LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

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VOLUME XII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA EDITORE

 

1965


LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

 

SOTTO L'ALTO PATRONATO

 

DEL

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

GIUSEPPE SARAGAT

 

 

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VOLUME XII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA - EDITORE

 

1965

 


PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

 

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

 

 

LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

 

 

DIRETTORE: GIORGIO ABETTI

COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI

CONSULTORI: ANGELO BRUSCHI – ENRICO FERMI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI

1920 – 1939

 

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Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARTEGGIO.

 

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1614-1619


963*.

 

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 1° gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 13. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

 

Mi meraviglio che a quest'hora V. S. non habbia potuto ricuperare il libro ch'io stesso consignai al Morbiolo, dal quale hebbi il nome del suo rispondente in questo polizzino ch'hora le mando([1]), che mi scordai all'hora in mano.

Del S.or Papazzone([2]) me n'è incresciuto grandemente, sì come a tutta la città, ch'a punto questa mattina se ne ragionava nella casa del nuovo Gonfaloniero, che faceva l'entrata.

M'incresce grandemente che V. S. habbia dato nell'istesso male che afflige ancora me da tre anni in qua, delle reni et ardore d'orina; et doppo ch'io sono posto a regola di vivere, sto assai manco male. Bisogna che V. S. si guardi dal troppo moto, et massime da carrozza, et sopra tutto da vini grandi et dal coito, et cerchi di rimediarci quanto prima, non lo negligendo come feci io. Col qual fine le bacio le mani.

 

Di Bol.a, il p.o dell'anno presente 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Gio. Bat.a M[agini].

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Tosc.a

Firenze.

 

 

 

964*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 3 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 112. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

L'ordinario passato scrissi a V. S. a lungo circa il negotio di Pisa([3]): hora m'è parso inviarle certe conclusioni tenute qui al Colleggio, sì per essersi il disputante valuto delle pietre lucifere per impresa, com'anco per esser trascorso ad accompagnar le macchie solari et apparenze lunari, et insieme dichiararle parte più rare di quei lucenti corpi; al che s'aggiugne il compiacimento presosi in dar altro nome al telescopio, e qualch'altra galanteria.

Lo scarso maneggio di questi librai di Roma mi fa star in continua sete de' buoni libri ch'escono in luce e fanno per i studi delle mie compositioni, dandomene essi a pena i titoli e, dopo lungo tempo, la decima di quello dimando. Odo hora esser stampato in Firenze l'Arte Vetraria del P. Antonio Neri([4]), et mi credo vi sia qualche cosa di buono. Prego V. S. ad inviarmelo, e mi creda che volentier li do briga, acciò mi faccia gratia tal volta di commandarmi. Bacio a V. S. le mani, pregandole da N. S. Dio l'anno nuovo, con moltissimi altri appresso, felicissimo.

 

Di Roma, li 3 di Genn.o 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

965.

 

FILIPPO SALVIATI a GALILEO in Firenze.

Genova, 13 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 136. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re Oss.mo

 

Dissi al S.r Gio. Batista Baliano quanto la mi scriveva per conto di pesar l'aria. Mi rispose che desidera grandemente, con comodità di V. S., di saper il modo, o almeno quanto l'aria pesa respetto all'acqua([5]). Di gratia, V. S., quando sarà disoccupata, gli scriva et gli dia qualche sodisfatione, perchè è gentil huomo garbato et stima assai V. S. È filosofo libero et ha molta opinione([6]) di V. S., et a molte cose m'ha dato l'istesse ragioni che ho intese da lei; et se trattassi con V. S., in pochi giorni converresti in ogni cosa. Se la gli scrive, gli dia del molto Ill. solamente.

A me non risponda, perchè le lettere non mi ci troveriano. Et baciandoli le mani, la prego a far mie racomandationi a' soliti, con dirli se vogliono niente di Spagna, me lo avisino.

 

Di Genova, li 13 di Gen.o 1614.

Di V. S. molto Ill.

 

 

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

966**.

 

SILVESTRO LANDINI a GALILEO in Firenze.

Padova, 17 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 138. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo mio S.re

 

Avanti che di qua si partisse, so che la si ricorda che l'uno all'altro promisse di lasciare le cirimonie da banda, ma secondo l'occorrenza scrivere liberamente. Onde, per non traviare dalle predette parole, prima la saluto di tutto cuore et mi rallegro dell buono stato suo; di poi la pregho (sforzato da persona che mi puole comandare) che per cortesia mi facia gratia di ragguagliarmi et insegnarmi come si faccia nella Galeria di Sua Altezza quel reflesso di quello specchio il quale è sopra il quadro del Gran Duca Francesco, il quale dirimpetto mostra la Gran Duchezza: et mi perdoni di tanto fastidio il quale le do, perchè questo Signore è devoto servitore di Casa Medici et desidera sapere il modo; et havendomi, come gli ho detto, forzato a scrivere, non ho saputo trovar persona in Fiorenza, che meglio me ne possa dar conto. Però starò aspettando questo favore, et che poi si vaglia dell'opera mia in quel modo che sa che ella puole. Intanto, non havendo qua di nuovo, solo la saluto da parte del S.r Conte Giulio([7]) et Marco Antonio Mazzoleni, i quali meco gli preghano da Dio ogni bene.

 

Di Pad.a, li 17 Gena.o 1614.

Di V. S. molto I. et Ecc.ma

Aff.mo

Silvestro Landini.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo mio S.re Col.o

Il S.re Galileo Galilei, Matem.co di S. A. S.ma

Fiorenza.

 

 

 

967.

 

FEDERICO CESI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 18 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 114. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Ho inteso con sodisfazion particolare quello m'accenna nella sua gratissima del soggetto in Genova([8]), quale sono molti mesi che sentii lodare, e vi feci qualche riflessione. Favorisca hora V. S. che il S.r Salviati intenda il pensiero e ci dia ragguaglio pienamente delle qualitadi, tentandone destramente l'animo d'esso, chè subito lo proporrò a SS.ri compagni, assicurandomi siano per riceverne tutti contento.

Tengo un trattatello del S.r Lagalla sopra il celeste e notturno rossore che fu veduto in Roma et altri luoghi il mese di Novembre passato; quale, a richiesta del'istesso, l'inviarò per il seguente procaccio con la sua lettera([9]). Io ho osservato l'istesso spettacolo e questa et altre volte, et in particolare la notte precedente, nè posso sentire con il detto; quale credo desideri V. S. veda la sua scrittura, perchè veda che comincia a licentiarsi dal Peripato, avvedendosi che quei gran fogaracci eterei sono ridicoli totalmente. È cosa di gusto sentir come gli altri fedeli Peripatetici lo chiamino heretico nella filosofia. V. S. mi commandi, ricordandosi che son prontissimo et obligatissimo a servirla. E le bacio le mani, pregandole da N. S. Iddio ogni contento.

 

Di Roma, li 18 di Genn.o 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

 

 

968*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 24 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 131. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Ringratio V. S. del libro della Vetraria([10]), che mi riesce molto ricco d'esperienze e belli artificii. I cristalli verranno opportunissimi con sua comodità, e tanto più che queste notti non sono punto godibili. Attenderò l'aviso del P. D. Benedetto([11]), et farò intendere al Lagalla quanto m'accenna. Intanto le mando il suo trattato, che il detto mi consegnò, con la lettera che l'accompagna([12]); e con ogni affetto di core bacio a V. S. le mani. N. S. Iddio ci consoli presto, concedendole compita sanità, e le dia ogni contento.

 

Di Roma, li 24 di Genn.o 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei.

con un ligaccietto.

Fiorenza.

 

 

 

969*.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Firenze, 25 gennaio 1614.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta A. F. XIII. 13. I. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r et P.ron Oss.mo

 

L'Ill.mo Sig.r Filippo Salviati con le sue ultime lettere mi ha significato, come V. S. desiderava di veder certe mie lettere intorno alle macchie solari, le quali con questa gl'invio, sebene è lettura assai popolare e indegna dell'orecchie di V. S., non mi havendo porto il finto Apelle occasione di troppo sottilizzare, come ella dalle sue lettere comprenderà. Forse in breve, con opportuna occasione, tratterò questo medesimo argomento più esattamente. Il medesimo Signor mi scrisse, più giorni sono, come V. S. haveva veduto quel mio trattatello delle cose che stanno sul'acqua, scritto, com'Ella vede, incidentemente; nel quale intendo che V. S. ha alcune cose che non gli satisfanno interamente([13]), le quali io la supplico a conferirmi, assicurandola che io riceverò per maggior favore le censure di quelle cose che non gli piacessero, che l'assenso o le lodi del resto, poi che quelle saranno di mio utile, e non queste. Al medesimo Signor mandai un modo, delli tre che ne ho, di pesar l'aria, acciò lo conferisse con V. S.; ma perchè non so se la mia lettera sarà giunta avanti la sua partita, potrà V. S. farmene avvisato, acciò, in difetto di quella, le possi supplire con altra al comandamento di V. S.

Il Sig. Filippo, al quale ho conferito buona parte delle mie immaginazioni filosofiche, mi scrive haver trovato gran conformità tra le sue speculazioni e le mie; di che io non mi sono molto maravigliato, poichè studiamo sopra([14]) il medesimo libro e con i medesimi fondamenti.

Restami di dovere offerirmi a V. S., il che fo con ogni affetto di cuore e sincerità di animo; e la prego a gradire tale mio affetto et a darmene segno col comandarmi e col conferirmi alcuna delle sue contemplazioni: il che riceverò per gratia singolare. E con questo gli bacio le mani, come fo anche al Sig. Giovanni Batista Pinelli, mio antico padrone; e dal Signor Dio gli prego somma felicità.

 

Di Firenze, li 25 di Gennaio 1613([15]).

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Paratiss.o

Galileo Galilei.

 

 

 

970**.

 

GIULIO CESARE LAGALLA a [GALILEO in Firenze].

Roma, 27 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 140. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Patron Oss.mo

 

Dal S.r Prencipe Cesis ho inteso che V. S. mi haveva significato con una sua la morte del S.r Papazoni([16]), per saper la mia volontà intorno a cotesta lettura, per la quale altra volta haveva richiesto il suo favore. La di V. S. non ho ricevuta; et al particolare rispondo che receverò gratia singolare esser proposto e favorito da V. S. molto Ill.re in simile occasione, e ne la pregho, assicurandola che ne li terrò obligo perpetuo, parte per haver io grande ambitione di servire cotesta Alteza, non solo per la sua grandeza e gloria de la casa regia et immortale, ma anche particolarmente per la magnianimità di questo Prencipe, unico mecenate di questi infelici tempi e vero imitatore de la virtù de' sui antenati, parte anchora per esser proposto da la persona di V. S. e non per via de' favori e mendicati suffragii. E pertanto in questo negotio non voglio nè intendo adoperare altri mezi che l'authorità di V. S., eccetto quanto a lei paresse espediente adoprarli; nel che e nel tutto alla sua prudentia mi rimetto.

Il S.r Gioan Battista Raimondo, tanto amorevole et osservante di V. S. e mio anche padrone, potrà, parendo a V. S. che li fusse scritto per informatione de la persona mia, essendo lui anticho servitore de la Serenissima Casa, darne buon raguaglio, e cossì il S.r Ambasciator Guicciardini([17]): però in niente mi moverò senza ordine di V. S., la quale, come per sua cortesia ha cominciato a favorirmi, cossì spero ridurrà anche il negotio a buon fine.

Credo habia V. S. ricevu[to] un mio Discorso, inviatoli li giorni a dietro([18]): la pregho favorirmi de' sui avertimenti, sotto la cui censura volentieri sottometterò sempre le cose mie. Con che pregandoli ogni contento, li resto servitore.

 

Da Roma, li 27 di Gennaro 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Serv.re Aff.mo

Giulio Cesare La galla.

 

 

 

971*.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 30 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 133-134. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Scrissi l'ordinario passato a V. S. ch'ero occupatissimo in negotii di matrimonio; hora devo darle conto che n'è seguita la conclusione, havendo fermati li capitoli col S.r Principe di Pelestrina, che mi dà la S.ra D. Artemisia Colonna, sua figlia, per moglie. Ho voluto, V. S. lo sappia subito, poichè, per sua cortesia e per mio obligo, tanto partecipa delle cose mie. Io certo non potevo haver maggior sodisfattione in altra persona di questa città, nè forsi di fuori, essendo questa per tutti i rispetti al mio proposito.

Del soggetto ch'ella scrive del suo discepolo([19]), ho havuto particolar sodisfattione; e mentre ella lo giudica atto ad esser ascritto, m'assicuro tutti siano per concorrervi meco con particolar contento. Potrà V. S. mandar nota del nome, patria e studii di quello e della sua mente, secondo risponderà havuta la notizia che V. S. le ha data del nostro filosofich'instituto, acciò, conforme al solito, venga da me proposto a tutti, per effettuarne l'ascrittione.

Non potrei facilmente esprimerle il gusto che ho sentito leggendo quanto mi scrive circa i notturni splendori. Mi trovavo apunto haver contradetto al S.r Lagalla nel parelio, consentito nel rifiutar l'abbruciamenti, anzi cominciato a convertir il detto nelle comete, che pria teneva co' Peripatetici suoi; et havevo già, nelle mie contemplationi delle cose prodigiose e mirabili([20]), disteso quello credevo di questi splendori e rossori, inalzando, a dispetto de' Peripatetici, sopra l'ombra della terra talvolta i vapori, ch'illustrandosi cagionassero simil spettacolo: tutto che hora mi vedo nella sua confirmato ad unguem dalla sua sentenza, e ne prendo non poco ardire e franchezza nel filosofare, veggendo haver in questo incontrato il vero, come mi rendo per lei sicuro, che non si ferma altrove che in quello.

Esposi quanto V. S. mi scrisse al S.r Lagalla, et dopo gli ricapitai la sua, subito riceuta. In somma non haveva riceuta la prima: scrive l'inclusa([21]), et è desideroso più che mai d'esser favorito da V. S. per il luogo che vaca. Io glie lo raccomando, perchè mi rendo sicuro se ne mostrarà degno e gratissimo. Mi farà gratia particolare favorircelo. Egli è gran pezzo che ha mostrato desiderio d'esser Linceo; ma io con i SS.ri compagni habbiamo lasciato correr avanti, perchè egli era troppo giurato Peripatetico, e per il libro che scrisse, che non sodisfece: con un poco di tempo, e massime ottenuto ch'havesse tal catedra, e trattato spesso disputando con V. S., sarebbe forsi preparato opportunamente all'ascrittione, che toccarebbe poi a suo tempo a V. S. a considerarlo. Io intanto restarò baciando a V. S. le mani con ogni affetto di core. N. S. Iddio le conceda ogni contento, et in particolare il compimento di sanità, che tutti li desideriamo.

 

Di Roma, li 30 di Genn.o 1614.

Di V. S. molt'Ill.re

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

 

 

972**.

 

GIULIO CESARE LAGALLA a [GALILEO in Firenze].

Roma, 30 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 141. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Patron Oss.mo

 

La prima di V. S. molto Ill.re non ho ricevuta; ben il S.r Prencipe Cesis mi significò l'altro hieri la vacanza et il favor([22]) di V. S., et hieri consigniai a sua Ecc.za la mia risposta. Questa matina per la istessa via ho ricevuta una di V. S., alla quale anche separatamente ho voluto rispondere, acciò, se l'altra si smarrisse, restasse questa. E dico che tengho obligho immortale a V. S. molto Ill.re, e la pregho a favorirmi per il loco, quale desidero tanto per servir cotesta Alteza, che stimo più ottener questa lettura che diventar Cardinale, e principalmente ottenerla con il mezo di V. S., il che mi sarà di più ornamento che la lettura: la pregho dunque a favorirmi, chè so che la sua authorità superarà la mia deboleza, assicurandola che favorirà un servitore grato, nel quale niun altro havrà parte che V. S. Io del tutto mi rimetto alla sua voluntà e comandamento, quali non intendo preterire; e cossì non farò altro se non che star aspettando il suo favore e quanto da lei mi sia comandato.

Il S.r Prencipe molti dì sono ha inviato a V. S. un mio trattato manuscritto([23]), con una lettera mia: mi maraveglio, non sia stato a quest'hora consegniato a V. S. Mi farà gratia havisarmi, che se sarà perso, ne inviarò un altro, acciò sia favorito del suo giuditio, e parendoli degnio venghi in notitia di sua Alteza. Con che li fo riverenza, e li resto humilissimo servitore.

 

Da Roma, li 30 di Gennaro 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Serv.re Obligatissimo

Giulio Cesare La galla.

 

 

 

973.

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Firenze].

Genova, 31 gennaio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 135-136. – Autografa.

 

Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Fra gli altri oblighi ch'io mi reputo di havere al S.r Filippo Salviati, tengo per principalissimo l'havermi data occasione d'acquistar l'amicitia di V. S., la quale io procurerò con ogni mio potere di conservarmi, sicome V. S. conoscerà ogni volta che mi favorirà de' suoi comandamenti; chè, per poco ch'io mi sappia, non è però ch'io non sia fuor di modo amico delle scienze e per conseguenza di chi le possiede, quale ho conosciuto prima d'hora essere V. S. in quel suo dottissimo trattato delle cose che stanno su l'acqua, e di presente nelle Lettere che mi ha favorito mandarmi, che trattano delle macchie del sole: nelle quali cose tutte si scorgon infinite, bellissime e nuove oppinioni filosofiche, provate con sotilissime dimostrationi geometriche, senza le quali la filosofia non merita il nome di scienza, ma più tosto d'oppinione. Et invero io mi son sempre riso di tutte le conclusioni filosofiche, che non dipendano (oltre quelle che sappiamo esser vere per lume di fede) o da dimostrationi matematiche o da esperienze infallibili; e se pochi si sono ritrovati sin al dì d'hoggi che habbian([24]) filosofato in cotal maniera, ciò è per avventura avvenuto per esservi pochi che habbiano piena contezza delle due sudette scienze: la quale conoscendo io esquisita in V. S., non posso di meno di non far di lei grandissima stima e di non portarle, come già ho detto, grande affettione, e tanto magiormente quanto ch'io conosco haver incartato([25]) più volte nel'istesse sue opinioni; il che, come io già dissi al S.r Filippo e come mi scrive V. S., non è per altro che per haver ambidue studiato nello stesso libro([26]), se ben con questa differenza, che V. S. vi sa legger meglio.

E per dirle qualche cosa delle sudette Lettere, io le ho lette con mio grandissimo gusto, e veduto l'historia che V. S. fa delle macchie del sole, e come pruova bene la loro vicinità al corpo solare, et i loro moti, augumenti, e che non sieno stelle, nel che si porge a' bell'ingegni occasione di speculare che cosa elleno sieno: che se ben V. S., a f. 142([27]), accenna qualche cosa, pure ne parla molto dubbiosamente, come convien fare delle cose che non hanno certa pruova. Et in vero, oltre che non pare verisimile che sieno il nutrimento della fiamma del sole, vi sarebbe gran difficoltà a ritrovare come si generino, se di matteria ellementare (a che non pare che tutti gli elementi potessino supplire per pochi giorni, ancor che tutti si convertissero in vapori), o se pure di celeste: nel che sarebbe dubbio come ella si oscurasse o si condensasse, e in virtù di che ella andasse verso il corpo solare, poichè non par verisimile ch'il sole operi in altra maniera che riscaldando, con che la matteria più tosto si rarefà e divien diafana che si condensi e s'oscuri, e col detto calore non tira a sè la matteria, ma rarefacendola la fa più leggiera. Quindi è ch'ella va all'in su non verso il corpo solare, ma più tosto verso il zenit. Ma comunque sia, si vede chiaro che queste cotali macchie impediscono in parte i raggi solari; onde non sarebbe per avventura cosa strana il giudicare che possa essere che di qui in parte proceda il maggiore o minor calore nelle stesse staggioni e nell'istesso clima.

Mi sarebbe stato caro che V. S. havesse dato così minuto raguaglio delle piazzette chiare che sono nel sole, come delle macchie: il che spererò che V. S. debba fare.

Non posso negare di non haver un poco di difficoltà a conceder quel che V. S. dice, a f. 51([28]), del moto del sole: perchè, tutto che si concedesse che la nave mossa, a cui si togliessero gli impedimenti estrinseci, si havesse a muover sempre, non ne séguita, s'io non m'inganno, che il sole si habbia sempre a muover, poichè non par neccessario conceder che l'ambiente non gli debba dare qualche piccolo impedimento; nè basta, per mio aviso, dir che anche egli se ne muova, poichè l'aria, che è intorno ad una ruota che gira, si muove anch'essa per lo moto di lei, nè perciò credo che V. S. stimi che non le dia qualche puoco trattenimento.

Vedo che V. S. tiene che le stelle sieno opache e ruvide: nel che mi piace fuor di modo l'esperienza con che, a f. 135([29]), si mostra che la terra, tutto che opaca, maggiormente risplende per la refflessione de i raggi solari che non fa la fiamma; se ben io, quanto a me, ho sempre giudicato che si pruovi più tosto la ruvidità che la opacità nelle stelle: perchè, se fussero polite e perfettamente([30]) rotonde, farebbon quello che fa la palla di christallo, di cui si vede poca parte illuminata, la qual nelle stelle, per la lontananza, non si potrebbe vedere; dove che una palla di pietra, che sia ruvida, posta al lume, si vede illuminata per la mettà. Però è da nottare che la palla del christallo, tutto che di matteria diafana, se haverà la superficie ruvida, tanto se ne vedrà la mettà illuminata quanto di quella di pietra; onde l'istesso seguirebbe se le stelle fussero di matteria diafana, purchè la superficie loro sia ruvida.

Vorrei sapere se V. S., che ha ricercato così diligentemente tutte le regioni celesti, ha per avventura osservata col canone, o sie telescopio, la stella nuova che è nel petto del Cigno, per vedere se a sorte vi si scorgesse qualche differenza dalle altre stelle. Mi par di vedere che V. S. appruovi le oppenioni del Copernico; e pur io crederei che le osservationi che si fanno col cannone circa Venere e le Stelle Medicee e le macchie del sole più tosto provassero la flussibilità della materia celeste, onde par che più tosto venga ad essere più provabile l'opinion del Ticone.

V. S. mi scrive ch'io le dica quel che non mi sodisfa nel trattato delle cose che stanno su l'acqua; et io l'assicuro che tutto quel Discorso mi parve dottissimo e bellissimo. Vi hebbi un sol dubbio, fondato([31]) su che io sempre supposi per verissimo che il giacchio fusse acqua condensata, il quale perciò havesse maggior peso dell'acqua, che per consequenza doverebbe andar a fondo; dal qual errore mi tolse il S.r Filippo, dicendomi che il giacchio occupa maggior luogo dell'acqua: il che io poi anche provai per isperienza, e gli dissi la mia oppenione([32]), come possa essere che il giacchio si faccia dal freddo che condensi l'acqua e che ad ogni modo egli occupi maggior luogo; perchè si condensa non uniformemente, ma più tosto in diverse parti, fra le quali restano delle parti più rare, onde egli tutto insieme viene ad essere più raro dell'acqua, la qual difformità de parti è caggione che il giacchio perda in gran parte la diafaneità; et io credo haver a bastanza provato al detto S.r Filippo che tutti i corpi son diafani, la cui materia è totalmente uniforme, cioè non più rara da una parte che dall'altra.

Il S.r Filippo partì prima di haver la lettera che tratta del peso dell'aria([33]). Se V. S. mi ne farà parte, e della proportione che ha ritrovato fra il peso dell'aria e quello dell'acqua, lo riputerò a molto favore. E perchè V. S. mi dice ch'io le scriva qualcheduna delle mie speculationi, come che io habbia fatto puoco di buono, le dirò solo per hora che ho novamente ritrovato un modo, a parer mio nuovo, di cuocere senza fuoco, mediante il moto di due ferri che si riscaldano insieme; e fattane l'esperienza (sebene assai imperfettamente), m'è riuscita assai bene. Procurerò di farla di nuovo meglio; e questo et ogni altra cosa mia sarà sempre a' suoi comandi, poichè, come già le ho detto, V. S. può valersi d'ogni mia cosa e di me stesso; e mi serà gran favore, sempre che si compiacierà di farlo.

M'è di nuovo sovenuto, intorno a quello che ho detto di sopra, che le macchie del sole possono esser caggione di più e men caldo, che anche può essere che sien caggione della varietà de' tempi e delle mutationi dell'aria; onde non sarebbe per avventura inconveniente farne qualche esperienza, poichè prevedendos[i] le macchie alcuni giorni prima che sieno dirimpeto al centro del corpo solare, può essere che per questa via si possano prevedere i tempi per qualche giorni, che sarebbe di grandissimo giovamento a molti, e principalmente a' marinari. Col qual fine il S.r Gio. Batta Pinelli, a cui ho fatte le sue racomandationi, et io le bacciamo le mani.

 

Di Genova, all'ultimo di Gennaio 1614.

Di V. S. Ecc.ma

Ser.tor Aff.mo

Giob.a Baliano.

 

 

 

974**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 5 febbraio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 137. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Il Sig.r Cav.r Aquilani([34]) bacia le mani a V. S. Ecc.ma; anzi voleva scrivergli, ma io, perchè sapeva che non voleva scrivere altro che compimenti, l'ho impedito, con dirgli che non occorrono questi termini con V. S.: e questo l'ho fatto per difendere le sue reni dal scrivere la risposta. Questo Signore séguita di amarmi ed honorarmi con ogni affetto.

Ho scritto al Sig.r Principe([35]) intorno al negozio della casa([36]): quando n'haverò risposta, darò del tutto conto a V. S.

Qua io non ho possuto fare osservazioni di Giove per le continue pioggie: quando ne potrò fare, glie le manderò disegnate. Gli giorni passati viddi Venere di questa figura distintamente: l'ho fatta vedere a diversi, e ne restano meravigliati; ma per hora si attende a questo magro Carnevale, dove che spero a questa Quadragesima di havermi da pigliar qualche bel gusto. Séguito però a legger le mie ordinarie famigliari lezzioni d'Euclide e del suo veramente meraviglioso Compasso, la lezzione del quale è gradita sopra modo da questi Signori.

È stato qua da me quel navicella[io] che ha hauti i cantucci, e m'ha fatto fare un policino, con dire che non si sapeva trovare la casa di V. S., e m'ha promesso che li farà havere: però io ne mandarò delli altri, insieme con un poco di maccaroncelli, con la prima occasione. Tra tanto V. S. attenda a conservarsi in questi tempi fastidiosi, e lasci andare gli colombi, che da loro stessi si trasformaranno in cornacchie: dico, gli lasci andare con quello che si è fatto sin hora([37]), del quale ne basteria una carta sola a confondergli, se havessero cervello, e non si stanchi, con offesa della sua complessione, a farci altro, perchè a me, che so far di conto, mi riesce più una picciola doglia di V. S. che la total rovina di tutte queste pecore. Michele li fa riverenza, ed io me li ricordo servitore.

 

Pisa, il 5 di Feb.o 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Discepolo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

975*.

 

MARCO WELSER a GIOVANNI KEPLER [in Linz].

Augusta, 11 febbraio 1614.

 

Bibl. dell'Osservatorio in Pulkova. Mss. Kepleriani, Vol. L, XI.

 

.... Si illa in quibus te a Galilaeo dissentire scribis, commodo tuo in chartam breviter coniicias, mihi rem pergratam facias, et ipsi quoque Galilaeo, opinor....

 

 

 

976**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 12 febbraio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 26. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma le osservazioni de' Pianeti Medicei. Le distanze sono, al solito mio, numerate dalla circonferenza di Giove in diametri di Giove([38]); e le hore, dell'horologio comune della notte seguente il giorno notato.

Di quest'ultima io non m'assicuro, perchè li vidi ben tutti quattro, ma non affermo resolutamente che le distanze siino giuste: ben è vero che tre erano gli orientali, ed uno occidentale.

Gli ne mandarò dell'altre, acciò lei habbi occasione di guardarsi dall'aria della notte e non osservi.

Sono occupatissimo, perchè dimani si principia a leggere: però non sarò più longo; solo di nuovo li dirò, qualmente fui a far riverenza a Monsig.r Arcivescovo([39]), quale trattò meco molto amorevolmente, e non mi fece altra essortazione, come mi era stato intimato.

Il sugetto che io ho proposto a V. S. per humanista, è eminente, ed ha letto in collegii publici in Milano; ed è huomo da condur seco una ventina di gentilhuomini di quelli paesi. Ma di queste promesse andarò scarso con gli nostri Ser.mi Padroni, e solo li trattarò tanto quanto giudicarò essere servizio dell'AA. loro.

V. Sig.ria mi favorisca far intendere a Gio. Batta([40]) che se ne venga a' suoi studi, quando non sia per servizio di V. S. che resti; e me li raccomandi assai assai. E con questo me li ricordo obligatissimo servitore.

 

Di Pisa, il 12 Feb. 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo [Ser.re e Dis.]lo

D. Benedetto Cas.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

977*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 15 febbraio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 139. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Non tengo sin hora risposta di due scritte a V. S. l'ordinarii passati. Hora devo dirle solo che il S.r Gio. Batta Raimondi è passato a miglior vita, quale hebbe già dal G. D.a Ferdinando in cura una libreria di manuscritti scelti Arabici et insieme stampa, essendo mente di quel buon Prencipe uscissero a publico utile in luce; ma egli n'è stato solo strettissimo custode, havendo, a util delli nostri, poco o niente dato fuori, restando in ciò da parte l'util publico e honore che a questa gran Casa ne veniva. Io haverei desiderio particolare che sei o otto volumi di cose naturali e matematiche, che non habbiamo in latino, fossero tradotti e si stampassero, acciò non ne restassemo tanto tempo privi. Però mi farà gratia V. S. d'intendere che mente habbia S. A. in queste cose del Raimondi; e se le parrà ottenibile, veda d'impetrare che di questi volumi particolari si potesse far copia, a fine che fossero tradotti e stampati, dedicati a S. A. come conviene, chè noi abbiamo il S.r Don Diego d'Urrea([41]) che lo farebbe benissimo. Il tutto si farebbe con ogni sicurezza del'opre, e solo a questo fine: però ho voluto accennarlo alla prudenza di V. S., che potrebbe con buona occasione trattar questo negotio come di letterati suoi amici. Et essendomi tutt'il tempo rubbato da moltissimi negotii del mio accasamento, del quale diedi conto a V. S. le passate([42]), ho scritto la presente in grandissima fretta, giudicando bene V. S. fosse quanto prima avisata della sopradetta occasione. Bacio a V. S. le mani di core.

 

Di R.a, li 15 di Febr.o 1614.

Di V. S. molt'Ill.re

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

 

 

 

978**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 26 febbraio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 143. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Io non ho altro di nuovo da scrivergli, solo che ho hauti per novizii di matematica il Sig.r Abbate Grifoni, quale credo habbi a riuscire più che ordinariamente, il Sig.r Federico Capponi, ed un gentilhuomo Pisano. Nel resto séguito a leggere, e gli scolari si mostrano infervorati, di modo che mi lasciano pochissimo tempo. Un prete Genovese, che si mostrava duro a credere il moto della terra, è restato persuaso, solo dal'havere sentite le frivole ragioni delli avversarii: ed in particolare uno li disse, che la terra non si poteva muovere perchè egli ogni mattina, ogni mattina, ogni mattina, quando si alzava dal letto, si vedeva la porta della camera avanti, come l'haveva lasciata la sera; onde questo buon prete restò talmente scandalizato di questa balordagine, che disse che la quiete della terra non poteva essere, già che simili huomini la diffendevano: e così mi viene a trovare spesso con mio grandissimo gusto. Desidero poi di havere quella lettera scritta a V. S. da quel matematico Genovese([43]), perchè sarà incitativo gagliardo a questi signori Genovesi, miei scolari. E non occorrendomi altro, li bacio le mani, pregandoli sanità e contento.

 

Pisa, 26 di Feb.o 614.

 

Qua havemo predicatore a' Cavalieri un Cappuccino, huomo miracoloso. Lo vo a sentire ogni mattina.

 

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Ben.tto Cast.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.rn Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

979**.

 

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 febbraio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 141, – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or Oss.mo

 

Uno anno in circa dapoi che fui ritornato di Venetia, come haverà sino allora sentito, mi risolsi di entrare nella Congregatione nostra([44]); et a questo effetto venni a Roma, sono vicino a due anni, nel qual tempo non ho havuto occasione di scriverle. Con questa mi è parso di rompere il silentio, per dirle come, essendo quivi venuto a morte il S.r Gio. Batta Raymondo([45]), del quale essa deve haver piena contezza per essere stata creatura di S. A. S. et huomo di tante lettere, sento che la sua libreria è obligata alla medesima A. S.; e fra essa V. S. deve sapere che teneva in lingua Arabica li otto libri di Apollonio et alcune altre opere che erano in qualche credito: ma perchè mi immagino siano per venire nella bibliotheca di S. A. S., saria, a mio credere, beneficio universale, se per mezzo di V. S. facesse divulgare in qualche altro idioma li 4 libri ultimi di Apollonio, che mancano in latino; et senza una sopraintelligenza di un suo pari, temo non si vedrà a' nostri giorni questa opera compita. Si compiacci di farci un poco di consideratione; e parendoli approposito il tentarlo, V. E. credo ne sarà padrone. Et questo mio avviso nasce pure da quello antico affetto che hebbi a queste facoltà; e se bene dismessi, per applicarmi a studii sacri, la continoatione, mi compiaccio di veder quello che esce di novo.

Più mesi sono hebbi un'operetta sua delle cose che stanno su l'acqua, quale mi piacque sommamente per la sua acutezza; e veramente vi sono bellissime considerationi. Penso che havrà poi stampato qualcosa altro: e quel suo Systema([46]) desidero di sentire l'habbia perfettionato, nel quale spero sarà quanto si desidera et che manca nella doctrina de' secondi mobili. Mi sarà grato, dopoi tanto tempo, saper alcuna nova della sua salute; e prego N. S. Iddio a concederli il colmo di ogni felicità, con qual fine le bacio le mani.

Occorrendo scrivere, indrizzi le lettere([47]) alle Schole Pie.

 

Di Roma, a' 28 Febraro 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Servo Aff.mo nel S.re

Antonio Santini.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, in

Firenze.

 

 

 

980.

 

FEDERICO CESI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 1° marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 145-146. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Nel tardare la risposta di V. S., andavo dubitando le mie lettere fossero a sorte smarrite, il che mi sarebbe dispiaciuto; ma molto più, e senza comparatione, duolmi la cagion del trattenimento, che nella sua cortesissima, hor a punto ricevuta, sento: chè ben sarebbe tempo che, a forza degli ardenti desiderii di tanti che l'amano et a utile delle buone e vere scienze, cessassero l'importune indispositioni di travagliar V. S. Hor sia lodato Iddio che sta meglio, e viene la miglior stagione a giovarle.

Il S.r Colonna m'ha significato che in Napoli un frate, in una sua opra di cose teologiche e miste, s'era posto con molta collera e risolutione a riprovar li scoprimenti di V. S. e particolarmente i nuovi Pianeti, come pregiudiciali al Settenario e non figurati nel Candelabro; ma che crede non sia per far altro, parendoli haverlo a bastanza dissuaso con le raggioni e spaventato con l'esperienze.

Intesi qui in una conversatione che un poeta moderno (credo barzellettista, benchè nè anco potei intenderne il nome) componeva sopra i nuovi Pianeti in lode d'un Principe, alludendo con essi (non altrimente che s'egli ci havesse qualche ius sopra) al'arme di quello stellata, servendosene a suo modo, senza nomarli Medicei. M'è parso dover subito significar a V. S. l'uno et altro così confusamente come l'ho inteso, chè intendendone poi a pieno, come procuro, saprà il tutto; se ben poco pensiero bisognarà darsi di quella temerità che da sè stessa si condanna.

Le darò un'altra nuova, se pur saràle nova: Apelle è uscito in publico, facendosi torre la tavola davanti. Francesco Aguilonio, Gesuita, nel suo volume d'Optica, dato in Anversa frescamente in luce([48]), nel libro 5° et disputatione alla prop.e 56a, ha queste parole: Dicat alius, lunae maculas non earum rerum imagines esse quae in terris sunt, sed macularum quas superiore anno Christophorus Scheiner e Societate nostra, atque in Ingolstadiensi Academia matheseos professor, nomine Apellis post tabulam, primus in sole deprehendit; has, scilicet, una cum solis phantasia, in luna tamquam in speculo a nobis conspici: sed neque hoc recte affirmare quispiam poterit. Io certamente non so a che fine sia quest'Apelle venuto in palese; e resto maravigliato che pur gli pretendano il primato in questa osservatione i Padri, che sanno quanto prima V. S. ne trattò e le mostrò.

Mi sodisfece certo il Cicognini([49]), poichè, trovandomi alla veglia o festino scenico nelle nozze della Principessa Peretti([50]), mia cugina, vidi che fra l'altri pianeti haveva, con molto garbo, posti i Medicei in choro intorno Giove. Piacque lo spettacolo a tutti, e la novità inserta al suo luogo. Ben è vero ch'io mi feci sentire ad alcuni primati Peripatetici, che non potevano contenersi di ringhiare, come veternosi e nimici d'ogni cosa nuova.

Nel personaggio che V. S. m'accenna, conobbi anch'io, trattando seco, che non havea puro l'affetto verso di lei, poichè, lodando li scoprimenti di V. S. e celebrandoli degni della protettion di tal Principe, soggiunse che non sapea poi se fossero cose da sussistere realmente. Io risposi quello mi parve a proposito, e confesso che non vi ho trattato più volentieri.

Quant'a libri([51]), invero che è notabil danno de' studiosi che dormano così persi; e quelli ch'io desiderarei si traducessero, sono rarissimi, e sarebbono di non poco honore al Principe della cui libraria e sotto la cui protettione escono. La Camera qui pretende sopra detta libraria e stampe, et ha inventariato ogni cosa.

Quanto alli S.ri Antonini e Baliani, io sento con V. S.: aspettarò suo aviso, perchè possa conferir il tutto a' S.ri compagni, ch'altro non desiderano che soggetti di tale eminenza, acciò, inteso il tutto, si venga al'ascrizione.

Al S.r Lagalla ho detto il tutto: resta obligatissimo a V. S., et attenderà altra volta il suo favore([52]), sperando non debba tardarne molto l'occasione.

Il Cremonino Celeste, overo il Cielo del Cremonino([53]), pur gionse a Roma, et è poco ben visto da' superiori per que' suoi animali celesti o cieli animati. Io, ancorchè habbia pochissimo otio, pur lo vado tal volta leggendo, come V. S. mi accennò, gustando di sì bel cielo che i Peripatetici ci hanno fabricato; poichè io credo che deva distinguersi molto bene il peripatetico cielo dal reale, il rationale loro da quello che vediamo.

Hora non la tediarò più a longo. N. S. Iddio le conceda il compimento della sanità et ogni contento. Bacio a V. S. di tutto core le mani, e la prego a commandarmi.

 

Di Roma, il p.o di Marzo 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

S.r Galilei.

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

 

 

981**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 5 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 28a e 28b. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Ho sentito quel dolore che V. S. si può imaginare per la nova della sua indisposizione, tanto, come mi scrive, peggiorata. Per amor di Dio, Sig.r Galileo, lasciate andare tutte le stelle in malhora, e conservatevi la sanità, chè questa importa a V. S., a me, ed a tutti gli suoi cari. Io, che non patisco punto, osserverò con gli occhii del corpo; e lei con quelli dell'intelletto potrà conoscere senza danno quanto hora con tanto pericolo contempla.

Il primo di Marzo, la sera, osservai gli Pianeti Medicei, e ne feci la qui inclusa descrizione, notando le declinazioni, come V. S. potrà vedere. Li mando a punto quella che notai originale([54]), acciò possa conoscere che io non mi ingannai punto in notare le strane declinazioni di queste Stelle, che è finalmente quella a punto che lei mi ha mandata, senza che io possa conoscervi una minima differenza. Il secondo giorno fui assasinato dalle nuole. Il terzo, a quattr'hore dell'oriolo comune, stando la Spica della Vergine alta dall'orizonte gr. 28, osservai Giove in questa costituzione

che è la medesima con quella che V. S. mi ha mandata. Nel resto le continue nugole mi hanno prohibito l'osservare. Se mi daranno licenza, farò con ogni diligenza quelle altre osservazioni, come V. S. mi comanda. Tra tanto lei con ogni sicurezza (per quello che ho visto dalla constituzione del primo di Marzo) mi può mandare le predizioni di tutto questo mese, calcolate dalle tavole vecchie.

Ho poi sentito con gusto che Madama Ser.ma si compiaccia della mia servitù, nella quale assicuro ancor io V. S. che non manco in cosa che io conosca appartenersi al debito mio, purchè non ecceda le forze mie. È certo che, levato il tempo del dire il mio officio, la Messa e la predica, sto sempre occupatissimo con questi signori scolari, tra' quali il Sig.r Camillo Pozzobonelli bacia le mani a V. [S.], sì come ancora gli Sig.ri Ruschio, Cornachino e Cav.r Aquilani([55]).

Gio. Batta ha quasi finito la scrittura([56]): però V. S. potrà mand[ar] altra robba con l'occasione della Corte o altra sicura, acciò non si perda, perchè veramente sono cose da non lasciar andar male. Di queste che havemo qua, io me n'ho presi quelli gusti che lei sa che mi danno le cose sue. E con questo baciandoli le mani, li prego sanità ed ogni bene.

 

Di Pisa, il 5 di Mar[zo] 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Non mi scriva lettere, ma solo la nova se lei è megliorata, e non più che questo mi basta.

 

 

Oblig.mo Ser.re e Discepolo

D. Benedetto Castelli.

 

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

982.

 

TOMMASO CAMPANELLA a GALILEO [in Firenze].

[Napoli,] 8 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 147. – Autografa.

 

Al Sig.r Galileo Galilei.

 

Tutti filosofi del mondo prendono legge dalla penna di V. S., perchè in vero non si può filosofare senza uno vero accertato sistema della construttione de' mondi, quale da lei aspettiamo: e già tutte le cose son poste in dubbio, tanto che non sapemo s'il parlare è parlare.

Assai mi duole, come li scrissi questa està passata([57]), che s'è posta a trattar delle cose galleggianti etc., e c'ha scoverto tutto atomi, e niente altro più che relationi trovarsi etc., e molte propositioni che non può assicurarle et dir che fosser vere, e molte che non si ponno sostenere così facilmente; talchè ha dato manica a' nemici di negar tutte le cose celesti che V. S. ci addita. Io scrissi 4 articoli sopra quel Discorso, et in molte cose semo d'accordo; e che tutti li corpi vadino al centro del proprio sistema, in quanto corpi, io dico con V. S., ma non in quanto tali: che la pianta naturalmente cresce in su etc., e 'l fuoco gitta i monti per salire; tantum abest che desideri star sotto o sia espulso, mentre espelle per salire etc. O Dio, qualche peccato fu questo, per humiliar la immensa superbia in che V. S. potea sormontare, scoprendo a' mortali tante gran cose tanto felicemente. Però vorrei che pigli questo da Dio, e ci vada scoprendo li teatri e scene nelle quali rappresenta il Senno eterno tanti gran giochi di rote sopra ruote.

Io fo la nova Teologia, dove mostro che la Scrittura Sacra e li Rabbini e' Padri antichi tutti sono di questa opinione; già son al 4° libro. V. S. armi lo stile di perfetta matematica, e lasci li atomi per da poi etc.; e scriva nel principio che questa filosofia è d'Italia, da Filolao e Timeo in parte, e che Copernico la rubbò da' nostri predetti e da Francesco Ferrarese([58]), suo maestro, perch'è gran vergogna che ci vincan d'intelletto le nazioni che noi havemo di selvagge fatto domestiche. Io, sepolto, fo quanto un vivo per V. S. e per l'honor commune. Per amor di Dio, lasci ogni faccenda d'altri scritti, e solo a questa attenda, chè non sa se morirà dimane, etc.

Per le sue infirmità io m'offersi a quel che posso: dissi che mi scriva l'historia di quelle, e mi dia la sua natività; e non l'ha fatto. Non sprezzi V. S. gli avvisi d'amici, perchè non omnia possumus omnes. Anassagora vedea le stelle, e non lo fosso. Il Principe nostro([59]) dice che per lui la chiese a V. S., e che non vol darla, dicendo che non ci crede. Io stupisco, perchè, se V. S. non ci crede, perchè nell'epistola dice al G. D. che  in sua genitura li diede([60]) etc.? Dunque l'ha burlato. Absit. Non è licito a V. S., come poeta, servirsi d'opinioni false, credute dal solo volgo, etc. Pur io son certo ch'è piena di fallacie questa dottrina, ma ci stan dentro pur cose divinissime; nè si può negare che tanti sistemi, reflettendo le luci l'un all'altro, non faccino varietà ordinaria non solo a' corpi grandi, ma anche alli piccioli: e si vede l'heliotropio e lupino e salce e tiglia haver simpathia col moto della latitudine o longitudine; e che il sito fa pur assai varietà e naturalità, è chiaro anche ne' corpi morti, nuotanti con la faccia al cielo, secondo furo nell'utero materno, etc. Assai haveria che dire, e ne fei sei libri, e spiegai la superstitione. In questa dottrina si procede per scienza e per coniettura e per sospitione; distinguendo, non s'erra troppo: sia detto con sopportatione. All'ignoranti non parlo così libero, ma alli savii, che ricevono meglio le riprensioni che l'adulationi, o correggeno a vicenda il riprensore. Et io tengo sempre in me quel principio del Vangelo: Quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite illis, etc.

Resto al suo comando, e prego, quando manda qualche cosa fuori, ch'io sia delli primi ad haverla per via del Principe nostro inclito e del Sig.r Bartolino, che l'inviarà questa. Il Signor Dio la conservi per benefitio universale. So ch'occorrendo col G. D., farà etc. Dell'offerta di denari che mi disse il Tobia([61]), la ringratio; tengali per sè. Io non posso offerir a lei se non affetto, e quel poco di fatica che m'è permessa dall'arcasinità a cui, per li peccati della gioventù, Dio mi sottopose etc.

 

 

T. C.

8 di Marzo 1614.

 

 

Scrissi [...] in natura è composta di violenza e spontaneità nelli corpi.

 

Fuori: A Giovanni Bartolini, che Dio guardi.

 

Roma.

In casa dell'Ill.mo Card.l Cesi([62]).

