LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

------

 

VOLUME XI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA EDITORE

 

1966


LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

 

SOTTO L'ALTO PATRONATO

 

DEL

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

GIUSEPPE SARAGAT

 

 

------

 

 

VOLUME XI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

G. BARBÈRA - EDITORE

 

1966

 


Promotore Della Edizione Nazionale

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

 

Direttore: ANTONIO FAVARO

Coadiutore letterario: ISIDORO DEL LUNGO

Consultori: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

Assistente per la cura del testo: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

 

 

La Ristampa della Edizione Nazionale

fu pubblicata sotto gli auspicii

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

 

 

Direttore: GIORGIO ABETTI

Coadiutore letterario: GUIDO MAZZONI

Consultori: ANGELO BRUSCHI – ENRICO FERMI

Assistente per la cura del testo: PIETRO PAGNINI

1920 – 1939

 

-------

 

Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARTEGGIO.

 

------

 

1611-1613.


451.

 

GALILEO a [GIULIANO DE' MEDICI in Praga].

Firenze, 1° gennaio 1611.

 

Riproduciamo questa lettera dalle pag. 19-20 dell'opuscolo citato nell'informazione premessa al n.° 427.

 

Ill.mo et Rever.mo Sig.re mio Col.mo

 

È tempo che io deciferi a V. S. Ill.ma et R.ma, et per lei al S. Keplero, le lettere trasposte([1]), le quali alcune settimane sono gli inviai([2]): è tempo, dico, già che sono interissimamente([3]) chiaro della verità([4]) del fatto, sì che non ci resta un minimo scrupolo o dubbio.

Sapranno dunque come, circa 3 mesi fa, vedendosi Venere vespertina, la cominciai([5]) ad osservare diligentemente([6]) con l'occhiale, per veder col senso stesso quello di che non dubitava l'intelletto. La veddi([7]) dunque, sul principio, di figura rotonda, pulita et terminata, ma molto piccola: di tal figura si mantenne sino che cominciò([8]) ad avvicinarsi alla sua massima disgressione, tutta via andò crescendo in mole. Cominciò([9]) poi a mancare dalla rotondità nella sua parte orientale et aversa al sole([10]), et in pochi giorni si ridusse ad essere un mezo cerchio perfettissimo; et tale si mantenne, senza punto alterarsi, sin che incominciò([11]) a ritirarsi verso il sole, allontanandosi dalla tangente. Hora va calando dal mezo cerchio et si mostra cornicolata, et anderà([12]) assottigliandosi sino all'occultazione([13]), riducendosi allora con corna sottilissime([14]); quindi, passando ad apparizione mattutina, la vedremo pur falcata et sottilissima([15]), et con le corna([16]) averse al sole; anderà poi crescendo sino alla([17]) massima disgressione, dove sarà semicircolare, et tale, senza alterarsi, si manterrà molti giorni; et poi dal mezo cerchio passerà presto al tutto tondo, et così rotonda si conserverà poi per molti mesi. Ma è il suo diametro adesso circa cinque volte maggiore di quello che si mostrava([18]) nella sua prima apparizione vespertina: dalla quale([19]) mirabile esperienza haviamo sensata et certa dimostrazione di due gran questioni, state([20]) sin qui dubbie tra' maggiori ingegni del mondo. L'una è, che i pianeti tutti sono di loro natura tenebrosi (accadendo anco a Mercurio l'istesso che a Venere): l'altra([21]), che Venere necessariissimamente([22]) si volge intorno al sole, come anco Mercurio et tutti li altri([23]) pianeti, cosa ben creduta da i Pittagorici, Copernico, Keplero et me, ma non sensatamente provata, come hora in Venere et in Mercurio. Haveranno dunque il Sig. Keplero et gli altri([24]) Copernicani da gloriarsi di havere creduto et filosofato bene, se bene ci è toccato([25]), et ci è per toccare ancora, ad esser reputati dall'universalità([26]) de i filosofi in libris per poco intendenti et poco meno che stolti([27]). Le parole dunque che mandai trasposte, et che dicevano Haec immatura a me iam frustra leguntur o y, ordinate Cynthiae figuras aemulatur mater amorum, ciò è che Venere imita le figure della luna.

Osservai 3 notti sono l'eclisse, nella quale non vi è cosa notabile: solo si vede il taglio dell'ombra([28]) indistinto, confuso et come annebiato([29]), et questo per derivare essa ombra da la terra, lontanissimamente da essa .

Voleva scrivere altri particolari; ma sendo stato trattenuto molto da alcuni gentilhuomini, et essendo l'hora tardissima, son forzato([30]) a finire. Favoriscami salutare([31]) in mio nome i SS. Keplero, Asdale et Segheti([32]); et a V. S. Ill.ma con ogni reverenza bacio le mani, et dal S. Dio gli prego felicità.

 

Di Firenze([33]), il primo di Gennaio, anno 1611.

Di V. S. Ill.ma et Rev.ma

Ser.re Oblig.mo

Galileo Galilei([34]).

 

 

 

452.

 

MARCO WELSER a GALILEO in Firenze.

Augusta, 7 gennaio 1611

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 38. — Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.or Oss.mo

 

La tardanza e negligenza o de' corrieri o di chi dovrebbe ricapitar le lettere, fa parere talvolta altrui discortese, come dubito possa esser avvenuto a me con V. S. Vero è che la sua di 9 9mbre([35]) mi si mostra tanto cortese et benigna, che spero di trovar facilmente o scusa o perdono, secondo che o dell'uno o dell'altro potrei haver bisogno. Le dico donque, senza entrar in proemii di cerimonie, che ebbi finalmente la sua, et direi d'haverla havuta tardi, se giamai tardi capitassero grazie simili. Accetto con quella prontezza, che lei dona, la da me molto stimata offerta della sua amicitia; et se bene m'accorgo che si fonda in certo errore d'informatione delle mie qualità, presupponendo di ricever in cambio cosa equivalente o non molto inferiore, non mi reputo però ubbligato di disingannarla, non portando questi contratti privilegio di rescissione quando bene l'huomo resta soprafatto ultra dimidium iusti pretii: solo portando obbligo all'inferiore di supplire con ogni estremo di buona volontà in quello le forze riescono manchevoli; et questo tanto prometto di osservare sempre sincerissimamente.

Al S.or Brenggero inviai subito la risposta di V. S.([36]), et in breve dovremo sentire se ne resterà appagato, come certo altro mio amico al quale la mostrai([37]); il quale però entra in certa altra fantasia, che a me parrebbe molto plausibile, se venisse confermata col calcolo di lei et suoi pari. Dice costui: «Ex hactenus allatis arbitror ego nondum constare, ullos montes extra superficiem lunae maximam eminere; cum ipsa superficies lunae maxima potius a verticibus montium hactenus sit sumpta, non autem a depressioribus partibus. Hoc solum constat, esse voragines introrsum; effectum autem nondum est, praeeminere extra circulos maximos lunae montes. Ista etiam phaenomena philosophos necdum avertunt a sua communi sententia, quae tenet, lunam perfecte esse sphaericam: dicent enim, inaequales istas asperitates esse intra eam, sicut in vitreo vel crystalino globo variorum colorum lapides, variarum figurarum congeries etc., quae sententia hactenus istis phaenomenis labefactata nondum est.» Ma forse l'istromento di V. S. ci caverebbe di questi dubbi a vista d'occhio; et le posso dire che il modo della fabrica è molto desiderato in queste parti: et havendo lei data intentione publicamente di divolgarne la theoria, si presuppone che le ne nasca obligo; di che però è il dovere rimettersi alla sua mera volontà, come ancora il communicare al mondo tanti altri suoi trovati, de' quali corre sorda voce per tutto; ma io malamente mi risolvo di credere, se non quel tanto che lei stessa attesta. Et resto con bacciarle la mano, pregandole felicissimo Capo d'anno.

 

Di Augusta, a' 7 di Gennaio 1611

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo Servit.e

Marco Velseri.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

[Il S.]or Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

453.

 

MARCO WELSER a CRISTOFORO CLAVIO [in Roma].

Augusta, 7 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 20. Cfr. l'informazione premessa al n.° 270.

 

Molto R.do S.or P. Oss.mo

 

Con pregar a V. R.za felicissimo Capo d'anno, vengo a dirle che, essendo io stato sempre ostinato a non creder gli pianeti novi, hora sono costretto di vacillare per il contenuto d'una lettera del S.or Galilei di 17 Xmbre, di questo tenore([38]):

«Sono finalmente comparse alcune osservationi circa i Pianeti Medicei, veduti da alcuni Padri Giesuiti, scolari del P. Clavio, e dal medesimo P. Clavio scritte e mandate anco a Venezia. Io gli ho fatti più volte vedere ad alcuni de' medesimi Padri qui in Firenze, anzi pur a tutti questi che ci sono et ad altri che ci sono passati; e questi se ne sono serviti in prediche et in orationi, con concetti molto graziosi. Tuttavia non mi confido poter espugnar alcuni di cotesti filosofi, o per dir meglio non credo che siano per esser così facili a lasciarsi cacciar da me queste carote. A Pisa è morto il filosofo Libri, acerrimo impugnatore di queste mie ciancie, il quale, non le havendo mai voluto veder in terra, le vedrà forse nel passar al cielo».

Desidero, V. R.za confermi l'aviso, in quanto tocca lei et suoi scolari, per cavarci totalmente di dubbio. Et bacciandole la mano, mi raccomando alle sue sante orationi.

 

Di Augusta, a' 7 di Genn.o 1611.

Di V. R.za

Aff.mo Servit.e

Marco Velseri.

 

 

 

454*.

 

MARCO WELSER a PAOLO GUALDO [in Padova].

Augusta, 7 gennaio 1611.

 

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVIII della Cl. X It., car. 35. — Autografa.

 

.... Rendo a V. S. somme grazie per il capitolo della lettera del S.or Galilei communicatomi, se bene non penetro punto quel verso mistico([39]), a me assai più oscuro che non fu l'antico Aio et Aeacides, perchè in quello il vincere era certo, consistendo la difficoltà solo nello scambiamento dell'attivo et passivo, dove che questo o, y mi mette totalmente fuor di sesto, senza ch'io sappia pure sotto qual predicamento registrarlo. V. S. non mi manchi di conservarmi la grazia di questo valenthuomo, che a poco a poco fa condescender alle sue propositioni gli più ritrosi; nè mi pare di sentire più que' tanti oppositori che gli minacciavano contra. Ho risposto alla sua lettera([40]), e spero che le mie scuse, d'haverlo fatto un poco tardi, debbano passar per buone….

 

 

 

455.

 

GIOVANNI KEPLER a GALILEO [in Firenze].

[Praga], 9 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 7. — Autografa.

 

Quas ad Ill.m Magni Ducis Hetruriae Oratorem dedisti literas 11 Decembris([41]), ipsius concessu legi. Mira me differs cupiditate cognoscendi, quodnam argumentum illud quod ex tertia tua observatione extrudis. Nam duae observationes praecedentes tantum habent raritatis, ut de tertia, quae titulis insuper commendatur, nihil vulgare praesumam. Obsecro, id ne nos diu celes, quicquid est: vides, tibi rem esse cum Germanis germanis. Ego, impatientia occulti, literas varie digessi. Nihil quod successerit habeo, nisi hoc:

Nam Iovem gyrari macula hem rufa testatur.

Caetera imperfecta:

Maculam rufam gyrari notavi etc.;

Macula rufa in Iove est, gyratur mathem. etc.;

Solem gyrari etc.;

Firmamentum maculas haret gyratur a Iove etc.;

Saturnum et Martem gyro maculae etc.;

Mercurium flamma haurit etc.;

Theatrum celeri gyratur fons avium etc.

Viden in quas me coniicias miserias, tua reticentia? Itaque desinam de his: ad tuarum literarum caput venio.

Petis responsum ad duas epistolas ultimas. Non accepi abs te nisi unam, scriptam 19 Augusti([42]), ad quam respondi. Legisti responsum([43]). Replicasti enim inde aliqua literis ad Ill.m Oratorem, scriptis 13 Novembris([44]). Alteras expectare volui: audivi enim ab Ill.o Oratore, illas errare. Nunc, quia periise illas video, paucula respondebo ad illas de 13 Novembris ad Oratorem.

Plane mira est observatio vetuli illius tricorporis Geryonis, in quo vinciendo inque terras deducendo tu te alterum praestitisti Herculem. Etsi careo idoneis instrumentis dignoscendi tres hosce globos: neque quod Elector abs te habet, idoneum fuisset([45]); quadrangulas enim exhibuit stellas, ipsumque adeo Saturnum. Caeterum, quod attinet speciem tricorporem, videre te iubeo etiam atque etiam, an perpetuo sit constans: superest enim, ut pictum vides in margine litera A, modus quo tres non contigui videantur contigui. Atque hoc si est quo pinxi, possibile sane est ut, si quieti sint C, D, E respectu sui ipsorum, transitu telluris ex A in B permutent situm, sitque C in consequentia ex B, qui erat ex A in antecedentia.

Hoc igitur esset argumentum motus terrae et sphaerae Copernicanae, at nondum Pythagoreae: pro qua, a me ante 13 annos publicata([46]), quid tu ex visu possis promere aliud quam stationes et retrogradationes, mire cupio scire. Si sol gyratur ad sensum oculorum, est quod sibi Commentaria mea Martis([47]) gratulentur; at nondum ideo vicit Pythagorica ordinatio, ac ne Copernicus quidem expresse plane. At si est quod pinxi ad marginem, aliquid lucratur sane motus terrae Copernicanus.

Caeterum nihil magis ad famam inventionum tuarum facere scito, nisi si miseris vitrum rotundum, maximae sphaerae portionem exquisitissime politam. Cavas lentes hic facile comparabimus.

Scripsi Dioptricen([48]), quae superiori Septembri venit in manus Ser.mi Electoris. Puto nihil a me praeteritum, quod non ex suis causis demonstraverim. Equidem campus est exercendi ingenii: prodeat qui ex aliis demonstret principiis, quam quibus ego sum usus.

Typographus vester Phaenomenon Singulare decurtavit prius quam ad rem veniretur. Quatuor sunt paginae, cum ille vix unam aut duas([49]) impresserit([50]). Pro hoc reatu condemno ipsum in multam vitri convexi unius de sphaera diametri pedum 24 aut aequipollente, quam tu aequipollentiam procul dubio nosti. Puto te iocanti ignoscere velle; itaque te constituo exactorem. Sumptus fabriles ipse refundat, tu vitrum ex tua mitte fabrica.

Quae alia movisti deprecationis specioso gestu, civilitatem demonstrans, ea supra meum Germani captum sunt; eoque ignosces, quod rideo. Uno verbo: si nihil excudisti contra Horkyum([51]), gratulor utrique, mihi gaudeo; sin est aliquid excusum, iure tuo usus es; non habeo quod querar, nisi quod oro, exemplum mittas. Vale.

 

9 Ian. 1611.

Ex. T.

Off.

I. Keppler.

 

 

 

456*.

 

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Firenze

Roma, 10 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 55. — Autografa la firma.

 

Molto Mag.co Sig.r

 

Ho ricevuto i due vetri mandatimi da V. S.([52]), et spero che uno di essi almeno mi habbia da restituire l'uso di cosa che mi era tanto cara quanto l'occhiale di lei: la quale, nell'incontrare il mio desiderio, non ha fatta cosa che non mi promettesse la particolarissima inclinatione mia verso la sua persona; et nel darmi poi speranza di dover in breve capitare in Roma, non ha potuto se non recar molta sodisfattione al desiderio che ho di conoscerla di presenza. Nostro Signor Dio la conduca felice, et le conceda ogni vero contento.

 

Di Roma, li 10 Gennaro 1611.

 

S.r Galile[o Galilei].

Tutto di V. S.

Il Car. Farnese.

 

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r

Il S.r Galileo Galilei

Fiorenza.

 

 

 

457*.

 

DANIELLO ANTONINI a GALILEO in Padova.

Linghen, 11 Gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 8B e 8A. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Nel'altra mia V. S. havrà hauta quella bilancia di braccia uguali, nella quale un'oncia d'acqua d'una parte può solevare facilmente 100 libre di peso, dal'altra parte posto, con il mezo di quella forza per la quale potrebbe il galione nuotare in una inghistara d'acqua: non so se s'acorderà con la sua. Di resto non ho cosa alcuna di novo, con tutto che qualche volta io m'afatichi d'impicciar la lucerna, per scoprir qualche cosetta nelle oscurissime tenebre nelle quali dalla natura le più belle cose al'ingegno nostro son ascose; ma troppo debile è il mio lume alla folta nebbia. Pure, per testimonio della mia buona volontà, V. S. havrà qui inclusa una passioncina del triangolo rettangolo, in cercar cosa più grave hor hora incontrata.

La prego farmi saper nuova di lei et del Sig.r Paolo Aproino (che Dio faccia siano felici), et insieme farmi degno vedere alcuna di quelle cose, que quidem prius in natura fuerant, sed antea a nemine cognite, le quali così copiose piovono nel suo ingegno. Spero sentire qualche gran miglioramento nel'occhiale, sichè le habbia manifestato alcun più sotile secreto del cielo o della luna.

Sento da questi cervelli di questi soldati le più ridicolose cose del mondo. Hieri, passeggiando con un ingegnere tanto stimato, che se venisse Archimede a domandar soldo, lo poriano per suo garzone, costui, doppo alcun raggionamento, disse queste parolle: Veramente io mi meraviglio che non si ritrovino le fortificationi di Euclide et di Archimede. Et perchè?, le soggiunsi io; hano forsi scritto di fortificationi loro? O, replicò egli, vuole V. S. che quelli così grandi([53]) huomini in mathematica habbiano tralasciata la più importante parte di quelle scienze? Di qui può veder V. S., che s'ella ha da far con teste che habent aliquid extra et nihil intra, ho io ancora poco miglior fortuna.

Facendomi degno d'alcuna risposta, potrà inviar la lettera a Venetia al P. M.tro Fulgentio([54]) de' Servi. Et pregandole ogni bene, le faccio riverenza.

 

Di Linghen, il dì 11 Gen.o 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.r

Daniello Antonino.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei

Padoa([55]).

 

 

 

In omni triangulo rectangulo, unius lateris, eorum que circa rectum sunt angulum, quadratum equale est reliquorum laterum rectangulis, altitudinem habentibus equalem excessui quo recto angulo subtendens latus, reliquum([56]), ipsum angulum continentium, superat.

Sit triangulum abc, cuius angulus acb rectus sit: dico, quadratum ac equale esse rectangulis, basim habentibus ipsa ab, bc latera, et altitudinem equalem excessui quo ab ipsum bc superat. Et ut demonstretur, centro b, distantia bc, describatur circulus cde, qui secat latus ab in d, ita ut bd ipsi bc sit equalis: ergo da erit excessus quo ab superat bc. Producatur nunc ab usque ad circunferentiam in e, cum ipsa ac tangat circulum et ae secet: erit quadratum tangentis ac rectangulo sub tota ae et eius parte extra circulum existente, nimirum ad, contento equale: sed rectangulo sub ad et ae contento equalia sunt rectangula sub ad et ab et sub ad et bc contenta, cum sit be ipsi bc equalis: ergo quadratum ipsius ac equale rectangulis bases habentibus ab, bc et altitudinem da, nempe excessum quo ab ipsam bc superat. Quod erat demonstrandum.

 

 

 

458*.

 

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 11 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 108. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

 

Le lodi che V. S. ha date al mio trattatello dello specchio concavo([57]), sono da me riconosciute per effetto della sua cortesia et amorevolezza, che eccelle tanto quanto manca l'opera di merito; perch'io veramente lo riconosco per parto immaturo, ch'haveva bisogno d'un poco più d'otio et d'applicatione d'animo, la quale non ci ho potuto mettere, sendo io tutto intento alla mia descrittione dell'Italia, per volerla ad ogni modo espedire quest'anno([58]). Onde ringratio V. S. di vivo cuore, che m'habbia dato tant'honore per questa bagatella, ma molto più perchè m'ha favorito straordinariamente di darmi parte dell'apparenze ch'ha vedute in Venere; di che io sono restato a pieno sodisfattissimo, rallegrandomi molto seco di questo discoprimento, che gli apportarà molto honore per il lume che dà all'astrologia et alla filosofia. Ho a punto prestata la lettera di V. S. al Cav.re Botrigaro([59]) et ad altri, che l'hanno letta con molto gusto.

Le fo poi sapere che già otto giorni mi scrisse il S.or Annibale Appiano d'haver havuto ordine da Praga di pagarmi 3 mila fiorini in nome della M. Cesarea, di quelli che doverà esborsare alla detta M. per l'investitura del Principato di Piombino nella persona del S.or Carlo Appiano, suo fratello; onde io sto con questa buona bocca, aspettando questi denari([60]). È ben vero che hanno quei ministri Cesarei preso errore nell'assignarmi m/3 fiorini, sebene dovevano dir m/3 taleri, chè così sta il decreto che mi fece l'anno passato S. M., di che n'ho scritto a quella Corte, perchè ci è differenza in tutta questa summa forse 666 taleri. Ma se bene io darò via quello specchio, non voglio però restare di farne fare un altro in maggior perfettione ancora, quando io haverò da poter spendere allegramente.

Starò poi aspettando con suo commodo d'esser raguagliato da lei di qualch'altra curiosa novità, essortandola a continuare([61]) le sue osservationi, con proposito di communicarle al mondo. Et in tanto bacio a V. S. le mani, insieme al S.or Roffeni ch'hora è arrivato da me, augurandole la sua perfetta sanità.

 

Di Bol.a, li 11 Gennaro 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re di cuore

G. Ant.o Magini.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Tosc.a

Firenze.

 

 

 

459*.

 

BELISARIO VINTA a GALILEO in Firenze.

Pisa, 12 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 35. — Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.re Sig.or mio Oss.mo

 

Quanto alla gita di V. S. a Roma, queste Alt.e mi par che vi siano inclinatissime, ma non hanno per ancora voluto farne l'ultima resoluzione; ma la rammenterò con ogni occasione. Et intanto, perchè io potessi passare innanzi nella prattica per conto del Sig.r Dottor Papazzoni, sentendo io che qui si sollecita, in luogo del Sig.r Libri, di condurre un filosofo, et ci sono de' chieditori, vorrei che la mi avvisasse subito di che età egli sia, et di come buona et robusta sanità da poter durar fatica nel leggere, et che condizioni egli habbia nello Studio di Bologna et quello che pretendesse in questo; et bisogna far presto, perchè hoggi s'è fatta una sessione sopra questa deliberazione et sopra altri filosofi proposti, et ho fatta menzione del Sig.r Papazzoni, ma non ho potuto passar più oltre, poichè anche più oltre non arriva la mia notizia dell'animo di quel Signore; et strignendosi qui il negozio, come ho detto, bisogna che la mi mandi ogni ragguaglio innanzi che la vadia a Roma. Et di tutto cuore le bacio le mani.

 

Da Pisa, li 12 di Gennaro 1610([62]).

Di V. S. Ill.re

S.or Galilei.

Serv.re Aff.mo

Belis.o Vinta.

 

Fuori: All'Ill.re Sig.or mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei

subito.

Firenze.

 

 

 

460*.

 

TOMMASO CAMPANELLA a GALILEO [in Padova]

Napoli, 13 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 66-68. — Copia autografa di Galileo, di cui mano pure si legge, sul tergo dell'ultima carta: «Lettera del P. Squilla T. C.».

 

Exce.mo D. Galileo Gali.o, Patavini Gymnasii Mat.co([63]), S.

 

Sidereum Nuncium([64]), quae recens vidisti in caelo arcana Dei, neque non licet homini loqui, narrantem, duabus horis iocundissime audivi: atqui pluribus sane diebus extensam narrationem optassem. Haud quidem Copernicus vel Thycon, vel alius quispiam, tam praepropere huiusmodi Nuncium emisisset, nisi prius omnes adhuc latentes stellas adnotasset, et distantias earum inter se et ad fixas patentes conscripsisset, et modum conversionum Astrorum Mediceorum et periodos metitus esset, et siqui alii caeteros planetas vel fixas circumeunt considerasset, et motus omnium stellarum, in quibus Copernicus et forte Thycon non potuerunt non errare, quia tam mirifici organi, quale a te inventum est, beneficio destituti erant, emendasset. Illud et maxime investigandum erat, num in superioribus absidibus planetae, propriis, inquam, non ad solem vel ad aliud sidus quod circumeunt nactis, vere eleventur, aut potius retardentur; et num tanta sit caeli, omnia continentis, peripheria, ut cuiuscunque planetae habitatores, quorum singulos oportet esse plenos ut Cybeles seu tellus nostra stella, putent sese in mundi centro positos esse; et num refractio visus in orbe fumoso seu vaporoso faciat videri supra horizontem ipsas caeli figuras, quae adhuc non emerserunt, unde semper supra sex, hac forte ratione, conspicimus; item, qualem habent astrologiam et astronomiam singulorum incolae astrorum; et tandem, num lateant corpora in aethere, quae nec a sole illustrentur nisi ubi fiunt vapores multi, unde crinita apparent super ipsos quoque planetas. Multa quoque disputanda sunt de figuris([65]) fixarum et errantium, et de republica quam vivunt in astris habitatores, sive beati, sive quales nos. Nam si luna vilior est tellure, quod minoritas corporis et motus eius circa terram, quasi amantis et recipientis ab hac vigorem et influentiam, et inaequalitas maior, declarant, utique lunares incolae nobis infeliciores erunt: et tamen in  Beda, sacer Doctor, quasi Pithagorizans, ponit Paradisum terrestrem, quod Ariostus sequutus est. Sed hoc negocium est methafisicum, de quo ipse pluribus egi: quae autem matematicam tangunt negociationem, abs te expectabamus.

Displicet mihi, libellum tuum, antequam Methafisicos absolverem([66]), non vidisse. Sed bene ibi docui, longe plura systemata in caelo latere quam pateant, et constructionem universi possibilem esse iuxta Coperniceas hypotheses, sed in pluribus ipsum falli, quia partim ex Pithagoreis([67]), partim ex Ptholomaicis, in suis libris accepit, quae profecto consona non sunt. Item et sol mobilissimus ponendus erat, qualem calor, qui quaecunque corripit, attenuat et movet rapidissime, si potentissimus siet([68]), ostendit: et cum nullum circa centrum feratur, in se ipsum circumvolvi videri debet, quod specula sub aquis representant, et ipse matutinus et vespertinus, quando oculorum aciem minus ferit. Itaque, quamvis sidera aliena luce et calore cuncta vigeant, sol tamen proprio gaudet; et eo tellurem gravidam reddit ad parturiendum secunda etiam.

Sic ergo stant principia doctissimi Telesii nostri, si motus telluris sit ab anima origenica([69]). Tu vero omnes mortales tuae gloriae participes esse pateris: nemo enim tuo perspicillo nunc non utetur, et quae tu non docuisti declarabunt, et libros novae astronomiae implebunt, Laudo magnanimitatem tuam, nulli quippiam invidentem, et rogo ut, cunctis admodum pensiculatis, astronomiam novam ita cudas, ut nemo meliorem possit conficere; alioquin non Galilei dicentur huius doctrinae sequaces, sed ab illo qui primus quamoptime de his totum scientiae arborem producet. Equidem subirascebar Italiae nostrae, quod, cum imperii sit mater et religionis sanctae tribunal, in caeteris scientiis externorum ope indigeret; et licet tanquam domina utatur ancillis vocatis ad arcem, tamen vidi ancillas super dominam superbire. Aristoteles factus erat oraculum philosophorum, Homerus poëtarum, Ptolemeus astronomorum, Hippocrates medicorum, et ipse Virgilius palmam concedit:

 

Excudent alii spirantia mollius aera

(Credo equidem), vivos ducent de marmore vultus,

Orabunt causas melius, caelique meatus

Describent radio, et surgentia sidera dicent:

Tu regere imperio populos, Romane, memento

(Hae tibi erunt artes), pacique imponere…([70])

Parcere subiectis et debellare superbos, etc.

 

Sed cum et hae primariae artes ad Hispanos et Germanos migrassent, nulla nobis reliqua laus est; et quod peius, poëtae nostri falsos heroas et Deos nationum cantant, nostrates silent aut vituperant: hoc in cantione ad Italiam([71]) deploravi. Sed profecto viget adhuc imperium Italicum: nam Pontifex Maximus supereminet cunctis principibus terrae, et theologia Romana cunctis scientiis prescribit leges. Toti est nota mundo Italiae virtus, sibi uni ignota: et quidem in doctrinis inferioribus Italia praepollet iam cunctis. Reliquum est ut infideles expellat ancillas, et ex propriis sibi paret auxiliares. Telesius expulit iuxtissime Aristotelem; sed tamen funera huius([72]) adhuc honorantur: Virgilius et Danthes Homerum obscurarunt: habet et Celsum Hipocratem suum Italia, et Plinium([73]) Dioscoridem: in iudiciis astrorum Cardanus Arabes profligavit. In astronomia nos Ptolemeus et Copernicus pudefaciebant([74]): sed tu, Vir Clarissime, non modo restituis nobis gloriam Pythagoreorum, a Graecis subdolis subreptam, eorum dogmata resuscitando, sed totius mundi gloriam tuo splendore extinguis. Et vidi caelum novum et terram novam, ait Apostolus et Isaias: illi dixerunt, nos caecutiebamus; tu purgasti oculos hominum, et novum ostendis caelum, et novam terram in luna. Quidquid cecinit Ovidius de priscis astronomis foelicissimis, tibi soli et vere convenit:

 

Foelices animae, quibus haec cognoscere primum,

Inque domos superas scandere, cura fuit.

Admovere oculis distantia sidera nostris,

Aetheraque ingenio supposuere suo.

 

Elogium secundi distici tibi uni vere decantatum vides, aliis vero per hyperbolem. Sed vide ne, sicut Columbus invento novo orbi non imposuit imperium neque nomen suum, sed Hispanis dominatum et Florentinis nominationem cessit, ita et tu Thyconi aut alteri novae astronomiae decus prodas. Americus novo mundo terrestri nomen, tu novo caelesti, dabis: utrique Florentini, quorum semper suspexi indolem. Dantes prophetavit de stellis poli antartici, quae quadragesimam nonam figuram, dictam Cruciferum, effingunt; nam nescio unde potuerit, nisi a numine, hoc discere: nullam namque scripturam Hanno Carthaginensis, quem totam navigando perlustrasse Africam, teste Plinio, scimus, reliquit de Crucifero. Tu vero, spernens quasi ea quae vulgaribus cernuntur ocellis, ad invisibilia, numine praeeunte, penetrasti, eaque nobis visibilia reddis.

 

Semper honos nomenque tuum laudesque manebunt.

 

Foelix Medicea Domus, cui novum caelum per te arridet. S. Clemens Romanus, qui ultra Gades novos orbes esse docuit, et detegendos a novo Tyfi Seneca in Medea praedixit, ille idem Clemens, ex ore S. Petri, docet aliud esse caelum aliaque sidera, invisibilia nobis, quoniam fumosus circulus telluris ea nobis obtegit, et non nisi in fine mundi propalanda monet. Tu vero, huius vaporosi mundi cortices et velamina ante tempus rumpens, nos ad caelum illud Clementinum rapis, vel caelum ad nos inclinas. Gaudeamus: si murmuraverint theologi, prophetizantes defendent te patres theologiae, Chrysostomus, et Theodorus episcopus Tarsensis magister eius, et Procopius Gazeus, qui caelum stare, praesertim supremum, et stellas circumvolvi, docent; et Augustinus hanc opinionem suo tempore a mathematicis rite demonstratam fuisse docet, neque per Sacras Literas evertendam esse nobis, ne simus irrisui mathematicis: quod debuisset ipse observare, cum antipodas negavit. Habes Origenem, qui terram esse animal et sidera omnia docuit, et Pithagorica dogmata laudat et ex Scripturis probat. Scripsi et ego de phylosophia Pithagoreorum libros tres([75]), et de his in Metaphysicis prolixe disputavi; scripsi libros 4 de motibus astrorum, potius physice quam matematice, contra Ptolemeum et Copernicum, et de sympthomatis mundi per ignem interituri([76]), non tamen interitu totali, sed quadam renovatione, quam nova phaenomena ostendunt: utinam liceret mihi de his conferre tecum!

Quoniam vero ita petis, monebo te quod non videatur recte dictum, maculas lunae grandiores et patentes aqueas esse, et sicut mare in nostra Cybele: nam ex opposito sole lumen vividum emitterent([77]). Lux enim in aqua, quoniam transpicua ac sibi pervia, quia similis (a calore enim liquefaciente et vincente, cuius lux est calor, efficitur), multiplicatur et augetur; et in nigris maribus directa lux, licet foedetur usque ad offuscationem in profundo, tamen vivida est in superficie: non modo enim resilit a fundo, sed a quacumque intercepti spacii particula. Quapropter aliud quidpiam tibi addendum est in huiusmodi dogmate enucleando. Desideratur quantitas deliquii telluris et solis ad lunam, et diameter umbrae lunaris ad nos. Cur autem centrum universale et peripheria stellata stent immobiliter, undecim vero sidera choreas ducant circa centrum alia aliud, abs te non requiro, nisi mathesim transcendas. Illud quoque mirum, si stellae omnes orbe vaporoso ambiuntur, cur planetae tantum videantur vere rotundi, non autem et fixae? numquid hae robore et copia lucis materiaque omnino similari constant, ita ut vapores nullos emittant? Et cur circa ipsas immotas alii non convertuntur planetae? Et cui usui quelibet([78]) stella cuilibet sit? Causa scintillationis a Copernico et Aristotele reddita, puerilis est, ut nosti. Procul dubio, quaecumque propria non lucent luce, vaporem educunt aliena attenuate([79]). Dabisne fixis lucem propriam atque centro, et privabis modo planetas? et cur, si ita est, non rotundae sunt fixae prorsus uti sol? Neque illud exacte declaras, cur sol et luna per vapores spectantur grandiores([80]), non autem et caetere stellae: nam et hae sub modico forte vapore ad proportionem videntur grandescere. Praeterea, si circulus vaporosus Sidera Medicea in suprema([81]) abside efficit longe minora quam ipsa potest efficere distantia, quaelibet stella prope lunam et alios evaporantes planetas conspiceretur minor quam solet; et hoc te observare oportet. Videntur quoque Copernico planetae in auge, ubi sese ipsorum intersecant orbes, minus ab invicem distare quam ipsa remotio requirit; quod non vaporoso dabis circulo, nisi et solem eodem circundes, quod ridiculum est affirmare: ipse enim fons est purissimi ignis, et visum stellarum non aufert vapore crasso, qui nullus apud eum esse potest, sed lucis robore, cui noster impar est sensus, neque posset esse in causa minuendae distantiae, sed quantitatis tantummodo. Quapropter te considerare cupio, et num circuli Medicearum in superiori abside mutuam habeant intersecationem, quae forficis instar coniungatur et disiungatur. Hoc autem dico ex hypothesi: nam circulos esse nullos sentio, sed per se ferri sidera, suo quodque numine ad primae mentis nutum.

Plurima Copernicea dogmata emendata tibi sunt: Tychonica nescio, quoniam non licuit hactenus eius commentarios videre, iniquae subiectionis freno cohibente. Nequaquam satisfecisse prorsus videris questioni, cur fixae et errantes non grandescunt, perspicillo conspectae, aeque ac luna: si enim fulgidi illarum crines (quorum causam nec doces) usque ad quintuplam rationem (ut ais) augent, non fiet ut, cum luna ad centuplam multiplicatur, non nisi ad quintuplam illae multiplicentur, perspicillo demente crines, sed usque ad vigecuplam crescant oportet. Id ergo emendes velim, aut declares.

Quod autem putas, Galaxiam visam esse priscis physiologis cunctis densiorem caeli partem, vide ne fallaris: nam stellulas esse, mutuis luminibus sese prope colluminantes, testatur Albertus in primo; Aristoteles vero, vapores ab iisdem stellis elevatos albefactosque. Quod mones, lunares montes et eminentias maiores esse terrenis, physica ratione probari etiam potest: quoniam nimirum fit soli propinquior tellure in synodis, et remotior in diametris; ergo actionem eius inaequaliorem valde suscipit, ac proinde inaequalior evaserit est opus.

Arbitror equidem([82]), isthaec ac multo plura, in quos polliceris commentariis, praestiturum; quos cum edideris, obsecro, per virtutis amorem et per Domum Mediceam, cui et ipse aliquid debeo (ille enim ego, cui quondam in cenobio S. Augustini Patavini epistolas nomine Ferdinandi Magni Ducis tu reddidisti, quum primum([83]) Patavium iam veneras), ut statim ad me mittas per virum optimum atque doctissimum, qui tibi has perferendas ab Urbe curabit. Scias quoque, me in predictione astrologica, in magna synodo 1603, novas scientias caelestes, praeter alia multa, in hoc seculo propalandas fore praedixi, quoniam prope augem Mercurii, eodem Mercurio adsistente, celebrata est synodus in Sagittario: eius praedictionis amicus te compotem forte facies. Nec quod et tu auguraris inficior, omnes sceintias iuxta hanc arcanorum reserationem reformatum iri. Probe cum tuo Dante pronosticaris:

 

Poca favilla gran fiamma seconda:

Dunque diretro a noi con miglior voci

Si pregherà perchè Cirrha risponda, etc.

 

Oblitus eram commonere te, ut Copernici hypothesim de obliquitatis et eccentricitatum restitutione corrigeres: id enim nunquam fieri posse, earum perpetua imminutio admonet, et librationum oppositarum et corollae intortae figmenta, de quibus([84]) etc. Vale, et Deus caeli, cuius effectus es Nuncius, coeptis faveat tuis, etc.

 

Idib. Ianu. 1611, Neap.

T. C.

 

 

 

461.

 

GALILEO a BELISARIO VINTA [in Firenze]

Le Selve, 15 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 43. — Autografa.

 

Ill.mo Sig.re mio Sig.r Col.mo

 

Non posso per hora satisfare se non ad una parte delle dimande di V. S. Ill.ma intorno al S. Papazzoni([85]): ciò è che è di età di circa 6[0] anni, al mio giudizio, di complessione però assai robusta, gioviale [et] di graziosa conversazione, per quanto lo conobbi nel passare per Bologna 8 mesi sono. Quale stipendio habbia quivi, o quello che ei pretenda altrove, io non so; ma havendo pur hora ricevute lettere di Bologna dal medesimo([86]) che mi scrisse l'altro giorno del medesimo negozio, io gli ho riscritto, et ordinatogli che quanto prima vegga di intendere l'animo di detto S. Dottore, avvisandomenlo su[bi]to, insieme con li altri particolari domandati da V. S. Ill.ma, et in br[e]ve ci doverà esser la risposta; et sin hora ci saria stata, quando io havesse stimato che loro Alt.ze fussero per fare elezione et prov[i]sione così presto.

Quanto all'altro negozio della mia anda[ta] a Roma, starò attendendo l'ordine di loro Alt.ze Ser.me, ricordando però in tanto a V. S. Ill.ma come il tempo, prolungandolo molto, non saria così oportuno come di presente, nè accomodato a far toccar con mano ad ogn'uno tutte le novità delle mie osservazioni; le quali sono tante et di sì gran consequenze, che tra qu[ello] che aggiungano et quello che rimutano per necessità nella scie[nza] de i moti celesti, posso dire che in gran parte sia rinovata et tratta fuori delle tenebre, come finalmente sono per confessare tutti gl'intendenti. Però se io, come professore di essa, me ne mostro a[n]sioso, devo non solo trovare scusa, ma aiuto in far vive et pales[i] le cose che, per il favor di Dio, ho scoperte.

Io al presente mi tr[ovo] alle Selve, villa del Sig. Filippo Salviati, dove dalla salubrità dell'aria ho ricevuto notabil giovamento alle molte indisposizioni che mi hanno i mesi passati grandemente travagliato in Firenze. Qui, et in ogn'altro luogo, vivo desiderosissimo de i comandamenti di V. S. Ill.ma, et di quegli la supplico instantemente: et con ogni humiltà inchinandomi a loro Alt.e Ser.me, et a V. S. Ill.ma baciando le mani, li prego da Dio compita felicità.

 

Dalle Selve, li 15 di Gennaio 1610([87]).

Di V. S. Ill.ma

Ser.re Oblig.mo

Galileo Galilei.

 

 

 

462**.

 

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Vicenza].

Padova, 15 gennaio 1611.

 

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 111. — Autografa.

 

…. Qui le genti s'affaticano intorno l'enigma che 'l S.r Galileo mandò a V. S. per la sua nova osservatione([88]) ….

 

 

 

463*.

 

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Vicenza].

Padova, 19 gennaio 1611.

 

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 112. — Autografa.

 

…. Il S.r Galileo è ricaduto; et la nova s'ha di buona banda. In somma, l'andare minutamente ricercando i secreti del cielo fu sempre attione poco meno che temeraria; e tanto più, se egli ci havesse piantate delle carotte ….

 

 

 

464*.

 

BELISARIO VINTA a GALILEO in Firenze.

Livorno, 20 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 37. — Autografe la lin. 21 [Edizione Nazionale] e la sottoscrizione.

 

Ill.re Sig.or mio Oss.mo

 

Si desidera et si aspetta con desiderio la risposta et informazione che V. S. potrà havere per conto del Sig.r filosofo Papazzoni, perchè si possa propor qua e farvi deliberazione, venendo anche proposti due o tre altri filosofi, et in particolare il Belloni di Padova([89]).

Quanto all'andata di V. S. a Roma, havendo io detto a loro AA. che hora è il tempo, per respetto della speculazione et osservanza di quei Pianeti, et che perciò non è da tardar più, et che, chiaritosi ciò in Roma, con la confermazione che si ha del Matematico dell'Imperatore, del Padre Clavio et d'altri, subito che in Roma la venga confermata et stabilita, si potrà dire chiarita tal constituzione a tutto 'l mondo, et dandosene parte a S.a Santità, doverà questa nuova osservanza et dichiarazione di Pianeti venir ricevuta dal consenso universale de' matematici et astrologi, hanno determinato che la vadia via a posta sua, et le daranno una lettiga et denari; che per il viaggio sia fatta la spesa a tutta la sua condotta, menando anche seco un suo proprio servitore a suo modo; et in Roma commetteranno al Sig.r Ambasciator Niccolini, che faccia le spese a V. S. et all'huomo che la merrà per servizio della sua persona: et si daranno quest'ordini subito che la me l'avviserà. Et le bacio le mani.

 

Di Livorno, li 20 Gennaio 1610([90]).

Di V. S. Ill.re

et starà in casa del S.re Amb.re

 

 

 

S.or Galileo

 

Fuori: All'Ill.re Sig.or mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei

Firenze.

 

 

 

465**.

 

GIO. FEDERICO BREINER a [GALILEO in Firenze].

Roma, 22 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 175. — Autografa.

 

Nobilissime et Excellentissime Domine,

Pax Christi et paratissima officia.

 

Triplicibus ad D. V. Excell. datis literis Paduam absque recepto responso, quartas addo, easque non Paduam, quam D. V. Excell. deseruisse cognovi, sed Florentiam, quam D. V. Excell. pro tempore inhabitare a nonnullis Societatis Patribus, quibuscum de D. V. Excell., pro ea quam ipsi porto amicitia, non vulgariter sum conversatus, intellexi, per meliorem, ut potui, commoditatem dirigere volui. Et licet praeteritarum mearum, Paduam directarum, literarum nunc repeterem argumentum, quia tamen Professor Collegii Romani Mathemathices, Pater Societatis, Malchot([91]) nomine, cum magna tum propria sua tum mea laetitia, D. V. Excell. huc brevi venturam ex unis D. V. ad Patrem Clavium datis mihi indicavit, omnia coram potius quam hisce literis cum D. V. Excell. peragere decrevi; haec solum addens, dignetur mihi D. V. Excell. non moleste mihi gratificari, et illa in inclusa hac schedula denotata, si possibile est, aut mittere, si adventus D. V. Excell. diutius forte tardaret([92]), aut secum ipsa adfferat. Eum enim quem, authore D. V. Excell., cum mihi([93]) simul cum D. Petingero([94]) Paduae Compassum suum Militarem et Geometricum explicaret, ad […] mathematicam apposui animum, non modo non deposui, sed in dies auxi: nec dubito([95]) fore ut D. V. Excell., quam mihi affectionatissimam semper agnovi, et in hanc meam descendat petitionem, atque secum a me petita afferat, cui ego, cum summa gratiarum actione, omnia libentissime persolvam; sed etiam fore ut D. V. Excell. me qui, mutata sententia, pro aula Suae Sanctitatis Collegium Germanicum pro aliquo tempore, ad finiendam meam theologiam scholasticam, delegi, impetrata a Sua Sanctitate licentia, non gravate sit visitatura, quatenus dulcissima simul et doctissima D. V. Excell. conversatione aliquantulum frui, et multum ex illa utilitatis capere, possem. Interim D. V. Excell. pro itinere Romano omnia fausta et felicia precor, ac precibus meis apud Deum impetrare conabor, meque D. V. Excellen. amicissime commendo. Gratia Dei nobiscum.

