caro d'intender se V. S. ha mai havuta risposta alcuna di Roma, circa la elemosina per noi domandata([337]).

Il Sig.r Corso mandò il peso di seta di lib. 15, del quale Suor Archangiola et io haviamo havuta la nostra parte.

Scrivo a hore 7: imperò V. S. mi scuserà se farò degl'errori, perchè il giorno non ho un'hora di tempo che sia mia, poi che all'altre mie occupazioni s'aggiugne l'insegnare di canto fermo a 4 giovanette, e per ordine di Madonna ordinare l'offizio del coro giorno per giorno; il che non mi è di poca fatica, per non haver cognizione alcuna della lingua latina. È ben vero che questi esercizii mi sono di molto gusto, s'io non havessi anco necessità di lavorare. Ma di tutto questo ne cavo un bene non piccolo, ciò è il non stare in ozio un quarto d'hora mai mai, eccetto che mi è necessario il dormire assai per causa della testa. Se V. S. m'insegnassi il secreto che usa per sè, che dorme così poco, l'havrei molto caro, perchè finalmente 7 hore di sonno ch'io mando male, mi par pur troppo.

Non dico altro per non tediarla, se non che la saluto affettuosamente insieme con le solite amiche.

 

Di S. Matteo, li 18 8bre 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Il panierino ch'io gli mandai ultimamente con alcune paste, non è mio, e per ciò desidero che me lo rimandi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

2073.

 

CATERINA RICCARDI NICCOLINI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 19 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 125. – Autografa la sottoscrizione. Sul di fuori si legge, di mano Galileo: A. S.ra Amb.ce: di che cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, c, 2).

 

Molto Ill.e Sig.r Oss.mo

 

Io ho cercato di servir a V. S., secondo che ella desidera et comanda, col Padre Maestro del Sacro Palazzo. Et per venir alle corte, posso dirle che egli è veramente al solito tutto suo; et per servirla in quel che può, dice che si contenterà che V. S. non mandi il libro intero da rivedersi, ma solo il principio et il fine; con questa condizione però, che il medesimo libro sia rivisto da un Padre teologo della sua religione costì in Firenze, il quale sia solito di riveder libri et adoperato a quest'effetto da' superiori di cotesta città. Propone per ciò a V. S. il Padre Nente([338]); et se questo non le piace, potrà nominar un altro che sia giudicato a proposito, al quale S. P. R.ma darà la facultà medesima. Che è quanto le pare di poter far per suo servizio, pur che sia della sua religione.

In proposito del negozio d'Anna Maria, perchè suo padre non m'ha più risposto cos'alcuna([339]), si può credere che non habbia pensiero di farci altro. Le rendo ben grazie del pensiero particolare che ha V. S. di favorir questa virtuosa figliuola et me insieme, et le bacio le mani.

 

Di Roma, 19 d'8bre 1630.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Devotiss.ma Serva

Caterina Riccardi Nicc.ni

 

 

 

2074*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO in Firenze

Lione, 23 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 78t. – Copia di mano di Vincenzio Viviani. In capo a questo frammento si legge, di mano dello stesso Viviani: «E. D. 23 Ott.e 1630. Risposta alla da' 25 Ott.e 1629. Di Lione».

 

Con somma consolazione et allegrezza ho sentito qui dal S.r de' Rossi([340]) che V. S. si mantenga in prospero stato di sanità, sperando che avrà finito e publicato il suo trattato del flusso e reflusso, e che, insieme col ritorno della pace (già conclusa, come si crede) ristorandosi il commercio, averò la sorte di recuperarlo e felicitarne diversi litterati, amici miei, i quali l'aspettano con impazzienza. Le mando etc.

 

 

 

2075.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a GALILEO in Firenze.

Genova, 24 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 146-147. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Io mi sono riputato oltre modo favorito in veder la lettera di V. S. de' 6 Agosto([341]), la quale, non so se per lo disordine che è di presente in materia di lettere per conto della peste, o per qual altra causa, era restata alla posta, nè è capitata in me prima di hier sera. Io ho riconosciuto lo stile e veduto esser cosa sua, ancorchè non fosse stata sottoscritta, per le sottigliezze della dottrina con la quale scioglie il quesito proppostole da me con la precedente mia([342]); e mi pento di non haverlo fatto prima, perchè si sarebbe avanzata molta spesa.

Io non havea fatto la distintione che sia diverso il far salire l'acqua in un cannone per attrazzione o per impulso; e come che e da Vitruvio e da Frontino si vede che per impulso i Romani facevan salire l'acqua in grande altezza, mentre che col sifone traversavan le valli, che mi persuado che non fussero così poco profonde, io mi dava ad intendere che lo stesso dovesse avvenire per attrazzione, e che perciò poco importasse che 'l sifone fusse rivolto all'ingiù overo all'insù, ma che il sifone dovesse sempre far la sua operatione, pur che fosse fatto in modo che, non facendola, havesse a rimanervi neccessariamente luogo vacuo. Conosco che io ho fatto errore, e che è verissima la consideratione di V. S., che un canape, ancor che sia d'acciaio e di qualsisia grossezza determinata, non può reger un peso immenso, e neanche sè stesso, quando che sia tanto longo che 'l suo peso sia immenso, e che perciò si regerà solo mentre che sia di una tale longhezza, la quale non si può passare, e che V. S. dichiara benissimo quanta sia questa longhezza; e mi è avviso che lo stesso debba avvenire al canale pieno d'acqua. Però so che V. S. mi permetterà che io le dica che mi resta tuttavia un dubbio, che pur V. S. accenna mentre che dice che la corda dell'acqua si strapparà più facilmente del canape, quanto le parti dell'acqua, nel separarsi l'una dall'altra, non hanno da superar altra resistenza che quella del vacuo, la quale non si è sin hora determinato quanta ella sia; e se ben tanto o quanto il vacuo impedisce lo strapparsi il canape, e tanto più la corda d'acciaio, ad ogni modo mi par pure che vi sia gran diferenza, anzi che sia dubbio se possa esser che, strappandosi la corda, vi resti vacuo o no. Ma comunque ciò sia, è certo che è molto maggiore il vacuo che resta nel canale.

Io non sono già della oppinione volgare, che non si dia vacuo; però non mi potee dar a credere che si desse il vacuo in tanta quantità e così facilmente. E per non mancar di dirle la mia oppinione intorno a ciò, io ho creduto che naturalmente il vacuo si dia, da quel tempo che io ritrovai che l'aria ha peso sensibile, e che V. S. mi insegnò in una sua lettera([343]) il modo di ritrovarne il peso esatto, ancorchè non mi sia riuscito fin hora farne esperienza. Io donque all'hora formai questo concetto, che non sia vero che ripugni alla natura delle cose che si dia vacuo, ma ben che sia dificile che esso si dia, e che non si possa dar senza gran violenza, e che si possa ritrovar quanta debba essere questa tal violenza che si richiede per darsi vacuo. E per dichiararmi meglio, come che, se l'aria pesa, non sia diferenza fra l'aria e l'acqua solo nel più e nel meno, è meglio parlar dell'acqua, il cui peso è più sensibile, perchè poi lo stesso dovrà avvenir dell'aria.

Io mi figuro di esser nel fondo del mare, ove sia l'acqua profonda dieci mila piedi, e se non fusse il bisogno di rifiatare, io credo che vi starei, ancorchè io mi sentirei più compresso e premuto da ogni parte di quel che io mi sia di presente; e per ciò io credo che per avventura io non potrei star nel fondo di qualsivoglia profondità d'acqua, la quale crescendo in infinito, crescerebbe, per mio avviso, proportionatamente tal compressione, in modo che le mie membra non vi potrebbon resistere. Ma per ritornare, dalla detta compressione in fuori io non sentirei altro travaglio, nè sentirei maggiormente il peso dell'acqua di quel che io mi faccia quando, entrando sotto acqua la state bagnandomi nel mare, io ho dieci piedi d'acqua sopra 'l capo, senza che io ne senti il peso. Ma se io non fussi entro l'acqua, che mi preme da ogni parte, e che fussi non dico in vacuo, ma nell'aria, e che dalla mia testa in su vi fusse l'acqua, all'hora io sentirei il peso, il quale io non potrei sostenere, solo se havessi forza a lui propportionata; in modo che, ancorchè, ovonque, separando io violentemente le parti superiori dell'acqua dalle inferiori, non vi rimanesse vacuo, ma vi subintrasse aria, ad ogni modo vi vorrebbe forza a separarle, però non infinita, ma determinata, e via via maggiore secondo che la profondità dell'acqua, sotto la quale io fussi, fusse maggiore: la quale non ha dubbio che chi fusse nel fondo detto di sopra di 10 mila piedi d'acqua, stimerebbe impossibile far detta separatione con qualonque forza, come che egli mai non ne farebbe la pruova; e pur si vede che non sarebbe vero che fusse impossibile, ma che l'impedimento gli verrebbe da non haver lui tanta forza di poter far all'acqua una tal violenza che fusse bastante a separarla.

Lo stesso mi è avviso che ci avvenga a noi nell'aria, che siamo nel fondo della sua immensità, nè sentiamo nè il suo peso che la compressione che ci fa da ogni parte; perchè il nostro corpo è stato fatto da Dio di tal qualità, che possa resistere benissimo a questa compressione senza sentirne offesa, anzi che ci è per avventura neccessaria, nè senza di lei si potrebbe stare: onde io credo che, ancorchè non havessimo a respirare, non potremmo stare nel vacuo, ma se fossimo nel vacuo, al'hora si sentirebbe il peso dell'aria che havessimo sopra 'l capo, il quale io credo grandissimo; perchè, ancorchè io stimi che quanto l'aria è più alta, sia sempre più leggiera, io credo che sia tanta la sua immensità, che, per poco che sia il suo peso, conviene che chi sentisse quel di tutta quell'aria che gli sta sopra, lo sentisse molto grande, ma non infinito, e per ciò determinato, e che con forza a lui propportionata si possa superare, e perciò causar il vacuo. Chi volesse ritrovar questa proportione, converrebbe che si sapesse l'altezza dell'aria e 'l suo peso in qualonque altezza. Ma comunque sia, io veramente lo giudicava tale, che per causar vacuo io credeva che vi si richiedesse maggior violenza di quella che può far l'acqua nel canale non più longo di 80 piedi.

Havrò noiato V. S. con sì longa diceria, perchè se questa dottrina è vera, so che l'havrà speculata prima; se contiene paralogismi, bastava ad ogni modo accenargliela in due parole, chè subito havrebbe ritrovato l'errore: però la penna mi ha trasportato più oltre di quel che havrei voluto in questa materia.

Rispetto ai Dialogi che V. S. vorrebbe stampare, non habbiamo qui altro stampatore che Giuseppe Pavoni. L'ho fatto subito domandare, e gli ho detto se gli dà l'animo di stampar un'opera: dice di sì, se havesse qualche ministri che gli mancano, cioè un che maneggi il torchio et un che componga i caratteri, oltre che non ha correttore. Non manca perciò di andare stampando qualche operetta alla meglio. Mi ho fatto dar un poco mostra dei suoi caratteri, che mando a V. S. qui inchiusi. Converrebbe per un'opera valersi o dei due col segno A o degli altri due col segno B. V. S. mi avviserà di quel che vorrà, e se di costì si potesse haver i detti ministri o da altra parte; nel che havrà consideratione anche all'impedimento che può darci la peste.

Ho fatto le raccomandationi di V. S. al Sig.r Bartolomeo Imperiale, che le vive molto servitore; al Sig.r Andrea Spinola farò lo stesso, quanto prima lo vedrò; et a V. S. bacio per fine le mani e priego dal Signor ogni contento.

 

Di Gen.a, a 24 di Ottobre 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Sig.r Gal.o Gal.i

Fir.

 

 

 

 

2076.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a [GALILEO in Bellosguardo].

Firenze, 28 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 148. – Autografa.

 

Molt'Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Sento allegrezza grande della sua buona salute; e 'l timore che ell'ha di atterrir gl'amici con la sua presenza, mi par che più presto dovesse esser timore di esser atterrito, perchè qua già si fa un gran barellare. Io veramente mi aiuterei col far buona vita; ma mio padre, che vuol ch'io muoia sano, mi governa con le bilancine, e acciò che io non muoia di peste, mi vuol far morir di fame.

L'augumento et ogn'altra mia pretendenza per la lettura di Pisa son certo che si risolverà in niente, non sentendo formarne pur un minimo accento; ma haveremo tempo a discorrerne insieme altre volte, perchè se bene si è stabilito che i lettori vadino a Pisa col far un poco di contumacia avanti che entrino nella città, tuttavia io non son per movermi di qui a caso, atteso che intendo per diverse strade che in Pisa son cominciati a scoprirsi carbonchi e enfiati pestiferi.

V. S. Ecc.ma non poteva dirmi cosa la qual con maggior gusto mi penetrasse al cuore di quel che ha fatto con accertarmi dell'acquisto conseguito nella dottrina del moto; perchè io mi imagino che dopo l'haver liquidissimamente e con intera evidenza comprese coteste massime principali, da lei adesso ridotte alla somma lucidità, l'intelletto nostro sia poi con tranquillità e dolcezza per passar successivamente al rimanente di quella specolazzione. Communicherò la nuova al nostro Sig.r Dino([344]), il quale so che ne giubilerà.