 

 

 

983*.

 

GALILEO a GIO. BATTISTA BALIANI in Genova.

Firenze, 12 marzo 1614.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta A. F. XIII, 13, I. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re Osser.mo

 

Prima che risponder alla gratissima lettera di V. S., devo far mia scusa della tardanza nel riscrivergli, cagionata dalle varie mie indisposizioni che da molti giorni in qua mi travagliano assai più del consueto: e come quelle che dependono in gran parte da disagi patiti per lo scrivere, così da quello ricevo notabil danno; onde mi è forza pigliarmi spesso di quelle licenze con i miei padroni, che non prenderei s'io fussi in migliore stato di sanità. Però V. S. mi scuserà, prima della dimora, e poi della brevità, la quale, contro a mia voglia, mi bisogna usar seco.

Io gli rendo grazie della fatica che si è presa in legger le mie Lettere e l'altro trattatello([63]). E quanto all'essenza delle macchie solari, io veramente non ardirei mai di affermarne cosa alcuna, se non a quello che par che le si assimiglino, delle cose conosciute da noi: ma a quante più cose hanno similitudine, tanto più è dubbio l'affermar di loro quel che le sieno; oltre che posson esser mille cose ignotissime a noi. Quanto a le piazzette([64]) più lucide, le sono assai meno osservabili che le macchie, e non se ne veggono sempre di molto apparenti. Parmi ben di scorger tutta la faccia del sole di luce, per modo di dire, eterogenea, cioè come circondata da una sottil nugola di disegual trasparenza. Quanto a quel ch'io scrivo a fac. 51([65]), io veramente non ho hauto intenzione di dir che 'l corpo solare, rivolgendosi in sè stesso, non fusse per ricever qualche impedimento dall'ambiente che stesse fermo; ma hebbi pensiero di dir che, dato che l'ambiente si girasse intorno al sole, esso ancora da tal rivolgimento sarebbe menato in volta: però V. S. mi favorirà di riveder quel luogo, perchè forse ne potrà cavar questo senso che non ha dell'improbabile, sì come l'altro sarebbe veramente erroneo.

Quanto alla sustanza delle stelle, io fo gran differenza tra le fisse e l'erranti; e tengo per fermo che le fisse sien lucide per loro stesse, siccome mi par esser certo che i pianeti ricevvino 'l lume dal sole: però quanto alle fisse, come splendidissime, non credo che agl'occhi nostri potessero esser trasparenti. La sustanza interna de' pianeti potrebbe esser diafana; ma bisogna di necessità por la superficie loro ruvida, la qual ruvidezza rende agl'occhi nostri opaca qualunque materia trasparente: talchè, per quel che appartiene a noi, non credo che possiamo comprender tali corpi se non come opachi quanto una pietra, e che, in conseguenza, come tali devano esser giudicati e forse creduti, non apparendo ragion alcuna sin qui per la quale si devino stimar essenzialmente diafani, ma resi poi opachi con l'asprezza della superficie.

Non ho per ancora osservata la stella nuova del Cigno: lo farò se mai verrò in stato di potere star all'aria notturna, a me di presente perniziosissima.

Quanto all'opinione del Copernico, io veramente la tengo sicura, e non per le sole osservazioni di Venere, delle macchie solari e delle Medicee, ma per l'altre sue ragioni, e per molt'altre mie particolari che mi paiono concludenti. Che poi la sustanza celeste sia tenuissima e cedente, io l'ho creduto sempre, non havendo mai sentito forza alcuna nelle ragioni che s'adducono per provar il contrario. Nell'opinione del Ticone mi ci restano quelle massime difficoltà che mi fanno partir da Tolomeo, dove che in Copernico non ho cosa alcuna che mi apporti un minimo scrupolo([66]), e men di tutte le instanze quelle che fa Ticone contro alla mobilità della terra in certe sue lettere([67]).

Il pensiero di V. S., di scaldar tanto con 2 ferri, mi è parso bellissimo, e credo che il modo sia altrettanto ingegnoso; il quale io sentirò volentierissimo, quando V. S. havrà determinato di farne parte ad altri amici suoi.

Per pesar l'aria, io piglio un fiasco di vetro AB, grande come la testa d'un huomo incirca, il quale nel collo habbia la strozzatura B, per potervi legar fermamente un ditale di cuoio CD; il qual ditale nel mezo habbia un'animella da pallone ben fermata, per la quale con uno schizzatoio caccio molt'aria nel fiasco AB, havendolo prima pesato in una bilancia esatta; e dopo havervi compressa molt'aria per forza, la quale in virtù dell'animella resta carcerata, torno a pesare il fiasco e trovolo notabilmente più grave: e però salvo appartatamente il peso che bisogna aggiunger di più, il quale vien a esser il peso dell'aria straniera. E per assicurarmi che non ne vada traspirando punta, metto innanzi nel fiasco un poco d'acqua, e tenendolo sempre con la bocca in giù m'assicuro che l'aria non può uscire, perchè prima caccerebbe l'acqua et io la vedrei gocciolare. Resta hora che io misuri l'aria estranea. Però piglio un altro simil fiasco EFG, col collo strozzato in F e con un piccol foro in G, e con la bocca che termina sottile, come si vede in E, dove è il foro assai stretto. Questo lo lego nella parte inferiore del ditale, cioè verso D, sì che la punta E risponda incontro al foro dell'animella; e dopo haverlo saldamente legato, spingo la punta E contro al coperchietto che serra l'animella; et apertolo, l'aria compressa del vaso AB fa impeto e caccia fuora l'acqua dell'altro vaso per il foro G, e séguita di cacciarne tanta, quanta è la mole dell'aria che esce dal vaso AB: e questa è tutta quella che v'era compressa oltre alla costituzione naturale. Salvando dunque l'acqua che verrà fuori del foro G, la peso poi diligentemente, e trovo quanto ella sia multiplice in peso all'aria che fu pesata nel vaso primo: la quale, per quanto mi ricordo, pesava circa 460 volte più; ma non me n'assicuro. Si può reiterar l'operazione molte volte, per venirne in certezza.

Torno a pregare V. S. che scusi il mio scriver alla laconica, perchè non posso diffondermi conforme al desiderio e debito. Mi comandi e conservimi la grazia sua e del Sig. Pinelli; e ad amendue bacio le mani, e gli prego da Dio felicità.

 

Di Firenze, li 12 di Marzo 1613([68]).

Di V. S. molto I.

Ser.re Parat.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.n Cole.mo

Il S. Giambat.ta Baliani.

Genova.

 

 

 

984**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 12 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 30. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Finalmente ieri sera hebbi grazia di vedere sua Maestà, dico Giove, e vi si trovorono presenti diversi signori Genovesi, ne' quali caminò del pari il gusto e la meraviglia in vedere riscontrare tanto per l'apunto il tutto. Furno presenti alle dua prime osservazioni; e così, sicuri che il tutto dovesse caminare come V. S. prediceva, si partirono sodisfattissimi.

L'altezza di Giove e delle stelle fisse che io nomino, sono state prese da me con il quadrante del suo compasso, dalle quali poi ne ho cavate le ore dal tramontar del sole con la sfera agiustata a 43 gr. di elevazione di polo, supponendo che Giove sia intorno al 25 gr. della Libra con latitudine settentrionale di gr. 2, nel che non credo che possa essere errore notabile. Con altra più esquisita maniera non ho potuto pigliare il tempo: a V. S. non mancarà modo. Le osservazioni sono le poscritte([69]), quanto più diligenti si sono possute fare.

Il Sig.r Federico Capponi studia matematica con suo grandissimo gusto e profitto. L'istesso fa il Sig.r Abbate Griffoni, il Nerli, Guadagni, Abbate Stufa, Minorbetti e Barducci. V. S. mi faccia grazia di darne nova, per particolar mio disegno, alli Sig.ri Niccolò Arrighetti e Benedetto Pandolfini, a' quali mi ricordo servitore obligatissimo, insieme con tutti quelli altri Signori miei padroni; ed a lei bacio le mani, pregandoli dal Cielo ogni bene.

 

Pisa, il 12 di Marzo 614.

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

985*.

 

MARINO GHETALDI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 15 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 148. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.o

 

Questi giorni passati feci stampar il secondo libro del mio Apollonio redivivo([70]), del quale mando a V. S. un essemplare per segno di riverenza che le porto et per memoria della nostra antica amicitia. So che per le sue occupationi delle intente osservationi celesti non haverà tempo da legerlo; non di meno, per la ricreatione che portano agl'huomini le varietà, non potrà esser che non le darà una ochiata, se non per altro, almeno per censurarlo, perchè non nego che non habi bisogno della censura. Con che fine baciandoli le mani, li prego da Dio ogni compita felicità.

 

Di Venetia, alli 15 di Marcio 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.re

Marino Ghetaldi.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, a

con un libro.

Firenze.

 

 

 

986**.

 

TOMMASO GIANNINI a GALILEO in Pisa.

Ferrara, 15 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 145. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Questa mia operetta([71]), la quale ho data alle stampe più tosto indotto da altri che per desiderio di lode alcuna, mando a V. S. Ecc.ma, acciochè pervenendo alle sue mani goda di quell'honore che suol recare la sola vista de gli huomini illustri, e le sia segno della molta osservanza che le porto; in virtù della quale sarò sempre tanto pronto a' suoi comandamenti, quanto io la prego ad essere cortese nell'aggradir questo mio picciol dono. E le bacio le mani.

 

Di Ferrara, li XV di Marzo 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Tomaso Giannini.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Pisa([72]).

 

 

 

987.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 19 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 150. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Hebbi dal Sig.r Enea([73]) il piego di V. S., con gli vetri esquisiti, constituzioni Medicee e 'l finale della Colombeide([74]). Delli vetri feci prova in camera del Sig.r D. Antonio([75]) la sera stessa in osservare Venere; e v'imbattè a punto Mons.r Ill.mo Arcivescovo([76]), quale mostrò meravigliarsi sopra modo di questo e delli altri ritrovati di V. S. Ma havendo soggionto il Sig.r D. Antonio non so che delle montuosità lunari, subito uscì con dire che quello non poteva essere, e che sopra questa materia ne haveva hauto longo ragionamento con V. S. in casa del Sig.r Filippo Salviati; ed in somma invitò me a farmi vedere che io non ero buono (e furono parole sue formali) nè mi sarebbe bastato l'animo mai di persuaderlo simil cosa. Io, che sono di mente assai docile quando mi si parla chiaro, restai senz'altra prova, sicuro esser vero quanto S. S. Ill.ma della insufficienza mia pronunziava. Dopo questo entrassimo in discorso del stabilimento de' moti dei Pianeti Medicei; ond'io, presa in mano la carta, dopo havergli con ogni meglior modo dato ad intendere la esquisitezza di quelle constituzioni future, v'aggiunsi la cognizione delle declinazioni delle medesime stelle, che V. S. ha tanto essatta che non falla mai d'un punto in predirle: ed il tutto veniva con grand'affetto essagerato dal Sig.r D. Antonio, di modo che Monsig.r Ill.mo si pose anch'egli a dar parte delle meritate lodi([77]) a V. S. Finalmente mi parti', ed a casa osservai gli Pianeti, quali caminano obedientissimi.

Lessi finalmente l'ultima crudele, non spennacchiatura, ma scorticatura, anzi anatomia sin all'ossa, del povero Colombo, e tutta è meravigliosa, ma bisogna metterci del buono a farlo passare, perchè non ci mancaranno intrichi, che tentaranno con ogni via d'impedir che non si stampi([78]).

Per la frequenza de' scolari, acciò non fossi di fastidio alle signore del Sig.r Silvio, mi sono ritirato in casa del Sig.r Matteo Panzanini, mio scolare, sino che si farà il capitolo de' Cavalieri; poi ritornarò nel medesimo palazzo, dove ho lasciate ancora la maggior parte delle robbe. Hora poi sto male di catarro, e peggio son stato gli giorni passati; ma spero starmene meglio. La Corte è a Livorno. Altro non ho di novo; vivo tutto suo al solito, e con comodità sicura li mandarò quattro cantucci. Tra tanto si conservi e mi comandi, chè sa bene quanto li devo; e li bacio le mani.

 

Pisa, il 19 di Marzo 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Quanto alli occhiali, se io ne havessi, li venderei senz'altro, quando fossero buoni; ma così in aria non so come fare. Gio. Batta ha finita la scrittura, e la mandarò con la prima occasione.

 

 

Oblig.mo et Aff.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.rn Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

988*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 152. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Ricevo con la gratissima di V. S. il favor che mi fa de' christalli, accomodati da lei per telescopio celeste. Li porrò al tubo, l'aggiustarò alla mia vista, ci goderò pienamente i suoi nuovi lumi, i suoi mirabili scoprimenti. Starà in questo Liceo a pro de' Lincei, contemplatori della natura sublime, in celebration del'opre sue. Ne ringratio hora V. S. con ogni affetto, essendomi carissimo, e tanto più quanto che tutti i miei, et altri che si fanno o vengono qui, che sin a questo tempo ho provati, non arrivaranno di gran lunga a tal perfezione. Ho lasciato io per non poco intervallo il farne a mio gusto lavorare, per il difetto della materia che qui viene e della diligente patienza in chi lavora. Haverei gusto particolare sentir che V. S. ne provasse in altre figure che si giudicano migliori ad ingrandire, poichè non le saria punto difficile il far che restasse superata ogni difficultà del lavoro.

Haverà V. S. già veduta l'optica del'Aguilonio che smaschera Apelle, come le accennai([79]), et l'Apollonio redivivo, ultimamente dato in luce dal Ghetaldi([80]). Altro non le dirò hora; solo, ricordandomele obligatissimo e desiderosissimo mi commandi, bacio a V. S. le mani. N. S. Dio le conceda ogni contento.

 

Di Roma, li 21 di Marzo 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

 

 

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

 

 

 

989**.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Firenze].

Pisa, 23 marzo 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 147. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re

 

Io e tutti questi Signori suoi affezionati stiamo afflitti per la nova della sua indisposizione, tra' quali il Sig.r Cav.r Girolami e 'l Sig.r Cav. Aquilani([81]) particolarmente con V. S. si condogliono e li baciano le mani. Dal detto Sig.r Cav.r Girolami, con occasione di un'orazione che reciterà al capitolo de' Cavalieri, vien fatta honorata menzione di V. S., e degnamente; ed in oltre favorisce ancor me con honorato passaggio, sì come ho saputo da persona che ha vista quell'orazione. Questo scrivo a V. S., perchè sappia che le cose mia gradiscono alle persone di garbo, sì come, per essere indrizzate in bene, affliggono e tormentano gli invidi e maligni.

La Colombeide([82]) è finita, e Gio. Batta la rimanda. V. S. mi faccia grazia, al latore, che è il Sig.r Federico Capponi, dar segno che lei mi ama, perchè io fo gran conto di questo Signore, mio scolare e padrone, ultimo quanto al tempo, ma credo primo di spirito. Non altro: li pregio dal Cielo sanità con ogni bene, e li fo riverenza.

 

Pisa, il 23 di Marzo 1614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

Fo profonda reverenza al S.r Canonico Nori([83]) e l'istesso fa Giob.a([84])

 

 

 

 

990*.

 

PAOLO POZZOBONELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 23 marzo 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 125. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

Da dura necessità sono astretto di far camino contro mia voglia in questi giorni, et però non ho potuto essequire il mio proponimento di passar di costì. Prego V. S. a compatir la mortificatione che ricevo della privatione di tanto mio contento; ma ho giudicato ristorarla, se a Dio piacerà, venendo a star costì qualche più quantità di giorni con la compagnia del S.or Chiabrera([85]) nostro. Io da casa scriverò a V. S.; ella si compiaccia di tenermi per servitore, et in cose sue et di amici valersi del poco esser mio, acciò mi possa honorare et pregiare di esser tale. Faccimi gratia a favorirmi de l'occhiale([86]), mandandolo qui al nostro compitissimo Padre([87]), perchè a lui lascio forma et di sodisfare la spesa et di mandarmi detto occhiale. Li bacio le mani, e prego Dio che la feliciti.

 

Di Pisa, li 23 di Marzo 1614.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

S.re Aff.mo antich[..]

Paolo Pozzobonelli.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.r D.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

991**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 2 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 154. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Hoggi solamente ho riceute le constituzioni dalli 21 di Marzo sino li 3 d'Aprile; e per essere stato il tempo nugoloso, non ho fatte osservazioni di sorte alcuna, da ieri sera in poi, che fu il primo d'Aprile, alle tre hore, e riscontra meravigliosamente con quella che V. S. mi ha mandata. Forsi questa sera sarò a Palazzo da Madama Ser.ma, e farò ivi l'osservazione.

Il S.r D. Antonio([88]) séguita a favorirmi, e tratta meco molto domesticamente: ma io ogni giorno me li presento novo avanti, senza mostrare di avanzarmi in cosa alcuna per i favori che S. E. mi va facendo, e così spero conservarmeli servitore.

Desidero intender nova della salute di V. S., della quale moltissimi di questi Signori e Cavalieri e gentil huomini ne sono gelosissimi, ed io sopra tutti, e per l'obligo che li tengo, e, per dire il vero, che dice ancora il Sig.r Niccolò Arrighetti nostro, per l'interesse che habbiamo tutti nella conservazione di V. S. Il Sig.r Aquilani, S.r Cav.r Girolami, arditissimo e vivo diffensore della gloria di V. S., li baciano le mani, insieme con li Sig.ri Ruschi e Cornachini, S.r Pozzobonelli e Gio. Batta. Io me li ricordo obligatissimo servitore.

 

Di Pisa, il 2 d'Aprile 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Discepolo

D. Benedetto Castelli.

Li ho mandata hoggi la copia delli sessanta cantucci che erano persi. Son tutti fini, e sono consegnati ad un tale Emilio navicellaio, che parte domattina.

 

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A. S.

Fiorenza.

 

 

 

992.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a GALILEO in Firenze.

Genova, 4 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 156. – Autografa.

 

Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Non mi ha dato per altro tanto gusto la lettera di V. S., che non mi habbia etiamdio apportato molto dispiacere il veder la poca sua sanità, che pur sarebbe il dovere che i pari suoi godessero di longhissima vita con buona salute, per potere con le loro fatiche apportar di quei giovamenti al mondo, come V. S. va facendo tutto il giorno.

Io risponderò brevemente alla detta carissima sua lettera([89]), e perchè resto appagatissimo delle risposte che V. S. fa alle raggioni mie, le quali più tosto io le scrissi per haver a imparar qualche cosa dalle sue risposte, che perchè io mi havessi dubbio veruno che V. S. havesse detto cosa nelle sue Lettere che non stesse affatto benissimo, e tanto più che l'essere così piene di dottrina e novità è stato cagione che io, da che scrissi a V. S., ne rimasi privo e lo son tuttavia, perchè non ho poco che fare in mandarle a questo e a quello curioso di vederle, chè non mancano a Genova di quelli che son curiosi di cose di mattematica, e principalmente di quelle di V. S.

Vedo che non dice cosa veruna intorno a quel ch'io le scrissi, che il variare delle macchie solari potrebbe per avventura esser cagione della varietà de' tempi: e questi ultimi giorni di Marzo sono stati tempi più freddi e turbati di quel che pare che comporti la stagione; e se bene io so che se ne può dar la causa alla congiontion di Saturno col sole, io non mi posso però dar ad intendere che non possa essere che siano state questi giorni, e sieno tuttavia, più macchie e più dense nel sole, di quel che si fussero il mese di Gennaio.

Mi è stato oltre modo caro la ingegniosa maniera di ritrovar il peso dell'aria: e perchè V. S. desidera ch'io le dica il modo di cuocer senza fuoco([90]), io ho fatto far un vaso di ferro col fundo piano, rotondo, di diametro circa una spanna, et un altro ferro, pur rotondo e piano, dell'istesso diametro, il qual ferro io faccio voltar velocemente, o per mezo d'una ruota grande o di acqua corrente, sopra il quale faccio posare il fundo del detto vaso, che stia ben fermo. Hor donque con lo stropicciarsi insieme si riscaldan tanto i detti due ferri, che si riscalda anche e si cuoce ciò che si pone dentro nel vaso. E per hora faccio fine, et a V. S. baccio le mani e le priego presta e longa sanità; e quanto prima vedrò il S.r Pinelli, gli farò le sue racomandationi.

 

Di Genova, alli 4 Aprile 1614.

Di V. S. Ecc.ma

Ser.tor Aff.mo

Giob.a Baliano.

 

Fuori: All'Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

993.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a MARCO WELSER [in Augusta].

Venezia, 4 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. X, car. 65-66. – Copia di mano dello stesso Sagredo (cfr. n.° 997). In capo alla lettera si legge, d'altra mano sincrona: «Copia di lettera scritta al S.r Marco Velser»; e una terza mano, un po' più recente, aggiunse: «dal S. G. F. Sagredo».

 

Molto Ill.re Sig.r mio,

 

Ho trascorso le lettere di Apelle([91]), et parmi haver molto ben avvertito le conclusioni che egli tiene, gli argomenti con li quali si crede provarle, i schermi che egli adopera per coprirsi dalle opposizioni fatte al suo calcolo, et ancora le punture che usa per ferire la riputatione altrui: et in vero, sicome nella maniera di trattare egli mi è riuscito oltre modo pretendente et in tutto privo di quei termini che sono dovuti tra chi professa virtù et nobiltà, così nella intelligenza si è scoperto manco provetto di quello che si mostrò nel calcolo. Io scrissi sopra le sue equationi([92]) modestamente, et scrissi il vero; egli scrisse sopra il mio giuditio arditamente, et conclude il falso. A lui non intendo dare alcuna risposta, poichè le sue lettere sono piene di dottrina così falsa, che io comprendo non poter o dover imparar da lui altro che fuggire i suoi errori; et all'incontro io lo trovo tanto colmo di pretensione, che quanto meno lo scorgo desideroso di apprendere la verità, tanto più lo giudico indegno che gliela mostri.

Io son gentil huomo Venetiano, nè spesi mai nome di litterato; portai ben affetto e tenni sempre la protetione de' litterati: nè attendo avantaggiar le mie fortune, acquistarmi lodi o riputatione, dalla fama della intelligenza della filosofia et matematica, ma più tosto dalla integrità et buona administratione de' magistrati et nel governo della Republica, al quale nella mia gioventù mi applicai, seguendo la consuetudine de' miei maggiori, che tutti in quello si sono invecchiati et consumati. Versano i miei studii circa la cognitione di quelle cose, che come christiano devo a Dio, come cittadino alla patria, come nobile alla mia casa, come sotiabile agli amici, et come galanthuomo et vero filosofo a me stesso. Spendo il mio tempo in servire a Dio et alla patria, et essendo libero dalla cura famigliare ne consumo buona parte nella conversatione, servitio e sodisfattione degli amici, e tutto il resto lo dedico alle commodità et gusti miei; et se tal volta mi do alla speculatione delle scienze, non credi già V. S. che io mi prosumi concorrere co' professori di quelle, e tanto meno garrire con loro, ma solo per ricreare il mio animo, indagando liberamente, sciolto da ogni obligatione et affetto, la verità di alcuna propositione che sia di mio gusto: onde non s'aspetti, che, essendo io provocato da Apelle, vogli hora transcurare i negotii o abbandonare i miei commodi et gusti per rispondere alle sue cavillose et false disputationi, o per difendere le mie opinioni dalli suoi paralogismi et maledicenze. Bastimi dire a V. S. che le assertioni da me scritte sono vere nella maniera apunto et al proposito che le scrissi; il calcolo di Apelle, errato nel modo che lo considerai; le lettere di lui, piene di errori, tra' quali inescusabilissimo è quello di credere che si possi instituire una solennità per tutto il mondo, senza che nella celebratione tra due luochi vicini o contigui vi sia effettual differenza, non dico di denominatione, ma ben di un giorno di tempo. Perde il semplice Apelle il tempo, la carta et l'inchiostro, in provare le cose chiarissime, forse per dare ad intendere a' semplici di essere difensore della verità; conculca il parlar commune con le puntualità indivisibili mathematiche per cavillare contra chi parla sodamente; et poi mette in disputa le cose dimostrative, concludendole con falsità, confidato per aventura nel suo nome incognito, come gli auttori del Filotheo([93]) et del Squitinio([94]), ma invano, perchè si sa benissimo chi li scrisse, et con qual affetto et interesse.

Mi duole solamente che per questa occasione dispiacevole mi si convenga scrivere a V. S. et parlare in tal modo di amico, sicome credo, amato e stimato molto da lei: ma non si meravigli se io, per questa volta et in questo caso, non posso concorrere con l'affetto et voler suo, poichè, sicome debbo lodare l'amicitia et la stima che ella fa di lui per haver sempre dimostrato seco buona dottrina et usato termini civili, così parmi meritar scusa se essendo egli stato meco in tutto contrario, habbia in me partorito effetto diverso. Appelle si è acceso contro di me, perchè non ho approbata la sua dottrina; et pur bastava che col dimostrarla m'havesse convinto, et in quanto egli si è forzato far questo, io non ne ricevo disgusto: ma la maniera, lo sprezzo et il mal modo usato in questo suo mal fondato tentativo, congionto con lo essersi dicchiarito incapace del mio quesito et con la falsità della sua conclusione, mi ha certo in qualche parte conturbato. Però supplico V. S. escusarmene e troncare seco ogni disputa per non accenderlo maggiormente, acciò, trattando io per l'avenire con lei di materie più dolci, fugga ogni sospetto di poterle apportar noia. Basta che io ami et riverisca V. S., e disideri servirla([95]) et ubbedirla in tutto quello che si compiacesse commandarmi, et che mi dolga che la fortuna habbia voluto in questo caso dispiacevole interporvi la sua persona. Che sarà fine di queste, etc.

 

In V.a, a 4 Ap.e 1614.

 

 

 

994*.

 

CONTE CONTI a GALILEO in Firenze.

Parma, 11 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 108-109. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Per mio trattenimento vo facendo alcune considerationi sopra il Genesi, e parmi haver trovato il senso litterale per capire quello che Moisè intende per firmamento: che sia (ciò è) un corpo con tutte le sue dimensioni, il quale passando per il centro dell'universo, occupi tutto lo spatio che si comprende sotto i tropici, dentro al quale, come dentro ad una scattola (per dir così), fussero poi collocati i pianeti e la terra che noi habitamo, e ciascuno faccia il suo moto sopra i poli del zodiaco. Da che cavo che l'arco iride, dato da Iddio a Noè per segno di non volere inondare mai più il genere humano, sia un segno di ciò per natura propria demostrativo, perchè mentre quest'arco puol apparire, è impossibile che si facci diluvio, perchè è segno che necessariamente suppone che non siano più l'acque in quel loco nel quale, per la narratione litterale di Moisè, è forza che fussero collocate quando Iddio creò il mondo; e non potendosi il diluvio fare naturalmente senza quell'acque, ne segue per necessità che l'apparenza dell'iride dimostri necessariamente che non si farà più diluvio. Tutto questo ch'io ho detto di sopra, si prova (secondo me) alla lettera con il testo di Moisè, e si comprova con ragioni matthematiche e fisiche e con diversi lochi della Scrittura che confermano l'istesso; di modo che non mi pare che possa replicarsi. Ma io non me estendo a dirne le ragioni a V. S., nè meno farlene le figure, perchè passeria il termine di lettera se io volesse trattarne distintamente come conviene; ma spero in Dio ch'haverò pur fortuna un giorno di rivederla e poterla servire, et all'hora a bocca confido di provarle questo mio pensiero per verissimo. In tanto son forzato di supplicarla a contentarsi di farmi gratia di mandarmi una positura de i pianeti conforme all'opinione ch'ella ha, ponendo il sole nel centro; perchè, sì come io credo senz'altro, per quello che V. S. mi ha honorato d'accennarmi altre volte (che per ciò io ci ho dopo fatta consideratione), ch'in questa maniera stia veramente la positura, così voglio fare le demostrationi mie con questo supposito: ma per non errare nella positura degl'altri pianeti, son forzato (come ho detto) a supplicarla che me la vogli mandare, non la ricercando già d'accennarmi ancora qualche cosa de i moti, perchè, sicome strapassa la mia speranza di poter ottenerlo, conoscendo molto bene di non meritar tanto, così voglio fugire la nota seco di troppa presuntione. Ardisco ben di pregarla a farmi gratia, se puole, di mandarmi quelle due operette che V. S. fece, che l'una tratta delle cose che galleggiano sopra l'acqua, e l'altra delle macchie o nuvoli all'intorno del sole, perchè, se bene io hebbi fortuna di legerle, ch'il S.r Prencipe di S. Angelo([96]) me le diede, nondimeno desidero sommamente di poterle di novo ben godere, perchè all'hora fui impedito, chè me privò de' libri chi haveva ahutorità di comandarmi, e li volse per sè.

Signor mio, a me, che sono ammiratore delle sue scientie e delle sue rarissime qualità, si puol perdonare ogn'atto ch'in altri forse paresse troppo ardito; e però, se pure conoscesse in questa mia domanda qualche nota di questo vitio, la supplico a compensarla con il desiderio ch'io ho d'imparare da lei, e con la certezza (ch'io stimarò sempre per favore) che V. S. mi comandi tutto quello che le tornerà comodo, perchè io notarò [..]lla partita di grandissimo acquisto il poterla servire. E le bacio la mano.

 

Di Parma, gl'XI Aprile 1614.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Cordialiss.mo come fratello e <…>

Conte Conti.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

[.... G]alileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

995.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 12 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 158. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

 

Perchè, dopo molte considerazioni e negozio, il nostro Bibliotecario([97]) ha per concluso buon modo con un libraro (come in breve se ne darà conto a V. S. a pieno) circa la fedel impressione e diligente distribuzione de' libri che il consesso in commune, o alcuno de' compagni in particolare, vorrà che per questa via più sbrigatamente eschino in luce; e perciò gran parte de' libri delle Macchie, che stavano trattenuti, dovranno a questo consegnarsi, e mandarsi fuori in più luoghi; sarebbe molto a proposito se portassero seco altre cinque tavole, in vece delle già passate, delle predizioni delle costituzioni de' Medicei per li mesi autunnali a venire, Ottobre e Novembre. Onde m'è parso accennarlo a V. S., acciò trovandosi tal fatiga fatta, o vero non essendole scommodo e parendole farla, possa arricchirne il libro, a nuova confusion delli invidiosi. Bisognarebbe però molto presto, acciò s'intagliasse et imprimesse a tempo, chè i librari s'incaminano di Maggio per la fiera autunnale.

Altro non le aggiugnerò, riserbandomi scriverle più a lungo con più tempo; se non che sono desiderosissimo d'intender nuova di V. S., e che mi comandi. N. Signore Dio la conservi.

 

Di Roma, li 12 d'Aprile 1614.

Di V. S. molto Ill.re et molto Ecc.te

S.or Galileo Galilei.

Aff.mo per ser.la sempre

F. Cesi Linc.o P.

 

Fuori: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

 

 

 

996**.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 16 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 32. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Scrissi io a V. S. una lunga lettera del seguito tra me e l'Ecc.mo Sig.r Boscaglia([98]) avanti a sua A., e come il tutto riuscì con molta mia riputazione ed avantaggio. Sopra di che di nuovo li torno a dire che la cosa è caminata tanto bene, che per sino le persone interressatissime ed affezionatissime del S.r Boscaglii si sono ridotte a dargli il torto; tra' quali è il Sig.r Alessandro Medici, quale si è ridotto perciò a pregare il Sig.r Enea([99]), per degni rispetti, a voler far opera che la cosa non vada più avanti, poi che e' Principi stessi sono sodisfattissimi: e perciò il Sig.r Enea non ha voluto fare l'instanza a S. A., giudicando che non faccia bisogno e che sarebbe un disgustare quelli che restano sodisfatti del mio modo di trattare, sì come hanno a nausea le transcendenze di qualch'altro; e m'ha detto che S. A. medesima gode vedendo la mia modestia: e che io gradisca, ne ho continui segni dalli Ser.mi G. D. e Mad.a

Séguito con mio grandissimo avantaggio la servitù del Sig.r D. Antonio, quale mi favorisce straordinariamente. Nel resto son sano di corpo, ma afflitto di mente per l'infermità di V. S.: e se questa sua indisposizione travaglia tanti suoi amici e S. A. medema, dalla cui bocca io l'ho inteso, con ordine ancora di dargline spesse nove, V. S. s'imagini come io me ne stia, che pur posso dire di conoscere meglio di molti il danno che risulta al publico dal male di lei. Dio benedetto li conceda presto la desiderata sanità, acciò possiamo questa estate vivere consolati, e tirare avanti le desiderate da tutto il mondo sue fatiche.

Quanto alle osservazioni de' Pianeti, son stato di continuo assasinato da' cattivi tempi, e non ho potuto servir V. S. come desideravo. Ho fatte solo le infrascritte, nelle quali mi pare di scoprire qualche cosa che meriti considerazione, come lei meglio potrà vedere.

 

 

Il G. D. ha comprato un astrolabio per trenta scudi, e spero haverne io l'usofrutto, dove che haverò comodità di far l'osservazioni in diligenza. Bacio le mani a V. S., e me li ricordo obligatissimo servitore.

 

Pisa, il 16 d'Aprile 614.

 

Desidero sapere se ha riceuta la mia passata per il S.r Mario Guiducci.

 

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Fo riverenza a tutti tutti cotesti miei signori e padroni.

 

 

 

Devot.mo et Oblig.mo Ser.e e Discepolo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, primo Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

997.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 19 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 149. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.or Ecc.mo

 

Mando otto oncie e meza di cina et una libra di salsa([100]), della più eletta robba che sia nella città: se questa restituirà la pristina salute a V. S. Ecc.ma, me ne contento d'avantaggio; quando altrimenti, le confesso bene che vorrei più tosto ch'ella m'havesse comandato che le inviassi una botte di moscato. In gratia, guardi che in luogo di medicarsi non pregiudichi maggiormente alla sua vita. Il viver sobriamente, di cibi buoni, con una stessa maniera di vita, senz'alteratione, parmi che sia unica et eccellentissima medicina de' corpi nostri. Io, per gratia di Dio, mi sono ridotto in stato che mi contento; nè ho pregiudicato punto con questa maniera alli miei gusti, havendo però eletto una honesta moderatione per poterli continuare lungamente.

Le accennai con altre mie([101]) la maniera del mio governo, et la pregai ad imitarlo, in particolare lasciando lo studio, o per meglio dire l'ambitione; al qual proposito le mando copia di una mia che scrissi al S.r Velser per rintuzzare l'ardire del finto Apelle([102]) (il qual credo sia Francesco Aguilonio([103]) Gesuita), dalla quale comprenderà che sebene non ho voluto cedere a questo compagno del Berlinzone, tuttavia non ho voluto manco scomodarmi per rispondergli. Mi farà però gratia V. S. Ecc.ma non ne far altro moto, poichè il S.r Velser mi ha scritto affettuosissimamente a questo effetto. Mi dia presto nuova del suo miglioramento, chè poi trattaremo alcun'altra cosa di gusto, ma non di fattica o di occupatione, havendo io al presente molte materie curiose. E per fine le prego dal Signor Dio perfetta sanità et contento.

 

In Venetia, a 19 Aprile 1614.

Di V. S. Ecc.ma

 

 

Il S.r Veniero e M.o Paulo si riporteranno per avventura a queste mie, sapendo ch'io ho fatta la provisione di quanto ella desiderava.

 

 

Tutto suo

G. F. Sag.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.or Ecc.mo

Il Sig.or Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

998**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 21 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 151. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Non havendo io hauto nova di V. S. Ecc.ma e del suo stato, ne son restato alquanto geloso, e non so che mi desiderare, perchè se voglio le nove da lei, so di quanto danno li è il scrivere, se non le voglio, sto in continuo travaglio. Per tanto ho pensato che sarà bene che V. S. mi mandi un foglio di carta bianco, con la sola soprascritta di sua mano, che tanto bastarà per quietarmi.

Quanto a me, non so che dire altro se non che sto bene, bene, bene, di sanità e di contentezza d'animo. Desidero spedirmi di questi cinquanta giorni, e venirmene a goderla e servirla. Di novo li ho da dire che il Grego Salao, discorrendo alla tavola di sua A., si vantava di superar in teologia il P. Confessore di Madama Ser.ma ed il P. Lelio([104]), in filosofia tutti, ed il Galesio in particolare, sfidando tutti a disputare; di modo che per questa eccellentia si meritò da S. A. titolo o di grand'arrogante o di grande ignorante. Con tutto ciò, senza sbigottirsi punto, seguitò a discorrere, non come che havesse il sangue di Greco, ma il cervello ancora. Io tacqui, e restai con obligo a S. A. che non mi diede occasione di trattare con quell'animale.

Desidero saper nova della Colombeide. V. S. mi faccia grazia pregar da parte mia il Sig.r Niccolò Arrighetti o altro di cotesti miei padroni, quali tutti riverisco, che me ne diano raguaglio. E con questo facendo fine, li prego sanità.

 

Pisa, il 21 d'Aprile 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

S. Pancratio.

 

 

 

999*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 26 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 153. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Il dolore ch'io sento della perdita del Sig.r Salviati([105]) è tale, che più non si pò dire; e tutti i compagni, quali ho convocati hoggi per darlene parte, concorrono meco, non cessando di lagnarsene. Stimavamo et amavamo questo soggetto da dovero, et conoscevamo bene quanto il mondo ne ha carestia e quanto V. S. ci havea fatto gratia darcelo. Hora le faremo qui essequie, secondo il debito, pregando il Signor Dio per lui, e che ce ne conceda de simili personaggi e ce li lasci godere lungamente.

Quanto alle costitutioni([106]), più in là si facessero, più sarebbe mirabile e commodo per i libri: però qual si voglia tempo che V. S. elegesse del futuro o altro anno, e anco terzo, sarebbe a proposito, che altrimente passano prima che i libri siano distribuiti, facendosi la prima distributione al'autunno venente, nella fiera.

Quello che più importa è la sanità di V. S. Oh Dio, quanto provo in me stesso il travaglio di così lunga et importuna infirmità che la molesta! Per gratia, mi faccia avisare di sè spesso; e lei non s'incommodi, ch'io farò le scuse. Attenda ad haversi cura, chè, migliorando la staggione, spero non le sarà difficile rihaversi presto, come bramiamo tutti.

Bacio a V. S. le mani di tutto core. N. S. Iddio le conceda la sanità et ogni contento.

 

Di Roma, li 26 di Aprile 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1000**.

 

BERNARDINO GAIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 26 aprile 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 155-156. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

 

Mi duole che anco ella sia incorsa in indispositione, per la quale habbia bisogno di questa vaga et vana medicina di questo secolo, perchè quantum mutata a priscis temporibus!, chi è versato nella lettura del gran vecchio Hipocrate, che pur meritò che quel gran discepolo prorompesse in questo divino eloggio: Hipocrates, primus omnium quorum scripta ad nos pervenere, omnium scientiarum, omnium artium, fundamenta iecit, neque unquam frustra verbum dixit.

Io non fui a tempo di poterla servire nella eletion della china tanto famosa, perchè l'Ill.mo S.r Gio. Francesco([107]), volendo con la sua celerima benevogliendo scorrer al suo bisogno, non hebbe tempo di convenirmi. Ma se in ciò per difetto di tempo non l'ho servita, doverrei anco in quest'altro offitio tacer, non essendo ricercato, onde iuxta illud Catonianum: In consilio non vocatus, ne accesseris, fermar il passo alla reverentia che le porto et al desiderio del ben suo. Ho voluto obedir un rigorosissimo comandamento di esso Ill.mo Sagredo: ma prima tra noi facciamo un inviolabile patto, che lei secondo il suo senso riceva questo offitio amorevolissimo, non divulgandolo.

Mi finge per le sue lettere il S.r Gio. Francesco, che V. S. sia opressa da una soverchia humidità di tutto il corpo, alla quale si congionge un mal renale di calcolo di sabia: a questi due mali sogliono accompagnarsi alcuni altri diffetti di testa, di stomaco, di fegato et di spienza. Come si sia, io la prego pensar a questi benedetti decotti; et nel rissolversi, pensi bene quello che questi due grand'huomini in molti luoghi penitus prope iusserunt, ne gli Aphorismi, ne' libri De temperamentis, nel libro De victus attenuante, nel 6 De tuenda sanitate. Hora comandano che ne' stati ineguali de' nostri corpi si fugano le medicine: imperochè già statutum est quidquid med.m est, naturam vincere et in homini (?) simil.m simil.m tradicere (sic); nam si vita hominis similitudine earum rerum quibus sustinetur et alitur, contrarietate vero earundem coinquinatur, labefactatur et tandem destruitur, consequi necesse est, in iis inaequalibus statibus ut homines medicamentis laedantur, longo horum usu: et per ciò il gran Galeno, nel principio de' libri De facultatibus alimentorum, apertissimis verbis docet, tutissimam vivendi rationem, nulla addito offensionum periculo, qua ii status inaequales corporum ad naturales temperationes restituantur; il che conferma con esempi de fierissimi mali nel principio del libro De victus attenuante. Et la ragion credo io esser quella che unum contrarium non possit esse nisi uni contrarium, nec pluribus; al che conséguita di necessità che un contrario, ritrovando in un stato inaequale temperation simili a sè, queste le acresce tanto, che non si può poi moderare o vincere.

Sarei più longo se non havessi chi m'ascolta di tanta ecelentia d'ingegno, che ha penetrato fin li cieli, non che la voce d'un huomo vicino. Nè si mi opponga che si vanno frenando la virtù de' medicamenti et si fanno temperati; perchè risponderò due cose, una commune, et l'altra propria a lei. La prima è che questi freni exuunt medicamenta viribus, onde gli huomini, se mi perdoni, vanni intenti fanno, et sconcertano la cucina, cioè il ventre, nel qual si fa la prima concoctione. So che se mi potriano adur pensieri di sudori. A ciò assai giocosamente potrei dire, che chi gioca alla pala, corre et fa simili esercitii, suda. Ma forsi V. S. con ragione mi interrogherà: Dunque devo viver eternamente infermo? No, Signor mio; ma bene che ricoriate all'ombra d'Hipocrate, il quale, con la sua solita gravità, si lasciò un modo sicurissimo di viver sani et portar la nostra vita al fin della natura. Questo divino et grand'huomo a questi bisogni lasciò questa sacra àncora, dicendo: Carnes habentibus famem adhibere oportet, quoniam fames exiccat corpora; et io credo necessariamente che s'intenda che voglia che l'usino cibi temperatissimi, li quali siano alla natura humana convenevoli, et arostiti, non lessi. La ragione è quella che insegna più chiaramente Aristotile, che assa humidiora sint quam elixa; atamen exiccant, et in pauciori mole, quam elixa faciant, nutriunt magis. Queste sono cose tanto manifeste, che non hanno bisogno di parole, et però chiudo questo ragionamento; et in questo viver credo che V. S. farà bene lasciar la parte esterna dell'arosto, et magnar solo l'interna. Commemorerò solo quello che le occorse in Padova.

Io credo mandar Bernardo, vostro servitor, a Fiorenza, dove si fermerà forse tre o quatro mesi. In questa occasione V. S. mi farà grandissimo favore offerirlo a Sua Altezza, con le lettere che io lo accompagnerò. Denique illud addam, che V. S. non dia occasione a me d'esser ripreso d'alcuno. Vale, bene agere et laetari.

 

Di Venetia, li 26 April 1614.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Ser.r Amorevol.mo

Bernardin Gaio.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Oss.mo Sig.r

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1001*.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 26 aprile 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 84. – Autografa la firma. Di fuori, accanto all'indirizzo, si legge, di mano di Galileo: S. Sagredo, con una copia al finto Apelle([108]); e poco più sotto: S. Sagr.do, con la copia d'una al S. Velsero in proposito del finto Apelle.

 

Ill.re Sig.r Ecc.mo

 

Mandai la settimana passata la cina e la salsa([109]) per ubidire alli comandamenti di V. S., seben ho sentito gran dispiacere ch'ella s'habbia voluto sottoponer al giuditio de' medici in materia affermativa; poichè mi pare che a questi si possa credere solamente (et rare volte ancora) in materia negativa, quando prohibiscono questa e quell'altra medicina. Perciò io, ammartellatissimo di questa sua risolutione, ne ho discorso col Gaio, et lo ho essortato, et quasi forzato, a scriverle il parer suo, il quale in essenza non è differente dal mio. Mando dunque alligato il suo consiglio([110]), il quale essendo stato mostrato da me a diversi, è stato approbato, sì che ho convenuto darlo a copiare a più d'uno; di che potrà accorgersi, essendo assai strapazzato. Si risolvi, in gratia, lasciare questi medicamenti ad altre persone, chè io tenirò di haver ben speso il denaro se V. S. Ecc.ma li getterà nell'Arno.

Non posso esser più lungo: aspetto avviso del suo stato et di qualche buona risolutione, et le prego dal S.r Dio ogni contento.

 

In Venetia, a 26 Aprile 1614.

 

Bisogna venir alli fanghi di Padova([111]).

 

Di V. S. Ecc.ma

Ecc.mo Galilei.

Tutto suo

G. F. Sag.

 

Fuori: All'Ill.re Sig.r Ecc.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1002.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 4 maggio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 157-158. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Resto molto meravigliato che V. S. Ecc.ma non habbia riceute in questi passati giorni mie lettere, perchè in questa settimana passata ne ho scritte due, e per segno nell'ultima([112]) io li dimandavo un poco di danari, ritrovandomene asciutto, perchè non ho ancora potuto riscuotere un quattrino del mio assignamento dalla Religione. Son stato questa sera tre volte da Mons.r Arturo([113]) per il negozio delli danari([114]), ma non l'ho mai ritrovato in casa: e perchè il S.r Giuliano d'Avanzati, latore della presente, vole partire di qua di mattina alle nove hore, non posso dargli altra risposta intorno a questo particolare; solo che non mancarò trattare il negozio, conforme a quanto mi comanda.

Nel resto sto bene; séguito le mie fatiche ogni giorno con più credito, poichè son pregato da più degni sugetti a leggergli; ed in particolare diversi cavaglieri e gentilhuomini Pisani, vedendo l'applauso con che camina la mia scola, m'hanno richiesto per questo anno che viene: ed io di tutto con bel modo ne ho fatto consapevoli gli Ser.mi nostri Signori, con loro sodisfazione e mia non poca riputazione. Séguito la servitù con il Sig.r D. Antonio e S.r D. Paolo([115]), Sig.r Silvio ed Enea Piccolomini, ed ho aquistata l'amicitia di molti di questi Signori cortegiani, con mio grandissimo vantaggio, e spero tuttavia superare ogni difficoltà; e di già si va tuttavia conoscendo le qualità mia e di chi depende da V. S. Ecc.ma, quanto siino differenti da quelli pochi invidi e maligni che si sono voluti traversare alle cose mie. Vengo honorato da tutti, ed io non manco fare il debito mio con tutti.