 

Datum Romae, 22 Ianua. 1611.

D. V. Excellen.

 

 

Addictissimus et Sincerus Amicus ac Servus

Ioannes Fridericus Breiner,

Liber Baro, Suae Sanctitatis Camerarius

et Canonicus Olomucensis.

 

Notata.

 

Tractatus copiam unam in Compassum Militarem.

Syderium Nuncium.

Ac duos bonos circinos, qui Romae hic non inveniuntur.

Unum tale instrumentum, ut D. V. Excell. mihi supra moenia Paduana exhibuit videndi in longum.

Et si D. V. Excell. in promptu haberet instrumentum ipsum, seu Compassum Geometricum et Militarem, cuius usum mihi Paduae ante annum monstravit.

Quae omnia D. V. Excellen. cum summa gratiarum actione persolvam, meque vicissim D. V. Excell. ad omnia paratum et promptissimum offero.

 

 

 

466**.

 

CRISTOFORO GRIENBERGER a GALILEO in Firenze.

Roma, 22 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 64-65. — Autografa.

 

Galileo Galileo, Viro Clarissimo, et novorum longeque admirabilium spectaculorum primo fortunatissimoque assertori, Christophorus Grienbergerus S.

 

Quod pluribus, ne dicam omnibus, hoc etiam mihi circa tuas caelestium prodigiorum observationes fateor accidisse. Nuncio enim tuo Sidereo etsi derogare fidem penitus nec potuerim nec debuerim, quia tamen in perspicillis multas inesse fraudes hallucinationesque plurimas non ignorabam, verebar inprimis ne saltem quatuor illa sidera, quae per vitra te primum adspexisse circa Iovem multis asserebas, vitrea potius essent nuncupanda, fragilitatique obnoxia, quam Medicea, et Medicea firmitate digna. Suspicabar enim, ex quatuor superficiebus duorum perspicillorum eiusdem Iovis quatuor simulachra a te conspecta fuisse, vitrique fuisse vitium potuisse, quod non eodem semper loco visa sint. Suspitioni ansam dederat experientia. Nam, praeter lumen duas inter tabellas vitreas inclusum, quatuor eiusdem luminis imagines, quatuor ex superficiebus (ut mihi videtur) reflexas, ipse cum aliis non semel adverti. Nec dubito me suspicioni huic firmius adhaesurum fuisse, si tunc etiam in astris eam multiplicationem observassem, quam non ita pridem videre contigit in Marte. Cum enim nostro in perspicillo, vitro acuto aliud multo acutius substituissem, eoque Martem, diligentius intuitus fuissem, vidi non unum sed duos Martes, eiusdem fere magnitudinis et splendoris, atque adeo clare ut iam credere inciperem, vere Martem duplicatum esse nec velle cedere tricipiti Saturno; idque omnino apud me statuissem, nisi alia quaedam observatio acutioris illius vitri vitium aperuisset: manifeste enim nunc expertus sum, ad diversum instrumenti situm, mentitum Martem nunc Martis veri dexteram, nunc levam([96]), et pedes modo, modo caput, obsedisse.

Lunae quoque scabrositas inprimis nova mihi peneque incredibilis visa est, sed multo incredibilior ratio, quam Nuncius tuus eloquentissimus, tantae novitatis novam, ne dicam paradoxam, dabat; et quamvis satis probabiliter novorum effectuum([97]) novas causas astruere videntur, montes tamen ac valles libenter cum aliis causis, minus montuosis, permutassem. Unde cum, narrando, eo Nuncius tuus devolutus fuisset, ubi de illo lumine agitur quod in noviluniis et prope novilunia luna e terris recipit, cogitare coepi, scabrositatis illius quae in luna apparet veram causam esse, non quod re vera partes aliae aliis in luna sint eminentiores vel demissiores, sed quod luna, veluti speculum sphaericum convexum, terrae nobis inaequalitatem repraesentet. Neque enim video, cur, si lumen e terris repercussum ad lunam pervenire possit, non etiam species rerum terrestrium, quarum lumen illud est instar vehiculi, ad eandem lunam perveniant, et si perveniunt, cur a nobis videri non possint: et quod de lumine solis repercusso tu ipse asseris, cur idem de lumine lunae in pleniluniis non asseratur, non video; ita ut, deficiente solis lumine in pleniluniis et prope plenilunia, ipsum lumen lunae, demissum in terras, e terris iterum ad lunam redeat, et vanam terrae faciem, secum deferens, speculo lunari appingat. Quo statuto, videbam etiam nullo negotio reddi posse causam, quare in pleniluniis orbita lunae non fracta et interrupta, ut ratio montium postulat, sed integra et circularis, deprehendatur. Ratio enim erit, quia luna non est rotunda et sphaerica, et ideo mirum non est si talis apparet; quod vero in partibus intermediis varietas et inaequalitas luminis appareat, hoc ideo contingit, quod solum ex illis partibus speculorum sphaericorum rerum obiectarum species ad visum nostrum perveniant, non autem ex partibus prope orbitam, ubi radii incidentes disperguntur potius quam uniantur. Sed instabat Nuncius tuus; et revera montes esse in luna, sic confìrmabat: Quemadmodum in terris, sole oriente, primo montium vertices, tum partes mediae, et tandem infimae, vallesque ipsae, illuminantur, ita et in luna contingit videre partes quasdam illuminari, quae postea sensim lumine augentur, et denique reliquis partibus luminosis coniunguntur: indicium igitur est, etiam in luna partes illas, primo illuminatas, aliis esse eminentiores. Ego vero hanc confirmationem ita mihi infirmare videbar, ut etiam de experientia dubitarem. In terris enim id ideo contingere animadvertebam, quia sol, motu suo diurno, sensim supra horizontem elevatur, ideoque sensim alias atque alias montium partes immobiles illuminat. In luna vero, quamvis etiam montuosam concederem, non vidi quomodo similes mutationes fieri possint, cum ipsa immobilis non existat, sed una cum sole motu diurno rapiatur, atque adeo eodem semper modo a sole illuminetur: quod enim a sole motu proprio recedat vel accedat, id mihi non videbatur tanti momenti, ut tam notabilem quam asseritur facere mutationem eadem nocte paucisque horis queat.

Atque haec sunt quae tunc mihi occurrebant contra Nuncium tuum Sidereum, cum me superiori anno in Sicilia, duobus fere mensibus post quam a te discessit([98]), Panormi convenisset, eramque omnino eius animi tecum, ut per literas de eisdem illico consultarem; quia vero propediem Romam reversurus eram, placuit tunc mutare propositum, et deferre mecum Romam officium scribendi. Cum vero superiori autumno Romam rediissem, atque ex Clavio intellexissem, eodem te quam primum venturum esse, iterum mutavi consilium, teque malui exspectare quam scribere ad te. Quamvis enim scribendo veteri meo desiderio ex parte satisfacere, explere tamen, nullo modo potuissem: explebitur vero, ut spero, ubi te, tuo famosissimo cum instrumento, coram conspexero, et te monstrante didicero quae hactenus discere diu multumque optavi. Sed placuit tamen etiam interea mihi satisfacere, praesertim quia ita postulare videtur tua benevolentia, quam postremis in literis ad Clavium datis erga me non obscuram monstrasti; quae etiam fecit ut tecum egerim liberius quam debueram, observationibus tuis, quas admirari potius suspicere ac defendere debueram, aliqua opponendo. Sed spero, facile dabis veniam quam hactenus pluribus dedisti, esque daturus multis aliis, quos adhuc sustines quidem adversarios, sed non times. Creditu difficillima, cuiusmodi sunt quae asseris, facile credi nec possunt nec debent; et sat scio quam durum sit, opiniones tot seculorum intervallo introductas, totque sapientum autoritate corroboratas, nunc demum deserere. Et certe nisi ipse, saltem eo modo quo per Romana instrumenta licuit, ea quae recenter et primus in orbem prodigia invexisti, ipse oculis propriis inspexissem, aliisque nonnullis commonstrassem, nescio si adhuc tuis rationibus assentirer. Sed iam experientia tandem didici, nequaquam hallucinationem esse, quod circa Iovem quatuor Iovianos satellites conspexeris, ultro citroque oberrantes; et quod de inaequalitate lunae asseris, vix aliter recte defendi posse; stellas etiam nebulosas et partes fere omnes caeli albicantes, minimarum quarundam stellarum copiam esse: et quamvis in Via Lactea non ubique tanta appareat multitudo quantam eiusdem amplitudo desiderat, id tamen ex aliis locis similibus concludi videtur, plurimas etiam illic esse, quamvis, prae nimia parvitate, per instrumenta hactenus fabricata non distinguantur. Iam Clavius, iam quotquot fere Romae nova phenomena inspexere, tecum sentiunt, vel minus certe quam antea a te dissentiunt; et ego sane plurimum mirarer, si quis reperiretur qui ea quae vidi viderit, non vero crediderit. Talis profecto non tecum, sed secum cumque sensu, volens atque ex industria, pugnaverit. Solis inexpertis aliquid concedendum putarem, si tamen quae alii, praesertim in observationibus practici, se vidisse affirmant, ipsi vidisse non negent.

Sed audire fortasse ex me desideras, quid quave ratione ea quae pauci videre praeter te, vel certe non sine te, ipse cum aliis viderim sine te. Sic ergo accipe. In Sicilia instrumentum quo novas viderem stellas, nullum offenderam; sed neque Neapoli, dum illic transirem: solum in luna inaequalitatem videre licuit, notatu dignam. Romani vero ut appuli, inveni ex nostris unum, Ioannem Paulum Lembum, qui, antequam quicquam intellexisset de tuis, perspicillis quibusdam, non tam ad imitationem alterius sed potius vi coniecturae factis, tum lunae inaequalitatem, tum stellas in Pleiadibus, Orione et aliis plurimas, observavit; Planetas tamen novos non vidit. Postea vero, non parvo cum labore ac diligentia, tantae perfectionis perspicilla fieri procuravit, ut etiam tuis, quae Romam ad diversos misisti, comparari vel etiam praeferri potuerint; quibus tandem novos Planetas, saltem puriore caelo, deteximus. Quod vero postea clarius eosdem agnoverimus, hoc omnino munificentiae Domini Antonii Santini tribuendum est, eiusque perspicillo quod secundo Patri Clavio Venetiis dono misit, quo quidem hactenus perfectius non vidi: quamvis enim non sit clarissimum, multiplicat tamen plus millies, immo millies et fere ducenties, facitque suum officium non male etiam cum diversis vitris concavis, quod in aliis non deprehendi. Hoc igitur instrumento iam fere a duobus mensibus non solum agnovimus manifestissime Iovialia Sidera, sed annotare etiam coepimus eorum varios situs; et antequam ex te intellexissemus modum tuum in notandis distantiis, usi sumus visa Iovi diametro, more tuo. Et quia saepius commoda offerebatur occasio inspiciendi Venerem, advertimus quidem illico nescio quid defectus in eius corpore: sed in principio id perspicillis potius adscripsimus quam astro; non multo tamen post, etiam ante quam a te moniti fuissemu[s], clarissime observavimus, non perspicillorum fuisse defectum, sed re vera Venerem, more lunae, sensim lumine deficere dum soli appropinquat. Et quidem per praedicta perspicilla videramus tunc Venerem non multo minorem dimidiata luna; postquam vero a te admoniti sumus, coepi etiam investigare modum ut eandem eo modo viderem quo lunam: id quod etiam ex parte assequutus videor; quamvis enim eius splendorem non penitus extinxerim, sustuli tamen eum qui umbrae luminisque confinia penitus distinguere non permittebat([99]). Et denique idem perspicillum ea ratione temperavi, ut eandem Venerem, non ipse solus sed plures alii mecum, et Clavius ipse, inspexerimus non, ut ante, quasi dimidiatae, sed vel omnino lunae aequalem, vel non multo minorem; et hoc ita esse, omnino comprobavit observatio ad vesperam Sancti Antonii facta, quando lunam uno oculorum visam sine perspicillo, et Venerem altero cum perspicillo, componere inter se concessum fuit: omnes enim qui tunc ad spectaculum aderant et viderant, aequalia inter se, quae videbant, se fatebantur videre. Quantum tunc desiderabam tuam praesentiam, ut per te approbarentur nostrae, qui observationes tuas approbare conamur! praevidebam enim non facile eandem, sed nec similem, redituram. Forsitan tuo tunc perspicillo, praedicto modo temperato, multo vidissemus Venerem luna maiorem.

Sed video me, scribendo, longius provectum esse quam proposueram: quare finem facio, et illud tamen ad extremum a te peto, ut, si grave non sit, quam primum ad nos mittas formae illius, in qua praecipue tua perspicilla elaboras, semidiametrum, nisi forte cum ea coincidat, quam ex convexitate perspicilli Santini collegi esse palmorum 2½. Pater Clavius, una cum reliquis matheseos([100]) studiosis, te plurimum salutat et avidissime mecum exspectat. Vale, et mihi tuos inter vel ultimum locum concede.

 

Romae, 22 Ian. anni 1611.

T.ae D.

In Christo Servus

Christophorus Grienbergerus.

 

Fuori: All'Ill.e Sig.re Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

467**.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Padova, 27 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 177. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r

 

Essendo debito mio far riverenza a V. S. alcuna volta con mie lettere, vengo con queste mie quattro righe a baciarle le mani, et avisarla come che, lodato Iddio, in Venetia se è retrovata una figlia speciale dal Cavaleto, abita in Realto, la qual puta ha receuto le stigmate; le quale ho vedute io questi giorni che sono stato a Venetia. Questa dalla fronte getta sangue, del quale diversi gentil'huomeni Venetiani ne hano hauti nelli facioleti; et si è veduto in questa un miracolo, che guardando una caldara da bugada, et essendo andata in estasi, cascò con un bracio nella bolente caldara, et con la testa nell'ardente foco, et rechiamata poi da soi fratelli si risvegliò, non essendo stata nè toca dal foco nè dall'aqua. Questo me è parso scrivere a V. S., per farla partecipe delle cose che qui occorono. Et non occorendomi altro, a lei di cuore baccio le mani, pregandola a favorirmi alcuna volta con sue lettere.

 

Di Padoa, li 27 Genaro 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Francesco Duodo

 

Fuori: Al molto Ill.re mio Sig.r Oss.mo

L'Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

468**.

 

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 173. — Autografa.

 

Ecc.mo Sig.r mio,

 

Non risposi per la passata, perchè non avevo anchora presentata la lettera al Sig.r Luca([101]), al quale è stata gratissima et me n'à fatto partecipe: del che molto mi rallegro, et ne presi nota per poterla recitare ad altri, fra i quali è stato il Sig.r Giambatista([102]) Strozzi et il Sig.r Ciampoli([103]), che la salutano.

Ò inteso ancho di qua del Padre Clavio, che dice che à visto i nuovi pianeti, et così uno altro suo compagnio, dicano([104]) essere maggiore del Padre Clavio, il quale à non so che detto avere altre osservationi della mattina più di quello di V. S. L'ò sentito da terze persone, perchè non li conoscho, oltre che sono molto ocupato([105]) per servizio della cappella di Sua Santità, nella quale tiro inanzi molto allegramente: nè mi rimane altro di disgusto in questo mondo, se non di non la potere e godere et vedere anchor io et sentire di tante bellezze del cielo: ma se a Dio piacerà, finito l'opera, che sarà a Agosto, voglio venire a stare due mesi costì, et imparticolare per veder lei, alla quale cor ogni affetto le bacio le mani.

 

Di Roma, il dì 28 di Gennaio 1611.

Saluti il Sig.r Amadori([106]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Servitore Aff.mo

Fuori: Allo molto Ill.re et Eccl.mo Sig.r mio

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

469*.

 

LUCA VALERIO a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 gennaio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 110. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Rallegromi moltissimo con V. S. et della sua racquistata sanità et delle sue mirabili osservationi fatte intorno a Venere, com'ancor fa la S.ra Margherita([107]), rendendole li saluti duplicati, e dicendole che i compagni di Giove, scoperti da V. S., apporteranno grand'utile alli giudicii astrologici, poi ch'è stato osservato molte volte che tal pianeta, con li medesimi aspetti o congiuntioni et altre circostanze, si è mostrato negli effetti da sè medesimo molto differente, non sapendosi la causa della varietà non per altro che per la ignoranza di quest'altri lumi, come si dee credere. Dunque V. S. séguiti pur l'impresa; ma la prego però a sollecitar l'opera De motu gravium, la quale grandemente desidero che venga in luce quanto prima sì per l'honor di V. S. come per l'utilità publica, havendo io in ciò riguardo più alla velocità del suo pellegrino ingegno che alla difficultà della materia: et se V. S. per mia consolatione si degnerà d'avisarmi a che termine l'habbia condotta, lo riceverò per favore singularissimo.

Quanto alla venuta sua, non credo che sia in Roma chi la desideri più di me; ma pregola a venirsene in tempo che quest'aria, ch'ogni dì muta stagione, non le sia dannosa, come che questo cielo alle gambe sia salutifero. Ma io m'assicuro che la prudenza di V. S. si consiglierà prima con Galeno.

Quanto all'Ill.mo S.r Filippo Salviati, gentilhuomo di bonissime lettere, come V. S. mi scrive, per esser tale, V. S. lo preghi ad accettarmi nel numero de' suoi servitori, benchè inutile. Nè havendo altro che scriverle per hora, bacio a V. S. le mani, come fa ancor la S.ra Margherita, augurandole da Dio felicità.

 

Di Roma, li 28 di Gennaro 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Luca Valerio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

470.

 

GALILEO a Marco Welser [in Augusta].

[Firenze, febbraio 1611.]

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 40-41. — Minuta autografa. A car. 41t. Galileo annotò: «Copia d'una lettera scritta da me al Sig. Velsero».

 

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

 

Altro stile che quello di un semplice, anzi rozo, matematico saria necessario per condegnamente rispondere alla gentilissima lettera di V. S. Ill.ma delli 7 del passato([108]); ma benchè dalle note della voce e della penna io resti di sì lunga mano superato et confuso, procurerò almeno che negl'affetti dell'animo io non sia([109]) vinto, se non in quanto una sola stilla della grazia et del favore di V. S. è senza misura da pregiarsi più che l'intera mia servitù et devozione. Condoni pertanto la sua benignità le imperfezioni et mancamenti del mio ingegno alla prontezza et osservanza della buona volontà; nè meritando io di essere arrolato tra i suoi cortigiani([110]) facondi, assai grato luogo mi sarà tra i servidori sinceri: et tale gli sono et sarò in perpetuo.

Io sto con desiderio aspettando risposta dal S. Brenggero, et tanto più, quanto mi è nata speranza che ei possa restare appagato di quanto riscrissi, da l'intendere la satisfazione dell'altro amico di V. S.([111]), sì come ella mi avvisa; ancor che questo, in genere, non stimi per concluso necessariamente quanto ho scritto circa la inegualità della superficie lunare, di che adduce alcune ragioni, le quali io non interamente capisco. Però mi scuserà V. S. se forse nel rispondergli io non interamente le satisferò.

Et dove nel principio dice «Ex actenus allatis etc.([112])», videtur in corpore lunari plures superficies considerare; particula enim maximam contradistintionem importare videtur ad alias superficies non maximas, ut in sphaera([113]) circuli quidam maximi vocantur ad distintionem minorum, in eadem sphaera descriptorum: at in solido([114]) quolibet plures superficies considerare, novum et inauditum mihi est. Veluti igitur corpus terrestre una superficie terminatur, quae non exacte([115]) sphaerica, sed aspera est; ita dico ego, ae superficiem non sphaericam exacte, sed asperam, lacunis, inquam, et eminentiis confertam. Atque inde improprie quoque dictum videtur quod sequitur: «cum ipsa superficies  maxima etc.»: ae enim superficies a verticibus montium, a montibus ipsis, a depressioribus partibus, et omnino ab omnibus extimis et apparentibus partibus, simul desumitur.

Prosequitur: «Hoc solum constat etc.». Omitto, quod improprie dicitur, praeeminere extra circulos maximos ae montes: omnes enim eminentiae ad maximos circulos referuntur; mensurantur enim per perpendiculares lineas, iuxta quas maximorum tantum circulorum superficies extendutur. Considero autem, velle authorem, ex a me allatis phaenomenis lacunas potius ac voragines solum introrsum, non autem montes extra praeeminere; quod tamen falsum est. Nam si superficies , alioquin aequabilis ac perpolita, lacunis tantum hinc inde scateret, profecto in confinio luminis et umbrae sinus tantum aliqui obscuri intra luminosam partem([116]) curvarentur, ut in apposita figura; nullae autem cuspides illuminatae, omnino a plaga lucida separatae, intra tenebras reliquae partis emicarent: cuius oppositum docet experientia. Amplius, omnes fere magnae et antiquae maculae, quae scilicet acie naturali videntur, iugis altissimis sunt circumvallatae; quod inde constat, quia, dum terminus illuminationis super ipsas maculas transit, supra infraque illas prominent veluti promontoria quaedam, super tenebrosam partem scandentia longoque ductu extuberantia, ut altera prae se fert delineatio: quod nulla ratione in superficie aequabili, at cavitatibus tantum nonnullis corrosa, locum potest habere. Amplius, maculae illae nigerrimae([117]) quae procul a confinio lucis intra partem luminosam creberrimae visuntur, si voragines solum, infra superficiem  excavatae, forent, nullis montium iugis circumseptae, earum orificia ex adverso solis posita nullam profecto proiicerent umbram: modo experentia contrarium docet. Ut enim in apposita figura cernitur, veniente illuminatione ex a, circumlimbus c clarius fulget; quasi enim montium dorsus, lumen directe magis recipit: hunc sequitur obscurissima lacuna D, obice montium c et propria profunditate obumbrata: post hanc habes alterum dorsum e, satis clarum, quem sequitur umbra f, quae quidem umbra una cum lucidiore parte c non adessent, si simplex lacuna D infra planum excavaretur. Huiusmodi autem figuras sexcentas videas licet in . Scopuli quoque, quales circa notam B depictos habes, apparent plures, quorum pars soli exposita lucidissima conspicitur, aversa autem obscura; umbrae quoque eorum in plano extensae videntur.

Concludit demum, phaenomena([118]) a me allata phylosophos nondum avertere, qui meas maculas obscuras, lacunas potius intra ae soliditatem, veluti lapillos diversicolores in cristallino globo, esse affirmabunt, extrema interim  superficie pellucida ac perpolita existente. Hic, primum, admoneo([119]), meas istas nigerrimas maculas re vera nil aliud esse quam umbras; quandoquidem augentur, imminuuntur, abolenturque omnino, mutantur a destra in sinistram et e contra, prout solis iradiatio modo oblique, modo directe, modo ex occidente, modo ex oriente, in am incidit: quorum effectuum nulla rationabilis assignabitur causa, nisi ipsius superficiei inaequalitas. Esse deinde lacunas istas repletas materia aliqua diafana, adeoque pellucida ut visum nostrum([120]) et solis irradiationem nullatenus impediat, quominus et sol illas efficere nosque eas intueri possimus; philosophis ipsis demonstrandum relinquo. Ego enim dum assero, ae superficiem esse asperam instar superficiei terrae, pro a intelligo corpus illud per se tenebrosum atque opacum([121]), quod, cum solis lumen recipere ac coibere sit potens, illustratur ac visibus nostris exponitur; ob idque toto caelo a pellucido et invisibili aetere, sibi circumfuso, discrepat: idque tale a nobis visum corpus eminentias cavitatesque innumeras in superficie habere, assero. At si quis pro a, non corpus illud tantum quod videmus, sed circa([122]) hoc invisibilem quandam materiam atque imaginatam, accipere velit; iste idem, nec minus rationabiliter([123]), terram quoque perfecte sphaericam faciet, vallibus illius atque lacunis aëre circumfuso repletis, aëreaque et imaginaria superficie per altissima montium fastigia extensa, molem terrestrem ex suo determinans arbitrio. Dixissem, consimilem huic phylosophycae ae extitisse terram, si tempore diluvii Noë gelu strictum mare relictum fuisset: at aquae, licet limpidissimae, tanta non inest pelluciditas ac transparentia, ut visibus nostris in tantam profunditatem prebeat transitum ad scopulorum infernorum umbras distinguendas. Obducant igitur necesse est visibilem([124]) am diafana quadam substantia, vitro, crystallo, adamante, aqua ipsa multis partibus pellucidiori, quale unum tantum esse aetera sensus nos docent. Verum, statim atque effectum id fuerit, quid aliud inde colligemus, nisi quod lunare corpus visibile superficie quidem aspera terminatur, sed in aethere locatur?

Ma forse troppo mi sono disteso, et, come ben dice ella, lo strumento eccellente per avventura rimoverebbe ogni dubbio, sì come è accaduto de i Pianeti Medicei, li quali, dopo essere per lungo tempo stati negati fermamente da matematici eminentissimi, sono in ultimo stati conosciuti et confessati, dopo che sono stati veduti da essi([125]). Ma quello di che mi meraviglio non poco, è che dell'havergli loro riconosciuti per verissimi pianeti, non ne adducono incontro alcuno che da me non sia stato scritto et publicato([126]) innanzi: che se pure producessero qualche necessario requisito da me pretermesso, potrei credere che mi havessero reputato veridico, ma difettoso nell'arte; dove che([127]) così non veggo di poter fuggire la nota, da me abominatissima, di esser da loro stato reputato bugiardo.

Quanto alle nuove osservazioni fatte da me, posso dirgli, come da 8 mesi in qua ho osservato continuamente, Saturno non essere una stella sola, ma tre così disposte , etc.

 

 

 

471.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze

Padova, 4 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 10. — Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Io son di Padova, dove ho incominciato a divulgare la dechiaratione dell'enigma Venereo, con stupore di questi SS.ri filosofi, se bene si rendono più facili a credere questa osservatione, che non fecero quella delle Stelle Medicee: credo che si vergognino, e dubitino che tanto maggiore non appaia la loro ignoranza, overo ostinatione. Sinhora V. S. ha penetrato i secreti della luna, di Venere, di Mercurio, di Giove e di Saturno; non veggo che ancora ella s'accosti al sole: sovvienle forsi il caso di Fetonte o d'Icaro, che l'uno e l'altro, per avvicinarsi troppo a quello, restorno malamente trattati. Mi piace anco vederla sinhora lontana dal furibondo Marte, tanto più doppo ch'ella s'è incominciata ad intricare con Venere sua favorita, acciò non li venisse qualche furore di gelosia, e li facesse qualche strano incontro. Diedi subito parte al S.r Velsero di tutto: sarà facil cosa che questa settimana ventura habbi qualche sua in tal proposito.

Ho referto anco a M.r Belloni([128]) quanto V. S. mi scrissi, e così al Dottore suo fratello, quali pure havevano ricevuto una cortesissima lettera di V. S.: e sappia che hanno collocate tutte le loro speranze in lei([129]). Però la supplico io di nuovo a prestarle tutto quell'aiuto e favore che mai è possibile, acciò detto Dottore ottenghi tal gratia, tanto da lui desiderata.

Ho fatto le sue raccomandationi con questi RR. Pignoria et Sandelli: amendua le baciano con ogni affetto le mani, sì come pur facc'io, pregandole da N. S. ogni vero bene.

Di nuovo non so che vi sia cosa di momento.

 

Di Pad.a, alli 4 Feb. 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

472*.

 

GIULIANO DE' MEDICI a GALILEO in Firenze.

Praga, 7 febbraio 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 44. — Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

 

Detti subito al Sig. Gleppero la lettera di V. S. con la dichiaratione di quella antecedente, che ne restò ammirato et contentissimo, sì come egli mi dice volerlo scrivere da per sè a V. S.; che se lo farà di questa settimana, sarà qui alligata la lettera. Ne feci ancora parte al Sig.r Consigliere Vaccher([130]), persona singularissima in questi paesi, il quale è diventato innamoratissimo di V. S. a vedere che ella dimostri la verità di molte cose che dice egli havere sempre credute che stessero per quel verso; e spera che habbi ancora a passar molto più oltre, et la pregha a continuarci de' lumi del suo singular ingegnio: et vorrebbe che V. S. dessi una volta una scorsa per la Germania, chè spererebbe([131]) fussi per ritornarsene sodisfattissima.

Il Sig. Seghetti([132]) se ne è ito in Pollonia a vedere que' paesi, in compagnia del Sig. David Riches([133]); et il Sig.r Asdalio per mille volte risaluta V. S. Et baciandoli le mani, le pregherò da Nostro Signor Dio ogni felicità.

 

Di Pragha, a' 7 di Febbraio 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.re Aff.mo

Giuliano Medici.

 

Fuori, d'altra mano: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Honor.mo

Il [Sig.] Galileo Galilei, Filosofo e Matematico di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

473*.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze

Padova, 10 febbraio 1611.

 

La lettera è, autografa, nella Bibl. Naz. Fir., Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 179; la poscritta (lin. 30-40 [Edizione Nazionale]), pur autografa, in un fogliettino a parte che è pure nei Mss. Gal., P. III, T. X, car. 52a.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Credevo haver questa settimana lettere dal S.r Velsero, in risposta della mia ch'io le scrissi a Vicenza, dandoli raguaglio dell'interpretatione della cifra; ma sinhora non è comparso niente, e me ne maraviglio. Ho mostrato detta interpretatione al giovane([134]) che scrisse contra l'Orchi, il quale restò maravigliatissimo di tal osservanza, nè seppe, così all'improviso, farle altra oppositione se non che l'occhiale può ben far che una cosa che non si vedeva senza quello, con quello si vegga, et anco quelle che si veggono, possino apparerci più grandi; ma che una cosa che si vede, mutti forme e sembianze, differenti da quelle che si veggono, li par strana cosa: onde, vedendo noi, con la nostra vista ordinaria, Venere sempre piena e rotonda, senza accorgersi mai d'alcuna crescenza o dicrescenza, non la sapeva ben capire.

Qui ancora non s'è fatta provisione di Mathematico. Intendo che il Conte Ingolfo([135]) s'affatica a Venetia quanto può: che se ottenisse, il nome di V. S. e la sua reputattione è speditta, succedendo nella sua cathedra un mathematico et un filosofo così eminente. Non habbiamo nello Studio alcuna nuova di momento: va assai quieto, ma con molto pochi scolari.

Io son di nuovo sforzato a raccomandare, con quel maggior affetto ch'io so e posso, il S.r Dottor Belloni per la lettura di Pisa a V. S.: di gratia, vi metta tutto lo spirito, poichè è opinione communissima di tutti, che se essa vorrà adoprarsi vivamente, resterà compitamente consolato. Qui, per dirlo confidentemente a V. S., s'è detto ch'ella habbia racordato a S. A. Ser.ma il Papazzone([136]). Per l'amore che V. S. porta et ha portato a Padova, adopri il suo favore a pro di esso Belloni, poichè nella sua persona darà compita sodisfatione a molti altri suoi amici e servitori. Staremo a sentire qualche buona novella: in tanto le prego da N. S. compita sanità e felicità, e le bacio le mani.

 

Di Pad.a, alli 10 Feb. 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Havevo già serrata la lettera, quando m'è arrivata quella del S.r Velsero, che mi scrive:

«Rendo gratie a V. S. per l'aviso della nuova inventione del S.r Galileo circa la stella di Venere, che certo è curiosa e bella, se bene io non comprendo come ne segua necessariamente che Venere aggiri intorno al sole; perchè, se bene tutti gli astrologhi veggono crescere e diminuire la luna, non inferiscono però, il sole esser centro del moto della luna. Ma il S.r Galileo debbe formar l'illatione non precisamente da questa sola osservatione. Credo ne haverà dato parte subito al S.r Keplero, ma a cautela ne ho pur scritto ad un amico mio a Praga. Mi dispiace che la mia risposta tardi tanto a giongere a Firenze; pare habbia voluto far parallelo con la lettera del detto S.r Galileo.»

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

franca.

Fiorenza.

 

 

 

474**.

 

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 11 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 12. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio,

 

Ho inteso dalla sua delli 4 dello corente, come haveva receputo l'informatione che l'havevo mandato in matteria del negotio del S.re Pappazone, del quale n'haveva trattato con il G. D., aggiungendomi che v'erano altri, portati da eminentissimi personaggi; di che non mi maraviglio, nè temo punto, poichè so quanto caldamente haverà portato il negotio; et mi persuado in modo che ne vedremo, come lei mi significa, buono essito. Ma se si ha da fare ellettione di sogeto che assai meriti et habbia fama et possi rendere la cattedra famosa e lo Studio insieme, non ho paura che alcuno passi inanti allo S.re Pappazzone, chè io confesso restare talhora stupito amirando la profonda dottrina di esso, con nuove espositioni et nuova filosofia ancora. Ho dato conto del successo et delli offitii fatti al detto Signore, quale mi ha di nuovo confirmato quanto io ho scritto a lei, rimetendosi alla prudenza sua; et haverebbe esso scrito ancora, se non restasse occupato in certe sue facende: et vive dessideroso di servirla in qualche occasione, per poterli mostrare quanto stimi e lei et il valor suo, et la saluta con ogni affetto. Non manchi dunque di favorirlo, chè l'assicuro io che favorisse persona meritevole; et io all'incontro le ne terrò quell'obligo che devo.

Il Sig.re Magino le bacia le mani infinitamente. Costì in Firenze de me ipso multi multa loquuntur: non mancano censori in tutte le occasioni. Mi ami, et le facio riverenza.

 

Il dì 11 Febraro, in Bologna, 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re di cuore

Gio. Ant.o Roffeni.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Math.o del Serenis.mo Gran Ducca di Toscana, a

Firenze.

 

 

 

475.

 

MARCO WELSER a CRISTOFORO CLAVIO [in Roma].

Augusta, 11 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 20t. — Cfr. l'informazione premessa al n.° 270.

 

Molto R.do S.or P. Oss.mo

 

Dalla lettera di V. R.za resto sincerato et assicurato con molto mio gusto de' miracoli trovati dal S.or Galilei circa le stelle di Giove, Saturno et Venere, perchè sin hora, non ostanti le tante sue asseverationi, ne restai sempre con qualche scrupolo, sapendo quanto facil cosa sia l'ingannare sè stesso ancora non pensando, et che però difficilmente si suol credere alli attestanti in causa propria. Hora resta solo di ammirare l'immensa bontà et grandezza d'Iddio, humiliandoci sotto la potente Sua mano, che con questo mezo ci fa conoscere quanto poche siano le cose da noi conosciute a proporzione delle ignorate, eziandio tra quelle che dalla speculatione dell'humano ingegno sarebbon penetrabili….

 

 

 

476.

 

GALILEO a PAOLO SARPI [in Venezia].

Firenze, 12 febbraio 1611.

 

Riproduciamo questa lettera dall'edizione Padovana delle Opere di Galileo, Tomo II, pag. 558-560, nella quale venne per la prima volta pubblicata, senza indicazione della fonte da([137]) cui fu tratta.

 

Molto Rev. Padre e mio Signore Colendissimo,

 

È tempo che io rompa uno assai lungo silenzio; sebbene ove ha taciuto la lingua e quietato la mano, ha però continuamente parlato il pensiero, ricordevole in tutti i momenti della virtù e dei meriti di Vostra Sign. Molto Rev., siccome degli obblighi infiniti che gli tengo. Io non innarrerò perdono di questa mia apparente negligenza verso i debiti che ho seco, come quello che son sicuro che ella non dubiti che in qualunque occorrenza concernente al suo o mio bisogno avrei avuta la penna non meno pronta dell'animo e dell'effetto ad ogni debito dell'antica amicizia e della osservanza che ho alla sua persona. Ora, stimando io che ella, per l'affezione verso di me, sia per volentieri intendere dello stato mio, sì quanto al corpo come quanto alla fortuna e quanto alla mente, vengo non meno volentieri a darle di ciascheduno di questi particolari contezza.

E prima, quanto al primo, non posso veramente dirle cosa nè di suo nè di mio gusto, provando, per il disuso di tanti anni, questa sottilissima aria iemale crudissima inimica alla mia testa ed a tutto il resto del corpo; sì che le doglie per le mie freddure, il profluvio del sangue, con una grandissima languidezza di stomaco, mi tengono da tre mesi in qua debole, disgustatissimo, melanconico, quasi continuamente in casa, anzi in letto, ma però senza sonno e quiete. Solamente li giorni passati, che mi trattenni, mentre la Corte era a Pisa, per lo spazio di tre settimane coll'Illustrissimo Signor Filippo Salviati, gentiluomo di grandissimo spirito, in una sua villa in questi poggi, stetti assai bene, e conobbi immediate la bontà di quell'aria, e in conseguenza la malignità di questa della città; sì che mi converrà far pensiero di farmi abitator dei monti, se no de' sepolcri: ed in questa occasione, ritornato il Serenissimo Gran Duca ed inteso il mio stato, mi ha per sua benignità fatto offerta dell'abitazione di qual mi piacesse delle sue ville qui circumvicine, di aria perfetta. Ma non solo in questo, anzi in ogni altro particolare concernente al mio comodo, provo la benignità di questo Signor inclinatissima a favorirmi: onde non devo della fortuna querelarmi, come dell'abito del corpo.

Quanto alle occupazioni della mente, non mi è mancato che fare, a difendermi con la lingua e con la penna da infiniti contraddittori e oppositori contro alle mie osservazioni; sebbene non me la sono nè anco presa con quell'ardore che pareva a molti che contro all'ardire degli opponenti fusse bisognato, essendochè ero certo che il tempo averebbe chiarite tutte le partite, siccome in gran parte è sin qui succeduto. Poichè i matematici di maggior grido di diversi paesi, e di Roma in particolare, dopo essersi risi, ed in scrittura ed in voce, per lungo tempo e in tutte le occasioni e in tutti i luoghi, delle cose da me scritte, ed in particolare intorno alla luna ed ai Pianeti Medicei, finalmente, forzati dalla verità, mi hanno spontaneamente scritto, confessando ed ammettendo il tutto; talchè al presente non provo altri contrari che i Peripatetici, più parziali di Aristotele che egli medesimo non sarebbe, e sopra gli altri quelli di Padova, sopra i quali io veramente non spero vittoria. Queste occupazioni non mi hanno però interamente rimosso dalle inquisizioni celesti, sì che io non abbia potuto investigare qualche altra cosa di nuovo: di che devo far parte a V. S. molto R., e per lei a quei miei Signori e Padroni che ella sa che sono per sentirla volentieri.

Parmi ricordare che sino l'Agosto passato io conferissi seco l'osservazione di Saturno: il quale non è altramente una sola stella, come gli altri pianeti, ma sono tre, congiunte insieme in linea retta parallela all'equinoziale; e stanno così , cioè la media circa quattro volte maggiore delle laterali, le quali sono tra di loro eguali. Non hanno, in sette mesi che le ho osservate, fatta mutazione alcuna; onde assolutamente sono tra di loro immobili, perchè (giacchè sono così vicine che pare che si tocchino) ogni moto che avessero, benchè minimo, si saria fatto sensibile. Perchè, per mio avviso, il diametro delle due minori non arriva a quattro secondi: sicchè, o si sariano totalmente congiunte con la media, o evidentemente separate, quando il lor moto fusse anco dieci volte più tardo di quello delle stelle fisse; tuttavia, come ho detto, in sette mesi non hanno fatto mutazione alcuna, se non di mostrarsi più piccole tutte tre per la maggiore lontananza dalla terra, ora che sono alla congiunzione, che quando erano all'opposizion del sole: la qual differenza è sensibilissima.

Stimando pure esser verissimo che tutti i pianeti si volghino intorno al sole come centro dei loro orbi, e più credendo che siano tutti per sè tenebrosi ed opachi come la terra e la luna, mi posi, quattro mesi sono, a osservar Venere, la quale, essendo vespertina, mi si mostrò perfettamente rotonda, ma assai piccola; e di tal figura si mantenne molti giorni, crescendo però notabilmente in mole. Avvicinandosi poi alla medesima digressione, cominciò a sciemare dalla rotondità nella parte verso oriente, ed in pochi giorni si ridusse ad esser semicircolare; e di tal figura si mantenne circa un mese, senza vedersi altra mutazione che di mole, la quale notabilmente si accresceva. Finalmente nel ritirarsi verso il sole cominciò ad incavarsi dove era retta, ed a farsi pian piano corniculata: ed ora è ridotta in una sottilissima falce, simile alla luna quattriduana. La mole però della sua sfera è fatta tanto grande, che dalla sua prima apparizione, quando la veddi rotonda, a che si mostrò mezza ed a quello che si vede adesso, ci è la differenza che mostrano le tre presenti figure .

Sciemerà ancora sino alla occultazione, ed a mezzo quest'altro mese la vederemo orientale, sottilissima; e seguitando di lontanarsi dal sole, crescendo di lume e sciemando di mole, nello spazio di tre mesi incirca si ridurrà a mezzo cerchio, e tale, senza conoscervi sensibile mutamento, si manterrà circa un mese; poi, seguitando sempre di sciemare in mole, si farà in pochi giorni interamente rotonda, della qual figura si mostrerà per più di dieci mesi continui, trattone quei tre mesi incirca che starà invisibile sotto i raggi del sole.

Or eccoci fatti certi che Venere si volge intorno al sole, e non sotto (come credette Tolommeo), dove mai non si mostrerebbe se non minore di mezzo cerchio; nè meno sopra (come piacque ad Aristotele), perchè se fusse superiore al sole, non si vedrebbe mai falcata, ma sempre più di mezza assaissimo, e quasi sempre perfettamente rotonda. E l'istesse mutazioni son sicuro che vedremo fare a Mercurio. Perchè poi tali diversità di forme e di grandezze in Venere siano impercettibili con la vista naturale, so io benissimo per le sue cagioni non occulte all'ingegno di Vost. Riverenza: tra le quali la piccolezza e la gran lontananza di essa Venere, in comparazion della luna, ne è la principale, siccome anco l'esperienza ci mostra; perchè rivoltando il cannone sì che rappresenti gli oggetti piccoli e lontanissimi, la medesima luna, quando è corniculata di tre giorni e non più, ci apparisce rotonda e radiante, similissima a Venere veduta con la vista naturale. Siamo in oltre da queste medesime apparizioni di Venere fatti certi come i pianeti tutti ricevono il lume dal sole, essendo per lor natura tenebrosi. Ma io di più sono, per dimostrazione necessaria, sicurissimo che le stelle fisse sono per sè medesime lucidissime, nè hanno bisogno dell'irradiazione del sole; la quale Dio sa se arriva in tanta lontananza.

Ho finalmente investigato il modo di poter sapere le vere grandezze dei pianeti tutti: nell'assegnar delle quali, trattone il sole e la luna, si sono ingannati quelli che ne hanno trattato, in tutti gli altri pianeti grandissimamente, ed in taluno di loro di più di seimila per cento.

Quanto ai Pianeti Medicei, vo continuando di osservargli; ed avendo migliorato lo strumento, gli scorgo più apparenti assai che le stelle della seconda grandezza: di che ne è certo argomento il vedergli adesso poco dopo il tramontar del sole, ed un pezzo avanti che si scorghino i Gemelli o il Cingolo di Orione. E spero di aver trovato il modo da poter determinare i periodi di tutti quattro; cosa stimata per impossibile dal Keplero e da altri matematici.

Io speravo di esser per venir costà questa quadragesima, per ristampar queste mie osservazioni: ma mi sono tanto multiplicate per le mani, che mi sarà forza indugiare a fatto Pasqua. Intanto non voglio mancar di dire a V. S. molto R. e all'Illustris. Sign. Sebastiano Veniero, che caso che gl'Illustriss. Signori Riformatori non abbino fin qui fatto provisione di Matematico per Padova, voglino proccurar di trattenergli; perchè spero di esser per metter loro per le mani persona di grande stima([138]), ed atta a poter difendere la dignità ed eccellenza di così nobil professione contro a quelli che cercano di esterminarla, li quali in Padova non mancano, come benissimo sanno. E so che tali proccureranno che sia condotto qualche soggetto da poterlo dominare e spaventare, acciocchè se mai si scuopre qualche cosa vera e di garbo, ella resti dalla loro tirannide soffogata. Ma mi giova sperare nella prudenza di tanti che intendono in cotesto Senato, che non seguirà elezione se non ottima.