Godo sommamente che l'impression de' Dialoghi non trovi quelli intoppi che i maligni vorrebbono. Fo capitale dell'avviso che ella mi dà di Bologna([345]), e la ringrazio con affetto cordialissimo della premura che dimostra ne' miei interessi, contra o almen sopra ogni mio merito. Le bacio con ogni reverenza la mano, e faccio fine salutandola ossequentemente anco per parte del Sig.r Dino, il qual, sebene non ha ancora letto la sua, son certo che senza altri stimoli ha sempre in animo il reverirla e salutarla.

 

Fir., 28 8bre 1630.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

Obblig.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

 

 

 

2077*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 28 ottobre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 127. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Non havevo alcun dubbio che V. S. non dovessi farmi la grazia domandatale circa la copia della lettera per il nuovo Arcivescovo([346]); e con tutto che ella dica di non haver fatto cosa buona, sarà non dimeno molto meglio di quello ch'io havessi mai potuto fare da per me. La ringrazio infinitamente, e con questa occasione gli mando 6 pere cotogne, quali ho provviste per haver inteso da lei che gli gustano e che non ne trovava, chè veramente di simili frutti ne è gran carestia, per quanto intendo; con tutto ciò, se mi sarà osservata la promessa che mi è stata fatta, credo che gliene manderò qualcun'altra.

Havrò caro di intender se Vincentio sia poi andato a Prato. Io havevo pensiero di scrivergli l'animo mio intorno a questo, esortandolo a non partirsi o almeno a non lasciar la casa impedita, chè questa mi par veramente cosa strana, per gl'accidenti che potrebbono occorrere; ma dubitando di far poco frutto e molto scompiglio, ho lasciato di farlo, e tanto più che tengo speranza indubitabile che Dio benedetto sia per supplire con la Sua provvidenza ove mancano gl'huomini, non voglio dire per poca affezione, ma per poca intelligenza e considerazione. Saluto V. S. con tutto l'affetto insieme con le amiche, e l'accompagno sempre con le mie povere orazioni.

 

Li 28 di 8bre 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

2078.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 2 novembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 129-130. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

So che V. S. sa meglio di me che le tribolazioni sono la pietra del paragone, ove si fa prova della finezza dell'amor di Dio; sì che tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano, tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste ogni nostro bene. La prego a non pigliar il coltello di questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non resti offesa, ma più tosto, prendendolo a dritto, se ne serva per tagliar con quello tutte le imperfezioni che per avventura conoscerà in sè stessa, acciò, levati gl'impedimenti, sì come con vista di Linceo ha penetrato i cieli, così, penetrando anco le cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallacia di tutte queste cose terrene; io vedendo e toccando con mano che nè amor di figliuoli, nè piaceri, onori o ricchezze, ci posson dar vera contentezza, essendo cose per sè stesse troppo instabili, ma che solo in Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera quiete. O che gaudio sarà il nostro, quando, squarciato questo fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia goderemo questo gran Dio! Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita che ci restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo. Ove parmi, carissimo S.r Padre, che V. S. s'incamini per diritta strada, mentre si vale dell'occasioni che se gli porgono, e particolarmente nel far di continuo benefizii a persone che la ricompensano d'ingratitudine; azione veramente che quanto ha più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa: anzi che questa più che altra virtù mi pare che ci renda simili all'istesso Dio, poi che in noi stessi esperimentiamo che, mentre tutto il giorno offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti benefizii; e se pur tal volta ci gastiga, fa questo per maggior nostro bene, a guisa di buon padre che per corregger il figlio prende la sferza: sì come par che segua di presente nella nostra povera città, acciò che almeno, mediante il timore del soprastante pericolo, ci emendiamo.

Non so se V. S. haverà intesa la morte di Matteo Ninci, fratello della nostra S.r M.a Teodora, il quale, per quanto ne scrive M.r Alessandro suo fratello, non ha havuto male più che 3 o 4 giorni, et ha fatto questo passaggio molto in grazia di Dio, per quanto si è potuto comprendere. Gl'altri credo che siano sani, ma ben assai travagliati per haver fatta la lor casa una gran perdita. Credo che V. S. ne sentirà disgusto, come lo sentiamo noi, perchè era veramente giovane di grandissimo garbo e molto amorevole.

Ma non voglio però darle solamente le nuove cattive, ma dirle anco che la lettera ch'io scrissi per parte di Madonna a Ms.r Arcivescovo([347]), fu da lui molto gradita, e se n'hebbe cortese risposta, con offerta d'ogni suo favore et aiuto. Similmente due suppliche che feci la settimana passata per la Serenissima([348]) e per Madama([349]) hanno havuto buon esito, poi che da Madama havemmo la mattina d'Ogni Santi elemosina di 300 pani e ordine di mandar a pigliar un moggio di grano, con il quale s'è alleggerito l'affanno di Madonna, perchè non haveva da seminare.

V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare, perchè (oltre ch'ella mi innanimisce col darmi indizio che gli siano grate le mie lettere) io fo conto ch'ella sia il mio devoto (per parlare alla nostra usanza), con il quale comunico tutti i miei pensieri e partecipo de i miei gusti e disgusti, e, trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando, non tutti i miei bisogni, perchè sariano troppi, ma sì bene il più necessario di presente; perchè, venendo il freddo, mi converrà intirizzarmi, s'egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per tener addosso: poi che quello ch'io tengo non è mio, e la padrona se ne vuol servire, come è dovere; quello che havemmo da V. S. insieme con il panno, lo lascio a S.r Archangiola, la quale vuol star sola a dormire et io l'ho caro; ma resto con una sargia sola, e se aspetto di guadagnare da comprarlo, non l'haverò nè manco quest'altro inverno: sì che io lo domando in carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io che non potrà comportar ch'io patisca. Piaccia al Signore (se è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo, perchè doppo di lui non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa alcuna. Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio benedetto e la Madonna Santissima che egli si conduca al Paradiso; e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa darle per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.

Gli mando due vasetti di lattovaro preservativo dalla peste. Quello che non vi è scritto sopra, è composto con fichi secchi, noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne piglia la mattina a digiuno quanto una noce, con bervi dietro un poco di greco o vino buono; e dicono che è esperimentato per difensivo mirabile. È ben vero che ci è riuscito troppo cotto, perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare o dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione. V. S. mi dice nella sua lettera di mandarmi l'occhiale; m'immagino che dipoi se lo scordassi, e per ciò gliene ricordo insieme con il canestro nel quale mandai le cotogne, acciò possi mandargliene dell'altre, facendo pur diligenza di trovarne. Con che per fine me le raccomando con tutto il cuore, insieme con le solite.

 

Di S. Matteo, il giorno dei Morti del 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

2079*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 8 novembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 131. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Desidero di sapere se V. S. sta bene, e per ciò mando costì, con occasione anco di mandarle un poca di acqua della Madre S.r Orsola di Pistoia([350]). Io l'ho ottenuta per grazia, già che, per haver proibizione le monache di darne, chi ne ha la tiene come reliquia. Prego V. S. che la pigli con gran fede e devozione, come preservativo efficacissimo mandatoci da Nostro Signore, il quale si serve di soggetti debolissimi per dimostrar maggiormente la sua grandezza e potenza; sì come apparisce di presente in questa benedetta Madre, che, di una povera servigiale che era e senza saper pur anco leggere, si è ridotta a governar il suo monastero tanti anni e ridurlo così ordinato quanto è adesso. Io tengo 4 o 5 lettere di suo et altri scritti [....] molto profitto, et ho altre relazioni di lei da persone degne di fede, che danno manifesto indizio della sua gran perfezione e bontà. Prego V. S. per tanto ad haver fede in questo rimedio, perchè se tanta ne dimostra nell'orazioni mie, che sono così miserabile, molto maggiormente può haverla ad un'anima tanto santa, assicurandola che per i suoi meriti scamperà ogni pericolo. Con che a lei affettuosamente mi raccomando, e sto con ansietà di saper nuove di lei.

 

Li 8 di 9mbre 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M. Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

2080*.

 

ANDREA CIOLI ad ESAÙ DEL BORGO [in Madrid].

[Firenze], 8 novembre 1630.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4962 (non cartolata). – Minuta non autografa.

 

Il Balì Cioli.

Al Sig.re Esaù dal Borgo.

 

8 Nov.re 1630.

 

Mi sono comparse da pochi giorni in qua in più volte le lettere di V. S. de' 14([351]), 15 et 17([352]) di Settembre et de' 12 di Ottobre....

.... Grandissimo dispiacere ha sentito S. A. del caso avvenuto d'uno de' vetri dell'occhiale del S.re Galileo([353]), per il disgusto che ha havuto cagione di prenderne S. M.; et subito l'A. S. ha ordinato al S.re Galileo che ne metta in ordine un altro, et che anche faccia un altro occhiale per la Regina. Ma a potersi far cosa che vaglia, ci è bisogno di tempo, et non è opera questa che possa essere ben fatta da altri che dal proprio autore, che è l'istesso S.re Galileo. Del quale io non so se V. S. habbia dato intera notizia a S. M., essendo egli uno de' maggiori filosofi et mattematici che habbia hoggi l'Europa; et sì come il Gran Duca Cosimo lo richiamò da Padova, dove egli haveva la prima cattedra di quello Studio, per tenere appresso di sè così grand'huomo, così è hora altretanto stimato dal Ser.mo Gran Duca presente, il quale si contenta che tiri una grossa provisione che gli dà, senza che sia obligato a leggere, perchè lasci dell'opere sue in luce a benefizio publico, come va con sua gran gloria facendo. Et sarà però bene che V. S. ne dia conto a S. M., acciò sappia da che mani viene detto occhiale, et egli non s'habbia più a maravigliare che costà ci fosse chi credesse che quel vetro potesse esser fatto da altra persona che non habbia l'invenzione et l'arte che ha egli. Et i biglietti che V. S. ha mandati delli SS. D. Antonio de Mendozza et D. Tommaso Lavagna([354]) sono stati veduti et da S. A. et da detto S.re Galileo, il quale solleciterà quanto più sia possibile il nuovo vetro et il nuovo occhiale....

 

 

 

2081*.

 

IACOPO GIRALDI a GALILEO in Bellosguardo.

Firenze, 9 novembre 1630.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXVII, n.° 3. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Oss.mo

 

Non è ragionevole che io abusi tanto la cortesia di V. S., che avendo seco sempre aqquistato molto, mi serva di questa mia buona sorte in cattivo uso, come sarebbe l'averli prestato a usura con sì grande interesse, e ricevere da lei un arnese nuovo di pezza in cambio d'uno usato ch'io le prestai; e però, non volendomi incaricare di così brutto nome, glielo rimando, pregandola a rimandarmi quello che da prima mi fu riportato, non essendovi tanto scapito che importi niente: e desidero che Dio li presti sì lunga vita e così buona salute, che possa consumare il lucco fatto di nuovo, risedendo ne' magistrati, sì come ella merita questi e ogn'altro onore.

I modelli per la facciata([355]) multiplicano, e credo che domani il G. D.a vorrà vederli insieme. Io li sono al solito servitore, e facendoli reverenza gli prego dal Sig. Dio ogni felicità.

 

Firenze, dì 9 Nov.re 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.

Iacopo Giraldi.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e Pad. Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In villa.

 

 

 

2082*.

 

GIOVANNI SILVI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 novembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, e. 13. – Autografa.

 

Molto Ill.re mio Sig.r Oss.mo

 

Il temporale che di presente corre tanto contrario a chi negotia, causa che ugni uno procura di potersi servire delli sua effetti. Qua siamo senza faccende, senza quattrini e senza fede, però di quella che corre tra mercanti in materia di dare a cambio. Se fossi con comodo di V. S., riceverei per favore che complissi il poco resto delli s. 54. 15 al Sig.r Francesco Bontalenti([356]), dovendo io prevedere buona somma; et per gratia mi scusi, chè non ò possuto far di meno di darli fastidio. Comandimi sempre, chè sarò pronto ad ugni suo cenno. Li bacio le mani et li pregho dal Sig.r Dio ugni vero bene.

 

Roma, 16 9mbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Aff.mo

Gio. Silvi.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio P.ron Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2083*.

 

CATERINA RICCARDI NICCOLINI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 17 novembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 132. – Autografa la sottoscrizione. Sul di fuori si legge, di mano di Galileo: B. S.ra Amb.ce; di che cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, c, 2).

 

Molto Ill.e Sig.r Oss.mo

 

Il Padre Maestro del Sacro Palazzo si contenterà che il Padre Iacinto Stefani rivegga il suo libro; et quando S. P. R.ma havrà visto il proemio et il fine del libro inviato da V. S., le ne manderà l'ordine insieme con un poco d'instruttione in questo proposito: che tutto le potrà servir per avviso. Io havrei voluto poterla servir meglio, ma non m'è riuscito di poter cavar altro da S. P. R.ma, et spero che V. S. s'appagherà della mia buona volontà. Non m'è parso che occorra far altre diligenze per haver il proemio lasciato al Padre D. Benedetto, già che V. S. me ne ha inviata la copia. Che è quanto devo dirle in questo negozio, rallegrandomi nel resto del suo bene stare, massime in tempi tanto pericolosi, sperando ancora che con la buona cura si conserverà con tutti di casa, tanto più che il male non havrà ardire o non potrà penetrare dove è così buon'aria et dove con le buone diligenze se gli faccia resistenza. Et le bacio le mani.

 

Di Roma, 17 di Nov.bre 1630.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Aff.ma Serva

Caterina Riccardi Niccolini.