Dal Gran Duca vengo spesso dimandato del stato di V. S. Ecc.ma, e mostra disgusto notabile della sua indisposizione. Questa mattina passata in particolare gli ho detto, che quando io sarò in Firenze voglio levar a V. S. tutte le fatiche ed aiutarla a scrivere e terminare le cose sue; e S. A. m'essortò a farlo, e mi disse che era bene; al che io soggiungendo che metteva conto il mantener V. S. in qualunque modo vivo, ancorchè con continuo riposo, S. A. lo confermò, e mi diede occasione di dire, con mia reputazione e sodisfazione di S. A., parte delle lodi di V. S., quali furono sentite con benignissimo orecchio.

Il Principe D. Francesco va ritornando da morte a vita, per estorsione manifesta delle orazioni, elemosine ed altre opere pie di queste AA., ed in particolare di Madama Ser.ma, quale veramente fa, per dir così, violenza a Dio benedetto. Si vede tutto questo popolo impiegato in devozioni, orazioni e processioni continue per la salute di questo Principe, con tanto segno d'affetto che non si può dir più. Se bene poco aiuto vi si vede humano, tuttavia quel poco si attribuisse al Scozzese([116]), alias Coccamonna, del Sig.r D. Antonio, con sua grandissima riputazione e non poco scapito delli medici vulgari.

Ieri sera, con buona occasione, lodai alla tavola il valore del Sig.r Portoghese, medico di V. S., e se bene vi fu difficoltà d'alcuni, restò superata con i testimonii, che io chiamai, del Sig.r Enea Piccolomini, mio signore, e del Cav.r Gio. Cosmo Cesis. Qua non ho altro di novo; però finisco ed di scrivere, e séguito riverirla, e li bacio le mani. Mi faccia scrivere del suo stato nove sicure, acciò possa darle a S. A., perchè così m'ha imposto che spesso li ne dia nova.

 

Pisa, il 4 di Maggio 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Gal.o Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1003.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 7 maggio 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 4. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.rn Col.mo

 

Mi ritrovo nelle mani i cinquecento scudi, e secondo che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi commesse, ho procurato di inviarglieli. Il S.r D. Antonio mi ha promesso di fargli recapitare tra dieci giorni al più nelle sue mani; e per quanto mi posso immaginare, nel dir di farglieli recapitare, non deve per ancora cader pensiero al G. D. di ritornarsene in Firenze. L'istesso S.r D. Antonio, col baciargli le mani, si condole seco della sua pertinace indisposizione.

Dal S.r Enea Piccolomini non ho potuto ritrarre particolare alcuno di queste AA.ze, quando sieno di ritorno. Starò aspettando, con altra lettera, nuova commessione di quello in che io m'habbia a impiegare per causa de' denari di V. S.; alla quale, con baciargli le mani e pregarli da Dio sanità et ogni contento, me li ricordo servitore.

 

Di Pisa, li 7 di Maggio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Obbligat.mo e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

Con due altre mie([117]) ho pregato V. S. che mi favorisca di venticinque scudi, perchè, non havendo potuto havere dalla Religione per ancora un quattrino, me ne ritrovo senza. Mi perdoni se io ardisco troppo; e mi faccia scrivere del stato suo, perchè S. A. ogni giorno con affetto singolare me ne dimanda. V. S. mi scriva con la comodità continua delle staffette.

 

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.rn [Co]len.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1004*.

 

MARCO WELSER a GIOVANNI FABER in Roma.

Augusta, 9 maggio 1614.

 

Arch. dell'Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 419, car. 186. – Autografa.

 

Molto Illustre et Ecc.mo S.ore

 

Rispondo a due lettere di V. S. de' 19 et 26 Aprile giuntamente, per essermi capitate ambe solo questa settimana.

Grandemente mi duole la morte del S.or Filippo Salviati, che sia in gloria, sì per le cause accennate da V. S., come perchè mi si mostrò sempre amorevolissimo. Gli scrissi per certa occasione hoggi otto et quindeci giorni sono, non sapendo che fosse partito per Ispagna; starò aspettando se gli heredi si pigliaranno cura di risponder.

Assai mi pesa ancora la indispositione del S.or Galilei; ma parendomi comprendere dalla lettera di V. S. che l'avviso derivi da lui stesso, argomento che la febre continua non debbe esser molto intensa, permettendogli di scrivere doppo 800 hore di durata. Certo, parlando humanamente, et non mettendo in consideratione la volontà di Dio, che non può errare e contra la quale non si può dire perchè, sarebbe pur peccato ch'egli finisse gli giorni suoi senza haver prima spiegati tanti belli concetti intorno le cose celesti, che andava partorendo.

Prego V. S. non si scordi di dirmi qualche cosa sopra gli capricci dell'Albergotti([118]) circa il lume della luna. Et non occorrendomi di presente altro, baccio la mano a V. S. Iddio la contenti.

 

Di Augusta, a' 9 di Maggio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo Servitore

Marco Velseri.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Gio. Fabro, Medico e Semplicista di N. S.

Roma.

 

 

 

1005*.

 

FRANCESCO STELLUTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 maggio 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 139. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio et P.ron Oss.mo

 

La mia venuta qui in Roma mi è parso notificarla a V. S., acciò potendola qua servire in cosa alcuna, habbia occasione di commandarmi: ma havendo inteso dal nostro Sig.r Principe la sua lunga indispositione et con mio molto dispiacere, vorrei, insieme con i suoi commandamenti, sentir anco buone novelle di V. S. con la recuperata sanità. Questa buona nova dunque aspetto sentir da lei, come fa anco con molta voglia il detto Sig.r Principe, quale hora sta occupatissimo per dover, fra tre o quattro giorni, far le nozze([119]). Appresso, havendo V. S. scritto qua la certezza della morte del Sig.r Salviati, che tutti con infinito cordoglio habbiamo intesa, desideriamo ancora ci favorisca di far notare da qualche suo amico informato le qualità, attioni, studii, virtù et altre parti heroiche et notabili di detto Signore, et mandarci questa informatione, a fin che quello che qui deve fare l'oratione funerale sia bene instrutto, oltre quello che ne sappiamo noi. Che è quanto m'occorre dirle; et ricordandomele servitore, le bacio le mani.

 

Di Roma, li 10 di Maggio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.re Aff.mo et vero

Franc.o Stelluti Linc.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1006*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 14 maggio 1614

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 5. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Ho inviati gli denari, cioè S. 475, al Sig.r Ottavio Galilei, perchè il S.r D. Antonio non poteva mandargli (e li voleva mandare per messo a posta) sino sabato per domenica. Mi dispiace sin all'anima di non haverla servita a suo gusto, e di essere stato necessitato a valermi delli 25 S.([120]); ma li prometto che gli primi che io haverò nelle mani, saranno al comando di V. S. Perchè poi il stato del S.r Principe([121]) è peggiorato, non ho passato altrimenti con S. A. termine di congratulazione per parte di V. S., ma solo li baciai la veste; ed essendo con ogni affetto interrogato come lei stava, gli ho dato conto del particolare del male, ed in universale de' disgusti che la travagliano.

Io séguito d'essere tuttavia ben visto ed honorato da questi Ser.mi Padroni, ed ogni giorno mi guadagno maggiori servitù con diversi Signori cortigiani, ed in particolare ultimamente con il Sig.r Balduino del Monte([122]), cavagliere di molta erudizione e che fa professione d'esser servitor di V. S.; anzi m'ha commesso espressamente che io baci le mani a V. S. da sua parte, e li dica che egli desidera, quando sarà in Firenze, di servirla più strettamente: e son state sue parole formali.

Io mi ritrovo spesso alla tavola di. S. A., ed ho hauto occasione di ragionare molte volte; e per quanto dall'esterno si può comprendere, non solo il G. D., ma la Ser.ma Madama, mostrano gradire la mia servitù. Gli Sig.ri Ecc.mi D. Antonio e D. Paolo([123]) si condogliono della ostinata indisposizione di V. S., e la salutano caramente. Io me li ricordo servitore obligatissimo al solito, e la suplico a comandarmi, facendoli riverenza.

 

Pisa, il 14 di Maggio 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Oblig.mo ed Aff.mo Ser.re

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1007.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Firenze.

Firenze, 15 maggio 1614.

 

Galleria e Archivio Buonarroti In Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 931. – Autografa.

 

Molto Ill.re S. mio,

 

Consegnai più giorni sono il libro([124]) al Giunti, dandomi egli parola di cominciare a farlo stampare sino lunedì passato. Ieri mi rimandò il libro a casa a 20 hore, facendomi dire dal suo fattore che alle 21 sarebbe stato da me per parlarmi; ma non l'ho poi veduto, nè so immaginarmi che girandola sia questa. Però prego V. S., che passando da bottega sua quanto prima potrà, dissimulando la notizia di questo fatto, anzi entrando a domandar se ne è già stampata parte alcuna, vegga destramente di penetrar qual sia 'l suo pensiero, quali queste dilazioni e impedimenti, e d'onde derivino; e con sua comodità mi faccia intendere quanto ne ritrarrà: et in grazia mi scusi delle tante brighe.

Io me ne sto al solito, e più presto alquanto più grave da 3 giorni in qua, ma, in ogni stato, paratissimo a servir V. S. giusta la mia possibilità. E gli bacio le mani.

 

Di casa, li 15 di Maggio 1614.

Di V. S. molto I.

Ser.re Obblig.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Col.mo

Il S. Michelagnolo Buonarruoti.

In casa.

 

 

1008*.

 

FABIO COLONNA a GALILEO in Firenze.

Napoli, 16 maggio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 160-161. – Autografa.

 

Molt'Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Con grandissimo cordoglio ho inteso la morte del S.r([125]) Salviati, che sia in Cielo, come speramo; et se può doler certo tutto il consesso Linceo di haver perduto persona di tal qualità, che sarà difficile trovar il contracambio. Nostro Signore doni salute et vita a quelli sono rimasti, et a V. S. anco ristauri, chè intendo sia stato anco indisposto, che non poco dispiace al commune, poichè fa danno a tutti il non poter V. S. attendere a' suoi studii tanto illustri; che certamente siamo obligati pregar per la sua salute et vita, acciò ci venga scoprendo sempre cose nove.

Scrissi a V. S([126]) ringratiandola delli cristalli, quali per li mali tempi non ho possuto adoprarli a mio gusto, havendo interrottamente da quindici volte osservate le sue Pianete Medicee con grandissimo gusto, ma non perfetto, per non haver possuto vacare ad osservar per più hore li moti, acciò riconosca le stelle et particolar moto. Per hora non se riconosce se non una maggiore da me; et hier sera, che furono li 15 del presente, non potei veder se non tre di quelle, delle quali la più prossima a Giove era dilatata, a mio giudicio, fuori della latitudine del corpo di Giove, che altre volte non l'ho veduta troppo distaccata dalla compagna, che sta per l'eclittica. Ho notato quattro giorni in questo foglio, come meglio ho saputo, desideroso de imparare et sapere che sia vero che la grandezza dell'ogetto proceda dalla pianezza maggiore della portione del circolo maggiore, che, per esser meno curva, fa cono luminoso maggiore, per la concomitanza de linee più prossime et dritte alla media perpendicolare, quasi come parallelle, il che ho osservato facciano li convessi di maggior circolo; et che però, facendo un vetro di maggior sfera, la portione farà sempre maggior l'obietto, tanto che possa crescersi quanto si voglia. Dubito dell'aria mezzana, che non impedisca; il che V. S. haverà forsi provato. Et desidero saper se V. S. n'ha fatto far vetri di maggior sfera, et si riescono, chè io teneria pensiero questa estate far una forma che facesse un telescopio più lungo assai, sperando quelle stelle che hora se veggono piccole, vederle doppie maggiori; et chi sa che scoprisse quel che non si vedesse per hora. In tanto se V. S. me favorirà di qualche calcolo fatto in tavole del mese venturo, uscirò di dubio, quando non si veggono tutte quattro le pianete, se sia per congiuntione o eclisse loro, o difetto mio o del cannone; chè per hora, non sapendo il lor corso, non mi sono accertato.

Io la prego quanto posso a conservarsi sana et procurar la salute con tutto il suo sforzo, perchè così è obligato, et tanto più che la sua persona è tanto utile al mondo per la sua rara virtù, che certo dir si può tra noi fenice, cosa rarissima et unica, secondo la commune. La quinta stella de Apelle, credo che o se la sognasse, o forse sarà stata quella fissa che se vede prossima a Giove, che all'hora forsi dovea esser più vicina a quello, o altra simile: et già trovo che alcuni Giesuiti qui anco se ne ridono, et non possono far di meno di accettar la verità con loro invidia, che intendo et vedo che si vogliono impadronire delle scientie dopo che altri l'ha ritrovate; et hora è uscito un gran volume di optica dell'Aguilonio([127]), et così dell'altre cose vogliono mostrar esser loro l'arca de scienze. Intanto non credo potranno mai offuscar la chiarezza delle sue fatiche et novi trovati, anzi più l'illustraranno, come che la verità sempre è chiara. Con ciò, havendo dato troppo trattenimento a V. S. con lunga diceria, la prego a perdonarmi, che l'affettione le porto è causa che me trasporta come se fusse rapito in Fiorenza in sua presenza. Et le bascio le mani, et prego N. S. la feliciti et conservi lungamente sana.

 

Di Napoli, li 16 di Maggio 1614.

Di V. S. molt'Ill.e

Aff.mo Ser.re

Fabio Colonna Linceo.

 

Fuori: Al molt'Ill.e Sig.r P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei Linceo, Filosofo et Matematico dell'Altezza Ser.ma di

Fiorenza.

 

 

 

1009*.

 

MICHELE MAESTLIN a GIOVANNI KEPLER in Linz.

Tubinga, 17 maggio 1614.

 

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10702, car. 40. – Autografa.

 

.... Galilaei scriptum, quod Italico idiomate editum scribis, optarem latine etiam prodiisse, praesertim si in eo, ut dicis, omne tulerit punctum. Doleo autem mihi nullum eiusmodi perfectum perspicillum obtingere, quo vel unum, nedum omnes Iovis satellites, videre valeam. Sic etiam per neutrum meorum perspicillorum (duo enim habeo, satis alioqui accurata) Venerem corniculatam videre possum, licet nuper ante eius occasum, caelo valde sereno, sedulo eam fuerim intuitus....

 

 

 

1010**.

 

LORENZO PIGNORIA a GALILEO in Firenze.

Padova, 23 maggio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 159. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Si farà ogn'opera per venire in luce di quanto V. S. desidera per servitio dell'amico suo, nè si lasciarà d'usare ogni possibile diligenza.

Mi duole che cotesta febre la tratti sì male; ma voglio sperare nella bontà della stagione, che darà luogo et se n'andarà. Di qua noi pure habbiamo havuto a combattere con una pertinacissima e tediosissima invernata.

Mons.r Gualdo partì alcuni giorni sono per Roma, dove farà la state, se non più. Il S.r Sandelli sta bene, et è, al suo solito, gran servidore di V. S., alla quale bacia le mani di tutto cuore, et io con esso.

 

Di Padova, il dì 23 Maggio 1614.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Devotiss.o

Lorenzo Pignoria.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, a

Fiorenza.

 

 

 

1011*.

 

MARCO WELSER a GIOVANNI FABER in Roma.

Augusta, 23 maggio 1614.

 

Arch. dell'ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 419, car. 119. – Autografa.

 

.... Il giudicio che forma l'Ecc.mo nostro Principe sopra il discorso dell'Albergotti([128]), parmi sia quasi universale di tutti gli valenthuomini.

Ho sentito la morte del S.or Salviati con infinito cordoglio. Iddio dia pace all'anima. La continua del S.or Galilei spero havrà rimessa, voglio dire che l'havrà lasciato, poichè V. S. non ne dice altro. E certo se ci fosse tolto prima che ben fondare nell'opinione delli huomini gli suoi novi discorsi, ricevuti già da molti intendenti con tanto applauso, si potrebbe riputare un singolar castigo di questo secolo....

 

 

 

1012.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 24 maggio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 161-162. – Autografi la firma e l'indirizzo.

 

Ill.re S.or Ecc.mo

 

V. S. Ecc.ma mi tiene per huomo troppo diverso da gli altri (per non dire più eminente di tutti), poichè mi ricerca consiglio per ricuperare la sua sanità, et vuole ch'io dica il vero senza rispetto, cosa che da alcuno mai si osserva: onde io sono solito a dire, che quando uno è portato dalla disperatione, sì che sia risoluto morire, in caso che non voglia da sè stesso ammazzarsi et volesse incontrare certamente la morte per mano altrui, bastarebbe che dicesse ad ogn'uno la verità: poichè tratando con la voce, com'egli tiene intrinsicamente nel suo concetto, gli uomini potenti et nobili per ingiusti, vitiosi, infami, le donne per dishoneste, i mercanti et gli artefici per ladri, et quasi tutti per ingannatori del prossimo, come potrebbe incontrare in tanta patienza et honestà, che in un giorno non fosse ucciso publicamente? Veda mo' se io haverei gran cuore a parlare contra i medici liberamente, invehendo contra di loro perchè non sappiano conoscere il buono dal cattivo, restando ad arbitrio loro la mia vita, senza che potessi meno sperare vendeta dell'homicidio che potessero commettere? Oltrechè, seben V. S. Ecc.ma è savia e prudente, tuttavia (mi perdoni) se ha fatto tanti disordini in pregiuditio della sua sanità, come potrei annoverarglieli et biasmarli senza ch'ella se ne ressentisse? Parlo di quelli che son manifesti et non hanno dubbio; che quando volessi discorrere anco sopra infiniti altri, fondati sopra la divulgatione, temerei di perder la sua gratia, quando l'affetto mio amorevole verso di lei, che mi persuadesse a parlar seco liberamente, non mi dasse speranza di escusatione appresso di lei. Tuttavia, acciò sappia ch'io desidero servirla, quando si compiaccia confermarmi da nuovo il desiderio suo, mi accommodarò a quanto mi comandarà. Ben desidero che mi proponga qualche zifra over calmone per poter discorrere liberamente et impugnare l'oppinione de' medici; sebene quando anco ella si risolvesse di curarsi con li fanghi, raccordati da me([129]), non è possibile più havere quelle commodità che s'hebbero altre volte: si converrà trovar casa et pagar l'affitto, et in conclusione la cura passata non sarebbe da mettere con la futura. Se a bocca potessi trattar seco questo negotio, mi darebbe l'animo nel discorso riuscirle un Galeno: dico nell'indovinare, ma non già nel curare, il suo male; poichè quando, o per l'età o per li disordini, si perdono certi benefitii della natura, non può il medico provedervi con l'arte. Non altro. A V. S. Ecc.ma baccio la mano.

Il S.r Gaio dà all'arma perchè non ha risposta della sua lettera([130]); nè ha accettato la escusatione fattali per lei, dicendomi che poteva far scrivere per mano d'altri.

 

In Venetia, a 24 Maggio 1614.

Di V. S. Ecc.ma

Ecc.mo Galilei.

 

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.moS.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze

 

 

 

1013*.

 

FRANCESCO STELLUTI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 24 maggio 1614.

 

Bibl. Est in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 140. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Con la lettera del Sig. Principe([131]) ho ricevuto l'informatione che desiderava, et inteso con disgusto la continuatione del suo male con l'augumento di più, dove che aspettavo con desiderio sentire il suo miglioramento, quale gli lo prego dal Cielo con la pristina sanità.

Il Sig.r Principe già celebrò le nozze in Pelestrina, et consumò felicemente il matrimonio([132]). Si trattiene tuttavia in detta città sono homai 12 giorni; ma la seguente settimana sarà qui con la sposa, facendosi intanto quelli apparecchi necessarii per riceverli con ogni splendidezza. Furono sposati dal S.r Card.le Cesi, con intervento del S.r Duca et fratelli del S.r Principe, et anco S.r Duca Sforza et S.ra Duchessa sua moglie et Duca d'Onano suo figlio, et S.r Duca di Zagarola con la S.ra Duchessa sua moglie, quali poi tutti furono ritenuti dal S.r Principe di Pelestrina et lautamente banchettati, con musiche et altre feste et allegrezze. Che è quanto m'occorre. Le mando l'inclusa del S.r Colonna([133]), et le bacio le mani.

 

Di Roma, li 24 di Maggio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Franc.o Stelluti Linceo.

 

 

 

1014*.

 

FRANCESCO STELLUTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 31 maggio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 162. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

 

Con altra mia([134]) scrissi a V. S., haver ricevuto la sua diretta all'Ecc.mo Sig.r Principe Cesi con l'informatione che desideravo; hora, essendo tornato di Pelestrina detto S.r Principe con la sua Sig.ra sposa, ha letto la lettera di V. S., et con molto disgusto per sentire la continuatione del suo male, poi che S. E. et noi tutti non desideriamo altro che la sua sanità. La procuri dunque con ogni diligenza, et lasci intanto gli studii, lo scrivere e tutte l'altre fatighe della mente et del corpo.

Il detto S.r Principe è hora occupatissimo per ritrovarsi qui in sua casa il S.r Principe di Pelestrina et S.ra Principessa, con due figli, fratelli della sposa; et perciò ha ordinato a me che scriva a V. S., et che la saluti di tutto cuore a suo nome, et di più che le faccia sapere (sebene già gli deve esser noto) che uno ha stampata un'opra nella quale si fa inventore de' Pianeti Medicei, come habbiamo visto nel Catalogo de' libri di Francofort; il titolo della qual opra è questo: Mundus Iovialis, anno 1609 detectus ope perspicilli Belgici, inventore Simone Mario, Brandeb. Mathematico([135]). Ad cautelam se gli scrive. Ma qua il detto libro non è fin hora comparso. Che è quanto m'occorse. Starò aspettando nuova della sua salute, et le bacio le mani.

 

Di Roma, li 31 di Maggio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Franc.o Stelluti Linc.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei L.

Fiorenza.

 

 

 

1015*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 4 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 84. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

 

Dopo le desperate pioggie ho fatte queste osservazioni, e tolto il tempo con diligenza, delle quali la prima mi pare bellissima.

Séguito tuttavia a leggere privatamente ad alcuni Signori, tra' quali è, con mia grandissima sodisfazione, il Sig.r Pier Francesco Rinuccini, del quale li dirò solo questo, che è persona che sente gusto incredibile dalla lettura di Ruzante: hor V. S. Ecc.ma faccia la conseguenza. Dell'acquisto di quest'anima vedo alcuni visi storti, che è da ridere.

Il Sig.r Gio. Ciampoli questa mattina si è dottorato con quella honorevolezza che si può imaginare di un par suo.

Quando fui a Livorno gli giorni passati, mi fu proposto dal Cantagallina ingegnieri l'incluso problema([136]), propostogli dall'Ill.mo Sig.r Conte di Varvich([137]). Io l'ho risolto con il precedente lemma, e lo mando a V. S., acciò lo emendi in buona forma e lo dia al Sig.r Niccolò Arrighetti, mio padrone, con fargli intendere che quando verrò a Firenze, li portarò il Copernico. V. S. mi conservi la la sua grazia, e mi comandi: io li prego sanità.

 

Di Pisa, il 4 di Giugno 614.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotiss.o Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1016.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 14 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 164-165. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Devo insieme risposta a tre sue gratissime, e m'assicuro che la cortesia di V. S. haverà scusato le occupationi cagionate dalle mie nozze([138]), sì come m'ha favorito in esse di desiderarmi et augurarmi ogni felicità; di che le rendo gratie con tutto l'affetto.

Al S.r Stelluti ho ricapitato il tutto([139]), e inviato al S.r Colonna la lettera et costitutioni, delle quali ho tenuto copia, per venirmi qua godendo con l'amici la puntual obedienza delle Medicee ad esse, o per dir meglio a V. S.; cosa mirabile a' buoni studiosi e noiosa agl'invidi.

Grandissimo è il mio dolore e di tutti i S.ri compagni, che tanto sia pertinace a molestarla sì lunga indisposizione, nè possiamo consolarci sin che non habbiamo nuova della sanità. Speriamo nella stagione, e che il Signor Dio esaudisca i nostri prieghi e sodisfaccia al desiderio di tanti letterati, che amano e riveriscono V. S. e la sua dottrina.

Il S.r Luca([140]) sta bene: bacia le mani a V. S., ricordandosele vero servitore; attende ferventissimamente al compimento di molte sue opre, ch'invero saranno e utili e mirabili, dicendo sentirsi risvegliato e spronato in esse dal'ascrizion lincea, chè prima havea allentato.

De' libri che le accennai([141]), non ho trattato con la persona che mi scrive, stando sin hora sospeso di non porre il negotio in riputatione o, per dir meglio, d'oprarvi poco, per non haverci intrinsichezza nè molta pratica, cagionata da scarsa sodisfattion hautane nel principio, mentre ci trattai come vero servitore che sono del suo Prencipe per natura e per elettione; seben io non son tanto scrupoloso nelle vanità mondane, che non scusi l'esser nuovo e la poca informatione; che per ciò io non ho mostro mai niente, solo ho tralasciato i frequenti complimenti che haverei fatti, contentandomi di far pienamente il mio debito di riverentissima fede e servitù col'istesso Principe padrone.

Non posso ricordarmi del S.r Salviati, che non mi s'incrudisca il dolore. Qui s'attenderà a fargli gli ultimi uffici. Intanto m'è piaciuto sentire il particolar che m'accenna, del gentilhuomo al quale egli ha mandato il suo anello, come cosa cara ad amico caro([142]), e mi par che in questa maniera habbia quasi voluto proporlo; e si vede che s'egli havesse hauto in pratica le nostre costituzioni (che presto, piacendo a Dio, haverò compite), l'haverebbe nominato e proposto per suo successore. Resta hora che, giudicandolo V. S. degno della Lince, ne mandi relatione secondo il solito, cioè il nome, qualitadi etc., come fu fatto del S.r Mirabella([143]) (del quale ho già riceute le sottoscrittioni, et è compitamente ascritto); e l'istesso resto ancor desiderando delli S.ri Antonini e Baliani, chè io farò subito la proposta: chè li compagni sentono gusto e contento particolarissimo che V. S. le dia soggetti, et hora par che particolarmente sia obligata a risarcir la perdita del S.r Salviati, ch'ella pur ci haveva dato; e quanto al concorrer tutti, mi rendo certo lo faranno con quella prontezza et allegrezza che hanno fatto del detto e S.r Ridolfi. Soglio però io servar lo stile di dar piena contezza a tutti della persona da ascriversi, acciò, havendo ad accettar un vero fratello e compagno, ciascuno habbia prima questa sodisfattione, di participar nel'ascrittione in questa maniera.

Son stato pur assai longo a tediar V. S.; mi restarò qui per hora, baciandole le mani con ogni affetto et pregandola a commandarmi. Nostro Signor Dio gli conceda la sanità et ogni contentezza secondo il suo desiderio.

 

Di Roma, li 14 di Giugno 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

 

 

1017*.

 

FRANCESCO STELLUTI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 14 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car, 166. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.ron Oss.mo

 

Dal libretto([144]) inviatomi da V. S., di cui buona parte ho visto, son venuto in cognitione che quel Simon Mario Todesco per novellamente dispiacere a V. S. habbia composto quel Mundus Iovialis([145]); ma restarà chiarito ancor lui come il Capra, quale non so come di vergogna et confusione non morisse subbito per le gagliarde difese et risentimenti di V. S., nè so come havesse più faccia da farsi vedere. Et di poco giuditio, dico pochissimo, estimo il sudetto Todesco, mentre non gli serve per essempio la fine che hebbe il furto del Capra. Qua non sono per anco comparsi quei libri, sebene il Sig.r Principe l'ha messo in lista per haverlo; et subbito che qui capitaranno, gli ne mandarò uno, acciò veda il bel furto, chè per tale, senz'altra dichiaratione, sarà finhora da tutti creduto.

Tutti questi SS.ri Lincei, et particolarmente il S.r Principe, desiderano havere un ritratto del Sig.r Salviati b. m.; però se costì ci fusse qualche pittore che n'havesse copia, ci farà gratia avvisarlo, acciò possiamo procurarlo, overo dar ordine V. S. che ci sia procurato.

Mi è piaciuto sentire che la sua febre faccia pure alle volte qualche pausa, et presto aspetto sentire che l'habbia lasciata libbera. Nè altro mi occorre, se non ringratiarla del libro mandatomi et ricordarmeli servitore: e le bacio con ogni affetto le mani.

 

Di Roma, li 14 di Giugno 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Nel fine della prefatione della Dioptrica di Keplero([146]) si vede che il Mario pretendeva usurpare.

 

 

Ser.re Aff.mo

Franc.o Stelluti Linc.[o]

 

 

 

1018.

 

GALILEO a COSIMO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

[Firenze, giugno 1614].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. I, car. 201. – Copia di mano sincrona. Nell'angolo superiore, a sinistra, del foglio, il copista scrisse: «Copia». Di fuori (car. 204t.) si legge, di mano di Galileo: Supplica per l'impresto di Ñdi 500.

 

Ser.mo Gran Duca,

 

Galileo Galilei, humilissimo servo e vassallo di V. A. S., humilmente la supplica, stretto da' suoi urgenti bisogni, a volere esser servita di dar ordine che gli sia adesso pagato il semestre della sua provvisione che finisce alla fine d'Ottobre prossimo avvenire, contentandosi di più che lo sconto di questo impresto si faccia nelle tre rate seguenti, il terzo per rata: del qual favore, oltr'al restargliene in perpetuo obbligatissimo, pregherà Sua([147]) Divina Maestà per la somma felicità dell'A. V. Alla quale reverentissimamente s'inchina.

 

Rescr.

Concedesigli, et il Proveditor dello Studio ne dia gl'ordini opportuni.

 

 

Pietro Cavallo.

 

15 Giugno 1614.

 

 

 

1019*.

 

ARTURO PANNOCCHIESCHI D'ELCI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 17 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 165. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill. et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

Dal P.re D. Benedetto matematico mi fu presentata la lettera di V. S., con la supplica([148]), segnata da S. A., del pagamento da farsele di 500 Ñdi del semestre da finirsi per tutto 8bre prossimo futuro: e perchè queste gratie di prestanze S. A. non le suol mai fare senza haverne sicurtà della sopravivenza e continuatione nel servitio, e nel rescritto si dice ch'il Proveditore dello Studio ne dia gl'ordini oportuni, però per maggior ispeditione ho fatto il mandato delli denari per lei al sudetto Padre, ma con parola ferma di non presentarli a V. S. senza participar prima al S.or Auditore Bardini, al quale ne scrivo, acciochè appresso di lui V. S. ne possa far dare costà in Fiorenza la sicurtà oportuna, quando non disponesse altrimenti S. A. Ella può vedere intanto come io ho fatto quanto ho potuto perchè resti servita. E baciando a V. S. le mani, le prego dal Signore Dio ogni felicità.

 

Di Pisa, li 17 di Giugno 1614.

Di V. S. Ill. et Ecc.ma

Al S.r Galileo Galilei.

Aff.mo per ser.la

Arturo d'Elci Prov.re

 

Fuori: All'Ill. et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei, p.o Mat.co e Filos.o di S. A.

Fiorenza.

 

 

 

1020*.

 

FABIO COLONNA a GALILEO in Firenze.

Napoli, 19 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 168. – Autografa.

 

Molt'Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Non può credere V. S. quanto dispiacere habbiamo non solo io in particolare, ma tutti, cioè il S.r Porta et Stegliola, d'intendere che V. S. stia inferma: et certo che se io potesse, con prenderla in me, levarla a V. S. questa febre, lo farei volentieri; così meritano le sue virtù et qualità. Et tanto più me se accresce il desiderio della salute di V. S., quanto che, havendomi favorito delle costitutioni([149]) da lei fatte delle sue Pianete Medicee, essendomi pervenute a' 18 del stante, trovo che esquisitissimamente([150]) V. S. ha calcolato et designato le dette Pianete, conforme io qui havea osservato il giorno 15, 16 et 17; et hiersera osservai il 18, che, a mio giuditio, ad un'hora di notte non differì in altro se non che le due prossime a Giove non erano più distante d'un diametro da Giove, et altro tanto l'altra da quella, et le due congiunte, cioè la grande et la piccola, erano distante, al mio parere, cinque diametri dalla circonferenza di Giove, conforme stavano disegnate: solo la seconda, vicino Giove, era un poco più lontano disegnata, che forsi sarà stato scorso di penna. Et certo che pare ad ogni uno cosa incredibile che V. S. tanto ben habbi aggiustato li lor periodi, che non così giusti son fatti quelli delle pianete maggiori, conosciute da tante migliaia de anni. Però tanto più, conoscendo li meriti di V. S., che ha illustrato il mondo di così rare novità, consistenti et solide, non, come altri fanno, più in voce che in fatti, che però devo più amarla et riverirla et desiderarle ogni bene: et però prego N. S. per la sua salute et lunga vita, per beneficio del mondo, acciò le apra in tutto et per tutto il cielo, et resti a' posteri la verità delle cose. Intanto ringratio infinitamente V. S. del favore fattomi, del quale ne le resto obligatissimo; et procurerò che alcuni amici ne habbino relatione et invidia, et che anco loro ammirino la sua scientia et le diano il trofeo che merita.

Et perchè hiersera ancora volsi osservar quella parte così lucida nella luna, che a punto se trovava nell'extremo illuminato, trovai che se ritrovava più dentro dell'altro corpo meno lucido, et pur lei era lucidissima più che altra in tutto il resto della luna; di modo che non è riuscito come pensava io, che l'havessi a ritrovar distante dal resto, come appareno le altre eminentie et seni più lucidi, et particolarmente quel a lei superiore, che par come un manico di bocale o pignata([151]), quando in quello giunge la prima volta il lume del sole, avanti cresca più la luna. Ho voluto raccontarlo a V. S., acciò me insegnasse, con tal occasione, che vol dire che alla prima crescenza della luna falcata se vede il resto del globo lunare et poi non si vede, dovendosi forsi, per star più lontano dal sole et opposto, meglio vedere, ricevendo più luce secondaria dall'ambiente, et pure perchè, essendo corpo più denso del cielo ambiente, non pare quella densità in qualche modo più oscura del cielo.

Sono stato soverchio lungo et tedioso a V. S., non considerando che perderà molto tempo et haverà fastidio. La priego a perdonarmi, et anco a tenermi per suo affettionato servitore: et con ciò finendo, le bascio le mani, et N. S. la feliciti.

 

Di Napoli, li 19 di Giugno 1614.

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

 

Fuori: Al molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei Linceo,

D. Filosofo et Matematico del Sereniss.mo Sig.r Gran Duca di Toscana.

Firenze.

 

 

 

1021.

 

GIOVANNI BARDI a [GALILEO in Firenze]

Roma, 20 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 170. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non posso se non accusarmi appresso V. S. della mia negligenza, usata già tanto tempo, in salutarla e farli riverenza con mie lettere in molte occasioni, et in particulare nella morte del Sig.r Filippo Salviati, non mostrandoli dolore di perdita tale quale è stata quella; della quale non voglio parlare altro, per non rinovarli la memoria di cagione così giusta di dolore. Solo dico che si può assicurare, che se bene non l'ho mostrato con fargline sapere, tutta via ne ho sentito quel dolore che può apportare una tal cosa, insieme con il dolore che sente una persona sopramodo amata, come son sicuro che harà sentito S. V. Ma se per il passato ho manchato, non già posso manchare adesso.

Li mando un problemma([152]), il quale io farò e reciterò lunedì, dove in fra gll'altri assisterà l'Ill.mo Sig.r Marchese Cesi, il quale io inviterò, essendosi lasciato intendere che come si faceva questo, voleva venire a sentirlo, havendo inteso che era intorno a questa materia. Ci saranno, oltre alle dipinte e stampate, tutte queste esperienze in sur un tavolino, acciò si vegghino da tutti, di maniera che non potranno neghare quello che vegghono congll'occhi. L'occasione in su che si è fatto, non è stata altra se non che, dovendosi fare uno di questi problemi et essendo stato destinato a me, mi domandò il Padre Ghambergier([153]) di che cosa volevo farlo, proponendomi alcune altre cose; hora io gli dissi che haria desiderato di fare di qualche materia simile a questa, e così lui prese questa, che non credo che sii per apportarli pocho gusto, perchè è tutta conforme al suo parere, anzi quello istesso, con l'aggiunta di quelle doi esperienze che non possono se non conferire alla sua sentenza. E mi ha detto il Padre Ghambergier, che se non havessi hauto haver rispetto ad Aristotile, al quale loro, per ordine del Generale, non possono opporsi niente, ma lo devono sempre salvare, haria parlato più chiaro di quello che ha fatto, perchè in questo lui ci sta benissimo; e mi diceva che non è meraviglia che Aristotile sii contro, perchè anchora si è ingannato chiarissimamente in quello che V. S. anchora mi diceva una volta di quei doi pesi che caschano prima o poi.

Ma non voglio esser tanto lungho e consequentemente importuno, riserbando a dire se altro occorrerà quando sarà seguito, chè non mancherà che dire, poichè credo senz'altro che questa cosa habbi a esser occasione di disputarne molto a tutti questi mastri et philosophi. E con pregarla ad accettarla benignamente, qualunque la si sii, farò fine, pregandoli dal Cielo lungha sanità et il colmo di felicità.

 

Di Roma, il dì 20 di Giugno 1614.

Di V. S. Ill.ma

Obligatiss.o Servitore

Gio. Bardi.

Il Padre Ghambergier m'ha detto che io la salutassi da parte sua, e che gli scriverebbe quando saria fatto. Nelli spatii vi andavano fatte le figure con le linee, ma non ci è stato tempo. Però V. S. scusi.

 

 

 

 

1022*.

 

MATTEO WELSER a GALILEO in Firenze.

Augusta, 20 giugno 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 172. – Autografa.

 

Molt'Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

Il S.or Marco, mio fratello, ha havuto la lettera di V. S.a delli 7 stante, ma, per trovarsi oltra modo aggravato dal suo fiero et ostinato male, non può scrivere; et però m'ha commesso di far la sua scusa con V. S.a et inviarle il Mondo Gioviale([154]) che V. S.a disidera di vedere, come faccio, mandandolo all'Ill.mo S.or Gio. Francesco Sagredo insieme con questa, che glielo farà pervenir alle mani. Et senza più a V. S.a mi raccomando, et le prego da N. S. e perfetta sanità et ogni bene.

 

Di Aug.a, alli 20 di Giugno 1614.

Di V. S.a

Aff.mo Servitore

Mattheo Velseri.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1023*.

 

FRANCESCO STELLUTI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 28 giugno 1614.

 

L'autografo della presente appartenne al fondo menzionato nella informazione premessa al n.° 37; pervenne poi in proprietà del Principe D. Baldassarre Boncompagni, e fece parte (con la segnatura Busta 609, n.° 40) della sua insigne Biblioteca([155]). Prima della dispersione di questa noi avevamo potuto, per gentile concessione del possessore, collazionare il documento sull'autografo, del quale ignoriamo le sorti.

 

Molto Illustre et Ecc.mo Signore et Padron mio Oss.mo

 

Con occasione d'inviarle l'inchiusa lettera del Sig. Colonna([156]), dirò anco a V. S. come mercoledì passato fui a sentire il problema, recitato dal Sig. Bardi (come dal detto haverà inteso([157])) nel Collegio del Giesù, et con gusto particolare per vedere favorita et difesa l'opinione di V. S. con molto applauso, oltre l'esperienze che fece poi il Padre Christoforo Gremberger alla presenza di tutti, havendo portati in sala (dove fu recitato il detto problema) tutti quelli istrumenti che vedrà nell'inchiusa figura([158]): et se bene vi fu qualche Peripatetico che crollava il capo, con tutto ciò restò poi alla fine chiarito. Gli haverei mandato ancora tutto il discorso di detto problema, se il detto Bardi non havesse detto al Sig. Principe di voler mandarlo lui. Vi fu presente anco il detto Sig. Principe, con Mons. suo fratello([159]) et altri Prelati et signori letterati, con il Sig. Valerii et Sig. Fabri([160]), quali tutti restarono appagatissimi, sì di questa buona dimostrazione giesuitica verso V. S., sì anco dell'applauso che lei perciò n'hebbe, a dispetto de' suoi emuli.

Stiamo ogni sera col Sig. Principe osservando et godendo le costituzioni Medicee che V. S. mandò, havendo il detto già fatto fare il cannone alli vetri de' quali gliene favorì. Il simile farà [a] Napoli il Sig. Colonna, come dal detto intenderà. Che è quanto mi occorre. Et salutandola a nome del Sig. Principe, le bacio con ogni maggior affetto le mani.

 

Di Roma, li 28 di Giugno 1614.

Di V. S. Ill. et Ecc.ma

Servitore Aff.mo

Francesco Stelluti Linceo.

 

 

 

1024.

 

GIOVANNI BARDI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 2 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 174. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Ricevetti la gratissima di V. S., e per quella intesi essere assai megliorata del suo male, del che ne ho sentito particular piacere, e pregho Iddio N. S. che la liberi affatto e la conservi sana. Sentii ancora come V. S. hebbe molto gusto e gradì insieme il problemma fatto([161]), il che mi animò e spronò a fare quello che si trattava di fare e che m'era stato messo in consideratione, cioè di stamparlo per poterlo mandare per tutto il mondo; come di fatto anderà, chè tutti questi Padri ne mandano fuori, per essere un quasi compendio del suo trattato, il quale, per esser vulgare, non può esser letto da gente straniera: e tanto più volentieri l'ho fatto, quanto che tutto ridonda in V. S., per esserli (come V. S. harà visto) scritto che io recito quello che da lei ho imparato. E ringratio molto Iddio d'havere occasione, almeno con le fatiche d'altri, di mostrarmeli grato, et in qualche parte sodisfare a tanti oblighi che li tengho, come è quello di quel pocho che so in questa materia, e, quel che è più, dell'havermi eccitato a sì belli studi, ne i quali spero, con l'aiuto suo, d'havere a ire innanti, se ci attenderò come ho animo di fare. E tanto più me n'è venuto voglia, quando ho trattato con l'Ill.mo Sig.r Principe Cesi, mio padrone (al quale, come vedrà, l'ho dedicata, non sapendo trovar chi più lo dovessi favorire che lui, come veramente ha fatto); perchè quando gliene portai, ci stetti al men doi hore a discorrere, e mi mostrò molte delle sue cose curiose che ha, riserbando il resto a un'altra volta, perchè era tardi e ci ero stato, come dico, un gran pezo; e l'altra volta anchora, che ci andai a portargliene scritta a mano, ci stetti similmente un gran pezo a discorrere, con grandissimo mio gusto: e certo che desidero d'havere occasione spesso d'andarci, perchè, oltre a quello che io imparo nel discorrere con una persona che sa come lui, mi parto sempre con un desiderio mirabile di studiare, et in particulare di queste scientie.

Ne mando dunque una a V. S.; e se verrà occasione di qualcheduno che vengha costà, gliene manderò più quante lei vorrà, acciò ne possa dare o mandare a chi lei piacerà.

Dissi quanto V. S. mi comisse al Padre Gramberger, il quale mi disse che io la salutassi, con dirli che se lui havessi potuto parlare a suo modo, haria detto anchor più, ma che non poteva far altro, et haveva forse fatto più di quello che poteva: per il che nella cosa dello stampare non ci si è intrigato niente, et è bisognato che io mi sii mostro risoluto di volerlo stampare, perchè altrimenti era facil cosa che non se ne facessi altro, perchè ci era chi inclinava più al no che al sì, se bene molti, e la maggior parte, l'hanno hauto a caro per poterne mandare, come ho detto, per tutto; et in particulare ne è ite a quel finto([162]) Apelle.

Per tanto io resto con desiderio di servirla, per il che sommamente mi sarà grato il darmi lei occasione, con qualche suo comandamento, di servirla. Spero di rivederla presto, se bene per poco tempo, chè ne ho sommo desiderio: e con tal fine pregho N. S. che li conceda il colmo di felicità.

 

Di Roma, il dì 2 di Luglio 1614.

Di V. S. Ill.ma.

Humiliss.o Servo

Gio. Bardi.

 

 

 

1025*.

 

LODOVICA VINTA a GALILEO in Firenze.

[Arcetri], 2 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 22. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.or Galileo Oss.mo

 

Con la presente vengo a visitar V. S. Ill.ma, rallegrandomi che vadi recuperando la sanità, della quale abiamo auto gran passione; et io non ho manchato di far pregare conventualmente per V. S. Ill.ma Ma sendo venuto qui il S.or Dottore, con il quale sono stata seco in molti ragionamenti sopra delle sua figliuole, quale el nostro S.or Governatore non si contenta che più stieno senza vestirsi e pigliar quel'habito santo; ma perchè quella credo che sendo stata malata tanto tempo e molti altri anchora in casa, crederò che li sia di gran fastidio, però desiderei che la si contentassi di vestirle, e quelle cose che manchano ridurle in danari, senza che V. S. ne avessi fastidio di provedere e far ragunate: chè molto più utile sarà alle vostre figliuole dar quella amorevolezza che vi piace alloro, senza che vi abiate a pigliar fastidio di condurre amici e parenti, che pare sia molto meglio sì per V. S. e sì per le fanciulle; e di tal pensiero el S.or Dottore molto conferisce, lodando assai che io insieme con la Maestra pigliamo questa buona resolutione, acciò, piacendo a Sua Maestà Divina, abbi grazia di lasciar acommodate, inanzi che io lasci questo ofizio. E di tanto la prego a dar questa sodisfazione a tutte.

La Virginia questa mattina à preso la medicina, e sta bene e saluta V. S.; et io di continuo dal N. Signore li prego ogni felice contento.

 

Il dì 2 di Lug.o 1614.

Di V. S. Ill.re

Abb.a di S. Matteo

S. Lod.ca Vinta.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.or

Galileo Galilei, sempre Oss.mo, in

Firenze.