Ora io l'ho impedita assai: perdoni al diletto che ho di parlar con lei; e volendo favorirmi di sue lettere, potrà mandarmele, come questa, sotto quell'Illustriss. Signor Veniero. Restami a pregarla di farmi grazia di ricordarmi servitore devotissimo a tanti Illustriss. miei Signori, dei quali vivo, come sempre fui, devotissimo servitore; e con ogni affetto gli bacio le mani.

 

Di Firenze, li 12 di Febbraio 1610([139]).

Di V. S. molto R.

Servitore Devotissimo

Galileo Galilei.

 

 

 

477*.

 

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 12 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 181. — Autografa.

 

Molt' Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

La settimana passata non respuosi a V. S., sperando di potere haver quell'operetta del Sizio([140]) da mandarli, la quale nè anche è compita. Per quanto ho inteso dal proprio P. Inquisitore, ha bisognato che sii rimandata costì per acconciare alcune cose, in particolare dove asseriva che le nuove stelle mobili ritrovate erano de directo contra la Sacra Scrittura, e non portava autorità niuna: e parmi che quanto vi sia stato aggionto o acconcio, sia con senso mistico, e non fa al caso. Quando potrò mandarne a V. S. l'essemplare, lo farò subito, o lasserò ordine che sia mandato, poi che penso passare verso la città nostra ora al principio di quadragesima, credo per fermarmi qualche giorni o mesi; et in ogni loco, al solito, sono paratissimo et obbligatissimo per servirla. Di Roma anche io sono avvisato delle osservassioni che fanno; et ora non resta di huomini eminenti altri che contradichino alla verità asserta da V. S.

Il S.or Magagnati se la passa benissimo, et ha hauto parte da me di quanto mi ha ordinato. Attenda V. S. a conservarsi sano, e quanto prima faccia vedere alcuna cosa del suo; e non saria che molto approposito pensasse a far la fatica di nuove theoriche, chè certo V. S. si compareria perpetua gloria. V. S. faccia sapere al S.r Filippo Salviati, che quando sia in Lucca, penserò trovare una copia De insidentibus aquae con il Commandino([141]), e come ho fatto sapere al S.r Guadagni([142]), ne li farò havere. V. S. mi dia occasione di servirla, e li b. le m.

 

Di Ven.a, a 12 Febraro 1611.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

Ser.re Aff.

Ant.o Santini.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, in

Firense.

 

 

 

478.

 

MARCO WELSER a GALILEO in Firenze

Augusta, 18 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 42. — Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.r Oss.mo

 

La modestia di V. S., congionta colle qualità che sono palesi al mondo, mi fa sovenire un senso replicato più volte da persone spirituali in insegnare la buona strada della vera virtù: che gli edifici, quanto sono più alti et maestosi, tanto più tengono profondati gli fondamenti; nè altro le voglio replicar in tal materia, riaffermando solo che quale me le offersi nella prima mia lettera, tale sono et sarò sempre, riputandomi a molto favore se lei vicendevolmente non diminuirà nulla dell'amore che di presente mi porta.

Dal S.or Brenggero non ho visto altro; il che interpreto per tacita confessione di restar appagato delle solutioni di V. S. Ma certa ingenuità richiedeva, a dir il vero, che questa confessione venisse ancora espressa in iscritto, sì come ho pensiero di instare che segua.

All'altro amico([143]) communicarò quanto V. S. hora scrive. Io non dovrei anticipare di frametter la debolezza del mio giudicio; ma certo lei convince l'intelletto tanto chiaramente, et risolve gli dubbi dell'amico con tal sodezza, che stimo sia per arrendersi molto prontamente, riconoscendo l'obligo che tiene di esser insegnato con tal amorevolezza.

V. S. non si maravigli se per tutto incontra oppositori, poichè l'inaspettata novità della sua dottrina non poteva esser accettata dal mondo senza nota d'ignavia, se non precedeva lo squittinio de' rigidissimi esami. Il R.o P. Clavio mi scrisse ultimamente, confessando con molto candore ch'egli era stato duro et renitente a creder questi miracoli, ma che finalmente, con un buon istromento pervenutogli, si era chiarito talmente a vista d'occhio, che non gli ne restava dubbio alcuno. Et così dovranno fare poco a poco tutti gli maggiori della professione; o quando pure alcuno si ostinasse a negar il senso, non ne guadagnarà salvo la propria vergogna.

Mons.or Arciprete di Padova([144]) mi avisò l'osservatione di V. S. della stella Venere soli quindeci giorni sono: mi parve cosa tanto vaga et curiosa, che nulla più; se bene non comprendo ancora come se ne inferisca indubitatamente la centricità, per così di[re], del sole. Aspettando che il libro di V. S. me ne dia tutto quel lume che bisogna, ne vivo con desiderio singolare. Et perchè da Vinetia sono comparsi alcuni tubi visorii poco migliori delli ordinarii di qua, intendendosi che vi è maestro quale, coll'indirizzo di V. S., gli fa assai più esatti, se la me ne dirà il nome lo riputarò a favore, dando subito ordine ad amici che con esso trattino. Finisco con baciarle la mano et pregarle ogni perfetto bene.

 

Di Augusta, a' 18 di Feb.o 1611.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo Servit.e

Marco Velseri.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

479.

 

GALILEO a............

[Firenze] 25 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 52-55. — Copia di mano del sec. XVII. Di pugno di Vincenzio Viviani si legge sulla carta che ora precede la lettera (car. 51): «Copie. 1 lettera del 1610. Dal Sig.r Abate Luigi Strozzi». E sul margine superiore, a destra, della car. 52 il copista scrisse: «Copia di lettera di M. Galileo Galilei», cui il Viviani soggiunse: «Di Fir.e, al Sig.r.....». Di mano di Vincenzio Viviani sono pure poche postille, che, secondo il nostro istituto, non riproduciamo.

 

Molt'Ill.re Sig.re

 

Adì 25 di Feb.o 1610([145]).

 

Quello che mi occorre dire a V. S. molt'Ill.re per informazione sua e del Sig.r suo figliuolo, è questo.

Tenendo io pur ferma opinione che i pianeti tutti, per sè stessi, fussero corpi oscuri et opachi, come già si era certo della luna, e più stimando il sole esser centro di tutte le rivoluzioni d'essi pianeti, mi messi, 5 mesi sono, ad osservare col mio occhiale la stella di Venere, la quale si vedeva vespertina; e la veddi distintamente di figura rotonda e piccola assai, quale ero certo che doveva apparirci in quel tempo. Continuando poi di osservarla, andando ella verso la massima lontananza dal sole, cominciò a diminuire dalla perfetta figura circolare, mancando dalla parte verso oriente; e continuando di diminuire dal cerchio perfetto, in pochi giorni si ridusse alla forma semicircolare appunto, e tale, senza alterare la forma, si mantenne circa un mese, mentre fu intorno alla massima digressione dal sole. Cominciando poi a ritirarsi et avvicinarsi verso il sole, cominciò anco a diminuire dal mezzo cerchio e farsi falcata; et ha continuato sino ad ora ad assottigliarsi in guisa, che ora è come una sottilissima falce. Deve però V. S. sapere, che dal principio che la cominciai ad osservare, quando appariva rotonda, sino ad ora, è sempre notabilmente andato crescendo il suo globo, in guisa tale, che da quello che appariva ne i primi giorni, a quello che si mostrava quando era mezza, et a quello che apparisce di presente, ch'è falcata, ci è la medesima differenza che si scorge tra le 3 figure poste qui appresso . Fra 3 giorni, ch'ella sarà alla congiunzione col sole([146]), spererei in ogni modo di vederla, mediante la sua gran latitudine boreale, ch'è 6 gradi, se i tempi non andassero così torbidi come vanno: e si vederebbe con le punte delle corna volte verso settentrione, cosa che non avviene mai nella luna. Cominceremo poi a vederla, la mattina, orientale (e notisi, che se fusse il cielo serenissimo, non ho per impossibile che ella si potesse vedere la sera, occidentale, e la mattina prossima seguente, orientale, mediante la sua gran latitudine boreale); e la vedremo falcata e sottilissima: e secondo che ella si anderà allontanando dal sole, anderà anco ingrossando le corna, ma scemando la grandezza del globo; e vicino alla massima disgressione si mostrerà mezzo cerchio, e tale si manterrà circa un mese, diminuendo però sempre la mole apparente del suo corpo. Dopo, cominciando a crescere, la parte illuminata in pochi giorni s'empierà, e mostrerassi perfettamente rotonda; e tale la vedremo circa 10 mesi continovi, nel mezzo del qual tempo ella starà circa 3 mesi ascosta sotto i raggi del sole: e quanto più ella gli sarà vicina (nel tempo, dico, ch'ella si mostra rotonda), tanto più si vedrà piccola. Nell'allontanarsi poi dal sole, sendo tornata vespertina, anderà crescendo di mole, ma diminuendo di lume, reiterando il periodo già di sopra esplicato, il quale ella compisce in mesi 19 in circa.

Da queste apparizioni si viene in necessaria consequenza di 2 gran conclusioni: l'una, che Venere si raggira intorno al sole come centro della sua revoluzione; e l'istesso vedremo fare a Mercurio: l'altra, che essa Venere, sendo per sua natura tenebrosa, risplende, come la luna, in virtù del sole; e ciò indubitatamente è vero di tutti gl'altri pianeti. Io poi con ragioni necessarie concludo il contrario delle stelle fisse: cioè che quelle sono per sua natura splendidissime, nè ànno bisogno d'illuminazione da i raggi del sole, i quali forse in tanta distanza non arrivano se non debolissimi.

Quanto al modo dell'usare l'occhiale per veder Venere, non ci vuol altro che fermarlo sopra qualche sostegno, perchè sostenendolo a braccia non è possibile che stia fermo, mediante il moto della respirazione e dell'arterie. Bisogna anco che lo strumento sia eccellente, e che mostri grande assai. In oltre, ne i seguenti giorni, che Venere si vedrà mattutina, sarà bene andarla osservando e seguitando con l'occhiale sin dopo il levar del sole; perchè quanto più sarà chiaro et alto il giorno, tanto più distinta si vedrà la figura, mancandoli, per la lucidezza dell'aria, quella irradiazione che nelle tenebre ce la fanno parere maggiore e dentro alla quale si asconde la vera forma di Venere, sì che non si può con la vista naturale distinguere.

Quanto a i Pianeti Medicei, ne ho fatte più di 300 osservazioni, e bene spesso 2, et anco tal volta 3, nell'istessa notte. Veggonsi le loro mutazioni velocissime e grandissime; et essi Pianeti, mentre Giove è stato all'opposizione col sole, si vedevano con l'occhiale più grandi e conspicui che stelle della seconda grandezza; e pochissimo manco si veggono adesso, benchè più lontani assai dalla terra. E per sodisfazione del figliuolo di V. S. e de i Reverendi Padri, gli metterò alcune osservazioni fatte nell'istessa notte([147]).

Li 29 di Xmbre, a 3 ore di notte, erano come nel primo esempio; all'ore 7, quello vicino a  si era congiunto seco, e non appariva; all'ore 10, era passato dall'altra banda, e gl'altri si erano avvicinati o discostati, come nelle figure si scorge:

 

 

Alli 2 di Febbraio prossimo passato, a mezz'ora di notte, si vedevano due soli Pianeti orientali, sendo gl'altri 2 congiunti con Giove; continuando d'osservarli, li 2 congiunti si separorno da Giove, uno verso oriente e l'altro verso occidente, sì che le 2 posizioni furono in questa maniera:

 

Or. 0.30.

 

Or. 4.

 

 

Molte altre di simili mutazioni potrei aggiugnere, che per brevità le tralascio: in somma dall'una all'altra notte ci sono sempre, di giorno in giorno, mutazioni grandissime, come, per esempio, si vede nelle 2 seguenti osservazioni, l'una alli 24 di Gennaio a ore 0.30, l'altra alli 25 del medesimo mese a ore 0.30:

 

 

Parimente alli 30 et alli 31 del detto mese si veddero nelle seguenti differenze, la prima alle 7 ore di notte, e la seconda all'ore 3:

 

 

 

Quanto alla Via Lattea et alle stelle nebulose, se averanno occhiale buono, fermandolo e dirizzandolo verso essa Via Lattea o nebulose, scorgeranno sempre stelle, le quali con l'occhio naturale non si veggono, et in particolare in notti serenissime e senza luna. Ma in tutte queste operazioni ci vuole pazienza, diligenza et un poco di pratica: le quali cose se si potessero insegnare con lettere, sì come con lo strumento a mano, lo farei con ogni diligenza molto volentieri; ma non si potendo, è forza esercitarsi da per sè, e sopra tutto procurare d'avere strumento eccellente, e fermarlo; chè quanto al resto, non si troverà mai mancare un capello nelle cose che ho scritte e fatte vedere a molti.

Non so se averanno ancora inteso di Saturno, osservato da me da 9 mesi in qua; il quale non è una stella sola, ma sono tre, che pare che si tocchino, poste in linea retta, equidistante all'equinottiale. Quella di mezzo è maggiore circa 4 volte delle laterali; e sono tra di loro assolutamente immobili, e stanno in questo modo .

 

 

 

480*.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 25 febbraio 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVII, n.° 83. — Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Non puoti, per diverse occupationi, rispondere all'ultima lettera di V. S., massime che non haveva da dirli cosa alcuna di momento, se non renderli infinite gratie delli favori alli SS.ri Belloni([148]) appresso a cotesta Altezza Ser.ma: e veramente V. S. ha fatto opera degna di lei, solevando questi poveri gentilhuomini mal trattati per malignità altrui senza lor colpa; e come gratia che et essi e io riconosciamo affatto dalla molta bontà et autorità di V. S., li restiamo senza fine obligatissimi.

Mi rallegro che ella habbia dalla sua, nelle sue osservationi, hormai tutti i maggiori intendenti della professione che sono in Europa, sì che non so quello che vorranno dire questi nostri indiamantiti filosofi: alcuni de' quali, quanto più V. S. porta innanzi la testimonianza di Padri Gesuiti, tanto più si pervertono e si stabiliscono nella loro ostinatione.

Di nuovo, di questi paesi non saprei che dirli. Siamo ancora senza mathematici, nè ancora s'è data la lettura del Montecchio([149]). Il Dottor Beni ha stampato un libro di historia([150]), nel quale dà giudicio di molti historici, specialmente di Tito Livio, qual tratta molto male; sì che questi SS.ri Patavi son tutti alterati, nè so come la diggeriranno.

Horsù, attendi V. S. a star sano et allegro, et attendi a desingannare questi filosofoni di tante heresie c'hanno havuto sinhora nel capo: e se talhora mi consolerà con qualche sua lettera in tal proposito, mi farà singolarissimo favore. Stamo poi tutti con gran brama che mandi alle stampe tutte queste sue maravigliose osservationi, desideratissime da ciascuno. Il S.r Sandelli e S.r Pignoria([151]) et io le baciamo con ogni affetto le mani, pregandole da N. S. compita felicità.

 

Di Pad.a, alli 25 Feb. 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.r Galilei.

S.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

franca.

Fiorenza.

 

 

 

481.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 26 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 112. — Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.rone Col.mo

 

Il Sig.r Antonini([152]) crede che noi siamo più fortunati di quello che siamo in fatti, poichè non sa la perdita c'habbiamo fatto della conversatione tanto pregiata e soave di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma; di cui il P. M.ro Paolo et io spesso faciamo rimembranza nei raggionamenti, e particolarmente nei giorni passati, havendo coll'occhiale pienamente osservato che Venere è di punto una luna, et quanto s'accosta al sole, tanto più s'assottiglia, et in somma fa precisamente come la luna, eccetto che li corni non sono tanto aguzzi, forsi per non essere tanto vicina quanto è necessario: che il núolo poi ci ha impedita la vista. Ma ella, c'ha fatte osservationi tanto più degne, haverà fatta esquisitamente anco questa.

Io non mi posso satiare di essaltar l'inventore di questo strumento, che qua nelle nostri parti è stata V. S., a cui assolutamente si deve la lode d'haverci dato con arte certa il miglioramento, e da cui, in così honorato ocio, si deve aspettare la perfettione; come in altra scentia, tanto rara quanto incognita, si promettiamo di vedere, con stupore universale e sua comendatione, il tutto apparer insieme et inventato e perfetto: dico del moto, alla cui speculatione Dio e la natura l'ha fatta; et il bene comune mi sforza, come tante volte in raggionamenti così anco per lettere, dargline questo motto, sicuro che, come sino a questa età il mondo non l'ha saputo, se lei non ci mette la sua fortunata mano, possi stare altrotanto tempo senza uscire delle tenebre o mosse e starsene quasi moto imobile senza vita, che da lei aspetta.

Tengo espressa comissione dal P. M.ro Paolo di far a V. S. i suoi più affettuosi baciamani e salutationi; et io per fine, offerendo per sempre i miei humili ossequii a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, gli prego da Dio Nostro Signore vero bene, e la supplico del mio luoco nella sua gratia.

 

Di Ven.a, li 26 Febraio 1610([153]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Hum.mo Ser.re

F. Fulgentio, Servita.

 

Fuori, d'altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

482**.

 

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 26 febbraio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 183. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

 

Mi pareva grave trascuragine che il S.re Pappazzone, che tanto viene favorito da lei nello suo negotio apresso di questa Altezza, non scrivesse a lei et non la ringratiasse di quanto ha fatto, se bene io a nome suo molte volte con lei ho essequito simil ringratiamenti. Hora dunque mi ha dato una lettera, che io gli la faccia capitare; nella quale mi persuado, se bene non ho vedutola, che adempisca a quanto havesse mancato, mandandogliela qui inclusa([154]): et l'assicuro io in oltre, che l'istesso Signore gli vive servitore di cuore, et in occasione che il negotio sortesse per elettione nella persona sua, ne vederebbe V. S. molto Ill.re molti effetti in ogni occasione che se li appresentasse per honore suo; poichè so io quanto lui habbia in ogni occasione celebrato le cose sue.

Il S.re Magino le bacia le mani di cuore; et io con ogni affetto le prego da Nostro Signore Iddio ogni contento.

 

Di Bolog.a, il dì 26 Febraro 1611.

 

Nè voglio doppo <…> restare di raccordarli, che quando si tratta di condurre dottore alcuno, si ha ancora consideratione al viatico, per potersi transferire con la famiglia et robbe in altro luoco.

 

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Se.re di cuore

Gio. Ant.o Roffeni.

 

Fuori: Al molto Ill.re Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il S.re Galileo Galilei, Math.o del Sereniss.mo G. Ducca di Toscana, a

Firenze.

 

 

 

483*.

 

FLAMINIO PAPAZZONI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 26 febbraio 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 111. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r Oss.mo

 

Dal primo giorno ch'io cominciai a conoscere la soavità de' costumi, l'eruditione et destrezza di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, io me li affettionai di maniera, che altro non bramavo che pigliar occasione di rendermeli in fatti devoto, come ero di animo: ma me felice, et ella feconda de i suoi favori verso li suoi sviscerati, che mi ha data ansa di salutarla con miei (sic), et non dirò rengratiarla delli amorevoli ufficii usati per me con quest'Altezza Ser.ma, alla quale io vivo riveritissimo, ma di perpetuamente restarli ubligatissimo, come in effetto li resto. Et siami Dio così favorevole, ch'io possi goder l'uno et servire a' cenni dell'altro. Bene sarà in me impiagata (sic) la <…>, se potrà essere in me tale, che mi rendi degno di participare il splendore di Prencipe sì raro et di impiegarme in esaltare il mio S.r Galileo, al (sic) cui col S.r Roffeno bacio l'honorata mane (sic).

 

Di Bologna, il 26 di Feb.o 1611.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

S.r Ub.mo

Flam.o Pap.i

 

Fuori: al molto Ill. et Ecc.mo mio S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

484*.

 

COSIMO II, Granduca di Toscana, a GIOVANNI NICCOLINI in Roma.

Firenze, 27 febbraio 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3502. — Autografa la firma. Nella filza Medicea 303, car. 98t., è la minuta di questa stessa lettera.

 

Don Cosimo, Gran Duca di Tosc.na etc.

 

Ill.re Ambas.or nostro Dilett.mo

 

Venendo costà M. Galileo Galilei, primario nostro Matematico et Filosofo et da noi amatissimo, gli habbiamo ordinato che venga a posare appresso di voi in cotesto nostro palazzo; et vogliamo che raccettiate et spesiate la persona sua et un suo servitore, et che ne facciate tener conto per farvela rimborsare. Et vedendolo volentieri, l'accarezzerete per la sua bontà et virtù; et da lui vi sarà conferito per qual cagione egli venga costà, et in tutto quello che gli occorra lo favorirete, secondo che egli vi ricercherà et secondo che giudicherete bisognare, con il parere particolarmente del Sig.r Card.l dal Monte, a chi lo indirizziamo et raccomandiamo con lettera nostra. Et il negozio che tratterà ci è a cuore et per benefizio degli studiosi et per gloria ancora. Et il Signor Iddio vi conservi et contenti.

 

Da Firenze, il 27 Febb.o 1610 ab Incarn.e

 

Ambas.r Niccolini.

Vostro

Il Granduca di Tosc.a

 

Fuori: All'Ill.re Sig.r Giovanni Niccolini,

Amb.re nostro Dilett.mo

Roma.

 

 

 

485*.

 

COSIMO II, Granduca di Toscana, a FRANCESCO MARIA DEL MONTE [in Roma].

Firenze, 27 febbraio 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 303, car. 98t. — Minuta originale.

 

Febbraio 1610([155]).

 

Al S.r Card.le del Monte, li 27 d.o

 

Il Dottor Galileo Galilei, mio primario accettissimo Matematico et Filosofo, conosciuto et amatissimo da V. S. Ill.ma per la sua eminenza nell'una et nell'altra professione, vien costà respetto alle osservationi di quei nuovi Pianeti scoperti da lui, et per stabilir bene ogni notitia et riscontro intorno a ciò con il parere et aiuto delli eccellentissimi huomini che si ritrovano in cotesta città, intelligentissimi di questa scienza: negotio che mi preme infinitamente, per la lode di lui, nato Fiorentino, et per la publica utilità et per la gloria della nostra età, laudandone sempre Iddio. Raccomando carissimamente([156]) a V. S. Ill.ma; et appoggiandolo tutto al consiglio, all'opera et al patrocinio di lei, la prego a incamminarlo et introdurlo comunque et dovunque bisogni, d'una sorte che tanto facilmente gli riesca il dar sodisfattione di sè et il chiarire([157]) il vero. Et a V. S. Ill.ma bacio di cuore le mani.

 

Da Firenze.

 

 

 

486.

 

GALILEO a GIULIANO DE' MEDICI [in Praga].

[Firenze, febbraio 1611.]

 

Riproduciamo questa lettera dalle pag. 23-25 dell'opuscolo citato nell'informazione premessa al n.° 427.

 

Ill.mo et Rev.mo Sig.re Col.mo

 

Ho ricevuto gusto et contento particolarissimo nella lettura dell'ultima di V. S. Ill.ma et Rev.ma delli 7 stante([158]), et in particolare in quella parte dove ella mi accenna la favorevole inclinazione dell'Ill.mo Sig. Cons. Wacker verso di me, la quale io infinitamente stimo et apprezzo. Et poi che quella ha principalmente origine dall'havere io incontrate([159]) osservazioni necessariamente dimostranti([160]) conclusioni per avanti tenute([161]) vere da Sua Sig. Ill., per confermarmi maggiormente([162]) il possesso di grazia tanto pregiata da me, prego V. S. Ill.ma a fargli intendere per mia parte, come, conforme alla credenza di Sua Sig.ria Ill.ma([163]), ho demonstratione certa, che sì come tutti i pianeti ricevono il lume del sole, essendo per sè stessi tenebrosi et opachi, così le stelle fisse risplendono per loro natura, non bisognose della illustrazione de i raggi solari, li quali Dio sa se arrivano a tanta altezza più di quello che arrivi a noi il lume di una di esse fisse.

Il principale fondamento del mio discorso è nell'osservare io molto evidentemente con l'occhiali, che quelli pianeti, di mano in mano che si trovano più vicini a noi o al sole([164]), ricevono maggiore splendore, et più illustremente ce lo riverberano: et perciò Marte perigeo, et a noi vicinissimo, si vede assai più splendido che Giove, benchè a quello di mole assai inferiore; et difficilmente se gli può con l'occhiale levare quella irradiazione che impedisce il vedere il suo disco terminato et rotondo, il che in Giove non accade, vedendosi esquisitamente circolato: Saturno poi, per la sua gran lontananza, si vede essattamente([165]) terminato, sì la stella maggiore di mezo come le due laterali([166]) piccolissime; et appare il suo lume languido et abacinato, senza niuna irradiazione che impedisca il distinguere i suoi 3 piccoli globi terminatissimi. Hora, poichè apertissimamente veggiamo che il sole molto splendidamente illustra Marte vicino, et che molto più languido è il lume di Giove (se bene senza lo strumento appare assai chiaro, il che accade([167]) per la grandezza et candore della stella), languidissimo et fosco quello di Saturno, come molto più lontanto([168]), quali doveriano apparirci([169]) le stelle fisse, lontane indicibilmente più di Saturno, quando il lume derivasse dal sole? Certamente debolissime, torbide e smorte([170]). Ma tutto l'opposito si vede: però che se rimireremo, per esempio, il Cane, incontreremo un fulgore vivissimo che quasi ci toglie la vista, con una vibrazione di raggi tanto fiera et possente, che in comparazione di quello rimangono i pianeti, e dico Giove([171]) et Venere stessa, come un impurissimo vetro appresso un limpidissimo et finissimo diamante. Et benchè il disco di esso Cane apparisca non maggiore della cinquantesima parte di quello di Giove, tutta via la sua irradiazione è grande et fiera in modo, che l'istesso globo tra i proprii crini si implica et quasi si perde, et con qualche difficultà si distingue; dove che per Giove (e molto più Saturno) si veggono et terminati, et di una luce languida et per così dire quieta. Et per tanto io stimo che bene filosoferemo referendo la causa della scintillazione delle stelle fisse al vibrare che elle fanno dello splendore proprio et nativo dall'intima([172]) loro sustanza, dove che nella superficie de i pianeti termina più presto et si finisce la illuminazione che dal sole deriva et si parte.

Se io sentirò qualche particolare questione ricercata([173]) dal medesimo S. Wackher, non resterò di affaticarmici intorno, per dimostrarmi, quale io sono, desiderosissimo di servire un tanto Signore([174]), et non già con speranza di aggiugnere al termine([175]) consequito dal suo discorso; perchè benissimo comprendo che a quanto sia passato pe il finissimo cribro del giudizio([176]) suo et del Sig. Keplero, non si può aggiugnere di esquisitezza, nè io pretenderei([177]) altro che, col dubitare e mal filosofare([178]), eccitargli al ritrovamento di nuove sottigliezze. Gl'ingegni singolari, che in gran numero fioriscono([179]) nell'Alemagna, mi hanno lungo tempo tenuto in desiderio di vederla; il qual desiderio([180]) hora si raddoppia per la nuova grazia dell'Ill.mo Wackher, la quale mi farebbe divenir([181]) grande ogni piccola occasione che mi si presentasse.

Ma ho di soverchio occupata V. S. Ill.ma et Rev.ma Degnisi per fine di offerirmi et dedicarmi devotissimo servitore all'Ill.mo S. Wackher, salutando anco caramente il S. Keplero: et a lei con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio le prego somma felicità.

 

Di Firenze([182]), li...... 1611([183]).

Galileo Galilei.([184])

 

 

 

487*.

 

FLAMINIO PAPAZZONI a GALILEO [in Firenze].

Bologna, 1° marzo 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 112. — Autografa.

 

Molto Ill. et Ecc.mo mio S.re Oss.mo

 

Se ben scrissi a V. S. molto Ill. et Ecc.ma l'altro giorno([185]), nondimeno hora di novo la saluto et rengratio di tanta cortesia, ratificandole tutto quello li vene scritto dal S.r Roffeno([186]), sperando che si haverà anco risguardo al viaggio.

Mi farà favore intendere dall'Ill.mo S.r Cavaglier Vinta se gli è stata inviata una del Ser.mo Prencipe di Modena all'Altezza del Ser.mo Gran Duca.

La certifico ch'haverà un trombeta delle sue meritevoli laudi. Mi ami, mi commandi, et stia sana, conservandomi humilissimo del Ser.mo Gran Duca, da me amirato et riveritissimo.

 

Di Bologna, il p.o di Marzo 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Ub.mo

Flam.o Pap.i

 

 

 

488**.

 

GIOVANNI BELLONI a GALILEO in Firenze.

Padova, 4 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 187-188. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Io, per dir il vero, scrissi a V. S. parole piene di affetto et chiari segni dell'animo mio; ma da lei hebbi parole colme di amore et ministre di effetti. Io diedi a occasione a V. S. di esercitare una eccellente virtù, che consiste nel benificare et aiutare i depressi, gli amici, i servitori; ella porge a me, a mio fratello, et a tutta la nostra casa, materia di perpetuamente celebrare la sua benignità, di pregar Dio per lei, come di continuo vo facendo, et di restarle eternamente obbligati. Sa Dio che parlo ex corde, et che mai si cancellerà dalla memoria et da cuori nostri il favore che V. S. ha fatto a mio fratello, confessando con ogni sincerità che tutto 'l bene di questo negocio è proceduto da lei. Et se bene habbiamo procurato i favori di Mons.r Nuncio Apostolico, del S.r Residente Vendramino, del S.r Residente in Venetia per il Ser.mo Gran Duca, et di altri, tutto s'è fatto per servitio di mio fratello, acciocchè il Serenissimo, promosso da tanti, si risolvesse far capo con V. S. per l'informatione del soggetto, nella quale stava la forma e 'l fine di tutto 'l negocio. Horsù, per gratia di Dio, et co 'l mezzo di V. S., sì come si comprende dalle sue lettere scritte dupplicatamente a Mons.r Arciprete([187]) et da quella indirizzata a mio fratello, et anco dall'ultima scritta a me, la lettura vacata sarà di mio fratello. Sig.r Galilei, non posso esprimere il contento del mio cuore: ben si può pensare che essendo mio fratello da un naufragio, nel quale perdè ogni cosa fuor che la vita, uscito nudo et ridotto in una solitudine, habbia poi ritrovato un porto, una patria, un ricovero, utile, honore, un vero amico, un principe così grande, et ogni bene.

Mio fratello ha posto il suo cuore in pace, et comincia a pensare a' suoi studii, non mai però intermessi, havendo del continuo letto due et tre lettioni in casa. Adesso non ha altro nell'animo che di riuscire sopra l'ordinario nello Studio di Pisa, et di far conoscere sè stesso non indegno servitore di cotesta Altezza, et insieme V. S. per fedele et leale al suo principe, al quale ha date di lui così nobili et cortesi informationi. Egli sarà suo servitore, dipenderà dal suo volere, et in somma non haverà altra mira che di compiacere et di celebrare con ogni suo potere il S.r Galilei, come suo vero benefattore.

Poichè non piace a coteste Ser.me Altezze di publicare l'elettione, è assai a mio fratello per adesso l'esser sicuro del luogo, per poter viver con l'animo quieto; se bene nè meno havrebbe potuto egli venire al presente, per diversi rispetti, ma specialmente per non venire alla stanza di Pisa verso 'l caldo, essendo, per quanto ci vien detto, l'aria di quella città molto diversa da questi paesi. Speriamo che V. S. non lasciarà passar l'occasione senza valersene, per procurare l'espedittione; ma poichè ha fatto il più, piacerà ancora a lei di far il meno, somministrando a noi quello che converrà fare et a che tempo, sì nello stipendio come in ogni altra cosa. In somma supplichiamo con tutto l'affetto dell'animo V. S. ad essere più che mai nostra tramontana, et commandarci con ogni libertà, perchè di certo ha dominio assoluto sopra di noi: et sì come il favore che ci ha fatto non è comune, ma passa di gran vantaggio i termini del consueto, così mio fratello et io vorremmo trovar parole per ringratiarla; ma certo non habbiamo quasi affetto proportionato a tanta benignità. Dii persolvant grates. Et le baciamo con tutto 'l cuore le mani.

 

In Pad.a, a 4 di Marzo 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Obblig.o Ser.re

Gio. Belloni Can.co

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.o

Il S.r Galileo Galilei, Filosofo et Matematico del Ser.mo Gran Duca.

franca.

Fiorenza.

 

 

 

489.

 

LORENZO PIGNORIA a GALILEO in Firenze.

Padova, 4 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 185. — Autografa.

 

Molt'Ill.re et molt'Ecc.te S.r mio Oss.mo

 

Nella mentione che V. S. fa in tante sue lettere, scritte a Mons.r Arciprette([188]), della mia persona, io ho riconosciuto l'amore ch'ella per bontà sua mi porta; et resto chiarito che nè per havere gl'occhi tutto dì in cielo, nè per stare a lato a coteste terrene deità, V. S. non si scorda de' servitori che ha lasciati in Padova. Macte virtute: così fanno i galant'homini. O quanti sono, che s'havessero scoperte le sole macchie della luna, non vorriano rispondere se non per interprete, dariano audienza sotto 'l baldachino, et non trattariano se non co' memoriali! Credami V. S. che la memoria de' Colombi et de' Vespucci si rinovarà in lei, et ciò tanto più nobilmente, quant'è più degno il cielo che la terra. Si leggerà il nome suo, al dispetto dell'invidia, ne' più famosi archivii del nostro secolo. Ad alcuni, sinistra quos in lucem natura extulit, qui ut putentur sapere, caelum vituperant, potrà dire V. S., come già quel valent'homo: Mihi et Musis.

Le bacio le mani, et le desidero per fine ogni contento.

 

Di Padova, il dì 4 Marzo 1611.

Di V. S. molt'Ill.re et molt'Ecc.te

Ser.e Aff.mo

Lorenzo Pignoria.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et molt'Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

490**.

 

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 4 marzo 1611.

 

Autografoteca Morrison in Londra. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Non ho mancato dare di nuovo avviso allo S.r Pappazone di quanto V. S. Ecc.ma scrisse a me, et le ne resta obligatissimo; et io all'incontro ne ho sentito gusto particolare, vedendo che il negotio si va riducendo a buon termine: e per ciò ho iudicato io bene, che havendo il S.r Pappazone posto me in mezo in questo negotio et confidato pienamente in lei, che li scrivessi([189]) di nuovo, ratificando quanto già io gli scrissi per sommario del tutto, et acciò ancora che lei conosca che io camino cauto in simil negotio. In tanto séguiti pure in favorirlo; er in occasione di partenza sua per Roma, lasci lei il negotio a fidato amico. Che per non affastidirla, gli baccio le mani, come fa il Sig.r Magino.

 

Di Bologna, il dì 4 di Marzo 1611.

 

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.re di cuore

Gio. Ant.o Roffeni.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Math.co del Sereniss.o G. Ducca di Toscana, a

Firenze.

 

 

 

491.

 

GALILEO a CRISTOFORO CLAVIO in Roma.

Firenze, 5 marzo 1611.

 

Cfr. l'informazione premessa al n.° 8.

 

Molto Rev.do P.re et mio Sig.r Col.mo

 

La speranza di dover trasferirmi sin costà per alcuni miei affari, mi ha di giorno in giorno trasportato sino a questo tempo senza rispondere alla cortesissima e dottissima lettera del molto Reverendo Padre Cristoforo Griembergero, alla quale mi pareva di non poter pienamente satisfare se non a bocca, per le molte repliche che mi potriano esser fatte; ma prima un poco di malattia, poi alcune estraordinarie occupazioni, et insieme una pessima et fastidiosissima stagione lungamente durata et che ancor dura, mi hanno condotto a questo tempo. Finalmente, per grazia di Dio et del Serenissimo G. Duca mio Signore, sono ridotto in termine di spedizione et in procinto di partirmi, come spero alla più lunga fra 8 giorni, concedendomi la benignità del G. Duca ogni comodità nel venire, nello stare et nel ritorno. Con tutto questo non ho voluto restare di scrivere a V. S. molto R. et al molto Reverendo Padre Griembergero insieme, acciò più lungamente non prendessero ammirazione del mio silenzio, proceduto solamente perchè è più di un mese che sono, come si dice, col piede in staffa per partire. Subito giunto, sarò con le Reverenze loro a far mio debito, et a satisfare, almeno col reverirle, al'obbligo et all'animo mio. Intanto si compiaccino di continuarmi la gratia loro, nella quale con ogni affetto mi raccomando, mentre dal S. Dio gli prego felicità.

 

Di Firenze, li 5 di Marzo 1610([190]).

Di V. S. molto R.

Servitore Devotissimo

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Rev.do mio Sig.or Col.mo

Il P.re Cristoforo Clavio, Giesuita.

Roma.

 

 

 

492*.

 

PAOLO GIORDANO ORSINI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 7 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 57. — Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.re e molto Ecc.te Sig.re

 

Ho ricevuto le rime mandatemi da V. S. et insieme la sua cortese lettera; che perciò rendole molte gratie dell'amorevol briga che si è presa e del conservato suo buono affetto verso di me. Che per fine saluto V. S. affettuosamente.

 

Da Pisa, il dì 7 di Marzo 1611.

 

Aff.mo di V. S.

Paolo Giord.o Orsino.

 

Fuori: All'Ill.re e molto Ecc.te Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

493*.

 

CRISTOFORO DI ZBARAZ a GALILEO in Firenze.

Bologna, 8 marzo 1612([191]).

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 59. — Autografa.

 

Eccellentiss.mo Sig.r Dottore,

 

Mi rincrese molto di non haverla trovato a Padova come mi pensavo, per poter godere la sua dolcissima conversatione, della qualle, per esser tant'anni privo, con questa occasione della mia venuta in Italia credevo di poter sodisfare al'animo mio. Ma poi che questo per adesso non m'è lecito, non ho voluto mancare almeno con queste poche rige di salutarlo, con l'offerirmeli per suo amico desideroso di servirlo in quello mi comanderà.

Le sue lucidissime Stelle Medicee sono pervenute fina in quella fredissima zona di Moscovia. Un amico mio mi haveva mandato d'Italia il suo libretto, veramente degna osservatione di un così raro ingegno. Non haverà il Ptolomeo quel vanto di haver posseduto tutta questa dottrina([192]): la nostra etade sarà, al parangone con l'antica, così da tutti celebrata. Io, come amico et servitor suo, mi ralegro molto che 'l suo nome alla imortalità sarà consacrato, e da tutti honorato e admirato. Se non fosse con suo discomodo, io la pregerei che si degnase farmi partecipe di queste sue osservationi, rimetendomi però alla sua buona volontà; alla qualle per fine, desiderandogli ogni suo gusto, gli baccio le manni et m'offero.

 

Di Bologna, li 8 Marzo 1612.

Di V. S. Ecc.ma

Aff.mo Amico et Ser.re

Christophoro Duca di Sbaras.

 

Fuori: Al Ecc.mo et Amico mio Oss.mo

Il S.r Dott.re Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

494*.

 

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze

Lucca, 9 marzo 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 164. — Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Sono alquanti giorni che mi trovo gionto qua alla patria, ma non anche accomodato per la quiete; chè nullo altro negocio che la villa non mi preparo. In ogni loco sempre sa quanto habbia obbligo di servirla.

Qua è stata mandata l'operetta del Sizio([193]), molto spropositata e di nullo fundamento. Io l'incarico di far quanto prima uscire qualche altra sua fatica, e far tacere tanti o siano invidiosi o vero ignoranti. Desidero saper qualche bona nova di lei; et mi conservi in sua gratia, che per fine le b. le mani.

 

Di Lucca, a 9 Marzo 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.re Aff.mo

Ant. Santini.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, in

Firenze.

 

La risposta di questa lettera si desidera sia mandata nella libreria de' Giunti a Santi Bacciolini, dal quale è mandata questa a V. S.

 

 

 

495*.

 

GIUSEPPE D'ACQUAVIVA a GALILEO in Padova.

Napoli, 12 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., T. XIV, car. 61. — Autografa la firma.

 

Ill.re Sig.re

 

Partendo io gl'anni passati da Padova, portai meco tanta cognitione del valore di V. S., che in sentire ultimamente questo suo artificioso parto dell'occhiale, mi posi in curiosità di cosa singolare (come in atto prattico mi è veramente riuscito), et communicato il tutto con Mons.r Vescovo di Feltre([194]) e Sig.r Livelli([195]). Hora l'uno e l'altro mi assicurano della cortesia di V. S., ma molto più la sua modestissima lettera, con la quale accompagna detto occhiale. Onde a sì gran demostrattione dell'animo suo corrispondo per hora con ringratiamenti efficaci; che appresso, aiutato da occasioni di suo servitio, ella conoscerà di qual sorte sia l'affetto mio verso la sodisfattione di lei. E per fine N. S.re contenti V. S.

 

Di Napoli, li 12 di Marzo 1611.

 

S.r Galileo.

Al commando di V. S.

Gioseppe d'Acq.va

 

Fuori: All'Ill.re Sig.re

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padova([196]).

 

 

 

496**.

 

SEBASTIANO VENIER a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 12 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 189. — Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.r H.do

 

Io ho vedutto le lettere che scrive al nostro P. M. Paulo con infinito gusto, et ne la ringrazio quanto posso più. Sul S.r Sagredo li posso dir che si hanno sue lettere de 26 Xbre, con aviso del suo buon stato, et che alla fine di Aprile disegnava mettersi in viaggio per qua. Vivo, al solito, affezionatissimo alle sue virtù, et bramosissimo di adoperarmi, in quello che posso, per suo servizio. Si vagli di me con ogni maggior confidenza. Con che, pregandole da N. S. ogni maggior prosperità, le bacio le mani.

 

In Venetia, li 12 Marzo 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.re di core

Sebastiano Veniero.

 

 

 

497.

 

GALILEO a BELISARIO VINTA [in Pisa].

Firenze, 19 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 44. — Autografa.

 

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

 

Io sono stato ansioso aspettando la lettiga per inviarmi a Roma, la quale non è comparsa, nè meno nuova alcuna di essa. Dispiacemi che il tempo va fuggendo, sì che non potrò (poco più che si tardi) esser là per i giorni Santi, come desideravo, già che per altri rispetti ancora si era stabilito che io andassi; et così mi pareva che fussi necessario per serrare una volta la bocca a i maligni. Io prego per tanto V. S. Ill.ma a farmi grazia di scrivermi quanto prima quello che devo fare circa questo particolare, et se forse coteste Alt.ze Ser.me hanno o in tutto o in parte per avventura mutato pensiero, acciò non habbi a star con l'animo sospeso, ma sappia come esequire la loro volontà. Le raccomando anco il negozio di mio fratello([197]), conforme a quella memoria che lasciai a V. S. Ill.ma notata; di che gli viverò perpetuamente obbligato. Et qui, baciandole con ogni reverenza le mani, gli prego dal Signore Dio somma felicità.

 

Di Firenze, li 19 di Marzo 1610([198]).

Di. V. S. Ill.ma

Ser.re Oblig.mo

Galileo Galilei.

 

 

 

498*.

 

BELISARIO VINTA a GALILEO in Firenze.

Pisa, 19 marzo 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n.° 48. — Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.re et molto Ecc.te Sig. mio Oss.mo

 

Arrivai l'altra sera in Pisa, et trovai che la Corte era partita per Livorno; et visto che innanzi che io potessi seguitarla, dovevo esequire qualche commessione qui, spinsi innanzi M. Matteo Bartolini, mio nipote, con ordinargli, fra l'altre cose, che ricordasse a Madama Ser.ma la spedizione di V. S. Et havendo S. A. inviatone l'ordine a me, perchè io lo mandassi al maestro di casa Peretti, lo faccio in questo punto; et l'avviso a V. S., perchè la possa andare a trovarlo et mettersi a sua posta in viaggio, che il Signor Iddio glielo conceda buono et felice. Et le bacio le mani.

 

Di Pisa, li 19 di Marzo 1610([199]).

 

A V. S. propria invio l'ordine suddetto.

S.r Galilei.

Serv.re Aff.mo

Belisario Vinta.

 

All'Ill.re et molto Ecc.te Sig. mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

499*.

 

MICHELANGELO BUONARROTI a MAFFEO BARBERINI in Roma.

Firenze, 22 marzo 1611.

 

Bibl. Barberini in Roma. Cod. LXXIV, 6, 12. — Autografa.