 

 

 

2084*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 26 novembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 134. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Domenica mattina a hore 14 passò a miglior vita la nostra Suor Violante([357]), la quale, per haver sofferta così lunga e fastidiosa infermità con molta pazienza e conformità con il volere di S. D. M., possiamo piamente sperare che sia andata in luogo di salute. E veramente da un mese in qua ella era ridotta a tanta miseria, non potendosi nè anco voltar in letto da per sè, e pigliando con estrema pena pochissimo cibo, che pareva esserle quasi desiderabile la morte, come ultimo termine di tutti i nostri travagli. Volevo prima farne consapevole V. S., ma non mi è stato possibile il trovar tanto tempo, del quale ho scarsezza anco adesso, per scrivere; onde non dirò altro, se non che siamo qua tutte sane, per grazia di Dio, e desidero di sapere se il simile segue di lei e della sua poca compagnia, e particolarmente del nostro Galileino.

Devo anco ringraziarla del coltrone mandatomi, il quale è stato pur troppo buono per me. Prego il Signore che gli renda il merito di tutto il bene che mi ha fatto e fa continuamente, con aumentarle la Sua santa grazia in questa vita e concederle la gloria del Paradiso nell'altra. E qui a lei di tutto cuore mi raccomando insieme con Suor Archangiola e Suor Luisa.

 

Di S. Matteo, li 26 di 9mbre 1630.

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

2085*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 30 novembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 224. – Autografa. Sul di fuori, accanto all'indirizzo, si legge di mano di Galileo: D. Bened.to G: di che cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, c, 2).

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Io ero risoluto di non scrivere a V. S. molto Ill.re sino che non havevo stabilito il negozio della pensione([358]), nel quale mi è convenuto fare una fatica con mille riguardi per rispiarmare di spesa 60 scudi, come ho fatto, nella spedizione, havendo ottenuta la grazia delle bolle senza pagare l'annata. Ci resta di pagare quelli officii che si vendono, e di scrittori e di cancellaria e altro, che ascendono a quattordeci ducati di Camera; e la prima paga sarà a Pasca di Resurrezzione, l'altra al Settembre, e sarà pagata prontissimamente. È necessario che V. S. habbia la prima tonsura e che dica l'officio della Madonna ogni giorno. Starò io attendendo i suoi comandamenti per servirla.

Il nostro Padre Visconti([359]) sta in travaglio per non so che scritture di astrologia([360]). Dio glie la mandi buona. Il Padre Maestro più volte m'ha promesso spedire la licenza per i Dialogi e di commettere il negozio al Padre Stefani([361]); ma non so quello habbia fatto.

Io sto bene, e il simile desidero di V. S. e del Sig.r Vincenzo, al quale bacio le mani, facendo riverenza a V. S.

 

Di Roma, il 30 di 9mbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

Mi son messo con mio gran gusto allo studio di algebra, e sin hora ho risoluto da me 26 quesiti di Diofante.

 

 

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re Sig.r mio P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil. di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

2086*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a GIAN GIACOMO BOUCHARD in Roma.

[15 Novembre 1630].

 

Bibl. de l'École de Médecine de Montpellier. Vol. II. 271, car. 205. – Autografa.

 

.... Si vous passez à Florence, je crois bien que vous ne vouldrez pas manquer de voir le S.r Galileo; et quand mesmes les soupçons de la maladie de la Toscane vous empescheroient de le voir, vous vouldrez vous enquerir, je m'asseure, de l'estat de la santé de ce personage et des oeuvres qu'il avoit en main, dont je vous supplie trez humblement de me vouloir faire entendre ce que vous en aurez appris, et particullierement concernant le livre du flux et reflux de la mer, où il avoit grandement travaillé et qu'on disoit devoir estre imprimé a Pasques dernieres. Que si cela avoit esté faict, et qu'il s'en peusse recouvrer une coupple d'exemplaires, vous nous obligeriez infiniment de nous ayder à les recouvrer en blanc, plustost que reliez; et les baillant à M.r de Bonnaire, il r'embourceroit le prix, et trouveroit commodité de nous les faire tenir seurement par amys ou par les barques de Martigues ou de Marseille....

 

 

 

2087*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 3 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 150. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non minor dubbio nè manco dolore mi arrecava il non sentir nuove di lei, che mi assicurassero della sua salute (della quale potevo anch'io non puoco dubitare), di quel che dice haver sentito per conto mio, già ritornato da morte a vita nel suo pensiero e continuato in vita nel suo benigno affetto; là onde, se perciò ne ha sentito straordinario gusto, pensi qual debba essere stato il mio, trattandosi di persona così verso di me ben affetta e così utile al mondo. Lodato Dio, ch'ella si vada mantenendo in una sanità più che giovanile, mentre il resto del mondo egro e languente se ne giace oppresso da mille passioni, e come ridotto alla conditione dell'età decrepita sente le noiose infirmità che la sogliono travagliare. Prego N. S. che la mantenghi per molti e molti anni, e meco lo desiderano questi Signori, quali si sono tutti rallegrati, sentendo nuove di lei di sanità. Mi dispiace ch'ella si sii ritrovata, e forsi anco sii, ne' pericoli ch'ella dice per la vicinanza del morbo contagioso, e prego Iddio che ce la conservi. La prego anchora a sollicitar la stampa de' suoi Dialogi, che son molto desiderati, acciò anch'ella, mentre vive, goda del frutto della gloria che dalle sue fatiche e da opere sì meravigliose ella può degnamente augurarsi.

Mi piace sommamente che habbi ripigliato le speculationi del moto, materia invero degna d'un par suo e che mi dà straordinariamente nell'humore, vedendo che con tal scienza e con le matematiche accoppiate insieme ci potiamo presentare alla speculatione delle cose naturali, e con gran confidenza sperarne la desiderata cognitione. La mia infirmità passata e le turbolenze di questi tempi mi hano fatto procrastinar la stampa della mia Trigonometria logaritmica([362]); spero tuttavia fra puoco di dar principio e di venirne a capo quanto prima. Intanto l'opera mia di geometria([363]) dorme, poichè mi è necessario metter fuori prima questa, quale mi torna in acconcio per questa di geometria anchora; poichè vi sarà con la trigonometria stampata una tavola (qual però è stata fatta da altri anchora, come da Henrico Briggio), ridotta più compendiosa con l'aggiunta d'alcuni numeri che li faccio, con la quale potremo supplire alla multiplicatione con l'additione, alla divisione con la sottrattione, all'estrattione della radice quadra con la bipartitione, della cuba con la tripartitione, et in somma con la quale facilmente si potrà continuare qualsivoglia proportione overo fra due dati termini pigliarne quanti si vogliano medii proportionali, divider la sfera in una data proportione, et altre cose in somma, le quali, benchè avertite da altri anchora, son in obligo dirle anchor io, perchè possono ridurre la mia geometria in una prattica assai facile, com'ella poi vederà.

La ringratio poi delle lettere mandatemi del P. Gesuita, nelle quali havrà potuto avertire ciò che passava fra noi et il theorema del quale gli chiedevo la solutione. Il Sig.r Cesare Marsili finalmente se li ricorda servitore affetionatissimo, et io con questi altri Signori li facciamo riverenza. Quando verrò poi a Fiorenza, mi ricorderò della Virginia([364]). Di Bologna, non li so dir altro, standomene([365]) io adesso fuori, se non che la peste procede lentissimamente, essendone nel Lazaretto non più che 22 over 24: tuttavia su lo Studio perciò non si lege e non si sta sicuri del salario, e perciò non mi affretto così nello stampare, acciò non mi mancasse l'acqua da macinare. Iddio sia quello che ci restituisca nella pristina sanità e libertà, acciò la possi venire a vedere; e fra tanto mi conservi nella sua memoria et affetto, com'io la riverisco e la servo con il cuore, non potendo con la persona.

 

Di Bologna, alli 3 Dec.bre 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

2088*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

[Arcetri], 4 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 136-137. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

La venuta di Madonna Piera mi fu di grandissima consolazione, poi che da lei hebbi certezza della sanità di V. S.; et in conoscer ch'ella sia donna assai prudente e discreta, trovo quella quiete d'animo che per altro non troverei, mentre considero V. S., in tempo tanto pericoloso, priva d'ogn'altra più cara compagnia et assistenza: onde, per ciò io giorno e notte sto con il pensiero fisso in lei, e molte volte mi dolgo della sua lontananza, che impedisce il poter giornalmente sentirne nuove, sì come io grandemente desidererei. Spero non dimeno che Dio benedetto, per Sua misericordia, la deva liberare da ogni sinistro accidente, e di tanto con tutto il cuore Lo prego. E chi sa se forse più copiosa compagnia gli fossi occasione di maggior pericolo? So ben questo, che quanto a noi succede, tutto è con particolar provvidenza del Signore e per maggior nostro bene: e con questo m'acquieto.

Questa sera haviamo havuto comandamento da Monsig.r Arcivescovo di metter in nota tutti i più stretti nostri parenti e domani mandargliela, volendo S. S. Ill.ma procurare che tutti concorrino a sovvenire il nostro monastero, tanto che campiamo quest'invernata così penuriosa. Io ho domandata et ottenuta licenza dalla Madre badessa di poterne far consapevole V. S., acciò non le sia improvvisa tal cosa. Non posso qui dir altro, se non raccomandar il negozio al Signor Iddio, e nel resto rimettermi nella prudenza di V. S. Mi dorrebbe assai s'ella restassi aggravata; ma da l'altra banda so che io non posso con buona conscienza cercar d'impedire l'aiuto e sollevamento di questa povera casa, veramente desolata. Questa sola replica (per esser assai universale e nota) gli dico che potrà far a Mons. Arcivescovo, ciò è che sarebbe cosa molto utile e conveniente il cavar di mano a molti parenti di nostre monache i dugento scudi che tengono delle loro sopradote, e non solamente i 200 de i capitali di ciascuna, ma molti ancora de gl'interessi che gli devono di più anni: fra i quali ci s'intende anco Mess.r Benedetto Landucci, debitore a Suor Chiara sua figliuola; e dubito che V. S., per esserli mallevadore, o per lo manco Vincentio nostro, non deva esserne pagatore, se non si piglia qualche termine. Con questo assegnamento credo che si andrebbe aiutando comodamente il convento, e molto più di quello che potranno far i parenti, poi che sono pochi quelli habbino facultà da poterlo fare. L'intenzione de i superiori è bonissima, e c'aiutano quanto è possibile, ma è troppo grande il nostro bisogno. Io per me non invidio altri in questo mondo che i Padri Cappuccini, che vivono lontani da tante sollecitudini et ansietà quante a noi monache ci conviene havere necessariamente, convenendoci non solo supplire a gl'offizzii per il convento e dar ogn'anno e grano e danari, ma anco pensare a molte nostre necessità particolari con il nostro guadagno, il quale è così scarso che si fanno pochi rilievi. E se io havessi a dir il vero, credo che sia più la perdita, mentre, vegliando fino a sette hore di notte per lavorare, progiudichiamo alla sanità, e consumiamo l'olio che è tanto caro.

Sentendo oggi da Madonna Piera che V. S. diceva che domandassimo se havevamo bisogno di qualcosa, mi lasciai calare a domandarli qualche quattrino per pagare alcuni miei debitelli che mi danno pensiero: chè nel resto, se haviamo tanto che ci possiamo sostentare, è pur assai; che questo, per grazia di Dio, non ci manca.

Del venirci a vedere sento che V. S. non ne tratta, et io non la importuno, perchè ad ogni modo ci sarebbe poca satisfazione, non potendosi parlare liberamente per hora. Ho havuto gran gusto di sentire che i morselletti di cedrato gli siano piaciuti: quelli fatti a forma di cotognato erono di un cedro che con molta instanza havevo provvisto, e d'intenzione di S.r Luisa confettai l'agro insieme con la parte più dura di esso cedrato, chiamandola confezione di tutto cedro; gl'altri gli feci del suo, al modo solito; ma perchè non so quali più gli sieno gustati, non metterò in opera quest'altro cedrato s'ella non me lo dice, desiderando di accomodarlo con ogni esquisitezza, acciò più gli piaccia. La rassegna che desidero che V. S. faccia per la nostra bottega, di scatole, ampolle e simil cose, l'accennai alla sua serva; onde non replicherò altro, se non che vi si aggiugne anco due piatti bianchi che ha di nostro. Con che gli do la buona notte, essendo 9 hore della 4a notte di Xmbre 1630.

 

Quando V. S. sarà stata da Ms.r Arcivescovo, mi sarà grato sentir ragguaglio del seguito.

 

 

Sua Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bello Sguardo.

 

 

 

2089**.

 

VINCENZIO GALILEI a GALILEO [in Bellosguardo].

Montemurlo, 7 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 228-229. – Autografa. Nelle car. 226-227 del medesimo codice si ha la minuta di questa stessa lettera, pur autografa, la quale non presenta varianti di importanza.

 

Molt'Ill.re Sig.re e Cariss.mo Sig.r Padre,

 

Hoggi mi son pervenute due lettere di V. S., l'una mandatami stamani da Prato dai miei parenti, et altra arrecatami stasera da Sandrino: da tutt'a due ho riceuto disgusto e dolore eccessivo, parendomi di vedere in esse (et in particolare nell'ultima) distesa la sentenza della mia rovina, quale m'apparecchio a sostenere, sapendo che immutabile e giusto è 'l giudizio di Dio e facendo capitale, per mia consolazione, di quella sentenza: Una salus victis, nullam sperare salutem.