 

 

 

1026.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Roma, 5 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Troppo lungo è questo nostro silentio, ond'io medesmo meco mi vergogno. Horsù, il ben far non fu mai tardo, dicono i predicatori: ecco che dalla gran Roma, dove mi ritrovo già alquanti giorni, vengo a render tributo a V. S. de' miei dovuti complimenti et affettuose offerte, pregandola compiacersi di volermi dare con una sua cortese lettera un'ampla relatione del ben esser suo, che compositioni ha per le mani, quando usciranno in luce, e se o da lei o d'altri mathematici è stata fatta nissuna nuova osservatione nelle sfere celesti.

Di questi paesi, per esser, si può dire, ancora huomo nuovo, non saprei che dirle. Da Padova ho inteso che lo stampifero Bennio([163]) ha mo' sotto il torchio un aureo, vago, dotto e bel commento sopra X canti della Gerusalemme del Tasso([164]), e, di più, presto farà vedere due centurie di lettere in forbita e tersa lingua italiana, scritte da lui per dar norma a voi altri signori Toscani, e specialmente alli signori Cruscanti, del vero modo del parlare e del scrivere elegante, poichè scorge che dal picciolo libricciolo intitolato Anticrusca([165]) le Signorie loro non hanno ancora voluto accorgersi del loro errore, renderle gratie, e con humile e dimesso supercilio petere veniam del troppo loro ardire; e questa volta spera che non gioverà a voi altri signori haver gli Orlandi([166]), che impugnino spade, lancie e brochieri per riparare i colpi della sua scutica e del magistral suo baculo. S'è risoluto di stampare questo commento al Tasso prima che li ponga l'ultima mano, perchè ha pur inteso che V. S. ha commentato l'istesso poema([167]), onde ha dubitato esser prevenuto nell'editione, e così da lei le fusse prerepta la gloria.

Horsù, per questa volta habbiamo cicalato abastanza: mi farà gratia, vedendo il S.r Ciampoli, racordarmeli devoto servitore, e dirle che sto pure aspettando che paghi certo debito, del quale, sin quando S. S. era in Padova, mi si rese, per cortesia sua, debitore. Mons.r Querenghi([168]) sta bene, et è bramoso di saper cavelle di V. S., alla quale prego compita felicità, e le bacio le mani. Starò in Roma, credo, sino ad Ottobre, per servire ambedue le VV. SS.

 

Dalla detta città, il quinto di Luglio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galilei.

Ser.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1027**.

 

VINCENZO MIRABELLA a GALILEO [in Firenze].

Siracusa, 7 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 167. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r Oss.mo

 

Non m'essendo concesso di poter dimostrare con altro effetto di servitù il molto che devo a tutti SS.ri Lincei, e particolarmente a V. S., per aver principalmente concesso all'ammissione([169]) della persona mia tra quell'ordine, vengo al meno a farlo con queste due righe di lettera, ringraziandola di tanta particolar e segnalata grazia gli è piacciuto di fare; la quale in vero quanto da me vien riconosciuta immeritata, tanto maggiormente viene altresì l'obligo a farsi maggiore. E però intenda ch'egli è infinito, e come tale non solo non sarà scemato dal tempo, ma non mi farà giamai stanco in impiegarmi in cose di suo servigio, anzi in guisa sempre in quello col maggior affetto impiegandomi, che se non in altro, almeno nell'amore ed osservanza che terrò sempre verso tutti, sarò riconosciuto da loro per vero Accademico Linceo. Non però resto di prometterli con tutte le forze mie d'impiegarmi nell'imitazione delle loro eroiche virtù, le quali con tanta eminenza si scorgono fiorir tra sì degno ordine, e particolarmente nella persona di V. S.; la quale, non contentandosi di render manifeste le cose occulte qua giù della natura, ha voluto ascendere al cielo, e, come messagiero di quello, ci ha riferite tante e sì nuove cose; nè meno (o maraviglia) restando contenta di riferirle, à fatto([170]) sì che da gli altri quelle si riguardassero ed ammirassero, perfezionando quell'istrumenti con l'arte, che la natura per sì gran cose lasciò deboli. Intanto, baciando a V. S. con ogni affetto di cuore le mani, li prego da Nostro Signor Dio quel colmo di contento ch'ella medesima desidera, e che dia a me occasione di servirla.

 

Da Siracusa, li 7 di Luglio 1614.

Di V. S. molto Ill.e

Galileo Galilei.

Serv.re Aff.mo

D. Vincenzo Mirabella Linceo.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei Linceo, compita felicità.

 

 

 

1028**.

 

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 11 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 178. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or Col.mo

 

Non dubitava io punto, che se V. E. si fosse ritrovata in meglior stato di sanità, havria, per sua bontà, dato molto prima resposta alle mie lettere; nè meno era necessario addur scusa, poi che pur troppo haveva sentito delle sua indispositione et grave et longa, cosa che, per riguardo della sua persona, mi attristava assai, come ancora per veder interrompere la fatica che si aspetta da ciascuno dalla sua diligente et compita mano intorno a questi moti. Spero pure che, con haver essa aggiustatamente ritrovato i periodi delli Medicei, vorrà arricchir il mondo di qualche nuova hypothese de' secondi mobili, o vero saldare qualche altra, con dar l'ultima mano in questa età a parte così difficile: non dimeno è peso che in conseguenza cade appresso alle sue osservationi, nè può disponer tavole di nuove stelle senza dar al mondo il fondamento di tutta la constitutione. Penso che sia occupatissimo: non dimeno io sono di quelli che non la esento da questa fatica.

Havevo commisso una certa operetta, che a' dì passati si vidde sopra il Catalogo di Francofort, di un certo Simon Mario([171]), dove si conosce che esso s'habbia assunto di esser inventore intorno a questi nuovi Pianeti: non ho possuto ancora veder detta opera, ma bene mi meraviglio di tanta presuntione. Si aggiongerà qualche fatica a V. S., se pure merita che gli sia resposto.

Ho ricevuto le constitutioni di tutto questo mese, che si è compiaciuto di participarmi, e mi proverò per farci qualche osservatione, ancor che da qualche tempo in qua la vista mi sia debilitata molto; et ritrovandomi pure l'instrumenti con li quali altre volte ho osservato queste cose celeste, non resterò, per defetto di questi, di non gustar delle sue vigilie. Ho participato all'Ecc.mo S.r Principe Cesis le medesime constitutioni, come mi comandava; et il S.r Duca, suo padre, è molto affettionato alla nostra Congregatione, et il S.r Cardinale([172]) è stato molti anni titolare d'una delle nostre chiese che habbiamo in Roma, che fu la prima che havessimo, alla qual poi è successo il Ser.mo di Mantova([173]). Scrivendomi, può mandar le lettere sotto il detto S.r Principe.

Non havevo veduto quel suo trattato di lettere([174]), ma ora le darò una lettura. Già V. S. sa quanto mi gustino le cose sue; e veramente quel trattato De insidentibus([175]) a me è piaciuto estraordinariamente. Mi meraviglio bene che non sii stato a quest'ora ristampato in lingua latina, per l'oltramontani.

Intorno a quei libri di Apollonio che in Arabico restorno di Gio. Batta Rajmondo([176]), sentii dopoi che erano quivi in mano al S.r Nicolini([177]) (s'io non faccio errore), agente di S. A. S., e che facilmente sariano transferiti costì. In effetto saria dignissima fatica il darli in luce: per ciò V. S. non si ritiri dall'impresa, che a nissuno altro riuscirà nè più facilmente nè più felicemente per l'intelligenza e per la commodità. Oltra li quattro de conis, vi sono de compositione et resolutione, de spacii sectione, et altri fragmenti, che, per esser d'Apollonio, non ponno esser che acuti et desiderabili. Senza la sua protectione et diligenza non spero di vedergli in luce; et se altri vanno con il radio smovendo qualche scintilla delle ceneri di quel valenthuomo, V. S. potrà dargli la vita in integrum. Non però voglio dire che essa si affatichi tanto che non sparagni la sanità, chè saria troppo perdita senza avanzo: ma so che non deveno mancargli alumni e studiosi da sollevargli le molestie. Procuri donque restaurarsi in bona salute; et io prego il Signor Iddio a concederli colmo di felicità, b. le mani affettuosissimamente.

 

Di Roma, alli 11 Luglio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Servo Aff.mo in Christo

Ant.o Santini.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.or Col.mo

Il Sig.or Galileo Galilei, in

Firenze.

 

 

 

1029.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 12 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 180-181. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Dalla sua gratissima mi vado persuadendo che le sue indisposizioni non le siano tanto moleste, ma che, stante anco il benefizio della stagione, vadano cessando. Piaccia a Dio che sia così, e che V. S. resti sana e noi consolati.

M'è caro grandemente che già habbia pienamente scoperta l'usurpazione del Mario([178]), e voglia anco farla restar scoperta al mondo, come è necessario, e quanto prima. Circa il modo, ne discorremmo hieri pienamente li S.ri compagni che son qui et io([179]), e piace più a tutti quello del scrivere a Keplero in forma d'epistola, come ad astronomo del'istessa Germania e ben informato, chè l'altro modo patisce qualche difficultà.

Le lettere e costitutioni si sono subito ricapitate, come V. S. ordinò, al P. Santini e S.r Colonna([180]); e noi godiamo qui la nostra copia, e troviamo sempre giustissimo il tutto.

Quanto alli soggetti, mentre V. S. vole che se ne proponga alcuno, come hora l'amico([181]) del S.r Salviati bo. me., mi farà sempre gratia mandarmene più piena relatione che sia possibile, et in particolare de' loro studii, compositioni, virtù etc., acciò io possa dar sodisfattione alli S.ri fratelli, servando il solito, quali hanno gran contento d'haver soggetti per man sua. Dalla parte di Napoli negotiano hora per doi soggetti Siciliani, de' quali hauta la relatione, la mandarò a V. S., proponendoli.

Mala nova arrivarà all'orecchie di V. S., com'è arrivata alle mie, della perdita ch'habbiamo fatta del S.r Marco Velsero, che sia in Cielo. È morto intrepida e santissimamente, e con dolor di tutta la sua città, della quale era padre. Buona e gran coppia c'è mancata quest'anno: io certo ne sento tanto dolore che non posso dir più, più certo che se padri e fratelli mi fossero stato. Ciascuno di noi è obligato farli celebrare una messa: poi io farò, si facciano qui l'offici funerali. E bisogna andiamo pensando a buon risarcimento di questa perdita.

Hora non dirò altro a V. S., se non che di tutto core le bacio le mani e prego N. S. Dio gli conceda la sanità et ogni contento.

 

Di Roma, li 12 di Luglio 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

 

 

Mi farà gratia baciar le mani al S.r Ridolfi in mio nome, e notificarli il passaggio da questa vita del S.r Velseri.

Mi parrebbe molto bene, e forse anco necessario, che le tavole de' moti de' Medicei uscissero quanto prima in luce a confusion de' maligni, se però la sanità concedesse a V. S. il farlo.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

 

 

1030*.

 

OTTAVIO PISANI a GALILEO in Firenze.

[Anversa], 18 luglio 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 86. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r, mio S.r P.ne Oss.mo, S.r Galileo,

 

Con questa occasione del mio S.r Priore Bontempi, che sta qua in Anversa, torno a scrivere a V. S., et ringratiarla del favor che ha fatto a me et al mio libro, di anteporlo a S. Aza Serenissima([182]). Sappia, mio S.r Galileo, che ha fatta una de le maggior charità del mondo, perchè io ho faticato dieci anni in questo libro, come si vede nelli disegni de le theoriche, et ho speso ducento scudi. Io spero in Dio che inspirarà a S. A.za Serenissima di farmi qualche charità, mediante il favore di V. S. et del mio S.r Priore. L'Astronomico Cesareo di Appiano([183]) non habet orbium symmetriam, nè è stato homo al mondo che habbi disegnato la proportione de le theoriche in longitudine et in latitudine; sichè supplico a V. S. per amor de Dio a pregar a S. A.za che mi voglia far qualche charità, perchè io son povero gentilhuomo fore di casa mia, ho faticato assai, ho speso assai, et resto molto impignato, molto impignato, per la stampa de 'l libro. Il S.r Priore è testimonio.

Io ho fatto una nova sorte di mappamondi, mettendo in un cerchio tutto il globo in piano, cosa non fatta da nullo ancora. Io ho fatto uno di quelli occhiali che V. S., quasi nuovo et celeste Americo, have rivolto al cielo; ho fatto, dico, uno telescopio a due occhi([184]), come li altri sono ad uno: il corpo è poco, e di figura ovale. Quando piacesse a S. A.za Serennissima farmi charità, io mandaria queste cose, et intitolaria a 'l suo Serenissimo nome. E, mio S.r Galileo, prego per amor de Dio V. S. cerchi la charità per me, et io la riceverrò da S. A.za et da V. S. Facciami gratia respondermi che speranza di charità ci è. Et li sono servitore affetionatissimo.

 

<....> 18 di Luglio 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Servitore Affss.mo

Ottavio Pisani.

 

Fuori: Al molto Illustre S.r mio P.ne

S.r Galileo Galilei, che Dio guarde.

per dare in propria mano.

Fiorenza.

 

 

 

1031*.

 

GIULIO CESARE LAGALLA a GALILEO in Firenze.

Roma, 25 luglio 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n. 68. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron mio Oss.mo

 

Con grandissimo cordoglio ho inteso la lunga et noiosa indispositione di V. S. molto Ill.re, et non ho prima scritto ch'habbi hauto nova del suo meglioramento. Per non tediar V. S. con la presente, ho voluto solo renfrescar la memoria della servitù ch'io li tengo, et renderli il saluto ch'a suo nome m'ha fatto Mons.r Pasquale([185]), pregandola che non voglia pigliar briga di respondermi, perchè assai sodisfatione me sarà intendere della sua salute, del che al spesso son favorito dal Sig. Principe Cesis. Con che per fine a V. S. molto Ill.re bacio le mani.([186])

 

Di Roma, li 25 di Luglio 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Giulio Cesare Lagalla.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1032*.

 

FABIO COLONNA a GALILEO in Firenze.

Napoli, 29 luglio 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 182. – Autografa.

 

Molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Obligatissimo resto alla cortesia et amorevolezza di V. S., che, ricordandosi di me, ha voluto augurarme quello che tutti ad invicem dovemo per l'obligo dell'institutione, ma più di amor come fraterno. Io già per mio obligo et per l'affettione particolare che ho a V. S., per suoi meriti et virtù et per haver conosciuto che me ami, havea, molto tempo è, anticipato l'ufficio; et credo che forsi ad un medesmo tempo V. S. haverà ricevuto la mia, se il S.r Stelluti([187]) non harà mancato de favorirme de inviarcela. Et per supplire in caso tale, replico che prego Nostro Signore conceda a V. S. duplicate allegrezze et prosperità, et doni lunga vita con salute, acciò non solo noi, ma tutto il mondo ne riceva utile de sue nobili et admirabili osservationi celesti.

Scrissi a V. S. che nell'osservationi delle sue Medicee, pochissimo nella prima carta mandata ci era di diversità in uno o due luoghi, cosa che non a tutti forsi sarà stata da notare, et particolarmente nelli 10 de Luglio, che così io havea apunto osservato prima me giongesse la sua seconda carta di constitutioni; et perchè poi me si ruppe il convesso, et in tanto ho fatto preparationi de farne un simile, essendo Giove nell'occaso, la sua molta caligine se offerisce per obliquo, che ingrossa tanto che alle volte due, et hier sera una sola stella, delle Medicee ho possuto vedere. Et dubitando dell'imperfettione del telescopio da me fatto, ho procurato di far instrumento da farne megliori, anzi che debbiano assolutamente venir perfetti, havendo trovato modo di far la tazza tornita di una differente perfettione dell'ordinario torno, et più esquisita: il che saperà poi V. S. come sarà. Et hora con l'aviso de V. S., che la vicinanza del sole le difficulti, me son quietato più.

Havemo tenuto il S.r Porta nostro malissimo et disperato per causa di dolori nella fine dell'orinare, che io penso sia debilezza et ostruttione de viscosità vitreate, che ne suol fare, et di pietra o simile materia, perchè è nella fine, et al principio lui dice haver quasi incontinentia de urina, di modo che non è ulcere nè carnosità. Hora sta respettive bene, perchè, havendo affatto perduto l'appetito, mangia benissimo, et non orina così spessissimo, che se le iteravano tanto più i dolori. La vecchiaia è il mal peggiore, et la propia opinione di non volersi medicare come doveria. L'altro giorno andai da lui, me dichiarasse la sua parabola per far un specchio che avanzasse li cavi de circolo perfetto: et come che stava esinanito dell'infirmità, non potei darle troppo fastidio; con tutto ciò me insegnò quel che poteva ricordarsi: il che me par una intersecatione de circoli maggiori che fanno un cono nella testa, per il che differente sarà pigliarne la portione della testa dove è il cono, che quella laterale. Et però prego V. S., se havesse alcun bel pensiero sopra di ciò, me offero a farne prova materiale et fonder di propia mano, già che ho fatto esperienza de altre et so che non mancherà per mia diligenza, se V. S. me farà gratia di una delineatione perfetta, ma piccola, per farne prova in picolo, acciò si veda respettive se dilunga li raggi del sole et cono luminoso da lontano più del concavo de circolo, o pur unisce più raggi nell'istesso punto, come dice. Io vorrei la distanza dell'effetto maggiore della quarta parte del circolo.

Me perdoni della confidenza di donar fastidio a V. S., sapendo che, essendo dottissimo nelle matematiche et amorevolissimo con tutti, non solo con me in superlativo, et che riuscendo cosa degna sarà l'honor et gloria certa di V. S., da chi ricevessi la gratia della regola et misura; chè così conviene che facessi, et così le prometto osservare et publicare al mondo, come già è di convenienza et obligo. Intanto prego V. S. a tenermi per suo affettionatissimo, et finendo le resto basciando le mani, pregando N. S. per la sua salute et longa vita.

 

Di Napoli, li 29 de Luglio 1614.

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo Ser.re

Fabio Colonna Linceo.

 

Fuori: Al molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, D. Filosofo et Matematico dell'Altezza Ser.ma di

Fiorenza.

 

 

 

1033.

 

LORENZO PIGNORIA a GALILEO in Firenze.

Padova, 1° agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 169. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

La morte dell'immortale S.r Velsero è doluta tanto a me, ch'io non ho saputo contenermi di non darne qualche segno con la penna. Quant'io ho fatto([188]), viene a farsi vedere a V. S., per dolersi insieme con essa della perdita ch'habbiamo fatto in commune d'homo sì grande. Il Signor Iddio doni a quella gloriosa anima luogo di riposo, et a V. S. et a gl'amici suoi termine di consolatione, chè certo il danno, che se n'è ricevuto, è di sua natura inconsolabile.

Bacio le mani a V. S., a nome ancora del S.r Sandelli.

 

Di Pad.a, il dì p.o d'Agosto 1614.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Lorenzo Pignoria.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, a

Fiorenza.

 

 

 

1034**.

 

FRANCESCO STELLUTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 184. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron mio Oss.mo

 

Il Sig.r Bardi fece finalmente risolutione di stampare il problema già recitato da lui nel Collegio del Giesù([189]), come nell'altra mia([190]) significai a V. S., et l'ha dedicato al Sig.r Principe, al quale son due giorni che l'ha portato; ma havendolo letto, non ha havuto molta sodisfatione dell'epistola dedicatoria, sì per non haver notificato in quella che sia stato recitato publicamente nel Collegio sopradetto, sì anco perchè non fa quella menzione di V. S. che si richiede al suo valore, passandosela con detti molto languidi, come V. S. in essa epistola vedrà. Inoltre nelle conclusioni stampate ultimamente da questi Padri Giesuiti, da tenersi da detti Padri publicamente nel salone del lor Collegio, dicono che le macchie del sole non son altro che le parti più spesse di molti epicicli insieme fraposte et congionte, havendo novamente colasù nel cielo o campo del sole moltitudine d'epicicli seminati: opinione affatto ridicola, et da non potere in nessuna maniera salvarsi. Altri s'aiutano col dar varie condensationi e rarefattioni in questi epicicli intorno al sole, limitate però in maniera che si faccino senza alcuna alteratione del cielo o pregiuditio della celeste incorruttibilità. Insomma si vede che l'esperienza delle macchie scotta molto alli Peripatetici, nè hanno refugio.

Il nostro Sig.r Principe istesso diede conto a V. S. della perdita del Sig.r Velseri, sono due ordinarii([191]). Veramente e per il Sig.r Salviati et per lui siamo molto dolenti; et è mancato poco che non habbiamo anco perduto il Sig.r Gio. Batta della Porta, sebene ancora non siamo in sicuro: tuttavia già avvisò il Sig.r Filesio([192]) nostro, suo nepote, che stava malissimo, et dimandò la benedizione di S. Santità, quale il Sig.r Principe subbito gli ottenne; poi, Dio grazia, habbiamo havuto nuova che migliorava tuttavia. Che è quanto m'occorre.

Il Sig.r Principe le bacia le mani di tutto cuore, e tutti ci siamo rallegrati intendendo miglior nuova della sua sanità. Con che me le ricordo servitore et prontissimo a' suoi comandamenti, baciandole con ogni affetto maggiore le mani.

 

Di Roma, li 2 d'agosto 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Franc.o Stelluti Linc.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

 

 

 

1035*.

 

FABIO COLONNA a GALILEO in Firenze.

Napoli, 8 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 186. – Autografa.

 

Molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Sono obligatissimo alla cortesia di V. S., che non solo me mandò li cristalli, ma anco le constitutioni future, acciò le osservassi: et veramente che con grandissimo mio gusto, et più con grandissima ammiratione della sua virtù et sapienza, ho osservato quelle da lei con grandissima verità anteviste et calcolate, et ultimamente recorrette in alcune minutissime avertenze, che credo non molti le haveriano considerate, et particolarmente quella del giorno del 10 di Luglio, che V. S. prima havea posto, forsi per errore del copista, le stelle orientali quasi equidistanti dal corpo de Giove, et nella ultima carta mandatami già ho veduto che, conforme io con il mio poco giuditio havea segnato, erano tra loro molto più vicine, cioè a proportione de dui diametri, et da Giove tre diametri, et la stella picola sopra l'ultima lontana da Giove, più orientale ancor essa. Così l'osservai prima venisse la sua revisione, rimettendomi alla sanità del suo esquisito giuditio et tempo del calcolo: che veramente me ha fatto stupire che così puntualmente habbi trovati il certo periodo de tal picole pianete, le quali, per mia disgratia, essendosi il dì 11 de Luglio rotto il convesso mandatomi, non ho fin hora([193]) potuto vederne se non due grandi; stando con apparecchio di farne uno adesso che son le ferie de' tribunali, che ho maggior tempo, vacando dalle liti che me tengono sollecito per ricuperar parte del patrimonio.

È anco tempo che auguri a V. S. questo et mille altri anniversarii della institutione Lincea felicissimi et con salute, che è quanto desidero io in particolare, che l'ho tanta affettione che non predico altro che la sua eccellenza, veramente admirabile nella nostra età, di haverci scoverto il cielo et quello che tanti migliaia de anni non se è saputo pensare non che vedere, sperando un giorno haver la vera constitutione della fabrica mundiale già tanto controversa; et certo che è cosa da non solo illustrar la sua persona, già fatta chiarissima, ma tutto il mondo et la sua età, veramente aurea per haver trovato cosa maggior assai dell'oro. Intanto la prego tenermi per suo affettionato et vero servitore, che la riverisco et honoro; et me comandi, non solo come Linceo et de meno sapienti, ma come particolar suo discepolo et servitore. Et con ciò le bascio le mani, et le prego da N. S. salute et lunga vita.

 

Di Napoli, li 8 di Agosto 1614.

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

S.r Galileo.

Aff.mo Ser.re

Fabio Colonna Linceo.

 

Fuori: Al molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio sempre Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei Linceo, Filosofo et Matematico della S.ma Altezza di

Fiorenza.

 

 

 

1036*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 9 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 188a e 188b. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

La gratissima di V. S. delli 26 di Luglio non m'è stata resa prima che alli 6 del presente: e creda pure che vedendola e lunghetta e tutta di sua mano, mi son rallegrato molto, considerandone sua miglior sanità; ma non intendendone poi il compimento, non posso restar contento. Mi dichiaro espressamente ch'io son di quelli che sopra e prima d'ogn'altra cosa desidero ch'ella sia sana e che a questa attenda da dovero, e che se tal volta mostro desiderio ch'escano i suoi parti, questo è totalmente subalternato a quello.

Ragunai hieri il colloquio([194]), nel quale fu fatta la proposta del S.r Pandolfini([195]) e risoluto si trasmettesse alli assenti, come ho fatto far subito secondo il solito; e così V. S. potrà pigliarne il voto del S.r Ridolfi costì, ch'all'altri tutti s'è scritto in grandissima diligenza, acciò l'ascrizione segua quanto prima, ch'a tutti m'assicuro sarà gratissima. Subito conclusa, l'avisarò a V. S., acciò possa compirla. Intanto, essendo sul ricominciare l'anno dalla nostra filosofica institutione, lo prego dal Signor Iddio felicissimo a V. S., desiderandolo colmo d'allegri e buoni successi per la commune impresa e studii, e mi ricordo prontissimo a' suoi commandamenti. Bacio a V. S. le mani di tutto cuore et al S.r Ridolfi.

 

Di Roma, li 9 d'Agosto 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

 

 

L'orazione per il S.r Salviati([196]) m'è stata gratissima, e m'è piaciuta sommamente: me l'ha anco mandata l'autore. Presto sarà fatta la nostra.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.o Cesi Linc.o P.

 

In questo annuo saluto V. S. non s'incommodi in modo alcuno a scrivere o rispondere, chè io farò la sua scusa compitamente con tutti, quali pretendono più la sua sanità che altro. Desiderarei sì bene, con destrezza significasse al S.r Ridolfi che il solito degli ascritti è salutar con lettere tutti li altri, come già fece il S.r Salviati f. m., e similmente in questo tempo scrivere a tutti; ond'egli, non havendolo fatto allhora, potrebbe in questa occasione supplire, per evitare anco cortesemente d'esser prevenuto. Non so se egli havesse il ristretto di quelle costitutioni nostre più communi et il catalogo de' fratelli: potrebbe V. S. dargliene copia; o vole le si mandi?

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei Linc.o

Fiorenza.

 

 

 

1037*.

 

CONTE CONTI a GALILEO in Firenze.

Parma, 15 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 110. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

La lettera di V. S. delli X di Maggio, co i libri che si è contentata mandarmi, non mi è capitata prima di adesso; onde non ho potuto prima accusargliene la riceuta. Lo fo con questa, et insieme le rendo affettuosissime gratie di questa cortesia che mi ha fatta, e l'assicuro che nessuno più di me vede con gusto l'opere sue, che la portano all'immortalità. Le rendo ancora gratie che si sia dichiarata meco nella sua lettera che crede che la costitutione del mondo stii come la pone il Copernico, perchè se bene io di quella haveva notitia e l'haveva vista, nondimeno non sapeva se a lei fosse parso di mutarla in qualche parte; e però con questo presuposto io anderò tirando innanzi quel mio pensiero che le accennai([197]).

Io spero che il male che travagliava V. S. nel tempo che mi scrisse, sarà passato, e con questa speranza mi consolo, e la prego, in ogni stato che si trovi, sempre di comandarmi, perchè a nessuno servirò più volentieri di quello che farò a lei. E le bacio la mano.

 

Di Parma, li XV Agosto 1614.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo S.re

Conte Conti.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1038.

 

GALILEO a PAOLO GUALDO in Roma.

Firenze, 16 agosto 1614.

 

Bibl. Marciana in Venezia. Cod. XLVII della Cl. X It., n.° 19. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re et molto Rev.do Sig.re et P.rn Colen.mo

 

Molto tardi mi è stata resa la cortesissima lettera di V. S. molto R.da: ma è ben vero ch'a un silenzio di due anni poca giunta è la proroga di un mese. Ho preso sommo contento nel vedermi ancor vivo nella memoria di V. S., e per avventura non mi è stato men grato che il ritrovarmi ancor fra' viventi dopo una molto lunga malattia, la quale mi ha in guisa interrotto il filo de' miei studi, che non posso accusar a V. S. opera alcuna, di nuovo risoluta. Si ritrovano solamente sotto il torcolo le risposte a i quattro oppositori del mio trattato circa alle cose che stanno su l'acqua, le quali risposte sono state scritte da un mio scolare, monaco di S. Justina, compagno di Cecco de' Ronchitti, et al presente lettor delle matematiche nello Studio di Pisa([198]).

Il commento del Sig. Beni([199]) viene aspettato ansiosamente da tutti li eruditi. Mi farà gratia far giugnere i miei saluti a Monsig.r Querengo, mio Signore, insieme con un profondissimo et devotissimo baciamano; et un simile ne invio a lei medesima, con ricordarmegli servitore di cuore e con pregargli da Dio somma felicità.

 

Di Firenze, li 16 Agosto 1614.

Di V. S. molto Ill.re et molto R.da

Ser.re Affet.mo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et molto Rev.do Sig.r et P.ron Colen.mo

Monsig.r Paolo Gualdo.

In casa del Vesc. di Padova.

Roma.

 

 

 

1039.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 190. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Scrissi a V. S. l'ordinario passato, che subito riceuta la sua lettera convocai il colloquio de' S.ri compagni presenti, e feci fare la proposta del S.r Pandolfini per l'ascrizione([200]); poi subito per lettere la feci trasmettere alli assenti, sollecitando le risposte, di modo che presto doverà seguirne la conclusione, come avisarò subito a V. S., acciò le dia compimento costì con l'istesso soggetto. Quest'è il modo che s'usa; e mi par necessario, consistendo la forza e vigor della nostra impresa ne l'union e stretto vincolo de gli animi, che si conserva con l'amore, che, dandosi un fratello a tutti, tutti siano prima informati e richiesti a concorrer favorevolmente, acciò v'habbiano parte, ne siano contenti e vedano che il negotio camina ordinatameute. Intanto che vengono le risposte, per avanzar il tempo, ho già fatto por mano al'intaglio del simbolo;

Il ritratto del S.r Salviati mi sarà caro sopra modo, sicome sopra modo mi dole non haver veduto lui stesso, e che sì presto l'habbiamo perso.

Quanto al Problema([201]), io non posso sodisfarmi; chè mentre si tratta de gl'huomini veramente grandi, vorrei se ne trattasse come conviene.

Ho visto con particolar consolatione l'elogio sopra 'l S.r Velsero nostro([202]), e deve lodarsi certo con raggione.

Vorrei sentire che V. S. stasse bene affatto, e veramente sarebbe hora hormai che tanto ha patito; godo tuttavia sentendo il miglioramento, e mi contentarei che durasse questo caldo, ancorchè noiosissimo, poichè è giovevole a V. S. Sarà ben necessario che si prepari a buon luogo e buonissima cura per il freddo che se ne verrà.

Non sarò hora più longo, ma ricordandomi desiderosissimo de' suoi commandamenti, mi restarò baciando a V. S. le mani di tutto core. N. S. Iddio le conceda ogni contento.

 

Di Roma, li 16 d'Agosto 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

[Il] S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1040**.

 

VINCENZO MIRABELLA a [GALILEO in Firenze].

Siracusa, 19 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 194. – Autografa.

 

Molto Ill.e S.r mio P.ron Oss.mo

 

Molte cose giunte insieme mi rendono ardito di venir con questa a domandargli una grazia. La prima è l'affetto co 'l quale io vivo affezionato alla sua persona mediante le sue rare qualità e virtù, che non lascerei cosa al mondo di fare per suo servigio. Seconda è il ritrovarmi io (benchè indegnamente) onorato del nome di Linceo, il quale altresì V. S. possedendo, la fratellanza di sì degno ordine acresce e l'affetto e la servitù. Finalmente la gentilezza sua mi rende sicuro di assai maggior grazie, la quale per me sarebbe l'accertarmi ella con qualche suo comandamento di tenermi per uno de' suoi servitori.

La grazia dunque ch'io desidero è due cristalli proporzionati ad una fabrica d'un telescopio: intorno alla quale avendomi io travagliato, benchè con qualche ragione nella teorica, come sarebbe a dire proporzionando il concavo al convesso, con li gradi dell'ombra retta per congregare, e li gradi dell'ombra versa per disgregare, o vogliam dire parte concava, e tutto questo mediante la partizione del quadrante; tutta volta, perchè in questa benedetta città non ho la commodità dell'operazion prattica de' vetri per incavarli ed abbozzarli, conforme richiederebbe il bisogno, non ho potuto far cosa perfetta. E credami il mio S.r Galilei, che 'l desiderio d'aver un istromento perfetto, d'altro non mi vien cagionato, se non dall'aver letto le 3 sue pistole intorno alle macchie solari, inviate al'Ill.mo S.r Marco Velseri; perchè avendo osservato, con questo istromento ch'io tengo, dette macchie quasi per due mesi, non posso accertarmi, mediante l'imperfezione dello stromento, di quanto io intorno a ciò desiderirei; e però non ardisco a dir cosa intorno a dette osservazioni, sì come nè anche gli huomini co' quali ho dette osservazioni comunicate, benchè huomini di qualche garbo, se ne possono assicurare. Ben sì godiamo tutti del modo che V. S. nella 2a lettera insegna per poterle vedere, maravigliandoci dell'Apelle, ch'avendosi avvicinato tanto al detto modo, non avesse quello accertato. In quanto poi a gli scritti di V. S. e dell'Apelle, li dico ingenuamente, e per lo mio debole parere e per quello di molti altri di qualche stima, è troppo grande la differenza. Del tutto ringraziane V. S. il Signore, al quale prego per la lunga vita di V. S., affine che il mondo si vada arricchendo di giorno in giorno di somiglianti novità, che 'l suo raro intelletto li porta dal cielo. E baciandoli le molto illustri mani([203]), con supplicarla mi vogli comandare, finisco.

 

Da Siracusa, li 19 d'Agosto 1614.

 

L'allegata mi farà grazia far donare a chi va, dal quale, come mio conoscente, può avere raguaglio in che mi posso impiegare per suo servigio.

 

Di V. S. molto Ill.e

 

 

In rispondere, V. S. lo potrà fare per via del Ricevitore di Malta.

 

 

Serv.re Aff.mo

D. Vincenzo Mirabella Linceo.

 

Se V. S. scorgesse ch'io non fosse in istrada per la fabrica di questi cristalli, avvertiscamene per farmi grazia, non per farne, ma per goderne l'intelletto con qualch'altra raggione.

 

 

 

1041.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 agosto 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 171. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Rendo a V. S. gratie con ogni maggior affetto del favor che m'ha fatto, ch'io mi consoli con la vista del'imagine del S.r Salviati([204]), insieme con questi S.ri compagni di qua, poichè non c'è stato concesso veder lui stesso e così presto ne siamo restati privi. Desideriamo tutti l'anno, che ricomincia, felicissimo al consesso, e che questa felicità cominci con la sanità di V. S., come ne preghiamo il Signor Dio con tutto 'l core, dolendoci intanto delle minaccie ch'accenna delle sue indisposizioni, che speriamo con la buona cura, e particolarmente ben guardandosi ne' tempi freddi, restino totalmente superate.

Per l'admissione del S.r Pandolfini, già i voti de' S.ri compagni di Napoli son gionti favoritissimi, onde pochi restano d'assenti ad aspettarsi, et al primo colloquio sarà conclusa.

Bacio a V. S. le mani, e le prego dal Signor Dio ogni contento, restando sempre desiderosissimo de' suoi commandamenti.

 

Di Roma, li 23 d'Agosto 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

 

 

 

1042*.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 13 settembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 173. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

L'ordinario passato non hebbi lettere di V. S., ma con questo ho riceuta la sua gratissima e compita: la lettera al S.r Mirabella l'ho fatta subito inviare, et anco la sua al S.r Porta.

Vorrei intender che lei stesse benissimo per rallegrarmi da dovero. Ho sentito anch'io grandissimo travaglio della indisposizione di S. A. Ser.ma, come mio signore particolarissimo, per essergli vero servitore e nato tale. Sia lodato Iddio che è in sicuro: starò hora con desiderio d'intender sia affatto guarito.

I voti per l'ascrizione del S.r Pandolfini sono gionti tutti favoritissimi. Sollecito il simbolo per mandarlo quanto prima. Intanto, ricordandomi desiderosissimo de' commandamenti di V. S., resto baciandole le mani di tutto core. N. S. Dio le conceda ogni contento.

 

Di Roma, li 13 di 7mbre 1614.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

 

 

1043**.

 

ANTIOCO BENTIVOGLI a GALILEO in Firenze.

Osimo, 21 settembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 200.– Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

 

Da molti giorni in qua leggo con grande ammiratione et indicibile delettatione li mirabili discorsi di V. S. intorno alle macchie solari; le quali se bene da principio mi parvero assai dificili a credersi, come nuovi et diversi dalla commune et già invecchiata opinione non dico del vulgo ma anco di huomini dotti, nondimeno per le molte osservationi da me fatte et diligentemente esaminate so' sforzato confessare che V. S., non solo come Linceo, ma come un altro Prometeo, sia veramente salito nel cielo et habbi penetrato le più secrete cose che possono riconoscersi in esso: onde ringratio Iddio che per mezzo di V. S. habbi voluto me ancora far partecipe di cognitione così rara et per tanti seculi occulta. E perchè nessuno virtuoso suole esser scortese, mi sono hora mosso, per l'amore che porto alle sue virtù et per desiderio che ho di essergli servitore, a scrivergli la presente, con dargli anco qualche raguaglio di quello ch'io sento intorno a questa nuova et rara dottrina; et se si degnarà rispondermi, conferirò anco per l'avvenire quanto con il mio debbole ingegno mi sarà concesso conoscere.

Dico dunque che le macchie da V. S. osservate nel disco solare, veramente si vedono; ma non però credo, come nè meno lei affirma, che quelle siano nella sostanza o corpo del sole, non parendo convenevole che nel fonte della luce possa esser tal mancamento; et poi, se vi fussero, non sarriano mobili, come sono: nè meno terminarei quanto a quello siano vicine, potendo esser più et meno, senza dare inconveniente alcuno. Non concedo già, come l'autore del finto Apelle asserisce, che sia Mercurio, Venere o altre stelle non conosciute, le quali si rivolgano intorno al detto corpo solare, perchè le ragioni di V. S. pur troppo dimostrano l'impossibilità del fatto; et quando non ce fusse altra prova, bastarebbe il vedere che dette macchie non solo mutino luoco, crescono e diminuiscono, ma anco svaniscono a fatto, il che non accaderia se stelle fussero. È ben vero che non ardisco per([205]) ancora, partendo dall'anticha filosofia et massime Peripatetica, dire che nel cielo si diano alterationi; anzi più tosto mi induco a credere che quelle macchie siano causate da alcune parti delli cieli inferiori al sole, nelle quali non è gran cosa nè absurda concedere che si trovino molte parti più rare e più dense, le quali non potendosi vedere per sè stesse, opposte al sole si vedano, et faccino apparir quello macchiato, come otto anni fa mi ricordo haverlo veduto io, essendosigli opposta una cometa di quella sorte come carboni estinti, generata nell'aere: perchè, sì come in una tavola oltre li nodi, che ci rappresentano le stelle, sono anco altre imperfettioni et parti inequali, così non è gran cosa che in tanta gran macchina siano molte parti fra loro dissimili, come nella luna, anco picciola parte del cielo, si vede, et il circulo latteo ne fa fede. Nè mi pare dover recedere da Aristotile et dare alteratione nel cielo senza bisogno: et questo tanto più me induco a credere per la variatione et sparitione di esse macchie, dalli quali accidenti argumento che esse non crescano veramente o diminuiscano, ma perchè subintrando([206]) a dritto del sole altre parti del cielo di giorno in giorno, è facil cosa che appariscano altre macchie, diverse da quelle che si vedevano; perchè essendo il Sole 166 volte maggior della terra, et occupando però gran parte del cielo, non è gran cosa che comprenda in tanto spatio varie imperfettioni di esso. Ma forse queste mie ragioni non vagliono, et però mi rimetto al giuditio di più intendenti di me nell'astrologia, et massime a quello di V. S., alla quale attribuisco molto. Alcuna di queste macchie ho veduto senza occhiale, potendo, per Dio gratia, fissar l'occhio al sole anco nel mezzo giorno con poco fastidio.

Quanto poi alle stelle Medicee et al triplicato Saturno, non so che dire del certo, perchè credo d'haverne vedute alcune, ma non ho havuto tempo di considerarle per le molte occupationi, stando io al servitio del Sig.r Card.l Gallo([207]) nel suo collegio del Seminario, et massime per servitio de' suoi nepoti; oltre che non ho luoco molto commodo, nè compagno che si diletti di simili speculationi. Ma il maggior difetto nasce dall'imperfettione dell'occhiale, il quale veramente non ho, come vorrei, buono, et di quella sorte di vetri che fa V. S., de' quali se mi fusse lecito haver commodità, sperarei veder maggior cose: ma non è a tutti concesso ire a Corinto, nè io tanto presumo di poter ottenere. Aggiungo a questo che li nostri occhiali, per la troppa lontananza d'un vetro dall'altro, non si possono tener saldi, et si stenta a operare con essi grandemente. Pur me contentarò di questo debbole stato, et reputarò a somma gratia se potrò tanto meritare appresso V. S., che mi riceva nel numero de' suoi servitori, et si degni leggere le mie lettere et a quelle dar breve risposta; il che mi giova sperare dalla sua molta cortesia.

Le altre opere di V. S. ancora non ho potuto haverle, ma ho scritto a Venetia et a Roma, perchè, dovendo io presto far stampare un compendio di sfera, voglio pur vedere come la terra sia mobile, et altre cose fin qui tenute per false. Ma pur troppo per questa prima volta mi sono allungato, et dubito non essergli venuto in fastidio: però finisco et gli bacio le mani, pregandoli dal Signore Dio il colmo di ogni felicità.

 

Di Osimo, li 21 di 7mbre 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Antioco Bentivogli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei Linceo.

Firenze.

 

 

 

1044.

 

GIO. BATTISTA DELLA PORTA a GALILEO in Firenze.

Napoli, 26 settembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 174. – Autografa.

 

Molto Ill.e S.or e Padron Oss.mo

 

Io stava anchora convalescente, ma la lettera di V. S.([208]) e l'amor che mostra portarmi mi ha risanato del tutto. Ho questa salute molto a caro sol per essere affettionatissimo servitor di V. S., la qual prego mi mantenghi in sua gratia.

Già risorto in sanità, son risorti gli antichi capricci. Fabricamo co 'l S. Fabio Colonna, che è molto ingegnoso e mecanico, una nuova forma di telescopio, il qual farà centuplicato effetto più del solito; che se con 'l solito si vede fin nell'ottava sfera, con questo si vedrà fin nell'empireo, e piacendo al Signore spiaremo i fatti di là su, e faremo un Nuncio Empireo.

Supplico V. S., ritrovandosi col Seren.mo Gran Duca, ricordargli la mia servitù, e parimente incontrandosi co 'l S. Benedetto Punta, degnissimo medico di sua Alt.a Ser.ma, ricordargli la mia affettione. E con ciò li bacio le mani con ogni affetto, pregandogli dal Cielo ogni felicità.

 

Da Napoli, hoggi 26 di Settembre 1614.

De V. S. molto Ill.e

S.or di tutto core

Gio. Batt.a della Porta Lin.o

 

Fuori: Al molto Ill.e S.or e mio Padron Oss.mo

Il S. Galileo Galilei Lin.

Firenze.

 

 

 

1045*.

 

FABIO COLONNA a GALILEO in Firenze.

Napoli, 3 ottobre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 204a e 204b. – Autografa. A tergo della car. 204b, sul cui recto è la figura, si legge, di mano del Colonna: «Per il Sig.r Galileo Galilei Linceo».

 

Molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Ho scritto a V. S. prima della sua amorevolissima, facendo l'ufficio dovevo secondo le nostre constitutioni, et dopoi risposto alla sua: non so se le sia ricapitata, havendole tutte due mandate per mezzo dell'Ecc.mo S.r Principe nostro, come anco questa. La quale non è per altro, se non che per tener viva la affettione che per le sue virtù le porto: et per haver occasione di ricordarle la mia servitù, le mando sei imagini dell'eclisse di hoggi, le quali, per haver havuto necessità di assistere a' tribunali per l'esigenza del vivere, che hoggi tanto è stretta in Regno che non se trova persona che paghi conti senza li sbirri et con mille sentenze de giudici, et con tutto ciò con mille stenti et travagli et grossa spesa, pure la curiosità, con interrotti intervalli di esser a' tribunali due volte, et tornato in casa per tal osservatione, l'ho fatta alla peggio che ho possuto et saputo, sì nello camino della luna, o per dir meglio del sole, che più scorreva, come nel signare le macchie solari precise et con lor grandezza, che per la fretta et poco pensiere non ho possuto: pure si et in quantum V. S. vedrà un sbozzo di ogni cosa grossissimo, et potrà conoscere il vero et pigliarne quel che si può, et drizzarle alla positione dritta, essendo quelle alla riversa uscite dal cannone. So che V. S. et altri suoi discepoli haveranno fatto il simile, et desiderarei veder alcuna di quelle, per imparare per un'altra volta a farne alcuna buona. Intanto la prego, oltre tante gratie che mi ha fatto, farme sapere se il pulimento de' cristalli convessi che lei fa fare, sono fatti alla rota, o pure al feltro in piano, come usano li artefici de occhiali; poichè io trovo che al pulire fuori de lor forma in rota, con il feltro, come fanno li artefici, in piano, sfregandoli, se guasta la forma: il che me sarà di favor particolare. Intanto le bascio le mani, et prego me tenghi per suo minimo discepolo et grandissimo servitore di core, che desidero poter servirla di tutto cuore. Et Nostro Signore la feliciti et guardi sana lungamente.

 

Di V. S. molt'Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo Se.re

Fabio Colonna Linceo.

Di Napoli, li 3 de Ottobre 1614.

 

Fuori: Al molt'Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei L.o,

Filosofo et prim.o [Matem]atico del Sereniss.o Sig.r Gran Duca di Toscana.

Firenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

occidentalis

pars

iuxta paginae

positionem

ad tubum

 

 

 

1046.

 

LUCA VALERIO a GALILEO in Firenze.