 

Ill.mo e Rev.mo Sig.re e Pat.ne mio Colendiss.o

 

La venuta costì del Sig.r Galileo Galilei mi porge occasione di far reverenza a V. S. Ill.ma, e di darle le buone feste, già prossime. Il merito singolare della persona, che farà questo ufizio per me, mi potrà far più degno della sua benigna e consueta gratitudine....

 

 

 

500**.

 

ERNESTO, Elettore di Colonia, a CRISTOFORO CLAVIO in Roma.

Wolbeck, 24 marzo 1611.

 

Di una copia di questa lettera andiamo debitori alla gentilezza del P. Francesco Ehrle, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana.

 

Rev.do in Christo Padre,

 

Mi viene mandato un estratto di una certa sua lettera, quale va qui unito([200]); et riceverò per favore se V. P. mi aviserà di ciò, se la ha osservato simil cosa, et essendo così, che mi mandi più ampia informatione sopra questo particolare: del che glie ne saprò grato, piacendomi molto di tenere seco alquanto di corrispondenza in simil cose, degne veramente d'ogni osservatione. Hora, dal detto estratto si vede, che per mettere simil effetto in prattica, necessariamente è ricercato un istromento d'ogni perfettione, come il suo mandatoli de Vinegia([201]). Ma se bene credeva di haverne di gran perfettione, trovandomi in mano uno che mi viene mandato dal Sig.r Galilei([202]), con tuttociò non lo trovo bastante per simil effetto; et perciò la mi farà sommo piacere se la vorrà pigliar assonto di scriver a quell'amico suo in Vinetia, o ben avisarmi chi sia, poichè desidero sommamente haverne un simile, a che prezzo che sia: di che gliene restarò con obligo. Et raccomandandomi alle sue orationi, prego Iddio che dopo questa vita li conceda il Cielo immobile.

 

Di Wolbekallio, 24 di Marzo 1611.

R.dae Paternitatis Vestrae

Addictissi. Amicus

Ernestus, Elector Coloniensis.

 

Fuori: Al R.do in Christo Padre

Christophoro Clavio, della Società di Giesù.

Roma.

 

 

 

501.

 

MARCO WELSER a GALILEO in Roma.

Augusta, 25 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 44. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or Oss.mo

 

Il S.or Brenggero non rispose mai, il che io interpretai ingenuamente, come scrissi, per confessione di chiamarsi vinto; ma poichè V. S. ne tira senso diverso, non mancarò di fare nova instanza, per cavare o confessione formale espressa, o replicata instanza di quanto gli paresse non restar intieramente sodisfatto([203]).

Al Padre Giesuita ho mandato la lettera di V. S.; et hora staremo aspettando ciò che vorrà dire, perchè penso communicarle il poco et l'assai, che in questo genere mi perviene, vedendo quanto cortesemente il tutto è da lei ricevuto. Et in tal proposito le debbe esser capitata all'arrivo della presente, o le capitarà poco appresso, la lettera che inviai a Mons.or Arciprete di Padova([204]) hoggi otto.

Il vincer V. S. l'ostinatione di tanti oppositori, et guadagnar l'assenso delli huomini palmo a palmo, la assicura meritamente della certezza dell'inventione, et le serve di capparra che passarà senz'altro intoppo alla posterità; di che molto più havrebbe havuto a dubitare, se si fosse imbattuta in un secolo semplice et credulo, che havesse admesso il tutto senza alcuna crivellatura. La nova sua opera, che mi accenna, è desiderata di qua quanto merita; ma perciò non le ne voglio esser importuno, vedendo che non perde tempo in continue osservationi, et che la tardanza sarà finalmente molto ben rifatta dalla perfettione. Resto con bacciarle la mano et pregarle ogni bene.

 

Di Augusta, a' 25 di Marzo 1611.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo Servit.e

Marco Velseri.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

[il S.]or Galileo Galilei.

Roma.

 

 

 

502*.

 

FRANCESCO SIZZI a GIO. ANTONIO MAGINI in Bologna.

Firenze, 26 marzo 1611.

 

Arch. Malvezzi de' Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio,

 

Veggo che V. S. Ecc.ma non desidera che io stia in capitale con lei, poichè, non bastandoli l'obligo che di già li tengho, m'ha volsuto di nuovo con sì grandi benefizi legare, a' quali mi conosco incapabile, nè con la volontà nè con gl'effetti, poter mai satisfare. Da un canto, le mie deboli forze per gl'effetti non sono bastanti, et il mio piccolo ingegno non può salir tanto alto, che con la volontà pervenghi a quel segno di servitù che meritano i suoi grandissimi favori, riceuti in tanta copia dalla cortese e benigna mano sua; i quali maggiori sono stati dell'espettazione mia, ma non già minori di quelli che V. S. Ecc.ma spartisce agl'altri. Grande utilità in questo caso m'ha apportato la mia prosontuosaggine, la quale con sì vile et indegno dono([205]) m'ha spinto a venire alla presenza sua. Harò in tale occasione assomigliato a' pescatori, i quali con l'esca d'un vil vermicello ne ritirano un grande et exquisito pesce; ma molto più, poichè d'un nonnulla son diventato qualch' cosa, et in cosa imperfetta ha riceuto la sua perfezzione, havendomi di grazia sua et con singolar favor mandatomi la tavola della equazione del moto della stellula più tarda, a che il mio basso ingegno non era potuto pervenire, et insieme la demonstrazione, la quale tanto dottissima quanto che ella procede dalla dotta mano di V. S. Ecc.ma: ma mi mette dua dubbi nel mio rozzo ingegno. L'uno è, che nella sua lettera lei così scrive: «Nel 2° quadrante EC, che è orientale, sarà l'equazione adiettiva, ma la stella sarà retrograda; nel 3° quadrante CD, occidentale, sarà l'equazione da sottrare, secondo però il moto retrogrado; et nel'ultimo quadrante sarà l'equazione da sottrare, sendo poi la stella diretta». Questo dubbio mi vien cagionato, perchè non intendo in che modo lei pigli questa retrogradazione; poichè mi pare che dalla sua tavola dell'equazione io cavi che la stella nel 3° quadrante sia diretta, e nel quarto retrogada, intanto che la stella ritorna a Giove, come ella fa nel 2° quadrante. L'altro è, che io veggo la sua equazione sempre semplice, pigliandola (come io credo) nell'arco della via di Iove, et non havendo riguardo a moti aequali o apparenti; donde io stimo che lei non abbia riguardo alle linee del moto aequale o del vero, che sono dagl'astronomi notate nelle loro theorice dei pianeti: et però, per confessar l'ignoranza mia, non posso pervenire alla cognitione delle sue dotte demonstrazione, se lei, di benignità maggiore, non piglia questa faticha, di insegnar un ignorante più distintamente et facilmente. La giudichi che per questa volta la guadagnerà l'opere di misericordia, insegnando colui al quale ella s'è degnato participar tanti favori, aggiungendo cortesie et favori a tanti da lei già comunicatimi; d'onde lei potrà vedere quanta brigha la sia per ricevere da me, prosontuoso et ignorante. La scusi la mia ignoranza per la molta sua cortesia et benignità.

Non occorre che V. S. Ecc.ma entri meco in escuse per cagione di Martino([206]), perchè, essendo padrona, non è necessario dia conto ad un servitore, come io li sono, delle sue azzioni, massimo in tal conto: però V. S. mi fa vergognare, entrando in tali cerimonie meco. In quanto al tener secreto quel che V. S. Ecc.ma conferisce meco, s'assicuri che altri che il P.re Don Horazio([207]) non sarà partecipe di questo negozio; nè anco una minima parola uscirà della bocca, poichè così V. S. Ecc.ma comanda: et in questo caso mi stimo felice, perchè V. S. potrà riconoscere da questo mio silenzio quanto io le sia affezzionato, perchè in cosa di tanta mia necessità, che dimostrar al mondo che opinione habbia lei circa questa nuova invenzione, da me non sarà dichiarata. Ma mi dispiace bene, per util commune, che lei non habbia concesso che i litterati habbino, per cagione di V. S. Ecc.ma, restato di essaminare lo scritto del Sig.re Galilei, perchè so che grande utilità nel'uso commune ne sarebbe accaduta; perchè per tal cagione potranno pullulare di molte opinioni absurde et erronee, fabricandosi sopra cattivi fondamenti.

Ho considerato la radice che V. S. piglia a 26 di Gennaio, nel che ci ritrovo grand dubbio, essendo([208]) di bisogno presupporre che la stella distante da Giove un minuto verso l'occidente sia la più tarda; il che non si può rettificare. Io crederei più presto, che tal radice (stando però tutti i supposti che da lei sono stati messi) nella sua maggior lontananza da Giove occidentale, nel qual luogo apparisce alli 2 di Febbraio a hore 7, nel qual luogo bisognerà sempre presupporre la radice di nove segni del'anomalia, et secondo tal radice ho fatte di molte osservazioni, et non conviene in nessun modo il moto il quale si piglia con la vostra dottissima tavola con quello che l'osservazioni ci mostrano: le quali osservazioni, per non essere noioso, non glele mando, perchè, stante che sieno i corellarii del Galileo veri, che tale stellula faccia il suo circuito in 15 giorni, l'observazioni sono false; et volendo poi, per far più piacere, constituire il moto periodico di tale stellula di 17 giorni, nella qual opinione son condotto dalla osservazione fatta a 2 di Febbraio a hora 7 et dalla osservazione fatta a 19 del medesimo a hore 0 e minuti 40, nella quale la detta stellula si ritrova occidentale, 13 minuti distante da Giove; perchè se bene a compire 17 giorni pare che manchi qualche cosa, cioè 6 hore e 20 minuti, niente di meno potendo noi dire, la detta stellula non essere arrivata ancora nella lunghezza([209]) maggiore, perchè in capo a dua giorni noi la veggiamo per l'osservazione, cioè de 21 giorni di Febbraio, nel medesimo luogo dove ella era il giorno innanzi, però meritamente a tal hora si può conchiudere, tale stella non esser arrivata alla sua maggiore lunghezza. Hora, secondo tal tempo periodico mando a V. S. Ecc.ma una tavola([210]) calcolata per il moto dell'anomalia, il quale presuppongo esser di 21 gradi, 10 minuti et 35 secondi etc. mancho di quello di V. S. Ecc.ma di 2 gradi e 49 minuti e 25 secondi quasi; hora servirse di questa tavola, la quale pare avvicinarsi più alla verità delle osservazioni, ma discostarsi dalla verità de i corellarii del Galileo; nè anche la confronta (servendosi della equazione che V. S. Ecc.ma m'ha mandato, perchè io giudicho con la mia ignoranza che tal cosa possa stare), come V. S. potrà riconoscere da questo essempio. A' quattro di Febbraio, a hore 7, sono scorsi dal principio della mia radice giorni dua, che mi danno di gradi d'anomalia, per la mia tavola, g. 42. 21' et 10'': hora nel tal tempo l'equazione è, aggiunto la radice, di 4 sex. et 30 gradi; fanno 5 sex. e 12 gradi: l'equazione è 9' et 40'' fere, alla quale aggiungo l'eccentricità di Giove; viene ad essere a 10 minuti e 40'': hora l'è segnata nella osservazione 7 minuti.

Credo haver tenuto troppo a disagio, con tal scortese ragionamento, quella et havere abusato della sua cortesia; et però finirò la presente, pregandola a darmi occasione che io possa mostrarli quanto io li sia servitore. Et con questo pregherò il sommo Iddio per ogni sua maggior felicità.

 

Di Firenze, alli 26 di Marzo 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.re Aff.mo

Francesco Sitii.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.r Gio. Ant.o Magini, in

Bologna.

 

 

 

503.

 

GIOVANNI KEPLER a GALILEO in Firenze.

Praga, 28 marzo 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 69. — Autografa.

 

S. P. D.

 

Hac ipsa discessus postae hora, Galilaee celeberrime, D. Hasdalius mihi retulit quid per ipsum a me peteres. Quantum igitur potero, tibi satisfaciam.

Libellum Sitii, ex concessu D. Welseri nactus, legi, seu pervolitavi potius, idque somnolentus. Titulo DianoÛaw Astronomicae in catalogum venit nundinarum Francofordensium autumnalium. At iam auctus est titulus hisce verbis: qua Nuncii Siderii rumor de 4 Planetis vanus redditur.

Dedicatur Magno Hetruriae Duci([211]), miro argumento: rem sibi esse cum fortissimo illius Ducis heroe Galilaeo, se vero imbecillem; clientela igitur indigere.

Invehitur in Horkyum; queritur de iniuria accepta; narrat quid inter ipsos actum. Ostendit, sibi displicere hominis petulantiam iocandi et cavillandi et maledicendi. Reipsa videtur in Horkyi sententiam abire; nisi quod ait, ista se disputare exercitii causa, quod cum titulo quidem male convenit. In genere id agit quod tu ad Hasdalium scripsisti: repudiato mundo sensibili, quem nec ipse vidit nec expertis credit, ratiunculis puerilibus spaciatur Peripateticus in mundo chartaceo: negatque solem lucere, quia ipse coecus est. Allegat mea scripta saepius honorificentissime, ac si praeceptor ipsi fuissem; et uno loco talibus utitur verbis, ex quibus ignarus colligat, multa illum mecum per literas communicasse: quod factum tamen nunquam, te monitum volo. Stilus paulo emendatior est quam Horkii; iuveniliter tamen haeret in obscuritatum dumetis. Ratiocinationes suas tingit speculationibus opticis, sed pessimis; at plus illum in hoc genere apprehendisse puto, quam Horkyum. Sed quia commenta sua opponit veritati oculorum, quid aliud expectabit quam ut cordati omnes dicant, illum cum ratione iuveniliter insanire? Neque tamen memini omnium; erunt fortasse multa acriori censura digna, quae si serio librum legero, et si tempus ad hanc operam impendere potero, pauculis verbis consignabo. Contumeliosius nihil deprehendi, quam verba tituli, supra allegata. Denique talis libellus videtur, qui et sine veritatis iactura negligi, et salva gravitate viri cordati refelli publice, possit, si talis refutatio suscipiatur instituendi causa iuvenem non sane malum, nec indoctum impolitumve, et cum illo multos alios in eodem luto haerentes. Ita mihi visum. Plura forte alias.

Tuam incrementorum Veneris decrementorumque observationem, ante nostros tumultus magna iu[cun]ditate legi, cum literarum et philosophiae cultoribus communicavi, etiamque Caesari nunciandum curavi. Cupio spectator esse. Instrumentum habet Ill.mus Orator caetera optimum, et quo heri, Dominica Palmarum, vidi, ni fallor, omnes quatuor, forma et dispositione hic adiuncta,  sed quod non amplius quam septuplicat diametrum: luna enim nudo oculo visa aequat maximam lunae maculam in instrumento. Hoc instrumentum non suffecturum puto ad Saturni Venerisque figuras dignoscendas.

Inopinata mihi quodammodo fuit tua observatio; nam propter ingentem claritatem Veneris opinabar proprium in illa lumen inesse. Itaque multum mecum meditor, quali superficie globum hunc oporteat esse praeditum. Mirum nisi Cynthia tota aurea est, aut, quod in Fundamentis Astrologicis([212]) dixi, electrina. Atque illa te, nisi tetrico vultu aversaris, blande respiciat. Vale.

 

Pragae, 28 Martii anno 1611.

Ex. T

Observant.

I. Keplerus.

S. C. M.tis Mathematicus.

 

Fuori: Nobili Excell.mo

D. Galilaeo Galilaeo,

Ser.mi Magni Hetruriae Ducis Mathematico, amico meo.

Florentiam.

 

 

 

504*.

 

GIOVANNI NICCOLINI a COSIMO II, Granduca di Toscana, in Firenze.

Roma, 30 marzo 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3325. — Autografe le linee 11-12 [Edizione Nazionale].

 

Ser.mo unico mio Sig.re

 

Hieri arrivò qua Mess. Galileo Galilei, al quale, conforme al comandamento della lettera di V. A. S. de' 27([213]), si è dato alloggiamento, insieme con due suoi servitori che ha menato, in questo palazzo di V. A.: e si farà loro le spese, et il detto Mess. Galileo sarà ben visto, honorato et accarezzato, come servitore di V. A. e per il valore insieme ben noto a ognuno. E quando mi conferirà la cagione della sua venuta, non mancherò di porgergli ogn'aiuto in tutto quello che gli potesse bisognare. Egli fu hiersera dal S.r Card.le del Monte, accompagnato da uno delli miei; e così procurerò che segua in avvenire, dando conto alla giornata all'A. V. di tutto quello che seguirà. Et humilissimamente a V. A. et a Mad.a Ser.ma m'inchino.

 

Di Roma, a' 30 di Marzo 1611.

Di V. Alt.a Ser.ma

Humiliss.o et Devotiss.o Ser.re

Giovanni Niccolini.

 

Fuori: Al Ser.mo Gran Duca di Toscana

Unico mio Sig.re

 

 

 

505.

 

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Roma, 1° aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 44. — Autografa.

 

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

 

Giunsi qua il martedì Santo([214]) con buona salute, et presentai la lettera del Ser.mo G. D. all'Ill.mo S. Ambasciatore([215]), dal quale fui cortesissimamente ricevuto, et qui mi trattengo. Fui l'istesso giorno dall'Ill.mo et Rev.mo S. Card.le Monte([216]), al quale parimente resi l'altra lettera di S. A.([217]), et trattai sommariamente del negozio per il quale son qua; il che da S. S. Ill.ma et Rev.ma fu attentamente ascoltato et cortesemente abbracciato, con ferma speranza che io non sia per partire di qua senza ricevere et dare compita satisfazione et giustificazione delle verità integrissime di quanto ho scoperto, osservato et scritto. Fui il giorno seguente da i Padri Giesuiti, et mi trattenni lungamente col Padre Clavio et con due altri Padri intendentissimi della professione([218]) et suoi allievi([219]): li quali trovai occupati in leggere, non senza gran risa, quello che ultimamente mi è stato scritto contro et stampato dal S. Francesco Sizii([220]): et credami V. S. Ill.ma, che ne sentii gran dispiacere in vedere scritte, et in mano di huomini tanto intendenti, cose degne di scherno come sono queste, per esser loro di autore Fiorentino, et anco per altre cause che per hora lascio sotto silenzio([221]).

Ho trovato che i nominati Padri, havendo finalmente conosciuta la verità de i nuovi Pianeti Medicei, ne hanno fatte da 2 mesi in qua continue oservazioni, le quali vanno proseguendo; et le haviamo riscontrate con le mie, et si rispondano giustissime. Loro ancora si affaticano per ritrovare i periodi delle loro revoluzioni; ma concorrono col Matematico dell'Imperatore([222]) in giudicare che sia per esser negozio difficilissimo et quasi impossibile. Io però ho grande speranza di havergli a ritrovare et definire, et confido in Dio benedetto, che sì come mi ha fatto grazia di essere stato solo a scoprire tante nuove meraviglie della Sua mano, così sia per concedermi che io habbia a ritrovar l'ordine assoluto de i suoi rivolgimenti; et forse al mio ritorno haverò ridotto questa mia fatica, veramente atlantica, a segno di poter predire i siti et le disposizioni che essi nuovi Pianeti siano per havere in ogni tempo futuro, et habbino anco hauto in ciascuno tempo passato; pur che le forze mi concedino di poter continuare sino a molte hore di notte le osservazioni, come ho fatto sin qui.

Io rimando a V. S. Ill.ma la lettera per l'Ill.mo et Ecc.mo S. D. Virginio([223]), poi che, per mia sventura, sono arrivato tardo. Io non occuperò più lungamente V. S. Ill.ma: solo la pregherò a farmi grazia di baciar la vesta in mio nome a loro S.me Al.e; et a V. S. Ill.ma, con ricordarmeli servitore devotissimo, prego da Dio felicità.

 

Di Roma, il p.o di Aprile 1611.

Di V. S. Ill.ma

Ser.re Oblig.mo

Galileo Galilei.

 

 

 

506*.

 

MAFFEO BARBERINI a MICHELANGELO BUONARROTI in Firenze.

Roma, 2 aprile 1611.

 

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 42, Lett. B, car. 268. — Autografa la firma.

 

.... Il S.r Galileo, per la virtù ond'è ornato, si rende meritevole della mia buona dispositione verso di lui; al quale mi sono essibito, come a V. S. mi ricordo prontissimo in tutte l'occasioni di suo servitio, con pregarle ongi contento.

 

Di Roma, li 2 di Aprile 1611.

Di V. S.

S.r Michel Ang.lo Buonarroti.

Come fratello Aff.mo

Il Card.l Barberino.

 

Fuori: Al molto Ill. S.re

Il S.r Michel Ang.lo Buonarroti.

Firenze.

 

 

 

507*.

 

MAFFEO BARBERINI ad ANTONIO DE' MEDICI [in Firenze].

Roma, 2 aprile 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5131, n.° 81. — Autografa la firma.

 

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re

 

L'efficace raccomandatione che V. Ecc.za ha passata meco della persona del S.r Galileo Galilei, et la dependenza che ha da cotesta Ser.ma Casa, mi rendono disposto a giovargli in tutto quello che potrò, come me gli sono essibito ancor tanto più volentieri, quanto più eminente è la fama delle virtù sue. Resta che l'E. V., dove mi conosce atto a servirla, si compiaccia di non risparmiarmi, perchè possa havere soddisfattione il particolare desiderio che ne ho. Et bacio a V. E. le mani, pregandole ogni prosperità.

 

Di Roma, li 2 di Aprile 1611.

Di V. E.

S.r D. Ant.o Medici.

Ser.re

Il Card.l Barberino.

 

 

 

508**.

 

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a COSIMO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

Roma, 2 aprile 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3790, n.° 99. — Autografa la sottoscrizione.

 

Ser.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Il Dottor Galileo mi trovarà sempre prontissimo in tutto quello che potrò giovargli, sì perch'è mio amico vecchio e stimo molto l'eminenza del suo valore, sì per essermi comandato da V. A. S., alla quale desidero e devo servire in tutte l'occasioni. Resta ch'esso Galileo si vaglia di me dove gli occorre, che ne vedrà gli effetti. Intanto humilmente bacio le mani a V. A. S.

 

Di Roma, a' 2 d'Aprile 1611.

Di V. A. S.

G. Duca etc.

Obl.mo Ser.re vero

Il Card.le dal Monte.

 

Fuori: Al Ser.mo Sig.or e P.ron mio Col.mo

Il Gran Duca di Toscana.

 

 

 

509**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Brescia, 3 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 73. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Son quasi sicuro di venire a stanziare in Firenze, già che tengo lettere di promessa dal R.do Abbate di Badia. V. S. Ecc.ma pensi al giubilo mio: altro non m'aggrava che l'aspettar questi doi mesi.

Qua in Brescia da diversi gentil'huomini, da D. Serafino([224]) e da un Padre D. Silvio Stella, Priore qua in Brescia d'un nostro Monasterio, tutti osservantissimi([225]) del nome e scienza di V. S. Ecc.ma, si va facendo semplici osservationi dell'apparenze di Venere, mossi dalla lettera che lei mi scrisse: et in fatti nel vedere che si va verificando ad unguem tutto quello che nella lettera([226]) è pronontiato dell'apparenza mattutina, come ancora della vespertina, restano fuori di sè; et il P. Priore disse: Felice il nostro secolo, nel quale dal S.r Galilei si sono scoperte sì stupende cose! Di Saturno crediamo solo, ma non habbiamo ancora visto, per la debolezza delli strumenti, cosa alcuna.

Non so poi se V. S. Ecc.ma habbia riceuta una mia, data circa il principio del passato([227]). E non occorendomi altro, la prego a mantenermi nella sua gratia; e se mentre son qua posso servirla, mi comandi, chè sa lei quanto son obligato, et io so che desiderio tengo di servirla. E li bacio le mani.

 

In Brescia, il dì di Pasca 611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Ser.re […] e Discepolo

D. Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Filosofo di S. A.

Firenze.

 

 

 

510**.

 

GALILEO a [VIRGINIO ORSINI in Firenze].

Roma, 8 aprile 1611.

 

Arch. Orsini in Roma. Corrispondenza di Virginio 2°, dal 1610 al 1611. IIC. Prot. XXI. — Autografa.

 

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re Col.mo

 

Sapendo io quanto sia l'affezione con la quale V. E. Ill.ma risponde a i meriti della devotissima servitù del molto Illustre Signor Giovambatista Strozzi, et scorgendomi havere occasione di scriver nuova di gusto a lei et di honore al Sig.r Giovambatista, non mi è parso di pretermettere di farla consapevole della meravigliosa azione fatta due giorni sono da Sua Signoria nella Academia dell'Ill.mo et Rev.mo S.r Card. Deti, trattando, con erudizione et insieme vaghezza incomparabile, della superbia; alla quale intervennero, sopra molti altri Prelati, li Ill.mi et Rev.mi Card.li Aldobrandino, Bandini, Tosco e San Clemente, invidiati poi da molti altri, che, per varii accidenti et per poca ventura del S.r Giovambatista, non vi potettero intervenire: tra i quali l'Ecc.mo S.r Ambasciator Niccolini, prevenuto da uno spontaneo invito di quello di Savoia, ne è restato con dolore non piccolo. La bellezza dell'opera ha dato et dà occasione a tutta Roma di celebrare la dottrina del S.r Giovambatista; et io, che come forestiero qua son muto, desidero di parlare in cotesta Corte, et farvi pervenire in parte la meritata gloria di questo mio Signore: et benchè la mia attestazione sia di piccolissima autorità, ricevila come relazione dell'applauso universale di Roma.

Io poi, benchè speri di esser per quietare ogn'uno et levare tutti gli scrupoli circa la verità dei miei scoprimenti, tutta via mi dolgo della mia sventura, mancandomi il favore et protezione di V. E. Ill.ma, la quale con la sua autorità mi haverebbe agevolate tutte le difficoltà. Vagliami il suo medesimo favore in coteste parti, se però vi resta ancora contradittore: et come io infinitamente confido nel suo patrocinio, così ella si accerti della devotissima et humilissima mia perpetua servitù. Et qui, inchinandola, gli prego dal Signore Dio il colmo di felicità.

 

Di Roma, li 8 di Aprile 1611.

Di V. E. Ill.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

511*.

 

FRANCESCO MARIA DEL MONTE ad ANTONIO DE' MEDICI [in Firenze].

Roma, 8 aprile 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5131, n.° 83. — Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo et Ecc.mo Sig.or mio Oss.mo

 

Io mi sono offerto prontamente al Sig.or Galileo d'adoperarmi per lui in tutto quello ch'io possa giovargli; et s'egli vorrà valersi di me, gli riuscirò più in fatti che in parole, sì per l'eminenza del suo valore et perch'è mio amico vecchio, come per li comandamenti del Gran Duca e di V. E., a' quali devo sempre obedire.

Tardi rispondo alla sua lettera, perchè 'l Sig.or Galileo non me l'ha resa prima di questa settimana: et il medesimo mi ha mostrato l'ingegno della fontana da lei mandatami, che ogn'hora mi riesce più bella; et io le ne resto con particolarissimo obligo, pregandola vivamente che mi comandi, acciò che io possa, servendola, sodisfare in qualche parte a tanti debiti che ho con lei. Le bacio la mano, e dal Signor Iddio le prego il colmo d'ogni bene.

 

Di Roma, il dì 8 d'Aprile 1611.

Di V. E.

S.or Don Antonio Medici.

Ser.re Aff.mo

Il Card.le dal Monte.

 

 

 

512.

 

DANIELLO ANTONINI a GALILEO in Firenze.

Bruxelles, 9 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 16. — Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non io se lingue cento e bocche cento

Havessi e ferrea lena e ferrea voce,

 

potrei abastanza esplicare il gusto che della lettera di V. S. molto Ill.re de' 5 di Marzo ho riceuto. Delle meraviglie ch'ella ha in cielo scoperte, tanto maggiormente ne godo, quanto che si confrontano, anzi sono veraci testimonianze, della verità delle sue passate filosofationi; nè mi leva punto di gusto l'ostinatione di quei testoni, pieni d'imbrogli: ch'anzi son sicuro che la verità, da' propri occhi di ciascuno veduta, farà conoscere la loro mamaluccaria.

In queste parti non si ritrovano occhiali che crescano più che 5 volte in circa la linea: tutta via i giorni passati feci io lavorarmi certi ferri, et doppo molta fatica m'è riuscito un occhiale, il qual porta più che tre braccia et mezo di canone, et con un mediocre concavo cresce la linea circa 40 volte, et fa assai chiaro: di maniera che ho potuto osservar benissimo i Pianeti Medicei et le inugualità nella luna. Hora m'accingerò a osservare le altre cose da V. S. avisate.

Non mi son punto meravigliato che 'l Ser.mo G. D. l'habbia richiamata alla patria, anzi m'era di meraviglia, che un Prencipe così virtuoso sopportasse perdita di tal gioia. Nè meno mi meraviglio che, richiamata, ella habbia lasciata la lettura di Padova, perchè, oltre che son certo ch'ella havrà hauto partito conforme ai suoi meriti et alle virtù di quel Ser.mo P., so anco che la divotione, che verso il suo Prencipe tiene, era atta a farle abandonar cosa maggiore.

Con tutto ch'io habbia cossì bella comodità, non posso (credo per qualche mio pecato) applicarmi a questi gravi studii di fortificatione: non dormo però, ma circa cose leggiere vado alcuna volta travagliando l'ingegnaccio. Pensavo questi giorni circa l'effetto di questi occhiali: et dietro alla mia speculatione parevami, che il solo vetro convexo dovesse fare questo effetto, et in maggior perfettione, di quello che dal convexo et concavo insieme far veggiamo; et questo seguivami, suponendo che il vetro convexo, nel rifranger i raggi, li unisse tutti in un punto: et preso un tal vetro in mano, vedevo che nell'alontanarlo dal'occhio mi cresceva l'oggetto mirato, ma sempre più me lo confondeva; sichè ho creduto poi, et credo ancora, che quel confondersi del'oggetto non sia per altro che perchè i raggi franti non concorano nello stesso punto, ma in diversi, alle quali diversità di concorsi rimedii poi in parte il concavo: a tal che potendo noi fare un convexo di tal natura che mandi i raggi fratti ad unirsi in un sol punto, a me pare che, senza altro concavo, mettendo l'occhio nel punto del'unione, vederemo una cosa infinitamente lontana, non maggior per sè stessa che il vetro, nello stesso angolo che veggiamo il vetro. Hora di tal natura parmi che debba essere un vetro che habbia la superfitie parabolica; et sicome la forma parabolica concava riflette i raggi tutti in un punto, il che non fa la sferica, cossì debba anco l'istesso che nella riflessione serbare nella refrattione.

Ho pensato alcuna volta a quella sua propositione: Mobile secundum proportionem distantie, a termino a quo movetur velocitatem acquirens, in instanti movetur([228]): la quale essendomi parsa sempre più vera et dimostrabile, son andato considerando se potesse farsi un moto almeno simile a questo; et mi pare così hora, che questo, che le dirò, sia non solo simile, ma l'istesso: et se bene non fit in instanti, può poi venire dalla imperfettion della materia et dal'aria. V. S. s'immagini un canaletto, del quale stando fermo un termine, l'altro si mova in giro equivelociter, sicome fa la linea d'Archimede, che nel destricar la spirale mostra; et vicino al centro di questo mobil canaletto mettassi una ballina: questa sicuramente si moverà sopra quel canale, come nella linea detta il punto che descrive la spirale, ma non equivelociter; anzi par a me che acquistarà vellocità secondo la proportione della distanza dal centro: perchè il moto circolare del canale eccita questo retto sopra il detto canale: ma ciascuna parte di quel canale si move secondo la proportion della distanza dal centro; dunque pare che quella ballina ancora, alla quale dal moto di quelle parti è dato il moto, debba moversi secondo quella proportione.

Se in queste mie debilissime considerationi c'è qualche fallatia che m'inganni, so che V. S. me la scoprirà, acciò che un suo cossì affetionato servitore non camini per l'ordinaria strada di cossì gran concorso.

Sarò di qui in poi a Brusseles (se non susita qualche moto di guerra), dove maggior di tutti i gusti mi sarà l'intender nuova di V. S. et delle sue nuove contemplationi; delle qualli in farmene gratia ch'io n'habbia parte, caldamente la suplico, com'anco la prego conservarmi tra' suoi servitori. Et le baccio le mani.

 

Di Brusseles, il dì 9 April 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo Ser.r

Daniello Antonino.

 

Post scripta.

 

Questo Ser.mo Arciducca([229]) ha voluto veder la lettera di V. S., et m'ha detto che le debba mostrar tutte quelle che da lei havrò. Però prego V. S. a darmi ocasione di potergliene mostrar spesso, perchè questo Prencipe gode assai di queste novità, et assaissimo ammira le sue virtù. Non dia però, di gratia, segno nella lettera di saper questo. Le baccio le mani.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

513*.

 

OTTAVIO BANDINI ad ANTONIO DE' MEDICI [in Firenze].

Roma, 9 aprile 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5131, n.° 85. — Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo et Ecc.mo S.re

 

Conoscevo per fama il S.r Galilei, et stimavo, sicome tuttavia stimo, il merito delle sue virtù. Hora mi è stato carissimo il vederlo qui et conoscerlo di presenza, massime essendovi intervenuto il mezo di V. E., alla quale devo renderne gratie. Et poichè all'inclinatione che per me stesso havevo verso di lui, s'aggiunge hora il gusto che ho di poter servire a V. E., deve ella restar certa che con tanto maggior affetto piglierò ogni occasione che mi verrà d'impiegarmi per interesse di esso. Intanto bacio a V. E. le mani, et le prego dal Signore ogni contento.

 

Di Roma, li IX d'Aprile M.D.C.XI.

Di V. E.

S.r D. Ant.o Medici.

Serv.re

Il Card. Bandino.

 

 

 

514*.

 

TIBERIO MUTI ad ANTONIO DE' MEDICI [in Firenze].

Roma, 9 aprile 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5131, n.° 84. — Autografa la firma.

 

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re

 

Ero per me stesso inclinatissimo a compiacer e gratificare, ovunque io potessi, il Dottor Galileo Galilei; hora aggiungendovisi la raccomandatione di V. Ecc.za, l'inclinatione si è convertita in obligo: sichè non lasciarò opportunità alcuna, che mi si offerisca, di giovarli; nel che sentirò particolar contento, servendo V. Ecc.za et adoperandomi a profitto di persona così meritevole. Intanto le bacio le mani, e nella solita buona gratia sua mi raccomando.

 

Di Roma, alli 9 d'Aprile 1611.

Di V. Ecc.za

S.r D. Anton de' Medici.

Serv.re

Il Car. Muti

 

 

 

515.

 

ROBERTO BELLARMINO ai MATEMATICI DEL COLLEGIO ROMANO.

[Roma], 19 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. III, car. 2. — Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Rev.di Padri,

 

So che le RR. VV. hanno notitia delle nuove osservationi celesti di un valente mathematico per mezo d'un instrumento chiamato cannone overo ochiale; et ancor io ho visto, per mezo dell'istesso instrumento, alcune cose molto maravigliose intorno alla luna et a Venere. Però desidero mi facciano piacere di dirmi sinceramente il parer loro intorno alle cose sequenti:

Prima, se approvano la moltitudine delle stelle fisse, invisibili con il solo ochio naturale, et in particolare della Via Lattea et delle nebulose, che siano congerie di minutissime stelle;

2°, che Saturno non sia una semplice stella, ma tre stelle congionte insieme;

3°, che la stella di Venere habbia le mutationi di figure, crescendo e scemando come la luna;

4°, che la luna habbia la superficie aspera et ineguale;

5°, che intorno al pianeta di Giove discorrino quattro stelle mobili, et di movimenti fra loro differenti et velocissimi.

Questo desidero sapere, perchè ne sento parlare variamente; et le RR. VV., come essercitate nelle scienze mathematiche, facilmente mi sapranno dire se queste nuove inventioni siano ben fondate, o pure siano apparenti et non vere. Et se gli piace, potranno mettere la risposta in questo istesso foglio.

 

Di casa, li 19 d'Aprile 1611.

Delle RR. VV.

Fratello in Christo

 

 

516*.

 

FRANCESCO SIZZI a CRISTOFORO CLAVIO [in Roma].

[Firenze], 20 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 27. — Copia di mano di Galileo.

 

Doctiss.o Viro Christophoro Clavio eï prttein.

 

Officio me defuisse fateor; etenim te iam pridem convenire debueram. At deerat occasio, nec solum, verum amicus, qui erga te hoc munere fungeretur. Postquam vero a iuvene ut nobilissimo, sic omnibus virtutum numeris absolutissimo, accepi, occasionem mihi se praebiturum te conveniendi et dÇron kaÜ dvron tibi offerendi, occasionem oblatam libentissime arripui: unde statim diem dixi, ut pollicitis staret; quod libentissime se facturum promisit. Qua de re hanc ad te mittere decrevi. Miraberis forsan([230]) hominis ignoti audaciam; at desiderium discendi, quo trahor, ad hoc facinus impulit, et humanitas tua, iam in Galliis ex fama mihi nota, calcar addidit. Magna te invisendi atque inserviendi cupiditate ducor, ut familiaritate tanti viri, hoc Œgo®teætvw accipe, frui possem; sed in Galliam redire coactus, cum coram non liceat, per litteras obsequium meum, qualecumque sit, offero. Tibi pili erit, fateor; donatoris voluntas, non munus, spectandum: in magnis enim voluisse sat est. Hac spe fultus, te adii. Quid insuper? hoc animi donum cum certa aliqua tesserula sociare decrevi. At non aurum aut ebur Indicum mea curta supellex largiri potest; quid, queso? meam Dinoian([231]), vagientis tenellulique ingenii mei foetum: nam quid carius, quid preciosius, nunc offerat, non habet. Parentibus chari sunt proprii liberi; nobis, qualiscunque sit, ingenii foetus longe gratior. Hunc, si lubebit, amicitiae obsequiique mei obsidem habebis certissimum. At foeneratorem me dices. Ingenue, verum est. Eum enim offero tibi, ut, esamini tuo subiectus, gratior, ornatior, ad dominum vel parentem suum inde accedat, si gratus fuerit; e contra vero, ut occasionem auctori suo praebeat palinodiam canendi, erroremque suum recognoscendi. His te rogatum velim. Si impetravero, ut hoc ex benignitate tua mihi polliceor, foenus hoc meum erit: restituere cogar. Agnosco, id fiet iis modis quibus, a natura edocti, cum a magnatibus principibusque accepta munera fuerint, utimur. Sit hoc facinus, eçxaristhrÛÄ expiabo. In gratiam igitur ut me recipias, rogatum volo. Vale.

 

xii Kal. Mai., anno Xrhst. MDCXI.

 

Tuus

Franciscus Sitius.

 

 

 

517.

 

GALILEO a [FILIPPO SALVIATI in Firenze].

Roma, 22 aprile 1611.

 

Riproduciamo questa lettera dall'opuscolo Due lettere di Galileo Galilei ed una del Keplero inedite, con note di Pietro Bigazzi, Firenze, presso l'editore, 1841, pag. 7-11. Ignoriamo dove ora sia la «copia del tempo», che l'editore possedeva e della quale si valse. Ad ogni modo ristampiamo il capitolo della lettera del Kepler conforme l'autografo (cfr. n.° 503), limitandoci a registrare in variante le lezioni diverse dell'editore.

 

Molto Illustre Signor mio Osservandissimo,

 

Non avendo io tempo di scrivere a tutti gli amici e padroni particolarmente, scrivendo ad un solo farò conto di scrivere a tutti.

Io sono stato favorito da molti di questi Illustrissimi Sigg. Cardinali, Prelati e diversi Principi, li quali hanno voluto vedere le mie osservazioni e sono tutti restati appagati, sì come all'incontro io nel vedere le loro meraviglie di statue, pitture, ornamenti di stanze, palazzi, giardini ec.

Questa mattina sono stato a baciare il piede a Sua Santità([232]), presentato dall'Illustrissimo ed Eccellentissimo Sig. Ambasciator nostro([233]), il quale mi ha detto che io sono stato straordinariamente favorito, poichè Sua Beatitudine non comportò, che io dicessi pure una parola in ginocchioni.

Tra i litterati reputati in queste corti, ne ho trovati alcuni veramente dotti, ma anco all'incontro de' molto sori, come a bocca sentirà V. S. Circa al mio particolare, tutti gl'intendenti sono a segno, e in particolare i Padri Gesuiti, come per alcuni segni evidenti conoscerà ognuno in breve. Saprà V. S. poi, come non son mancati alcuni de' soliti amici, che hanno di costà scritto qua diverse cose: alcuni, che io mi son partito in mala sodisfazione dei Serenissimi Padroni, onde è bisognato produr le lettere di loro Altezze al Cardinale dal Monte e all'Ambasciatore; altri, che io sono scappato per fuggir l'acqua calda venutami addosso per le pubblicazioni di scritti e stampe contro di me, e disperato di poter rispondere e render buon conto delle mie asserzioni. Ma volesse Dio che non fosser più vere le piene, che io veggo muoversi a sommergere i miei avversari. Dispiacemi dell'essere stato troppo vero indovino dell'esito dell'opera del Sig. Sizzi, scritto già al Sig. Sertini, e procurato per quanto ho potuto che non segua, con il procurar di mettergli, o che gli fosse messo, avanti l'esemplo di Martino Orchi, sì per una sua propria reputazione come della nazione, siccome esso Sig. Sertini e altri amici comuni possono esser sempre buoni testimoni. Senta V. S. il giudizio che fa il Keplero sopra la Dianoia, con tutto venga il suo nome sommamente esaltato in tale opera da esso Sig. Sizzi. Io, disperato di esser per veder questo libro e sentendo come era stato mandato in Francoforte, scrissi al Sig. Asdale a Praga che mi avvisasse il giudizio che ne faveva il Keplero; ora il medesimo Keplero mi scrive la seguente lettera.

 

 

S. P. D.

 

Hac ipsa discessus postae hora, Galilaee celeberrime, D. Hasdalius mihi retulit quid per ipsum a me peteres. Quantum igitur potero, tibi satisfaciam.

Libellum Sitii, ex concessu D. Welseri nactus, legi, seu pervolitavi potius, idque somnolentus([234]). Titulo DianoÛaw Astronomicae in catalogum venit nundinarum Francofordensium([235]). At iam auctus est titulus hisce verbis: qua Nuncii Siderii([236]) rumor de 4 Planetis vanus redditur.

Dedicatur Magno Hetruriae Duci([237]), miro argumento: rem sibi esse cum fortissimo([238]) illius Ducis heroe Galilaeo([239]), se vero imbecillem; clientela igitur indigere.

Invehitur in Horkyum([240]); queritur de iniuria accepta; narrat quid inter ipsos actum. Ostendit, sibi displicere hominis petulantiam iocandi et cavillandi et maledicendi. Reipsa videtur in Horkyi sententiam abire([241]); nisi quod ait, ista se disputare exercitii causa, quod cum titulo([242]) quidem male convenit. In genere id agit quod tu ad Hasdalium scripsisti: repudiato mundo sensibili, quem nec ipse vidit nec expertis credit, ratiunculis puerilibus spaciatur Peripateticus in mundo chartaceo; negatque solem lucere, quia ipse coecus est. Allegat mea scripta saepius honorificentissime, ac si praeceptor ipsi fuissem; et uno loco talibus utitur verbis, ex quibus ignarus colligat, multa illum mecum per literas communicasse([243]): quod factum tamen nunquam([244]), te monitum volo. Stilus paulo emendatior est quam Horkyi([245]); iuveniliter tamen haeret in obscuritatum dumetis. Ratiocinationes suas tingit speculationibus opticis, sed pessimis; at plus illum in hoc genere apprehendisse puto, quam Horkyium([246]). Sed quia commenta sua opponit veritati oculorum, quid aliud expectabit quam ut cordati omnes dicant, illum cum ratione iuveniliter insanire? Neque tamen memini omnium; erunt fortasse multa acriori censura digna, quae si serio librum legero, et si tempus ad hanc operam impendere potero, pauculis verbis consignabo. Contumeliosius nihil deprehendi, quam verba tituli, supra allegata. Denique talis libellus videtur, qui et sine veritatis iactura negligi, et salva gravitate viri cordati refelli publice, possit, si talis refutatio suscipiatur instituendi causa iuvenem non sane malum, nec indoctum impolitumve, et cum illo multos alios in eodem luto haerentes. Ita mihi visum. Plura forte alias, etc.