Ma per venire a dare qualche risposta alle sue lettere, dico prima, che quando mi risolvetti a venir qua su, fui mosso dal desiderio di salvar la vita, e non per venir a spasso e pigliar aria, parendomi che in Firenze, et in particolare nella strada dove stavo, ci fusse occasione di temere più che mediocremente d'essere assalito et atterrato dalla peste; nè pensai per questo di accrescer spesa a V. S., perchè tanto mi pare di consumare stando qua su, quanto s'io stessi in Firenze. E se V. S. faceva pensiero che, stando io qua su, i miei parenti ci havessero a mantenere, per obligo loro, di pane o altro, (sia detto con la debita reverenza) la s'ingannava d'assai; perchè, mentre che essi si son cavata di casa la Sestilia e datala a me per moglie, non son in obligo di darmi un pistacchio, fuor che quella parte di dote che mi si deve, al tempo tra noi pattuito e non prima, e questa anco vogliono che si metta in sul Monte, secondo le nostre convenzioni([366]), e non si consumi altrimenti in pane e vino. Sì che V. S. troverà più d'uno al mondo, anzi infiniti, che diranno che non a i miei parenti, ma a lei, s'aspetta il mantenere me e la mia moglie, quale ho tolta con buona grazia e con sua intera sodisfazione; e massime se questi tali sapranno, che, havendo V. S. vicino a cento scudi il mese, giudichi per meglio fatto e più espediente ch'io consumi e perda quel poco capitale che di sicuro ho al mondo, che l'astenersi lei di consumare buona parte di sì grossa provisione in far le spese a i contadini, allevare le lor figliuole, calzarle e vestirle, tenerle in monastero, dotarle e maritarle e sovvenir loro in ogni occorrenza; e se sapranno di più che V. S. habbia voluto, quasi per haver occasione di spendere, dopo l'haver tenuta tanto tempo in monastero l'Anna di Cosimo Diociaiuti, maritarla al dispetto di tutto 'l mondo con Vincenzio Landucci, vestirla honoratamente, tenerli casa aperta e fornita, far scritta col suo marito obligandosi a darli cento scudi l'anno, e così poi comprare a tanto prezzo, oltre a mille disgusti, l'inimicizia di Benedetto e Vincenzio Landucci, e, quel che importa più, un non so che di poco buona fama: et io so quel che mi dico. Sig.r Padre, anch'io son sicuro che mentre V. S. voglia far di queste spese et altre assai, che da i più saranno giudicate soverchie o non necessarie, che la sua provisione non gli può esser bastante: ma di questo non ne vorrei portar la pena io. Gli è vero che V. S. può spendere il suo, che con tanto sudore e honore si è accquistato, come gli pare e piace, che a me non tocca rivederli i conti, che tutto quello che ho da lei l'ho per mera e pura sua cortesia e carità, e che insino ad hora non mi è mancato mai nulla; ma dall'altro canto, vedendomi allacciato con moglie e figliuoli, et havendo riguardo al misero stato che mi si prepara, astretto dalla passione, non posso far di manco di non mi risentire più del dovere. V. S. si duole che la nostra casa habbia a sentir poco frutto de i miei studi e fatiche, ma di questo io non ne ho colpa alcuna; e ben sa V. S. quanto io mi sia doluto per il passato, e si può immaginare quanto al presente mi dolga, il vedermi senza impiego et avviamento alcuno, e sa quante volte e con quanta instanza io l'habbia pregata a procacciarmelo. Piacesse pur a Dio ch'io havessi tanta fortuna che mi si porgesse occasione di affaticarmi per guadagnarmi il pane, che mi parrebbe d'esser fuor d'un gran labirinto e di toccar il ciel col dito. Et hora ch'io so quanto gli si habbia a crescer la spesa, voglio pregarla e supplicarla, con non minore affetto et umiliazione di quel che si faccia la famiglia del suo fratello, che voglia quanto prima cercar d'impiegarmi in qualche carica, ond'io possa guadagnar qualcosa, e che, se vuole (come conviene) tener conto de i suoi nipoti, non voglia scordarsi del suo povero figliuolo, della sua nuora e del nostro caro figliuolino([367]), che pur anch'esso è del suo sangue e suo nipote; che di tanta carità Dio benedetto glie ne renderà perpetuo merito. E con tal fine prego l'istesso che la liberi da ogni travaglio, et in contento et allegrezza lungamente la conservi.

 

Da Monte Murlo, li 7 di Dicembre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

Ho riceuto i 6 scudi: la ringrazio; procurerò che mi servino; se no, farò quanto la vorrà delle gioie della Sestilia.

 

 

Affezz.mo Fig.lo

Vincenzio Galilei.

 

 

 

2090**.

 

NICCOLÒ ARRIGHETTI ad ANDREA ARRIGHETTI in Macìa.

Montedomini, 9 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 43-44 – Autografa.

 

Molt'Ill.re S.r Cugino, P.rone Oss.mo

 

I mobili cadenti acquistano momento e velocità alla proporzione dell'altezze delle lor cadute.

Sia l'orizzonte ab, e a lui paralleli i sini dg, eh, fi o qualunque altro tirato da qual si sia punto della linea ca; dico che un mobile che partendosi dal punto c scorra per le linee ca e cgeia, quando passi pe 'l medesimo sino, avrà la medesima velocità, poi che in tal sito l'altezze della caduta son le medesime. Questo è chiaro per il dimostrato dal S.r Galileo nelle sue dimostrazioni del moto([368]). E io applicando questo universale all'acqua corrente, dico che il medesimo che farà ogn'altro mobile, il medesimo deve far l'acqua, come corpo mobilissimo; e scorrendo per ca, sarà come se scorresse per un canale diritto, e per cgeia per un canal torto: donde ne segue, che sendo sempre le velocità le medesime, giusto la detta proporzione, il tempo del passaggio della medesima acqua per detti due canali sarà come le lor lunghezze. Adunque, dico io, l'altezza dell'acqua tanto nel canal torto che nel diritto sarà la medesima, sì che se nel diritto ella non trabocca non traboccherà anche nel torto.

Questo mi par verità dimostrata. Ma perchè V. S. mi disse iersera esser certo del contrario, sendo controversia che oggi veglia con gran caldezza, desidererei ch'ella mi scoprisse dov'è la fallacia, già che io da me non mi so dare il torto; e mi son mosso a scriverle, non mi sendo paruto tempo iersera da tirar più in lungo il discorso: e quel ch'ella mi disse in contrario, non mi quietò, perchè, mentre i canali sieno per tutto eguali e uniformi, che l'acqua nelle svolte gonfi, io non lo credo, se bene allor lo concessi, ma equivocai nella sua proposta; e se bene ella può aver visto in qualche particolare cotale effetto, può esser nato da altri accidenti che non abbian che far nulla co 'l torto o diritto, i quali rimossi l'acqua si spianerebbe.

Circa poi a quelle due esperienze, della cannella torta che sbocca quanto la diritta, e del canal cadente, pur torto, che a' medesimi termini acquista momento quanto il diritto (segno manifesto che la velocità non è impedita dalla tortezza), a che V. S. mi disse non esser la medesima cosa, non mi pare che in altro diversifichino se non nell'esser questi, canali coperti, e quelli scoperti, la qual copertura non intendo in che modo possa esser cagione di variar la cosa. Oltre a che ho osservato spessissime volte in molte storture di queste nostre fosse che conducono acqua, e nella Marina stessa, che qui a noi è per tutto torta, e V. S. anch'ella lo può osservare nell'andare a spasso per il suo piano, ho osservato, dico, in dette storture l'acqua non mostrar pur minimo cenno di gonfiamento; e quel che non segue nel piccolo non deve seguire anche nel grande, già che la natura nelle cose simili opera sempre con la medesima proporzione.

Quel che poi ella disse, i danni che ella ha ricevuto da' suoi fiumi, averli ricevuti sempre mai nelle svolte, io gliene credo, perchè percotendo quivi il corso dell'acqua ad angoli più acuti, egual fortezza d'argini reggerà nel diritto, dove o non si fa nessuna percossa o ad angoli ottusissimi, che nel torto resterà demolito; il qual demolimento può anche essere stato una delle cagioni del gonfiar quivi l'acqua, quasi che trattenendosi nel debole di quelle rotture, come in materie cedenti, le si sia perciò ritardato il suo corso. Ma se la fortezza dell'argine sarà proportionato all'impulso, questo non seguirà, come nella similitudine che le addussi delle palle del trucco, di che ella non fece conto, che battendo nelle sponde imprimono il colpo maggiore o minore secondo che più o meno è acuto l'angolo dell'incidenza, le quali sponde stando forti senza punto cedere, la reflessione si fa sempre con la medesima velocità. E al dir, com'ella disse, che quelle son palle e questa è acqua, mi pare poterle dire ch'io getterò in alto una palla da balestra e altrettanta acqua con uno schizzatoio alla medesima elevazione e co 'l medesimo impulso, e faranno per aria a capello la stessa figura.

Scusimi se le ho dato questo fastidio, perchè, domandato di questa proposizione, ho risposto com'ella sente; e se in effetto ci fosse inganno, bramerei tanto mi fosse fatto conoscere, quanto, oltre al ben intendere una verità, io desidero che chi ha forse creduto al mio detto non ci resti defraudato. E ricordandomele servitore, le prego da Dio sanità e ogni vero bene, e insieme al S.r zio e a tutta la sua famiglia.

 

Di Monted.ni([369]), il dì 9 di Xmbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Cugino e Ser.re

Nicc.ò Arrighetti.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio e P.rone Oss.mo

Il S.r And.a Arrighetti, a

Macìa([370]).

 

 

 

2091.

 

LORENZO PETRANGELI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 11 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IX, car. 230-231. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio sempre Oss.mo

 

Scrivo a V. S. Ecc.ma, e facciol più che volentieri, in conformità dell'honore e dell'affettuosa servitù che gli porto. Ma niuna cosa all'incontro poteva accadermi tanto molesta, quanto esser constretto di farla avvisata, in sodisfattione dell'amore e dell'amicitia così stretta fra di me e del Sig.r Michelagnolo Galilei suo fratello, come egli, doppo una perpetua malinconia([371]) di tre anni, caduto finalmente malato, s'è condotto a tal termine, che doppo gl'altri sacramenti ha anco ricevuta l'estrema untione; nè v'è altra speranza di salute corporale, come pur giudica il medico, che qualche miracoloso aiuto del Cielo. E perchè avanti che egli perdesse la parola, mi pregò e ripregò, come anco il suo Padre confessore, perchè volessi scrivere a V. S. Ecc.ma, dicogli come egli, nel vedersi di partenza da questo mondo, la supplica umilmente che per l'amor di Dio, dinanzi al cui tribunale è presto per comparire, voglia disporsi cortesemente a perdonargli ogni dispiacere che gl'havesse mai dato in vita sua e particolarmente quando tre anni fa, partendosi di Firenze, ricondusse qua con la moglie i suoi poveri figliuolini([372]); e che segno evidentissimo [de]l perdono sarebbe, nel conspetto di tutto 'l mondo, se la sua buona carità, vestita di compassione e de le viscere di misericordia, condescendesse, come il più prossimo, a prendere amorevol cura e protettione di questa povera famiglia, che perdendo lui rimane in tanta miseria. E dicogli certo, Sig.r Galileo, che oltre a queste parole, quando([373]) poi la sua povera moglie con tutti i suoi figliuolini attorno mi pregarono a man giunte e con le ginocchia a terra, perchè volessi anco da parte loro supplicar V. S. Ecc.ma e di mercè e di misericordia, mi s'intenerì l'animo in maniera, che non dubito che al sentir tal cosa non sia anco per addolcirsi nel suo ogni amarezza che mai si riserbasse (cosa che non voglio credere) verso di loro. Tanto più che se a questa sì nobil virtù, non solamente di perdonar l'offese, ma anco di beneficar gl'offensori, sono arrivati molti nati et allevati nelle tenebre della gentilità, che non dovrà o che non vorrà fare uno nato et allevato nella luce della legge Cristiana, e fornito per sè di tanto sapere e di tanta prudenza? Che perciò non conviene che io entri qua con lei a filosofare, nè a dargli ad intendere che il vincer sè stesso in perdonar altrui sia la maggior vittoria e la m[agg]ior gloria che altri possa acquistarsi presso di Dio [e] degl'huomini. Ma dirò bene che ella, con la sua prudenza, sa e vede sopr'ogni altro quanto s'aspetti all'honore e grandezza dell'animo suo, et alla riputatione della sua così nobil casata, il non permettere che queste povere creature vadan battendo le porte altrui per non morirsi di fame. Gli parlo, come ella vede, con quella buona confidenza che parmi di poter usare con persona così cortese. Ma se pure, per mia insofficienza et inabilità, che riconosco in me stesso, non fossi atto a muoverla con queste parole, la muova almeno la riverenza che ella deve al Sig.r Vincentio suo padre et alla Sig.ra sua madre, che fin dal cielo la pregano e caldamente gli raccomandano il suo caro, il suo legitimo, sangue. Anzi niuna cosa la muova maggiormente e con generosa prontezza, che la nobiltà e generosità dell'animo suo. E così il Signore rimuneri lei di quelle gratie, che io, rimanendogli servitore, gli desidero con tutto l'animo.

 

In Monaco, a gl'XI di Xmbre 1630.

Di V. S. molto I. et Ecc.ma

Aff.mo Serv.re

Lorenzo Petrangeli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio sempre Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei

Fiorenza.

 

 

 

2092**.

 

ANDREA ARRIGHETTI a NICCOLÒ ARRIGHETTI [in Montedomini].