Roma, 3 ottobre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Hora ch'io ho inteso con molta mia allegrezza dal nostro S.re Prencipe che V. S. sta sana, assicurandomi di doverle dar manco fastidio ch'io non haverei fatto prima, torno con questa a ramentarle ch'io le vivo quel devoto servitore et amico ch'esser le devo per molte cause, non facendo mai fine di pregar Dio per la sua sanità et lunga vita. Nè altro per hora sovviemmi che scriverle, se non pregarla a conservarmi nella sua gratia et a supplire al mancamento de' meriti ch'ella in me vede, o di quei segni che la mia humil fortuna non mi concede, ond'io possa mostrarle quanto io la stimi et ami. Con che bacio a V. S. le mani con ogni affetto del cuore.

 

Di Roma, li 3 d'ottobre 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Aff.mo

Luca Valerio Linceo.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1047*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 4 ottobre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 178. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Tornato a Roma da Pelestrina e Tivoli, e sul partire per Acquasparta, ho ricevuta la gratissima di V. S.; e sentendo allegrezza grande della ricuperata sanità di S. A. Ser.ma, resto anco con desiderio intenso d'udire che V. S. sia libera affatto dalle sue indisposizioni. Scriverò a lungo, subito che mi sia sbrigato da questi moti, che mi tengono occupatissimo per esser con tutta la famiglia, e risponderò alla cortesissima del S.r Filippo Pandolfini, che m'è stata([209]) cara sopramodo. Intanto V. S. farà seco scusa di questa tardanza, baciandole in mio nome le mani. Mi ricordo prontissimo a' comandamenti di V. S., e le bacio le mani.

 

Di Roma, li 4 d'8bre 1614.

Di V. S. molt'Ill.re

 

 

Viene inclusa una del S.r Porta([210]). Non s'è ricevuta la risposta del S.r Ridolfi al S.r Mirabella.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Linc.o P.

 

Non so se V. S. habbia trattato col S.r Ridolfi del'ascrizione del S.r Pandolfini, poichè non ho saputo altro del suo voto. Il simbolo è quasi finito, e presto lo mandarò.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei L.o

Firenze.

 

 

 

1048**.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PAOLO GUALDO in Roma.

Aix, 5 ottobre 1614.

 

Bibl. Marciana in Venezia. Cod. LXVIII della Cl. X It., car. 62t.-63r. – Autografa.

 

.... Et se non le fosse troppo importuno, vorrei ben sapere.... che cosa habbia fatto il S.r Galileo doppo il suo Nuntio Sydereo, il quale ne diede dell'essercitio quasi un anno ad osservare i suoi Pianeti Medicei et a regolare i moti loro. V. S. mi farà gratia singolare di volermi mandare quanto egli haverà stampato in quella materia doppo il detto Nuntio Sydereo....

 

 

 

1049.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Firenze.

Firenze, 13 ottobre 1614.

 

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 932. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re Sig.re et P.ron Oss.mo

 

Prego V. S. a favorirmi appresso il P. Inquisitore, et ottenere ancora che l'opera([211]), che insieme con questa riceverà, sia data a rivedere a quel P. de' Servi([212]), acciò possa quanto prima darsi in mano delli stampatori: et in questo servasi dell'opera del'apportatore. Mi scusi del'incomodo, e mi comandi.

 

Di casa, li 13 di Ottobre 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Affet.mo Ser.re

Galileo G.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r et P.ron Oss.mo

Il Sig.r Michelangelo Buonarruoti.

In casa.

 

 

 

1050**.

 

ANTIOCO BENTIVOGLI a GALILEO in Firenze.

Osimo, 19 ottobre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 208. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non potrei esprimer con parole quanto la cortesissima risposta di V. S. mi sia stata grata, poichè non solo si è degnata ricevermi nel numero de' suoi servitori, ma anco mi ha dato occasione che io arditamente gli possa scrivere altre volte; se ben non vorrei che le mie lettere, continenti cose che poco vagliono, gli apportassero tanto più noia trovandola indisposta, come mi avvisa esser accaduto nello ricevere l'altra mia, perchè io non intendo apportargli incommodo, anzi mi farà gratia differire la risposta et anco tacere in tali occasioni.

In quanto poi al nostro proposito delle macchie solari, sappi pure V. S. ch'io tengo da lei et accetto per buone et belle le sue dotte ragioni et dimostrationi: nè creda ch'io sia di quelli che iurarunt in verba magistri; anzi (come V. S. dice) faccio più conto d'una ragione et vera demostratione che di tutti gl'huomini del mondo, dalle cose di fede in poi, nelle quali le demostrationi non s'ammettono. Ma quello ch'io procuro è di chiudere la bocca ad alcuni saputi, li quali, senza intendere che cosa sia cielo, vogliono riputare per impossibili le cose facili. In due cose principali desidero hora esser sodisfatto da V. S. La prima è, che li nostri avversarii insistono nel fondamento principale di questa nuova dottrina, con dire che essendo il cielo da noi tanto lontano, non è possibile per l'indebita distanza poter fare che un vetro, il quale a pena per trenta miglia con l'approssimatione dell'oggetto fa parerlo come è a gl'occhi nostri, possa anco scoprir nel cielo, tanti milioni di miglia distante, le cose come veramente là su si trovano; anzi sì come la semplice nostra vista s'inganna nel guardare al mare, il quale ci appare turchino, benchè non sia, et questo anco così apparisce con l'occhiale, così può molto più ingannarsi in oggetto senza comparatione più lontano del mare. Il secondo punto è, che V. S., benchè creda e dimostri che dette macchie appariscano nel sole, non dimeno non par che bene si risolva se siano contigue a lui, overo siano nell'istesso corpo solare; et di qui argumentano che non si deva, per salvare dotrina di cosa incerta, metter nel cielo alterationi, contro la sentenza di tutti i filosofi et astrologi che fin hora hanno scritto. Et io, se voglio dir a V. S. liberamente il mio parere, mentre non si può dire che le dette macchie siano in orbi inferiori, terrei più tosto che fussero nel'istesso corpo solare, et che con esso si rivolgessero, onde perciò variassero grandezza e positura, perchè questo non haveria dell'impossibile, come non ha dell'impossibile che siano nella luna et in altre parti del cielo; et così non occorreria dare alterationi nel cielo. Ma a questo mio pensiero replicano anco questi tali, con dire che il corpo solare non ha del probabile che si rivolga in sè stesso, mentre nè la luna nè le stelle o altri corpi celesti fanno tale rivolgimento, et che, se bene ciò pare alla nostra vista, nondimeno questo viene dalla frequente scintillatione del sole, et dal nostro vedere molto di lontano sensibile eccedente di gran lunga il nostro senso. Dicono anco che è duro il credere che hoggi si sappia quello che da tanti valent'huomini per il passato non si è saputo. Ma di questa oppositione, come ridicula, non mi curo; quasi Iddio, quando diede a gli altri filosofi o astrologi l'ingegno di sapere molte cose, chiudesse la via a gl'altri d'inventar nuove dotrine: il che se fusse, non si sariano di nuovo ritrovati gli antipodi, da gli antichi negati, et tante altre cose le quali tuttavia si trovano et s'insegnano.

Di gratia, V. S. nel rispondere a questa dia qualche sodisfatione alle leggiere oppositioni di questi tali: et la prego con ogn'affetto di cuore a ricordarsi della cortese promessa che mi fa nella sua, cioè che capitandogli per le mani un paro di vetri, se non esquisiti almeno buoni, me ne faccia gratia; et se bisogna pagarli, non guardi a spesa, perchè io non tengo conto di danari dove ci è l'interesse del sapere: onde vorrei che V. S. fusse in Venetia, come è in Firenze, donde sperarei più presto d'esser sodisfatto, poichè questi nostri vetri sono troppo ordinarii, et in consideratione delle cose celesti danno pochissima sodisfatione. Il Signore Dio la conservi sana di corpo e di animo, et a me dia gratia di poterla in qualche cosa servire.

 

Di Osmo, a dì 19 di Ottobre 1614.

 

Nel rispondere alla lettera, V. S. farà: Ancona per Osmo.

 

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo Ser.re

Antioco Bentivogli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1051*.

 

MICHELANGELO GALILEI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 22 ottobre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 14. – Autografa.

 

Car.mo et Honor.do Sig.r Fratello,

 

Per lettera del nostro cognato ò inteso con mio piacere dell'amorevolezza usata al S.r Ridolfo Tasso, per la quale ve ne resto obligatissimo et quanto so ve ne rendo gratie. Mi è stato di sommo contento l'intendere che vi troviate in buona sanità, che prego Dio, nostro Signore, vi mantenga lungo tempo.

Le vostre Lettere circa le macchie solari hanno messo in desiderio me et alcuni mia amici d'avere un di quei vostri trattati delle cose che stanno su l'acqua: però vi prego, con l'occasione del S.r Sini, mandarmene copia, non sapendo inmaginarsi che cosa sia questa. Vi prego di gratia a mandarmi ancora un vetro da occhiale, di quelli che ingrossano, avendone disgratiatamente perso uno andando a spasso fuor de la città; e rimanendomi il piccolo solo, non so che ne fare. Vi avviso come di quelli che mi mandasti ne ò dati quattro via, et n'ò cavato qualche fiorinuccio, fuora d'ogni mia credenza; et vi dico che di Venetia viene tanti di questi strumenti fuora, et tanto buoni, che è cosa di stupore, et già son ridotti a vilissimo prezzo: et se quelli che m'avete mandato io l'avessi hauti circa un anno e mezzo fa, averei fatto bene il fatto mio. Pure ve ne resto con l'istesso obligo, e da qui inanzi non se ne farà più stima, se però non fossi di tale eccellenza non ancor veduta in queste parti; et non resto totalmente fuor di speranza che ancora n'abbiate a far de' migliori di quelli che avete fatto.

Ho, queste mattine adreto, osservato Venere, quale di presente è tonda. Saturno ò desiderato osservarlo, ma non lo cognosco, et per consequenza inpossibile a trovarlo a me: di gratia, datemene qualche avviso. Altro non ò per hora che dirvi. Circa la sanità sto assai bene, per gratia di Dio, con tutti di casa, quali di cuore vi ci raccomandiamo, et preghiamo a salutar da parte di tutti nostra madre e sorella et tutte le monachine: et di gratia, non mancate scrivermi spesso. Dio, Nostro Signore, vi feliciti.

 

Di Monaco, li 22 d'ottobre 1614.

 

Vostro Aff.mo Fratello

Michelag.lo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo

Sig.r Galileo Galilei, Matematico del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Fiorenza.

 

 

 

1052*.

 

GIROLAMO DA SOMMAIA a GALILEO in Firenze.

Pisa, 5 novembre 1614.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n.° 53. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.or mio Oss.mo

 

Ho molta pena che V. S. non possa ancora superare la pertinacia del suo male: mi giova bene di credere che sia ridotto a termine, che pochissimo hoggi manchi o niente all'intera sua sanità, la quale piaccia a Dio concederli, come questo suo servitore li desidera.

Circa il suo negotio, non ho fortuna di poterla servire, di che mi duole; ma mi consolo, poi che V. S. ha conseguito l'intento suo, come harà sentito dal Padre D. Benedetto([213]). Io sono e sarò sempre, di forze debolissimo, ma devotissimo e prontissimo di volontà, a quanto sia di gusto e servitio suo, come venendo occasioni V. S. vedrà: e baciandoli le mani, con tutto l'affetto li prego da Dio ogni felicità.

 

Di Pisa, a' 5 di Nov.e 1614.

Di V. S. molto Ill.re

S.or Galileo.

S.re Aff.mo

Girol.o da S.ia

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1053**.

 

LUCA VALERIO a FEDERICO CESI [in Acquasparta].

Roma, 7 novembre 1614.

 

Bibl. della R. Accademia dei Lincei in Roma. Mss. n.° 12 (già cod. Boncompagni 580), car. 346. – Autografa.

 

.... Non è però tal gusto passato senza scotto di ramarico, causatomi dalla nuova indisposizione del mio Sig. Galileo, molto noiosa, com'egli stesso mi scrive, oltre a quel ch'io n'ho inteso dal Sig. Stelluti. Perchè io non manco di far pregar Dio N. Signore da' suoi servi, allui cari, che lo liberi da sì ostinata infermità, nemica della gloria del secol nostro; chè quanto utile al mondo apporti un tale splendore, V. Ecc.za sa meglio di me....

 

 

 

1054.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 novembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 180. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron mio Oss.mo

 

Perchè io non potei, avanti alla mia partenza, tornare a salutar V. S. Ecc.ma, vengo hora, subito dopo il mio arrivo, a ricordarle la mia affettuosissima servitù e darle nuova di me.

Il viaggio non è stato totalmente avverso, havendo hauto pioggia una mattina solamente su la montagna di Viterbo: è ben vero che ella ci affrontò con sì terribile accompagnatura di grandine, vento, tuoni e baleni, che ne havemmo la parte nostra; e ben che il cielo si rasserenassi, pe' fiumi e per le pianure havemmo che travagliar fino a Roma. Per gratia di Dio sono arrivato salvo, et anco robusto. Sono dal nostro S.r Chellino, che fa reverenza a V. S. Haviamo casa su 'l Tevere, nella Lungara, tal che la finestra della mia camera mi scopre molto nobile prospettiva su la riviera del fiume; e se ben molto inferiore, pur mi fa sovvenire di quella del Canal Grande in Venetia. Non ho per ancora lasciato rivedermi: desidero, come ella sa, andar a far reverenza all'Ecc.mo S.r Principe Cesis; ma però la supplico ad honorarmi d'introduttione con una sua lettera, la quale starò attendendo. E con questo, facendo a V. S. Ecc.ma humilissima reverenza, le prego da Dio col più intimo affetto del cuore, per gloria di cotesta patria e per publico benefitio delle lettere, lunga e felice vita.

 

Di Roma, il dì 8 di 9mbre 1614.

Di V. S. Ecc.ma

S.r Galil.o Fir.

Devot.mo et Obblig.mo Ser.r

Gio. Ciampoli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron mio Oss.o

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1055**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 12 novembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 182. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Mando a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma ducente e ventisei piastre, restante della provisione che ho riceuta in nome di V. S. dalla Dogana: una piastra ho data al bidello; all'altra paga s'incontrarà quel poco di resto.

Quanto a quello che V. S. mi scrive di Mons.r Sommaia, deve sapere che egli scrive([214]) così, di non haver hauto occasione di servir V. S., perchè questa spedizione è stata fatta in nome del Proveditor morto([215]), dove S. S.ria Rev.ma non ha che fare.

Ho cominciato a leggere al S.r Francesco Usimbardi con mio grandissimo gusto, perchè mi son incontrato in un ingegno vivacissimo e docile e di tutto garbo. Hoggi son stato favorito alla lezzione dal S.r Galesio([216]), vecchio molto honorato, e da Mons.r Proveditor. Il S.r Galesio, alla colonna, per honorarmi, havendo io trattato del modo d'argomentare secondo la permutata proporzione, mi disse che ancora Aristotile ne haveva parlato in un tale capitolo, dicendo: 4 a 8 è come 16 a 32; adunque, permutando, 4 a 16 è come 8 a 32; et io li soggiunsi che si era servito del medesimo modo ancora nell'Anima, con artificio meraviglioso concludendo che essendo l'intelletto all'intelligibile come il senso al sensibile, permutando, l'intelletto al senso era come l'intelligibile al sensibile: la qual cosa piaccque in colmo a S. S. Ecc.ma; e così, offerendo io la pers[ona] mia alla sua nella medesima proporzione che era la matematica alla filosofia, gli restai servitore.

Il S.r Pier Francesco Rinuccini è qua in mia compagnia, e studia alla gagliarda, e bacia le mani a V. S. Nel resto io sto bene, e spero di star meglio: scolari non mancano, e son pregato da' maestri stessi e lettori, quali desiderano, e sono formate parole di alcuni di loro, di levarsi da questa servitù de' libri e studiar al modo di V. S. Ecc.ma. Alla quale mi ricordo servitore obligatissimo e li bacio le mani.

 

Di Pisa, il 12 di 9mbre 614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1056.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Roma, 20 novembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 214. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Pochi giorni doppo il mio arrivo in Roma, scrissi a V. S. Ecc.ma una mia, dandole parte di questa mia venuta([217]), offerendomele per quell'antico servitore ch'io le son sempre stato; della qual lettera mai ho havuto risposta alcuna, e ne stavo con maraviglia, sapendo quanto V. S., e in questo et in ogn'altra sua attiene, sia cortese e compita([218]), quando che dal S.r Gio. Batta Bottini, gentilhuomo Lucchese, che veniva da coteste parti, mi fu referto d'una grave indispositione che V. S. questi mesi adietro haveva havuto, ma che per gratia del Signore adesso si ritrovava in buoni termini: di che ne sia lodato Dio benedetto, che faccia che vadi sempre di bene in meglio.

Ho havuto questa posta due copiose lettere, da me molto tempo desiderate, del nostro S.r Nicolò Fabritii Francese, Signor de Peiresc, in una delle quali mi prega ch'io voglia darle conto di V. S. e se doppo al suo Noncio Sidereo ella ha mai più stampato cosa alcuna in tal proposito, e che di gratia tutto quello che si trova del suo stampato io glielo mandi quanto prima, scrivendomi che 'l suo Noncio Sidereo gli ha dato per un anno intiero grandissimo gusto nel far l'osservationi di quelli nuovi Pianeti([219]). Io questa settimana le mando quelle Lettere mandate da V. S. al S.r Velsero di hon. mem.a, delle macchie del sole, stampate qui in Roma. Quel trattato delle cose che nuotano sopra l'acque, non l'ho potuto trovare; gliene mando però uno che si può dire che sia come un compendio di quello, d'un Giovanni de' Bardi([220]), stampato questi giorni pur qui in Roma, donatomi dal P. Gambergerio, il quale è molto affettionato a V. S., e ne parla con tanti encomii che più certo non si può dire. M'ha detto che a quest'hora in Golstadio sarà stampato un trattato del sole di Apelle([221]), il quale finalmente s'è smascarato, mettendovi il suo proprio nome, essendo un Gesuita.

V. S. intende il desiderio del detto S.r Nicolò: però se, oltre il Noncio Sidereo e le Lettere al S.r Velsero, ella ha dato fuori altro, mi farà gratia mettermi su la strada di trovare ogni cosa([222]), acciò possi servire il detto Signore, che, come ella sa, merita molto.

Non so se le sia venuto alle mani un elogio del nostro S.r Lorenzo Pignoria in lode del Velsero([223]), il quale è stato commendato molto e qui e in Germania et in Francia: gliene invio uno, che se più non l'haverà veduto, so che le sarà caro.

Io starò quest'inverno a Roma per servirla. Habbiamo qui il S.r Ciampoli, vestito in habito presbiterale; et il nostro Mons.r Querengo sta benissimo, allegro al solito, honorato ultimamente da S. Santità dell'habito pavonazzo, come suo prelato domestico. Horsù, attendi V. S. a conservarsi, e si racordi ch'io le son gran servitore. Continui ad amarmi et a commandarmi dove mi conosce buono. Dio la feliciti, e le bacio le mani.

 

Di Roma, alli 20 di Nov. 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1057**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 26 novembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 184. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

 

A stare nel letto io vedrò Giove a nascere, perchè nella casa dove io abito, che è in via Fasoli, ho fatta assettare una stanza giusto a proposito: ma per hora bisogna haver pacienza con questi desperatissimi tempi e nugoli Peripatetici.

Di nuovo non ho altro che scrivere, se non che l'humanista([224]) ha fatto il suo principio conforme alla speranza et al gran concetto che di lui si haveva: mi si mostra amorevolissimo, e vole che io legga a certi suoi nepoti. Ho principiato a leggere a certi Sig.ri Cievoli et altri, e non mi mancano scolari.

Desiderarei, se V. S. mi può favorire, un occhiale di questi piccoli per un gentilhuomo, padrone della casa dove io habito: in contracambio mandarò a V. S. due propositioni geometriche, una per il Padre D. Serafino, e l'altra per il primo ordinario, pregandola a castigarle.

Il Sig.r Pier Francesco([225]) li bacia le mani; et io la suplico a favorirmi di dire a Gio. Batta([226]) che ho riceuto il vino ben condizionato e 'l cannone rotto, e che io sto in via Fasoli, dove potrà indrizzare il piede dell'occhiale. Facciami grazia ancora di mandare in Badia al Padre D. Adeodato una copia di Lettere Solari, le quali saranno da lui inviate a Piacenza. Mi scusi se son troppo importuno, e mi comandi dove mi conosce buono a servirla, chè sa bene quanto li devo. Attenda a conservarsi in questi tempi, e con occasione mi ricordi servitore al Sig.r Niccolo Arrighetti e a tutti gli altri Signori, miei padroni.

 

Pisa, il 26 di 9mbre 614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

Monsig.r Sommaia bacia le mani a V. S.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1058.

 

GALILEO a PAOLO GUALDO in Roma.

Firenze, 1° dicembre 1614.

 

Bibl. Marciana in Venezia. Cod. XLVII della Cl. X It., car. 20. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re et molto Rev.do Sig.r Oss.mo

 

Il concetto che ha V. S. molto Ill.re et molto R.da([227]), del mancare io del vitio di negligenza in dar risposta alle lettere, e massime a quelle che mi vengono da padroni così cari come è V. S., è concetto vero; et alla lettera che ella mi scrisse nel suo arrivo in Roma, detti subita risposta([228]), e, se bene ho in memoria, l'indirizai all'istesso maestro de' corrieri di Firenze, acciò fusse più sicuramente recapitata: però scusi me, e ne incolpi la fortuna.

L'avviso ch'ella hebbe della mia grave malattia dal Sig. Bottini, fu pur troppo vero, e tale che per ancora me ne risento, e me ne risentirò per un pezzo; e come l'indisposizioni passate mi hanno ritardato et impedito il finire e pubblicare alcune mie opere, così temo che il continuarsi le presenti mi ritarderanno la medesima esecutione: però al Sig. Fabbritii([229]) non ci è al presente da mandargli che 'l mio trattato delle cose che stanno su l'acqua, del quale gliene invio una copia, acciò lo habbia assoluto e non tronco. In breve se gli potranno mandare le risposte ad alcuni oppositori che mi scrisser contro in questa materia([230]).

L'elogio del Sig. Pignoria mi è stato gratissimo, se bene dall'istesso autore fui favorito di due copie([231]).

Facciami grazia con la prima occasione di far riverenza in mio nome al P.re Granbergiero, assicurandolo che io gli son vero et affetionato servitore et ammiratore della sua bontà e virtù; e preghilo, sicome io ne prego V. S., che come prima arrivi costà la nuova scrittura del finto Apelle([232]), ma ora smascherato, me ne faccia parte.

Godasi la conversatione del Sig.r Ciampoli, la quale non potendo io presentialmente godere, insieme con quella di V. [S.], mi consolerò che la mia idea la goda essa nel loro cortese af[fet]to e grata memoria. Con che gli bacio le mani, e me gli ricordo servitore di cuore.

 

Di Firenze, il p.o di Xmbre 1614.

Di V. S. molto Ill.re et molto R.da

Affet.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re et molto Rev.do Sig.r et P.ron Oss.mo

Il Sig.r Paolo Gualdo.

Roma.

 

 

 

1059**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 3 dicembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 220. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

 

Mando a V. S. Ecc.ma una constituzione de' Pianeti Medicei, non ne havendo potute far altre per la sceleratissima constituzione de' tempi; non già che ogni mattina non sii in piedi alle dodeci hore, quando a punto Giove si leva. Vero è che, non so per qual cagione, con gran fatica li distinguo, ancorchè io adoperi il mio occhiale: forsi deve essere per la gran lontananza, crepuscoli o vapori. Quella mattina che fu la congionzione di Venere e di Giove, non mi fu mai possibile il vedergli: tutte le altre mattine il tempo è stato nugoloso.

La costituzione è stata questa:

 

La più remota orientale mi è parsa congionta con un'altra, ma ne sto in dubio. Non mancarò osservare con quella maggior diligenza sarà possibile, e ne mandarò, se mi servirà il tempo, le costituzioni per ogni ordinario.

Quanto a quella lettera del Sig.r Agostino Seta, scrissi già a V. S. per un carrozziere che non si trova in rerum natura, nè questi signori Pisani conoscono chi sii Agostino Seta: però la lettera è appresso di me, e starò aspettando ordine da V. S.

La mia scola camina bene e in publico e in privato, e séguito con il S.r Francesco Usimbardi, quale va ancora insegnando al fratello. Il Sig.r Ottavio Ciampoli ha resolto il problema de' due circoli etc. con un modo facilissimo, che è questo:

Piglisi il punto g, et alzisi la gc perpendicolare alla ab, eguale alla gb, e descrivasi il circolo cbd, centro g e intervallo gb, e produchisi([233]) cg in d; tirata la linea ac, dividasi in parti eguali in e, e sia ef perpendicolare alla ac; da f alli punti c, d siino tirate le linee fc, fd, quali saranno eguali alla fa: e perciò, fatto centro f, descritto il circolo con l'intervallo fa, sarà fatto.

Io poi ho ritrovato un teorema, con la sua demostrazione, quale mandarò al P. D. Serafino. V. S. Ecc.ma lo vedrà, et emenderà dalli errori. Nel resto séguiti ad amarmi, e mi comandi.

 


Pisa, il 3 di Xmbre 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.or mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.mo Philosopho di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

1060*.

 

GIOVANNI TARDE a GALILEO in Firenze.

Roma, 6 dicembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 186. – Autografa.

 

Illust.mo ac Clariss.mo Viro Domino Domino Galileo Galilei, rerum mathematicarum peritissimo, Ioannes Tarde, Canonicus Ecclesiae Sarlatensis in Aquitania et earundem mathematicarum studiosus, S.

 

Laetor et magni perpendo, Clarissime Vir, tanto munere a Deo Optimo Maximo me fuisse donatum, ut in itinere meo Italico Dominationem Tuam potui videre et per quosdam dies alloqui, et ab eadem multa nova et praeclara viva voce discere([234]). Multis spero me narraturum humanitatem tuam ingeniumque tuum, de mathematicis tam bene meritum. Quem Florentiae dedisti libellum de maculis solis, legi et perlegi Romae maxima cum delectatione, et spero mecum in Galliam deportare, ut ipsum Dominus Robertus Balforeus videat et legat. Caeterum recordor tibi dixisse Florentiae, nos esse Romae mansuros per duos menses; sed quia ob aliquam causam cogimur discedere, et re vera sumus discessuri circa finem huius mensis Decembris, volui te monitum esse quod si praefato Domino Balforeo es responsurus illique missurus literas, perspicillum aut aliquid aliud, necesse est ut ante diem Natalem, idest ante finem huius mensis, mittas: si enim in principio Ianuarii Romam appulerint, invenient nos iter arripuisse versus natale solum. Valetudinem tuam interim cura, ut mathematicarum studiosi te tuisque observationibus et inventis diutius frui valeant.

 

Romae, die 6 Decembris 1614.

 

Tuae Dominationis Devotissimus

Ioannes Tarde,

Canonicus theologus Ecclesiae cathedralis Sarlati,

in provincia Burdigalensi.

 

Dirigantur et suscribantur, si placet, litterae Dominationis Tuae: Al S.or Mathurino Le Paintre, sollicitatore, in Roma, alla calata di Monte Citorio, appresso il barbiero.

 

Fuori: Al molto Illustre Signor

Il Signor Galileo Galilei, nobil Fiorentino,

Filosofo e Matematico Primario del Serenissimo Duca di Toscana, in

Firenza.

 

 

 

1061.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 dicembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 225. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Ho recevuto la gentilissima lettera di V. S. Mi rincresce nel cuore le sue indispositioni: piaccia a Dio benedetto di riconvalidarla, acciò possa con le dottissime et honoratissime sue opere render celebre, come ha fatto sinhora, questa nostra età.

Io ho recuperato il libro([235]) dalle mani del corriere: sto aspettando di giorno in giorno alcuni marinari Francesi, per li quali l'invierò al S.r Nicolò Fabricii insieme con alcuni altri libri. Non mancherò anco di fare i complimenti di V. S. con 'l Padre Gambergerio, et intenderò a che termine stia l'opra di Apelle fuori della tavola([236]).

Son spesso con 'l S.r Ciampoli gratiosissimo, con mio grandissimo gusto: spero anco poterlo godere più frequentemente, havendomi dato intentione di pigliar stanza in queste nostre contrade.

Li nostri amici di Padova stan tutti bene, eccetto il Beni([237]), che sta travagliato per cotesti vostri SS.ri Cruscanti. Voleva mandar fuori il suo commento sopra la Gerusalemme del Tasso, con altre sue opere; ma questo accidente l'ha talmente mortificato, che si crede non ne farà altro([238]). Mi rincresce, perchè poneva V. S. in necessità di dar fuori ella ancora le argutissime e dotte sue postille, fatte sopra l'istesso auttore([239]).

Mi scrivono che l'Acquapendente([240]) stava nel letto con febre; e pochi giorni sono morì il medico Tarquinio Carpanedo.

L'accidente del Beni ha cagionato un poco di danno al Dottor Livello([241]), il quale era deputato dalla Republica a rivedere li libri che si stampavano in Padova, con provisione di 150 Ñdi; e perchè ha lasciato passare l'opera del Beni, l'han cassato dal detto officio, et han fatto una parte che de caetero non si possi più stampar opra alcuna in nissuna città del Stato se prima non si mandi la copia di tal opra da esser revista a Venetia: cosa ch'è di grandissimo travaglio e longhezza per quelli che facevano stampare in detta città. Hor veda V. S. a quanti ha fatto e danno e dispiacere il Bene con questo suo Cavalcanti([242]). E questo basti per risposta della cortesissima sua lettera.

Io mi tratenirò qui tutto questo inverno: s'io posso servire V. S. a cosa alcuna, si degni commandarmi. Mons.r Vescovo([243]) sta bene, e la saluta caramente. Dio doni a V. S. compita sanità e felicità; e con ogni affetto le bacio le mani.

 

Di Roma, alli 13 Xmbre 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Di gratia, V. S. mi faccia un giorno sapere qualche cosa del S.r Giuliano de' Medici; e se li scrive mai, non si scordi farle a mio nome un affettuosissimo baciamano, vivendole gran servitore.

 

 

S.r Galilei.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1062**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 19 dicembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 190. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Mi scordai per l'ordinario passato scrivere a V. S., che finalmente haveva ritrovato che il Sig.r Agostino Seta è morto: hora gli ne do nova.

Ho fatto quanto V. S. m'impose col Sig.r Michel Angelo Bonaroti, e mi disse che voleva scrivere.

Spero di mattina osservare Giove, e gli mandarò le costitutioni.

Quanto alla mia scola, camina tanto bene che è troppo. Ieri principiorono a sentirmi privatamente tre nepoti del Sig.r Giulio Bulingiero, humanista di questo Studio, giovani, per quanto posso conoscere, di molto garbo; e mostrano d'essere spiriti elevati. Gli Sig.ri Usimbardi seguitano al solito, e faran passata straordinaria, con mio sommo contento. Leggo al Sig.r Cap.o Ottavio Adami e due altri Cav.ri di Palazzo. Parimente un nipote del Cav. Giustiniani sente lettione privata. In oltre ho una scola di gentilhuomini qua Pisani, in modo che non mi manca occasione di faticare; e ogni giorno cresce il numero di scolari.

Questa sera ha presi i punti per dottorarsi il S.r Gio. Batta Rinuccini, quale s'è degnato favorirmi e nella publica lettione e con privati comandamenti: di mattina si dottorarà. Quanto al Sig.r Galesio([244]), legge con molta sodisfazione de' scolari, e mostra nella conversatione d'essere un honoratissimo sugetto: ho sentite diverse sue lettioni, e S. S.ria s'è degnato alcuna volta honorar la mia bassa scola con la sua presenza.

Quest'humanista ha eccitato grandissimo concetto del fatto suo, et è per dare gran sodisfazione: si mostra assai affabile e domestico nel trattare, mantenendo pure il suo grado e riputazione. Io ho sentite diverse sue lettioni, delle quali ancorchè da me non ne possa dare giuditio, tuttavia da chi intende le ho sentite a lodare in sommo. A me dispiace([245]) non poterle frequentare, per essere occupatissimo nel mio servitio particolare.

È gionto questa sera il Sig.r Marchese Botti([246]). Altro non ho di novo. Io vivo suo servitore obligatissimo, e me li raccomando in grazia, pregandoli ogni bene.

 

Pisa, il 19 di Xmbre 614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Saluto carissimamente Gio. Batta([247]), quale prego che intenda dal S.r Secretario se è venuta risposta a S. A. per il P. D. Flaminio, e mi dia nova del S.r Enea([248]). Il Sig.r Pier Francesco Rinuccini li fa riverenza.

 

 

Devot.mo e Oblig.mo Ser.re

D. Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1063.

 

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Pisa.

Firenze, 20 dicembre 1614.

 

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 933. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re Sig.re et P.ron Oss.mo

 

Ho preso dalla gratissima lettera di V. S. quel contento maggiore che si può ricevere ne i casi tanto pericolosi e di speranza così dubbiosa; la quale pure si fortifica in me per la confidenza nella divina grazia, nella gioventù dell'infermo e nella diligente cura di loro che gl'assistono. E voglio credere, poi che da quattro giorni in qua non si sente qui altro di nuovo, che il Signore suo nipote sia a quest'ora in stato di sicurezza.

Resto poi sommamente obbligato a V. S. per la replicata e cortese offerta della sua villa([249]), la quale ricevo e godo per ora con l'animo e col pensiero, con speranza di goderla anco in breve con la presenza corporale e con mio notabile benefizio; e se diversi impedimenti non mi tenessero occupato, già ne haverei preso 'l possesso.

La ringratio de i particolari scrittimi, attenenti al Padre D. Benedetto et a cotesto Studio. Feci i suoi baciamani a questi Signori, li quali le rimandano multiplicati, et in particolare il Sig.r Giraldi([250]), qui presente a favorirmi con la solita sua cortesia; e tutti aspettiamo con desiderio il suo ritorno, sì per goderla, come per tirarsi in consequenza il fine e mancamento della causa molesta che lo trattien costì. Con che bacio con ogni affetto a V. S. le mani et al Sig.re Manfredi Macinghi, e dal Signore Dio le prego felicità.

 

Di Firenze, li 20 di Xmbre 1614.

Di V. S. molto Ill.re

Affet.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r et P.rn Oss.mo

Il Sig.r Michelangelo Bonarruoti.

Pisa.

 

 

 

1064.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Acquasparta, 24 dicembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 192. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Sento particolar contento vedendo le gratissime di V. S., com'apunto è stato al ricever ch'io ho fatto([251]) l'ultima sua del primo del corrente; all'incontro poi ho sentito grandissimo disgusto d'intender ch'ancora non si sia rihavuta dalla sua indispositione, perciochè conosco esserle molto più necessario attendere alla recuperatione della sanità ch'alla fatigha de' studii, qual facilmente può esser cagione di tutto il suo male: e però, concorrend'anch'io con 'l parer de' medici, laudo che V. S. lasci un poco questa fatigha da banda. Mi dispiace anco sommamente esser fuori di Roma, per non poterla servire come desidera; tuttavia procurarò far con lettere quell'officio che farrei a bocca se me ci trovasse presente. Vi ci si aggiunge maggiore il disgusto per non poter conoscere il S.r Ciampoli, che l'havrei visto veramente molto volontieri: non dimeno resto con desiderio particolare di conoscerlo et offerirmele pronto ad ogni suo servigio.

Ancor non ho visto il libro ch'ella mi scrive: se mi capitarà per le mani, oprarò anco che V. S. ne sia provisto. Altro non ho da dirli per risposta della sua: solo baciandoli per fine le mani, le prego dal Nostro Signore Dio ogni contento.

 

D'Acq.ta, li 24 Xmbre 1614.

Di V. S. molto Ill.re et molto Ecc.te

 

 

Procuro il libro, con sete di vederlo e servirne V. S. Bacio le mani alli S.ri Ridolfi e Pandolfini con tutto l'animo. Mi faccia haver nuova di sè e mi commandi.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

F. Cesi Linc.o P.

 

 

 

1065**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

[Pisa,] 31 dicembre 1614.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 227. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Non mando osservationi a V. S., perchè le signore nugole non vogliono, e qua le mattine de quei pochi giorni sereni passati son state tenebrose per certi nebbioni che m'hanno impedito l'osservare. Pure a' 26 del presente, la mattina, a h. 13.45', viddi Giove in simile stato. Le misure sono semidiametri dal centro di.

Questa sera mi dà speranza per di mattina.

Quanto a quelli ladroni e vota borse etc. delli matematici, non so che dirgli. Per quanto ho inteso, il P. Lorino([252]), che si ritrova qua, l'ha sentita male che quel buon Padre([253]) si sia lasciato trascorrere tanto. Ma sia come si voglia, supplico V. S. a far intendere con la prima occasione a S. A. S.ma che il numero de tali ladroni mi va tuttavia moltiplicando in modo, che non mi potrò partire punto questo carnevale, ma sarà necessario che io resti qua, massime che vengono da me, oltre a' soliti scolari, molti Cavaglieri di S. Stefano; e spero di ravvivare questo studio delle matematiche, già quasi morto: e forsi questi signori avversarii, che io havevo qua vicini, quasi restano riverenti, se non capaci delle nostre ragioni. Tra tanto mi dispiace ben sopra modo che l'ignoranza d'alcuni sia in tal colmo, che condannando scienze delle quali ne sono ignorantissimi, li diino attributi delle quali simili scienze ne sono incapacissime, conoscendo ogni mediocre intendente che non si dà disciplina più lontana dall'interesse e da' termini empii, quanto le matematiche. Ma pazienza, poi che queste impertinenze non son le prime nè l'ultime.

Io li bacio le mani e me li ricordo servitore al solito, dandoli il buon capo d'anno.

 

L'ultimo di questo 1614.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, p.o Fil.o e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1066*.

 

OTTAVIO PISANI a GIOVANNI KEPLER in Linz.

[1614].

 

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 90-91. – Autografa.

 

.... Mea Astrologia([254]) iam eddita est, et inscripta Serenissimo Magno Aetruriae Duci, mediante favore Domini Galilei: ego appello Galileum coelestem Americum.

Meus globus planisphaericus, coelestis et terrestris, iam diu prodidit in lucem, et inscriptus est Serenissimo nostro Alberto Archiduci Austriae....

Quod dicis, quod vereris quod actum agam in theorica Iovialis motus, crede nil minus: nam ego delineavi theorica Iovis in sua orbium symmetria, et circa diametrum epicycli addidi circulum, in quo quatuor errones circa Iovem, satellitii instar, incedere ac stare delineo; et sic etiam scripsi Domino Galileo, et misi librum ad Serenissimum Magnum Ducem. Galileus mihi scripsit, quod veretur, unicum circulum non sufficere omnibus apparentiis: ego respondidi quod inaequalitates theoricae Iovis et unus ille circulus omnes apparentias salvat, seu exprimit; hoc autem clarius videbis in libro. Quod dicis de ephemeridibus Galilei, nil sane audivi: puto autem quod, si quid novi erit, ipse Galileus mihi scribet....

 

 

 

1067*.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

[Acquasparta, dicembre 1614 – gennaio 1615.]

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 111. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig. mio Oss.mo

 

Dopo alcune digressioni di piccoli viaggi([255]) me ne son venuto a trattenermi un poco in Acquasparta, sì per sodisfattione di questi miei sudditi, come anco per fuggir alquanto le distrattioni Romane e goder di filosofico e salubre diporto. Qui m'è giunta la sua gratissima, e m'ha recato non poco dolore intendere nuova malattia ove bramo sentire sanità; e li travagli et inquietudini di mente che le danno fastidio, creda pure che affliggono me anco in un istesso tempo, poichè vorrei vederla e sana e quieta e colma d'ogni felicità. Pregarò N. S. Dio che, conforme al suo e mio desiderio, glie la conceda, e V. S. che, conoscendo ch'in qualche cosa io possa servirla, mi commandi, chè me ne farà gratia particolarissima, e non cessi di farmi haver nova di sè spesso.

Fu concluso dal S.r Stelluti, nostro commune procuratore, partito con un libraro([256]) [che] pigliasse sopra di sè i libri che si stampavano dalla nostra filosofica compagnia, acciò, a publico utile de' studiosi, caminassero e fussero trasportati e distribuiti per tutto, che altrimente ne dormiva la maggior parte. Questo pigliò sopra di sè i libri delle macchie del sole, e credo almeno n'habbia ancora quasi un migliaro da dar via, e se n'è andato a negotiar in Venetia. Sarà necessario, avanti che si ristampino latini, darli un poco di tempo di spedir più avanti questi; altrimente non servirebbe. Subito che sarà tornato, intenderò e sollecitarò. Ma si potrà subito por mano a stampar quelli delle cose stanno in su l'acqua, tradotti, chè non havendo il libraro che fare con i volgari, farà il debito. Venuto che sia, ne avisarò V. S., desiderando grandemente che, a commodo et utile di tutta Europa, escano quest'opre, e particolarmente essendo la traduttione d'esse del S.r Pandolfini([257]), che non pol esser se non bonissima.

Questi S.ri compagni stanno tutti ferventi nelle fatighe delle compositioni; et io, per compir alcune mie esercitationi et operette, ho procurato rubbar un poco di quiete col ve....([258])

 

 

 

1068*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PAOLO GUALDO in Roma.

[Roquebrune], 2 gennaio 1615.

 

Bibl. Marciana in Venezia. Cod. LXVIII dalla Cl. X It., car. 64. – Autografa.

 

.... Starò con impatienza grande aspettando il nome di quel finto Apelle, che molto mi dilettò nelli suoi raggionamenti col S.r Velsero, et d'intendere che nuova osservatione haverà fatto il S.r Galilei. Havevamo veduto et osservato la Venere falcata avanti che fossero stampati i libri suoi([259]) et del Keplero([260]), et molte altre curiosità celesti, anzi il moto intiero de' Pianeti Medicei; ma havendoci noi ricognosciuto qualche irregolarità, che voleva maggior assiduità et continuatione in osservare che non permetteva la proffessione che facciamo, bisognò lasciar ogni cosa. Se havessimo la continuatione delle osservationi fatte da lui doppo l'editione del suo Sidereo Nuntio, et che le potessimo conferire con quelle di queste bande, forsi che non gli sarebbe inutile....

 

 

 

1069**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 6 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 36. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Mando a V. S. queste tre constitutioni, osservate con qualche difficoltà di vapori e fumi sollevati la mattina, sì come è stato ancora nelle altre osservationi. Forsi in quella del 3° giorno del presente haverà occasione di rincontrar meglio la prima vicina a Giove, la quale, se non m'inganno, è l'unica orientale

 

Questa mattina non m'è stato possibile veder meno Giove.

Qua è stato il Sig.r Vincentio Salviati e Sig.r Filippo Pandolfini, e di già son partiti per Firenze. Il Sig.r Michelangelo([261]) parte dimani.

Il Padre Abbate di Badia m'invita, anzi mi prega, che io mi trasferisca sino a Firenze per suo servitio. Veda V. S. a che termine vengono finalmente le cose([262]). Se fosse possibile, verrei volentieri, per miei negotii ancora, avanti S. Antonio. Tengo lettere del P. D. Flaminio, che il Padre Grillo ha scritta una lettera di bonissimo senso al Procuratore in Roma per conto mio, e mi s'offerisce a tener la totale protettione delle cose mie.

Le mie facende caminano sempre al meglio, quanto alle fatiche, dico, e sugetti a chi servo. Del nostro Dottor Greco([263]) non ho scritto, perchè è caso di compassione; ma già che V. S. me ne ricerca, deve saper questo solo, che egli ha ogni giorno visioni di Santi e Sante, con tante revelationi che è un piacere: ma perchè toccano di pazzie troppo solenni, non le scrivo. A' giorni passati voleva dir messa in Duomo, come sacerdote della Madonna.

Io son alle mani con il Padre Predicatore de' Bernabiti, affezionatissimo alla dottrina di V. S., e m'ha promesso certi passi di S. Agostino e d'altri Dottori in confermatione del sentimento dato da V. S. a Giosuè([264]). Quando gli haverò, li manderò; in tanto attenda a risanarsi, e vada in villa. Noi qua havemo come una primavera. Li bacio le mani e me li ricordo obligatissimo.

 

Pisa, il 6 di Gen.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1070.

 

LUIGI MARAFFI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 193. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Dello scandolo seguito([265]) n'ho sentito infinito disgusto, et tanto più che l'autore n'è stato uno frate della mia religione([266]), poichè per mia disgrattia sto a parte di tutte le bestialità che possono fare et che fanno trenta o quarantamila frati. Qua volò subito la nuova, non pure dal P. Antifassi([267]), ma innanzi da due diversi gentilhuomini. Ancora che io sapessi la qualità dell'huomo, attissima a essere smosso, e le condittioni di chi l'ha forse persuaso, ad ogni modo non harei creduta tanta pazzia, tanto più che il medesimo P. Antifassi mi dette certa speranza che non harebbe parlato. Qua chi lo porta ha per male che si sia sparsa, et che universalmente a' buoni et savi sia dispiaciuta, dubitando che non gli sia inpedimento di servire il Sig.r Cardinale Arrigone([268]) di teologo, come intendo che trattavano suoi amici et parenti. Pigline informattione dal Cardinale Giustiniano([269]), che essendo legato a Bologna, et il medesimo predicando in S.o Domenico, lo fece ricantare a forza di birri per una simile scappata fatta in pergamo. Hor di questo non più, per non dire qualche cosa che non convenga, dovendo io pigliare exempio da V. S., che me ne scrive due versi soli, con tanta modestia et temperamento come non toccassi a lei. Se io eccedo, sono degnissimo di scusa, come et per lettere et a bocca ho detto altrove, parendomi che il farlo sia sacrifittio a Dio, almeno per non aprire una porta che ogni impertinente dica tutto quello che gli detta la rabbia di altri et la pazzia et ignoranza propria.

Qua ò perseguitato (se però questa voce si conviene alle cose cattive) a tutto potere il libro del Cremonino([270]), del quale V. S. molto Ill.e mi parlò lungamente una volta. Io non l'ho veduto nè posso vedere, chè è tolto via affatto; ma sento dire da huomo secolare et grave, che è uno cattivo libraccio.

Prego che mi faccia gratia di salutare il Sig.re Amadori, et in modo nessuno pigli briga di scrivere o rispondere, se già non mi comandassi qualche cosa; chè sebene poco posso et manco vaglio, et qua sono huomini eminenti, anbittiosi di servirvi, ad ogni modo nel desiderio, nell'affetto et nella reverenzia, non cedo a nessuno di loro, nemeno al Sig.re Amadori. Si conservi et viva felice.