 

Ho voluto conferir con V. S. questo giudizio, acciò si sappia per qualcuno quello che si dice di là da' monti. Prego V. S. a non lo comunicar con molt'altri, perchè io non mi curo di procurar lo scorno, nè anco appresso a una città, a quelli che hanno tentato di procurarlo a me appresso al mondo tutto; perchè, come altre volte ho detto a V. S. e a molti altri, più presto vorrei guadagnarmi l'amicizia del Sig. Sizzi col rimettergli ogni vilipendio, che averlo con vittoria per inimico. E per tal rispetto ho anco procurato di scusarlo appresso i Padri Gesuiti, che con gran risa leggono le sue puerizie.

Ho pieno il foglio, però finisco. Saluti tutti gli amici e mi conservi nella sua buona grazia e liberalità.

 

Di Roma, alli 22 Aprile 1611.

 

 

 

518**.

 

GIO. ANTONIO MAGINI a SPINELLO BENCI in Mantova.

Bologna, 22 aprile 1611.

 

Arch. Gonzaga in Mantova. Rubrica Bologna E. XXX. 3. — Autografa.

 

Ill.mo et R.mo S.r, mio Sig.re e Patrone Col.mo

 

Subito ch'ho veduto il commandamento di V. S. Ill.ma, mi sono posto a copiargli di mia mano quel'esperimento che lei mi ricerca, e gli lo mando; avisandola, che se bene io feci copiare molte altre cose per V. S. Ill.ma, mi furono poi portate via da quel Tedesco ch'io cacciai via all'improviso per amor del S.r Galilei....

 

 

 

519*.

 

GIOVANNI NICCOLINI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Roma, 23 aprile 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3325. — Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Illus.re Sig.r mio Oss.mo

 

Io sono stato questa mattina([247]) alla solita audienza di S. S., per introdurre a baciare i piedi alla S. S. (come ho fatto) il S.r Galilei; il quale ha ricevuto gratissima cera da S. S., havendo fatto l'istesso il S.r Card.le Borghesi per fino la settimana passata....

 

 

 

520.

 

I MATEMATICI DEL COLLEGIO ROMANO a ROBERTO BELLARMINO in Roma.

Roma, 24 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. III, car. 2bis. — Autografe le firme. A tergo, di mano di Galileo, si legge: Attestazione de' PP.i Giesuiti al Rever.mo Card. Bellarmino.

 

Ill.mo et R.mo Sig.r et P.ron Col.mo

 

Responderemmo in questa carta conforme al commandamento di V. S. Ill.ma([248]) intorno alle varie apparenze che si vedono nel cielo con l'occhiale, et con lo stesso ordine delle proposte che V. S. Ill.ma fa.

Alla prima, è vero cha appaiono moltissime stelle mirando con l'occhiale nelle nuvolose del Cancro e Pleiadi; ma nella Via Lattea non è così certo che tutta consti di minute stelle, et pare più presto che siano parti più dense continuate, benchè non si può negare che non ci siano ancora nella Via Lattea molte stelle minute. È vero che, per quel che si vede nelle nuvolose del Cancro et Pleiadi, si può congetturare probabilmente che ancora nella Via Lattea sia grandissima moltitudine di stelle, le quali non si ponno discernere per essere troppo minute.

Alla 2a, habbiamo osservato che Saturno non è tondo, come si vede Giove e Marte, ma di figura ovata et oblonga in questo modo ; se bene non habbiam visto le due stellette di qua et di là tanto staccate da quella di mezzo, che possiamo dire essere stelle distinte.

Alla 3a, è verissimo che Venere si scema et cresce come la luna: et havendola noi vista quasi piena, quando era vespertina, habbiamo osservato che a puoco a puoco andava mancando la parte illuminata, che sempre guardava il sole, diventando tutta via più cornicolata; et osservatala poi matutina, dopo la congiontione col sole, l'habbiamo veduta cornicolata con la parte illuminata verso il sole. Et hora va sempre crescendo secondo il lume, et mancando secondo il diametro visuale.

Alla 4a, non si può negare la grande inequità della luna; ma pare al P. Clavio più probabile che non sia la superficie inequale, ma più presto che il corpo lunare non sia denso uniformemente et che abbia parti più dense et più rare, come sono le macchie ordinarie, che si vedono con la vista naturale. Altri pensano, essere veramente inequale la superficie; ma infin hora noi non habbiamo intorno a questo tanta certezza, che lo possiamo affermare indubitamente.

Alla 5a, si veggono intorno a Giove quattro stelle, che velocissimamente si movono hora tutte verso levante, hora tutte verso ponente, et quando parte verso levante, et quando parte verso ponente, in linea quasi retta: le quali non possono essere stelle fisse, poichè hanno moto velocissimo et diversissimo dalle stelle fisse, et sempre mutano le distanze fra di loro et Giove.

Questo è quanto ci occorre in risposta alle domande di V. S. Ill.ma: alla quale facendo humilissima riverenza, preghiamo dal Signor compiuta felicità.

 

Dal Collegio Romano, li 24 d'Aprile 1611.

Di V. S. Ill.ma et R.ma

 

 

 

521.

 

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Roma, 27 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 52. — Autografa.

 

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

 

Perchè l'Ecc.mo S. Ambasciador Niccolini si va apparecchiando per la partita di qua et ritorno a Firenze, et per quanto intendo, il successore([249]) doverà essere in Roma tra pochi giorni, anzi in questo punto è arrivato un suo mandato a cominciare a preparar la casa et altre provisioni; et desiderando io, già che son qua, di non guardare in 8 o 10 giorni più o meno per finire di dare intera satisfatione ad ogn'uno, come sin qui l'ho data a moltissimi; per tanto supplico V. S. Ill.ma a farmi grazia di supplicar S. A. S. a favorirmi di dar ordine qua, che in assenza dell'Ecc.mo S. Amb.or Niccolini io potessi, per quelli 8 o 10 giorni che mi potessero mancare alla mia spedizione, esser ricevuto et alloggiato al Giardino della Trinità de' Monti: perchè, se bene haverei molti amici et padroni dove stanziare, tuttavia, per ogni rispetto, deisidero di non uscire delle case di S. A. S.ma; come anco non vorrei esser di disturbo al nuovo Amb.re, et massime in questi principii, che pur troppo doverà haver disturbi per i proprii accomodamenti di casa. Et questo è anco parere et consiglio dell'Ecc.mo S. Niccolini.

Io poi, come sempre ho dato intenzione a loro A.ze Ser.me, son sicuro di tornare con haver ricevuta et data compitissima et intera satisfatione a tutti, sì come in breve saranno accertate, ancor che la novità et grandezza della mia impresa habbia dato che dire a tutto il mondo. Et tanto basti per hora. Bacio reverente la veste a loro A.ze Ser.me, et a V. S. Ill.ma mi ricordo devotissimo servitore.

 

Di Roma, li 27 di Aprile 1611.

Di V. S. Ill.ma

Supplico V. S. Ill.ma di subita risposta.

 

Ser.re Oblig.mo

Galileo Galilei.

 

 

 

522.

 

MICHELANGELO GALILEI a GALILEO in Roma.

Monaco, 27 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 192-193. — Autografa.

 

Car.mo et Hon.do S.r Fratello,

 

La vostra gratissima mi è stata resa insieme con quella della Ser.ma Arciduchessa, quale a vostra requisitione([250]) à scritto al Ser.mo Duca Guglielmo([251]) in mia raccomandatione; et per ancora non l'ò possuta consegnar a S. A., mediante la sua absenza. La lettera la tiene il Sig.r Dottor Mermano([252]) appresso di sè, quale alla tornata del Duca gnene presenterà con comoda occasione; et di quello che sia per fruttarmi, vi avviserò a suo tempo, ringratiandovi([253]) intanto per mille volte del'ufitio che avete fatto per me; et mi vi raccomando di cuore a volermi aiutare in qualche maniera, poi che Iddio vi à dato la gratia di poterlo fare. Et essendo voi in tale felice stato, non vi sdegnate a riguardar in dreto verso i vostri che sono in bisogno, nè voler vendicarsi de' disgusti ricevuti; chè a l'ultimo, se vorrete considerare alle cose passate, tutto in quello che vi contrariavo([254]) era solo pregiudizioso a me solo: et in somma l'animo mio è stato sempre affetionatissimo verso i mia, et in particolare verso di voi; et voglio credere che non abbiate mutato quella vostra solita benigna natura, et che vi ricorderete del povero Michelagnolo vostro fratello, et oltra alle infinite vostre lodi, che sono sparse per il mondo, crederò che vorrete che la carità verso i vostri non rimanga in dreto, et quella faccia più manifesto le vostre virtù. Io non so esprimer il mio concetto; ma havendo a trattar con voi, basta per esser inteso. Ho presente da più bande, in che consideratione et stima siate, non solo alle Ser.me Altezze di Toscana, ma di tutta l'Europa; et oltra a gl'honorini e carezze che vi vien fatto, siate stato da diverse bande presentato molto largamente; et in conclusione che siate in stato di poter soccorere i vostri senza alcuno vostro incomodo. Et hora che il mio Vincenzino è qui a tavola, vi si raccomanda di cuore; che se voi lo vedessi, son certo che diresti non potersi veder la più gratiosa e bella creatura: et so che l'affetione non m'inganna.

Mi dite in questa vostra ultima, come mi havete scritto 3 lettere senza averne risposta. Io l'ò ricevute tutte, et a tutte ò dato risposta. Tutte le cose scoperte da voi sono state molto grate intendere a queste Altezze et a molti in questa città, a' quali ò fatto vederne parte, ciò è li Pianeti et le cose della luna, che n'hanno ricevuto gran meraviglia: et se io non fussi stato, molti([255]) non haveriano creduto nè visto mai niente; et in particolare queste Altezze, poi che hanno inteso come io ò fatto vedere tutte queste cose a diversi, l'ò messe in desiderio d'affaticarsi ancora esse; et intendo come hanno hauto il loro intento, con molta lor meraviglia e gusto. Il Ser.mo mio Padrone([256]) à un comodo istrumento, dove posa su la canna; et l'occhiale che li mandasti, lo porta sempre seco quando va fuora della città, et gl'à fatto fare una bellissima([257]) canna d'ebano. L'occhiale del Ser.mo Duca Guglielmo lo tengo ancora appresso di me; et havanti che io intendessi quello che è occorso, stupivo vedendo che S. A. non lo domandava: salvo che, circa 2 mesi fa, disse al S.r Dottor Mermano che cosa era del suo occhiale. Li rispose che l'aveva il Galilei, con l'aiuto del quale 4 giorni havanti aveva visto ottimamente cose lontanissime, et che li pareva uno strumento rarissimo. S. A. allora non disse altro, solo che credeva che non dovessi servir per la sua vista. Et perchè il Dottor Mermano à sempre mille negotii inportantissimi da trattar con S. A., da l'ora in qua non s'è più parlato d'occhiale, et ancora perchè S. A. sta il più del tempo fuori.

Quello che volevo dirvi è, che il mio padron di casa, ch'è pittore del Duca Guglielmo et molto suo domestico, mi disse a questi giorni che si trovò presente quando S. A. ricevette l'occhiale; et per haver esso pittore visto più volte il mi[o], et per consequenza qualche poca di pratica, subito si messe a metterlo insieme; et senza star a guardar se i vetri erano netti, o vero aggiustar lo strumento, et più senza alcun sostegno, si messeno a guarda[r] fuori d'una finestra; et quello che aiutava questo bel maneggio, era un giorno([258]) che fioccava la neve a più pottere: a tale che S. A. et il pittore si risolvettero a dire di non haver visto niente. Et io li dissi et mostrai tutte le circustanze che bisognava osservare in mettere in opera tale strumento. Io mi sono accorto che il Duca, non havendo potuto veder allora cosa alcuna, si inmagini che non sia strumento per i suoi occhi, et per questo non se ne curi nè ci pensi più. Ma io ò informato del tutto il S.r Mermani, il quale con comodità informerà S. A.; et crede che presto lo vorrà vedere, tanto più ch'ò fatto fare uno strumento da poter maneggiar con grandissima comodità il cannone, secondo che altre volte v'ò scritto([259]).

Io poi non ò mancato nè manco di goderlo, in fino che mi resta nelle mani: et la mattina sono stato più volte, all'aprir della porta, fuori per osservar Venere lunata, la quale appariva([260]) in circa un'ora avanti lo spuntar del sole; ma sempre che l'ò osservata, è stata l'ora troppo tarda, a tale che non ò potuto discerner quello che mi scrivete, per la chiarezza del giorno. Credevo ancora poter osservar Saturno, non essendo molto lontano da Venere; ma nè anco quello ò potuto veder niente, a tale che per l'avvenire mi voglio risolvere andare a dormir fuori della città, qui poco lontano in un luogo d'un mio amico: et voglio usar ogni diligentia di veder tutte quest'altre cose, acciò quando haverò un altro occhiale da voi, secondo che m'avete promesso, io possa far veder le dette cose a' mia amici, sì come ò fatto veder quest'altre.

Ò inteso con molto mio piacere che i vostri avversari si sieno resi vinti: et l'haverli hauti un pezzo per contrari, et poi restati chiariti, maggior honore e gloria è la vostra. Ò di più inteso la vostra andata a Roma et la maniera che andate, et del tutto sento infinito contento, del qual luogo so che ne riporterete honore et utile; et di quello che seguirà mi farete sommo piacere tenermi avvisato, consegnando costì in Roma le lettere al S.r Giovanbatista Crivelli, per la via del quale riceverete questa, non vi scordando però le corde, chè ne sono in gran necessità. M. Cristoforo([261]) me ne mandò da Padova dui mazzetti, che non son buone a niente. Quando tornerete a Firenze, aspetterò che mi mandiate i ritratti, quali molto desidero d'avere. Io non posso far di manco di non tornar a pregarvi a volermi haver per raccomandato, et a soccorermi adesso che Dio vi dà gratia di poterlo fare et che io sono in bisogno, senza dire ch'havete fatto assai per me: lo confesso; ma non è già tanto quello ch'avete fatto, che non sia maggiore la vostra amorevolezza et le vostre presenti forze. Et pensate che non ò più che 220 fiorini l'anno, et se non fussino stati alcuni scolari che ò hauto, mal per me: et al presente non ò più che dui, et Dio sa quanto dureranno: oltra che il mio mal vecchio mi torna a travagliare, et hora m'à tenuto in letto 3 giorni. Oggi mi son pur levato, et sono stato a trovar il Sig.r Mermani, quale vuole ch'io faccia una purga che mi costerà qualcosa.

Vi torno a ringratiar de l'occhiale che mi mandasti, per il quale il Ser.mo Elett[o]re([262]), a riquisitione di mio suocero, mi donò 100 scudi, che quelli m'hanno sollevato un poco. Il Sig.r Mermani vi si raccomanda con ogni affetto, et insomma è tutto vostro, et vi celebra sommamente; et a suo tempo vi prego a ricordarvi di lui circa l'occhiale, et credetemi che sarà bene inpiegato. Et per fine io con tutti di casa vi ci raccomandiamo di vivo cuore, con pregarvi da nostro Signor ogni felicità, et in particolare la sanità.

 

Di Monaco, li 27 d'Aprile 1611.

 

Vostro Aff.mo Fratello

Michelag.lo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In palazzo del Ser.mo([263]) G. Duca di Toscana.

Roma.

 

 

 

523*.

 

DANIELLO ANTONINI a GALILEO in Firenze.

Bruxelles, 29 aprile 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T, VI, car. 194. — Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Non conosco la mia poltroneria solo che quando devo scrivere a V. S. molto Ill.re, che mi vergogno non haver alcuna cosa di novo: parlo di intrinseco, benchè d'estrinseco ancora non sia nulla; ma quello non agrava me. Pure non mi manca scusa; chè bisogna corteggiare, atender a raggioni di stato, et altre vanità, ad comode, o più tosto ad ambitiose, vivendum indirizzate. Vorei haver ocasione un giorno di servir quel Ser.mo G. D., per poter ritornare a godere delle meravigliose contemplationi di V. S. Per Dio, che alle volte sto in pensiero di venirmene in Italia et far Fiorenza mia patria, per questo. Non dubito però che ella non mi dia consolatione di farmene alcuna volta parte.

Doppo che questo Ser.mo ha veduta la sua lettera, tutto il mondo la vuol vedere; et io ho gusto estremo in mostrarla, chè vedendo tutti stupire et ammirar la virtù di V. S., pare a me ancora participar di questa gloria, essendo suo servidore. Mi conservi tale, chè tale le vivo. Et le baccio le mani.

 

Di Brusseles, il dì 29 Ap.le 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.re

Daniello Antonino.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r et P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

D'altra mano: fr.ca fin a Mantova.

 

 

 

524*.

 

MARCO WELSER a GIOVANNI FABER in Roma.

Augusta, 29 aprile 1611.

 

Archivio dell'Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 419, car. 12. — Autografa.

 

.... Confesso che il Nunzio Sidereo del S.or Galilei a prima vista mi riuscì molto incredibile; e trovando che molti principalissimi mathematici concorrevano in tal incredulità, impuntai lungo tempo la mia ostinatione, sino che questi istessi mathematici oppositori furono convertiti, in particolare il P. Clavio, quale mi assicurò talmente della verità, che non mi resta più scrupolo alcuno, maggiormente aggiungendovisi il testimonio di V. S.

Della gentilezza del S.or Galilei non mi può dire cosa nova, poichè egli si mostra tale verso me in tutte le sue lettere; e io l'honoro anco et osservo altrettanto per questa sua bellissima parte, quanto per la dottrina et per l'inventione di tante cose mirabili in cielo, che bastaranno a far admirabile il nostro secolo a tutta la posterità....

 

 

 

525*.

 

FEDERICO CESI a FRANCESCO STELLUTI in Fabriano.

Roma, 30 aprile 1611.

 

Bibl. Vaticana. Cod. Vat. 9684, car. 87. — Autografa la sottoscrizione.

 

.... Se mai fu tempo che V. S. fosse in Roma, è hora; et se io ce la desiderai, hora tanto più la desidero: il perchè, ella stesso lo saprebbe in parte, ma io glie lo dirò a pieno.

Ogni serena sera vediamo le cose nuove del cielo, officio veramente da Lincei: Giove co' suoi quattro e loro periodi, la luna montuosa, cavernosa, sinuosa, aquosa. Resta Venere cornuta, e 'l triplice suo Saturno, che di mattino devo vederli. Delle fisse non dirò altro. Si conclude tra' filosofi, o il cielo flussile e non differente dal'aere, overo, conforme alla vecchia sentenza de' Pitagorici et nova osservatione di hoggigiorno, l'orbi in questa forma di pianeti. Non è però piccola difficoltà, se la terra sia il centro dell'orbi....

.... Se vol ire a Napoli, tanto pol farlo, et anderebbe assieme con l'istesso Galileo, che pensa andarci fra 15 giorni in circa; et lì non sarebbe anco inutile alle cose comuni([264])....

 

 

 

 

526.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 6 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. I, T. VI, car. 196. — Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Imaginandomi che V. S. sia ritornata a Fiorenza, prendo ardire di scriverle, poichè in quelle altitonanti grandezze di Roma malamente questa mia sarebbe potuto penetrare alla sua abbagliatissima vista.

Ho sentito grandissimo contento nel leggere li molti honori e gratissime accoglienze fatte in quella gran Corte alla meritevolissima sua persona; sì che m'imagino che sarà ritornata alla patria carica di gratie humane e divine, onde è bene il dovere che ne participi anco con gli amici e servitori suoi.

Vengo adunque a racordarli, se ben so che non ve n'è bisogno, il negotio de' nostri SS.ri Belloni, poichè ho penetrato che in Pisa si son fatti gran brogli per alcuni filosofi, specialmente, credo, per un Aretino. Di gratia, V. S. con la sua autorità e diligenza operi che non siano scavalcati, e non restiamo defraudati della gagliarda speranza che in tutte le sue lettere sinora ci ha data, essendo già quasi divulgata l'elettione di questo gentilhomo.

Scrissi al S.r Velsero quanto V. S. mi scrisse da Roma intorno alla stella di Venere per risposta a quel Gesuita([265]): non ho ancora sue lettere: se venirà cosa alcuna, ne darò parte a V. S. Parlai allongo, un di questi giorni, con 'l Cremonino([266]), il quale si burla affatto di queste sue osservationi, e si maraviglia che V. S. le dica come cose vere. Presto darà fuori alcuni suoi trattati De facie lunae, De Via Lactea, De denso et raro, e di altre cose del cielo, come anco del moto della terra, nelli quali piglia a diffendere Aristotile, che sanno tutti contra a V. S., sì ben non la nominerà; et a tutti dice quell'autorità di Plutarco, come autorità irrefragabile intorno all'inganno de gli occhiali.

Habbiamo qui l'Ill.mo S.r Andrea Moresini, il quale non può patire che 'l Cremonino, mentre V. S. è stata qui, non habbia procurato nè voluto vedere queste sue osservationi, avendole io detto ch'ella se gli era offerta d'andar sino alla sua propria casa per fargliele vedere; onde le pare che abbia torto contrariarle senza haverne fatto qualche esperienza. Io dissi a S. S. Ill.ma come il Cheplero, il Clavio e molti altri mathematici approvano le osservationi nella luna e quelle delle Stelle Medicee: in somma discorressimo assai di V. S., e mostra esserli molto affettionato, et haverli rincresciuto molto ch'ella sia partita.

Ancora siamo senza mathematici. Al Magini non badano, perchè pretende troppo stipendio. Par ch'egli inclini al Conte Giulio Zabarella. Il Conte Ingolfo([267]) s'aiuta esso ancora per quanto può. Staremo a vedere.

Che la terra giri, sinhora non ho trovato nè filosofo nè astrologo che si voglia sottoscrivere all'opinione di V. S., e molto meno lo vorrano fare i theologi: pensi adunque bene, prima che asseverantemente publichi questa sua opinione per vera, poichè molte cose si possono dire per modo di disputa, che non è bene asseverarle per vere, massime quando s'ha l'opinione universale di tutti contra, imbibita, si può dire, ab orbe condito. Perdonami V. S., perchè il gran zelo ch'io ho della sua reputatione mi fa parlare in questo modo. A me par che gloria s'habbia acquistata con l'osservanza nella luna, ne i quattro Pianeti, e cose simili, senza pigliar a diffendere cosa tanto contraria all'intelligenza e capacità de gli huomini, essendo pochissimi quelli che sappiano che cosa voglia dire l'osservanza de' segni et aspetti celesti.

Di nuovo in questo Studio non habbiamo cosa di momento. Attendi V. S. a conservarsi sana et allegra; e se son buono a servirla, mi commandi; e quando potrà, si lasci un poco rivedere in questi nostri paesi. Il S.r Baldino([268]) è a Verona; lo salutai però, prima che partisse, a nome di V. S., e così li SS.ri Sandelli e Pignoria([269]), che amendua con ogni affetto le baciano le mani, sì come pur io faccio affettuosissimamente. Dio la feliciti. Non si scordi, di gratia, il negotio dell'Ecc. Belloni, perchè si sente che le cose fluttuano, s'ella non le aiuta.

 

Di Pad.a, alli 6 Maggio 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

527*.

 

GIOVANNI NICCOLINI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Roma, 6 maggio 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3325. — Autografa la sottoscrizione.

 

.... Il Galilei tiene impedito la camera ch'è nel salone dove stavo io quando venne il S.r Don Antonio([270]), che vi son mie masseritie; e perchè, per quel che veggo, tarderà dopo di me a venire in costà, et io non solo gli ho fatto il commodo delle stanze, ma anche spesatolo, conforme all'ordine datomi da S. A., però, dovendo io partir prima, sarà ben che V. S. ordini se ha da tenere la medesima stanza, e chi sia quello che gl'habbia da far le spese dopo di me....

 

 

 

528.

 

PIERO DINI a COSIMO SASSETTI in Perugia.

Roma, 7 maggio 1611.

 

Non conoscendo alcuna fonte manoscritta di questo capitolo di lettera, lo riproduciamo dalla prima edizione, che è a pag. 22-23 dell'opuscolo intitolato Lettera del Portoghese autore delle Riflessioni sopra il Memoriale presentato dai PP. Gesuiti alla Santità di Papa Clemente XIII, al Romano autore della Critica alle medesime Riflessioni, con un saggio della morale specolativa e pratica de' moderni impugnatori de' PP. Gesuiti, tratta dalla Critica alle Riflessioni e dalla Neomenia Tuba Maxima. Tomo decimoterzo. [In Fossombrone.] 1760. Per Gino Botagriffi e Compagni. L'editore, che è il P. Francesco Antonio Zaccaria, possedeva l'«originale» di questa lettera.

 

Del Sig. Galileo non saprei dove mi cominciare a darne ragguaglio a V. S., bastando malamente una lettera. Per cominciare e per abbreviare, posso dire a V. S. che ogni giorno converte degli eretici che non li credevano, restandoci, ancorchè pochi, qualche capone, che, per non restar chiariti in particolare delle stelle intorno a Giove, non vogliono nè anche guardare: e se a me ne viene alcuno per le mani, voglio esortarlo a guardare, e dire che non le vede; chè a questo non ci è riprova.

Il Sig. Cardinal Bellarmino ha scritto una polizza ai Gesuiti([271]), dove li dimanda informazione di alcuni capi di queste dottrine del Galileo; e i detti Padri hanno risposto([272]) una delle favorite lettere che si possa, e sono grandi amici suoi: e in questa Religione sono grandissimi uomini, ed i maggiori sono qua.

 

Fuori: Al Molt'Illustre Sig. mio Osservantiss. (sic)

Il Sig. Cosimo Sassetti.

Perugia.

 

 

 

529*.

 

DANIELLO ANTONINI a GALILEO in Firenze.

Bruxelles, 14 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 14. — Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio P.rone Oss.mo

 

Sono stato questi giorni passati in Anversa, dove ho veduta una cosa degna di scriversi a V. S. Un certo, il quale è sopra la zecca di questo Ser.mo([273]), fa (a chi vuol vederla) questa tal prova. Lui piglia una pallina d'oro, et la fa pesare a chi vuole, sopra una bilancia giustissima et esatta; poi batte detta pallina et ne fa una focaccietta; si ritorna a pesare, et pesa sempre 3 et anco 4 granni più che prima. La comune opinione di costoro è che la forma pesi. Non mancano di quelli che dicono che vi resta del ferro del martello nell'oro: ma sono opinioni ridicolose, par a me. Questa cosa mi conferma l'opinione di V. S., che ci siano de' vacuetti ne' corpi, i quali, per il battere del martello([274]), si riempino, onde il corpo non ocupi poi tanto loco nel'aria, et per conseguenza non sia tanto sostenuto dal medio, et pesi più. Non so quello che circa questo giudicarà V. S.

Non ho altro di nuovo. La prego, se in queste parti io son buono a servirla in alcuna cosa, honorarmi di qualche comandamento; et le baccio le mani. La suplico far un baciamano al Sig.r Apruino([275]), scrivendole.

 

Di Brusseles, il dì 14 Maggio 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Ser.r Aff.mo

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio P.rone Oss.mo

[Il] Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

D'altra mano: fra.ca fin a Mantova.

 

 

 

530.

 

COSIMO SASSETTI a PIERO DINI [in Roma].

Perugia, 14 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 18. — Copia di mano di Galileo, che sul margine superiore, a sinistra, annotò di suo pugno: «Copia di una lettera scritta di Perugia a Mons. Dini».

 

.... Qua è un gran romore contro al S. Galileo; e a dua de' principali, a' quali ho parlato, nè meno Tolomeo li convertirebbe, se bene si convertisse prima lui. Desidererei se non la risposta a una ragione quale sento, che mi pare assai concludente: ciò è, che o l'occhiale faccia apparire quello che non è, o sì vero, quando pur sieno, sieno tanto minimi, che non influischino; delle quali pare a me che dichino che non ne manca in cielo. Questa ragione è fortificata da moltissimi argomenti e probazioni, cominciandosi dalla creazione di Adamo etc., come V. S. Rev.ma sa meglio che non saprei per tradizione raccontar io. Ho sentito addurre alcune altre ragioni, ma io le stimo troppo sottili e facili a ributtarsi; e per ciò, se si levasse loro la suddetta, credo che sarebbe vinta la lite. E con questo le fo reverente fine, pregando per ogni sua felicità.

 

Di Perugia, li 14 Maggio 1611.

Di V. S. molto I. et Re.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Cosimo Sassetti.

 

 

 

531*.

 

LUCA VALERIO a MARCANTONIO BALDI [in Roma].

Roma, 20 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 29. – Copia autografa, in capo alla quale Luca Valerio scrisse: «Copia scritta et sottoscritta da Luca Valerio di sua propria mano». A tergo, di mano di Galileo, si legge: «Attestaz.ne del S. Luca Val.io» La carta è stata molto corrosa dall'inchiostro.

 

Molto Ill.re et molto R.do S.r

Marcant.o Baldi, P.ron mio Oss.mo

 

Perchè V. S. hieri sera mi domandò se l'osservationi del cielo, che il S.r Galileo col suo occhiale alli giorni passati ha fatto fare a me et a molti altri in Roma, sono vere o apparenti per forza di refrationi, io non [tanto] per V. S. rispondo in carta, quanto per alcuni che si […] dati a credere ch'io, per l'amicitia del S.r Galile[o] et come [suo] p[artig]iano, dica esser vere, et non vana apparenza, qu[…] per […] occhiale si rappresenta.

Dicole adunque, da filosofo p[iù] a[mico] della verità che di qualsivoglia huomo del mondo, non mi esser mai caduto nella mente, ch'il medesimo vetro, drizzato nel medesimo modo verso una stella medesima, come quella di Giove, potesse farla apparire, in un istesso luogo del cielo, ci[nta] da quattro stelle che sempre l'acc[ompa]gnano, invisibili al semplice occhio naturale, in modo tale ch'[una] sera apparissero, sì com'io([276]) le ho osservate, tre occidentali et la quarta orientale, et la seguente, tre orientali et l'altra occidentale, et al[tre] volte in siti diversissimi; non consentendo la dimostration metafisica, che una finita e terminata causa, mentre resta la medesima et nel medesimo modo disposta o circonstantionata, possa mostrarsi varia negli effetti. Nemeno è cosa da purgato giudicio il creder che l'occhiale potesse causar tale apparenza intorno a Giove solo, e non intorno ad alcun'altra stella od altro obietto, d'infiniti che con l'occhiale si scernono semplici, come sapiamo che sono in sè medesimi, variandosi solamente la grandezza per la convessità del vetro. Sì che V. S. stia pur sicura ch'io sia tanto lontano dal creder che [......] queste cose celesti, n[uo]vamente dal gran Galileo, et non prima di lui da alcuno, state osservate, possano essere apparenze cagionate da inganno d'instrumento, quanto sono lontano dal creder che il sole non luca, ma che a noi così paia. Le cagioni di perspettiva, se gli avversarii, che senza […]ione et espe[rie]nza alcuna dell'occhiale sì arditamente parlano e legi[erm]ente ridono, ne fussero capaci, le havrei stese in questo foglio, dimostrando [non (?) esser] impossibile per la […] di tal vetro la moltiplicatione apparente dell'obietto, et […] ch'ella fusse possibile, seguirne un molto grande inco[nveniente], e se la figura dell'occhio naturale dovesse ad ogni huo[mo causar] simile inganno, onde si revocasse in dubio tutto quel che intendiamo per mezo del vedere.

Ho voluto spiegare a V. S. il mio parere con queste quattro righe, non tanto per lei, com'io dissi da principio, con la quale discorrerò più al lungo a bocca sopra il medesimo soggetto, quanto perchè, venendole occasione, ella possa, con questa mia scrittura di mia mano, assicurare alcuni di questi ritrosi, atti a sparger la fama, ch'io non sono di contrario parere a quel ch'io mi contento che, come mio, apparisca per iscrittura. Et con tal fine bacio a V. S. le mani, pregandole da Dio felicità.

 

Di casa, a dì 20 di Magio 1611.

Di V. S. molto Ill.re e molto Rev.da

Ser.re Aff.mo

Luca Valerio.

 

 

 

532.

 

GALILEO a PIERO DINI [in Roma].

Roma, 21 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 18-22. – Minuta autografa, ricorretta da Galileo fors'anche in un tempo alquanto posteriore a quello della stesura della lettera. A car. 22t. si legge, di mano di Galileo: «Risposta mia a una di Perugia, scritta a Mons. Dini([277])». Una copia, di mano del sec. XVII, è a car. 403-425 del cod. Trivulziano 595, e ne abbiamo fatto diligente collazione; ma possedendo l'autografo, crediamo inutile tener nota delle varianti che essa presenta, commiste a numerosi e gravi errori che derivano in buona parte da false letture, poichè non sapremmo qual valore attribuire a quelle varianti, e dovremmo giudicarle, con molta verisimiglianza, semplici arbitrii o negligenze dell'amanuense.

 

Ho vedute le occasioni di dubitare circa i 4 Pianeti Medicei de i Signori principali in lettere di Perugia, et conforme al comandamento di V. S. molto I. et Rev.ma, benchè occupatissimo in altri affari, risponderò quanto mi occorre in questo proposito; stimando utilmente impiegata questa fatica, la quale al cenno di V. S. ubidisce, et mi dà in un tempo speranza di conciliarmi l'assenso, non pur di uno particolare, ma di una Università intera di Studio([278]) tanto celebre e famoso. Et se bene la questione è de fatto, la cui vera decisione dal senso et dall'esperienza doveria dependere, tutta via, poi che le dubitazioni et instanze derivano da discorsi et imaginazioni, nè posso in tanta distanza dar la vera e propria satisfazione, che sarebbe la sensata, tenterò discorrendo rimuovere le cause del dubitare, quelle cioè che espressamente sono contenute nella lettera del S. Sassetti.

E prima, che possino quei Signori dubitare che nell'occhiale sia inganno, parmi veramente mirabil cosa: perchè so che non mi negheranno che il ritrovare le decettioni e fallacie di uno strumento o altro artificio appartiene et è facoltà propria di chi sia intendente in quella arte dalla quale tale strumento depende, et in oltre([279]) che del medesimo strumento habbia fatte molte esperienze; hora, sapendosi che et la fabrica et la teorica di questo occhiale depende dalla cognizione delle refrazioni, che è parte delle scienze matematiche, mia particolare professione, nè si potendo dubitare che io, per lo spazio hor mai di 2 anni, habbia del mio strumento, anzi pur di decine([280]) di miei strumenti, fatte centinara di migliara di esperienze in mille e mille oggetti, et vicini e lontani, e grandi e piccoli, e lucidi et oscuri([281]), non so vedere come ad alcuno possa cadere in pensiero che io troppo semplicemente sia rimasto nelle mie osservazioni ingannato, e che tra la perspicacità dell'ingegno di un altro e la stupidità del mio possa cader tanta discrepanza, che quelli, senza pur mai haver veduto il mio strumento, habbia in lui scoperte quelle fallacie, delle quali io, che cento mila esperienze ne ho fatte, accorto non mi sia, anzi non pure io solo, ma niuno di quelli molti che insieme meco l'hanno([282]) adoprato. Ciò sarebbe un presuppor tanto di sè stesso, e sì poco del compagno, che non credo che simil concetto caschi in mente di persona ragionevole.

Forse potrebbe dire alcuno, che io, accortomi pur troppo dell'inganno del mio strumento, non inganni me, ma mi prenda gusto di ingannare gl'altri. A questi io rispondo, dichiarandomi primieramente, protestando([283]) e confessando di non conoscere tali inganni: sì che se mai accadesse che qualche ingegno sublime facesse palesemente conoscere tali fallacie, io non intendo di separarmi dal numero degl'ingannati, nè di volere col manto dell'astuzia coprire la mia ignoranza; anzi mi dichiaro in quella occasione tanto più ignorante degl'altri, quanto la continuata esperienza doveva meglio et in più breve tempo rendermi accorto. Aggiungo poi, che non è il mio solo occhiale, o gl'altri fabricati da me, che faccino vedere li 4 Pianeti Gioviali, ma tutti gl'altri, fatti in qualsivoglia luogo e da qualunque artefice, pur che siano ben lavorati et che mostrino gl'altri oggetti grandi e distinti; et con tutti questi strumenti, in ogni luogo adoprati, si veggono le medesime mutazioni di sera in sera et le medesime costituzioni a capello di essi Pianeti: tal che quelli che vorranno mantenere che pur tali fenomeni siano illusioni, haveranno gran briga in ritrovar cagioni per le quali tutti gli strumenti, e grandi e piccoli, e lunghi e corti, siano così conformi nelle fallacie, et nel mostrarle, tra l'innumerabilità degl'oggetti visibili, circa la sola stella di Giove. E di più soggiungo, che se pure alcuno havesse ferma opinione che si potesse fabricare un occhiale di tal virtù, che intorno a qualche stella o lume o qualunque altro oggetto particolare facesse apparire per illusione altri lumi o altre multiplicazioni di specie, che poi realmente non vi fussero, et che tale apparenza accadesse intorno ad un oggetto solo et ad altri no; procuri pure di fare un tale strumento, perchè io mi obligo di farglielo pagare 10000 scudi. Et se il mio occhiale havesse facultà di far vedere altro che quello che realmente è, non lo permuterei con qualsivoglia tesoro. Et questo basti haver detto circa il levar la credenza delle fallacie, la quale con una sola occhiata che si dia con lo strumento, si rimuove da ogn'uno.

Quanto all'altra parte, ciò è che tali Pianeti, quando pur realmente siano, restino per la loro picciolezza inefficaci, ciò non veggo io come sia contro di me, il quale mai non ho mosso parola dell'efficacia o influssi loro; tal che se pure alcuno gli reputa superflui, inutili([284]) et oziosi al mondo, muovane pur lite contro la natura o Dio, et non contro di me, che non ve ne ho che fare nulla, nè sin qui ho preteso altro che il mostrare, loro essere in cielo, et di movimenti proprii raggirarsi intorno alla stella di Giove. Ma se, come avvocato della natura et per servire a V. S. R.ma, io devo dir qualche cosa, dirò che io, per me, anderei molto riservato in asserire, questi Pianeti Medicei mancar di influssi, dove le altre stelle ne abbondino; et parrebbemi arditezza, per non dir temerità, la mia, se dentro a gl'angusti confini del mio intendere volessi circuscrivere l'intendere et l'operare della natura. Adunque dovevo io li giorni passati, quando in casa l'Ill.mo et Ecc.mo S. Marchese Cesi([285]), mio Signore, veddi le pitture di 500 piante Indiane, affermare, o quella essere una finzione, negando tali piante ritrovarsi al mondo, o vero, se pur fossero, essere frustratorie et superflue, poi che nè io nè alcuno de i circostanti conosceva le loro qualità, virtù et effetti? Certamente che io non credo che negl'antichi e più rozzi secoli la natura si astenesse di produr l'immensa varietà di piante et di animali, di gemme, di metalli et altri minerali; di fare ad essi animali ogni lor membro, muscolo et articolo; in oltre, che ella mancasse([286]) di muover le celesti sfere, et in somma di produrre et operare i suoi effetti; perchè quelle inesperte genti le virtù delle piante, delle([287]) pietre e de i fossili non conoscevano, gl'usi di tutte le parti degl'animali non intendevano, et i corsi delle stelle non penetravano: et veramente parmi che saria cosa ridicola il credere, che allora comincino ad essere le cose della natura, quando noi cominciamo a scoprirle et intenderle. Ma quando pure l'intender degl'huomini dovesse esser cagione della esistenza delle cose, bisognerebbe, o che le medesime cose fussero et insieme non fussero (fussero, per quelli che le intendono; e non fussero, per quelli che non l'intendono), o vero che l'intender di pochi, et anco di un solo, bastasse per farle essere: et in questo secondo et meno esorbitante caso, basterà che un solo intenda la proprietà de i Pianeti Medicei per fargli essere in cielo, et che gl'altri per hora si contentino del vedergli solamente.

Ma quel dire che non influischino perchè sono così piccoli, per dedurne poi (per quanto mi immagino) che, come superflui et inefficaci, non siano degni di esser considerati e stimati; parmi detto più per scusarsi dalla fatica dell'osservargli et dell'investigare i loro periodi, difficilissimi et quasi inesplicabili, che perchè veramente convenga reputare opere di Dio, et opere tanto sublimi, supervacanee, oziose e contennende. Et quali regole o osservazioni et esperienze, per grazia, ci insegnano che l'efficacia, la nobiltà et l'eccellenza delle operazioni, dalla grandezza solamente de gli strumenti con i quali la natura et Iddio operano, attender si debba? Chi di sano intelletto misurerà dalla sola mole la virtù e perfezione delle cose? Io, per me, non diffiderei di poter numerare altrettante cose, nell'università della natura, piccolissime et efficacissime nel loro operare, quante alcuno ne potesse assegnar delle grandi: et sì come le arti, per la varietà delle loro operazioni, hanno bisogno non meno dell'uso di cose piccolissime che delle grandi, così la natura nella diversità de' suoi effetti ha bisogno di strumenti diversissimi, per poter quelli accomodatamente([288]) produrre; et tali operazioni con piccolissime machine si effettuano, che con maggiori, o non così bene, o pure in conto nissuno([289]), effettuar non si potrebbono. E chi dirà che l'ancora, per esser ferramento di così vasta mole, presti uso grandissimo nella navigazione, et che all'incontro l'indice([290]) magnetico, come cosa minima, resti inutile et di niuna considerazione degno? È vero che per fermar la nave l'aiuto dell'indice è nullo; ma non meno è inutile l'ancora per drizzarla et governarla nel suo viaggio: anzi per avventura la operazione di quello è più eccellente et ammiranda che questa. Un palo di ferro, accomodato a far fosse e smuover pietre, non oscura il gentile uso dell'ago, col quale artificiosa mano di leggiadra donna lavora vaghissimi trapunti([291]). Che se la piccolezza della mole sciemasse o togliesse l'efficacia et eccellenza nelle operazioni, quanto men nobile saria il quore che il polmone, et le pupille de gl'occhi che altre parti del corpo molto grandi et carnose? Et chi dirà che le zucche vinchino di nobiltà il pepe o i garofani, o che le oche tolghino il pregio a i rosignuoli? Anzi pure, se noi vorremo riguardare più sottilmente gl'effetti([292]) della natura, troveremo, le più mirabili operazioni derivare et esser prodotte da mezi tenuissimi. Et discorrendo prima per le cause([293]) motrici de i nostri sensi più perfetti, quello che ci muove il senso dell'udito, et per esso trasporta in noi i pensieri, i concetti e gl'affetti altrui([294]), che altro è che un poco di aria, sottilmente increspata dal moto della lingua et delle labbra di quello che parla? et pure niuno sarà che non conceda, questa leggerissima affezione dell'aria superare di gran lunga in eccellenza e nobiltà quella grande agitazione de i venti, che scuote le selve e spinge i navilii per l'oceano([295]). Quale è la picciolezza e sottilità delle specie visive, che dentro all'angustissimo spazio della nostra pupilla racchiude la quarta parte dell'universo? et qual mole hanno i fantasmi che alterano il nostro cervello, hora eccitando l'imaginativa a farci presente quanto haviamo veduto, sentito o inteso in vita nostra, hora svegliando la memoria a ricordarci di tante cose passate? Io potrei raccontare mille e mille grandissimi affetti et effetti, che da picciolissime cause dependono; ma credo bastar questo poco, che ho accennato, per mostrare come la sovranità della virtù non si deve solamente dalla grandezza del corpo misurare([296]), anzi che molti et molti sono gli effetti([297]), nella perfezzione([298]) de i quali si ricerca et è necessaria la picciolezza e tenuità delle cause efficienti: et tali par che siano i più spirituali, et in consequenza quelli che, per così dire, più della divinità sono partecipi.

Et se noi([299]) volessimo discorrere per le cause inferiori, motrici degl'affetti, delle potenze et delle virtù dell'anima nostra, non ci mancheriano mille esempi sensati e certi, come alcune facultà sono eccitate in noi da cause massime et veementi, le quali cause non solo non sono accomodate a commuovere in noi alcune altre virtù, ma totalmente le impediscono et le destruggono, nè possono se non da i loro contrarii essere promosse et attuate. Ecco l'ardire nel([300]) cuore, l'animosità negli spiriti, il disprezzo dei pericoli e della morte stessa, desto prima dal vino([301]), poi mirabilmente eccitato dallo stridore([302]) delle argute trombe et dal suono([303]) de i tamburi tra gli strepiti d'armi e di cavalli, ne i tumultuosi movimenti d'armate([304]) squadre, per l'aperte campagne, al più lucente sole; et all'incontro, eccovi nella più profonda e tenebrosa notte, dal muto silenzio di deserta solitudine soppresso l'ardire, et promosso il timore e la paura. Ma se attenderemo quali cose rischiarino, e quali perturbino, la facultà discursiva et speculativa dell'intelletto nostro, troveremo come le tenebre, la quiete, il digiuno, il silenzio et la solitudine mirabilmente la eccitano; dove che i tumultuosi movimenti, gli strepiti, et i fumi del vino l'ottenebrano e totalmente impediscono. Se dunque, tra le cause inferiori, diametralmente contrarie sono quelle che l'audacia del cuore et la speculazione dell'intelletto promuovono, è ben anco ragionevole che differentissime siano le cagioni superiori (se pure operano in noi), da le quali l'ardire o la speculativa facultà([305]) dependono; et se le stelle operano et influiscono principalmente col lume, potrassi per avventura con qualche probabile coniettura([306]) dedur l'ardire et la bravura dell'animo([307]) da molto grandi([308]) et veementi stelle, et([309]) l'acutezza et perspicacità dell'ingegno da lumi sottilissimi([310]) et quasi invisibili.