Macìa, 14 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 49-50. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re Cug.no

 

Sono più che mai ingrossato, o per dir meglio incaponito, nella mia opinione; e dopo aver letta e riletta la sua scrittura, con essermi ridotta in memoria la dimostrazione del S.re Galileo, tanto maggiormente mi ci confermo: e se non fosse che mi fa instanza di risposta, non replicherei da vantaggio, attribuendo tutto alla mia incapacità. Ripigliando dunque, per maggiore chiarezza, la dimostrazione e figura di V. S., con la quale pretende di dimostrare che nelli due canali della medesima larghezza e che ricevon l'aqqua del'istesso fiume ora l'uno ora l'altro, e che vadino a sgorgarla nel'istesso luogo (che è l'istesso che dire che in tutta la sua lunghezza abbino l'istessa caduta), uno de'quali sia diritto e con una sola pendenza, e l'altro tortuoso et a svolte, pretende, dico, di dimostrare che la detta aqqua camminerà con l'istessa velocità tanto per il torto quanto per il diritto, e che dette torture non abbino facultà di ritardare e trattenere la sua corrente; le dicho che non metto alcun dubbio nel dimostrato dal S.re Galileo, ma che son ben sicuro che non si può adattare al'esperienza che vuol far lei delli dua canali CA, CGEIA, se però non supponessimo che il mobile partendosi da ciascuna delle rivolte G, E, I si muovessi con la velocità, o per dir meglio si cominciassi a muovere con la velocità, che avrà aqquistato fino alle dette svolte per ciascuna dirittura CG, GE, IA, e che dette rivolte non apportino un minimo ritardamento al detto mobile: la qual cosa non solo reputo che sia falsa, ma è quello che è in quistione; e tengho per fermo che se si lasceranno cadere dua mobili eguali, uno per l'uno e l'altro per l'altro canale, che assolutamente la velocità per il torto, dopo che avrà intoppato nella prima tortura, non agguaglierà mai più la velocità per il diritto: poichè, partendosi il mobile dal punto G e camminando per la dirittura CG, con aqquistare momento e velocità, nel perquotere et urtare che farà nella sponda GE, mentre non vi sia impedimento, cercherà di fare gl'angoli del'incidenza e reflesso fra di loro eguali, et si potrà dar caso che dopo che il mobile avrà percosso la prima volta nella detta sponda, batta ancora altre percosse or nel'una et or nel'altra, avanti pigli la 2a dirittura, e che si parta di nuovo poco meno che dalla quiete, e che tante quante vi saranno di sì fatte svolte e più ad angoli acuti, altr'e tante volte facci il medesimo effetto e da vantaggio. Molto meno veggo potersi adattare questa esperienza (quando anche riuscisse interamente a suo favore, il che assolutamente si negha) trattando di fiumi, perchè, mentre ci immagineremmo dua alvei del'istessa larghezza e che abbino l'istessa caschata, uno de' quali sia diritto e l'altro torto, e che piglino l'aqqua del'istesso fiume ora l'uno et ora l'altro, come li dua AO, AIEGC, chi non vede che necessariamente la velocità per il torto sarà sempre minore che quella per il diritto? poi che con il perquotere che faranno quelle prime particelle di aqqua nel'argine GE faranno forza di ritornare in dietro, dopo tal percossa, per la medesima linea, se però la percossa sarà a squadra con l'argine, o vero, se non sarà a squadra, cercheranno di far sempre gl'angoli del'incidenza e reflesso fra di loro eguali (come mi concesse anche V. S.) e di tornare in dietro per la linea del reflesso, dovunque vadi a ferire, con una tal velocità; e nel tornare che faranno, se intopperanno e riscontreranno in altre parti della medesima aqqua, che ancor loro vadino per urtare nel medesimo argine, saranno forzate a ritornare un'altra volta, o forse più, verso l'istess'argine con differenti velocità et angoli ineguali; e così quelle seconde, nel'intoppo che faranno con le prime, verranno ancor loro a ritardarsi e con il loro ritardamento a trattenere la velocità delle terze; e così successivamente a proporzione, secondo che saranno più lontane, riceveranno meno impedimento: e però sarà necessario che nella svolta, e sopra di essa per qualche spazio, l'aqqua ricrescha di misura con la proporzione del ritardamento della sua velocità. E se ci immagineremo solo di lasciare cascare più palle per il canal torto, distante l'una dal'altra per qualche poco di spazio, non credo ci rimarrà dubbio di sorte alcuna; poi che credo si possa dar caso che la prima si trattenghi tanto nelle percosse e ripercosse che farà mediante la prima tortura, che sarà sopraggiunta dalla 2a, e così la 2a dalla 3 a e la 3 a dalla 4 a. Sì che, se è vero questo, lascierò giudicare a lei qual sia per esser maggior velocità, o quella per il torto, o vero quella per il diritto.

Le dua esperienze che accenna V. S., della cannella torta e diritta e del canale cadente, se non mi dicie di averle fatte, appresso di me ànno gran differenza, e non so vedere perchè ancor loro non sieno per riuscire a mio favore; sì come non saprei accorgermi del'inganno perchè in tutte le svolte de' fiumi e fossati, et in particolare d'una mano, che sono per il nostro piano, segua sempre notabile alzamento in occasione di piene, con rotture e trabocchi in dette svolte, e sopra di esse, notabilissimi, senza che sia in detta svolta ristrignimento alcuno o altra cagione che possi, per quanto pare a me, causare detto gonfiamento, come ne posso far vedere in fatto a V. S. in più luoghi. Et il dire che non si vede che nelle fosse di questi piani, nelle svolte che fanno o sopra di esse, si facci alzamento di sorte alcuna, non mi quieta: perchè so benissimo che un alzamento di mezzo dito o forse meno, che potrà seguire mentre ci sia poca quantità di aqqua, non si potrà giudicare così a vista; ma se si considererà con diligenza in occasione di piene, tengho per fermo che l'alzamento sarà tale, che anche a occhio si potrà giudicare.

La pregho a scusarmi del fastidio, assicurandola che riceverò per favore singularissimo l'esser meglio fatto capacie di questo negozio; e se con l'occasione che si trova costì, ne parlassi con il S.re Galileo, mostrandoli questa mia lettera acciò replicassi qualche cosa alle ragioni che mi muovano a ciò credere, o vero, non lo vedendo, gli scrivessi il suo pensiero, con mandarli insieme questa lettera, mi sarebbe sommo favore, per venire in chiaro di questa verità, e non mi parrebbe si fussi perso il tempo a muover questa disputa, la decisione della quale si tira dietro molte conseguenze utili e necessarie. Del resto, io ricordo a V. S. la mia devozione, pregandole da N. S. vera felicità.

 

Di villa, 14 Xbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Cug.o e Serv.re Aff.mo

And.a Arrighetti.

 

 

 

2093**.

 

NICCOLÒ ARRIGHETTI ad ANDREA ARRIGHETTI in Macìa.

Montedomini, 14 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 45-47. – Autografa.

 

Molt'Ill.re S.r Cugino, P.rone Oss.mo

 

Ringrazio V. S. della risposta alla mia lettera, poi che con essa ella mi dà occasione di trattenermi in cosa nella quale ho il maggior gusto di che si sia altro che tra mano mi sia passato; e già che nel fin della sua ella mi dà animo ch'io torni a infastidirla, lo fo volentieri, trattandosi di materia che, oltre al gusto dell'investigare la verità, può portare molt'utile in varie occorrenze.

Le torno dunque a dire, che mentre V. S. concede per vera la proposizione che gli stessi mobili caduti dalla medesima altezza, o per diritto o per torto, abbino la medesima velocità, non intendo in che modo ella possa negare che l'acqua, quand'ell'è caduta, non faccia il medesimo, come nel caso nostro: perchè, concedendo tal proposizione, a voler poi ch'ella non abbia la medesima velocità, bisogna dire ch'ella non vi sia caduta; ma com'ella v'è, siavisi in che modo si vuole, è forza ch'ella conservi la sua natura: e così mi par necessaria la dimostrazione. Ma poi che non pare a lei, lasciamla del tutto andare, e prima esaminiamo le ragioni ch'ella m'adduce in contrario al mio detto, e scopertole appresso di me fallaci e invalide, addurrò altre mie dimostrazioni, che per altra via concludon lo stesso, per le quali o ella cederà o almanco mi scoprirrà la fallacia, in modo ch'io non rimanga contumace, com'io son ora.

V. S. dice che l'acqua, nel percuotere in una svolta, fa forza di tornare indietro, e io gliene vo' concedere; ma mentre che quelle parti che percuotano fanno per indietro tal forza, credo mi concederà che le susseguenti a quelle faccian la medesima forza per ire innanzi, e così bilanciandosi tali impulsi, queste parti staranno ferme, e stando ferme verranno a fare la medesima resistenza alle susseguenti che fa loro lo stesso argine: di modo che se si potesse porre detto argine come pendulo in sè stesso, o di qualche materia in tutto cedente sì com'è l'acqua, non credo che V. S. mi negasse che l'acqua nel percuotervi non se lo mettessi innanzi con la sua propria velocità; nel medesimo modo che posando attraverso a qualche corrente un legno o altra materia men grave dell'acqua, tal corrente la porterebbe via con la sua stessa velocità, e così sarà fatto, dico io, delle stesse parti dell'acqua percuzienti da quelle che le seguitan dietro.

Ma V. S. potrebbe replicarmi, il legno andare a diritto della corrente e queste acque dovere ir torto, che è quello che si disputa. A che io le replico, non importar nulla; perchè, sendo l'acqua materia assolutamente cedente, con quella medesima forza e velocità con che le susseguenti la premono co 'l loro impulso, con la medesima appunto schizzano, per dir così, e si muovono d'onde l'uscita è più facile, e così il torto non fa niente. E nelle palle del trucco, di che abbiam ragionato, quella che percotendo ad angoli retti (chè nell'altri angoli non par ch'ell'abbia che dire), riflettendosi per la medesima linea, V. S. dice che ritarderebbe il moto d'altre che continuatamente le venisser dietro, dico esser vero che non solamente le ritarderebbe, ma, sendo così d'avorio com'elle sono, che quella prima le farebbe al tutto fermare: anzi tutto il contrario mi sovviene ora di dir meglio, che mentre continuatamente elle si toccassero, che quella prima non fermerebbe le sussequenti, nè meno le ritarderebbe, ma tutte egualmente ritornerebbero indietro con la medesima velocità, se però elle non procedessero in infinito, il che non me lo so immaginare; e seguirebbe quello stesso come se un cilindro percotesse per testa ad angoli retti, che tutto ritornerebbe per la medesima linea con la medesima velocità con che sarebbe proceduto avanti, se non avesse trovato lo 'ntoppo. Ma se s'imaginerà, quella prima palla percuziente esser di vetro o altra materia assolutamente frangibile, conoscerà che nel punto della percossa si frangerebbe, nè quelle franture scemerebbon niente della lor prima velocità, mentre ella si movesse alla medesima elevazione, come appunto fa l'acqua. Per il che mi pare che il suo discorso non manchi di fallacia, benchè a prima faccia paia concludere, ma visto con esame più esquisito, appresso di me, è del tutto vano; e io confesso che una volta per le medesime ragioni di V. S. mi persuadevo ancor io il medesimo, ma scoperte le sue fallacie, con la scorta delle dimostrazioni del moto del S.r Galileo e poi del P. D. Benedetto, mi son del tutto mutato, e credo che in fine ell'abbia a fare il medesimo. Però, se il detto sin ora non la quieta, lasciamlo del tutto e passiamo ad altre mie proprie considerazioni, e co' suoi stessi assunti cercherò di farle vedere l'impossibilità della sua opinione.

V. S. dice che nelle svolte l'acqua scema([374]) di velocità, e in conseguenza cresce la sua misura. Diciam ch'ella dica il vero: io le domando, se tal crescimento procede in infinito: credo mi dirà che no, perchè a ogni acqua seguirebbe il trabocco, o bisognerebbe sopra le svolte alzare infinitamente gli argini, il che non bisogna; bisognerà dunque dire che l'acqua alzi sino a una tal proporzione, e poi si fermi. Sia alzata a tal proporzione, di maniera che alla svolta, per esempio, delle Bartoline, nelle sue maggiori piene la Marina alzi sopra il livello del suo corso, se fosse diritto, un mezzo braccio o quanto ella vuole; nel qual caso la velocità scemerà quanto cresce la sua misura, o vogliam dire la sezione dell'acqua. Costituiscasi ora un fiume che diritto corra con questa stessa misura e velocità, il che non credo sia per negarmi potersi dare; conduciamolo a una svolta simile alle Bartoline: chiara cosa è che, per il supposto di V. S. che il torcere scemi la velocità, quivi si ritarderà e crescerà di misura, cioè alzerà. Ma la medesima proporzione che ha la velocità dell'acqua delle Bartoline, così alzata, alla svolta del suo argine l'ha l'acqua di questo dato fiume alla sua data svolta; adunque se questo cresce anche quella doverrà crescere egualmente, e così procedere in infinito, il che non può essere: e questa mi par dimostrazion geometrica. Ma s'ella non basta, riponiamla per altro verso, dicendo così: sia alzata la Marina alle Bartoline sopra il suo corso per diritto un mezzo braccio, e così ritardisi la sua velocità: chiara cosa è, che dando a questa stessa misura o sezione, nel medesimo fiume e nel medesimo luogo, un'altra eguale e in diritto, che l'acqua correrebbe con la medesima velocità. In cambio dunque di torcersi alle Bartoline, allarghisi fin che l'acqua faccia misura eguale a detto alzamento: è manifesto che nell'una e nell'altra di queste sezioni eguali sarà la velocità eguale, così nel diritto e largo come nel torto e stretto. Ma se noi torcessimo il canale dov'egli è largo come appunto dov'egli è stretto, per l'assunto di V. S. la velocità scemerebbe, e così aremmo due cagioni di scemar la([375]) velocità, cioè la maggior misura e la tortuosità, ciascuna delle quali mantien sempre la sua natura; il che per le equabilità delle proporzioni dee seguire anche nello stretto, con procedere in infinito, il che non può essere: converrà dunque dire che queste altezze sien sempre eguali, e che il torto, per quanto solamente importa la sua tortuosità, non alteri niente le velocità una volta impresse. Nel che, oltre a' detti argomenti, che appresso di me sono intere dimostrazioni, ho molte altre considerazioni, che tutte mi conducono al medesimo segno, dove in quelle di V. S. non ci trovo altro ch'una prima probabile apparenza, che ben esaminata mi conduce a impossibili stravaganti.