 

Di Roma, dalla Minerva, li 10 di Genn.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re

Servid.e Devotiss.o

Fr. Luigi Maraffi.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Il S.r Galileo Galilei, P.ron Colend.mo

Fiorenza

S.to Sisto.

 

 

 

1071.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Acquasparta, 12 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 229. – Autografa. Facciamo seguire alla lettera il «parere», a cui il Cesi allude alla lin. 14 [Edizione Nazionale], e che è, d'altra mano, nello stesso codice, a car. 230-231. Sul di fuori del «parere» si legge, di mano di Galileo «P. C.» precisamente come sul di fuori della lettera è scritto, pur di mano di Galileo: «Pr. Cesi».

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Mi tiene con molto travaglio d'animo l'infirmità, già di due mesi, della S.ra mia consorte, dopo essersi sconcia di gemelli, seben hora va migliorando, ma adagio; onde non posso discorrer pienamente a mia sodisfattione con V. S. come vorrei, sodisfacendo alla sua gratissima delli 29 del passato, nella quale m'è stato carissimo intender nuova di V. S., et insieme m'è doluto non intender che sia libera dalle indispositioni di corpo e travagli di mente.

Questi nimici del sapere, che si pigliano per impresa il disturbarla dalle sue heroiche et utilissime inventioni et opre, sono di quei perfidi e rabiosi che non si quietano mai, nè vi è miglior modo di abbatterli affatto, che, non stimandoli punto, attendere a rihaversi bene, per compire poi le sue opre e darle al mondo a dispetto loro: che se poi sanno o pretendono, escano fuori a far veder a' dotti le lor raggioni; il che non ardiranno, o faranno in proprio vituperio. Intanto sentirà più a pieno il mio parere circa il reprimere la loro esorbitanza et iniquità, e far risentimento conveniente e giusto.

Mi dispiace non esser in Roma, nè in stato di potermici trasferire per adesso, chè potrei, circa il negotio che mi scrive, tastare con destrezza, et oprar poi, secondo trovassi riuscibile a sodisfattione, con ogni efficacia. Intanto non mi sovvien partito come vorrei io. V. S. consideri il tutto, e risolvendosi m'avisi, et in che devo fare il mio sforzo; e mi commandi alla libera quello li paresse, facendo conto che le sue o prosperità o travagli sono con me communi, et io le son sempre obligatissimo e prontissimo a servirla. N. S. Dio le conceda l'anno nuovo con altri moltissimi appresso felicissimi: con che bacio a V. S. affettuosamente le mani.

 

D'A.ta, li 12 di Genn.o 1615.

Di V. S. molt'Ill.re

 

 

V. S. ha tre mie in un tempo, e le mando l'anello per il S.r Pandolfini. Delle sottoscrittioni già V. S. ha la forma e grandezza. Li potrà dar copia delle cose attinenti, e significar alla sua cortesia il salutar tutti i S.ri compagni, come è solito et ultimamente ha fatto il S.r Mirabella.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

F. C. Linc.o P.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

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Conosco la sfacciatagine estrema di chi([271]) ha ardito parlare com'ella m'ha riferito, et è certo cosa degna d'ogni risentimento; ma dubito, stante le cose della Corte e maneggi simili, che non si cavarà quanto bisognaria dal risentirsi, e forsi si darebbe più ardire alli altri, mentre non si negotiasse con molta cautela.

Quant'all'opinione di Copernico, Bellarmino istesso, ch'è de' capi nelle congregatione di queste cose, m'ha detto che l'ha per heretica, e che il moto della terra, senza dubio alcuno, è contro la Scrittura: dimodo che V. S. veda. Io sempre son stato in dubio, che consultandosi nella Congregation del'Indice, a tempo suo, di Copernico, lo farebbe prohibire, nè giovarebbe dir altro.

Quanto all'haver biasmata e vittuperata generalmente la matematica e' matematici, questo sì che forsi castigarebbono; ma si devono considerar più cose:

Prima; la religion della persona in questi fatti giudica e dispone, e l'un l'altro più presto s'aiuteranno et scusaranno.

Seconda; con la prima, che giudicaranno facilmente haver detto con ragione, scusaranno la seconda, come transportato un poco più oltre da fervor soperchio.

Terza; che il castigo che se ne potesse cavare, sarebbe poco e segreto.

Pure si potrebbe cautamente procedere in questo modo: Haver fede da quattr'o cinque huomini, in questo genere non scienziati, che provassero che questo tale alla presenza loro ha detto che la matematica è arte diabolica e che li matematici, come authori di tutte l'heresie, doverebbero esser scacciati da tutti li stati([272]); e di questa solo valersi, non entrando punto nelle cose contro Copernico dette, in niun modo.

Di questa fede vorrei si valessero i due matematici delli Studii di quello stato([273]), e che essi ne querelassero appresso a' superiori, ma che V. S. non ci fusse nominato in alcun modo: e se non si potesse fare che tutti due lo facessero, bastarebbe uno di loro; e convenientemente, come parte, doveriano esser intesi bene.

Se si potesse far buon colpo appresso al'Arcivescovo di costì, che lui procedesse al castigo, sarebbe meglio; e quando dalla parte del delinquente si ricorresse qua, l'Arcivescovo istesso farebbe assai con la sua relatione.

Sarebbe bene cercar nell'istessa Religione qualche adversario e contrario al delinquente, che giovarebe assai al negotio; e sempre ci sono le parti contrarie, delle quali si potria valere; et in questo caso sarebbe necessarissimo. Si potrebbe anco tirare in parte li matematici che fussero in detta Religione, e credo si trovi hora in Roma il Padre Paganelli, persona tale, stato già matematico et architetto del Card.le Alesandrino; e se si potessero havere dell'istessa Religione testimonii, sarebbe ottimo.

Portandone querela a Roma per parte, come ho detto, da qualche procuratore, si doverà trattare nella Congregatione de' Cardinali sopra vescovi e regolari, ove non ci sarebbono molti fautori del delinquente, e schivar affatto il parlare di Copernico, acciò questa non sia occasione che si tratti in altra Congregatione se l'oppinione si deva lassiar correre o dannare; chè li fautori della parte contraria presto potrebbono forsi decider contro, e conseguentemente si disputarebbe nella Congregatione del'Indice se si dovesse prohibir il scrittore, e si perderebbe affatto, stante le cose dette e stante la moltitudine de' Peripatetici.

Di questo non occorrerà poi temer tanto, quando l'oppinion di Copernico con ragioni approvate in theologia sarà da qualcuno esaminata, e concordata con la Scrittura Sacra. Seben sappia V. S. che il prohibire o suspendere è cosa facilissima, e si fa etiam in dubio. Telesio e Patricio sono vietati: e quando l'altre non sono in pronto, questa ragione non manca mai, che ci son libri d'avanzo e troppi, che si leggano buoni e sicuri; e li contrarii ad Aristotile sono odiatissimi.

È vero che facilmente la parte del delinquente addurrà haver parlato contro Copernico, e con questo cercarà scusarsi: bisognarà però star forte nel'addurli contro l'infamatione e calunnia della matematica e matematici. Si potria anco in tal caso dire che Copernico è stato sempre permesso dalla S.ta Chiesa da....([274]) anni in qua, e non essendo dannato da quella, egli non dovea porvi bocca. Ma non vorrei si corresse rischio disputar Copernico, chè dubito gli l'attacchino a questo scrittore, e sarria più la perdita che il guadagno.

Questi matematici delli Studii potrebbono avvisar anco l'altri matematici cathedranti d'Italia, acciò facessero anch'essi rumore, almeno questi di Roma; chè veramente l'ingiuria è notabile contro questa scienza, e darà nel naso a tutti. Insomma mi parrebbe molto meglio così, che se V. S. si dichiarasse lei; poichè è più riputation sua che operino gl'altri e lei non si mova punto, e che l'avversarii non habbino questo gusto, che lei se ne travagli.

Intanto mi piacerebbe grandemente e sarebbe molto a proposito, che altri predicatori, e sarebbe ottimo qualchuno del'istessa Religione, se si potesse havere, se non altri, di qualche nome, nel'istessa città, non affettatamente, ma con bella e ben presa occasione, intrassero a lodare le scienze matematiche e li novi scoprimenti concessi da N. S. Dio al nostro secolo, e le belle fatighe che a gloria di Dio, nella contemplatione dell'opere Sue, hanno fatte Tolomeo, Copernico etc., non toccando però punto il moto della terra.

Questo è quanto ho in fretta in fretta considerato in questo negotio. V. S. scusi l'animo pieno d'infinite occupationi domestiche travagliosissime.

 

 

 

1072**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 13-14 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 88. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

 

Non ho fatte altre osservazioni che le seguenti, quali mando per il presente Sig.r Ottavio Ciampoli, che m'ha sempre favorito in ogni mia occorrenza.

 

 

Prego poi V. S. a far i miei baciamani a cotesti Signori miei padroni. Di novo habbiamo una nova occasione di conoscere il valore del Rev.mo nostro Proveditore([275]); et è, che ritrovandosi questo Studio provisto d'un Rettore Sardo, giovine di poco peso, era per nascere ieri sera gran disordine tra detto Rettore e la nation Genovesa, se Monsig.r Rev.mo, con la sua solita prudenza et, aggiugnerò, toleranza dei spropositi del Rettore per degni rispetti, non havesse sin hora rimediato al tutto: e veramente si va tuttavia più conoscendo l'alto consiglio de' Ser.mi nostri Padroni in haver fatta questa provisione di Proveditore, e si spera che il Studio habbia da megliorare in doppio.

Io vo tuttavia faticando, e non credo di venir a Firenze, perchè sono occupatissimo. Mi dispiace di Gio. Batta([276]), al quale offerisco di novo la mia bassa sorte. Li scriverò per l'ordinario: con che, pregandoli sanità, me li ricordo servitore.

 

Pisa, il 13 Gen.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.r e Discepolo

D. Benedetto Castelli.

 

Verte([277]).

Perchè già era partito il Sig.r Ottavio, ho riaperta la lettera et aggiontovi la seguente constitutione:

Di più do nova a V. S. che il disordine delli soprascritti Sig.ri Genovesi s'è accomodato in tutto, per opera e prudenza di Mons.r Rev.mo Sommaia, nè ci voleva manco. Questo Signore mostra di conoscere le mie fatiche, e mi si mostra affezionatissimo: però quando V. S. con qualche bella occasione li facessi sapere che io mi lodo di S. Sig.ria Rev.ma, credo mi sarebbe gran vantaggio. Faccia lei: e non occorrendomi altro, finisco, e li bacio le mani.

 

Pisa, il 14 di Gen.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.r di cuore et Oblig.mo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: [....]mo Sig.r mio Col.mo

Il [....]i, p.o Fil.o di S. A.

Firenze.

 

 

 

1073**.

 

NICCOLÒ TASSI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 17 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 195. – Autografa.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

La vicinanza che tengo di stanze al Sig.r Horazio Gentileschi è stata cagione che ho havuta fortuna di prendere domestichezza con lui; donde son stato fatto degno d'esser ammesso a poter vedere le sue opere maravigliose, tra le quali è la Cleopatra, che egli ultimamente ha mandato a S. A. Io, in segno d'animo grato a tanta cortesia, ho fatto l'aggiunto Epigramma([278]), non havendo stimato esser buon termine il tacere, mentr'ogn'uno ragiona([279]) e celebra la bellezza di quel quadro. E perchè V. S. s'è degnata di prenderne, insieme con l'autore, particolar protettione, ho stimato parimente che non le sia per esser discaro il sentirne lodi, benchè incomposte; e si degnerà di perdonarmi se ho preso ardimento d'inviarle a lei medesima, con la quale non ho alcun merito se non di devotione verso la persona et incomparabil suo valore. La supplico con tal opportunità a ricevermi nel numero de' sui servitori et a farmi partecipe della sua gratia, mentre io col fine bacio a V. S. affetionatamente le mani.

 

Da Roma, li xvij di Gen.ro 1615.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.re Devot.mo

Nicolò Tassi.

 

 

 

1074**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 21 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VIII, 2, car. 40. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma le tre seguenti osservationi delle constitutioni Medicee, la prima delle quali, perchè havendone io tenuto poco conto per essere poco atta alla correttione, è incerta, senza le misure, havendone io persa la nota; le altre due sono essatte.

 

Ieri mattina fui favorito da Monsig.re Rev.mo Sommaia, quale m'invitò a pranso in compagnia del Cav.r Girolami([280]) del Sig.r Cosimo Ridolfi, dell'humanista([281]), e di Giovanni alchimista; nel qual congresso, dopo essersi beuto, per instanza di Monsignore, alla sanità di V. S. Ecc.ma e dopo essersi fatta da tutti quei Signori honoratissima rimenbranza dei meriti e valor suo, l'alchimista toccò non so che dell'opera di Simon Mario([282]): della qual materia fui forzato, con quei termini che si conveniva, a dar piena contezza di questo fatto a quei Signori, quali mostrorono di restar poco sodisfatti dell'impertinenza del chimico, il quale si mostrò d'haver ben letto sì il titolo e forsi qualche parte del libro del Mario, ma ignorantissimo delle osservazioni di V. S. e quasi maligno laudatore del Todesco per defraudar le lodi a chi le meritava. Ma a tutto fu risposto da me in modo che gli uditori restorno sodisfatti.

Starò aspettando la lettera([283]) con devotione, come cosa sua e per la materia di che tratta. Quanto al particolare del legger la Sfera, come V. S. Ecc.ma mi consiglia, per crescer scolari, prima li dico che non ne ho bisogno, anzi tuttavia si cresce il numero; in oltre, il prescritto è di leggere il quinto libro e 'l sesto d'Euclide, e sin hora non ho letto altro che 'l V. Però sarò preparato per leggerla almeno in casa. Mi vien fatta instanza grandissima del mio libro([284]), se però si può chiamar mio dove V. S. ha posto tanto del suo: per tanto la suplico a sollecitare il libraio. E con questo baciandoli le mani, me li ricordo al solito servitore.

 

Pisa, il 21 di Gen.o 1615.

 

Ho ritrovata l'inclusa al procaccio, e l'ho riscossa, acciò non si perdesse.

 

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A.

Firenze.

 

 

 

1075**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 28 gennaio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 42. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Giovedì passato venne qua l'Ecc.mo Sig.r Minadoi([285]), e venerdì fu in Sapienza a sentire diversi di questi Signori, tanto la mattina quanto la sera: volse parimente favorir la mia scola, nella qual occasione io hebbi più di cento cinquanta auditori, per singolar favore delle nationi Genovesa, Piamontese, Pisana, con molti altri scolari, con tutto che hora il Studio, per le vacanze, si ritrovi assai diminuto di scolari. Basta: li dico, per sua consolatione e perchè è vero, che nessuno di questi altri Signori con occasione simile alla mia hebbe simile auditorio. Mi successe di portar la lettione con solennità, in modo che questo gentilhuomo mostrò restar sodisfattissimo, e mi disse, con occasione che io gli andai a far riverenza a palazzo, che haverebbe fatta honorata relatione delle mie fatiche a S. A.

Desiderarei, se così giudica bene V. S., hor che si è visto l'honorato successo delle cose di Badia e del P. Abbate, che Madama Ser.ma ne fosse informata, acciò da questo comprenda chi siino, e come conosciuti dalla Religione, i miei persecutori: e in tanto V. S. ancora ripensi, essersi verificato nel P. Abbate tutto quello che io li dissi([286]). Per omnia benedictus Deus. Del successore ne spero bene, perchè è tenuto per huomo giusto e timorato di Dio. Com'ho detto, havrei caro che V. S. ne facesse buona passata con Madama Ser.ma, e in tanto scoprir come io li stia in gratia. Di qua Monsig.r Sommaia mi si mostra affetionatissimo.

Due sole osservationi ho fatte di Giove, per le nugole che mi fanno disperare.

Io restai in dubio se da levante ne fosse una vicinissima a Giove: e per dirla, il mio occhiale non mi serve in quella eccellenza che desiderarei; anzi credo che delle vicine a Giove non sia per vederne se non quando sarà all'opposizione col sole: e pure queste sono le più importanti. Se V. S. giudica bene il mandarmi uno de' suoi occhiali, li prometto tenerne quella custodia che tengo della pupilla dell'occhi miei: però faccia come meglio giudica per suo servitio.

Favoriscami dire a Gio. Batta([287]) che mi mandi la lista delle mutationi della Dieta, e solleciti il stampatore, perchè qua son tormentato per questa scrittura([288]). Mi conservi nella sua gratia, e attenda a risanarsi, lasciando ogn'altro pensiero da parte. Michele li bacia le mani, et io li prego ogni bene dal Cielo.

 

Pisa, il 28 di Gen.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e Padron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo e Mat.co di S. A.

Firenze.

 

 

 

1076*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Acquasparta, 2 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 233 e 233b. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Sono due settimane che scrissi tre lettere in una volta a V. S., e li mandai l'anello per il S.r Pandolfini([289]), consegnato al procaccio: non so se l'habbia ricevuto. Mi sarà caro me lo facci intender quanto prima, e non havendolo ricevuto, facci ogn'opra per ricuperarlo.

Non m'è potuto ancora capitar nelle mani il libro d'Appelle. Ho ben visto nel catalogo della fiera auttunale di Francforte che v'è inserto il titolo, come mando qui incluso. V. S. s'imagini come sto con desiderio di veder che razza di fondamento habbiano queste sue contrattioni o ellipsi([290]) solari.

M'è ben hora appunto stato mandato di Roma un'operetta di stanze sopra le stelle e macchie solari scoperte col nuovo occhiale. L'authore di questa è un Sig.r Lorenzo Salvi, gentilhuomo Senese([291]). Non l'ho ancor veduta, se non che in una guardata ho visto che parla anco di V. S., ma non quanto si converebbe, e mette Appelle a parte nel'invention delle machie. Di ragione V. S. già l'havrà veduta; caso che non, me l'accenni, che io farò far diligenza se le mandi subbito. Intanto altro non m'occorre, se non baciar le mani di V. S. di tutto core, come faccio, desiderosissimo intender nuova di lei, alla quale N. S. Dio conceda ogni contentezza.

 

D'Acquasparta, li 2 Febraro 1615.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

Le scrissi tre in una volta del negotio che lei m'accennò.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Lin.o P.

 

Sol ellipticus, hoc est novum et perpetuum solis contrahi soliti phaenominon, quod, noviter inventum, strenae loco D. Marco Velsero offert Christof. Scheiner, Soc. Ies. Augustae, in 4°, apud Io. Krugerum([292]).

 

Fuori: Al molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei Lin.o

Fiorenza.

 

 

 

1077.

 

CRISTOFORO SCHEINER a GALILEO in Firenze.

Ingolstadt, 6 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 235. – Autografa.

 

Ihs.

Pax Christi.

 

Nobilis, Excellens atque Amplissime Domine etc.,

 

Quod saepe proposui, tandem, occasionem nactus, libenter facio, ut Tuam videlicet Amplitudinem epistola alloquar, munusculo satis vili interpellem. Disquisitiones nuper mathematicas discipulorum meorum unus propugnavit([293]), quarum unum exemplar Tuae Dominationi etiam transmitto, non ut docere quidquam velim, sed ut animum meum bene affectum declarem, vicissimque litterarum aliquam communicationem, si par est, impetrem. Tametsi enim me non fugit, opinionem illam et hypotheses Copernicanas Dominationi Tuae multum arridere, mea tamen, aut potius discipuli mei, talia sunt, quae censuram doctiorum evitare non velint; unde, licet suam cuique hisce in rebus sententiam violenter eripiendam non existimem, rationibus tamen pro veritate eruenda parcendum non arbitror. Quod si Tua Amplitudo quidquam in contrarium significabit, nos nequaquam offendemur, sed quae contra afferentur libenter legemus, sperantes semper aliquid lucis amplioris veritati inde accessurum.

Novi iam in rebus astronomicis vix quidquam occurrit. Edidit quidam Simon Marius Mundum Iovialem([294]), quem si Dominatio Tua non habet, significet mihi: dabo operam ut acquirat. Mirabitur hominis arrogantiam, et errores, si volet, merito retundet. Unum est quod hac vice peto, ut si habet, uti habere vix ambigo, tabulas revolutionum Siderum Medicaeorum, mihi communicare dignetur: ego omni vicissim obsequio paratum me offero. Valeat Tua Dominatio, et Deum per me oret.

 

Ingolstadii, 6 Febr. 1615.

Tuae Amplitudinis

Fuori:

Ihs.

Nobili, Illustri atque Amplissimo Viro

Galilaeo de Galilaeis, Philosopho atque Mathematico praestantissimo,

Patricio Fiorentino, Domino suo multum observando, etc.

Florentiam.

 

 

 

1078.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 7 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 237-238. – Autografe le lin. 66-68 [Edizione Nazionale].

 

Molto Ill.re S.r Ecc.mo

 

Hoggi, nel registrar alcune mie scritture, ho trovato una lettera di V. S. Ecc.ma scritta sino li 27 Settembre, alla quale non mi racordo haver dato risposta, nè so come sia uscita del mazzo senza che me n'habbia acorto; tuttavia, già che questo debito, fatto in ragion di contanti, non s'è pagato subbito, si contenterà V. S. Ecc.ma ricevere il pagamento nel termine di quattro mesi, usato tra mercanti di credito.

Prima io le dirò che se V. S. Ecc.ma vuole che tra noi corrino lettere ogni settimana, non deve restare di scrivere anco ogni settimana, seben vedesse restar per una volta differita da me la risposta, perchè io all'incontro le prometo di non mancare dalla mia parte, non tanto per compiacer lei, quanto per dar gusto a me stesso con leggere le sue lettere, tanto a me più care di qualunque altre, quanto che l'affetto mio verso di lei e la stima che io faccio della sua persona avanza di gran lunga ogn'altra.

Il Padre Mastro Paulo sta benissimo, per gratia di Dio, et sempre che mi vede vuole sapere di lei. Il S.r Mula si trova podestà a Verona, ma spero fra pochissimi giorni vederlo di qua. Il S.r Veniero sta bene, et l'ama al solito. Il S.r Francesco Moresini, a Dio piacendo, sarà di ritorno di Candia fra due over tre mesi. Infati la compagnia è viva e sana e di buona voglia, et altro non desidera, per colmo de' suoi contenti, che la presenza di V. S. Ecc.ma, la quale non potendo in persona sodisfare al nostro desiderio, può almeno con sue lettere consolarci.

Occhiali lunghi, o migliori de' primi, non mi sono capitati, o sia perchè al maestro non ne siano reusciti, o anco perchè è gran tempo che non lo solicito, nè maneggio canoni. Quando l'aere s'indolcisca e si possano tener senza incomodo le finestre aperte, dissegno attendervi qualche volta; et se mi capiterà cosa buona da novo, farò parte con lei.

La condota del S.r Cremonino non è stata rinovata fin hora. Il S.r Procurator mio padre tiene pessimo conceto della sua persona, credendo che egli con la sua dottrina dell'anima habbia impresso l'ateismo in molta gioventù([295]); il qual conceto pare che sia divolgato assae tra la nobiltà, onde molti lo giudichino huomo scandaloso, imprudente et indegno di essere confirmato nello Studio di Padova. Uscirà nondimeno fra pochi giorni il S.r mio padre, et si farà nuovo Riformatore in luogo suo.

Quanto a nuove speculationi, io ne haverei tante in capo, che mai mi mancarebbe matteria da speculare; ma non potendo digerire le vecchie senza l'agiuto di V. S. Ecc.ma et senza la sua presenza, attendo, più tosto che a speculare, a procurare i miei comodi e qualche gusto, parendomi in questo modo non perdere inutilmente il tempo.

La prattica dell'istrumento per misurare il caldo et il fredo([296]), è stata moltiplicata et assotilgiata da me, per quanto mi pare, a termine tale, che vi sarebbe assai da speculare; ma, come ho detto di sopra, senza l'agiuto suo malamente posso sodisfare al bisogno et a me stesso. Con questi istrumenti ho chiaramente veduto, esser molto più freda l'acqua de' nostri pozzi il verno che l'estate; e per me credo che l'istesso avenga delle fontane vive et luochi soteranei, ancorchè il senso nostro giudichi diversamente.

Scrissi questa lettera fin la settimana passata, ma perchè la comedia m'impedì il chiuderla et espedirla, io l'ho trattenuta fin hoggi: et mi occore dirle che già due giorni, che nevigò, mostrava il mio istrumento 130 gradi di caldo qui in camera più di quello che era già due anni in tempo di fredo rigorosissimo et straordinario; il quale stromento, immerso et sepolto nella neve, ne ha mostrati 30 meno, cioè soli 100; ma poi immerso in neve mescolata con sale, mostrò altri 100 meno: et credo che realmente mostrasse ancor meno, ma non si potea vedere per impedimento della neve et sale. Sichè, essendo stato nel colmo del caldo dell'estate fino a gradi 360, si vede che il sale congionto con la neve accresse il fredo per quanto importa un terzo della differenza tra l'ecesivo caldo dell'estate et l'ecesivo fredo del verno; cosa tanto maravigliosa, che io non ne so apportare immaginabile cagione. Intenderei volentieri da V. S. Ecc.ma il parer suo, et ancora quello che ella ha veduto in prattica del fredo cagionato dal salnitro, perchè, se bene io ne ho sentito a dir molte ciancie, tuttavia in effetto non ho mai veduto niente.

Il mandare costì istrumenti aposta, acciò ella potesse vederne l'esperienza, credo sarebbe cosa difficile, e che potesse forse reuscire più facile il fabricarne costì: tuttavia se da lei mi sarà accenato il suo desiderio, la servirò a suo gusto. Et per fine li baccio la mano.

 

In Venetia, a 7 Febraro 1615.

Di V. S. Ecc.ma

Tutto suo

G. F. Sag.

Mi perdoni: non ho tempo di riveder queste.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r Osser.mo

L'Ecc.mo S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1079*.

 

[NICCOLÒ LORINI] a PAOLO SFONDRATI in Roma.

[Firenze, 7 febbraio 1615].

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 297 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 2, a).

---------------   Vedi I documenti  del Processo a Galileo  - Pag. 69  e Santilana pag.117 ------------------

 

 

 

1080.

 

SANTORRE SANTORIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 9 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car, 239-240. – Autografe le lin. 48-50 [Edizione Nazionale].

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio,

 

Dia la colpa V. S. molto Ill.re et Ecc.ma al libraro di non haver havuta prima che hora la presente mia fatica, che si scordò di mandarglila con un'altra mia sopracoperta.

L'opera([297]) è ridotta in afforismi, i quali nascono da due principii certissimi. Il primo è la diffinition della medicina, proposta da Hippocrate nel libro De flatibus, dove dice: Medicina est additio et ablatio: additio eorum quae deficiunt, et ablatio eorum quae excedunt: diffinition degna di un tanto vecchio; et da questa nasce il primo afforismo, che è prova di molti altri. Il secondo principio di quest'arte è l'esperienza, la quale è prova del resto.

Che quest'arte, da me inventata, veramente sii importantissima, è cosa chiara, perchè può distintamente mesurar l'insensibile transpiratione, che, alterata o impedita, secondo l'opinion d'Hippocrate et Galeno, è origine quasi de tutti i mali; perchè lei sola, come dice il nostro quarto afforismo della prima settione, è maggiore de tutti gli escrementi sensibili insieme del nostro corpo, ascendendo a quella quantità di evacuatione che è notata nel sesto afforismo, et più et meno secondo le conditioni ricordate nel settimo seguente afforismo. Che quest'arte sii accennata da Galeno, è cosa chiara in molti luoghi, et spetialmente nel sesto De tuenda sanitate, cap.o 6°, dove si leggono queste parole: Ubi quod ex corpore exhalat minus est iis quae accepit, redundantiae oriri morbi solent; ergo prospiciendum est, ut eorum quae eduntur ac bibuntur, respectu eorum quae expelluntur, conveniens mediocritas servetur. Sane is modus servabitur, si ponderabitur a nobis in utrisque quantitas. Ma se ben Galeno non l'havesse conosciuta, poco importa, pur che sii vera.

Per conservar o ridur un corpo convalescente al buon stato, non è possibile saperlo senza queste osservationi.

Li medici de' nostri tempi, che conchiudono di non far cosa alcuna al convalescente, procedono prudentissimamente, perchè è cosa da savio il non far quello che non si sa, perchè saria un inganar il patiente, il che è provato nel 2° afforismo della prima settione, et replicato nel 74° della terza, che serve al proposito ch'io voglio inferire; perchè se il medico non sa di giorno in giorno quanto il patiente transpira, et quando più et quando meno, senz'altro si rende vana la sua arte, come si ha provato nelli sopradetti afforismi. Dico quando più et quando meno; perchè non è lecito dar medicamento purgante o alterante, o il cibo quotidiano, nell'hora della maggior transpiratione, ma solo doppo essa, il che è ben insegnato nel 56° et altri della prima settione. Onde restano inganati queli che credono a quel medico che dirà: Mangia questo o quell'altro cibo, o Bevi questo o quell'altro licore, in questa mesura, a questa o altr'hora, non sapendo di giorno in giorno quando et quanto il corpo transpira, et a che hora sia fatta la resolutione del precedente cibo; il che solo da questa statica si può sapere: dico solo, perchè è impossibile a pieno certificarsi per via de' polsi et per gli escrementi sensibili.

Ma io non tedierò più V. S. Ecc.ma, perchè lei col suo mirabile ingegno, et con l'esperienza che farà in detta mia fatica, scoprirà gl'arcani suoi, da me anco communicati a tutti questi miei Signori suoi amici, come Mula, Sagredo, Barozzi([298]), Maestro Paulo et altri, osservati per spatio di 25 anni in più di diecimilla soggetti, tra' quali([299]) è anco V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Et le baccio le mani.

 

Da V.a, alli 9 Febraro 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo per ser.la

Santorio Santorii.

 

 

 

1081.

 

GALILEO a PIERO DINI [in Roma].

Firenze, 16 febbraio 1615.

 

Cfr. Vol. V. pag. 291-296 [Edizione Nazionale].

La lettera é riportata nel file lettere_stralcio.doc (nota del Curatore)

 

 

 

1082**.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Roma, 18 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX. car. 241. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Scrissi già molti giorni a V. S., dandole conto della ricevuta del libro delle cose che stanno sopra l'acque, per inviare al S.r Nicolò Francese Monsieur de Peiresc, qual le inviai subito, insieme con altri libri([300]); dal quale sin hora non ho risposta alcuna che gli habbia ricevuti. Ho havuto ben doppo sue lettere([301]), nelle quali mi scrive ch'io bacia le mani a V. S. a suo nome, e poi mi soggiunge queste parole:

«Starò con impatienza grande aspettando il nome di quel finto Apelle, che fece quei ragionamenti con 'l S.r Velsero, e d'intendere parimente qualche nuova osservatione fatta dal detto S.r Galilei. Havevimo veduto et osservato la Venere falcata avanti che fussero stampati i libri suoi e del Cheplero, e molte altre curiosità celesti, anzi il moto intiero de' Pianeti Medicei; ma havendoci noi riconosciuta qualche irregolarità, che ricercava maggior assiduità e continuatione in osservare che non permetteva la professione che facciamo, bisognò lasciar ogni cosa. Se havessimo la continuatione delle osservationi fatte da S. S. doppo l'edittione del suo Nuntio Sidereo, e che le potessimo conferire con quelle di queste bande, forsi che non le sarebbe inutile.»

Sin qui scrive il S.r Nicolò. Se V. S. dunque ha da dirmi qualche cosa ch'io le possi scrivere in tal proposito, starò aspettando per inviargliela. Io le scrissi il nome del finto Apelle, ch'è il P. Christoforo Scheiner della Compagnia di Gesù, che legge le mathematiche in Ingolstadio et ha stampato un'operetta intitolata: Sol ellipticus, hoc est novum et perpetuum solis contrahi soliti phaenomenon; la qual opera qui in Roma non so che sia comparsa.

Nel resto non ho che dire a V. S. di nuovo. Delle cose di Padova ella ne sarà stata compitamente raguagliato dall'Ecc. S.r Minadoi([302]).

Io son tuttavia qui in Roma, in casa di Mons.r Vescovo di Padova([303]), a' servitii suoi. E con tal fine le bacio le mani, e le prego dal Signor buona sanità e compita felicità.

 

Di Roma, alli 18 Febr.o 1615.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.r Galilei.

Ser.re

Paolo Gualdo.

 

Fuori, d'altra mano: Al'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1083*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 20 febbraio 1615.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 6. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Son sicurissimo che trattando V. S. per me, in ogni occasione mi trattarà da figliuolo e servitore, come ha fatto con Madama Ser.ma nella passata occorenza. Quanto a' Sig.ri Usimbardi, li dico che sono tanto sodisfatti e contenti, che il S.r Francesco (quale è il maggiore) mi ha promesso di voler raccomandarmi in modo al Sig.r Lorenzo, che ne sentirò frutto singolare; e sopra questo punto havemo divisato molto bene, come si habbia da guidar il negotio. Sia però sempre mai Dio benedetto, che ci aiuti.

Scrivo al Padre R.mo Presidente, offerendomegli pronto ad ogni suo comandamento; la lettera l'ha nelle mani il Sig.r Cap.o Marino. Se pare bene a V. S., e se lo può far senza scommodo, la prego che resti servita trasferirsi sin in Badia, e presentandogliela in man propria accompagnarla con quattro parole, et in particolare con una breve ma buona informatione del stato mio, perchè questo Padre è persona di singolar bontà, e credo che V. S. ne haverà sodisfazione. Attenda alla sanità, si guardi da questi tempi tanto contrarii alla sua costitutione, mi ami e mi conservi nella sua buona gratia. Monsig.r Sommaia li bacia le mani, e mi tormenta di continuo del mio libro([304]).

 

Pisa, li 20 di Feb.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re e Discepolo Oblig.mo

D. Benedetto C.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A.

Firenze.

 

 

 

1084.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 201. – Autografa.

 

Molt'Ill.e S.r mio Oss.mo

 

Questa mattina dal maestro delle poste mi è stato mandato il piego di V. S.([305]), alla quale servirò come sarà possibile il meglio; e non mi fermerò nel Padre Grembergero, ma ne parlerò ancora al medico Fabii Fiammingo, che spesso è in casa mia et è gran Galileista e da' dotti molto stimato; e dove vedrò di poter far bene, non lascerò occasione di parlare degli interessi di V. S., come sarebbe col S.r Ciampoli, che a' dì passati tenne dalla sua alla presenza del S.r Abate Orsino([306]), che dava orecchie alle solite dottrine del Dottor Grazia([307]).

Nel resto io la compatisco molto, e alla giornata mi piglierò pensiero d'avvisarla di queste cose, e soprattutto di quel che harò fatto; e per hora finisco, con baciarli le mani e pregargli intera felicità.

 

Di Roma, li 21 di Feb.o 1615.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molt'Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1085.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 203-204. – Autografa.

 

Molt'Ill.re S.re e P.ron mio Col.mo

 

Io vivo tanto devoto servitore di V. S. Ecc.ma, che quasi mi pare d'essere accusato per sospetto d'instabilità mentre mi si domanda se io continuo ad amarla. Io non trovo, a praticare tanti gran Salamoni, che io deva stimar per oracoli infallibili i loro detti talmente, che, per parole proferite da loro o per poca informatione o per non molto affetto, io deva in un subito trasformare quella veneratione e benevolenza affettuosissima che verso la persona sua hanno generato in me le sue tanto eminenti qualità, conosciute da me in tante occasioni, et ammirate pure, ad onta dell'invidia, da tanti singolari ingegni delle più nobili provincie d'Europa. A me non par possibile haverla praticata e non amarla; infino gl'avversarii suoi hanno detto ch'ella incanta le persone: e certo in un cuor nobile non credo che possa adoprarsi più efficace magia, quanto la bellezza della virtù e la forza dell'eloquenza. Io non so dichiarare a mio gusto quanto ho nell'animo: assicurisi che io reverisco il suo nome più che mai, e che ancora io ho cuore che sa esser costante nell'amicitia, e non mi manca voce per difender dalle calunnie l'innocenza de gl'amici assenti.

Ma per venir più al particolare, dirò in poche parole: ne tantos mihi finge metus. Quelle grandissime orribilità sicuramente non vanno attorno, non trovando fin qui prelati o cardinali, di quei pure che sogliono sapere sì fatte materie, che ne habbia sentito muover parola. Il medesimo mi conferma Mons.r Dini, affettionatissimo di V. S., col quale ragionai a lungo di questo negotio; e 'l P. F. Luigi Maraffi, che le è più che mai servitore, mi dice haverci avvertito, e che i frati loro, che hanno la grande autorità, non ci pensano e non ne ragionano: sì che la relatione data costà da quella persona([308]), non mi so immaginare che possa esser uscita da malignità, ma dall'haver forse udito qua da tre o quattro della natione aggravar, discorrendo tra loro, quel che potesse recar di pregiuditio la predica fatta costà da quel frate([309]), che è hora qua per pretensione, per quanto intendo, di non so che suo baccellierato.

Io hebbi nuove una sera, circa a tre settimane fa, di questa sua predica; nè sapendo io che cosa si fusse, e se bene non omnia metuenda, mi ricordai pure del nihil spernendum. Benchè fossero due hore di notte, non volli differire; andai subito a trovare il S.r Card.l Barberino([310]), il quale conserva molto affetto verso V. S., e la saluta e ringratia dell'offitio che in nome di lei ho passato con S. S.ria Ill.ma Non ci è ancora stato tempo da fargli vedere la copia della lettera scritta al P. D. Benedetto([311]), sì come si farà da Mons.r Dini o da me, o da tutti due insieme: il che ancora pensiamo che sia ben fare co 'l S.r Card.l Bellarmino.

Stia dunque certa che quel che io non facessi per lei, no 'l farei in verità per huomo vivente; particolarmente trattandosi di fare un torto così incomportabile a persona tanto famosa per le sue virtù, tanto benemerita delle lettere e di tutti gl'amici suoi. Ma questi torrenti rovinosi e muglianti, che le sono stati figurati, non si sentono qua; e pure io pratico in qualche luogo, che ancora io, che non son sordo, ne havrei a sentir lo strepito. È ben vero che bisogna ricordarsi sempre, acres esse viros, cum dura proelia gente, in queste materie dove i frati non sogliono voler perdere. Però quella clausula salutare, del sottomettersi alla S.ta Madre Chiesa etc., non si replica mai tante volte che sia troppo. So che sempre ella lo ha fatto, non solo con l'animo, ma anco con la voce e con lo scritto; ma l'infinito affetto che io le porto fa che io non possa astenermi di ricordarlo, ben che questo offitio sia molto sproportionato alla mia età.

Il S.r Card.l Barberino, il quale, come ella sa per esperienza, ha sempre ammirato il suo valore, mi diceva pure hiersera, che stimerebbe in queste opinioni maggior cautela il non uscir delle ragioni di Tolomeo o del Copernico, o finalmente che non eccedessero i limiti fisici o mathematici, perchè il dichiarar le Scritture pretendono i theologi che tocchi a loro; e quando si porti novità, ben che per ingegno ammiranda, non ogn'uno ha il cuore senza passione, che voglia prender le cose come son dette; chi amplifica, chi tramuta; tal cosa esce di bocca dal primo autore, che tanto sarà trasformata nel divolgarsi, che più non la riconoscerà per sua. Et io so quel che mi dico: perchè la sua opinione quanto a quei fenomeni della luce e dell'ombre della parte pura e delle macchie, pone qualche similitudine tra 'l globo terrestre e 'l lunare; un altro cresce, e dice che pone gl'huomini habitatori della luna; e quell'altro comincia a disputare como possano esser discesi da Adamo, o usciti dell'arca di Noè, con molte altre stravaganze ch'ella non sognò mai. Sì che l'attestare spesso di rimettersi all'autorità di quei che hanno iurisditione sopra gl'intelletti humani nell'interpretationi delle Scritture, è necessarissimo per levar questa occasione all'altrui malignità. Parrà bene a V. S. che io voglia far troppo il savio seco: perdonimi per gratia, e gradisca l'infinito affetto mio che mi fa parlare. Avvisimi pure all'occasione, e comandimi con libertà: più affettuoso amico e servitore di me, V. S. qui troverà difficilmente, e forse non molti di più efficacia e prontezza. Quando l'è incommodo per la sua sanità lo scrivermi di proprio pugno, vagliasi della mano d'altri, o facciami scrivere: io sono servitore obligato, nè meco ci vanno cerimonie.

Mons.r Gualdo si ricorda servitore a V. S., e cercherà servirla per conto de gl'Apelli smascherati([312]). Indugiai a rispondere alla lettera che mi mandò pe 'l S.r Principe Cesis, perchè speravo poterla presentare in sua mano; ma, per quanto intendo, la lontananza sua di Roma anderà molto a lungo. A questa ultima sua non ho potuto prima rispondere, perchè non mi fu recapitata prima di lunedì.

Io del restante, per gratia di Dio, mi conservo con assai buona sanità, sì come desidero a V. S., che tanto ne è più degna e tanto più fruttuosamente l'impiegherebbe in benefitio delle scienze, che dall'inventioni del suo ingegno ricevono sì nobili augumenti. Ricordimi servitore al P. D. Benedetto([313]) et al S.r Niccolò Arrighetti; e facendole humilissima reverenza, le prego da Dio vera felicità.

 

Di Roma, il dì ult.o di Febb.o 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Al S.r Galileo. Firenze.

Devot.mo et Obblig.mo Ser.re

Gio. Ciampoli.

 

 

 

1086.

 

GIOVANNI FABER a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 febbraio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 216. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Eccll.mo Sig.re Padron Oss.mo

 

Vengo con questa mia, costretto parte per il commandamento espresso del Sig.r Prencipe nostro, parte per il vincolo della fraterna nostra amicitia lyncea, dare parte a V. S. della dolorosa perdita che habbiamo fatta nella morte del Sig.r Gio. Battista della Porta, seguita su 'l principio di questo mese; et altra consolatione non habbiamo che questa, che possiamo assicurarci che sia andato a miglior vita, essendo morto santissimamente: et ne ha havuto anco un honor funerale tale, quale le rare sue vertù meritavono. V. S. di quello ne darà anco parte all'altri Sig.ri compagni in Firenza, alli quali farà anco riverenza in nome mio, rallegrandosi da parte mia con il Sig.r Pandolfini, che novamente fu ricevuto nel nomero nostro. A noi resta che preghiamo Iddio per l'anima del nostro confratello, et ci ingegniamo di procurare molti simili soggetti per l'Academia nostra, et imitiamo V. S. et detto Gio. B. b. m. nella compositione di tante eccellenti opere.

Altro non mi occorre a dirle. Il Sig.r Prencipe nostro si ritira con l'Eccll.ma Sig.ra sua consorte et tutta la famiglia a Roma, et vi sarà postimane sera. Et per fine baccio le mani a V. S., pregandole da Dio ogni vero bene.

 

Di Roma, alli 28 di Febr. 1615.

Di V. S. molt'Ill.re et Eccl.ma

 

Fuori: Al molto Ill.re et Eccll.mo Sig.r et Padron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galileo, Matthematico Celeberrimo et Lynceo.

Fiorenza.

 

 

 

1087*.

 

OTTAVIO PISANI a GALILEO in Firenze.

[Anversa], 2 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 15. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r, mio S.r, P.ron Oss.mo, S.r Galileo Galilei,

 

Poichè io ottenni per mezo de 'l S.r Priore Bontempi([314]) la gratia di V. S., et per mezo di V. S. la gratia di sua Altezza Serennissima de intitolar la mia Astrologia([315]) a suo Serennissimo nome, io intitulai il mio libro, lo mandai per la posta, et, come me disse il S.r Priore Bontempi, hebbe Sua Altezza Serennissima il mio libro. Dopoi sono venuto, per mezo de 'l S.r Gioseppe Camorrini mio patrone, a domandar mercede a Sua Altezza Serennissima, ciò è qualche elemosina per la spesa che ho fatto a la stampa, la quale, come si vede ne 'l libro, è ducento scudi, et per la faticha di dieci anni, come si vede ne l'istessa opera: la elemosina serria di trecento scudi, perchè ducento ne ho speso a la stampa, et cento per la fatica di dieci anni in detto libro. S.r Galileo, mio S.r, se V. S. mi ottene questa elemosina da Sua Altezza Serennissima, io restarò obligato a V. S. e riconoscerò da V. S. questa gratia, et si venerrà l'occasione, io la reservirrò a V. S., perchè trovandomi pover gentil'huomo fuore de mia casa, riconoscerei V. S. per mio benefattore. Sempre li ricordo quelle parole che dice Idio: Quaecunque minimis ex meis feceritis, et mihi feceritis: e li sono servitore obligatissimo, affetionatissimo.

 

Hoggi, 2° di Marzo 1615.

Di V. S. molto Ill.re

Se.re Aff.mo Obl.mo

Ottavio Pisani.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r, mio S.r et P.ron Oss.mo,

Il S.r Galileo Galilei, che Dio guarde.

Fiorenza.

 

 

 

1088*.

 

OTTAVIO PISANI a COSIMO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

[Marzo 1615.]

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 51. – Autografa.

 

Serennissimo Signore,

 

Ottavio Pisani supplicando espone qualmente ha ottenuta gratia de intitulare al suo Serennissimo nome la sua Astrologia per mezo del S.r Galileo Galilei; et havendo già il supplicante intitulato suo libro a Vostra Altezza Serennissima, supplica che li faccia qualche charità per la spesa di ducento scudi ne la stampa et per la fatica di molti anni in detta opera di Astrologia. Et Idio remunerarà Vostra Alteza Serennissima, come ha promesso Idio a chi fa charità: Quaecunque minimis ex meis feceritis, et mihi feceritis.

 

 

 

1089.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 7 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 243-244. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Mi son trasferito in Roma, ove continuo ancora con travaglio per l'indisposition della S.ra mia consorte di tanti mesi già; sto ben con speranza, per l'asserzion de' medici e sopravenenza della miglior stagione, che presto sia per esser guarita. Intanto mi trovo due carissime di V. S., non quieto punto della sua sanità, che vorrei sentirne buone nove, e che lei trasandasse ogni cosa e solo a quella attendesse, che poi haverà tempo di sodisfarsi nel compimento delle sue heroiche imprese e mortificatione de' suoi invidi e rabidi contrari, quali hora a questo solo fatigano, di nocerli nella sanità con apportarli occasione di disgusto e fatiga. Di gratia, li lasci gracchiare, chè poi ci sarà tempo; e mi faccia saper nova di sè, che ne sto ansiosissimo, nè s'affatighi lei, ma facciami scrivere.