Lascinsi dunque a i corpi celesti più vasti([311]) le operazioni più grandi nelle cose inferiori, come le mutazioni delle stagioni, le commozioni de i mari e de i venti, le perturbazioni dell'aria, et (se hanno operazione sopra di noi) le costituzioni e disposizioni del corpo, le generali qualità e complessioni, et simili altri influssi([312]); chè non mancheranno in terra mille e mill'altri particolari effetti da referirsi a più sottili et spirituali influenze da quelli che vorranno in simili curiosità occuparsi. Et se pure qualche impaziente volesse stringermi a dire qualche particolare influsso che io creda da questi, nuovamente da me scoperti, Pianeti dependere; io gli risponderei, che tutti gl'influssi li quali egli sin qui ha stimati essere([313]) stati di Giove solo, sono derivati non più da Giove che da i suoi satelliti([314]), et che l'havere egli creduto che Giove operasse solo, et il non haver saputo che havesse 4 compagni, niuna autorità ha posseduto nel fare([315]) che Giove cessasse di havergli appresso et di cooperare con loro. Distinguere più particolarmente i loro effetti non saprei io, se prima qualcuno non gli rimovesse i suoi satelliti dal fianco, et per qualche tempo lo facesse operar solo. E chi vorrà sapere se l'ira, l'amore, l'odio, et altre tali passioni, siano affezioni residenti nel cuore, o pure nel cervello, se prima non prova a viver qualche tempo senza cervello o senza quore?

Io non voglio in questo proposito tacere a V. S. quello che li giorni passati risposi a uno di quei genetliaci, che credono che Dio, nel creare il cielo e le stelle, non pensasse a niuna cosa di più che quelle alle quali pensano loro([316]), per liberarmi da una tediosa([317]) instanza che ei mi faceva acciò che io gli dicessi gl'effetti di tali Pianeti Medicei, protestandosi che([318]) altramente gl'haveria rifiutati come oziosi, e perpetuamente negati come superflui (credo che questi tali, conforme alla dottrina del Sizii, stimino che gl'astronomi habbino conosciuto, essere nel mondo([319]) li altri 7 pianeti, non per haver veduti i lor corpi in cielo, ma solo i loro effetti in terra; in quella guisa appunto che non per mezo della vista, ma da gl'effetti stravaganti, si scuoprono alcune case essere occupate da maligni spiriti). Io gli risposi, che ritornasse a considerare quei cento o mille([320]) giudizii li quali haveva a i suoi giorni notati, et in particolare che esaminassi bene gl'eventi che da Giove haveva predetti; et se trovava che tutti precisamente fossero succeduti conforme alle sue predizioni, che seguitasse allegramente a pronosticare secondo le sue vecchie et usitate regole, chè io lo assicuravo che i Pianeti nuovi non haverebbero alterate punto le cose passate, et che egli per l'avvenire non saria men fortunato indovino di quello che stato era per il passato; ma se, all'incontro, vedesse, gl'eventi dependenti da Giove in alcune piccole cosette non havere risposto a i dogmi et aforismi prognosticali, procurasse([321]) di trovar nuovi calcoli per investigar le costituzioni de i quattro Gioviali circolatori in ogni passato momento, chè forse dalle diversità di esse habitudini potria, con accurate osservazioni et multiplicati riscontri, trovare le alterazioni et varietà di influssi da quelle dependenti: et gli soggiunsi, che non in tutti i secoli passati si erano con poca fatica imparate le scienze a spese di altri sopra le carte scritte, ma che i primi inventori trovarono et aqquistarono le cognizioni più eccellenti delle cose naturali e divine con gli studii e contemplazioni fatte sopra questo grandissimo libro, che essa natura continuamente tiene aperto innanzi a quelli che hanno occhi nella fronte e nel cervello; et che più honorata e lodevole impresa era il procurar con le sue proprie vigilie, studii e sudori, di ritrovare qualche cosa admiranda e nuova tra le([322]) infinite che ancora nel profondissimo abbisso della filosofia restano ascose, che, menando vita oziosa et inerte, affaticarsi solo in procurar di oscurar le laboriose invenzioni del prossimo, per escusar la propria codardia et inettezza alle speculazioni, esclamando che al già trovato non si possa aggiugner più altro di nuovo. Ma ciò sia detto come per digressione, et non come punto che direttamente appartenga alle risposte de i dubbi scritti: et perdonimi V. S. R.ma questa scorsa di penna.

Et ritornando al proposito della inefficacia attribuita a i Pianeti Medicei mediante la picciolezza loro, io soggiugnerò quell'istesso che pure con un altro astrologo qui in Roma mi occorse li giorni passati. Il quale havendo detto([323]) che loro nell'arte non tenevano un conto al mondo delle stelle dalla terza grandezza in giù, fu da me, dopo un lungo circuito di parole, interrogato, come loro facevano gran capitale delle stelle nebulose: et egli mi rispose, quelle essere di efficacia grandissima nello ottenebrare la vista, et anco offuscare l'intelletto, di coloro che nelle lor nascite le havessero haute pravamente costituite. Allora io gli replicai: Come dunque direte voi più, che le stelle minori della terza magnitudine non operino, sendosi ultimamente da me scoperto che le nebulose non([324]) sono, come si credeva per l'addietro, una sola stella ingombrata da parte di cielo alquanto più densa, et per ciò atta a rifrangere e dilatare il suo lume, ma sono una congerie di minutissime stelle, minori non solo di quelle del terzo honore, ma di quelle della sesta et anco decima grandezza? Taqque; et contro al costume di quelli che disputano, non per scoprire il vero, ma per restare nelle contese superiori, si quietò, et mostrò di restare satisfatto.

Hora io soggiungo, di più, che se è vero quello che essi astrologi et molti filosofi affermano, che le stelle operino lumine et motu; et più se è vero che i lumi più grandi più efficacemente influischino; doverà anco la velocità del moto et le celeri et frequenti mutazioni vantaggiarsi([325]) molto sopra la pigrizia e tardità delle stelle che lentamente caminano: et se questo è, le operazioni de i 4 nuovi Pianeti doveranno essere veementissime, sendo loro dotati di periodi così veloci, che il più tardo di essi finisce la sua revoluzione intorno a  in poco più di 16 giorni, et il più veloce in meno di giorni 2. Quello dunque che mancasse in loro per la tenuità del lume, può benissimo esser compensato dalla velocità del moto; et se tutti 4 insieme sono, v. g., la metà di Saturno, ei sono bene, all'incontro, mille e mille volte più veloci di lui. Quanto poi ei possino coadiuvare([326]) et alterare le operazioni dell'istesso Giove (se pure noi lo vogliamo porre per primario tra loro cinque), potrà dalle osservazioni future particolarmente esser raccolto, et al presente in generale stimato da chi può conietturare quello che importi l'haver quattro stelle, hora congiunte, hora divise, hora tutte orientali, hora tutte verso occidente, hora parte a destra e parte a sinistra, hora tutte o parte dirette, hora all'incontro retrograde, hora ripiene di luce et hora ottenebrate et eclissate; le quali tutte diversità si vanno di giorno in giorno alternando.

Ma quando([327]) pure alcuno volesse ristringersi a negare gl'influssi dove non arrivi il lume de i corpi celesti influenti, et pertanto([328]) a dire, il moto senza il lume essere inefficace ad operare, io, prima, gli domanderei che lume hanno quei luoghi del cielo, dove non è pure stella alcuna, non che suo lume; come è l'ascendente, il mezzo cielo, la parte della fortuna, et poi tutti quegl'altri luoghi che loro per direzzioni muovono, et che, senza havervi stella veruna, sono di tutti gl'effetti che seguono, per lor sentenza, operatori. Di più, doveriano le stelle sotto il nostro orizzonte mancare di effetti, non pervenendo il lor lume al nostro emisfero; o se pure sono potenti, con la lor forza, di penetrare il terrestre globo, non doverebbono le tante e così grandi fisse australi, ascose sotto il nostro orizonte, restar neglette. In oltre([329]), chi vorrà dire il lume de i Pianeti Medicei non arrivare in terra? Vorremo ancora far gl'occhi nostri misura dell'espansione di tutti i lumi, sì che dove non si fanno sensibili a noi le specie de gl'([330])oggetti luminosi, là si deva affermare che non arrivi la luce di quelli? Forse tali stelle veggono le aquile o i lupi cervieri, che alla debile vista nostra rimangono occulte. Ma concedasi in grazia più che non sanno domandare gl'avversarii, nè sia cosa alcuna al mondo fuori che quanto è veduto o inteso da noi: non per ciò manca di arrivare in terra il lume delle nominate stelle. Imperò che, non sendo le spezie visibili altro che luce figurata, o al meno([331]) non si diffondendo senza luce, là dove arrivano esse specie, arriva([332]) il lume ancora: hora, se le specie de i 4([333]) Pianeti Medicei, nel diffondersi, svanissero et si perdessero avanti che arrivassero in terra, non basteriano quanti cristalli ha Murano([334]) a renderle visibili, perchè quello che non è nulla, non si può multiplicare, et la dilatazione et augumento suppongono l'esistenza di quello che si ha da dilatare et augumentare: per tanto, vedendosi col telescopio le spezie de i 4 Pianeti Medicei molto grandi et luminose, non si può negare che il lume loro assai vivamente sino in terra si diffonda. Soggiungo finalmente, che quando per effettuare([335]) gl'influssi bisognasse una molto apparente et sensata illuminazione, gl'effetti di Mercurio veramente resteriano o nulli o debilissimi, poi che la luce sua il più del tempo et quasi sempre resta incospicua; e Marte vicino al sole, dove a pena è una delle 60 parti, in grandezza visuale, di quello che apparisce nella opposizione, sì che([336]) in mole cede anco all'apparente grandezza delle stelle del quarto ordine, pochissimo o niente doverebbe influire. Concludasi dunque, che se le altre stelle influiscono, le Medicee ancora non restano di operare.

Ultimamente, a quello che soggiungono quei Signori, dicendo che di tali stelle, per loro credere, non ne manchino in cielo, non posso negare nè affermare cosa alcuna, ma solamente dire che per la parte mia non ne ho sapute scoprire et osservare altre che queste quattro intorno a Giove, et le due immobilmente congiunte a Saturno; et prego che se altri ne ha scoperte altre, non gli dispiaccia farmene parte, chè gliene terrò obligo particolarissimo. Io non credo già, che quei Signori intendino di altre stelle che delle mobili et vaganti, quali sono i Pianeti Medicei, perchè il parlare delle fisse innumerabili saria fuori del caso; et io già ho scritto, immensa esser la moltitudine delle fisse invisibili al semplice occhio naturale: ma queste, come che non ci inducono a por nuovi orbi et a variare il sistema dell'universo et a conoscere necessariamente che non un solo è il centro al quale hanno rispetto tutte le revoluzioni delle stelle, possono con meno scrupoloso esame esser trapassate. Et se, com'io pure stimo([337]), delle erranti intendono questi Signori quando dicono credere che di tali non ne manchino, onde è che nell'istesso tempo si rendono così difficili a concedere queste quattro?

Gl'argomenti poi per confirmare le loro già prodotte et da me esaminate ragioni, tolti in grandissimo numero sin dalla creazione di Adamo, non sendo specificati, ma supposti come benissimo intesi da V. S. R.ma, et per tanto in certo modo indirizzati a lei, da lei lascierò che siano esaminati, et ponderato qual momento habbino in farle credere di non haver veduto quello che più di una volta ha visto.

Ho, per obedire al cenno di V. S. R.ma, scritto sin qui: essa, se stima questo poco discorso potente([338]) a satisfare alle dubitazioni et instanze di quei Signori, glielo invii, et con lui una spontanea esibizione della devozione e servitù mia; altramente lo doni al fuoco, nè resti di scusare appresso i medesimi Signori l'impotenza mia et di fargli l'istesso dono. Et con ogni reverenza gli bacio le mani.

 

Di casa, li 21 di Maggio 1611.

Di V. S. molto I. et Rev.ma

Ser.re Oblig.mo

Galileo Galilei

 

 

 

533.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 27 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 198. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Heri ricevei la lettera di V. S. delli 21 da Roma, dalla quale mi pare che V. S. non si sappia sviluppare; onde io concludo che la conversatione de' preti non è tanto contentibile come in questi nostri paesi si crede. Ho referto al S.r Canonico([339]) quanto ella mi scrive; in somma ogni lor speranza è collocata nel S.r Galilei.

Dal S.r Velseri hebbi heri lettere delli 20 del presente([340]). Mi scrive:

«Mi fu tanto più cara la communicatione di quel capitolo della lettera del S.r Galilei, che V. S. mi partecipa, quanto che già molti giorni manco a non haver sue; e pure mi vado sempre più affetionando a' suoi dogmi, vedendo che a poco a poco si rendono le prime teste della professione. Quanto a Venere, la ingiotisco facilissimamente; ma circa il moto della terra vorrei esser dispensato ancora un pezzo, essendo in effetto punto che merita esser considerato maturamente: e malamente posso captivare l'intelletto fin a là. Aspetteremo quello dirà il S.r Cremonino, benchè, essendo il suo thema del cielo([341]), non so se calerà a liberarci da questa vertigine. De gli honori fatti al S.r Galilei in Roma tengo diversi scontri; et in particolare m'avisa un amico([342]), stato presente ad un banchetto fattoli dal Duca di Acquasparta([343]) in compagnia di diversi theologi, filosofi, mathematici et altri, in un suo luoco assai sopra a S. Pancratio, che doppo che 'l S.r Galilei mostrò loro quei compagni di Giove, con parecchie altre maraviglie celesti, fece vedere co 'l suo stromento la loggia della beneditione di S. Giovanni Laterano, con le lettere dell'inscrittione di Sisto V, espressissimamente; e pure scrive questo tale che vi era intervallo di 3 miglia.»

Questo è quanto scrive il S.r Velsero pertinente([344]) a V. S.; onde si vede che le sue attioni sono osservate per minuto, e si vanno publicando per universum orbem.

Qui s'è detto che uno in Venetia habbia perfettionata assai questa sorte d'occhiali; ma io non so se sia vero, nè chi sia l'artefice.

In questo Studio non vi è novità alcuna, nè cosa degna di lei. L'Ill.mo Moresini Andrea è andato a Venetia: habbiamo qui il S.r Donato Moresini, che pur ha gusto di saper di V. S. Non mancherò di complire a suo nome. Se è qui cosa in che possa servirla, mi commandi. Che N. S. la feliciti; e le bacio le mani.

 

Di Pad.a, alli 27 Maggio 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza([345]).

 

 

 

534.

 

LODOVICO DELLE COLOMBE a CRISTOFORO CLAVIO [in Roma].

Firenze, 27 maggio 1611.

 

Non conoscendo alcuna fonte manoscritta di questa lettera, la riproduciamo dalla prima Edizione Fiorentina delle Opere di Galileo, T. II, pag. 80, dove fu per la prima volta stampata. È molto probabile ch'essa sia stata mutilata da quegli editori: cfr. n.° 555 e la nota ivi.

 

Molto Rev. Sig. mio,

 

Ho veduto la risposta che le Paternità vostre danno all'Illustriss. Cardinale Belarmino([346]); e mi piace ch'ella in particolare non approvi che la luna sia di superficie ineguale e montuosa, come crede e vorrebbe persuadere il Sig. Galileo. Quelle montuosità che appaiono nella luna, possono essere vere, perchè mostrano, dall'ombre([347]) e lumi e dalle mutazioni di quelle, che siano reali e abbiano le dimensioni corporee, e non siano solo superficiali, come se dipinte fossero. Ma il punto consiste più della differenza tra me ed il Sig. Galileo, ch'egli tiene ch'elle siano nella superficie, a guisa della terra ch'è circondata dall'aria; ed io tengo ch'elle siano per entro quel corpo, e non nella superficie, perchè sono parti più dense, e il restante del corpo sia ripieno di parti più rare, sicchè sia tutto un corpo, con una sola superficie liscia e in niuna parte diseguale o dentata; ma perchè il senso viene in tanta distanza ingannato, non si vedendo quelle parti rare, perchè il sole non vi reflette con i suoi raggi, di qui è che quel corpo pare ineguale, e non polito e sferico, perchè non si termina la vista in quelle parti; siccome farebbe una gran palla di cristallo, dentro la quale fossero molte varietà di figure fatte di smalto bianco, ed esposta in alto lontana dai nostri occhi, che non parrerebbe tonda, non si vedendo le parti pure di quel cristallo, siccome non si vede la pioggia guardando verso il cielo. Dubito ancora che Saturno non possa essere ovato, ma che appaia tale perchè quelle stelle a lui congiunte siano veramente staccate, ma non si possa di qua giù vedere, ovvero per cagione di parti più rare che siano in quel corpo, o per causa del moto, o ch'altro si sia. Mi muovo a dir questo, perchè nei corpi celesti, dove non è la mistione, non v'è ragione d'inegualità di figura, massimamente ch'essendo la figura sferica la più perfetta, è conveniente che l'abbiano i corpi e globi celesti; e tanto più, quanto sono più supremi. Desidero ch'ella mi degni di qualche risposta, acciocchè io insiememente impari e sii onorato da lei; e mi comandi, che la servirò di cuore. E le bacio le mani.

 

Di Firenze, alli 27 di Maggio 1611.

Di V. P. molto R.

Servit. Affezionatiss.

Lodovico delle Colombe.

 

 

 

535.

 

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a COSIMO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

Roma, 31 maggio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 39. – Copia di mano sincrona.

 

Ser.mo Sig.r P.ron mio Col.mo

 

Il Galileo, ne' giorni che è stato in Roma, ha dato di sè molta sodisfatione, e credo che anche esso l'habbia ricevuta, poi che ha hauto occasione di mostrare sì bene le sue inventioni, che sono state stimate da tutti li valent'huomini e periti di questa città non solo verissime e realissime, ma ancora maravigliosissime; e se noi fussimo hora in quella Republica Romana antica, credo certo che gli sarebbe stata eretta una statua in Campidoglio, per honorare l'eccellenza del suo valore. Mi è parso debito mio accompagniare il suo ritorno con questa lettera e far testimonianza a V. A. S. di quanto di sopra, assicurandomi che ella sia per sentirne gusto, per la benignia voluntà che tiene verso i suoi sudditi e valent'huomini, come è il Galilei. E per fine bacio humilmente le mani a V. A. S.

 

Di Roma, a' 31 di Maggio 1611.

Di V. A. S.

Gran Duca etc.

Obl.mo Ser.re vero

Il Car.le dal Monte.

 

Fuori: Al Ser.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Gran Duca di Toscana.

 

 

 

536*.

 

GUIDO BETTOLI a CRISTOFORO GRIENBERGER in Roma.

Perugia, 4 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 28. – Copia di mano di Galileo. Di suo pugno si legge sul margine superiore, a sinistra: «Copia».

 

Al molto R.do P.re et mio Pad.ne Osser.mo

Il P.re Christoforo Griemberger([348]).

Roma.

 

Molto R.do P.re,

Non so se per la distanza del tempo di quando fui in Roma con la buona memoria dell'Ecc.mo S. Marchese della Corgna, mio Signore, sin qui si sia dimenticata di me; et se fusse in oblio, si ricordi di quel suo devotissimo servitore che gli prestò l'opere dell'Ecc.mo Ticon Brae([349]), il quale io sono. Et sì come la trovai allora gentilissima et cortesissima, spero non meno hora di trovarla (mercè la virtù sua); et perciò fatto ardito, ho preso la penna e scritto questi quattro versi, et incluseli dentro la presente lettera, la quale è capitata qua, desiderando sapere se ella sia vera, et anco qualche cosa intorno alli mirabili effetti dell'occhiale, o instromento che dir vogliamo, del S. Galileo Galilei, et sapendo per prova quanto ella sia eccellentissima nelle scienze matematiche et in ritrovarsi in compagnia dell'Ecc.mo Padre Clavio, lucidissimo specchio di queste scienze, e d'altri Padri eccellenti di cotesto virtuosissimo Collegio, che a quest'hora n'havranno fatte mille prove, et con vive dimostrazioni haveranno visto se quello che si vede in cielo sia cosa reale o apparente, o refrazzioni o veri corpi celesti. Tal lettera inclusa([350]) è stata stimata finta, poi che il Sig. Galileo ha scritto una lettera, o discorso([351]), che è capitata qua, nella quale dice che i virtuosi o Università dello Studio di Perugia gl'habbino scritto contro alcune cose: la qual cosa non è vero; et se alcuno si fusse allacciato tal nome, per haverne poco lui, ha fatto male, poi che nè l'Università o Academia nessuna di Perugia non solo non ha scritto tal cosa, nè tampoco pensata. Però prego Vostra P. molto R.da, oltre al favorirmi di risposta, ma anco di disingannare il S. Galileo di haver tale opinione dello Studio di Perugia; che gliene resterò obligatissimo. Et con questa di nuovo ravvivata la mia servitù verso di lei, la prego a farmi degno di suoi comandamenti, baciandogli le mani.

 

Di Perugia, li 4 di Giugno([352]) 1611.

Di V. P.([353]) molto R.da

Ser.re Aff.mo

Guido Bettoli.

 

 

 

537*.

 

GUIDO BETTOLI a MARGHERITA SARROCCHI in Roma.

Perugia, 4 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 31. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.ra et P.rona Oss.ma

 

Li mirabili effetti che di continuo si odono del cannone, o occhiale che dir volemo, del S.r Galileo Galilei, di continuo dà da dire ad ogn'uno l'openione sua, mi ha fatto esser prosuntuoso di pigliar la penna et far riverenza a V. S., et pregarla a favorirmi del'openion sua. Essendo ella perfettamente compita d'ogni scienza, ne spero perfetta notitia del vero, poichè di già anc'ella n'haverà fatto mille prove et sentito intorno a ciò il giuditio di molti, essendo la casa sua ricorso et academia d'i primi virtuosi di Roma, et con il suo perfetto giuditio et sapere haverne determinato la verità.

Qua son giunte alcune lettere delle quali non so che dirmi; tra le quali ce ne è una del S.r Galileo, nella quale pretende di rispondere a una che([354]) gle si è stata scritta dal'Università di questo Studio: la qual cosa non è vero, che quest'Università habbi scritto nè detto cosa alcuna del S.r Galileo; et se alcuno si è voluto, per autenticare i suoi scritti, farlo con nome de' virtuosi di Perugia, ha fatto male, chè questi Signori di questo Studio et Accademie di Perugia sin qui non solo non hanno scritto, nè men pensato di scriver lettere contro il S.r Galileo; che quando il soglion fare, in altra maniera scrivono.

Con questa digressione ho voluto disgannare V. S., se alle purgate orecchie di lei o d'altri virtuosissimi fusse capitata tal lettera o openione, che il S.r Galileo pretende di rispondere; della quale qua da questi Signori non se ne sa se non quanto dal S.r Galileo ne vien tocco: cosa che veramente ha dato non poco disturbo, nè so come se la passeranno. So quanto ella sia magnanima et virtuosissima, et defendetrice de' virtuosi, et per questo non mi stenderò più in longo; solo starò spettando risposta, et che mi facci degno di suoi comandamenti. Perchè bacio le mani con una mia al S.r Luca Valerio, non farò di lui altra memoria, essendo al'uno et l'altro devotissimo servitore. Et di nuovo facendogli riverenza, gli bacio le mani.

 

Di Perugia, li 4 di Giugno 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Se.re De.mo

Guido Bettoli.

 

Fuori: Alla molto Ill.re Sig.ra et P.rona mia Oss.ma

La S.ra Margherita Sarrocchi.

Roma.

 

 

 

538*.

 

PIERO GUICCIARDINI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Roma, 4 giugno 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3326. – Autografa la sottoscrizione.

 

.... Questa mattina si è partito di qua il Galileo, che se ne viene a cotesta volta, il quale io ho hospitato in mia casa e procurato d'honorare et accarezzare, come persona dependente e grata al Ser.mo Padrone; et il S.or Gio. Batista Strozzi se n'è venuto in sua compagnia....

 

 

 

539.

 

GIANGIORGIO BRENGGER a GALILEO [in Padova].

Augusta, 13 giugno [1611].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 46-49. – Autografa.

 

S. P.

 

Doctissimae tuae literae([355]), Clarissime et Excellentissime Galilee, maiorem in modum me delectarunt, quibus nonnulla, quae Nuncius tuus Sydereus de facie lunae minus clare protulit, dilucidius mihi explicare dignatus es; pro quo humanitatis et benevolentiae officio magnas tibi habeo gratias. Tardius quidem respondeo, quia interim aliis studiis et occupationibus detentus, nec non itineribus quibusdam impeditus, ad mathemata animum attendere mihi non licuit; a quibus, et praesertim ab hac materia inter nos agitata, facilius abstrahi me passus sum, cum ipse intelligerem, recte et vere a te scriptum esse, hanc disputationem de montium altitudine non magni esse momenti. Etsi autem lubens fatear, parum utilitatis inde ad nos redundare, non possum tamen quin de eadem denuo ad te scribam, saltem ut humanissimis tuis literis respondeam, ac negligentiae et ingratitudinis notam devitem.

Ostendi nuper, ex duplici a Nuncio tuo proposita hypothesi, quarum una tangentem DC facit 1/20 diametri CB, altera arcui AC dat spatium horarum trium, diversas erui montis AD altitudines, quarum una est 4 987/1000, altera 0 354/1000 miliar. Italic.; has vero simul stare non posse monui, utpote quae 4 integris miliaribus inter se discrepant. At tu in literis negas, ullam hic subesse discrepantiam; ais enim, in luna, non secus ac in nostra tellure, dispares reperiri montium altitudines, ideoque absonum non esse, si uno monte comperto 4 miliarium, alius vix 1/3 miliarii deprehendatur: quo responso innuere videris, alteram illam hypothesim, quae arcum AC posuit 3 horarum, non de maximis, sed de humilioribus duntaxat, montibus, esse accipiendam. Atqui ego ex verbis Nuncii tui nil tale colligere potui, qui, tanquam de re magna et admiranda sermonem habens, sic scripsit: Sed, quod maiorem infert admirationem, permultae apparent lucidae cuspides intra tenebrosam lunae partem, omnino ab illuminata plaga divisae et avulsae, ab eaque non per exiguam intercapedinem dissitae: quae paulatim, aliqua interiecta mora, magnitudine et lumine augentur; post vero secundam horam aut tertiam, reliquae parti lucidae et ampliori iam factae iunguntur etc.([356]) Quis est qui haec verba Nuncii non de maximo temporis spatio, tunc quidem comperto, prolata credat, cum id tanta admiratione dignum praedicet? Si enim aliud, tribus horis maius, perspectum et cognitum habuisset, id certe, velut quod maiorem admirationem induceret, silentio non praeteriisset. Vides igitur, non immerito aut absque ratione hanc quoque hypothesin a me de maximis lunae montibus fuisse acceptam. At quia tu iam doces, reperiri montes ibi, qui post sextam vel etiam octavam horam demum lucis termino iungantur, lubens cedo, nec amplius moror: id tamen moneo, ne sic quidem huic negocio omnino satisfactum esse, etiamsi arcum AC sumamus 8 horarum. Nam angulus CED fit 4°. 4'. 4", qui secantem DE offert 1002 1/2, unde mons AD resultat miliar. 2 1/2 duntaxat; quae mensura adhuc multum deficit a 4 987/1000. Optarim, nisi molestum tibi esset, ut tangentem saepe dictam denuo observationi subiiceres, eiusque mensuram absolute in scrupulis primis et secundis (pro ratione anguli quem nobis, e terra illam intuentibus, exhibet), potius quam in proportione ad diametrum lunae, proponeres.

Accusas me deinde, doctissime Gallilee, at immerito, quasi universaliter affirmarim, punctum veri contactus semper cadere inter verticem illustratum et terminum lucis flexuosum. Sed falleris: non enim me latet, id tres admittere positionis differentias. Potest etenim cadere, vel in ipsam lineam confinii apparentem, quod rarius fit; vel extra illam, quod frequentius: idque dupliciter, tum citra, tum ultra. Verum in meo discursu non opus erat ut de omnibus verba facerem, sed sufficiebat eius solum meminisse, quae mihi visa erat tibi in observando imposuisse: frustra igitur laboras, demonstrando id quod nunquam negavi. Quin immo, si recte attendas schema tuae demonstrationis, animadvertes id tuo instituto non satisfacere: dum enim radium solis ex FE transfers in IE, punctum contactus C fixum manere nequit, sed necessario et illud loco movendum est. De quo tamen non libet plura adiicere.

Accedo nunc ad id quod maxime inter nos controversum est: cum duae sint viae quae montium lunarium geodaesiae inserviunt, quarum altera tangentem DC (in figura supra posita), altera arcum AC considerat, utra earum sit certior et ad usum accommodatior. Ego in meo discursu posteriorem priori praetuli, cuius pronunciati hanc accipe rationem. Cum viderem, arcui AC tribui tempus horarum 3, tangentem autem DC 1/20 diametri lunae positam consistere non posse nisi arcus ille AC sumatur horarum 11 1/4, scilicet horis 8 1/4 maior quam positus([357]) erat, animum inducere non potui ut crederem, te in observatione anticipationis luminis tot horis, nempe 8 1/4, aberrasse; immo si quid hic erratum sit, id unam vel alteram horam excedere non posse mihi persuadebam: hinc mensuram arcus AC minus a vero recedere quam tangentis DC, et proinde hic plus quam illic peccatum esse, colligebam. Deinde, cum animadverterem, si quis, e terra mensurus tangentem lunae DC, in observatione anguli DHC unius saltem scrupuli primi errorem committeret, tantum inde vel etiam plus incommodi sequi quam si in observatione arcus AC, scilicet morae connexionis luminis, tribus horae quadrantibus aberraret; at quam sit arduum et difficile, in capiendis astrorum intervallis, vel prima scrupula, nedum secunda (quae tamen hic maxime observanda veniunt) notare et discernere, norunt omnes qui eiusmodi ¢pixeir®sei aliquando operam dederunt; his rationibus adductus sum, ut illam quam dixi viam alteri praeferrem: ita tamen, ut non iuraverim in hanc sententiam, sed firmioribus argumentis in contrarium allatis, vel ipsi experientiae, sponte sim cessurus. Attamen, utut sit, utramque methodum probo, et ambas coniunctim adhibendas censeo, ut altera alteri bene vel male peractae observationis testimonium exhibeat.

Pergis tandem, optime Galileo, et conaris ostendere, meam methodum, qua ex mora coniunctionis luminum montes lunae metior, plane ad hanc geodaesiam esse inutilem. Et primo quidem ostendis, inter montana lunae nullum eius esse usum, eo quod illustratio montis unius ab alio interveniente intercipi et retardari queat: quod quidem non inficior; at memineris velim, tuam methodum in simili casu nihilo feliciorem esse, sed idem incommodum pati. Desine igitur id a me flagitare quod possibile non est, nisi velis iniquus haberi. Ubi vero in plano mons assurgit, mea methodus, ut opinor, tua non est inferior; immo, ni fallor, hoc praestantior, quod non tantum circa quadraturas lunae (ut illa), sed aliis quoque temporibus, usurpari possit.

Obiicis tu mihi luminum copulationem nunc tardiorem, si mons sit praeruptus, ut AB, nunc maturiorem, si sit acclivus, ut AC. At hoc nihil me impedit, neque lateralis ista montis AC illustratio a me perpenditur, sed ut inutilis negligitur. Non enim quaevis luminum connexio nostro instituto congruit (quod te, acutissime Galilee, non latere scio), sed illa duntaxat quae fit termino lucis vero seu rationali per montis verticem et radicem simul transeunte: haec est quam requiro. Itaque sole radium EDA proiiciente ad verticem A, eiusque latus acclivum AC illustrante, terminus lucis verus est DF, qui adhuc procul abest a monte A; ideo haec connexio luminis, ut infructuosa, contemnitur. At quando radius solis fit GB, et terminus lucis verus ABF transit per ipsum montem AB, tunc demum vera accidit luminis copulatio, cuius tempus notandum venit.

Sed fortasse per alias figuras mentem meam rectius explicavero. Esto igitur facies lunae falcata n.° I, in qua mons A parti luminosae lunae copulatur quidem, sed ita, ut cuspis A promineat, et exhibeat speciem promontorii AD: talem figuram efficit casus ille quem tu proponis, haec est illa luminis connexio quam mihi obiicis. At quis est qui in tali apparentia vel primo intuitu non animadvertat, cuspidem A adhuc extra partem lunae lucidam LMDNOP in umbrosa subsistere, nec dum vero lucis termino naturali aut rationali (vocetur ut libet) subiici? Hanc difficultatem tantam putabas, quam declinare non possim; at vides, me ea non constringi, quin facile me explicare queam. Quod si Nuncius tuus de tali luminum coniunctione locutus est, non miror iam cur meus computus a tuo tantum discrepet, et observationes illae inter se dissentiant. Verum hac reiecta aliam expecto, dum scilicet totum promontorium A a parte luminosa aucta obtegatur et absumatur, ut amplius apparere desinat; quod fit quando terminus lucis verus super ipsum apicem A transit, eumque sibi subiicit, ut in schemate n.° II, ubi promontorium AD est nullum, sed A et D coincidunt. Haec demum est vera copulatio, quae sola spectanda est, et cuius tempus cum primo cuspidis illustratae tempore conferendum est.

Etsi autem non ignorem, verum seu rationalem lucis terminum exacte sensu percipi non posse, tamen quia sub apparenti et sinuosa confinii linea latet, non dubito quin industrius et discretus artifex illius ductum utcunque imaginatione apprehendere, et ita tempus transitus eius super verticem montis, saltem vero propinquum, artificiosa coniectura venari, possit. Verum de hac re, tu, mi Galilee, qui experientia praestas, omnium rectissime iudicare poteris, cuius sententiae lubens acquiescam.

Unum rogo, Vir Praestantissime, ut quae interim in caelo et inter astra notasti, nova et prius non cognita, ea, non secus ac pridem per Nuncium fecisti, nobis communicare et publicare pergas: ne graveris insuper loca caeli duo intueri, in quibus anno 1572 et 1604 novae stellae illuxerunt, num forte earum ullum ibi restet vestigium. Vale.

 

Augusta, Idib. Iunii.

Excel. Tuae

Addictissimus

Ioannes Georgius Brenggerus.

 

Fuori: Nobili ac Clarissimo Viro

Galileo Galileo, Patricio Florentino, Mathematico Patavino([358]) Excellentissimo,

Domino suo Honorando.

 

 

 

540*.

 

BELISARIO VINTA a PIERO GUICCIARDINI in Roma.

Firenze, 13 giugno 1611.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3503. – Autografa la sottoscrizione.

 

.... È ritornato il Sig.re Galilei, et infinitamente si loda dell'honorevolezza et dell'amorevolezza di V. S. Ill.ma Et quanto a i nuovi Pianeti scoperti, par che da cotesti più eminenti litterati et intelligenti di quella professione venga molto autenticata la sua opinione, et tanto maggiormente illuminata et fortificata....

 

 

 

541.

 

GIUSEPPE BIANCANI a CRISTOFORO GRIENBERGER in Roma.

Parma, 14 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 68. – Copia di mano di Galileo. Di sua mano si legge, sul margine superiore, a sinistra: «[Co]pia».

 

Al molto R.do in Christo P.re

II P.re Christoforo([359]) Grembergero, della Compagnia di Giesù.

Roma.

R.do in Christo P.re,

Pax Christi.

 

Altrettanto cara mi è stata la lettera di V. R., quanto discara l'occasione di scriverla: quella, cara per venire da persona da me, seben per altro molto amata, in particolare però, per esser già conosciuta, anzi celebre, ne' studii matematici, la somiglianza de' studii me le rendono sopra modo affezionato, et perciò anco desideroso di sue lettere; discara è stata l'occasione, e tanto più quanto più lontana dal genio mio, il quale amo sommamente la sincerità et aborrisco in estremo l'offendere altrui. Ho sentito gran dispiacere che il Galileo si sia offeso, massime che cognosco che egli ha ragione; massime che io ciò previdi e cercai di impedirlo, ma non mi riuscì compitamente; massime che amo et ammiro il Galileo, non solo per la sua rara dottrina et invenzione, ma anco per l'antica amicizia che già contrassi con lui in Padova, dalla cortesia et amorevolezza del quale restai legato: nè credo sia stato alcuno che habbia più publicato, confirmato et difeso le sue invenzioni di me, in publico et in privato, tanto in questa Corte di Parma quanto in quella di Mantova, col far vedere col canocchiale la luna, le Medicee et l'altre, sino anco alli stessi Principi di Mantova; et al Card.l Gonzaga([360]) confirmai molto tali invenzioni, per tutto con somma lode del Galilei. Testimonio ne può essere una mia, scritta a lui in confirmazione et congratulazione delle sue invenzioni, se pure le fu ricapitata([361]).

Ma dirà la R. V.: Bene currebatis; quis vos fascinavit, o insensati Galatae([362])? Sappia dunque che di questo Problema([363]) io sono stato più tosto revisore et assistente, che autore. Avvisai l'autore che non dovesse dire contro al Galilei quella parte che l'offendeva, et egli accettò il consiglio; onde nè avanti il Duca di Mantova nè avanti il Cardin.e lo disse, nè vi si sentì altro che lodi et ammirazioni del Galilei, come ponno testificare i Padri della Congregazione che vi erano: il che alleggerisce molto la colpa, poi che non furono dette in tam praeclaro principum virorum consessu. È vero che quando lo disse in publico, ove non vi fu Principe alcuno, le scappò detto non so che che mi dispiaqque, et l'avvisai([364]), massime per haver fatto contro al mio volere. Quando se ne faceva copia per Roma, l'avvisai di nuovo che avvertisse di cancellare quell'insulto contro al Galilei: mi disse che lo farebbe, et poi anco che l'haveva fatto; ma non fece quanto conveniva. Io non poteva far altro, perchè egli è Padre, et aetatem habet. Li voglio oggi mandar la lettera di V. R.a, acciò che vegga il frutto della sua propria volontà.

Quanto alla controversia, se bene ella dice il vero, che, poco più o meno che si pigli il diametro lunare, corre la dimostrazione, il punto della difficoltà non vien posto da noi in questo, ma sì bene in altro, ciò è che ponendo monti nella periferia, fa che la periferia lunare passa per le cime de' monti et che il diametro arrivi alla cima di quelli: se suppone che arrivi alla cima di quelli, come potrà provare che lo avanzino, et di quanto? Che poi veramente non vi siano monti in quel giro, lo dimostra l'osservazione, massime quando la luna è sì vicina al plenilunio che pare tonda, perchè allora non si veggono adombrazioni verune, se non poche, nella parte però opposta al sole, le quali poi poco dopo spariscono, et resta il giro della luna tutto lucido senza alcuna ombra o segno di inegualità. Hora io la ringrazio molto della cortese ammonizione, et gliene resto obligato.

Risaluto molto caramente il Padre Clavio, et mi dispiace che egli sia in letto; il simile faccio con gl'altri Matematici. Alle orazioni et SS.i Sacrificii suoi molto mi raccomando.

 

Di Parma, alli 14 di Giugno 1611.

Di V. R.

Servo in Christo Aff.mo

Gioseffo Biancano.

 

 

 

542**.

 

MARCO WELSER a GALILEO [in Firenze].

Augusta, 17 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 200. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

Non so quello si faccia il S.or Brengger; questo so, ch'io arrossisco in sua vece d'haver tardato tanto a rispondere: et Dio voglia poi che la risposta sia molto a proposito. Di che però ne lascio il pensiero a lui, essend'io puramente ministro et mezano del ricapito.

Resto avisato assai particolarmente delli honori fatti a V. S. in Roma dalli Ill.mi SS.i Cardinali, Ambasciatori et altri Principi, quali hanno fatto conoscere che, se bene pare siamo sull'estrema feccia del mondo, ci restano però reliquie d'anime ben nate, che si pregiano di honorare le virtù di grand'huomini. In particolare mi rallegro con lei del trionfo (non trovo parola più a proposito) conferitole nel Collegio Romano, che pure dovrebbe smorzare ogni scintilla d'invidia, se pure ne resta alcuna.

V. S. ci favorisca a farci vedere le sue nove osservationi quanto prima, et mi conservi la sua grazia; ch'io resto con bacciarle la mano et pregarle ogni bene.

 

Di Aug.a, a' 17 di Giugno 1611.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Affett.mo Servit.e

Marco Velseri.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

 

 

 

543**.

 

GIO. ANTONIO ROFFENI a [GALILEO in Firenze].

Bologna, 18 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 201. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

 

Hieri a punto arrivai di Vinegia, insieme con il S.re Magino, et receveti la di V. S. Ecc.ma; sentete gusto infinito dello ritorno suo, e con sanità; intesi il contenuto circa il negotio dell'Ecc.mo Pappazzone, et se bene mi persuadevo che non occoreva il parlarli, per essere il negotio riduto a baso termine, non dimeno volsi io ritrovarlo, e le narrai il fatto: il che inteso, ordinomi che ringratiasse lei di tanto offitio; et le ne resta con tanto obligo, quanto deve di sì affettuosa volontà. Et in particolare mi disse, che in Bologna lui haveva trattenimento di scudi quattrocento, e ancora qualche cosa meglio, in letura, et il Colleggio([365]); e che l'avantaggiarsi egli solamente li scudi 200, et uscendo fuori di casa, non poteva con questo stipendio mantenersi; oltre che non sarebbe suo decoro l'uscire fuori ad una cattedra, in età d'anni 60, nella quale ha quanto mai può circa la fama, havendo letto in Pavia, et tanti anni l'ordinario di filosofia in questo Studio, con stipendio delli 600 scudi. Ma quanto alli partiti prima proposti a lei, quando paresse all'Altezza Ser.ma condurlo con l'istessi, sarebbe molto pronto; ma in altro modo non lo può fare: e consideralo lei. Quanto alli sogetti che pretendono, ne potrano fare elettione forsi con puoca somma di denari; ma che sii alcuno, e lo dico, che sii per honorare simil cattedra meglio di lui, non lo credo. Sì che il S.re Pappazzone non può pigliare risolutione a così debole partito; ma, come ho già detto, conforme alli primi già scritti a lei, si tirrarebbe il negotio a buon segno. In tanto vedendo lei che non possi riussire conforme a quello che si dessidera, potrà con la prudenza sua destreggiare, scavalcando la pratica di esso et lasciando campo ad altri che possino salire l'impresa: et a lei teneremo obligo infinito di tanti favori, aspetando occasione che in opera de' suoi servig[..] potiamo corrispondere a così affetuosa volontà. In tanto tengami vivo appresso la gratia sua, alla quale m'offro e dono di cuore, baciandole con ogni affetto le mani, come fanno il S.re Pappazzone et il S.re Magini, che la salutano infinitamente.

 

Di Bologna, il dì 18 Giugno 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Se.re di cuore

Gio. Ant.o Roffeni.

 

 

 

544.

 

DANIELLO ANTONINI a GALILEO in Firenze.

Bruxelles, 24 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 23. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

 

Mi fu hieri resa la sua scritta di Roma il dì 28 di Maggio: se m'è stata di gusto somo, non ocor ch'io gliel dica.

Del'haver V. S. ritrovati et distinti li avvilupati periodi de' Pianeti Medicei, non mi meraviglio, chè tali opre meravigliose suole partorir l'ingegno suo; sebene stupisco sopra la grandezza della inventione, tanto più ch'ero anch'io di quelli che ciò istimavano cosa impossibile, non vedendo strada da poter arivar a questo, non essendomi parso che quelli possano per niun modo l'uno dal'altro distinguersi, al meno tutti. Mi rincresce non haver osservato nissuno aspetto di quelli che V. S. m'ha mandato, perchè S. A.([366]) se n'è ito un pezzo fa in vila, et s'ha portato seco l'occhiale; ma in ogni modo, senza altra isperienza, molto lo credo.