Le dico dunque per ultimo che, s'ella non ha dimostrazione in contrario, chè non la può avere, tengo per vero quel ch'io le dico, che mentre un canal d'un fiume di pendenza uniforme sarà per tutto nella sua larghezza simile e eguale, le velocità e l'altezze saranno eguali. E quando il P. D. Benedetto dice nel suo Discorso([376]), ingannarsi quegli architetti che nel formar la larghezza d'un ponte di più archi basta lor considerar la larghezza ordinaria del fiume, e quella comprendono dentro a quegli archi, dice benissimo, perchè, se bene la larghezza dello spazio è eguale, non però è simile, poi che dove il fiume ordinario ha solamente per impedimento il fregamento di due sole sponde, nel ponte si raddoppiano tali impedimenti tante volte quante sono appunto le impostature degli archi. E così ben dice di quel ciarpame e cannucce che impediscon le velocità de' fossati, poi che da esservi a non v'essere si varia la similitudine della larghezza di que' canali, il che può esser di grandissima conseguenza, ma non il torto o diritto.

L'occasione di ben esaminar questa verità mi fu porta sin la state passata dal S.r Cosimo Medici, e ultimamente per i nuovi disegni di mutar letto a Bisenzio; al qual S.r Cosimo dal medesimo Bartolotti([377]) fu proposto d'addirizzare un suo fiume per rimediare all'inondazioni, ed ei me lo conferì, e in quest'altra occasione molti gentiluomini interessati me n'ànno trattato: il che mi ha dato materia non solamente d'investigar questa sola ch'a me par verità, ma alcune altre in questo genere d'acque, che, dicendole, parrebbon molto maggiori stravaganze di questa, delle quali tutte ho fatto memoria e mi son carissime; e ho cavato il tutto, come già ho detto, dalle dimostrazioni del moto del S.r Galileo e dal Discorso del P. D. Benedetto, conoscendo sempre più un dì che l'altro esser mirabili questi ingegni, avendo ambidue scoperte verità tanto incognite e inopinabili all'intender comune, e datine i semi per scoprirne sempre mai da vantaggio. E se V. S., trattenendosi quassù, avessi gusto di passar più oltre in queste tali speculazioni, mi sarà sempre grato il servirla, sì per servir lei, come per mio senso e gusto particolare, non mi trovando alcuna comodità di conferire simil diporti ch'io tal ora mi piglio in questa mia lunga villeggiatura. Scusimi se le riuscissi e lungo e oscuro nell'esplicarmi, e supplisca con la perspicacità del suo intendimento....

 

 

 

2094*.

 

MARIA CELESTE GALILEI a GALILEO in Bellosguardo.

Arcetri, 15 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 138. – Autografa.

 

Amatiss.mo Sig.r Padre,

 

Veggo che questa tramontana così gagliarda non permette che V. S. possi esser da noi così presto come ne haveva promesso, anzi dubito che non progiudichi alla sua sanità; che per ciò mando a vederla, e mandogli i cedri accomodati, ciò è i morselletti fatti con la scorza, senza l'agro, di quel cedro più bello. L'altre fantasie sono con l'agro ancora, de gl'altri più piccoli; ma il meglio di tutti credo che sia quel tondo più grande, perchè vi ho messo il zucchero più a misura e dovizia.

Fo disegno di far un poco di ceppo alla Virginia([378]) e a Madonna Piera([379]). Havrò caro che V. S. ce le mandi avanti le Feste, acciò possi dargliene; et per che vorrei anco far un poca di burla a Suor Luisa, vorrei che V. S. concorressi ancor lei, vedendo se per sorte havessi in casa tanta roba che facessi una portiera all'uscio della sua cella: o sia cuoio o panno di colore, non mi darebbe fastidio; la lunghezza sarebbe 3 braccia e la larghezza poco meno di 2, et io vi aggiugnerò alcune bagattelle per farla ridere, come sarebbe arcolai da incannare, una filza di zolfanelli per accender il lume la notte, stoppino, aghetti e simili coserelle, più per darle una volta segno di gratitudine per tanti oblighi che gli tengo, che per altro. Se V. S. ha in casa da farmi il servizio, l'havrò caro; se no, non cerchi già haverlo di fuora, acciò non si mettessi a qualche pericolo, desiderando io troppo che ella si conservi, e per ciò la prego a riguardarsi quanto sia possibile.

Del negozio di Monsig.r Arcivescovo([380]) non ho inteso altro per ancora; havrò caro di sapere se V. S. è stata chiamata. Con che me le raccomando di cuore, insieme con S.r Archangiola e le solite amiche. Il Signore la conservi.

 

Di S. Matteo, li 15 di Xmbre 1630.

Di V. S.

Fig.la Aff.ma

Suor M.a Celeste.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Amatiss.mo Sig.r Padre

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Bellosguardo.

 

 

 

2095**.

 

ANDREA ARRIGHETTI a NICCOLÒ ARRIGHETTI in [Montedomini].

[Macìa], 16 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 51-54. – Autografa. Sul margini dell'originale Niccolò Arrighetti scrisse di sua mano alcune postille, sottolineando i passi della lettera a cui si riferiscono; le quali postille furono, di mano di Andrea, numerate progressivamente da 1 a 14 (cfr. n.° 2096). Riproduciamo appiè di pagina le postille, richiamandole a' respettivi passi, e stampiamo in corsivo le parole che nel manoscritto sono sottolineate.

 

Molto Ill.re Sig.re Cug.no

 

Torno a dire a V. S. che non metto dubbio nel dimostrato dal S.re Galileo, e che le voglio concedere che un mobile, o, per dir meglio, i mobili che scorreranno per li 2 canali torto e diritto etc., aqquisteranno ciascuno di loro velocitadi nella maniera che da lui è dimostrato, e che quando il mobile che descende per il canale diritto avrà finito di scorrerlo tutto, la sua velocità sarà eguale a quella che([381]) avrà aqquistata quello del canal torto quando avrà ancor lui scorso l'intero suo canale, e questo perchè le cadute sono eguali; e di più le concedo che l'aqqua ancor lei, come mobile, doverrebbe fare l'istesso effetto; ma non voglio già concederli per questo che lo facci nè l'aqqua nè altro mobile se non nella maniera che suppone il S.re Galileo, cioè rimossi tutti gl'impedimenti. Però se non insegnia la maniera del rimuovere gl'infiniti impedimenti([382])che possano impedire e trattenere lo scorrere di detti mobili o fiumi per detti canali, non mi sento strignier in maniera che sia per mutarmi d'opinione. Anzi mi sovviene adesso che bisognierebbe necessariamente confessare che i fiumi e canali nel discostarsi dal loro principio andassino accrescendo la lor velocità con la proporzione de gl'eccessi de' numeri quadrati, la qual cosa non penso poi che lei creda in alcuna maniera.

Però torno a dire a V. S. che mi pare che equivochi fortemente nel supporre che nello scorrere detti fiumi e mobili per detti canali sieno rimossi tutti gl'impedimenti([383]), perchè in praticha è impossibile il fare tal cosa, e che supponghi quello che è in quistione, poichè si disputa se le svolte de' fiumi cagionino ritardamento o no alle correnti di fiumi, e V. S. vuole star forte su la dimostrazione del moto del S.r Galileo e concluderne l'istesso; sì che è necessario supporre, come ò detto, che sieno rimossi tutti gl'impedimenti([384]), che pure ve ne sono infiniti, e che le correnti de' fiumi non sieno impedite e trattenute dalle svolte e torture di essi, che è quello che si disputa. Et se mi fussi concesso, come mi à concesso anche V. S., che quelle svolte cagionino un minimo impedimento([385]), è impossibile che dalla prima svolta in giù la velocità del fiume o mobile possi per il torto agguagliare mai più la velocità per il diritto([386]), cioè con la detta proporzione delle cadute, quando anche dopo tale svolta il canale fussi in una sola dirittura; poichè, come per altra mia le scrissi, si può dar caso che mediante le battute e ribattute che farà mediante tale svolta, nel cominciare la 2a dirittura si parta poco meno che dalla quiete; e molto meno l'agguaglierà se dopo quella ci saranno altre rivolte, come segue nel caso di Bisenzio, dove ne sono di quelle ad angoli tanto acuti e stravaganti, con tornare formatamente da mezzo giorno verso tramontana, che son sicuro che se V. S. si mettessi innanzi la pianta di esso([387]), e pensassi solo al'effetto che farebbono dua mobili che scorressero per dua modelli di stagno, uno del letto di Bisenzio dalla Galera in giù, e l'altro del nuovo proposto da Alessandro Bartolotti, son sicuro, dico, che muterebbe pensiero. E se, per detto anche di V. S., l'aqqua deve fare il medesimo effetto che farebbono due palle o cilindri o altro sia che si vuole, non so vedere perchè gl'infiniti impedimenti cagionati da vari accidenti, et in particolare dalle stravaganti torture([388]) che vi sono, non abbino da cagionare ritardamento, e per conseguenza ricrescimento di misura. Che poi tali svolte cagionino impedimento e ritardamento, mediante le percosse fatte in esse da' detti mobili non solo a squadra ma sotto qualsivogli angolo, non solo mi par chiaro per le ragioni dette a V. S. per altra mia, alle quali mi rimetto, ma ancora per l'esperienza del trucco addotta da V. S., dove si vede che le palle nel ribattere nelle mattonelle subito cominciano a perdere di forza, e tanto più se la ribattuta sarà fatta in maniera che la palla sia forzata a ribattere una o più altre volte nel'altre mattonelle: e se avessi praticha di detto gioco, arebbe visto che con un colpo assai ordinario la palla camminerebbe, se non perquotessi nelle sponde([389]) quattro o cinque volte, tanto quanto è la lunghezza della tavola, dove con farla ribattere con tutta la forza nella mattonella opposta è molto difficile il farla stornare fino al luogo donde si era partita; e questo per cagione degl'impedimenti, senza i quali è impossibile fare simili esperienze, et in particolare trattandosi di fiumi, dove ce ne possono essere infiniti, del tutto inimmaginabili([390]).

Quanto poi a quello dicie, di argini di materia cedente o penduli in sè stessi, non mi altera niente il mio pensiero, perchè non ò dubbio che un argine pendulo in sè stesso non ritardi molto più il corso d'un fiume di quello farebbono le frasche e l'erbe e cannuccie di materia molto più leggiera; sì come non son sicuro che l'aqqua, percotendo nella svolta, facessi l'effetto che farebbono i pezzi d'una palla di vetro, che percotendo si spezzano, perchè non saprei immaginarmi gl'effetti che fussero per fare, e direi più presto che non se ne potessi dare una certa e ferma regola per cagione degl'impedimenti, senza i quali è impossibile far simili esperienze, come altra volta si è detto.

Passiamo adesso al suo primo argumento, o vogliam dire dimostrazione geometrica, nella quale pretende di dimostrare che se fussi vero che le svolte apportassero impedimento o ritardamento al corso de' fiumi, ne seguirebbe l'inconveniente del ricrescimento infinito, che è impossibile; e per provare tale inconveniente dicie così: Concedasi che i fiumi alle svolte creschino di misura e sezione; e poi subito mi domanda se penso che tal ricrescimento proceda in infinito, e risponde per me che no, perchè a ogni piena seguirebbe trabocco e converrebbe sopra le svolte alzare infinitamente gl'argini. Ma se tocha a risponder a me, le dico tutto il contrario([391]), cioè che sempre che le piene saranno maggiori, sempre le sezioni saranno ancor loro maggiori di quello che sarebbono in detto luogo se non ci fossi alcuna sorti di torture; e non so vedere perchè deva ad ogni piena seguire trabocchi e necessità d'alzamento d'argini in infinito. Ma questo non à che fare con la nostra quistione. Seguita la sua dimostrazione, e dicie così: Sia alzata la Marina alla svolta delle Bartoline, oltre a quello seguirebbe se non fussi la detta svolta, 1/2 braccio o quanto piace, e perciò in detto luogo scemi la sua velocità con la proporzione del'accrescimento della sezione; constituiscasi poi un fiume diritto, con l'istessa velocità e sezione di quella della detta svolta delle Bartoline, quale ci immagineremo che si conduca a una svolta in tutto simile a quella della Marina: nella detta svolta dice lei che, per quello dico io, l'aqqua doverrà rialzare, e crescere la sua sezione; e io dico che è verissimo. Adunque([392]), dice V. S., ne seguirà ricrescimento infinito, perchè la proporzione della velocità della Marina nella sua svolta alla detta svolta è la medesima che la velocità del fiume diritto alla sua svolta; adunque crescendo questa, bisognierà crescere anche quella, la qual cosa procederebbe in infinito, che è inconveniente. Lasciando stare il disputare se sia proporzione o no fra le cose che non sono del medesimo genere, e che, multiplicate, non si possono avanzare, come è la velocità d'un fiume con un argine o svolta di esso, gli replico che se bene nel fiume diritto, che propone da costituirsi, vi passa la medesima quantità di aqqua, per esser la sezione e velocità eguale a quella della Marina nella sua svolta, non è per questo che sieno gl'istessi fiumi, perchè in un dato tempo passerà molta più aqqua per la Marina che per il dato fiume([393]), e per conseguenza la sezione della sua aqqua lontano dalle svolte sarà molto minore di quella del fiume, se però non mi vuole ritorre quello che mi à concesso nel principio della sua dimostrazione; e però non mi sento strigniere che non si possi crescere o scemar l'una senza l'altra senza un minimo inconveniente, e le confesso che non ce lo so vedere.