Scusi li miei moti et travagliose occupationi anco con il S.r Pandolfini, alla cui cortesissima risponderò subito che possa respirare. Intanto ho inviate le altre a' S.ri compagni([316]), notando la sua molta cortesia.

Mando a V. S., per il procaccio partito questa mattina, un invoglio in carta, nel quale sono le stanze([317]) et un libro uscito in luce hora a punto, cioè una lettera d'un Padre Carmelitano, che difende l'opinion di Copernico salvando tutti i luoghi della Scrittura([318]); opra certo che non poteva venir fuori in miglior tempo, se però l'accrescer rabbia alli avversari non sia per nocere, il che non credo. Lo scrittore reputa per Copernicei tutti i S.ri compagni, ancorchè ciò non sia, professandosi solo communemente libertà di filosofare in naturalibus. Hora predica in Roma. Io trattarò con Mons.r Dini e con questo e con il P. Torquato de Cuppis, Gesuita, nobile Romano, che è del'istesso senso, e con altri; et ho pensato a buoni motivi, e credo non si correrà a furia, e saremo a tempo, et io farò il possibile: e V. S. mi creda che, in questa et in ogni altra occasione, mi è a core il servirla ferventemente, come devo. Sarà molto a proposito e mia sodisfattione particolare, ch'io habbia la lettera che V. S. mi avisa haver scritta in proposito([319]), e la sto aspettando con desiderio, e se altra scrittura le par a proposito. Con che bacio a V. S. le mani, salutandola di tutto core. N. S. Dio la contenti.

 

Di Roma, li 7 di Marzo 1615.

Di V. S. molt'Ill.re

 

 

Il nostro Cancelliero([320]) già le haverà dato conto della perdita ch'habbiamo fatta del nostro S.r Porta. Passò a miglior vita santissimamente il mese passato. N'habbiamo persi tre buoni([321]): bisogna pensiamo a rimetterne simili.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

F. C. L. P.

 

 

 

1090.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 205-206. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Questi giorni di carnovale, e le molte rappresentationi e altre feste che si sono fatte m'impedirono il trovar le persone che bisognava; però, in quel cambio, feci fare molte copie della lettera di V. S. al P. Matematico([322]), e l'ho poi data al P. Grembergero, con una lettura di quella che V. S. scrive a me([323]): e così ho poi fatto con molt'altri e con l'Ill.mo Bellarmino, col quale parlai a lungo delle cose che V. S. scrive; delle quali mi assicurò non ne haver mai più sentito parlare in conto nessuno, da che ella ne trattò seco a bocca. E quanto al Copernico, dice S. S. Ill.ma non poter credere che si sia per proibire, ma il peggio che possa accaderli, quanto a lui, crede che potessi essere il mettervi qualche postilla, che la sua dottrina fusse introdotta per salvar l'apparenze, o simil cose, alla guisa di quelli che hanno introdotto gli epicicli e poi non gli credono; e con simil cautela potrebbe parlar V. S. in ogni occorrenza di queste cose, le quali se si fermano secondo la nuova constitutione, non pare per adesso che habbino maggior nimico nella Scrittura che Exultavit ut gigas ad currendam viam([324]) con quel che segue, dove tutti gli espositori sino hora l'hanno inteso con attribuire il moto al sole: e se bene io replicai che anche questo si potrebbe dichiarare col nostro solito modo d'intendere, mi fu risposto non esser cosa da correrla, sì come non è per corrersi a furia nè anche a dannare qualsivoglia di queste opinioni. E se V. S. harà messo insieme in questa sua scrittura quelle interpretationi che vengono ad causam, saranno vedute da S. S. Ill.ma volentieri: e perchè so che V. S. si ricorderà di rimettersi alle determinationi di S. Chiesa, come ha fatto a me et ad altri, non li potrà se non giovare assai. E havendomi detto il S.r Cardinale che harebbe chiamato a sè il P. Grembergero per discorrer di queste materie, stamattina son ritornato da questo Padre per sentire se ci era novità alcuna; e non trovo altro di sustanza, oltre al detto, se non che harebbe hauto gusto che V. S. havesse prima fatto le sue dimostrationi, e poi entrato a parlare della Scrittura. Io li risposi, che se V. S. havesse fatto in questa maniera, harei creduto che ella si fusse portata male a far prima i fatti suoi e poi pensare alla Scrittura Sacra; e quanto agli argumenti che si fanno per la parte di V. S., dubita detto Padre non siano più plausibili che veri, poi che li fa paura qualch'altro luogo delle Sacre Carte.

Stamattina ho mandato una di dette copie al S.r Luca Valeri, col quale ancora non mi sono abboccato. Sono bene andato a trovare il S.r Card.le Del Monte([325]) per informarlo; ma per havervi trovato gente che non mi piaceva, ho discorso seco d'ogn'altra cosa: ma vi tornerò, perchè è molto affezzionato a V. S., e sarò ancora col S.r Card.le Barberino, per lasciarli una di quelle copie, che di già sta aspettando, essendo in parte da me stato avvisato così alla sfuggita. Ma a quest'hora forse sarà stato del tutto informato dal S.r Ciampoli, che a tal fine da me era stato ragguagliato([326]). E così andrò facendo simili ofizi dove vedrò poter giovare alla causa, della quale li parlo, come vede, confusamente, perchè per ancora ogniuno sta all'erta in negotio di tanta portata: ma i matematici non la sentono tanto dubbiosa come i professori d'altre scienze. Che è quanto per hora posso dirle: e senza più le bacio le mani, pregandole dal Signore Iddio quanto desidera.

 

Di Roma, li 7 di Marzo 1615.

Di V. S. molt'Ill.e

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1091*.

 

LELIO MARZARI a GIO. GARSIA MILLINI [in Roma].

Pisa, 7 marzo 1615.

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 306 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 5).

 

 

 

1092*.

 

FRANCESCO BONCIANI a GIO. GARSIA MILLINI [in Roma].

Pisa, 8 marzo 1615.

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 306 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 5).

 

 

 

1093.

 

GALILEO ad ANDREA CIOLI in Firenze.

Firenze, 10 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 50. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

 

Sono circa 16 mesi che questo Ottavio Pisani mi scrisse d'Anversa([327]) che harebbe voluto dedicar al S. G. D. nostro Signore un suo libro attenente ad alcune operazioni astronomiche, desiderando di dedicarlo più a S. A. che ad altro Principe, perchè in esso trattava de' nuovi Pianeti Medicei; e però mi pregava che io vedessi d'havere il placet da S. A. Così feci, e l'hebbi. Di lì a 6 mesi incirca venne l'opera stampata, et inviata a S. A. insieme con una lettera([328]), et l'una e l'altro presentai al G. D.: e perchè il libro haveva patito assai per il viaggio, mediante le piogge, et è in fogli grandissimi, mi fu comandato da S. A. che io lo facessi raccomodare; però di suo ordine lo detti a quel legatore Romano che serve al Palazzo, acciò lo sciogliesse, asciugasse e diligentemente lo rilegasse, e così fece: e perchè io allora ero molto indisposto, gli dissi che lui medesimo lo riconsegnasse al G. D., e così mi par ricordarmi che lui mi dicesse d'haver fatto. Però il libro sarà appresso S. A.

Quanto al giudizio dell'opera, io poco gli posso dire, perchè appena hebbi comodità di scorrerla assai superficialmente: so bene che vi sono molti intagli di figure astronomiche in rame, e grandissimi, che di necessità sono state di grande spesa. Se S. A. comanderà che io lo rivegga, V. S. mi farà grazia di farmi mandare il libro, poichè ritrovandomi io, oltre all'altre indisposizioni, con una fastidiosissima infreddatura, non posso uscir di camera, e appena di letto. Con che gli bacio le mani, e me gli ricordo servitore devotissimo.

 

Di casa, li X di Marzo 1614([329]).

Di V. S. molto I.

Ser.re Obl.mo

Galileo G.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e mio Pad.ne Col.mo

Il S. Andrea Cioli, Seg.rio di S. A. S.

Ne' Pitti.

 

 

 

1094.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 12 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 207. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Gionto che fui in Pisa, andai a far riverenza a Monsig.r Ill.mo Arcivescovo([330]), dal quale fui benignissimamente riceuto; poi, introdotto in camera, fatto sedere, fui di primo interrogato del stato di V. S. Ecc.ma; e a pena finita la risposta, S. S.ria Ill.ma cominciò caritativamente a essortarmi che io lasciassi certe opinioni stravaganti, et in particolare del moto della terra, soggiongendomi che questo sarebbe stato il mio bene, e non lo facendo la mia rovina, perchè queste opinioni, oltre l'essere scioccherie, erano pericolose, scandalose e temerarie, essendo di diretto contro la Sacra Scrittura. Io non potetti far altro, vinto da tanta benignità, che rispondere che la mia volontà era prontissima a' cenni di S. S.ria Ill.ma, e che mi restava solo accomodarmi l'intelletto con le ragioni, il che io poteva sperare dal profondo sapere e saldo discorso di S. S. Ill.ma; e così con una ragione sola, tralasciandone molte, quasi mi tirò dalla sua, la somma della quale fu questa, che essendo ogni creatura stata fatta in servitio dell'huomo, per necessaria conseguenza restava in chiaro che la terra non si puoteva muovere come le stelle: e se qui io havessi hauto sentimento tanto capace di potere apprendere questa dependenza, forsi mi sarei mutato d'opinione; onde fu necessario a Monsignore replicare che queste opinioni erano scioccherie e mere pazzie, e che questa era stata la rovina di V. S., e che egli gli ne aveva dato salutifero aviso, e che l'haveva convinta: anzi disse di più (riscaldandosi veramente d'affetto), che era pronto a far conoscere e a V. S. e a S. A. S.ma e a tutto il mondo, che queste sono tutte frascherie e che meritano essere dannate. Poi mi pregò che di gratia li facessi vedere quella lettera([331]) che V. S. mi scrisse; e dicendogli io che non ne havevo copia, mi pregò a farne instantia a V. S., come fo con questa, pregandola ancora a dar l'ultima mano alla scrittura([332]), la quale copiaremo qua subito se V. S. comandarà così, e forsi questo Illustrissimo potria quietarsi. Io dico forsi, non che ve l'accerti([333]).

Monsig.r Sommaia li bacia le mani, et io me li ricordo servitore al solito. Gli cantucci saranno sabato o domenica in Firenze.

 

Pisa, il 12 di Marzo 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Ho poi inteso con mio grandissimo gusto che le ciancie di Roma non sono tanto grandi quanto si diceva. E a me pare che il romore fatto in Roma non sia Romano, ma che sia stato forestieri: voglio dire che è stato fatto da questi signori che l'hanno fatto ancora in Firenze.

Il Sig.r Giorgio([334]) li bacia le mani.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P.ron Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1095.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 14 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 143. – Autografa.

 

Molt'Ill.e S.r mio Oss.mo

 

Scrissi a V. S. la settimana passata([335]), e di casa mia doverrà haver ricevuto la lettera; e io questo giorno mi trovo l'altra sua de' 9 stante([336]), e non ho potuto abboccarmi col S.r Ciampoli. Ho ben di poi trattato con l'Ill.mo Barberino, il quale mi disse l'istesse cose che si ricordava haver detto a V. S., cioè del parlar cauto e come professore di matematica, e m'assicurò che non n'haveva sentito parlar mai di questi interessi di V. S.; e pure o nella sua Congregatione o in quella di Bellarmino capitano i primi discorsi di sì fatte cose; onde andava dubitando che qualche poco amorevole le andasse accrescendo: ma non per questo è da non ci pensar più. Al S.r Car.le Del Monte([337]) non ho di poi parlato, ma seguirà forse domattina; e stante le cose sopradette andrò più temperato a discorrerne, parendomi che non sia così necessario come pareva nel primo ingresso di questa causa, della quale piaccia a Dio che V. S. ne riceva ogni contento e il mondo ogni utile. Come per fine gli prego quanto desidera, e li bacio le mani.

 

Di Roma, li 14 di Marzo 1615([338]).

 

Di V. S. molto Ill.e, la quale desidero che col nuovo anno e migliore stagione si liberi dal suo male; ma quando non segua, lasci gli studi nocivi, perchè l'assicuro che il mondo è arcicontento di lei;

 

 

S.r Galileo.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1096.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 15 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 245-246. – Autografe le lin. 87-88 [Edizione Nazionale].

 

Molto Ill.re S.r Ecc.mo

 

Così valesse molto la gratia mia, come V. S. Ecc.ma ne è padrona senza altro istrumento di donatione inter vivos; o, per meglio dire, così potesse ella trarne per cento anni continui quella vera letitia che mi significano le sue lettere, come io mi contentarei fargliene sollenissima hipoteca, dandole piena auttorità di appropriarsela tutta, torchiarla et distilarla et cavarne la quinta essenza, quando questa potesse, come ella mi scrive, aggiongere gli anni et secoli alla sua vita, apportarle et conservarle perpetuo contento et godimento.

Mi duole in estremo delle sue molestie di mente et di corpo; et più che quelle([339]) dell'animo mi travagliano le corporee, poichè in queste trovo il rimedio più difficile et recondito sì come nelle altre parmi che, adoprandosi la prudenza et valendosi della fondata et vera filosofia, dalla volontà nostra sola dipende la salute, non essendo alcun dubbio che quando l'huomo facia un cuore generoso et si spogli di certe upinioni inventate dall'humana legerezza, può tolerare molto facilmente ogni sinistro incontro, pur che di questo non partecipi la massa corporea, la quale non può con le speculationi ricevere il caldo, il freddo, gli alimenti, i gusti et le altre cose necessarie per sostentamento della vita et per gusto et solevamento de' sensi. Continui perciò V. S. Ecc.ma la lettura del Berni et di Ruzante, et lasci per hora da una parte Aristotile et Archimede; speculi in letto, dove la mente participi della commodità del corpo; contempli cose di gusto, et attendi alla sanità, non con medicine, non con dieta, ma con la quiete et con una prudente sobrietà; fugga quei cibi che per esperienza ha conosciuto apportarle nocumento, et scielga i più giovevoli et gustosi al suo senso, serbando in ogni pasto un poco di apetito per maggior gusto del sussequente: nè dubiti con questa regola di non superare ogni indispositione, poichè, per gratia di Dio, le mancano molti anni alla vecchiaia.

Io, per divina clemenza, col mezo di questa medesima osservatione sto bene, più sano et più gagliardo assai che non ero già due anni; et nel resto, quanto all'animo, vivo allegramente, lontano in tutto da ogni travaglio: niuno accidente mi par nuovo o inaspetato; sono tutti i miei desiderii limitatissimi et moderatissimi; ricevo allegramente ogni bene che mi succede, et, per renderlo gustoso maggiormente, reputo che non mi si convenisse o non fosse cosa mia, onde non come rendita ordinaria et dovuta, ma come donativo, anzi impresto, della fortuna, lo ricevo con tanta maggior letitia, et per la stessa ragione facilmente mi accomodo a disposessarmene, se il caso lo ricercasse. Havrei ancor io, quando non mi valessi della vera filosofia, buona occasione di cruciarmi per l'ambitione, quinto elemento([340]) della nostra nobiltà; non già perchè comparando gli honori, i titoli et la riputatione mia con l'universale di quelli della mia età non fossi de gli avantaggiati et primi tra questi, ma per cagione più tosto che, essendo piovute le gratie de gli honori nella nostra casa tanto piene et estraordinarie, non havendo io di queste participato così largamente come hanno fatto l'avo, il padre et tutti miei fratelli, potrebbe parere, anzi so certo che pare a molti, che qualche mio diffetto ne sia stato cagione: ma tenendo io piena cognitione della radice di questa differenza, nè mi dolgo, nè per questo scemo punto i miei contenti, poichè sicome reputerei scioca ingratitudine il dolermi delle fortune della mia casa, così reputo pazzo chi pone la sua felicità nel concetto sregolato et scioco del volgo; et tratanto, libero da infinite gravezze et fastidiose occupationi che seco portano gli honori della nostra patria, godo la libertà, et dispenso il mio tempo conforme al gusto et bisogno mio; et se non participo di certa estraordinaria veneratione, poco anzi nulla conforme al genio mio, vivo essente dalla invidia et dalle detrationi.

Discorro seco queste cose della persona mia, acciò ella, che è savia et prudentissima, vedendo il fonte dal quale provengono i miei gusti, dal medesimo, che è abbondantissimo, con le machine della sua prudenza facia scaturire anco per lei un nuovo rivo di felicità, dandomi, per mia consolatione maggiore, spesso nuova delle inondationi che seguiranno. Et tanto basti hora in questo proposito.

All'istrumento per misurar li temperamenti([341]) io sono andato giornalmente aggiongiendo et mutando, in modo che quando havessi a bocca et di presenza a trattare con lei, potrei, principiando ab ovo, facilmente racontarle tutta l'historia delle mie inventioni([342]), o, per meglio dire, miglioramenti. Ma perchè, come ella mi scrisse et io certamente credo, V. S. Ecc.ma è stata il primo auttore et inventore, perciò credo che gli istrumenti fatti da lei et dal suo esquisitissimo artefice avanzino di gran lunga i miei; onde la prego con prima occasione scrivermi qual sorte di opere fin hora ella habbia fatto fare, che io le scriverò quel di più o di meno che fin hora s'è operato di qua; et toccando in ogni nostra lettera alcuna cosa in questo proposito, io le scriverò alcune mie imperfette speculationi, le quali da perfetissimo suo giuditio et intiligenza saranno senza studio, et ancora con gusto, perfettionate. Quello che si fa inventore di questi stromenti([343]), è poco atto, per non dir in tutto innetto, per instruirmi conforme al bisogno et desiderio mio, sì come io vanamente mi sono affaticato a dargli ad intendere la cagione de gl'effetti che si vedono in alcuni de' miei istrumenti (dirò così) compositi et moltiplicati.

Qui non si trova il libro di Apelle([344]), nè questa ultima fiera sono stati librari Venetiani in Francfort. Se V. S. Ecc.ma mi darà maggior lume, procurerò di servirla.

Vetri lunghi della bontà che ella desidera, non si sono fatti certamente fuor che due, come intendo, esquisitissimi, che ha havuti l'Ill.mo S.r Vicenzo Gussoni, che fu ambasciator in Savoia, et li fece lavorare di un suo vetro che cavò di uno specchio rotto, del quale ne ha fatto fare ancora molti altri esquisitissimi più corti; nè è possibile cavarglieli dalle mani. Egli professa che superino di gran lunga la bontà del mio; tuttavia Maestro Antonio, che li lavorò, mi dice non esservi differenza.

È ritornato da Verona l'Ill.mo S.r Agustin da Mula, al quale sono stati rubati tutti i suoi; credo che ne farà lavorare con estraordinaria diligenza. Io non mancherò valermi dell'occasione per mandarne uno almeno costì, poichè la forma è mia. Et per fine le prego dal Signor Dio ogni prosperità et contento.

 

In Venetia, a 15 Marzo 1615.

Di V. S. Ecc.ma

Tutto suo

G. F. Sag.

 

 

 

1097.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 18 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 247. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Scrissi per l'ordinario passato([345]) a V. S. Ecc.ma, dandoli conto del cortese avviso fattomi dall'Ill.mo Sig.r Arcivescovo, et insieme la pregai a nome suo che mi mandasse la lettera([346]) inviatami sin l'anno passato sopra il portar la Sacra Scrittura in quistioni naturali, e particolarmente intorno al passo di Giosuè. Di novo la suplico del medesimo favore, poichè di novo S. S.ria Ill.ma me n'ha fatto instanza; e ieri in particolare fui con lui per città in carrozza, e trattandomi di questa materia, mi disse che il Padre Gori, predicator qua nel Duomo, biasima et ha biasimato il brutto termine usato dal Padre Caccini([347]). Mons.r Sommaia mi fa instanza della scrittura; mostra portarmi singolarissimo affetto et alle cose mie, e desidera ancora di veder la lettera et insieme quest'altra scrittura che V. S. ha per le mani([348]).

Questa notte passata, alle otto ore in circa, ho osservato Giove, nè mi son curato di notar molto diligentemente l'hora, perchè non vi era cosa notabile: solo dico questo, che havendo alle 6 hore in circa osservato, l'haveva visto solo con tre stelle occidentali([349]), in questa positura:

poi, osservatolo alle otto, viddi la quarta assai lontana da , che forsi potrebbe esser stata nell'ecclisse. Alla seconda osservatione vi furno presenti il S.r Giorgio([350]), qual bacia le mani a V. S., il S.r Miglior Guadagni et il paggio Tornabuoni. E non occorrendomi altro, me li ricordo al solito servitore.

 

Pisa, il 18 di Marzo 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o di S. A.

Firenze.

 

 

 

1098*.

 

ALESSANDRO D'ESTE a GALILEO in Firenze.

Modena, 18 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 112. – Autografa la firma.

 

Ill.re Sig.ore

 

Ho ricevuto l'opere di V. S.([351]), che con tanta amorevolezza s'è compiaciuta mandarmi, e può credere che mi siano accette al pari della stima ch'io faccio del valor suo. Tali riusciranno ancora l'altre che m'offerisce([352]), e di tutte le conserverò obligo con una dispostissima voluntà di mostrarglielo in tutte l'occorrenze di suo piacere. Et a V. S. auguro per fine molta contentezza.

 

Di Mod.a, li 18 Marzo 1615.

 

S.r Galileo Galilei.

Al piacer di V. S.

Il Card.le d'Este.

 

Fuori: All'Ill.re Sig.ore

Il S.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1099.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 211-212. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron mio Col.mo

 

Torno a confermarle quanto le scrissi pochi giorni fa([353]). Quei gran rumori credo che habbiano fatto strepito nell'orecchie di quattro o cinque e non più. Per diligenza che si sia fatta da Mons.r Dini e da me, di scoprire se ci era moto considerabile, non si trova assolutamente nulla, e non si sa che ne sia stato parlato; sì che io mi vado immaginando che i primi autori di questa voce si siano dati a credere d'essere una gran parte di Roma, havendo publicato per cosa notoria quel che non si trova chi ne habbia parlato: sì che quanto a questa particolarità V. S. cominci pure a quietarsi, chè a lei non mancano amici affettuosi e che più che mai sono ammiratori dell'eminenza de' suoi meriti.

Sono stato questa mattina con Mons.r Dini dal S.r Card.l Dal Monte, il quale la stima singolarmente e le mostra affetto strasordinario. S. S.ria Ill.ma diceva d'haverne tenuto lungo ragionamento col S.r Card.1 Bellarmino: e ci concludeva che quando ella tratterà del sistema Copernicano e delle sue dimostrationi senza entrare nelle Scritture, la interpretatione delle quali vogliono che sia riservata a i professori di theologia approvati con publica autorità, non ci doverà essere contrarietà veruna; ma che altrimenti difficilmente si ametterebbero dichiarationi di Scrittura, benchè ingegnose, quando dissentissero tanto dalla comune openione de i Padri della Chiesa. Insomma, per non le replicar lo stesso, si discorsero ragioni assai simili a quelle che nell'altra mia lettera io le toccai da parte dell'Ill.mo S.r Card.1 Barberino. Non ho fin qui parlato con alcuno che non giudichi grande impertinenza il volere che i predicatori entrino su pe' pulpiti a trattare, fra le donne e 'l popolo, dove è sì poco numero d'intelligenti, materie di cattedra e tanto elevate.

Intendo esser uscito ultimamente un libretto, stampato in Napoli, che tratta non esser contraria alle Scritture Sacre et alla religion cattolica l'openione del moto della terra e della stabilità del sole([354]). È ben vero che per entrar, come le ho detto, nelle Scritture, il libro corre gran risico nella prima Congregatione del Santo Offitio, che sarà di qui a un mese, d'esser sospeso. Farò il possibile per trovarne uno e mandarglielo, avanti che segua altro. Se ci sarà niente di nuovo, ne farò subito avvisato V. S.

Ricevei la sua lettera hiersera, et hoggi la giornata è stata tutta impiegata col S.r Card.1 Dal Monte, con Mons.r Dini e col P. F. Luigi Marrani per questo servitio: però non ho potuto andare ancora a far reverenza al S.r Principe Cesis, come farò quanto prima. V. S. mi conservi la sua benevolenza, e credami in verità che io ambisco come titolo di molta gloria l'essere amato da lei; alla quale humilissimamente inchinandomi, prego da Dio vera tranquillità d'animo e felicità.

 

Di Roma, il dì 21 di Marzo 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo. Firenze

Devot.mo Ser.re

Gio. Ciampoli.

 

 

 

1100.

 

GALILEO a PIERO DINI in Roma.

Firenze, 23 marzo 1615.

 

Cfr. Vol. V, pag. 297-805 [Edizione Nazionale].

La lettera é riportata nel file lettere_stralcio.doc (nota del Curatore)

 

 

 

 

1101**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 25 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 213. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Son sforzato a ripregar V. S. di questa benedetta scrittura([355]), perchè così ho in mandatis da Mons.r Ill.mo Arcivescovo: e mi sarà carissima la lettera del Padre Carmelitano([356]), della quale quando diedi nova a Mons.re Ill.mo, parve che restasse tutto d'un pezzo, e massime che il Padre Gori, predicatore qua in Duomo, come nell'altra li scrissi([357]), biasima alla libera il Padre Caccini della dichiaratione che fece in S. Maria Novella([358]); di modo che sentendosi uscir sopra quest'altra lettera, non credo che sappia più che si dire. Hoggi son stato a visitare il detto Padre Gori, quale m'è riuscito in privato persona di molto garbo, sì come in publico riesce con sodisfazione universale e con frutto singolare; e veramente si può dir di lui che predica la parola di Dio. Io non lascio le sue prediche nè le lascierò, perchè vi sento spirituale utile e diletto. Per questa prima volta non son entrato con S. P. a trattare del Padre Caccini, ma con la prima occasione voglio sentire da lui proprio la sua sentenza, e ne spero bene, perchè si mostra affezionatissimo alli miei signori e padroni S.r Giacopo Soldani e S.r Giacopo Giraldi et altri del buon taglio.

Monsig.r Sommaia li bacia le mani, et ha sentito con me dispiacere della sua indisposizione, e m'ha imposto che li dia particolar nova del stato di V. S.: però non la vorrei incommodar del scrivere. Il Sig.r Giorgio([359]) ancora li bacia le mani, et è entrato in un ardente desiderio di conoscerla di presenza. Io li faccio riverenza, ricordandomeli servitore obligatissimo.

 

Pisa, il 25 di Marzo 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Non fo altra scusa del non mandargli osservazioni, poichè le nugole la fanno per me: forsi questa sera, se si mantiene il tempo, osserverò.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, p.o Fil.o di S. A.

Firenze.

 

 

 

1102*.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 27 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 215. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Non scrissi a V. S. della passata, perchè ritrovandosi meco il Sig.r Ciampoli dall'Ill.mo Del Monte, a lui, come a miglior dicitore, ne lasciai la cura, sforzato ancora da qualche negotio che mi soprafaceva; e già V. S. ne deve essere informata dalla ricevuta delle sue lettere([360]): e non havendo cosa da vantaggio, gli accuso questa sua ultima([361]), con la quale farò scoperta dell'animo, e capitale del consiglio, dell'Ill.mo Bellarmino, al quale son per mostrarla, con promessa però che non ne pigli copia se prima non mi harà favorito di risposta del senso che ha S. S. Ill.ma intorno a queste cose, perchè non vorrei che, in caso che non piacesse che lei interpretasse, altri poi se ne facesse honore in questa o altra occasione. Et io non mancherò in ogni tempo, con tutti quei personaggi che andrò a servire, di tener ricordato il merito e la bontà di V. S., alla quale non mando il trattato del P. Carmelitano perchè intendo esserli stato mandato([362]); e l'autore è qua predicante, e s'offerisce con prontezza a disputarne con chi bisogni. Farò vedere la sua lettera al S.r Principe Cesis, perchè non credo di far male; e secondo che io vedrò, così farò, essendomi non meno a cuore l'honore et esaltatione di V. S. che l'interesse mio proprio. E senza più baciandoli le mani, la prego a risalutarmi quei Signori([363]) che si trovorno al serrar delle sue lettere, con pregare a lei da Dio quanto desidera.

 

Di Roma, li 27 di Marzo 1615.

Di V. S. molt'Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1103.

 

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 marzo 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 217.– Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron mio Col.mo

 

Andai a far reverenza all'Ecc.mo S.r Principe Cesi; stetti con S. Ecc.za più hore; hebbi un gusto da muovere invidia a chiunque sente diletto di eminente virtù, nobiltà e cortesia. Non si può parlare con maggior veneratione et affetto di quel ch'ei faccia di V. S. Ecc.ma. Mi disse, haverle mandato il libro del P. Foscarino([364]), et io l'ho letto con molta soddisfattione, e fui subito a visitare il Padre, molto affettuoso ammiratore del merito di lei. Ha trovato di più autorità di Padri, e mi disse voler perfettionare il libretto, e ristamparlo, e difenderlo da qualunque scrupoloso oppositore.

Hiermattina con Mons.r Dini lessi la sua modestissima et ingegnosissima lettera sopra il passo del Salmo Coeli enarrant([365]). Quanto a me, non so conoscere che possano opporvi. Siamo affatto chiari che della opinione non si è trattato qua tra più che quattro o cinque non molto affettionati suoi; e niuno di loro ha parlato col Maestro di Sacro Palazzo, ma con un Padre, amico di detto Maestro, il che mi fu confermato dal Gratia([366]) istesso: però è forse bene non ne trattare molto; che così pareva al S.r Principe Cesi, per non parere d'incolparsi col voler tentare le difese ove non è chi muova guerra.

Desidererei intendere il miglioramento della sua sanità, quanto al restante essendo certo che l'eminenza del suo merito sia per trionfare d'ogni invidiosa detrattione. E facendole con la debita humiltà affettuosissima reverenza, prego Dio per ogni sua contentezza maggiore.

 

Di Roma, 28 di Marzo 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo. Firenze.

Devot.mo et Obblig.mo Ser.re

Gio. Ciampoli.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1104*.

 

FRANCESCO BONCIANI a GIO. GARSIA MILLINI [in Roma].

Pisa, 28 marzo 1615.

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 311 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 8).

 

 

 

1105*.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 3 aprile 1615.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 30. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Non è stato possibile che io mi sia abboccato ancora con l'Ill.mo Bellarmino con agio proportionato al bisogno di V. S., ma ho differito a farlo di questa settimana. Intanto al S.r Principe Cesi ho fatto vedere, con molto suo gusto, la lettera che ella ultimamente mi scrisse([367]); e per assicurarla della ricevuta di essa, e non altro, gli rispondo così brevemente com'ella([368]) vede. E gli bacio affettuosamente le mani, con pregargli felicità.

 

Di Roma, li 3 d'Aprile 1615.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Ser.re Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1106.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Firenze].

Pisa, 9 aprile 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 219. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

 

Mando il libro([369]) e la lettera di V. S.([370])

Quanto alla lettera, è stata vista, senza uscirmi però di mano, da diversi nostri ordinis, a' quali è piacciuta in colmo. La lessi a Monsig.r Ill.mo, essendovi presenti diversi Sig.ri canonici. Da S. S.ria Ill.ma fu lodata con maestà e decoro; dico, con poche parole e asciutte: da quelli altri Signori fu approvata la maniera del dire, il bel modo di trattare, la sottigliezza della interpretatione, e sopra ogni cosa la modestia e riverenza con che V. S. tratta della Sacra Scrittura. Io credo che Mons.re Arcivescovo, dall'haver visto che finalmente il frate teologo ha stampato, e con solennità grande di Crocifissi e di Santi([371]), in difesa di questa opinione, sia restato attonito più per questo che per le ragioni, come quello che forsi non si credeva che ciò potesse essere. Basta: S. S.ria Ill.ma non dice più che siano scioccherie, ma hora comincia a dire che Copernico fu veramente un grand'huomo e un grand'ingegno.

Quanto poi alla Lettera del frate Carmelitano, io l'ho letta con mio grandissimo gusto, e mi è parso bello il modo che tiene di considerare questa materia, evacuando, si può dire, tutta questa questione; ma haverei voluto che fosse più informato delle cose di V. S. Ecc.ma, perchè quella Venere tricorporea e quel Giove quadricorporeo non l'intendo. Vero è che questo non importa alla principal causa che si tratta: tuttavia è un intricar le cose belle. In oltre parmi che resti ancora grandissimo campo per le considerationi di V. S., molto più elevate e più vere e più, in conseguenza, conformi alla Sacra Lettera. Sopra gli altri passi che mi sono piacciuti nella Lettera del Frate, mi par bello quello che comincia a fac. 12, verso 18; e honorato, ma dovuto, quello a fac. 13, ver. 25; vivo, quello a fac. 20, versi 3, e tutta la faccia 20 e 21; degno di gran consideratione, dal verso 24 della fac. 30 per tutta la trentunesima, 32, 33 e trentaquattresima. Nella trentacinque e trentasei vi è di peso la mia risposta data l'anno passato a Mad.a Ser.ma([372]) In somma tutta è bella, ma la chiusa è bellissima: Quam magnificata sunt opera tua, Domine: nimis profundae([373]) factae sunt cogitationes tuae: vir insipiens non cognoscet et stultus non intelliget haec. E questo, quanto alle lettere.

Quanto al Sig.r Giorgio([374]), V. S. non ha occasione di sentir dispiacere di me, perchè non ho fatto attione se non con consiglio di Mons.r Rev.mo Sommaia, quale darà sempre buon conto di me e delle mie operationi, come di quelle che son state indrizzate solo in servitio di S. A.: anzi credo che Monsignor voglia scrivere a V. S. lettera tale, che la potrà esser mostrata et a S. A. (dove non credo nè anche che bisogni) et a altri che fossero mal informati de' fatti miei; non dico, a' maligni, co' quali non si trova rimedio. In somma V. S. resti consolata, perchè, a dirgliela, Monsig.r Rev.mo mi tiene che io sia stato mezzo efficace a quietare i romori et a rendere questi signori obedienti a' suoi comandi. Con che li bacio le mani e me li ricordo, al mio solito, servitore obligatissimo.

 

Pisa, il 9 d'Aprile 1615.

Di V. S. molto Ill.re e Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

 

 

1107*.

 

FEDERICO CESI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 11 aprile 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 190. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

L'assicurarmi che la cortesia di V. S. e l'amor che mi porta fa la mia scusa, mi lascia tacere, oppresso dalli continui travagli e cure che m'arrecano le gravi infirmità della Principessa mia consorte e Duchessa mia madre, alle quali assisto et insisto di continuo. Piaccia al Signor Dio concedermi in esse la desiderata sanità.

Non lascio in questo tempo di far quanto posso, servendo V. S. conforme al mio debito; e mi par le cose passino assai bene, e si potrà tuttavia oprar qualche cosa a proposito, come poi le scriverò. Il Padre([375]) le bacia le mani, e credo le scriverà. Intanto io, rallegrato assai della nova che V. S. mi dà di miglioramento nella sua sanità, le bacio affettuosamente le mani. N. S. Dio ci doni contentezza.

 

Di R.a, li 11 di Aprile 1615.

Di V. S. molt'Ill.re

 

 

Bacio le mani alli S.ri Ridolfi e Pandolfini.

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

F. Cesi Linc.o P.

 

 

 

1108.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 11 aprile 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 251-253. – Autografe le lin. 96-102 [Edizione Nazionale]. Alla lettera facciamo seguire un appunto, ad essa attinente, che si legge, di mano di Galileo, sul tergo dell'ultimo foglio della missiva del Sagredo.

 

Molto Ill.re S.r Ecc.mo

 

Ho ricevuto le lettere di V. S. Ecc.ma de' quattro stante col solito mio gusto et consolatione; e se ben sono state per la maggior parte di aliena mano, che mi dà sospetto che ella non si trovi in perfetta sanità, nondimeno le sei over otto righe ultime di sua mano mi han fatto credere che almeno ella sia a buon termine della recuperatione della sua, da me desideratissima, sanità: la qual prego il Signore che le conceda quanto prima et per molti anni.

Del suo negotio col S.r Cremonino ne procurerò buon essito col mezo del Giudice del Malefficio([376]), che è mio confidentissimo; et ne scriverò questa sera.

Quanto a gl'istrumenti di vetro per misurare i temperamenti([377]), i primi che io feci furono della maniera che V. S. Ecc.ma ha fatto fare i suoi, ma doppo ho multiplicata l'inventione in varii modi, che tutti non posso scrivere nelle presenti, non essendo io tanto otioso quanto sono stato quindici giorni fa, essendo rimasto di Pregadi et havendo havuto carico alli cinque Savii della Mercantia. Ma il partire questo negotio in più lettere, non portando alcuna fretta, darà occasione di visitarci più spesso, non intendendo io che l'occupationi mie interrompano i soliti et scambievoli nostri uffitii, che sono di solevamento al nostro animo et non di gravezza, ancorchè, consumandoci il tempo, ci prohibissero alcun'altra operatione.

Ho intesa l'oppinione sua circa la cagione dell'operare di essi istrumenti, la quale m'è riuscita carissima et molto ingegnosa, et ardirei quasi di dire anco vera, se non fosse che questa non è per sè stessa palese al senso, nè credo che per le cose palesi al medesimo senso si possi perfetamente provare; ma appaga assai più la ragione che i discorsi de' Peripatetici: poi che, se col calore esterno l'aere, che si trova nella palla di vetro riscaldata, si dillatta evidentemente in modo che spinge fuori l'acqua, è ben credibile che il calore([378]) penetri dentro il vetro, et che ivi penetrato in maggior o minor quantità, richieda più o manco luoco; il quale non potendo in un istesso tempo capire l'aere et lo spirito tenue et igneo, è constretta l'aere a dar luoco: sì come, raffredandosi l'ambiente esterno, è credibile che lo spirito igneo, che soprabonda nella palla, esca fino che si equilibri con l'ambiente; onde, evacuandosi il luoco che lo capiva, convien succedere l'aere, et dopo di esso l'acqua o vino. Ma però è ben cosa chiara che s'habbia ancora a concedere il vacuo: il che io ho fatto vedere con la sottoscritta esperienza.

Alle fornaci di Murano ho fatto fare un vaso di vetro con un palmo di collo; et essendo ben caldo, l'ho fatto rinchiuder, sì che tutto l'aere che v'era dentro rinchiuso, pieno di calore, non potesse più uscire; et doppo, raffredato e per consequenza uscito lo spirito igneo e restatavi dentro l'aere di ugual temperamento([379]) all'ambiente, persuasi chi erano presenti che dentro vi fosse pochissima aria, sì come al senso era manifesto che non vi fosse lo spirito igneo. Le prove furno due. La prima, che havendovi fatto rinchiuder dentro un sonaglio da sparaviero, questo, mosso, non faceva suono alcuno, se non in quanto percoteva nel vetro et, per conseguenza, faceva un suono esterno; il che fu assai facilmente creduto che non avenisse per altro che per lo mancamento dell'aere nel vaso sudetto, et tanto più che, essendosi rotto detto vaso, si trovò il sonaglio sonoro, secondo l'ordinario. La seconda, perchè havendo io posto esso vaso col collo in una mastella di acqua, con un ferro gentilmente appersi la bocca, per la quale salendo entrò tant'acqua, che pareva che volesse riempire in tutto il detto vaso, se ben l'impatienza, che fu cagione che si rompesse affatto, non permesse che si vedesse totalmente riempito.

Quanto alla differenza o disugualità dell'ascesa dell'acqua o vino, se ben da principio io fecci un'esperienza in tutto simile alla sua dell'applicatione della canella più grossa, ma però senza vino, regolata da un'altra misura equivalente, tuttavia usai altra maniera, che fu col lasciar attraer nella canella una terminata quantità di liquore, et levato il vasetto di sotto lasciavo ascendere et discendere quel liquore: maniera però che fu da me tralasciata in poco tempo, sì come un'altra, che fu il torcere ad angoli retti il capo della canella verso la palla, et parimenti dalla parte contraria l'altro capo, sì che posto a questo il vasetto la canella restasse a livello, in questo modo

Ma perchè queste due mie cautelle non possono servire communemente anco a gl'istrumenti che havessero la canella molto grossa, che certamente sono i più perfetti, le ho dismesse([380]), come sottilità imperfette, e tanto più che veramente, per l'esperienza fatta da me, come forse in altre mie le scriverò più distintamente, non trovo che sia la differenza troppo grande; onde, se ben ho havuto animo di usare l'altra cautella scrittami da V. S. Ecc.ma, di andar diminuendo i gradi più alti, tuttavia non mi sono mai posto all'impresa, perchè veramente non ho saputo speculare la regula per theorica: onde se V. S. Ecc.ma me ne darà qualche lume, lo riceverò a molta gratia.

Li milgiori et più perfetti stromenti che ho fatti, sono stati con una canella grossa un dito, voglio dire nella parte del vano di dentro, in capo alla quale, alla fornace di Murano, ho fatto soffiare un vaso di tenuta di tre o quattro bichieri, adopperando poi detto stromento nella maniera che V. S. Ecc.ma scrive. Di questa maniera io me ne trovo tre di grandezze diverse, che già quasi tre anni lavorano con tanta proportione tra di loro, che è meraviglia. Questi sono stati osservati da me, per un anno in circa, una, 2, 3, 4, 5, 6, fin otto volte il giorno, con tanta corrispondenza, che havendo io dalle osservationi sudette cavata una tariffa delle corrispondenze et equationi tra loro, ho prima veduto che assolutamente caminano con la medesima proportione tanto nel sommo caldo quanto nel sommo fredo; sì che ogni volta che ne guardo uno, con la tariffa indovino il grado de gl'altri due, ma però con la variatione qualche volta di due over tre gradi, poco più poco meno. Il che occorre ancora a quelli che, partendosi da Firenze, vanno a S.n Giacopo di Galitia in peregrinaggio, i quali ritrovandosi a cavallo, qualche volta o per capritio o per bisogno fanno una carriera avanti il compagno, overo arrestano adietro due tiri di arcobuggio, ma però ogni sera si trovano all'osteria all'istessa tavola: così questi istromenti alterandosi alquanto per minimi accidenti, s'alterano più e meno secondo che più o meno sono esposti a detti accidenti, o per la vicinanza dei fori delle stanze, o delle persone, o dei lumi etc.; oltrechè essendovene alcuni più grossi, altri più sotilli di vetro, è da credere che non tutti si alterino nell'istesso tempo, onde, facendosi alcuna mutatione nel temperamento dell'ambiente, il più sotile è primo a sentirla et dimostrarla. Ma ne gl'istromenti di canella sottilissima, come quelli di V. S. Ecc.ma, creda pure che anco la viscosità dell'acqua et del vino fa variatione; onde mi sono apigliato ad istrumenti di tanta grandezza, che quando si leva di soto il vaso, la canella si svoti. Un'altra volta le scriverò alcun altro particolare, et per fine li baccio la mano.

Il S.r Gagio([381]) è qui in camera, et mi sturba, et io non voglio che vedi ciò che scrivo; però queste mie le reusciranno forse troppo confuse, havendo io la mente occupata in più parti.

 

In V.a, a 11 Ap.e 1615.

Di V. S. Ecc.ma

Tutto suo

G. F. Sag.

 

La posta ventura li scriverò circa quel giovane che ella mi propone([382]).

 

-------------

 


Tengasi un gozzo voto sopra 'l fuoco, e dalla bocca (che sia angustissima) osservisi con una volandina se esca lo spirito igneo continuamente.

Metti nel gozzo x pochissimo vino, inchiostro, argento vivo, etc.;

 

poi, postolo sopra 'l fuoco, vedi se si consuma([383]) detto vino etc., o quello che fa.

 

 

 

1109*.

 

CRISTOFORO SCHEINER a GALILEO in Firenze.

Ingolstadt, 11 aprile 1615.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n.° 39. – Autografa.

 

Ihs.

Salutem plurimam opto.

 

Vir clarissime,

 

Post nuperas Disquisitiones([384]), nunc Solem Ellipticum([385]) mitto tibi, sperans non ingratum fore, tametsi exile sit, munusculum. Quaeso, si vacabit et operae precium iudicabis, ne graveris sententiam tuam super eo ferre et mihi indicare: neque est quod offensam meam verearis; libenter audiam, sive pro me sive contra facias. Veritas enim uti neminem palpat, ita agnita, grata est: nam quando odium parit, cognita non est, neque ut cognoscatur impetrat. Vale, et me tuum servum esse patere.

 

Ingolstadii, 1615, 11 April.

Dominationis Tuae

Servus in Christo

Christophorus Scheiner m. p.a

 

Fuori:

Ihs.

Nobili atque Clarissimo Viro atque D.no

D. Galilaeo de Galilaeis, Philosopho atque Mathematico praeclarissimo,

D.no suo plurimum colendo.

Florentiae.

 

 

 

1110*.

 

ROBERTO BELLARMINO a PAOLO ANTONIO FOSCARINI [in Roma].

Roma, 12 aprile 1615.

 

Bibl. della R. Accademia dei Lincei in Roma. Cod. Volpicelliano A, car. 159r.-160r. – Copia di mano sincrona. In capo alla car. 159r. si legge: «Copia», e a car. 160t.: «Copia della risposta dell'Ill.mo S.r Card.le Bellarmino. Al P. M.ro Paolo Antonio Foscarini, Provinciale de' Carm.ni di Calab.a, sopra la sua lettera stampata della mobilità della terra».

 

Al Molto R.do P.re M.ro F. Paolo Ant.o Foscarini,

Provinciale de' Carmelit.ni della Provincia di Calabria.

 

Molto R.do P.re mio,

 

Ho letto volentieri l'epistola italiana e la scrittura latina che la P. V. m'ha mandato: la ringratio dell'una e dell'altra, e confesso che sono tutte piene d'ingegno e di dottrina. Ma perchè lei dimanda il mio parere, lo farò con molta brevità, perchè lei hora ha poco tempo di leggere et io ho poco tempo di scrivere.