Non ho veduto ancora l'opra scritta contro V. S.([367]); ho cercato qui in Brusselles, et non l'ho trovata, onde ho mandato in Anversa per haverla, et anco scritto a certi pochi mathematici per haver i loro pareri: ma m'immagino che sarà una Cremoninata. O come camina bene la osservation di Plutarco contro V. S.! Possibile che si ritrovino al mondo huomini così goffi, et quel ch'è peggio, che sian quelli stimati li saputi? Che cosa si potrebbe far al mondo per farli confessar la verità, se il fargliela veder con gl'occhi proprii non basta? D'una parte me ne rido, dal'altra mi vien colera et voglia quasi di dire, come disse quel buon religioso: Se io fussi Meser D. Dio, non soportarei che vivesse tal razza d'huomini irragionevoli. Ma credo che questo Meser D. Dio, che regna, lasci costoro acciò servano per bufoni alla madre natura.

Quanto al'occhiale d'un solo vetro, che V. S. crede che più tosto s'acosti al'iperbole che alla parabola, perchè mi pare che quello che unirà tutti i raggi che sopra quello cadono, l'un l'altro paraleli, in un punto, quel tale sarà l'ottimo, et parendomi tale effetto dover esser fatto dal parabolico, perciò mi credeti, quella esser la forma a ciò atta([368]): pure mi rimetto al suo infalibil giuditio. Et quanto al fabricarlo, io m'ero pensato molte vie; ma pure una che più delle altre mi par riuscibile, era il pigliar uno specchio concavo parabolico, de' quali se ne trovano di molto perfetti, et in quello gettar della materia del vetro liquefatta, et spianarlo poi dal'altra parte: et così credo che neanco si guastarebbe lo specchio. V. S., che n'ha comodità apresso quel Ser.mo tanto virtuoso (se li par riuscibile), potrebbe provarlo, et veder un poco che effetto facesse il parabolico.

V. S. s'assicuri poi, che non desidero cosa al mondo maggiormente che ocasione di poterla presentialmente servire, et godere della sua conversatione et participar delle sue stupende contemplationi; le quali cose io antepongo ad ogni altra cosa che di gusto mi potesse incontrar al mondo. Ma poi ch'io mi son dedicato al mestier del'armi, voglio provar di aspetar tanto che venga ocasione ch'io possa veder alcun anno di guerra; perchè insoma tra soldati non si guarda a nulla altro, se non alla pratica et al tempo che alcuno è stato in guerra, sebene fano cose grandissime certe bagatelle da ridere: ma Dio guardi dir così fra loro. Come poi io habbia veduta un po' di guerra, non mi terebono catene ch'io non venissi a starmene in Firenze; habbia ocasione di servir quel Ser.mo o no, so bene che non mi sarà mai levato ch'io non serva V. S. molto Ill.re, alla quale di tutto cuore baccio le mani, pregandola farmi degno de' suoi comandamenti.

 

Di Brusselles, il dì 24 Giugno 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Affmo. Ser.re

Daniello Antonino.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

II Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

545.

 

CRISTOFORO GRIENBERGER a GALILEO [in Firenze].

Roma, 24 giugno 1611.

 

Non conoscendo alcuna fonte manoscritta di questa lettera, la riproduciamo dalla prima stampa, che è nel vol. II (pag. 104) dell'edizione Bolognese delle Opere di Galileo.

 

Galilaeo Galilaeo

Amicissimo S.

 

Post discessum Dominationis tuae, scripsi Parmam ad eum([369]) quem putabam authorem fuisse problematis De lunarium montium altitudine([370]): ab eo accepi responsum hac septimana, quod Domin. tuae una cum hisce meis transmitto([371]), ut et Patri illi et D. tuae, atque adeo utrique mihique, ipse satisfaciam. Mitto etiam alteram epistolam Perusianam([372]), in qua non solum auctor epistolae, sed Perusium ipsum, apud te se se purgare videtur, vel potius se se probare D. tuae. Ego eam accepi quatuor vel quinque diebus post quam scripta fuit, non in Iulio, sed Iunio([373]); nec statim ad te misi, quod tunc scribere certas ob occupationes non potuerim. Hodie ad eandem respondebo, saltem ad ea quae ad me spectant: nam reliqua a D. tua expecto.

P. Clavius adhuc ibidem fixus est, ubi postremo salutatus est: incipit tamen quandoque oriri et occidere. Planetas, et si ex parte fatigati, fatigare tamen ocularibus non desistimus. In Mercurio, nisi Mercurium agnoscere non potuimus; scilicet vaferrimus agnosci non vult. Adhibitis acutioribus, atque cum Iove comparatus, visus est per vitra Iovi par sine vitro viso; nec defectum ullum certo discernere potui. Moveri circa solem esseque Venere sublimiorem, vel ex eo adducor ut credam, quod multiplicationem perspicilli, quantam Venus, cum nobis est vicina, libenter admittit, ipse non admittat; quin fixas simulet, et scintillatione imitetur. Et quamvis non putem, alia a D. tua in Mercurio visa esse, quidquid tamen illud est quod Galilaicum perspicillum viditque Florentia, fac saltem ut etiam Roma vidisse Galilaeum sciat.

Non ero hac vice longior: hisce salutasse reversum in patriam, sat est. Ubi per occupationes licuerit atque rescripserit, vellem una remitteret quam cum hisce meis misi. Salutant Dominationem tuam omnes quos toties in Collegio Romano salutavit, et saluto in primis ego, meque D. tuae commendo; et se commendat([374]) etiam perspicillum Clavianum, expectatque avide sociari cum Galilaico([375]). Mihi Clavianum sensim consenescere videtur cum Clavio. Vale, D. Galilaee, multosque in annos tibi, nobisque, imprimisque Deo optimo maximo, vive.

 

Romae, 24 Iunii 1611.

Observantissimus

Christophorus Griembergerus.

 

 

 

546.

 

GALLANZONE GALLANZONI a GALILEO [in Firenze].

Roma, 26 giugno 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 50. – Copia di mano del sec. XVIII.

 

Molto Ill.re Sig.re mio Oss.mo

 

Mando a V. S. la copia d'una lettera scritta al Sig.r Clavio([376]), dove intenderà l'opinione di questo Lodovico([377]) intorno all'inegualità della luna, che pare([378]) a molti probabile. Io sono in una curiosità estrema della verità, sì come anco è l'Ill.mo nostro Padrone([379]); et per ciò, s'havrà mai tempo, ne scriva dui parole, che ne darò([380]) parte al Cardinale, qual m'ha comandato([381]) ch'io la saluta in suo nome, sì come faccio. Et io per fine li bacio le mani, pregandoli dal Cielo il compimento d'ogni felicità.

 

Di V. S. molto Ill.re

Di Roma, alli 26([382]) di Giug.o 1611.

 

Aff.mo Serv.re

Gallanzone Gallanzoni.

 

 

 

547.

 

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 1° luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 203. – Autografa.

 

Ecc.mo Sig.r mio salute.

 

Mi dispiace la sua indisposizione, raconsolandomi con la speranza della presta([383]) recuperazione; il che credo li verrà fatto guardandosi dalla neve et dal bere fuor di pasto: nel resto credo che sia continente.

Il Padre Banbergiera([384]) dice che li à scritto due lettere([385]), spinto da certi signori Perugini, che per lo arrivo della sua lettera li mette in isgomino, dicendo che le sia stata mandata una lettera finta, et che sono molto servitori a V. S. Ecc.ma, et ne lo pregano procuri con lei, sapendo quello essere suo amico.

Non ò ancora visto il Sig.r Luca([386]): farò le saluti, quali so che li saranno grate. Mi abbattei una sera cor un satrapo, che somigliava Pilato: disprezzando con grand'impeto V. S., afrontò il Sig.r Luca, dove egli con non men furore li rispose; et imbreve, facendo una gran ritirata, disse che non se ne intendeva. Ma intanto, oltre alla devozione che mostrava al Magino, rimase goffo, igniorante et ostinato, dicendo che apresso al Cardinale Farnese([387]) era uno altro che li aveva presentato uno ochiale che mostrava tutto il contrario: et noi li dicemo che lo stesso Cardinale non solo vi aveva favorito e banchettato in Roma, ma che fino a Caprarola([388]) vi aveva onorato, et che era otto dì fa, attale che questa sua si scorgeva una fiaba e spantacata romanescha. Et sebene si adusse del Padre Clavio, che era nella medesima oppinione, et poi, chiaro con tutti e' sua, se n'era fatta lezione pubrica, egli rispose che gli avevano dette delle altre pazzie. Pure con tutto ciò rimase mutolo, con certi ochi gonfiati, che se io avessi a dipingere la ignioranza, non ritrarrei altro che lui: dicendo egli, che se si metteva due, non 10, gradi più basso Marte, che i pronostichi tornavano giustissimi; dove se questa cosa fusse vera, la andava del tutto per terra. Ora, sebene ve la scrivo, non per questo fatene stima, perchè io, che non ne so niente di queste cose, nelle sue ragioni vedevo ch'egli era uno dottore di quegli che ne sanno tanto, di quella professione, che serve per farsi ucellare, i quali, quando trovano rincontro, come fu quello del Sig.r Luca, o non imbarchano, o imbarchati fanno ritirate vigliache: non dimeno bisognia temerli, perchè dietro alle spalle ti fanno le mine: et di questi malefici se bene ne abbiamo per tutto, credo costà ne sia, se non in numero, almeno in isquisitezza malefica, di gran lungha superiori a questi qua di Roma. Però state all'erta con essi, et chiariteli, ma in pubricho: et quando verrà la disputa di quello([389]), la pregho a darmene aviso del seguito.

Intendo che costà apresso al Sig.r Don Giovanni([390]) v'è un suo segretario, detto il Sig.r Pietro Acolti([391]) Aretino, gran professore di prospettiva. Desidero sapere se lla sta così come intendo.

Nel resto io attendo a salire 150 scalini a S.a Maria Maggiore, et a tirare a fine allegramente, a questi caldi estivi che disfanno altrui; et ivi, senza esalare vento nè punto di motivo di aria, tra il caldo e l'umido che contende, me la passerò tutta questa state. Intanto dove io([392]) posso servirla, mi comandi. Le prego da Dio ogni onore e felicità.

 

Di Roma, il dì p.o di Luglio 1611.

Di V. S. Ecc.ma

Umilissimo Ser.re

Lodovico Cigoli.

 

Fuori: Al'Ecc.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

548**.

 

GIO. LODOVICO RAMPONI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 1° luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 4, 5a e 5b – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.re

 

Invitando la chiarissima fama di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma, già sparsa dal suo Sidereo Nuntio, ciascuno ad amarla e riverirla, non si meravigli se anch'io a questo universale invito habbia preso ardire di darle un segno dell'affettione che porto grandissima al suo valore, inviandole queste mie osservationi([393]), qualunque elle siano, fatte da me ne i tempi soprascrittivi, con un instromento nel quale adopro hor una hor due lenti cave, delle quali ciascuna, insieme con la convessa superiore, moltiplica dodici o tredici volte, in modo che, giuntene due insieme, nella distanza di cento trenta passi incirca veggionsi gli oggetti maggiori almeno venti cinque volte. Queste osservationi adunque parte sono state fatte con due lenti, e parte con una sola, come in esse appare; nelle quali so che non bisogna esporle che cosa sia il circolo con gli descritti diametri, essendone essa il primo e vero maestro. Dirolle solo (cosa che credo necessaria) che il delineato circolo non è quello che, transmettendo la vista per obliquo alla circonferenza del forame superiore dello stromento, viene descritto dall'occhio girato intorno, ma è quello che, tenendo l'occhio fermo nel centro della lente cava, si vede contornato a Giove postovi nel centro: nel qual circolo ho delineato li duoi diametri secantisi ad angoli retti, per determinare il sito [e la] distanza delle Stelle Medicee in quel più commodo e breve modo che ho saputo imaginarmi per venir semplicemente in cognitione della reale essistenza di esse stelle. Delle quali V. S. vede (se questa non è illusione dello stromento) che me ne sono apparse hor una, hor due, hor tre, sempre in quella linea obliqua che sta segnata con punti, la quale, così alla grossa, ho giudicata disposta secondo la eclittica; ma non ne ho mai potuto veder quattro, sì come anche non ho havuto satisfattione di haverne vedute tre due volte sole, sapendo che più frequentemente e tre e quattro apparivano a V. S. quando fece le osservationi descritte nel Nuntio. Del che io stava molto ammirativo, non sapendo perchè a me non avvenisse il vederle tutte quattro almeno una volta, quando mi è tale admiratione stata levata dal vedere che a poco a poco queste da me osservate stelle siano andate perdendosi, in modo che quando intermisi l'osservare, non più si vedevano nè con una nè con due nè con [..]tro; per il che giudicai, che giungendo Giove quasi alla sommità dell'epiciclo, fossero le sue stelle rese tanto piccole, che al mio stromento non più potessero apparire: adunque nello stato di mezo è ragionevole che mancasse la vista di quelle, che forse mi appariranno quando Giove sarà nella più bassa parte dell'epiciclo. Se questa sia la vera causa di ciò, mi rimetto a lei.

Ma nelle distanze di queste stelle da Giove non sono io stato per qualche tempo men dubbioso, non pensando quello che mi è sovvenuto di poi, che, per essersi nel tempo delle mie osservationi molto più allontanato Giove dalla terra per il sito sì nello eccentrico come nello epiciclo, è necessario che le loro distanze, stando le medesime, mi apparissero minori. Per misurar le quali, giudicai doversi prender la misura di tutto lo spatio visto per tale stromento, stando l'occhio fermo nel centro della lente cava; nel che fare, esporrolle il modo da me tenuto: nel quale s'io prendo errore, piacendole, per gratia sua, a farmene avvertito, le ne restarò obligatissimo.

Nella distanza di venti tre passi ho posto un segno circolare, il quale sono ito tanto ampliando, che occupava tutto quello che l'occhio, così posto, puote vedere; comparata di poi la quantità del semidiametro di tal circolo con la quantità della distanza, e notata la proportione loro, ho ritruovato, per le tavole de i sini, corrispondere a tal semidiametro m. 4'. 18", poste nello stromento due lenti; postane una sola, il segno viene duplicato, e similmente l'angolo della visione, perciò che vi corrispondono m. 8'. 25" (condono la differenza all'operare): ho di poi mutata la distanza, e quella presa di trenta passi, e fatta la istessa operatione; con la lente sola ho ritrovato convenirgli m. 2 1/3, minore dell'altra un minuto e più; alle due pongo convenirgli la metà: dal che mi è parso di vedere, che quanto le distanze sono maggiori, tanto lo spatio compreso si vada variando, apparendo maggiori quelli che sono più vicini.

Questo parmi che confermi una osservatione ch'io feci appunto per chiarirmi se lo spatio che si vede in una piciola distanza sia lo stesso che il veduto in una grandissima, come sarebbe nel cielo di Giove. Perciò che, havendo la luna dimidiata quasi nel meridiano, misurai il suo diametro con queste lenti, e vidi che le due lo misuravano cinque volte, et l'una sola due volte e mezo appunto: or essendo il diametro della luna dimidiata circa trenta minuti, se per le due lenti si divida tal quantità in cinque parti, gli converrebbono m. 6, et alla lente sola m. 12, quantità minori di quelle che competivano all'istesse nelle sopraposte brevissime distanze: là onde sarebbe ragionevole che lo stesso spatio nel cielo di Giove fusse molto minore. Ma dato che fusse quanto si misura in queste piciolissime distanze, non havendo io osservato alcuna di queste stelle fuori della circonferenza de i circoli proposti, et importando il semidiametro di quello, alle due lenti, nella distanza di 23 passi, m. 4 1/2, appare che non si dovriano mai essere allontanate di più da Giove: il che paiono confermare anche le cinque ultime osservationi, nelle quali, contenendo il circolo formato da una lente sola, nella istessa distanza, m. 8'. 25", vedesi che non hanno mai di molto passata la metà del semidiametro. Se ciò fusse, grande sarebbe la differenza da quello che collà nel Nuntio è posto da V. S.; la quale differenza senza dubbio sarebbe causata dallo essersi fatta maggiore la lontananza di Giove dalla terra. Ma se tanta si possa esser fatta questa diversità, e se tali distanze habbia V. S. in questo stesso tempo osservato, mi farebbe grandissimo favore a darmene avviso.

Sono, di più, tenuto da un altro desiderio molto più importante: et è, c'havendomi lo Ecc.mo S. Dott.r Roffeni detto che V. S. ha fatto una certa osservatione, da lei chiamata ammiranda, per levare molte controversie che sono nell'astronomia, pensando io quale potesse essere tale osservatione, mi è sovvenuto che quella forse concerna le hipothesi; onde, concetta speranza che per tale osservatione si sia dimostrata mathematicamente la hipothesi Copernicana, impatiente di aspettare in luce l'opera sua, desiderarei (nè per questo se le torrebbe quello di che si mostra, e ragionevolmente, molto zelante, mentre nè esprime nè dà un minimo segno del modo in che consiste il tutto) che mi favorisse di avvisarmi semplicemente se questa hipothesi sia confirmata o per tale osservatione o per altra: il che per hora, sino all'uscir in luce dell'opra sua, bastarebbemi per levarmi una certa ambiguità che molto mi affligge qual hora mi convenga propormi in qualche mio discorso il sistemma mondano, il quale vorrebbe l'intelletto comprendere secondo che veramente sta in natura; tardi poi l'opera sua a venir in luce quanto deve e quanto le piace.

A questi honesti desiderii pregola caldamente ad aspirare, et io all'incontro mi eshibisco a lei paratissimo a' suoi commandi; e basciandole riverentemente la mano, le prego dal Signor Iddio ogni suo contento.

 

Di Bologna, il dì p.o di Luglio 1611.

Di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma

Affett.mo Ser.re

Gio. Lodovico Ramponi.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.ron mio Oss.mo

II Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

 

549*.

 

MARCO WELSER a GIOVANNI FABER in Roma.

Augusta, 1° luglio 1611.

 

Arch. dell'Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 419, car. 11. – Autografa.

 

.... Ho proposto ad amico, che fa professione di filosofia, la difficoltà dello scattolino([394]) del S.r Galilei, e spero risposta, quale poi a lei comunicarò([395])....

 

 

 

550**.

 

CAMILLO BORSACCHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 3 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 205. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.te Sig.re Patron mio Col.mo

 

Ho ricevuto la gratissima lettera di V. S. delli 21 di Giugno, et insieme l'allegata per il Sig. Galanzoni, Maestro di Camera dell'Ill.mo Sig. Cardinale Gioiosa([396]), la quale, con haver prima fatto il soprascritto, presentai in propria mano, et se ne rallegrò molto, soggiungendo: Sarà forse la risposta di una mia scrittale. Poi la lesse, et insieme discorremmo delle sue ottime qualità et rarissime virtù, et mi disse queste parole: Il Sig. Cardinale lo stima et honora molto, et è il primo mathematico d'Italia. Et io soggiunsi che non solo era il primo in questa nobilissima scienza, ma raro in molte altre, et complitissimo in ogni sorte di virtù; a tale che bene un terzo d'hora, con gusto particolare d'ambi duoi, passammo in discorso delle sue meritevol lodi.

Mi increscie della sua indispositione, come mi rallegro della sua convalescenza, pregandola ad haversi cura, chè non è proceduto da altro se non dalla mutation dell'aria in questi tempi estivi. Io anchora stetti 3 giorni malato, non di febbre, ma di una fiacchezza tanto grande che non potevo stare in piede; et nella prima uscita di casa mi incontrai nel suo piccol servitore, e domandandole di V. S., rispose essersi partita, et egli restato con un gentil homo de' Guidetti. Feci il saluto da parte sua a Mess. Nuntio banderaro, il quale, per esserle devotissimo servitore, non tanto gliene rende duplicato, ma humilmente et con ogni reverenza se le inchina, pregando Iddio nostro Signore che faccia felici i suoi nobilissimi desiderii et le assista sempre con la Sua santissima gratia.

Finirò di scrivere, et continuerò in amarla et riverirla con quel puro affetto che è in me, suo devotissimo servo; supplicandola che in ogni occasione, tanto sua quanto de' suoi amici, me favorisca de' suoi comandamenti, chè mi troverà prontissimo, et io me ne sentirò honoratissimo dalla persona sua, a cui bacio humilmente le mani.

 

Di Roma, alli 3 Luglio 1611.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.te

Humiliss.o e Devotiss.o Servo

Camillo Borsacchi.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.te Sig.re Patron mio Col.mo

II Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

551**.

 

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 5 luglio 1611.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Ho inteso dalla sua quanto m'accenna circa il negotio dello S.r Pappazone: in risposta di che non posso dirle altro, poichè esso S.r Pappazone è in villa, e lontano sino a 14 miglia; che se fosse stato un poco più vicino, sarei montato a cavalo, e per il fresco l'haverei ritrovato: ma mi referiscono che questa sera o domattina potrebbe arrivare, e subito non mancarò persuaderli quanto mi scrive; et se io fossi lui, al sicuro pigliarei questa occasione, perchè, fornite le prime conditioni, vorrei starmene poi su la mia. Intanto s'attendi a conservare sano, chè noi in Bologna stiamo male di caldo: e di nuovo la ringratio di tanti offitii. Che per fine pregola ad amarmi; e le bacio le mani, come fa il S.r Magini, che la saluta.

 

Di Bologna, el dì 5 Luio 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Serv.re di cuore

Gio. Ant.o Roffeni.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo P.rone mio Oss.mo

II Sig.r Galileo Galilei, Mathem.co del Sereniss.mo G. Ducca di Toscana, a

Firenze.

 

 

 

552*.

 

DANIELLO ANTONINI a GALILEO in Firenze.

Bruxelles, 9 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 23. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Col.mo

 

Nè qui nè in Anversa ho potuto trovar quel libro di quel bel nome Diagnia Astronomica etc.([397]) La prima fera di Francfort l'havrò. Nè meno ho ritrovato che alcuni di questi mathematici di qua l'habiano veduto, anzi non m'è stato possibile persuadere ad un Michel Cugnetti([398]) (huomo assai stimato nella professione delle mathematiche) che ci sia questo libro, con tutto ch'io le habbia mostrato la lettera di V. S.; tanto istima impossibile il poter contradire alle cose da V. S. scritte. Stupiscono poi tutti che ella habbia ritrovati i periodi de' Pianeti Medicei, et molti non potevan crederlo; ma l'haverle mostrata la sua lettera li ha fatti non più dubitare, ma credere et stupire.

Già 15 giorni sono le scrissi per via del Padre M.tro Fulgentio de' Servi: non so se le sarà capitata. Manderò questa diritto a Firenze, ove spero ch'ella sarà ritornata: del qual ritorno et della sua salute, nec non d'alcuna sua speculatione o inventione, la prego farmene parte, ch'io l'assicuro che cosa al mondo non mi può esser più grata di questa. Le baccio le mani.

 

Di Brusselles, il dì 9 Luglio 1611.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.re

Daniello Antonino.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio et P.ron Col.mo

II Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

D'altra mano: fra.ca fin a Mantoa.

 

 

 

553*.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Vicenza, 12 luglio 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVII, n.° 84. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

La lettera di V. S. Ecc.ma mi capitò in Vicenza sabato della 7.na passata, in tempo ch'io, per la partita del corriere, non puoti a quella rispondere: la lettera, dico, delli 2 del presente, nella quale mi dà raguaglio della ricevuta della mia con l'inclusa del S.r Velsero; poichè quella che dice havermi scritta assai lunga, con una dentro per il S.r Cremonino, io non l'ho ricevuta, che mi rincresce assai, e se io sapessi, dove poter fare inquisitione per haverla, lo farei volentieri.

M'è dispiacciuto assai intender del suo male: spero nel Signore che a quest'hora deve haver recuperata la pristina sanità, e potrà godere il gusto de' meloni e del buon trebiano felicemente. Qui habbiamo havuto questi giorni più che caniculari, e tanto noiosi, che se non si fussimo aiutati co 'l bere, saressimo speditti: par che con l'occasione di certa grandine l'aria si sia alquanto rinfrescata. Starò qui ancora tutta questa 7.na, e sabato, piacendo al Signore, ritornerò a Padova, per servire V. S., alla quale con ogni affetto bacio le mani e prego da N. S. compita sanità e felicità. Non mancherò di scrivere al S.r Velsero.

 

Di Vicenza, alli 12 Luglio 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.r Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

554*.

 

MARCO WELSER a GIOVANNI FABER in Roma.

Augusta, 15 luglio 1611.

 

Arch. dell'Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber, Filza 419, car. 9. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re

 

Quel mio amico mi attese la promessa, risolvendomi circa la scattola del S.r Galilei([399]) in questo modo:

«De scatula Galilaeana eiusque lapillis, liquidius quid dici posset, si sciretur cuiusnam lapilli illi essent speciei: hoc enim expressum non est. Interim haec accipiat. Tota istarum obiectionum congeries solvitur unico isto admisso fundamento, videlicet, lumen in fieri dependere a caussa sui productiva, in conservari non item, sed posse illud ad breve tempus, etiam caussa productrice ablata, in subiecto conservari; id quod et praeceptor meus in philosophia, vir doctissimus, asseruit, et ratio experientiaque multa comprobat, et Aristoteles ipse nequaquam negat: unde ipse adhuc vegetis salvisque pedibus, nullisque (ut isti arbitrantur) succisis genibus, et absque ulla Peripateticorum perturbatione, inambulat, caputque suum in dulcem sane, ut ante, quietem reclinat. Nam similes huic experientiae sunt quamplurimae, et in philosophorum scholis tritae: tametsi non diffitear, hoc in hac esse peculiare, quod tanto tempore subiecta ista, lapilli videlicet, lucem semel conceptam retineant, quae ab iisdem deperit, non aliter atque calor in aqua, abscessu caussae generantis et conservantis. Haec de his hactenus».

V. S. metterà queste ragioni in bilancia per vedere quanto pesano...

 

 

 

555.

 

GALILEO a [GALLANZONE GALLANZONI in Roma].

Firenze, 16 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 51-55. – Minuta autografa, ricorretta da Galileo fors'anche in un tempo alquanto posteriore a quello della stesura della lettera. Sul margine superiore, a sinistra, della car. 51 si legge, scritto a matita di mano di Vincenzio Viviani: «Al Sig. Gallanzone Gallanzoni».

 

Molto Ill.re Sig.re Osser.mo

 

Per ubidire al cenno dell'Ill.mo et Rev.mo S. Card.le([400]) mio Padrone([401]), et satisfare al comandamento di V. S., procurerò di rispondere quanto mi occorre in proposito del contenuto nella([402]) lettera scritta al molto R.do Padre Clavio dal S. Lodovico dalle Colombe([403]), della quale ella mi ha mandato copia([404]); et questo fo io tanto più volentieri, quanto veggo, questo esser l'ultimo refugio di quei filosofi, li quali vorriano pure accomodare le opere della natura alle loro inveterate opinioni([405]). Questa nuova introduzione di uno([406]) ambiente molto perspicuo intorno al corpo lunare, per riempiere et adequare le sue visibili cavità et eminenze, mi fu, molti mesi sono, scritta dall'Ill.mo S. Marco Velsero d'Augusta, come pensiero di alcuni filosofi di quelle parti; io gli risposi, et forse con quietare et persuadere i suoi autori (non havendo io poi sentito replicare altro): non so quello che mi succederà in Roma, dove questo medesimo concetto trova, come bene ella mi scrive, molti che gli applaudono.

Hora, per dire brevemente quanto mi occorre, dico che io ho sin qui, insieme con tutti i filosofi et astronomi passati, chiamato luna quel corpo, il quale, sendo per sua natura atto a ricevere et ritenere, senza trasmettere, il lume del sole, alla vista del quale egli è continuamente esposto, si rende per tanto a noi visibile sotto([407]) diverse figure, secondo che egli è in varie posizioni situato rispetto al sole et noi, le quali figure, hora falcate, hora semicircolari et hora rotonde, ci rendono sicuri, quello essere globoso et sferico: et di questo tale corpo, dal sole illuminato et da noi veduto, hanno sin qui la maggior parte de i filosofi creduto che la superficie([408]) fusse pulita, tersa et assolutissimamente sferica; et se alcuno disse di credere che ella fusse aspra et montuosa, fu reputato([409]) parlare più presto favolosamente che filosoficamente. Hora io di questo istesso corpo lunare, da noi veduto mediante la illuminazione del sole, asserisco il primo([410]), non più per immaginazione, ma per sensata esperienza et per necessaria dimostrazione, che egli è di superficie piena di innumerabili cavità et eminenze, tanto rilevate che di gran lunga superano le terrene montuosità. Le osservazioni dalle quali io deduco le mie dimostrazioni, non occorre che in questo luogo racconti, sì per haverle io altrove scritte et in voce moltissime volte dichiarate, sì perchè gli avversarii, con li quali si tratta al presente, non negano([411]) nè quelle, nè tampoco le apparenti inegualità lunari; ma vengono, in sustanza del loro discorso, a dire che la luna sia hora non solamente quel globo che noi sensatamente con gl'occhi veggiamo et sin qui havevamo veduto, ma che, oltre al veduto da gl'huomini, vi è intorno un certo ambiente trasparentissimo, a guisa di cristallo o diamante([412]), totalmente impercettibile da i sensi nostri, il quale, empiendo tutte le cavità et cimando le più alte eminenze lunari, cinge intorno intorno quel primo et visibile corpo, et termina in una liscia et pulitissima superficie sferica, non vietando in tanto il passaggio a i raggi del sole, sì che eglino possino nelle sommerse montuosità reflettere et dalle parti averse causare le proiezioni delle ombre, rendendo intanto l'antica luna al senso nostro suggetta. Veramente l'immaginazione è bella; solo gli manca il non essere nè dimostrata nè dimostrabile. Et chi non vede che questa è una pura et arbitraria finzione, che nulla pone in essere, et solo propone una semplice non repugnanza? Che se il chimerizare del nostro cervello dovesse havere azione nelle determinazioni della natura, a me sarà lecito con altretanta([413]) autorità dire che la terra è di superficie perfettissimamente sferica e pulita; intendendo per terra non solamente questo corpo opaco dove si terminano i raggi solari, ma insieme con questo quella parte dell'ambiente diafano che riempie tutte le valli, et con altezza eguale a i più sublimi gioghi delle montagne sfericamente lo([414]) circonda. Nè sia chi mi dica, che questo nostro ambiente inferiore non ha reale distinzione con quello che sopra i monti si inalza, et che però non circoscrive un globo particolare, ma che sì bene ciò fa l'ambiente della ; perchè questo sarà un andare di difficultà in difficoltà, di finzione in finzione, anzi un introdurre inconvenienti maggiori in quella medesima filosofia con la quale si cerca di salvar la pulitezza della superficie lunare: et bisognerà già porre nel cielo almeno 4 gradi di materie differenti([415]), ciò è li due opachi che compongono la  visibile, uno più splendente dell'altro, et li 2 diafani, de i quali l'uno riempie le cavità della  et la serra con superficie politissima, et l'altro che si diffonde pel([416]) resto degl'immensi spazii celesti. Et veramente io crederei che molto meno progiudiziale saria a quelli che della purità eccellenza et divinità della sustanza de i cieli sono così gelosi, l'ammettere qualche irregolarità nella figura, accidente molto poco essenziale, che l'introdurre tanta diversità di raro e denso, diafano et opaco; et son([417]) ben sicuro che se([418]) la sensata vista delle visibili et antiche macchie lunari non havesse costretto a porre il denso e 'l raro nella sua materia, mai nella imaginata purità di quella non vi haverebbono i nostri filosofi riposti tali accidenti([419]).

Ma seguitando il nostro primo proposito, se noi pur vorremo farci([420]) lecito l'imaginarci([421]) quello che ci piace, se altri dirà che la  è circondata sfericamente da un trasparente ma invisibile cristallo, io volentieri lo concederò, pur che con pari cortesia sia permesso a me il dire che questo cristallo ha nella sua superficie grandissimo numero di montagne immense, et trenta volte maggiori che le terrene, le quali, per([422]) esser di sustanzia diafana, non possono da noi esser vedute; et così potrò io figurarmi un'altra  dieci volte più montuosa della prima([423]). Et chi vorrà giudicare questo mio assunto chimerico, senza condennare della medesima nota la posizione dell'avversario? Pare in oltre che questo diafano, nuovamente introdotto a riempiere le cavità della , non possa esser differente dal resto della sustanza celeste che per l'espansione del mondo superiore si diffonde; atteso che i medesimi filosofi nè anco tra l'istesse stelle et il resto del cielo pongono maggiore o altra differenza che di più o meno raro e denso, più o meno diafano et opaco: hora, poichè([424]) niuna di tali differenze si scorge tra 'l prossimo ambiente lunare et il resto del cielo, adunque il termine et la distinzione tra il corpo lunare et il resto del cielo ambiente si doverà prendere dalla superficie che finisce et rinchiude il corpo della  tenebroso, denso et opaco, et per ciò differentissimo dall'ambiente suo raro et trasparentissimo, e non da questo nuovamente imaginato cristallo, in tutto e per tutto similissimo anzi istessissimo col resto dell'etere([425]). Et qui([426]) si noti l'incongruenza dell'esempio addotto della palla di smalto bianco, ma([427]) di superficie montuosa, rinchiusa dentro ad un cristallo trasparente et di superficie tersa et pulita: nella quale niuno intoppo ritrova il nostro discorso, mentre dal concepito([428]) globo di smalto opaco trapassiamo al cristallo diafano, che lo circonda et con sferica et liscia superficie lo termina; il qual poi subito distinguiamo([429]) dall'altro ambiente, che è la nostra comune, familiare([430]) et notissima aria; ma dopo il passaggio dall'interno corpo lunare opaco al diafano cristallino, suo prossimo([431]) ambiente, a quale altro terzo corpo, pur diafano, doviamo noi senza intoppo trapassare? Bisogna che avvertiamo come il globo cristallino addotto nell'esempio può benissimo esser da noi locato non solo nell'aria ma nell'aqqua, nell'olio, nel vino, nel fuoco, et in altri diafani da noi per l'esperienza conosciuti et intesi; ma in cielo, di che altro diafano haviamo noi contezza, fuori([432]) di questo solo che per quella immensità si diffonde? Hora, sì come il pigliare l'addotta palla cristallina et immergerla([433]) in un grandissimo vaso pieno di altro simile cristallo, nel confondere, anzi levare totalmente, i termini de i 2 cristalli, dico del primo, che con superficie tersa terminava la palla, e dell'altro nel([434]) quale si immerge il primo([435]), verrebbe a fare che in verità altro non havessimo che uno smalto groppoloso, chiuso dentro una gran massa di cristallo; così non sapendo noi essere in cielo altro che una sola sustanza diafana et omogenea, che altro potremo con verità affermare, se non che il corpo lunare è opaco e montuoso, ma locato nel cielo?

Ma forse alcuno non così scrupolosamente additto ad ogni parola di Aristotile, mi potrebbe dire di non haver per inconveniente alcuno il credere che l'etere celeste sia un liquido tenue et sottile come l'aria, ma più puro et permeabile, per il quale vadino i pianeti vagando, et che la , che per esso discorre, sia rinchiusa dentro una corteccia cristallina solida et liscia, et per ciò([436]) distinta dal resto dell'ambiente liquido; distinta, dico, se non per la trasparenza, almeno per la solidità e durezza([437]). A chi tale opinione producesse io potrei rispondere, che havendo egli ardito tanto, quanto è il porre il cielo fluido et permeabile, senza riguardo alcuno della impenetrabilità e impermeabilità del cielo d'Aristotile, non si peritasse in por la  di superficie aspra; licenza assai più tollerabile dell'altra, come quella che altera con leggerissima offesa una minima parte del cielo, e quella con gravissimo danno([438]) mette in scompiglio([439]) et in rovina tutto 'l mondo: et egli sa bene in coscienza che niun'altra cosa lo persuade a voler mantener([440]) la pulitezza della superficie lunare, fuor che un semplice detto d'Aristotile. Aggiungo di più, che se noi ci volessimo governare([441]) in cielo con l'analogia dei nostri corpi elementari, ponendo l'etere omologo alla nostra aria, et il cristallo lunare proporzionato a qualche altro corpo solido et trasparente de i nostri, o sia vetro o gemma; noi veramente non troveremmo appresso di noi diafano alcuno, nè anco l'aqqua stessa più di ogni gioia([442]) trasparente, il quale, circondando la terra et alzandosegli intorno sino alle maggiori altezze de i monti, non togliesse, a chi di lontano la riguardasse, il poter([443]) vedere tutte le particolari varietà di altezze e bassure, di lumi et di ombre et di qualunque altra cosa che dentro a tale profondità fusse contenuta. Rimirisi, per prova di ciò, da qualche eminenza qual si sia limpidissimo et tranquillo stagno o lago, che, ben che non molte braccia profondo, tutti i segreti del suo letto ci asconde: hor che faria una profondità di dieci o dodicimila braccia? Noi dunque non haviamo, dall'aria et l'etere([444]) celeste in poi, cognizione di diafano alcuno il quale oltre una piccola([445]) grossezza non impedisca il passaggio alla nostra vista, et forse anco alla illuminazione del sole. Di qual cristallo dunque riempieremo noi le cavità profondissime della , il quale sia così limpido che ci lasci penetrar con l'occhio a distinguere esattamente anco minutissime inegualità? certo, s'io non m'inganno, niente altro che l'istesso tenuissimo et purissimo etere riporre vi si potrà. Et se così è, ragionevolissimamente si può concludere, la  esser indubitatamente di superficie ineguale et montuosa, ma circondata da([446]) purissimo et trasparentissimo etere, nella cui profondità ella et gl'altri pianeti sono contenuti.

Potranno per avventura persuadersi gl'avversarii di arrivare con l'efficacia del discorso et delle ragioni là dove il senso in modo alcuno nè si conduce nè si avvicina, et credersi di poter demostrativamente concludere, esser necessario che la  sia di figura esattissimamente sferica, per essere ella corpo celeste et in consequenza purissimo et immisto, et per convenirsi a tali corpi perfettissimi figura perfettissima, quale tra le solide vien reputata la sferica? Il discorso è assai trito per le scuole Peripatetiche, ma dubito che la sua maggiore efficacia consista solamente nell'essere inveterato nelle menti de gl'huomini, ma non già che le sue proposizioni siano nè dimostrate nè necessarie; anzi crederò io che le siano molto titubanti et incerte. Et prima, che la figura sferica sia più o meno perfetta delle altre, non veggo io che si possa assolutamente asserire, ma solo con qualche rispetto([447]): come, per esempio, per un corpo che si habbia a poter raggirare per tutte le bande, la figura sferica è perfettissima; et però gl'occhi et i capi degl'ossi delle cosce sono stati fatti dalla natura perfettamente sferici: all'incontro, per un corpo([448]) che dovesse consistere stabile et immobile, tal figura saria sopra ogn'altra imperfettissima; e chi nella fabrica([449]) delle muraglie si servisse di pietre sferiche, faria pessimamente, et perfettissime sono le angolari. Che se assolutamente la figura sferica fusse più perfetta delle altre, et che a i corpi più eccellenti([450]) si dovessero le figure più perfette, doveva il cuore, e non gl'occhi, esser perfettamente sferico; et il fegato, membro tanto principale, doveva egli haver dello sferico, più tosto che alcune([451]) altre parti del corpo vilissime. Più, io non veggo che la inclinazione et appetito che hanno molti corpi naturali di terminarsi con figura sferica, derivi solamente da loro perfezione o purità: anzi pure vediamo, la terra et l'aqqua, corpi da i medesimi filosofi reputati impurissimi et imperfettissimi, in comparazione massime de i celesti, ridursi loro ancora sotto figura sferica, et ciò non per alcuna perfezione che sia in loro, ma solo per esser gravi et per cospirare tutte le loro parti ad un solo termine; et l'aqqua, che alla gravità aggiugne l'esser liquida et fluida, tanto più perfetta rotondità conseguisce, nè dalla sua mistione et impurità (arguita dalla salsedine) vien ella punto nella sua figurazione impedita; nè impedita saria quando anco ella fusse cento volte più impura, mista et imperfetta, purchè gli restasse il peso et la flussibilità. Resta parimente ambiguo se sia ben detto, i corpi celesti essere così puri, immisti et eccellenti in comparazione de i nostri elementari, perchè veramente questi et gl'altri attributi di inalterabili, ingenerabili, incorruttibili, impassibili etc.([452]), concessigli da i filosofi, dependono tutti da un altro fonte et principio, che è l'haver loro soli da natura il muoversi di moto circolare; il che da Aristotile non è stato dimostrato, come io altrove([453]) dichiaro: sì che se alcuno sosterrà che il movimento circolare competa non meno alla terra et a gl'altri elementi che a i corpi superiori, cessano tutte le ragioni di dover porre quella quinta essenza celeste, eterna et non generata([454]), immortale e non caduca, impassibile, inalterabile etc., diversissima dalle nostre inferiori sustanze; et sarà dottrina non solo più salda, ma più conforme alla verità delle Sacre Lettere, che della creazione et mutabilità del cielo ci assicurano. Lascio stare la inconvenienza grande che è nel volere che i corpi celesti siano così eccellenti et divini, et la terra, quasi feccia del mondo, imperfetta, impura et vilissima, et a canto a canto dire i movimenti et le azioni de i cieli esser solamente indirizzati alle nostre cose inferiori, senza il quale indirizzo oziosi e vani resteriano tutti i movimenti et operazioni del sole et delle stelle([455]). Ma l'entrare in sì vasto oceano non è materia da potersi in una lettera ristrignere. Basti per hora, quanto appartiene al nostro proposito, haver mostrato di quanta poca efficacia siano quelle proposizioni, che la figura sferica sia più perfetta delle altre, che questa competa a i corpi perfetti, et che la luna, come corpo celeste et perfettissimo, deva esser di figura sferica, et non come la terra solamente, ma tanto più liscia et esquisita, quanto ella è corpo più eccellente che la terra: discorso tutto vanissimo et niuna cosa concludente, sì come pessimamente concluderebbe chi discorresse circa la terra e dicesse([456]): La terra è sferica, ma non perfettamente, essendo di superficie aspra et ineguale; sarebbe bene la sua figura sferica perfettissima, quando ella fusse liscia, tersa et egualissima; et pertanto la terra sarebbe allora assai più perfetta di quello che l'è hora. Tal discorso è mendoso et equivoco: perchè è vero che, quanto alla perfezion della figura sferica, se la terra fusse liscia, saria una sfera più perfetta che essendo aspra; ma quanto alla perfezione della terra, come corpo naturale ordinato al suo fine, non credo che sia alcuno che non comprenda quanto ella sarebbe non solo meno perfetta, ma assolutamente imperfettissima. Et che altro resterebb'ella che un immenso deserto infelice, voto di animali, di piante, di huomini, di città, di fabriche, pieno di silenzio([457]) e di otio, senza moti, senza sensi, senza vite, senza intelletti, et in somma privo di tutti gl'ornamenti li quali così spettabile et vaga la rendono? Certo, che saria stato un discorso mirabile quello di colui, che mentre le aqque del diluvio havevano ingombrato tutta la nostra mole terrestre, adequando le cime de i più alti monti([458]), si fosse posto a consigliare la natura che ella convertisse in ghiaccio o saldissimo cristallo tutta la aqqua, nè si lasciasse fuggire([459]) sì oportuna occasione di perfezionare con una ben pulita et sferica superficie questo globo inferiore, rendendolo simile alla luna del Sig. Colombe([460]). È vero che la luna saria corpo di figura sferica più perfetta se la superficie sua fusse liscia et non aspra; ma l'inferirne poi: «Adunque la luna, come corpo naturale, saria più perfetta» è una consequenza stravolta. Et chi sa che l'inegualità della superficie lunare non sia ordinata per mille e mille meraviglie, non intese nè intelligibili da noi, non imaginate nè imaginabili? Altrettanto grande quanto frequente mi pare l'errore di molti, i quali vogliono fare il loro sapere et intendere misura dell'intendere et sapere di Dio, sì che solo perfetto sia quello che loro intendono esser perfetto. Ma io, per l'opposito, osservo, altre perfezioni essere intese dalla natura che noi intendere non possiamo, anzi pure che più presto per imperfezioni giudicheremmo: come, per essempio, delle proporzioni che cascano tra le quantità, alcune ci paiano più perfette, alcune meno; più perfette, quelle che tra i numeri più cogniti si ritrovano, come la dupla, la tripla, la sesquialtera, etc.; meno perfette quelle che cascano tra' numeri più lontani e contra sè primi, come di 11 a 7, 17 a 13, 53 a 37, etc.; imperfettissime, quelle delle quantità incommensurabili, da noi inesplicabili et innominate: talchè quando ad un huomo fusse toccato a dovere a sua elezione stabilire et ordinare con perfette proporzioni le differenze de i prestantissimi movimenti delle celesti sfere, credo che senza dubbio gl'haverebbe moderati secondo le prime et più rationali proporzioni; ma all'incontro Iddio, senza riguardo alcuno delle nostre intese simmetrie([461]), gli ha ordinati con proporzioni non solamente incommensurabili et irrazionali, ma totalmente impercettibili dal nostro intelletto. Uno poco intendente di geometria si lamenterà che la circonferenza del cerchio non sia stata fatta o tripla a punto del suo diametro, o rispondentegli in qualche più conosciuta proporzione, più tosto che tale che non si sia per ancora potuto esplicare qual rispetto sia tra di loro; ma uno che più intenda, conoscerà che sendo stati([462]) altramente di quello che sono, mille e mill'altre([463]) ammirabili conclusioni si sariano perdute, e che nessuna delle passioni dimostrate del cerchio saria stata vera: non la superficie della sfera sarebbe stata quadrupla del cerchio massimo, non il cilindro sesquialtero della sfera, et insomma nissun'altra cosa della geometria sarebbe stata vera e quale ella è([464]). Uno de i nostri più celebri architetti, se havesse hauto a compartire nella gran volta del cielo la([465]) moltitudine di tante stelle fisse, credo io che distribuite le haverebbe con bei partimenti di quadrati, esagoni et ottangoli, interzando le maggiori tra le mezzane et le piccole, con sue intese corrispondenze, parendogli in questo modo di valersi di belle proporzioni; ma all'incontro Iddio, quasi che con la mano del caso le habbia disseminate, pare a noi che senza regola, simmetria o eleganza alcuna le habbia sparpagliate([466]). Et così a punto, quando noi fanciullescamente havessimo hauto a formare la luna, galantissima ci saria parso di figurarla dandogli una rotondissima et pulitissima superficie; ma non già così ha inteso di far la natura, anzi tra quelle diversissime scabrosità è credibile che ella mille misterii, da lei sola intesi, habbia rinchiusi. Et non è dubbio alcuno, che se nella luna fussero giudizii simili a i nostri, rimirando di là la superficie della terra, nella quale altro che la disparità de i mari et de i continenti et la inequalità della parte terrea non distinguerebbono, altrettanta ragione haveriano di nominarla meno perfetta che se fusse di superficie pulitissima, quanta ha il S. Col. di desiderar che la superficie lunare sia ben tersa, per maggiore perfezione di quella; poi che tutti gl'ornamenti et vaghezze particolari, che sì mirabilmente la terra abbelliscono, resteriano di là su invisibili et inimmaginabili. Così a punto, fermandosi il nostro vedere et intendere nella sola montuosità et disegualità della luna, senza vedere o poterci immaginare quali particolari tra esse eminenze et cavità possino esser contenuti([467]), parci che ella da una pulitissima superficie riceverebbe perfezione e bellezza.