Sono stato un pezzo avanti possi intendere la sua 2a dimostrazione, et in effetto veggo che commette pur il medesimo errore, di supporre quello che è in quistione; et in sustanza dice così. Sia alzata la Marina alla svolta delle Bartoline 1/2 braccio più di quello sarebbe andando in diritto, e suppongasi che dove è la svolta si addirizzi detto fiume, e si allarghi tanto che l'aqqua facci la sezione eguale a quella della detta svolta: è manifesto, dicie V. S., che nel'una e nel'altra di dette sezioni eguali sarà la velocità eguale, così nel diritto e largo come nel torto e stretto; ma se noi di nuovo torceremo il canale, dove si è allargato, con tortura simile a quella dello stretto, averemo, dice lei, due cagioni di scemare la velocità, cioè la maggiore larghezza e la tortuosità; il che, per l'equabilità delle proporzioni, deve seguire anche nello stretto, con procedere in infinito, che è inconveniente. Questa dimostrazione va tutta a terra con il([394]) negarli solo che sia possibile l'addirizzare un fiume e conservare in detto luogo la medesima sezione e velocità([395]), perchè, come sa, è in quistione; et io tengho che mentre si levi le svolte e si addirizzi, che scemerà la sezione e crescerà la velocità; et allargandosi, oltre al'addirizzarlo, penso che la sezione si manterrà la medesima, e che allungherà tanto quanto è l'allargamento fatto, ma scemerà tanto per l'altezza che la sezione sarà eguale a quello che era avanti l'allargamento([396]), mentre però non vi fussero altri impedimenti potenti a crescere e scemare la detta sezione.

Questo è quanto conoscho poter dire a V. S. in risposta delle sue dimostrazioni, alla quale penso sia per aqquietarsi e tornare alla sua antica opinione; poi che se non sento cosa che mi stringha maggiormente, penso che questa sia la vera e reale, e tanto più che nelle cose di geometria le dispute non dovrebbono andare in lungho. La pregho a scusarmi se li paressi troppa ostinazione, attribuendo tutto alla mia incapacità et alla sua gentilezza, che mi dà animo di ritornare con replicate scilome a interrompere le sue virtuose speculazioni, oltre al desiderio che tengho ancor io di venire in cognizione d'una verità tanto utile e necessaria. La prego dunque a mostrarmi più chiaramente la fallacia di questa mia opinione, la quale mi par tanto chiara che non li potrei dir più; e se ancor lei fussi del medesimo pensiero (già che ne ragionammo anche in voce), credo che si raddoppierebbe il gusto a ciascuno di noi nello scommettere qualche galanteria, come sarebbe una cena avanti carnovale alla conversazione del paese, che servirà per rallegrarsi un poco in questi tempi così calamitosi e per avere occasione di vedere qualche galanteria del nostro S.re Galileo, nel quale senz'altre repliche o scritture mi contento di rimettere tutta la decisione di questa disputa. Però, se paressi ancora a lei, potrà rimandarmi l'una e l'altra mia lettera, acciò con le sua dua, che sono appresso di me, possi mandarle al detto S.r Galileo, acciò da esse possi restare informato delle ragioni che muovono ciascuno a crederla differentemente, e decidere questa controversia....

 

 

 

2096**.

 

ANDREA ARRIGHETTI a [GALILEO in Bellosguardo].

[Macìa], 17 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 154-155. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Oss.mo

 

Trattandosi a questi giorni in villa del S.re Niccolò Arrighetti, dove erono alcuni Signori interessati, del nuovo disegnio di addirizzare Bisenzio da Campi in giù, proposto da Alessandro Bartolotti, mi venne detto che mediante le continue giravolte che fa detto fiume, con tornare molte volte formatamente in dietro per molte centinaia di braccia e simili stravaganze, giudicavo che il vero modo di riparare alle spesse rotture et a' continui trabocchi che seguirono [nel]le svolte e sopra di esse, fussi stato quello proposto dal detto Bartolotti, cioè di diramarlo o, per dir meglio, farli un nuovo letto che dal luogho detto la Galera fino al Colle a Signia, a dove sbocca di presente, andassi in una sola dirittura; et a questo mi persuadeva il vedere per esperienza che i fiumi per lo più fanno i maggiori danni nelle svolte e sopra di esse, dove conviene per tal conto alzare gl'argini molto più che ne' luoghi lontani da esse. Mi fu dal S.re Niccolò replicato in contrario per molte ragioni et esperienze da lui addotte, le quali, insieme con quelle addotte da me in voce et poi in scritti, vedrà V. S. dalle incluse lettere e da alcune postille fatte da lui ad una mia lettera, alle quali in piè di questa replicherò brevemente. In somma mandiamo a V. S. il processo di tutta questa nostra lite, supplicandola a pigliarsi fastidio di vedere queste nostre debolezze per darci animo a continuare in simili trattenimenti e per farci restar capaci d'una verità tanto curiosa e necessaria; assicurandola che io in particolare ne resterò a V. S. obbligatissimo in qualsivoglia maniera, non aspirando ad altra vittoria che il venire in cognizione della verità di questo negozio. La pregho a scusare del troppo ardire, incolpando di tutto la sua infinita cortesia, et facendo grazia di risposta (quale stiamo aspettando con grandissimo desiderio), di mandarla in casa mia([397]), chè subito mi sarà mandata.

Dal S.re Mario([398]) sentii più giorni sono con molto mio gusto che il suo negozio per conto dello stampare i suoi Discorsi era in buon grado, sì come sentirò volentierissimo che resti del tutto sopita ogni difficoltà, e che il P. Stefani abbi fatta quella riuscita che ci eromo di lui promessi. Del resto io ricordo a V. S. la mia devozione, mentre gli sto pregando da N. S. vera felicità.

 

Di villa, 17 Xbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Serv.re Aff.mo et Obb.mo

And.a Arrighetti.

Quanto alla 1a, 2a e 3a postilla, replico che gli concedo che i mobili nel discendere per diversi piani vadino velocitandosi con la proporzione delle cadute, e che se si partiranno dall'istesso punto, quando arriveranno al'orizzonte, le lor velocitadi saranno eguali, sempre però che sieno rimossi tutti gli impedimenti; ma non per questo veggo che l'esperienza possi tornare, per cagione degl'impedimenti, senza i quali è impossibile il farla. Et il dire che sempre che gl'impedimenti sieno per tutto uniformi, in ogni modo i mobili si muoveranno con la medesima proporzione, ma bene con tanto meno velocità quanta gli sarà levata da detti impedimenti, reputo che sia falso, come mi sforzerò di dimostrare. Perciò domando se una palla, v. g., descendente per la perpendicolare, troverrà meno impedimenti che quella che descenderà per una tavola o altra superficie inclinata. Son sicuro che mi sarà risposto di sì, perchè quella che descende per la perpendicolare non trova altro impedimento che l'aria ambiente, dove l'altra troverrà non solamente l'istesso, ma di più quelli che li può arrecare l'imperfezione del piano per il quale à da scorrere, e della palla tangente forse in più punti, o simili cose. Adunque, dirò io, quando arriveranno al'orizzonte, la velocità di quella per la perpendicolare sarà maggiore di quella per la superficie inclinata. Nel 2° luogo domando se (supposto anche che gl'impedimenti sieno per tutto i medesimi) l'essere il viaggio maggiore o minore importi niente, e se quella che farà il viaggio maggiore troverrà maggiore numero d'impedimenti di quello farà quella per il minore. Penso che anche a questo mi sarà risposto di sì. Adunque se ci immagineremo diversi piani, che da un medesimo punto vadino al medesimo orizzonte, le velocità de' mobili descendenti per essi nel punto del orizzonte saranno minori di quella per la perpendicolare, e quelle per i piani più inclinati saranno sempre maggiori che quelle per i meno inclinati, per essere in quelli il viaggio più corto che in questi. E se questo è vero, non veggo perchè non si deva concludere l'istesso de' mobili descendenti per il canale torto e diritto, e del nostro caso di Bisenzio in particolare; dove sono di più gl'impedimenti delle svolte e quelli che da esse dependono, quali non starò a replicare.

Quanto alla 4a e 5a, non voglio dir altro, rimettendomi a quanto ò detto.

Quanto alla 6a, credo che l'essere i fiumi stretti nelle svolte sia uno de' maggior danni che cagionino le medesime svolte, e difficilissimo, se non impossibile, a poterci rimediare; e penso che non solo in Bisenzio, ma in tutti gl'altri fiumi, et in particolare vicino alle montagne, sia impossibile il mantenerli larghi nelle svolte e rimediare che rincontro al luogo dove percuote l'aqqua non sia sempre il greto molto più alto che altrove. Et ò imparato a mia spese che l'allargare e votare i fiumi nelle svolte serve a poco, perchè la prima piena che sopraggiugni vi alzerà la medesima materia e da vantaggio; la qual cosa penso che sia molte volte cagione che quelli che posseggono i beni contigui a dette svolte vadino pesticciando et ristrignendo il fiume, nella maniera che forse sarà seguito in qualche svolta di Bisenzio. Sì che anche questo rialzamento è uno de' danni cagionato dalle svolte, con impedimento, per quanto penso io, alla velocità del'aqqua.

Quanto alla 7a non replicherò da vantaggio.

Quanto al'8a, dicho che l'esperienza del trucco fu proposta dal S.re Niccolò per concludere l'istesso del nostro caso; et il vibrare che fanno le mattonelle o uno di quegli impedimenti senza i quali ò sempre detto che è impossibile fare simili esperienze; e levando questo, ce ne resterebbono degl'altri, che in ogni modo impedirebbono alla palla lo stornare con eguale velocità. Però se nel'esperienza proposta da lui sono queste difficoltà, perchè non devon esser l'istesse e molto maggiori nel caso che si disputa?

Quanto alla 9a, non ò che soggiugnere, non vi essendo cosa che mi alteri niente.

Quanto al X, non ci so vedere l'inconveniente che pretende il S.re Niccolò, o vero non intendo la sua dimostrazione.

Quanto alla XIa, non credo sia proporzione fra la velocità d'un fiume in un luogo et il suo ritardamento in un altro; oltre che non mi pare che la dimostrazione cammini in ogni modo, o almeno io non ne resto capacie.

Quanto alla 12a, ò il torto io, e confesso che scrissi una balordaggine, avendo equivocato dal dire che in un dato tempo camminerebbe più l'aqqua della Marina che del dato fiume, cioè che un sughero o altra cosa leggieri camminerebbe nel medesimo tempo più paese in questa che in quello; la qual cosa è supposta anche dal S.re Niccolò nel principio della sua dimostrazione, poi che suppone che la Marina alla svolta delle Bartoline sia alzata di livello 1/2 braccio più di quello sarebbe seguito se fusse a diritto; sì che lontano dalle svolte la sezione sarà minor di quella del dato fiume, qual suppone che, dove è diritto, abbi eguale sezione e velocità a quella della svolta della Marina: adunque la Marina sarà più veloce dove è diritta.

Quanto alla 13a, non dico niente, rimettendomi a quanto ò detto.

Quanto alla 14a, non credo d'ingannarmi, perchè l'allargare semplicemente un fiume non penserei che avessi a ritardare la sua velocità, mentre non vi sia altri impedimenti che possino causare detto ritardamento; e però se in qualche luogho largho si vede andare adagio, credo bisogni ricorrere ad altre cause che alla larghezza.

 

 

 

2097*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 17 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. IV, car. 111. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Credo ch'haverà ricevuto una mia in risposta della sua inviatami dal R.mo P. F. Lutio, al quale pur indirizai la risposta. Di nuovo vengo con questa mia a farli riverenza, desideroso di saper come se la passi e ciò che succeda de' suoi Dialogi, che sono qua tanto bramati da questi Signori e principalmente dal Sig.r Cesare Marsili, che se li ricorda affetionatissimo servitore; da me poi sopra ogni altro, come si può imaginare.