P.o Dico che mi pare che V. P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico. Perchè il dire, che supposto che la terra si muova et il sole stia fermo si salvano tutte l'apparenze meglio che con porre gli eccentrici et epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma volere affermare che realmente il sole stia nel centro del mondo, e solo si rivolti in sè stesso senza correre dall'oriente all'occidente, e che la terra stia 3° nel cielo e giri con somma velocità intorno al sole, è cosa molto pericolosa non solo d'irritare tutti i filosofi e theologi scholastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante; perchè la P. V. ha bene dimostrato molti modi di esporre le Sante Scritture, ma non li ha applicati in particolare, chè senza dubbio havria trovate grandissime difficultà se havesse voluto esporre tutti quei luoghi che lei stessa ha citati.

2.° Dico che, come lei sa, il Concilio prohibisce esporre le Scritture contra il commune consenso de' Santi Padri; e se la P. V. vorrà leggere non dico solo li Santi Padri, ma li commentarii moderni sopra il Genesi, sopra li Salmi, sopra l'Ecclesiaste, sopra Giosuè, trovarà che tutti convengono in esporre ad literam ch'il sole è nel cielo e gira intorno alla terra con somma velocità, e che la terra è lontanissima dal cielo e sta nel centro del mondo, immobile. Consideri hora lei, con la sua prudenza, se la Chiesa possa sopportare che si dia alle Scritture un senso contrario alli Santi Padri et a tutti li espositori greci e latini. Nè si può rispondere che questa non sia materia di fede, perchè se non è materia di fede ex parte obiecti, è materia di fede ex parte dicentis; e così sarebbe heretico chi dicesse che Abramo non habbia havuti due figliuoli e Iacob dodici, come chi dicesse che Christo non è nato di vergine, perchè l'uno e l'altro lo dice lo Spirito Santo per bocca de' Profeti et Apostoli.

3.o Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata: nè è l'istesso dimostrare che supposto ch'il sole stia nel centro e la terra nel cielo, si salvino le apparenze, e dimostrare che in verità il sole stia nel centro e la terra nel cielo; perchè la prima dimostratione credo che ci possa essere, ma della 2a ho grandissimo dubbio, et in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrittura Santa, esposta da' Santi Padri. Aggiungo che quello che scrisse: Oritur sol et occidit, et ad locum suum revertitur etc., fu Salomone, il quale non solo parlò inspirato da Dio, ma fu huomo sopra tutti gli altri sapientissimo e dottissimo nelle scienze humane e nella cognitione delle cose create, e tutta questa sapienza l'hebbe da Dio; onde non è verisimile che affermasse una cosa che fusse contraria alla verità dimostrata o che si potesse dimostrare. E se mi dirà che Salomone parla secondo l'apparenza, parendo a noi ch'il sole giri, mentre la terra gira, come a chi si parte dal litto pare che il litto si parta dalla nave, risponderò che chi si parte dal litto, se bene gli pare che il litto si parta da lui, nondimeno conosce che questo è errore e lo corregge, vedendo chiaramente che la nave si muove e non il litto; ma quanto al sole e la terra, nessuno savio è che habbia bisogno di correggere l'errore, perchè chiaramente esperimenta che la terra sta ferma e che l'occhio non s'inganna quando giudica che il sole si muove, come anco non s'inganna quando giudica che la luna e le stelle si muovano. E questo basti per hora.

Con che saluto charamente V. P., e gli prego da Dio ogni contento.

 

Di casa, li 12 di Aprile 1615.

Di V. P. molto R.

Come fratello

Il Card. Bellarmino.

 

 

 

1111*.

 

CORNELIO..., Inquisitore di Firenze, a GIO. GARSIA MILLINI in Roma.

Firenze, 13 aprile 1615.

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 312 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 9).

 

 

 

1112*.

 

PIERO DINI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 18 aprile 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 221. - Autografa.

 

Molto Ill.e S.r mio Oss.mo

 

Dopo che io accusai la ricevuta lettera di V. S. da mostrarsi all'Ill.mo Bellarmino([386]), non ho, si può dir, fatto altro a favore di questo negozio, perchè havevo proprio gusto di trattarne io col detto Ill.mo, ma una raucedine grande m'ha tolto il poter discorrere con galantuomini, nè d'altri mi son voluto fidare. Hora in questi santi giorni, che stanno occupati, m'è parso lasciarli stare, tanto che finiscono queste fazioni cardinalizie. Intanto V. S. dall'aggiunta lettera([387]) potrà vedere l'umore di questi Signori; e io a questo Padre, in ricompensa d'altre sue cortesie, ho dato la lettera di V. S., che ancora non l'ho lasciata in altre mani che del S.r Principe Cesis. Scusimi V. S. di quello che non ho fatto per lei; e le bacio le mani, con pregarle felicissime feste e ogni altro bene.

 

Di Roma, li 18 di Aprile 1615.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

In vedendomi il S.r Card.le Barberino, mi disse spontaneamente queste parole: Delle cose del S.r Galileo non sento che se ne parli più; e se egli seguiterà di farlo come matematico, spero non gli sarà dato fastidio.

 

 

 

1113**.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 20 aprile 1615.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molto Ill.e S.r mio Oss.mo

 

Scrissi sabato sera quanto m'occorse, e di poi mi trovo la gratissima di V. S. delli 14 corrente, rallegrandomi che m'habbia scritto per segretario: così vorrei che ella facesse tutte le scritture o la maggior parte.

Passato domani proccurerò d'essere con l'Ill.mo Bellarmino, al quale soggiugnerò ancora le cagioni del mio indugio, acciò non credesse che V. S. havesse stentato a mettere insieme quelle dottrine etc.

Mi ricordo servitore a V. S.; e trovandomi occasione straordinaria d'apportatore, son brevissimo, tanto più che il mio catarro non mi lascia fare quel che vorrei. Il Signore la feliciti.

 

Di Roma, li 20 d'Aprile 1615.

 

S.r Galileo.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1114*

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 25 aprile 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 223. – Autografa.

 

Molt'Ill.e S.r mio Oss.mo

 

So che V. S. con ragione aspetta di sentir da me l'esito del negoziato con quell'Ill.mo([388]); ma la mia voce, con havermi tenuto nello stato scritto più tempo ch'io non credevo, n'ha tutta la colpa, e son ancor qui dov'ella sente. Ho ben parlato al S.r Falconieri([389]), che mi dice non saper più di quello ha scritto costà, nè meno haverne sentito più favellare; il che credo verissimo per sè stesso, e ancora perchè feci capitale di quanto scrissi di bocca dell'Ill.mo Barberino([390]): e hora, per buona gionta, dico che il Padre Matematico (non mi ricordo del nome), compagno e in compagnia del P. Grembergero, venne due dì sono alla volta del mio cocchio, che andavo a messa, dicendomi con grande allegria: «Mi rallegro che le cose del S.r Galileo sono accomodate»; ma non volsero dirmi più, forse perchè ero con gente da loro non conosciuta. Aggiungo questo contrassegno: che il S.r Filippo Arrighetti m'ha parlato più d'una volta, da poco in qua, di certa maniera ch'io veggo che egli ha caro ch'e' si creda che egli habbia parlato di questo negozio poche volte e come Aristotelico, e non per aderire per picca ad alcuna fazione, e simili cose dirà costà; ma da me V. S. se ne vaglia solo per suo avviso, acciò non si creda che io voglia troppo sottilizzare sopra le parole degli amici. Gli altri non sono appresso di me in tanta stima; però non parlo di loro. E a V. S. per fine bacio le mani e prego ogni contento.

 

Di Roma, li 25 di Aprile 1615.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.e S.r mio Oss.mo

[Il] S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1115.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 maggio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 225. - Autografa.

 

Molt'Ill.e S.r mio Oss.mo

 

Fu da me, son due giorni, il S.r Principe Cesi, e lungamente discorremmo quasi sempre di V. S., e ci distribuimmo alcune cose da farsi qua; e nel ragionare parve al S.r Principe che io non presentassi quella lettera a quel personaggio([391]), poichè essendo esso, e altri molti d'autorità, pretti Peripatetici, si dubita di non gli irritare in un punto già guadagnato, cioè che si possa scrivere come matematico e per ragion d'ipotesi, come voglion che habbia fatto il Copernico: il che se bene non si concede da' suoi seguaci, basta a gli altri che l'effetto medesimo ne risulta, cioè del lasciare scrivere liberamente, purchè non s'entri, come s'è altre volte detto, in sagrestia. Hora, se bene s'è detto di far così, si eseguirà non dimeno l'ordine che ella ne darà. In tanto posso dirgli questo, che io non so ch'e' ci sia novità alcuna, se non quella che potesse partorire un continuo sfatamento, per così chiamarlo, di questi Aristotelici, i quali ragionando dell'altra setta dicono: «Questi mettono il sole nell'inferno, noi nel 3° cielo», et similia: le quali tutte cose (se bene non si dicono in quella guisa che essi le profferiscono) posson nondimeno dar gran fastidio alla causa; ma se non cagioneranno se non lunghezza, sarà poco male.

Il P. predicatore([392]) si partì con pensiero di ristampare, conforme a che ella forse sa; e per esser della protezione dell'Ill.mo Mellino([393]), non credo harà gran fastidi, tanto più che nella religione è persona graduata e di sapere non ordinario.

Trovomi qui al giardino di Monte Cavallo dell'Ill.mo Bandini([394]), dove V. S. mi fece vedere per la prima volta le macchie del sole: hora ci sono per ritrovar la voce, la perdita della quale se sarà seguita per utile di V. S., cioè perchè intanto io sia stato a ragione impedito a dar quella lettera, la chiamerò guadagno non piccolo; e fra quattro giorni tornerò al basso. V. S. procuri la sanità e dar a me occasione di servirla. Il Signore la feliciti.

 

Di Roma, li 2 di Maggio 1615.

Di V. S. molto Ill.e

 

 

S.r Galileo.

 

Fuori: Al molto Ill.e S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1116*.

 

OTTAVIO PISANI a GALILEO in Firenze.

[Anversa], 2 maggio 1615.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Ecc.mo et Oss.mo, Sig. Galilei,

 

Ho ricevuta una di V. S. de li 4 di Aprile, et ringratio V. S. per mille et mille volte de la memoria che tiene di me, et ringratio l'Ill.mo S.r Andrea Cioli de la carità che have impresa per aggiutarmi. Dio remunerarà V. S. et detto S.r Andrea, perchè dice: Quaecunque minimis ex meis feceritis, et mihi feceritis.

Mi dispiace assai della sua infirmità, et in quella io mi sento afflitto, poichè ho tanto obligo a V. S. et, come dice Horatio, me querelis exanimas tuis; et così ancora di Sua Altezza Serennissima, per la quale sto pregando Idio.

Mi rallegra assai quel che scrive V. S., cioè che con ogni spirito et desiderio de mi aggiutare si tratterà il mio negotio. Sia benedetto Idio, sia benedetto Idio; forse Idio mi aggiuterrà in tal negotio: perchè in somma non è altro che una carità, una elemosina, che io cerco a Sua Altezza Seren.ma per le fatiche di dieci anni et per 200 scudi di spesa a la stampa, sì che seriano 300. Credami, credami, credami, mio Sig.re Galilei, che se io non mi trovasse impegnato per la stampa di detto libro, s'io non mi trovasse impegnato, io non importunarei nè V. S. nè S. A. Serenissima. Io non dico che me si deve incensi; solo, solo cerco carità, solo cerco elemosina, et la elemosina non mira nè a chi si fa, non mira che si fa, ma solo perchè si fa, cioè per amor de Dio: questo è lo scopo di chi fa carità, ciò è non mirare ad altro che a far carità per amor de Idio. Et li sono obligatissimo et affetionatissimo.

 

Alli 2 di Maio 1615.

Di V. S. molto Ill.re

Servitore Aff.mo et Obbl.mo

Ottavio Pisano.

 

Fuori: Al molto Illustre Sig.re et P.ne Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, che Dio guarde.

Fiorenza.

 

 

 

1117.

 

BENEDETTO CASTELLI a ENEA PICCOLOMINI D'ARAGONA [in Firenze].

Pisa, 2 maggio 1615.

 

Cfr. Vol. IV, pag. 403 [Edizione Nazionale].

 

 

 

1118.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 6 maggio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 227-228. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Ho riceuto la lettera di V. S. Ecc.ma, e subito ho ritrovato Mons.re Sommaia per fargli spedire l'ordine del pagamento del suo semestre; ma S. S. Rev.ma si scusò con dire che teneva ordine da cotesti Signori ministri di Firenze di non pagare a V. S. Ecc.ma altro che un terzo dei scudi 500, se prima da V. S. non era data sicurtà del servizio e della sopravivenza: e sopra questo mi mostrò otto o dieci lettere delli detti Signori ministri, con questo ordine espresso e replicato. Per tanto starò attendendo il suo comandamento di novo, e la servirò subito. Monsignore m'ha detto di volergliene scrivere; e questo è quanto posso dirgli di questo particolare.

Della mia malatia, mi fu di noia assai, massime che dovevo, per servire Monsignore, fare, come feci si può dire con la febre, il viaggio di Genova, nel qual viaggio il mare nell'andare mi fu medico e medicina; di modo che ritornai giovedì passato sanissimo, con haver fatto compitamente il servitio per il quale io ero andato: di modo che Monsignore mi mostra d'essermi obligato. In Genova hebbi occasione di conoscere il S.r Gio. Batta Bagliani, quale mostrò restare sodisfattissimo delle cose mie; mi trattò di molti particolari di V. S., e si dichiarò di fare grandissima stima del valor suo; mi impose che li baciassi le mani per parte sua, offerendosi prontissimo ad ogni suo comandamento. Trattai parimente con altri signori di molto garbo, che mi dimandorono informatione delli meravigliosi scoprimenti di V. S., a' quali procurai dare sodisfazione con i semplici racconti, aggiungendovi solo quelle poche conseguenze che loro m'andavano ricercando; e questo, per fuggire le dispute con i spropositati: e così la cosa m'è riuscita assai felicemente.

Non gli mando osservazioni di Giove, perchè da che son ritornato non ne ho fatto altro che una di quelle senza guadagno; nel resto i signori nugoli non vogliono consolarmi. Il S.r Massinio([395]), dottore primario di legge, li vidde con suo grandissimo gusto, essendo la prima volta che li ha osservati; e vidde ancora con stupore la luna, trattando di V. S. con molta riputatione: e veramente hora posso dire che, per quanto io sento, gli ignoranti non sanno che si dire, e gli huomini di garbo vanno tuttavia sempre più honorando e ammirando le virtù di V. S. Quanto alla lettera del Padre Carmelitano([396]), ero sicuro che dal santissimo giuditio di S.ta Chiesa non poteva nascere altra deliberatione; e godo che questi meschini siino cascati nel laccio che hanno teso. A che rifuggio si siino per dare non lo so, ma direi che se li bastasse l'animo, che si metteriano volentieri all'arme per sfogar la lor rabbia. E con pregare a loro cervello e a V. S. sanità, me li ricordo servitore, non potendo scrivere più in longo, perchè Monsignore m'aspetta a cena, dove li faremo inviti etc.

 

Il 6 di Maggio 1615, Pisa.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aspetto l'Apologia([397]).

Ser.re Oblig.mo e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Il Sig.r Giorgio([398]) li bacia le mani, e spera vederla in breve.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Eccell.mo mio Sig.re Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.ma

Firenze.

 

 

 

1119*.

 

CORNELIO..., Inquisitore di Firenze, a GIO. GARSIA MILLINI in Roma.

Firenze, 11 maggio 1615.

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 313 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 10).

 

 

 

1120**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 13 maggio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 44. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio.

 

Mando a V. S. Ecc.ma un sacchetto, dentrovi novecento e trenta quattro testoni, quarantacinque zecchini, e dieci grazie, che sono in tutto trecento trenta due scudi, due lire, sei soldi e otto dinari, havendo dato un scudo di colletta al bidello. Il sacchetto è sigillato con due sigilli et arme mie, presente Gio. Batta([399]), quale bacia le mani a V. S. L'istesso fa Michele.

Le osservationi che ho fatte son queste:

Se non mi fosse sopravenuta una furia di nugole, haverei osservata la congiontione del più vicino a Giove. Se V. S. ha constitutioni future in ordine, me le mandi, perchè le osservarò con diligenza: in tanto questa sera non credo si potrà osservare per le nugole.

Haverei a caro che V. S., con suo comodo, s'abboccasse con il S.r Lorenzo Usimbardi, col quale entrando in ragionamento di me, vedesse di ridurli in mente di trattare con Mad.a Ser.ma d'impiegarmi questa estate nel servitio del Principe D. Lorenzo([400]), come S. S.ria mi disse di voler fare. Però in tutto mi rimetto alla prudenza di V. S., alla quale per fine bacio le mani da parte del S.r Giorgio([401]) e li prego dal Cielo ogni bene.

 

Pisa, il 13 di Maggio 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

con un sacchetto di danari.

Firenze.

 

 

 

1121*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 15 maggio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 229-230. – Autografa.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

La prima lettera che V. S., con l'alligata per il Padre([402]), mi scrisse questi giorni passati, mi capitò finalmente; et essendo il detto partito per la sua provincia, già li ho inviate le sue.

Mi dolo che non sento che V. S. stia affatto bene, cruciandomi delle sue così lunghe e ostinate indispositioni: la stagione hora è buona, e spero certamente sia per rihaversi affatto, mentre eseguisca quanto mi scrive, di ritirarsi fuori e riposarsi sino che stia bene, alienato totalmente da ogni fatiga et inquietudine. La prego dunque con tutto l'animo ad effettuarlo quanto prima.

I miei ammalati([403]) di qua seguitano a migliorare, benchè a poco a poco: Dio sa che necessaria perturbatione di tanti mesi e che continuo travaglio è stato il mio, e da quante parti: sia ringratiato Lui che s'è compiaciuto liberarmene, chè certo nelli aiuti humani e medicinali poco c'era da sperare. Hora seguitiamo l'acquisto con allegrezza.

Nelle conclusioni dello smascherato Appelle([404]) noto quanto V. S. m'accenna: l'affetto è evidentissimo; e sempre vorrebbe mettersi a parte, si lascia trasportar molto.

Godo per gratia di V. S. della amicitia del gentilissimo Sig.r Ciampoli, al quale non mancarò, per il cenno di V. S. e per il suo merito, d'ogni prontezza in suo servigio. Spesso con essolui, spesso con Mons.r Dini, mi trovo, e communichiamo quanto passa, oprandoci per ogni verso e con ogni efficacia e destrezza insieme, acciò V. S. resti servita; quale desidero sempre mi commandi, per sodisfare al mio perpetuo obligo. Con che le bacio le mani, pregandole da N. S. Dio ogni contentezza.

 

Di Roma, li 15 di Maggio 1615.

Di V. S. molt'Ill.re e molto Ecc.te

Aff.mo per ser.la sempre

F. Cesi Linc.o P.

 

Fuori: Al molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei L.o

Fiorenza.

 

 

 

1122.

 

PIERO DINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 maggio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VII, car. 231. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Non so pensare qual sia stata la cagione che tanto habbia commosso V. S., mentre qua non si tratta rinovatione alcuna. E quanto al Copernico, hormai non se ne dubita più; e quanto all'opinione di V. S., li dico che per adesso non è tempo di voler con dimostrationi disingannare i giudici, ma sì bene è tempo di tacere e di fortificarsi con buone e fondate ragioni, sì per la Scrittura come per le mathematiche, et a suo tempo darle fuora con maggior sodisfatione: e non sarà se non bene che V. S. dia l'ultima mano a quella scrittura([405]) che mi dice haver abbozzata, se la sua sanità glie lo comporta; e fra tanto dal S.r Principe e da me s'andrà destreggiando con questi Ill.mi, che potremmo trovar qualche via facile da far ottenere a V. S. l'intento suo. E della Lettera del frate Carmelitano, mi dice il S.r Principe che presto si vederà con([406]) aggiunta d'altre authorità, per maggior chiarezza della sua interpretatione.

Intanto V. S. proccuri di ricuperar le forze, e stia di buon animo, perchè non si sente nè pure un minimo motivo contro di V. S.; e se a Dio piacessi che lei potessi venir qua fra qualche tempo, son sicuro che darebbe gran sodisfatione a tutti, perchè intendo che molti Gesuiti in segreto sono della medesima opinione, ancorchè taccino: e con questi e con ogn'altro non mancherò mai di fare quanto saprò, per benefizio universale de' letterati, rincrescendomi solamente l'haver poche forze a tanta carica.

La dichiaratione del sole([407]) non la fo vedere se non a persone che sono con V. S., perchè per ancora non pare che possi haver ricapito buono la necessità che terra moveatur. E senza più li bacio le mani, e pregoli da N. S. ogni bene.

 

Di Roma, li 16 di Maggio 1615.

Di V. S. molt'Ill.e

S.r Galileo.

Ser. Aff.mo

P. Dini.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

1123**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 20 maggio 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 46. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Feci l'osservatione delli 13 del corrente, nella quale vedendoli tutti quattro assai lontani da Giove, mi fece passar il desiderio di replicar l'osservatione, come ho fatto gli altri giorni, massime dove vedevo qualche cosa di bello. Notai bene, e mi parse strano, nella costitutione delli 13 il lontanissimo Pianeta Mediceo occidentale, che mi parse lontano quasi tre([408]) volte più dell'altro pur occidentale, e questo mi pareva dal centro undeci semidiametri di Giove. Per tanto V. S. Ecc.ma potrà farvi sopra quella consideratione che li parrà oportuna; et io, hora che sarà lontanissimo orientale, non mancarò farvi diligenza. L'hore le piglio precisamente dal tramontare.

Questo è quanto li posso scrivere intorno le osservationi, fatte, si può dire, a dispetto delle nugole, con aspettar Giove tra una nugola e l'altra: però se non fossero così essatte, mi scusi. Deve poi sapere V. S. che l'Ill.mo Sig.r Giorgio Giorgi, eletto già Rettore di questo Studio con applauso universale, ha accettato il carico, onde io mi ritrovo occupatissimo. S. Sig.ria Ill.ma bacia le mani a V. S. E.ma, et io me li ricordo servitore al solito.

 

Pisa, il 20 di Maggio 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re e Disce.lo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o di S. A.

Firenze.

 

 

 

1124*.

 

[GALILEO a PIERO DINI in Roma].

[Firenze, maggio 1615.]

 

Bibl. della R. Accademia dei Lincei in Roma. Cod. Volpicelliano A, car. 177r.-178r. – Copia di mano sincrona.

 

Io scrissi 8 giorni fa a V. S. molto I. e Rev.ma rispondendo alla cortesissima sua delli 2 stante([409]), e la risposta fu brevissima; perchè mi trovavo, come anco di presente, tra medici e medicine, travagliato di corpo e di mente per molti rispetti, e in particulare per non veder venire a un fine di questi rumori, promossi senza nissuna mia colpa contro di me, e recevuti, per quanto mi pare, da' superiori come se io fussi il primo motore di queste cose; le quali per me sariano dormite sempre, parlo dell'entrare nelle Scritture Sacre, nelle quali non è mai entrato astronomo nessuno nè filosofo naturale che stia dentro a i suoi termini: e mentre io seguo la dottrina di un libro ammesso da S.ta Chiesa, e mi escono per traverso filosofi nudissimi di simili dottrine e mi dicono che in esse son propositioni contro alla fede, et io voglio, per quanto posso, mostrar che forse loro s'ingannano, mi vien serrata la bocca et ordinato ch'io non entri in Scritture; che è quanto a dire, il libro del Copernico, ammesso da S.ta Chiesa, contiene in sè eresie, e si permette a chiunque per tale lo vuol predicare il poterlo fare, e si vieta a chi volesse mostrare che e' non contraria alle Scritture l'entrare in questa materia.

Il modo, per me speditissimo e sicurissimo, per provare che la posizion Copernicana non è contraria alla Scrittura, sarebbe il mostrar con mille prove che ella è vera, e che la contraria non può in modo alcuno sussistere; onde non potendo 2 veritati contrariarsi, è necessario che quella e le Scritture sieno concordissime. Ma come ho io a poter([410]) far ciò e come non sarà ogni mia fatica vana, se quei Peripatetici, che doverebbono esser persuasi, si mostrano incapaci anco delle più semplici e facili ragioni, et a l'incontro si vedon loro far grandissimo fondamento sopra propositioni di nissuna efficacia? Tutta via non despererei([411]) anco di superar questa difficoltà, quando io fussi in luogo di potermi valer della lingua in cambio della penna: e se mai mi redurrò in stato di sanità, sì che io possa trasferirmi costà, lo farò, con speranza almanco di mostrare qual sia l'affetto mio circa S.ta Chiesa, e il zelo che io ho che in questo punto non sia, per gli stimoli di infiniti([412]) maligni e nulla intendenti di queste materie, presa qualche resoluzione non totalmente buona, qual sarebbe il dichiarare che il Copernico non tenesse vera la mobilità della terra in rei natura, ma che solo, come astronomo, la pigliasse per ipotesi accomodata al render ragioni dell'apparenze, ben che in sè stessa falsa, e che per ciò si ammettesse l'usarla come tale e proibire il crederla vera, che sarebbe appunto un dichiararsi di non haver letto questo libro, sì come in quella mia altra scrittura ho scritto più diffusamente. E però, se bene ho lodato a V. S. il non haver mostrato tale scrittura a quel personaggio([413]), sì come glielo lodo ancora, tutta via non vorrei che l'haver alcuni grandi costà opinione che io non applauda alla posizion del Copernico se non come ipotesi astronomica, ma in effetto non vera, e stimando loro che io forse sia de' più additti alla dottrina di questo autore, sì che tutti gl'altri suoi seguaci ancor la reputin tale, gli fusse stato più facilmente scorrere al dichiararla erronea quanto alla verità naturale; che, s'io non mi inganno, sarebbe forse errore, perchè prima la verità è che in altre dimostrationi. Però sopra questo punto desidererei([414]) che fosse con S. P., e lo andassero esaminando.([415])

Ma, per concluderla finalmente, se io, mosso da pari zelo verso la reputatione di S.ta Chiesa, et havendo imparato da Santo Agustino e da altri Padri quanto grave errore sarebbe il dannare una propositione naturale che non sia prima convinta, per necessarie dimostrationi, di falsità, anzi che tardi o per tempo si potrebbe dimostrar vera, mi offerisco, in voce e in scrittura, di produr quelle ragioni che hanno persuaso me, e tutti gli altri che l'hanno intese, a creder tal posizione, che perdita (?) ci è nel sentirle? come non sarà facilissimo il confutarle? Chi, disinteressato, sarà così poco avveduto che non scorga che quei che fanno le furie per far dannar quest'autore senza sentirlo e questa dottrina senza esaminarla, fanno ciò più per mantenimento del proprio errore che della verità? e che, non potendo nè sapendo rispondere alle ragioni non capite da loro, cercano in ogni possibil modo di precider la strada di dover venire a trattarne?

 

 

 

1125*.

 

ALESSANDRO D'ESTE a GALILEO in Firenze.

Modena, 9 giugno 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 114. – Autografa la firma.

 

Ill.re Sig.re

 

Ho ricevuto il libro([416]) che V. S. m'ha mandato, e ne la ringratio altrettanto quanto m'è stato accetto e quanto stimo la sua virtù. All'amorevolezza sua corrispondo con un'ottima volontà, e corrisponderò anche con gl'effetti, se non sarò trattenuto dal mancamento dell'occasioni: può però V. S. accelerare il mio gusto con la sua confidenza, come havrò caro che faccia sempre in ogni cosa di suo piacere. E le auguro ogni prosperità.

 

Di Modena, li 9 di Giugno 1615.

 

S.r Galileo Galilei.

Al piacer suo

Il Card.le d'Este.

 

Fuori: All'Ill.re Sig.r

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

1126.

 

GIOVANNI BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Firenze].

Genova, 17 giugno 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 254-255. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Farei mia scusa con V. S. d'haver fatto partenza di costì senza licentiarmi da lei, se non fusse ch'io m'assicuro che V. S. sa benissimo ch'io l'haverei fatto pur troppo volentieri per mio proprio interesse; ma mancai di farlo per non dar noia a V. S., pur troppo travagliata dalla sua infirmità: chè può pure imaginarsi ch'io sia rimaso con l'estrema curiosità di saper la vera cagione di quelle tante conclusioni, e così belle, delle velocità de i moti. Però mi conviene haver patienza, e pregar il Signor Iddio che li doni quanto prima l'intiera sanità, acciochè, oltre mille altre cose belle, possa quanto prima darne in luce il trattato che mi disse haverne sbozzato; e se non le rincrescesse un giorno darmene qualche lume per lettere, lo riputerei a molto favore.

Hier sera osservai le Stelle Medicee, e le vidi benissimo. Facevano quasi una cotal figura  e vorrei pure che V. S. ne mandasse in luce la teorica.

Io, venendo a Genova, hebbi molto gusto per la strada, perchè a Pisa trattai col gentilissimo Padre Don Benedetto suo. Gionto qui, ritrovai di nuovo un che ha ritrovato il tanto desiderato moto perpetuo. Egli è il vero ch'io non gli credo punto. Cerca privileggio dalla nostra Republica, e si obliga di porlo in atto fra sei mesi; però prima vuole il detto privilegio da tutti i prencipi: dice però d'haverlo già ottenuto dalla più parte.

Perchè mi parve che V. S. desiderasse vedere la propositione del Vieta, della proportione della forza che si richiede a tirar un peso sopra piani variamente inclinati, è la seguente.

Intendasi il cerchio, et in esso il diametro ABC et il centro B, et due pesi d'eguali momenti nelle estremità([417]) A, C, sì che essendo la linea AC un vette o libra mobile intorno al centro B, il peso C verria sostenuto dal peso A. Ma se ci imagineremo, il braccio della libra BC essere inclinato al basso secondo la linea Bf, in guisa tale però che le due linee ABf restino salde insieme et continuate nel ponto B, all'hora il momento del peso C non sarà più eguale al momento del peso A, per essersi diminuita la distanza del ponto f dalla linea della direttione che dal sostegno B, secondo la BI, va al centro della terra. Ma se tiraremo dal ponto f una perpendicolare alla BC, quale è la fK, il momento del peso in f sarà come se pendesse dalla linea Kf; et quanto la distanza KB è diminuita dalla distanza BA, tanto il momento del peso f è scemato dal momento del peso A. Et così parimente, inclinando più il peso, come saria secondo la linea Bl, il suo momento verrà sciemando, et sarà come se pendesse dalla distanza BM secondo la linea Ml; nel qual ponto l potrà esser sostenuto da un peso posto in A tanto minore di sè, quanto la distanza BA. Vedesi dunque come nell'inclinare a basso per la circonferenza CflI il peso posto nell'estremità della linea BC, viene a scemarsi il suo momento et impeto d'andare a basso di mano in mano più, per esser sostenuto più e più dalle linee Bf, Bl. Ma il considerare questo grave descendente, et sostenuto dalli semidiametri Bf, Bl hora meno et hora più, et costretto a caminare per la circonferenza Cfl, non è diverso da quello che saria imaginarsi la medema circonferenza CflI essere una superficie così piegata et sottoposta al medesmo mobile, sichè apoggiandovisi egli sopra fusse costretto a descendere in essa, perchè sì nell'uno et nell'altro modo disegna il mobile il medesmo viaggio: niente importerà s'ei sia sospeso dal centro B et sostenuto dal semidiametro del cerchio, o pure se, levato tal sostegno, s'apoggi e camini su la circonferenza CflI. Onde indubitatamente potremo affirmare, che venendo al basso il grave dal ponto C per la circonferenza CflI, nel primo ponto C il suo momento che discende si è totale et integro, perchè non viene in parte alcuna sostenuto dalla circonferenza, et non è in esso primo ponto C in dispositione a moto diverso di quello che libero farebbe nella perpendicolare et contingente DCE; ma se il mobile sarà costituito nel ponto f, all'hora dalla circolare via che gli è sottoposta viene in parte la sua gravità sostenuta, et il suo momento d'andare al basso diminuito con quella proportione con la quale la linea BK è superata dalla BC. Ma quando il mobile è in f, nel primo ponto di tale suo moto è come nel piano elevato secondo la contingente linea GfH, perciò che l'inclinatione della circonferenza nel ponto f non differisse dall'inclinatione della contingente fG altro che per l'angolo insensibile del contatto. Et nel medesmo modo trovaremo, nel punto l diminuirsi il momento dell'istesso mobile come la linea BM si diminuisce dalla BC; sì che nel piano contingente il cerchio nel ponto l, qual saria secondo la linea Nlo, il momento di calar([418]) al basso scema nel mobile con la medesma proportione. Se dunque sopra il piano HG il momento del mobile si diminuisce dal suo totale impeto, quale ha nella sua perpendicolare DCE, secondo la proportione della linea KB alla linea BC et Bf, concluderemo, la proportione del momento integro et assoluto, che ha il mobile nella perpendicolare all'orizonte, a quello che ha sopra il piano inclinato Hf, havere la medesma proportione che la linea Hf alla linea fK, cioè che la longhezza del piano inclinato alla perpendicolare che da esso cascheria sopra l'orizonte. Sichè passando a più distinta figura, quale è la presente, il momento di venire al basso che ha il mobile sopra il piano inclinato FH, al suo total momento con il quale gravita nella perpendicolare all'orizonte FK, ha la medesma proportione che essa linea KF alla FH; et se così è, resta manifesto che sicome la forza sostenente il peso nella perpendicolare FK deve essere ad esso uguale, così per sostenerlo nel piano inclinato FH basteria che fusse tanto minore quanto essa perpendicolare FK manca dalla linea FH. Et perchè la forza per movere il peso basta che insensibilmente superi quella che lo sostiene, però concluderemo questa propositione: Sopra il piano elevato la forza al peso haver la medesima proportione, che la perpendicolare dal termine del piano tirata all'orizonte alla longhezza d'esso piano.

V. S. mi favorisca di baciar le mani in nome mio al S.r Andrea Salvadori, e dirgli che non gli scrivo sin hora, perchè desidero di accompagnar la lettera con quel serpente ch'ei mi richiese; e credo che seguirà fra pochi giorni. E vorrei anche che non le fusse incomodo dar miei bacciamani al S.r Giacopo Giraldi et al S.r Filippo Sertini, come anche al Coccapani([419]). Nel resto io vivo e viverò sempre servitore di V. S., e con molto desiderio di esser favorito de' suoi comandamenti; e pregandole dal Signor Iddio intiera sanità e longhi anni, le baccio le mani.

 

Di Genova, alli 17 di Giugno 1615.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.tor Aff.mo

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

1127.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Firenze, 20 giugno 1615.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. IX, car. 257. – Autografa. Alla lettera facciamo seguire un foglietto, pur autografo del Cesi, che presentemente nel ms. è ad essa allegato (car. 256), quantunque potrebbe dubitarsi (cfr. lin. 6-7 e lin. 47-49 [Edizione Nazionale]) che sia stato veramente inviato con altra, di poco a questa antecedente, la quale, come avvenne d'altre lettere del Cesi, sia andata smarrita.

 

Molt'Ill.re e molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

 

Son stato fuori di Roma alcuni giorni per negotii de' miei luoghi, et in questo tempo ho ricevuto doi gratissime di V. S.; una, accompagnata con la risposta a' suoi maligni aversarii, nella materia del galleggiare, del Padre suo discepolo([420]), che certo è non meno dotta e soda che arguta, et in somma tale quale si ricercava; l'altra, con la scrittura per il Padre. Questa capitarà sicura, et m'è piaciuta sommamente; quella seguitarò tuttavia a godere, havendo a pena cominciato.

La Duchessa mia madre e Principessa mia consorte sono convalescenti; ma ho ritrovato nel ritorno qui il Duca mio padre con accidenti di apoplessia, seben, Dio gratia, migliorato: di modo che son parecchi mesi che sono fra medici e medicine. V. S. si quieti un poco dalle fatighe, e mi dia buona nova della sua sanità e mi commandi, chè le son sempre servitore, e le bacio le mani di tutto core.

 

Di Roma, li 20 di Giugno 1615.

Di V. S. molt'Ill.re

Aff.mo per ser.la sempre

F. Cesi Linc.o P.

 

Fuori, d'altra mano: Al molt'Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

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Ho sentito gusto grandissimo delle prediche fatte costì, e che per esse, e per parole de' Padroni et altro, gl'invidiosi malignanti restino ben mortificati e repressi, e che anco la Lettera del Padre([421]) habbia sì ben operato.

Qui non s'è lasciato di fare ciò che s'è considerato a proposito; e finalmente, havendo oprato e scoperto paese per tutte le vie, ci par d'haver sicurezza che nè il primo autore, nè la Lettera del Padre, nè l'opinion stessa (stando con la debita cautela), correranno alcun pericolo.

Cautela necessaria sarà, sino che detto Padre habbia compita la sua fatiga([422]), che sarà pieno e diffuso trattato in lingua latina, usar silentio qui, non trattando più oltre di questa opinione, e altrove ancora trattarne poco, per non stuzzicare in quest'interim la passione de' potentissimi Peripatetici; e trattandosene da altri in qualunque modo, dir che non si tratta della verità e realtà d'essa, ma, lasciandosi da parte e sottoponendola al giudicio de' superiori, si usa solo ex hypothesi, per salvar più commodamente e semplicemente tutte le apparenze, come già fece l'autor primo: in somma non contrastar della verità d'essa, nè dir di tenerla per vera.

L'opra del Padre presto arrivarà, e sarà tanto ben munita, per la diligenza ch'egli ci vol fare e risposte pienissime a tutte le obiettioni che le sono state opposte qui e tanti luoghi de' Santi Padri con i quali egli si corrobora, che credo bastarà a quietar per sempre e saldar il negotio, e restaranno gl'aversarii quieti, e li superiori, che giudicano, sodisfatti dell'istessa o raggione o autorità che vogliano, nè potranno ostare le passioni e invidie; et il tutto creda pure che si guidarà e fortificarà con ogni maniera possibile, chè noi pratichiamo continuamente quello che qui si ricerca.

Allhora, tolte le difficultà e levato ogni attacco alla passione, l'opinione restarà permessa et approvata tanto pienamente, che chi vorrà tenerla potrà liberamente farlo, come, nelle cose meramente fisiche e matematiche tali, va.

E questa fatiga è bene, anzi necessario, che esca di mano a professor teologo e religioso, di molto nome nella sua religione, come è il Padre.

E perchè il Padre farà presto, V. S. potrà inviarmi tutto quello che havea steso sopra ciò e quanto le parerà a proposito, che al Padre credo sarà di somma gratia et utile. E avisi la riceuta di questa. Ho scritto in fretta.

 

 

 

1128*.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 20 giugno 1615.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 52. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r Ecc.mo

 

Io sono debbitor di risposta alle sue gratiosissime lettere, da me ricevute già molte settimane; et sicome ho diferito pagar questo debbito per non havermi ritrovato mai con l'animo libero e per carestia di tempo, così hora manco posso, come vorrei, supplire al bisogno per la stessa cagione, rispetto che non ho, per attendere a' miei negotii, un'hora al giorno di libera doppo che sono rimasto di Pregadi et che mi è stato adossato l'ufficio delli cinque Savii sopra Mercantia([423]). Però prego V. S. Ecc.ma escusarmi et compassionarmi.

Mi scrisse V. S. Ecc.ma di quel suo giovane che le scriveva le sue lettere: hora le dico in risposta, che noi habbiamo bisogno di un fattore per montagna, il quale attendesse a' nostri negotii sotto la disciplina et obedienza di un altro nostro fattore. In questo ministerio habbiamo bisogno di persona che habbia l'animo suo interessato nel nostro servitio, et attendi con amore et assiduità alle cose nostre; che sia leale et habbia fedel cura delle robbe nostre, che saranno maneggiate da lui. Ci sarà caro che sappia tenir scrittura doppia, o almeno sia atto ad impararla, assiduo et diligente in tenirla. So di haverli altre volte scritto, che quando habbiam havuto bisogno di cosifatti soggetti et siamo ricorsi agli amici perchè ci trovino alcuno, questi, conoscendo che quelli che ci servono sono prontamente pagati et ben trattati, hanno subito applicato il loro pensiero a trovare alcun amico suo per beneficiarlo, come appunto se havessero havuto da dar via un'abbatia o una comenda, nè mai habbiamo trovato alcuno che abbia pigliata cura per ritrovare persona che ci potesse ben servire. Io perciò scrivo a V. S. Ecc.ma, che intende bene il vero termine dell'amicitia et che è mio cordiale amico, acciò ella, guidata dal desiderio che ella tiene della buona riuscita de' miei negotii et della mia sodisfattione, vedi se il soggetto raccordatomi da lei potesse, sapesse et volesse, ben servirci con avantaggio delle cose nostre, o se si trovasse costì altri soficiente per questo servitio; et sicome io li do parola che possi promettere a chi venisse a servirci che troveranno buoni patroni, così desidererei che ella potesse prometterci che saremo fedelmente et con diligenza serviti.

Ho anco bisogno di un cameriero buono, poichè doppo la mia venuta di Soria credo haverne cambiato una decina, senza haverne incontrato pur uno che sia tolerabile. Il mio cameriero deve servirmi alla camera in tutto et per tutto, scrivere e tenir all'ordine tutte le cose mie. Ha buone spese, conforme l'uso di questa città, et ha una stanzetta sua propria. Il salario è stato sempre dalle £ 10 il mese fin 16, secondo i soggetti; et quando fosse huomo di giuditio, assiduo et diligente, che mi dasse sodisfattione, non guarderei così per sottile. Mi farà gratia scrivermi subito l'attitudine et le pretensioni di quel suo giovane, chè li darei subita rissolutione. Non posso esser più lungo; et facendo fine, a V. S. Ecc.ma baccio la mano.

Ho a cuore il negotio di V. S. Ecc.ma col S.r Cremonino([424]), ma non gli ho fatto molta violenza, aspettando che sia fatta certa provisione di danaro per pagar li dottori dello Studio.

 

In V.a, a 20 Giugno 1615.

Di V. S. Ecc.ma

Tutto suo

G. F. Sag. in fretta.

 

Fuori, d'altra mano: Al molt'Ill.re S.r Ecc.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Fiorenza

 

 

 

1129*.

 

DESIDERIO SCAGLIA a GIO. GARSIA MILLINI in Roma.

Milano, 24 giugno 1615.

 

Cfr. Vol. XIX, pag. 313 [Edizione Nazionale], Doc. XXIV, b, 11).

 

 

 

1130*.

 

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 luglio 1615.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 50. – Autografa. Alla lettera facciamo seguire il «memoriale», d'altra mano, di cui è cenno a lin. 2, e che anche presentemente è allegato.

 

Molto Ill.re S.re Ecc.mo

 

Dall'ocluso memoriale, formato dal S.r Zaccaria mio fratello, vederà V. S. Ecc.ma il bisogno et pensier nostro circa il fattore che le ricercassimo([425]); nè aggiongerò altro, se non che Cadore è luogo alpestre, salvatico, freddissimo, dove non si può dissegnare sopra alcuna delicatezza. Se crederà V. S. che il giovane proposto sia per accommodarsi a' nostri pensieri, potrà subito inviarlo, perchè n'habbiamo instante bisogno.

Quanto all'amico suo venuto in questa città, so che si è abboccato con quel gentil'huomo suo padrone, che l'ha benissimo veduto; ma però scuopro che l'accoglienza fattagli ha fondamento più tosto sopra le qualità sue, che per alcun pensiero che habbia a valersi di lui. Non è però alcuno che si possa far savio a dire certamente ciò che seguirà, perchè non è possibile penetrare il cuore degli huomeni; onde, essendo costume di quel gentil'huomo in tutte le cose prender il parere degli amici, che son molti, et essequire quello che è consigliato dalla maggior parte, sarebbe temerità, chi non parlasse con tutti, l'affermare certamente quello che dovesse seguire: ma se egli si valesse del mio consiglio, al sicuro farebbe elettione di persona più tosto di minor condittione, dalla quale potesse promettersi un servizio certo, che fermarsi in questo, che l'ha abbandonato con evidente sprezzo. Oltre che i parenti suoi, che per altro sono degni di gran stima, si sono dimostrati poco zelanti della sodisfattione di questo gentil'huomo, in particolare quando fecero ripresaglia di un levriero dalmatino che non ha molto fuggì in casa sua, che non fu possibile rihaverlo, ancor che fosse bestia di niun valore. S'aggiunge ancora che da' suoi bravi fosse fatta una scandalosa insolenza ad un parente di detto gentilhuomo, che andava per viaggio con molti denari, di che essendosi fatta condoglienza, non s'è veduto nessuna dimostratione contro gl'insolenti, sotto scuse ridicole che non fosse conosciuto per parente di esso gentil'huomo: di che (parlerò di me solo) io sono rimasto così mal edificato, che sicome nel primo caso non ho potuto prender sodisfattione della prudenza e tanto meno dell'affetto suo verso questo gentil'huomo, così nel secondo son venuto in opinione che non faccia punto di conto dell'amicitia sua. Sì che, tornando al proposito nostro, per mio consiglio dovrà l'amico sperare poco di ritornare nel primiero carico, ancorchè per debbito di buona creanza riceverà buone parole e trattamento honorevole.

Scriverò a Padova per trattare col S.r Cremonino([426]), l'amicitia del quale di buona voglia io rinoncierò, purchè faccia il debbito pagamento a V. S., alla quale baccio la mano.

 

In V.a, a 4 Luglio 1615.

Di V. S. Ecc.ma

Tutto suo

G. F. Sag.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re S.r Oss.mo

L'Ecc.mo S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

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Il giovane che si desidera per il servitio di Cadore doveria haver queste qualità: principalmente, che fosse persona trattabile, che sapesse con destrezza et avvertenza trattar con persone povere, et che non si sdegnasse di somministrar a quelle il loro vito, che è pane, vino, farine e formaggio, ad uso de' boschieri; che sapesse tener buon conto, e per interesse nostro e per interesse suo ancora, perchè potesse render buona ragione di quanto gli fosse stato consignato et havesse dato fuori.

Quanto al salario o trattenimento suo, prima che parti de dove è, sarà bene intendersi con lui, perchè, andando in Cadore, non venisse a pretendere quanto guadagna il nostro fattore principale, al quale furno prima assignati ducati quaranta all'anno; ma essendosi poi dimostrato amorevole et diligente molto nel nostro servitio, gli furono assignati scudi cento all'anno, che se gli danno per nostra urbanità et cortesia, non per salario ordinario. Tre altri fattori che noi habbiamo, oltre questo principale, in Cadore, guadagnano tra i quaranta et sessanta