Desiderarei sapere se ha mai pensato in questa maniera alla generation de' venti: che in qualche modo nell'ipotesi Copernicana vi potessero haver che fare i moti ch'elli tribuisce alla terra, cioè che nel rivolgersi con quella velocità che li vien ascritta, mentre qualche materia più densa dell'etere, che riempie quest'immensi spatii, si ritrovasse attraversar l'orbe annuo con altro moto, o pur in quello stesse quiescente, cioè, dico, che sopraggiungendoli la terra con il suo orbe vaporoso, circonfuso sino a quell'altezza che si stima, constituita in una somma velocità, che in caso di urtare in quella materia, per dir così, cometaria, si facesse un gagliardissimo contrasto, per non obedir ella così presto al moto della terra, e questo fosse causa di sentirsi vento; quale poi dalla terra domata, non più contumace, caminasse del pari con l'orbe vaporoso, et questo fosse poi il cessar del vento: sì che si potesse formar questo paradosso, che il vento è una materia tal volta quiescente, e che quando si move, non è più vento. So che si possono far di molte istanze, e fra l'altre questa principalissima, dell'esser loro così tumultuarii e sregolati, che nell'istesso tempo spirano da parti contrarie; ma credo che dall'implicamento de' moti di essa terra e de' moti particolari che possono haver tali materie, come vaganti per l'etere, si potria forsi scusar il tutto. Tuttavia sia ciò detto come per un mio chiribizzo, e mi condoni V. S. s'io dico delle bagatelle (sapend'io che tali li parerano, mentre ella saprà la quinta essenza della generation de' venti, che alli altri riesce così astrusa e difficile): me ne scusi dunque, poichè gliele confesso per tali. E mentre io li desidero sanità e felicità in queste SS.me feste di Natale, con il buon Capo d'anno, non manchi ella anchora([399]) di favorirmi di darmi nuova di sè. Che per fine li faccio riverenza.

 

Di Bologna, alli 17 Dec.bre 1630.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Amico e Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

Il pronostico poi della cometa tolto dallo spirar de' venti, pareria farsi molto a proposito, posta la sudetta opinione.

 

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig. Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

 

 

 

2098**.

 

NICCOLÒ ARRIGHETTI a GALILEO [in Bellosguardo].

Montedomini, 18 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 156-157. – Autografa.

 

Molt'Ill.re S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Con l'occasione di riparare all'inondazioni di Bisenzio, il quale ha il suo canale tortuosissimo, fu proposto dall'ingegner Bartolotti d'addirizzarlo pigliando tal dirittura vicino a Campi, e condurla al medesimo sbocco dov'egli sbocca al presente, tirando come la corda a un arco. Mi fu fatto parte, da alcuni gentiluomini interessati, di tal disegno; e domandato del mio parere, dissi che sempre che due canali abbino i medesimi estremi e sien pe 'l medesimo piano, con fondo e larghezza per tutto simile e eguale, ricevendo le medesime acque, si conserveranno proporzionatamente per tutto alla medesima altezza, sì che se nel diritto non traboccheranno, nè anche nel torto traboccheranno, et e converso; soggiugnendo che il tempo del passaggio dell'acqua per detti due canali abbia la medesima proporzione che ànno le lunghezze di essi canali. Questa proposizione mi è stata controversa da alcuni, e particolarmente dal S.r Andrea Arrighetti, mio cugino; co 'l quale trovatomi non ho potuto, nè in voce nè con lettere passate tra noi quassù in villa, persuaderli questa che mi par verità. È ben vero che nè anch'egli m'ha tirato nella sua opinione contraria, che è la tortuosità essere assolutamente cagione di ritardare il corso dell'acque, e così farle crescer d'altezza sopra quello farebbero nel diritto. Però al presente noi siamo in questa quistione, della quale sapendo che V. S. ne può essere il vero giudice, credo che il S.r Andrea gliene scriverrà, se a questa ora non glien'ha scritto([400]), e insieme le potrebbe mandare alcune mie lettere([401]) in questo tenore, nelle quali lettere, come scritte in fretta, credo mi sia scappato qualche particolare, che, riconsiderato meglio, ora lo porgerei per un altro verso: come particolarmente in un luogo, dove paragono l'acqua, nell'arrivare a una svolta, a un legno, e dico che, messo fermo in una corrente, si moverebbe subito al corso dell'acqua; il che conosciuto, nel ripensarci, patire eccezione, nè ben aggiustandosi la similitudine, mi farà grazia passar cotesto punto come non ben pesato e esaminato, ricordandomi avere imparato da V. S. niuna velocità potersi conferire a un mobile che si parta dalla quiete senza prima passare per tutti i gradi di tardità.

La sustanza è, che io tengo fermo che l'acqua sempre conservi la medesima velocità acquistata naturalmente pe 'l suo declive, mentre non intoppi altro impedimento che la tortuosità del canale. Mi son servito, com'ella vedrà, d'alcune sue dimostrazioni del moto, e particolarmente che i mobili cadenti dallo stesso principio acquistino la velocità secondo la proporzion dell'altezze delle lor cadute, tenendo supposto per vero e indubitato, come ho pure imparato da lei, che il moto per l'orizzonte non cresca nè scemi velocità al mobile: il che applicandolo al corso dell'acqua, parmi che l'andar torto o diritto non sia altro che muoversi o non muoversi orizzontalmente; il che, per le dimostrazioni di V. S., non può mai alterare la velocità impressa a un mobile. Il S.r Andrea dice che l'applicazione non torna; ma a me pare ch'e' non la 'ntenda.

Oltre a questo e altre riprove d'esperienze e argomenti, m'è paruto esser vero che se le sole svolte ritardassero, pure in minima parte, la velocità dell'acque, tal ritardamento dovesse arrivare fino al fermar del tutto il corso de' fiumi, e che ogn'acqua, per mediocre ch'ella si fosse, dovesse a dette svolte cagionare il trabocco; e cavo tale assunto da una proposizione ch'io ho per verissima, la quale è che mentre che un mobile, constituito in qual si voglia velocità, abbia congiunta una resistenza che l'accompagni sempre, sia minima quanto si vuol quella resistenza, in progresso di tempo ridurrà tal mobile alla quiete o a tardità infinita. Exempli grazia: spignendosi un mobile al centro per un piano elevato dall'orizzonte, per aver seco congiunto la naturale inclinazione del moto al contrario verso 'l centro, la quale verrebbe a detrarli continuamente dell'impressa velocità, tal mobile alzatosi a un determinato termine, giusto la proporzione del suo impulso, non s'alzerà più oltre. Così qui. Avendo l'acqua lo 'mpedimento della tortuosità, come vuole il S.r Andrea, e questa conservandosi sempre fino al trabocco sopra l'argine, verrà, dico io, tempo per tempo a detrarre di quella velocità, fin che o l'acqua, per la continua detrazione della velocità, alzandosi, traboccherà, o bisognerebbero gli argini d'altezza infinita, nel qual caso l'acqua, quando non si riducesse all'intera quiete, procederebbe a tardità infinita, il che non segue.

Molte altre considerazioni mi sono occorse, e particolarmente mi son ricordato aver sentita già dire a V. S. in simil proposito, per conto del Tevere, di due cannelle di bocca eguale, ma una torta e una diritta, che, messe alla medesima botte a elevazione e altezza eguale, sboccherebbono nel tempo medesimo acqua eguale; la quale esperienza, se ben non l'ho provata, tengo verissima, benchè non sia creduta dal S.r Andrea, concorrendo anch'ella al medesimo segno, al quale insieme concorrono mill'altre riprove, che troppo tedio sarebbe il dirle, senza trovare in nessuna pur minimo intoppo: dove nel contrario parere, com'ho anche detto a esso S.r Andrea, non veggo se non una prima probabile apparenza, che, ben esaminata, conduce poi a impossibili stravaganti.

Scusimi di tanta noia; e questa sia un'occasione di rinovar la memoria di quegli infiniti obblighi ch'io le tengo, per i quali mi è dato amplissimo campo di elevarmi tal ora, dietro alle sue pedate, a tali speculazioni, per le quali parmi con verità poter dire, Uscir per lei della vulgare schiera. Io poi con tutta la mia brigata sono stato un gran pezzo in villa, e, stante i mali di Firenze, seguiterò ancora. Per grazia d'Iddio, siamo stati tutti sanissimi e stiamo al presente; e per non la tediar da vantaggio, ricordandole la mia servitù, le prego([402]) da Dio sanità e vero bene.

 

Di Monted.ni, il di 18 di Xbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

S.r Galileo Galilei.

 

 

 

2099*.

 

GALILEO [a RAFFAELLO STACCOLI in Firenze].

Bellosguardo, 22 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. III, car. 14t. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.n Col.mo

 

Ho veduto quanto mi scrive V. S. molto I.: in risposta di che non posso per hora rispondere altro, se non che son pronto ad obedire ad ogni cenno del S.mo G. D. nostro Signore([403]); nel resto, rispetto ad altri particolari, mi è necessario poter più minutamente trattar con V. S., il che seguirà domattina, quando non le sia incomodo, e verrò a trovarla a Pitti. Et intanto con affetto gli bacio le mani e prego intera felicità.

 

Da Bell.do, li 22 Xmbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

Dev.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

2100**.

 

ANDREA ARRIGHETTI a GALILEO [in Bellosguardo].

[Macìa], 23 dicembre 1630.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car, 158-169. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Oss.mo

 

Il desiderio che abbiamo di sentire l'opinione di V. S. per conto della nostra disputa, è cagione che torni di nuovo a infastidirla, et accennarli parte delle ragioni et esperienze che, oltre alle scritte, tutta via mi vanno confermando nella mia opinione; sì come segue del S.re Niccolò, quale, fondato principalmente su le dimostrazioni del moto di V. S., sta più che mai ostinato.

Oltre a quello ò detto sin qui, ò preso dua svolte del nostro fiume della Marina e dua altre d'un altro fiumicello, distanti l'una dal'altra poche centinaia di braccia; et avendo con diligenza osservato il luogo dove è arrivata in esse svolte l'ultima piena, e traguardato da una svolta al'altra, trovo in effetto che nelle parti di mezzo, sotto la prima svolta, l'aqqua non è arrivata a gran pezzo al piano che passa per i luoghi osservati: la qual cosa mi assicura maggiormente che l'aqqua vadi accrescendo la sua velocità e scemando la sezione dove non à intoppi che possino ritardare la sua corrente, sì come, per il contrario, mediante le svolte o simili impedimenti la vadi ritardando. Io li confesso che non so vedere, quando anche non ci fossero questi impedimenti delle svolte et il ritardamento che in esse riceve la velocità d'un fiume, non so vedere, dico, che dovessi in ogni modo esser dubbio in questo negozio, nè per qual cagione la minor pendenza che toccha, v. g., a ciascun braccio del fiume più torto e lunghe, che sia nel medesimo piano del diritto e che abbino l'istessa caduta in tutta la lor lunghezza, non abbi da causare diminuzione di velocità et aumento di sezione, e tanto più in un fiume di più diritture, dove necessariamente (mentre sia tutto nel medesimo piano) a ciascuna dirittura si va crescendo o scemando il declive: e gl'effetti che si veggono tutto il giorno, in un istesso fiume, di ricrescimento e diminuzione di velocità e sezione mediante le doccie de' mulini, pescaie o simil cose, penserei che avessi a levare ogni sorte di differenza. Che poi in un fiume di più diritture (pur che sia tutto in un piano) sia da una dirittura al'altra differenza di pendio, è tanto chiaro, che, come sa V. S., non à bisognio di altra dimostrazione che del'essere capacie che dua linee, che si congiungono ad un punto, ancor che sieno in un istesso piano, possano avere differente inclinazione sopra il soggetto piano.

Oltre alle dette esperienze, che, come ò detto, mi vanno tuttavia confermando nella mia opinione, senza che mi acchorga in quello consista la fallacia di questi miei discorsi, mi pare che tutto questo si dimostri molto chiaramente. Sia dunque il piano del cerchio ABC inclinato sopra il piano del'orizzonte FG d'una tale inclinazione, nel quale dal punto C si tiri il diametro AC, quale intenderemo per il canale diritto, e le corde AB, BC, quali intenderemo per il canale di più diritture, i quali supporremo che dalla sezione A piglino l'aqqua, or l'uno or l'altro, del'istesso fiume, quale vadi in diritto con l'AC. Si deve dimostrare che la medesima aqqua, scorrendo per il canale ABC, occuperà maggiore misura che scorrendo per il canale AC. Tirisi dal punto B alla AC la perpendicolare BD, e piglinsi di ciascuno delli detti canali dua porzioni eguali AB, AE, che sieno, v. g., di piedi 70 l'una. Dico dunque che l'aqqua contenuta nello spazio del canale AB, o vero è eguale alla quantità del'aqqua contenuta nello spazio AE, o vero è maggiore, o vero minore, di essa. Sia, prima, eguale, se è possibile: adunque perchè, per detto del'avversario, i tempi de' passaggi ànno fra di loro la proporzione delle lunghezze de' viaggi, il medesimo tempo che avrà speso la quantità dell'aqqua dello spazio AB a venire dalla sezione A al punto B, il medesimo ancora avrà speso la quantità del'aqqua dello spazio AE a venire dal'istessa sezione A al punto E; adunque, se nel secondo tempo la medesima sezione A manderà egual quantità di aqqua, a quella del primo tempo, bisognierà che le dua sezioni B, E scarichino nel'istesso tempo egual quantità di aqqua: la qual cosa non può essere, perchè, per detto del'avversario, la velocità in B è eguale alla velocità in D, e però minore di quella in E, e ne seguirebbe che dua sezioni eguali, ma di velocità diseguali, scaricassero eguale quantità di aqqua, che è inconveniente. Sia dunque minore, se è possibile, la quantità del'aqqua per lo spazio AB di quella per lo spazio AE: adunque ne seguirà, che dovendo le dua sezioni B, E scaricare nel medesimo tempo eguale quantità di aqqua, nella sezione B sia maggiore velocità che nella E, la qual cosa non è vera; adunque non può nè meno esser minore. Adunque sarà maggiore; che è quello che si doveva dimostrare.

Del restante, io ricordo a V. S. la mia devozione, mentre le sto pregando da N. S. queste sante Feste colme d'ogni felicità e contentezza.

 

Di villa, 23 Xbre 1630.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

 

 

 

2101*.

 

FILIPPO TREMAZZI a GIUL