Io credo haver a bastanza dimostrato la debolezza del discorso avversario; et se bene molte altre considerazioni potrei soggiugnere, tutta via i termini di una lettera, li quali parmi anco di haver trapassati, non permettono che io continui più la fatica di V. S. nel leggere. Solamente, per fine di questo discorso, voglio additare a V. S. a quali gradi di sconvenevolezze si lasci traportare il nostro S. C. dalla immoderata brama del contradire; dalla quale allucinato non si accorge, che mentre egli vuol trovar ripiego per mantener la equabilità et lisciezza ne i corpi celesti et rimuover l'asprezza dalla , in cambio di veramente levar quest'una scabrosità che io gli attribuisco, gli n'addossa due: perchè, ammettendo che la superficie della parte opaca et interiore della  sia aspra e montuosa, di necessità bisogna che ei conceda che aspra sia parimente la superficie dell'altra parte diafana e cristallina, la quale contermina con le montuosità interiori, et a riempiere le traposte cavità si adatta. È dunque asprissima la visibil parte della , densa et opaca; et tale ancora è l'invisibile, rara et trasparente([468]).

Non voglio già passare alcuni altri particolari che nella lettera del S. Col. si contengono: l'uno de i quali è, che io non veggo sì grande occasione di rallegrarsi che il molto R. P. Clavio non approvi la montuosità della , poi che il medesimo Padre è altresì molto differente da esso Col. nell'assegnare la causa della apparente inegualità, attribuendola al denso et al raro. Et se il S. Col. ha caro che il P. Clavio dissenta da me, è forza che egli habbia altrettanto discaro che gl'altri tre Padri([469]) inclinino a favor della mia opinione, benchè egli di tal suo disgusto non faccia menzione. Et non sa il S. Col. che facil cosa mi saria stata, mentre fui in Roma, il persuadere et ridurre nella mia sentenza il Padre Clavio, se la gravissima età et la sua continua indisposizione havessero tollerato che noi insieme fussimo di queste materie stati in trattamento([470]) et fatte le necessarie osservazioni: ma saria stato poco meno che sacrilegio l'affaticare et molestare con discorsi et osservazioni un vecchio, per età, per dottrina et per bontà così venerando([471]), il quale havendosi con tante et sì illustri fatiche guadagnata una fama immortale, poco importa alla sua gloria che egli in questo solo particolare trapassi e resti con opinione falsa et assai facile a convincersi.

Quello che il medesimo Colombe dice intorno a Saturno, non intendo io nè punto nè poco, nè so che proposito vi possa cadere di denso o di raro, di moto o di altro: so ben questo, che il voler contrastar([472]) di una cosa, senza haverla mai veduta, con chi l'ha osservata mille volte, par che habbia un poco dell'arditetto. Et quanto a Saturno, V. S. lo potrà cominciar a veder comodamente; et havendo occhiale esquisito, vedrà che sono 3 stelle poste così , et tra di loro immutabili.

Ultimamente, io non so vedere a qual proposito scriva nella lettera([473]) il medesimo S. Col., che io habbia veduti i suoi scritti contro di me in materia della montuosità della  et ancora della mobilità della terra et stabilità del sole([474]), et che per ancora io non gli habbia risposto cosa alcuna; perchè quando pure io seguissi la posizione del Copernico et dissentissi da Aristotile e Tolomeo, ragionevol cosa saria che io contro Aristotile e Tolomeo scrivessi, autori più antichi et forse più gravi et di maggiore autorità che il S. Colombe, et massime non producendo egli altre ragioni o esperienze che quelle che da i nominati autori sono prodotte([475]): perchè, se tralasciando Aristotile et Tolomeo io mi mettessi ad impugnare il S. Col., darei al mondo occasione di dubitare, che, come inetto ad intendere le materie et questioni ne i loro gravi antichi e proprii fonti([476]), mi fusse gettato a voler far (come si dice) l'huomo addosso a scrittori vulgari e di nissun grido. Di più, nelle medesime scritture del S. Col. si contengono le soluzioni delle ragioni di Aristotile e di Tolomeo, le quali, esplicate da me in diversi tempi et occasioni ad alcuni amici miei, sono a gl'orecchi, più che all'intelletto, del S. Col. pervenute; et se già sono ne gli scritti suoi contenute, ma non da lui capite, a che proposito devo io affaticarmi in replicargliele inutilmente? et perchè devo io esplicar conclusioni et dimostrazioni sottilissime, insegnar dottrina singolare et scoprir misterii admirandi della natura, a chi non gl'intende, non gl'apprezza, anzi gli deride? producendoti, all'incontro, risposte puerili, soluzioni spropositate et ragioni irragionevoli, et quello che è peggio, mordendo con inurbanità villanesca chi mai non ha pensato al caso suo, non che parlato o scrittogli contro, chiamando i seguaci del Copernico (che in mente sua sono io solo) hora huomini che sognano et che tremano a intendere Aristotile, hora mal arrivati et avvezzi a tirar linee e perdersi nelle girelle, hora insensati e scempi, et hora peggio([477]). Questo sarebbe un giocare con uno che all'incontro de' miei scudi dal sole, mettesse su chiose di piombo, o quattrini di tacconi di scarpe vecchie.

Et finalmente, devo io prendere ad impugnare, per difesa del Copernico, uno che gli scrive contro senza haverlo inteso, letto, nè pur mai veduto? et qual gloria deverei io aspettare dal convincerlo? Certo niuna. Ma acciò che V. S. non creda che io scagli o aggiunga pure un minimo che alla verità, ecco che io gli fo toccar con mano come il nostro S. Colombe non ha pur vedute le 2 prime et più facili carte ad essere intese, dove il Copernico per sua principalissima hipotesi pone che la sfera stellata sia altissima di tutte et totalmente immobile; come anco pone stabile il sole, et all'incontro mobile la terra di due moti principalmente (lascio per hora il terzo, che niente importa al nostro proposito), ciò è del diurno in sè stessa circa il proprio centro, descrivendo l'equinoziale, et del moto annuo sotto il zodiaco. Ma il S. Col. ha creduto che il Copernico ponga che la terra sia mossa in 24 hore, rapita, insieme con la sfera stellata, dal primo mobile, e([478]) non solo questo, ma che ella possa anco, in dottrina del medesimo Copernico, ricevere il moto annuo dal ratto del medesimo primo mobile; scrivendo in un luogo in questa guisa([479]):

([480])..... menti e corpi resultanti da quelli, e tutti si volgono intorno al sole, come intorno a lor centro, dicono essi, portati dal moto del primo mobile o da che che altro si sia, che nulla per hora importa, con tutte le altre sfere celesti.»

Già vede V. S. come egli stima che il Copernico possa anco attribuire il moto annuo alla terra, communicatogli dal primo mobile; vede anco l'altro puerile assurdo, di credere che, posto il  nel centro, se gli possa egualmente far succedere intorno immediatamente tanto Mercurio quanto Venere; et come, per dichiararsi ben bene incapacissimo di ogni intelligenza, gli piace di dar il primo orbe a Venere et il secondo a Mercurio, non sapendo ancora che le digressioni di Venere, maggiori circa il doppio che quelle di Mercurio, costringono necessariamente a porre Mercurio prossimo al sole, e non Venere, non si potendo dentro di un cerchio minore descriverne un altro maggiore([481]). Questi, come ben vede V. S., sono errori tanto grossolani, che generano meraviglia immensa come possino ritrovarsi al mondo cervelli così stolidi, che di sì solenni scempiaggini siano capaci. Et sappia V. S. di più, che questo è tutto quello che il S. Col. apporta della dottrina del Copernico, che([482]) egli prende ad impugnare. Giudichi hora V. S. se metta conto ad huomo che habbia scintilla di senso e di giudizio ingaggiar contesa, in materie tanto difficili et eccellenti, con huomini di([483]) discorso così stupido e stravolto. E da qual fine sospinto, o da quale speranza allettato, dovevo io intraprender la briga d'insegnar l'oscurissima dottrina di Niccolò Copernico a chi, dopo il dispendio di cinquanta e tanti anni di vita, non è stato capace d'intendere i primi et semplicissimi principii et le più facili ipotesi della di lui scienza? anzi, per più ver dire, a chi mi ha reso certo, col suo passare et ammettere incompatibili contradizioni, sè esser d'ogni vero e di ogni falso, di tutti i possibili et de gl'impossibili, egualmente et indifferentemente conceditore?([484])

Io mi sono lasciato trasportare in tanta lunghezza, che non so se mai l'Ill.mo et Rev.mo S. Car.le haverà tanto di ozio di poter sentire queste mie ciancie: quando V. S. non possa fargli sentire il tutto, al meno non gli taccia l'ultima conclusione, che è il ricordare a S. S. Ill.ma et Rev.ma la devotissima et humilissima servitù mia, con la quale reverentemente l'inchino, et a V. S. di cuore bacio le mani.

 

Di Firenze, li 16 di Luglio 1611([485]).

 

 

 

556*.

 

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Lucca, 20 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Nuovi Acquisti Galileiani, n.° 7. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

Ho sentito particolar gusto del ritorno di V. S. Ecc.ma e che sia anche restaurata dal male sopravenutoli. Non l'ho salutata prima con miei lettere, poi la sua partenza per Roma, non sapendo quando arrivasse. Ora le dico, haver riceuto li due libri del Keplero([486]); ma haveo carissimo, V. S. li ritenesse, tanto più che ne ero provisto; et io desidero che disponga di ogni mia cosa ad ogni sua volontà. Sento anche gusto grandissimo, V. S. si sia messo alla fatica delle theoriche de' periodi e tabule de' nuovi pianeti da lei scoperti, e non dubito punto che sia per assestarli come conviene, di modo che per ciò sia fatto il nome di V. S. immortale nella republica letteraria.

Non posso esser longo, havendo il piede in staffa per la volta di Livorno; e di là passerò con queste galere sino a Messina o vero a Palermo per certo negotio urgente, e fra un paro di mesi spero esser qua, come darò avviso a V. S., per ricevere li suoi comandamenti. Quando V. S. scrive a Venetia al S.r Magagnati, li facci sapere in gratia come in questo viaggio doverò trattenermi a Napoli e conoscere il S.r Porta, tanto suo intrinseco. V. S. mi conservi in sua gratia; e le b. le mani.

 

Di Lucca, a' 20 Lug.o 1611.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

Ser.re Aff.

Ant.o Santini.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, in

Firenze.

 

 

 

557*.

 

FRANCESCO NICCOLINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 luglio 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXII, n.° 106. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.re e molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

 

Ha molta ragione V. S. di dolersi della morte del S.r Giovanni, mio padre, che sia in Cielo, perch'ella ha perso un amico che l'amava e stimava grandemente; et ella, mentre è stata qua in Roma, può haverne veduto, se non effetti convenienti al suo merto, almeno un cordiale affetto d'amore e d'ottima volontà. Ma poichè Dio l'ha voluto per Sè, è debito di christiana prudenza a rimettersi in S. M., ricevendo tutto per il meglio.

Io rendo a V. S. grazie infinite della memoria che conserva di me, e del pietoso ufficio che l'è piaciuto far meco; e l'assicuro ch'io professo d'esser restato herede di quella stima e ben affetta volontà del S.r mio padre verso di lei, in augumento della mia particolare, la quale per sè stessa è grandissima, come si richiede al valore e virtù di V. S. Ben la prego di cuore a pigliarne il possesso con il comandarmi; ch'io fra tanto, restando con desiderio di sentire ch'ella totalmente habbia ricevuto la sanità, le bacio per fine le mani.

 

Di Roma, a' 21 di Luglio 1611.

Di V. S. Ill.re e molto Ecc.te

S.r Galilei.

Ser.re Aff.mo

Francesco Niccolini.

 

Fuori: All'Ill.re e molto Ecc.e S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze

 

 

 

558*.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 22 Luglio 1611.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVII, n.° 85. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Finalmente m'è capitata la lettera lunga di V. S. Ecc.ma, con l'inclusa pel S.r Cremonino, qual mandai subito: et ecco la risposta([487]).

Ritornai heri a Padova; dissi a Mons.r Belloni quanto V. S. mi scrive, che ha sentito con grandissimo gusto, vedendo e la memoria e l'affetto che ella ha alle cose loro. Di gratia, V. S. continua, perchè farà un'opra di gran carità e n'haverà honore.

Ho fatto parte al S.r Velsero di quanto V. S. in questa sua lettera lunga mi scrive; ho fatto anco i suoi complimenti con li SS.ri Sandelli e Pignoria, che amendue le baciano affettuosamente le mani.

In questi paesi non habbiamo altro di nuovo, che sia di momento, se non la venuta delle popone e meloni, che quest'anno sono comparsi più presto e migliori del solito, per rifocillare le arsiccie fauci, per gli eccessivissimi caldi straordinariamente inaridite. Habbiamo, S.r Galileo mio, provato li giorni passati caldi tali, che quello descritto da Ovidio, cagionato per lo mal guidato carro di Fetonte, si stimava un non covelle.

Del S.r Magini non habbiamo più sentito altro, se bene ci diede intentione di ritornare. Sarà facil cosa che lo faccia quest'autunno.

Sto con desiderio attendendo che V. S. si sia ben rihavuta, che così piaccia al Signore. Se qui son buono a servirla, la prego a commandarmi. E con ciò li bacio le mani.

 

Di Pad.a, alli 22 Luglio 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

S.r Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo Sig. mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

559.

 

GIO. BATTISTA DELLA PORTA a FEDERICO CESI [in Roma].

[Napoli, luglio 1611].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 26. – Copia di mano sincrona, in capo alla quale si leggono, di mano dello stesso copista, queste parole: «Giuditio del Sig.r Gio. Bat. Porta sopra il libro del Sig.r Sitii, scritto al Sig.r Marchese Monticelli, figliuolo del Duca d'Acquasparta». Cfr. n.° 560: il presente capitolo di lettera non fu mandato però dal Cesi a Galileo in questa copia a noi pervenuta, la quale è d'una mano che ricorre anche in altre copie che si trovano oggi nella collezione dei Mss. Galileiani.

 

Ho ricevuto il libro contro il Sig.r Galilei, del quale non ho visto cosa più spropositata al mondo. In esso si sforza l'autore con tanti argumenti provare il contrario, e non ne vale niuno; e mentre ha pensato torgli l'autorità, ce l'ha più confirmata. Attesta me nella prospettiva molte volte([488]), e mai a proposito: conoscesi, non sapere prospettiva.

 

 

 

560.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 25. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Oss.mo

 

Se bene la gratissima di V. S. non m'apporta nuova della sua intera sanità, tuttavia, venendo a predirmela vicina col narrarmi notabil miglioramento, devo, come d'essa desiosissimo et d'ogni suo bene, rallegrarmene non poco.

Mi sarà carissimo veder la lettera in difesa delle asserzioni lunari([489]), quali se bene poco n'hanno di bisogno, tuttavia non è se non bene fermar alcuni intelletti vaganti, et rimover gl'altri troppo ostinati e veternosi. Sollecito il S.r Lagalla a mostrarmi il suo Discorso([490]), et spesso lo persuado a non starsi così imprigionato ne' chiostri del Peripato, ma contentarsi d'uscirne tal volta fuori, poichè a' degni intelletti devesi la libertà, et egli istesso à visto che Nifo concede nella luna etherei monti e bassezze, indotto da necessità assai minori.

Il nostro S.r Porta, visto il libro scritto contro i Medicei Pianeti di V. S., se ne burla con le quattro righe ch'io gli mando qui accluse([491]), et con più tempo scriverà, conforme al'intento. Saluta V. S.; et quest'altri Signori anco se le ricordano servitori. Il S.r Demisiani([492]) dolevasi d'esser così presto uscito della memoria di V. S., ch'a richiesta del suo S.r Cardinal Gonzaga ella havesse negato conoscerlo, poichè così li veniva detto; ma s'è consolato, vista la sua. Ha fatto bellissimi epigrammi([493]), ma ha bisogno essere solleticato([494]).

V. S. mi commandi, et séguiti pure a adunare conforme al pensiero. Bacio a V. S. le mani, e le prego dal Signor ogni contento.

 

Di Roma, li 23 di Luglio 1611.

Di V. S. molto Ill.re et molto Ecc.te

 

 

 

Il P. Christoforo scrive non so che sopra le cose da lei osservate, et già si stampa([495]).

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi, Mar.se di Mont.li

 

Fuori: Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

561**.

 

GIO. LODOVICO RAMPONI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 28 luglio 1611.

 

Bibl Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 28-29. – Autografa.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.re

 

Ho ricevuto la risposta di V. S. molt'Ill.re et Ecc.ma, la quale mi è stata sopra modo grata, sì per haver compreso con quanta benignità ell'habbia, fuori di ogni mio merito, accettata la mia([496]), benchè di cose leggieri, come per la infinita satisfattione c'ho sentito dalle sue dotte e gratiose ressolutioni di quanto presi ardire di chiederle.

E prima, èmmi stato molto charo di esser fatto certo che le da me vedute siano veramente di quelle Stelle Medicee, e che tali apparenze non siano illusioni dello stromento, come il S.r Sitii et altri hanno havuto opinione; i quali se vedessero la dispositione di quelle in quella linea obliqua secondo la eclittica, con il confronto di tante osservationi fatte da diversi in diversi luoghi e con diversi stromenti, e considerassero quelle mutationi delle distanze proportionate alla lontananza di Giove dalla terra, non so se stessero persistenti nella loro opinione. Che se non ho havuto gratia di vederle tutte quattro, per diffetto dello stromento, troppo bene da me conosciuto anche in altro, per hora poco m'importa, non havendo io havuto in queste mie osservationi altro pensiero che di vedere con gli occhi proprii se realmente collà vi si rivolgano stelle, come veramente me ne sono assicurato, rimettendomi poi, e quanto al numero e quanto alle distanze et altre loro passioni, a chi tiene stromenti esquisitissimi e fa proffessione di trattarne compitamente, cosa che pare che Dio habbia destinata a lei in questi tempi, acciò ne sia maestro a noi altri; e perciò aspettarò di apprender il tutto dall'opera sua, quando uscirà in luce.

Ho, di più, sentito grandissimo gusto dello esser stato accertato che l'angolo che abbraccia lo stromento si varii secondo la diversità delle distanze piciole sino a un certo segno, oltra il quale non più patisca diversitade alcuna che sensibil sia: del che ne ho havuto qualche sperienza, vedendo che quanto più le distanze sono vicine, tanto la diversità sia maggiore. Circa che, parmi ragionevole ch'io emendi un errore, anzi duoi, ch'io commisi nella mia prima.

Le scrissi, che quanto le distanze si prendono maggiori, tanto l'angolo riesce minore; e veramente così havevo compreso: ma in questo mezo tempo volli iteratamente pigliar le istesse misure; e statuite le medesime distanze, mi è riuscito tutto il contrario, ciò è che quanto le distanze sono maggiori, tanto l'angolo viene maggiore: et eccole. Posta allo stromento una lente sola, nella distanza di 17 passi, il semidiametro del circolo importa m. 6.15"; nella distanza di passi 23, importa m. 7.4"; nella distanza di passi 29, contiene m. 7.24". La causa di questa diversità credo che sia stata, che nel prender le prime misure io tenessi il tubo nella istessa lunghezza, là dove in queste seconde io andava mutando la sua lunghezza fin ch'io vedea che l'oggetto fusse appreso più distintamente che si potesse in tal distanza; da che forse nasce questa passione, che fora dimostrabile di tale stromento quando altri volesse trattarne theoricalmente. Ma communque sia, le credo che queste diversitadi in lunghissima distanza svaniscano, restando fermo un angolo determinato che ci serve per misura delle quantità degli oggetti compresi. Per certificatione del qual angolo dissi di haver misurato il diametro della luna, ponendolo min. 30; ma in questo commisi il secondo errore: chè bisognava un poco più precisamente determinar il suo diametro secondo la distanza ch'all'hora teneva dalla terra; il che si dovrebbe fare qualunque volta, per mancanza di altra commodità, si elleggesse questo modo, ch'io non giudico essere del tutto fuor di proposito.

Son restato in oltre molto contento di haver inteso apertamente (cosa che non chiedeva, nè sperava), qual sia quella osservatione per la quale si levano molte controversie nell'astronomia: la quale in vero è bellissima, e conferma in parte la hipothesi Copernicana, ma non la dimostra compitamente, come io havea dentro di me concetto che le fusse avvenuto: e perciò, per il desiderio che tengo di esser certo di ciò, mi piace di scuoprirle quello c'ho havuto et ho nell'animo che si potrebbe osservare per venirne in qualche cognitione; il che se le parrà convenevole (se non l'ha fatto sin hora, chè temo di portar vasi a Samo), qualhora si truova con lo stromento in mano, potrà muoverlo anchora a questo effetto.

Parmi di haver letto che Saturno ammetta la parallasse, per causa del semidiametro della terra, di una terza parte di minuto; adunque le stelle fisse, qualunque si supponga il sistemma, essendo più lontane, o non l'ammetteranno che punto sia sensibile, o molto minore. Or con questo stromento, che puote vedere e distinguer quello che non può la vista diretta, si osservino alcune stelle fisse, che siano giudicate atte a questo, in una semplice rivolutione diurna, prima nell'oriente, indi nel meridiano e poi nell'occidente, e si noti se si scuopra parallasse alcuna. Se vi se ne faccia qualche piciola sensibile, non credo che resti luogo alla hipothesi Copernicana, giudicando che per la immensità della distanza delle stelle fisse non possa cadervi alcuna parallasse, per causa del semidiametro della terra, che sia sensibile nè per vista diretta nè per reffratta; ma se nulla vi se ne veggia, doppo lo spatio di cinque o sei mesi osservinsi le medesime stelle: nelle quali se vi si scuopra parallasse alcuna, non potendo ciò avvenire se non dal moto annuo della terra, credo che sarebbe mathematicamente dimostrata questa hipothesi Copernicana, o altra che in questa guisa proceda; ma se non se ne scorga alcuna, niente sarà dimostrato per la istessa hipothesi nè contra, rimanendo quanto a questo il poter stare nell'uno e nell'altro modo. Per far questo, giudicarei che fussero molto a proposito quei luoghi ne i quali si veggiono le stelle frequentissime, come V. S. ha di già dissegnato nel Nuntio([497]), perciò che per la loro quasi contiguità, per la quale sono comprese con lo stromento tenuto immobile, potrebbesi vedere con più facilità e sicurezza se mutino le configurationi e distanze tra loro; il che se fia, ecco dimostrata a un tratto la mobilità della terra, la distanza delle stelle fisse, da molti per la grande vastità abhorrita, e il sito delle stelle fisse, l'una più lontana dell'altra dalla congerie di questi nostri corpi, che solo credo poter essere cagione di questo truovamento, come appare qui accennato: dove, al sito della terra in D vedesi la stella A congiunta con la C, et la B antecedere la C; là dove poi nel sito E vedensi le due A et C disgiunte, et la B seguire alla C. Quando in quelle stelle così frequenti apparisse una tale disordinanza nelle figure e distanze loro, parmi che la hipothesi Copernicana sarebbe dimostrata.

In ultimo, lo intendere che V. S. per molte sue ragioni inchini a tale hipothesi più che ad ogn'altra, mi ha apportato grandissimo sodisfacimento, e messomi insieme grandissimo desiderio di veder quanto prima l'opera sua, nella quale spero di truovarci, oltra le fondate ragioni che la dimostrino, la rissolutione di un dubbio, il quale parrebbemi che dovesse esser rissoluto da quei che tengono tale hipothesi o simile, et è quello che mosse principalmente il S.r Thicone a partirsi da questa hipothesi: ciò è, che si siano vedute comete nell'opposito del sole, non tanto distanti, come le stelle fisse, che havessero ad esser libere dalle passioni de i tre superiori, e con tutto ciò non vi siano state soggette, com'ei dice nel primo libro dell'Epistole([498]), fol. 149 (chè per non havere di questo auttore altro libro che questo, et il secondo della cometa del 77([499]), non posso allegarlo in luogo dove più ex professo tratti di ciò); il che se fusse vero, come essere persuadono l'essatte sue osservationi, particolarmente nello essame delle parallassi, parmi che veramente restarebbe abbattuta, quando non si truovi modo di salvare le loro apparenze: il che se sia stato fatto, io non l'ho potuto risapere nè anche da alcuni che professano astronomia; ma gli scuso, per non tener essi tale opinione. Alla quale vedendo V. S. inchinevole, sto in speranza di havere a restar appagato intorno a dubbio così importante.

Ho tenuto homai la penna troppo lungamente in mano, e temo che non le sia venuto anzi tedio che no di tante ciancie: ma in questi giorni estivi, il leggere tai leggierezze nell'hore del diporto arrecca anzi diletto che no. Conosco bene che le sarebbe grave il rispondervi, come la somma sua gentilezza, fattami in questa sua prima risposta soprabondantemente palese, la muoverebbe a fare; ma io, che le compatisco, e per le occupationi gravi sì de i studii suoi come di rispondere alle moltissime lettere che le deveno volare ad honorarla e riverirla come n'è meritevole, e per la indispositione sua che molto mi dispiace, ne la ritiro, e prego che nè per hora nè mai, se così le piace, si prenda incommodo di darmi altra risposta. Restarebbe ch'io mi affaticassi a truovar modi e parole per ringratiarla di tanta cortesia usatami in dar compitissima satisfattione a quanto ardii di proporle; ma conoscendo non potere far cosa che fusse sofficiente, le dirò semplicemente senza ceremonie che la ringratio quanto più so e posso, e che le vivo amantissimo e bramoso di servirla ad ogni suo commando. Con che fine le bacio le mani, et le prego dal Signor Iddio ogni bramato contento.

 

Di Bologna, il dì 23 di Luglio 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Affett.mo Ser.re

Gio. Lodovico Ramponi.

 

Fuori: Al molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

562*.

 

GREGORIO DE SAINT-VINCENT a GIACOMO VAN DER STRAETEN in Bruges.

Roma, 23 luglio 1611.

 

Arch. di Stato in Bruges. Papiers des Jésuites, carton n.° 7. – Autografa.

 

.... Nescio, utrum in Belgio tantus rumor de novis sideribus quantus hic est Romae, inventis beneficio specilli cuiusdam oblongi.

Hic in Collegio Romano P. Odo Malcot hac de re problema exhibuit([500]), coram authore huius novitatis, Galilaeo Galilaei nomine, maximo certo applausu et concursu virorum doctorum et nobilium; ita ut, praeter plurimos nobilissimos viros, Comites et Duces, praeter Praelatorum magnum numerum, tres ad minimum ex Purpuratis Patribus sua praesentia et auribus cohonestare et gratificari voluerint. Rem breviter totam exponam.

Saturnus apparet nobis non esse rotundus, sed figurae ovalis, diametro maiori huius figurae([501]), aequinoctiali parallela.

Iupiter continuum habet satellitium quatuor planetarum, qui eum semper comitantur, et in girum circa ipsum continuo aguntur, et singulis horis diversas habent positiones et aspectus ad invicem; semper autem in linea apparent. Ipse autem Iupiter est omnino rotundus semper.

Mars nihil habet singulare.

Venus omnino circa solem verti, similiter et Mercurium, compertum est, ita ut centrum illorum motus sit centrum solis; Venusque nova Cynthia vocata est, eo quod omnino sicuti luna crescat et decrescat.

In luna maculas non satis posse per raritatem et densitatem salvari, etiam plus quam probabile habemus.

Mercurium satis diu consideravimus, quamvis raro; sed cuius figurae sit, adverti non potuit propter scintillationes nimias: valde enim scintillat hoc astrum.

Pleiades triginta trium stellarum constellatio est; Nebulosa Praesepis, 37.

Si apud vos huiusmodi (?) specilla non extant([502]), quandoquidem (?) hic illa nos ipsi, mathesis studiosi, construimus, mittam ad V. R., cuius precibus et Sacrificiis me enixe commendo.

 

Romae, 23 Iulii 1611.

 

Vester in Christo Servus

Gregorius a S.to Vincentio.

 

Fuori: Reverendo in Christo Patri

Iacobo Stratio, Rectori Collegii Brugensis.

Brugas.

In Flandria.

 

 

 

563*.

 

MARGHERITA SARROCCHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 29 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 8. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig. mio Col.mo

 

Molti giorni prima che V. S. me favorisse con la sua gentilissima lettera, havea inteso dal Sig.r Cigoli la indespositione sua, che a me et al Sig.r Luca([503]) havea apportato grandissimo dispiacere: là onde l'haver inteso da lei che ella sia già in sicuro di recuperare la salute ci ha oltra modo consolati, et in particulare me, che in honorarla et in istimarla non voglio cedere a nessuno. Et così ringratio Dio del suo miglioramento, et la prego ad haversi buon riguardo per lo avenire.

In quanto a quello che V. S. me scrive delle pitture et del poema, sì io come il Sig.r Luca ci appigliamo al suo consiglio, perchè, oltre al purgato giudicio che sappiamo che ha V. S., ella, che è costì nel negotio, sa meglio gli humori([504]), et per consequenza come si devono le cose guidare. Dico bene a V. S. che il favore che io prencipalmente desidero da lei, è che rivegga il mio poema([505]) con quella diligenza che sia maggiore et con occhio inimico, acciò che ella vi noti ogni picciolo errore: et creda che io lo dico davero, et che tutto quel male die ella me ne dirà io lo pigliarò a segno di gran bontà et di grande affettione, perchè il nostro Signore Iddio mi ha fatto gratia che io non sono inamorata punto delle miei compositioni, et mi ha fatto conoscere che sì come la stampa mostra il saper de gli huomini, così alcuna volta mostra il poco giudicio; là onde io, che non vorrei incorrere in simile errore, in propria causa advocatum quero. Riveduto poi che l'haverà V. S., se le parerà cosa conveniente, circa alla dedicatione potrà d'esso fare quello che più le piacerà, chè io me rimetto in tutto et per tutto al suo sano consiglio.

Il poema è fornito et reveduto, per quanto le mie debole forze si sono potute stendere in picciol tempo, con i travagli domestici et con le continove malattie. È bene il vero che la rassegna de gli Italiani che hanno da andare in aiuto di Scanderebech, non l'ho fatta, per non havere a pieno determinato tutti coloro che vi vorrò mandare, et ancora per lasciare alcun loco [da] lodare alcun prencipe; sì che se V. S. mi manderà alcun[o] de' suoi, io honorarò le mie carte del nome della sua casa, et ancora con buona occasione farò mentione di V. S., come di cosa futura. Cotal rassegna non fa nulla l'haverla sospesa, perciò che a persona tanto essercitata in simil materia, come io sono, sarà fatica de quindici o venti giorni.

S'attende in tanto a rescrivere il poema, nel quale io ho molta fatica per haver a trovar chi lo scriva corretto: però potrà tardare alcun giorno; il che tornerà bene, chè si darà tempo a V. S. d'essere interamente sana, prima che ella si metta a questa fatica. Et però la riprego che ella si governi bene et cerchi tosto di risanarsi; et mi tenghi in gratia, et mi commandi, chè i[o] le sono serva davero, et il mio Sig.r Luca servitore: et come tali, ambiduo facciamo a V. S. reverenza, che N. S. conservi et feliciti

 

Di Roma, adì 29 di Luglio 1611.

Di V. S. molto Ill.re

 

Serva Affettionatiss.a

Margherita Sarrocchi de Biragh[i].

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r et P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

564.

 

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 29 luglio 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 30. – Autografa.

 

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Per la lettera scritta da me a V. S. la settimana passata, haverà inteso come recevei la sua con l'inclusa per il S.r Cremonino, et haverà anco avuto la risposta di quella.

Mi piace ch'ella sia ritornata nella pristina sanità.

Fui uno di questi giorni dal detto S.r Cremonino, et entrando a ragionare di V. S., io le dissi, così burlando: Il S.r Galilei sta con trepidatione aspettando ch'esca l'opra di V. S. Mi rispose: Non ha occasione di trepidare, perchè io non faccio mentione alcuna di queste sue osservationi. Io risposi: Basta ch'ella tiene tutto l'opposito di quello che tiene esso. O, questo sì, disse, non volendo approvare cose di che io non ne ho cognitione alcuna, nè l'ho vedute. Questo è quello, dico, c'ha dispiacciuto al S.r Galilei, ch'ella non habbia voluto vederle. Rispose: Credo che altri che lui non l'habbia veduto; e poi quel mirare per quegli occhiali m'imbalordiscon([506]) la testa: basta, non ne voglio saper altro. Io risposi: V. S. iuravit in verba Magistri; e fa bene a seguitare([507]) la santa antichità. Doppo egli proruppe: Oh quanto harrebbe fatto bene anco il S.r Galilei, non entrare in queste girandole, e non lasciar la libertà Patavina! Sopravenero alcuni, onde finissimo il nostro dialogo. Questa sua opra non uscirà se non quest'inverno([508]). Non faccia V. S. che le penetri ch'io le scriva queste cose.

Di Germania non ho lettere, questa posta. La nuova della lettura Pisana ha sconcertato assai questi nostri amici([509]), che la speravano. Non si può far altro: si volteranno a quest'altra([510]), e se V. S. potrà farli qualche giovamento, non se lo scordi di gratia.

Doppo quel noiosissimo caldo siamo stato alquanti giorni, con un poco di ventarello e certe pioggette, assai bene. Par che da heri in qua ritorni il caldo a repigliar le forze. Si sentono molti infermi, ma però senza morte; vi è un poco di sospetto di peste verso Trento, contra la quale s'attende a far buone guardie e provisione.

Li RR. Sandelli e Pignoria stan bene et a V. S. bacian le mani, sì come facc'io con ogni affetti, pregandole dal Signore compita felicità.

 

Di Pad.a, alli 29 Luglio 1611.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Sr. Galilei.

Ser.re Aff.mo

Paolo Gualdo.

 

Fuori: All'Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

565*

 

INNOCENZO PERUGINO a GIROLAMO PERUGINO in Roma.

Perugia, 30 luglio 1611.

 

Bibl Naz. Fir. Mss. Gal., Par. I, T. XV, car. 41. – Autografa.

 

.... In materia delle novità del Sig.r Galileo, ero informato della sua scrittura([511]) mandata qua, e per ciò desideravo intendere l'opinione della Sig.ra Margarita([512]); ma dalla vostra lettera ho conosciuto ch'ella è troppo affettionata al Sig.r Galileo, onde si lascia trasportare più dall'affettione che forsi dalla verità. Qua sono molti di quelli occhiali, e con nessuno si vedono queste stravaganze; onde i nostri, fin tanto che non vedano, non si possano indurre a credere novità così grandi, et in particolare come Venere possa andare sopra il sole, per essere tutta illuminata: oltre che il libro di Francesco Sitio([513]), pur Fiorentino, ci persuade il contrario, le ragioni del quale sono molto probabili. Però sarà bene che la Signora lo veda, se non l'ha visto, e poi giudichi secondo che li dettarà il suo acutissimo intelletto: et avisatemi quello ch'ella ne sente, perch'io per hora non ve ne dirò altro....

 

 

 

566*.

 

GIOVANNI KEPLER a NICCOLÒ WICKENS [in Wolfenbüttel].

[Praga, luglio 1611].

 

Riproduciamo questo capitolo di lettera dalle pag. 331-332 delle Epistolae ad Ioannem Kepplerum ecc. scriptae, insertis ad easdem responsionibus Kepplerianis, edite da M. G. Hansch.

 

.... Aliud opus Mario([514]) sub manibus esse, iucunda mihi auditio; sed festivum iuxta, tanto ipsum studio sibi cavere a personalibus, quasi res sit scandali plena et cum pericolo coniuncta, aut quasi argumentis suis infamiam personis sit conciliaturus. Dico ego Mario, non Keplerum tantum et Galilaeum, sed plerosque hodie mathematicos ex iis qui aliquid curae ponunt in sua professione, philosophorum profundissimos, plurimos medicos, non paucos iureconsultos, qui scilicet haec studia inter delicias privatim habent, nec minus et ex theologis aliquos, penes me in numerato esse, huic haeresi mobilitatis terrae addictos.... Imprimis gaudeo, esse in Germania qui cum Italo Galilaeo in certamen veniat aperiendi nobis arcana coelestia, et rogo D. Tuam, adhorteris Marium, ut obtrectandi affectus, inter nationes usitatos, tanta diligentia excludat, quantum sibi cavendum statuit prius a personalibus: veritatis enim res agitur. Galilaeus Pragam scripsit ante menses aliquot, stellam Canis non obtinere quinquagesimam partem de quantitate Iovis([515]). Opinor, discos, ut solet, inter se comparat, quorum diametri sunt in ratione septupla. Haec sunt Marii instituto plane consentientia. De Veneris fsesi Galilaeus, mense Novembri superioris anni, scripsit Pragam hoc aenigma Haec immatura a me iam frustra leguntur o y:([516]); post tres menses aperuit aenigma sic: Cynthiae figuras aemulatur mater amorum([517]). Ecce consensum inter Galilaeum et Marium.

Oportet Mario esse perfectissimum ex Belgio instrumentum, quali quidem ego careo; nam Itali perfecta sua nimis aestimant. Opinor, non neglecturum esse Marium argumentum, quod ex hac illuminationis Veneris ratione extruitur pro Copernico, Braheo, Urso, Capella, quod Galilaeus multa cum festivitate explicavit literis Italicis, quae coniungentur, ut spero, cum mea Dioptrice([518]), quae Augustae imprimitur. Quod si interim consuli potest Marius, consulatur; ego enim hanc epistolae Marianae particulam adiungam Galilaei literis([519]), nisi diversum interea Marius a me petierit.

Velim scire, an et in Saturno novi quid agnoscat Marius. Gratulor etiam de inventis duorum Iovialium satellitum periodis. Scripsit Galilaeus superiori Decembri: Spero che haverò trovato il metodo etc.([520]) Ego mensibus Aprili et Maio, instrumento non valde excellenti, quo supremum rarissime cernere potui, periodum pene-supremi invenisse videor. Octo dierum spacio circumit; Galilaeus supremo dies, ni fallor, 15 dedit. Inventis duorum motibus, oportet et reliquorum tandem inveniri posse, ope boni instrumenti....

 

 

 

567.

 

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 11 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 207. – Autografa.

 

Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Havendo già per l'altra lettera sentito la sua indisposizione, nè havendone mai hauto altra nuova, ne vivea non com meno martello di lei che ella si faccia di me, et con molta più ragione, sì per la diferenza grande del merito, come ancho perchè sapete che qua ordinariamente ci sono ogni giorno le quattro stagioni, onde ci dà sempre campo([521]) di qualch'ora di respirazione; oltre che ci è due o tre volte piovuto, et allo intorno molte volte, onde ànno partorito molto refligierio; sebene da quindici giorni adreto erano stati da venti giorni caldi eccessivi, dove io stavo in cupola([522]) a stillare. Sono stato alcuni giorni a casa intorno a' cartoni; stamattina torno di nuovo; et così interponendo, vo di quando in quando([523]) ripigliando un poco di fiato, fino che la conduca al fine, della quale sono a più dei due terzi fatto; et se non avessi da Sua Santità interrompimento di alcuni quadretti, et dal Cardinale Borgesi a Monte Cavallo una sua logetta del suo giardino, che mi interrompono, tra due mesi mi sarei spedito della cupola, che mi pare millanni per vedere di che morte io ò da morire.

Nel resto stiamo tutti allegramente, et Cosimino è del continuo imperatore, a cinque volte raffermato, e studia come un disperato. Il Sig.re Gismondo Coccapani à sentito con gusto la visita del fratello([524]), il quale V. S. lo troverrà bonissimo giovane et ingegnioso in giribizzi di macchine; che se forse avesse atteso, arebbe fatto buona riuscita. Ma è giovane rispettoso e timido; imperò V. S. le faccia carezze.

Sento com molto gusto la conversazione che ella à di cotesti gentilomini virtuosi, et imparticolare del Sig.r Filippo Salviati, al quale mi favorischa baciar le mani. Mi piace grandemente; et se ella è poi travagliata da gente arrabbiata([525]), peggio saria se non se ne parlasse: però viva contenta, perchè questi sono principii, un poco duri a chi è incallito a credere solo quello che passa per la comune in giu[di]cat[o], et se ne ridono, nè vogliono le cose nuove nè vederle nè credere, cor una massima, che quello che non à saputo nè detto Aristoti[le] et Tolomeo([526]) et altri grandi omini, non può stare; come il Sig.r Luca([527]) fieramente alla mia presenza, et una altra volta fuori di me, so che in difesa di V. S. si portò con certi satrapi nob[il]mente([528]).

Ebbi dal segretario del Cardinal dal Monte la nota della domanda del Ill.mo Bellarmino fatta ai Giesuiti,([529]) nella quale restai molto maravigliato del giudizio del Padre Clavio intorno alla luna, ch'ei dubiti della sua inegualità, parendoli più probabile ch'ella non sia densa uniformemente. Ora io ci ò pensato et ripensato, nè ci trovo altro ripiegho in sua difesa, se non che un matematico, sia grande quanto si vole, trovandosi senza disegnio, sia non solo un mezzo matematico, ma anche uno huomo senza ochi. Imperò, Sig.r Galileo, la verità à per suo propio, quanto più si rimesta, più presto si squopre: sì che rallegratevi delle perseguzioni; basta che abbiate l'ochio che non vi impedischino il corso dei vostri studi, il che vi si[a] sopra tutte le cose a quore, poi che la vita è breve. Et baciandoli le mani, le prego da Dio ogni felicità e contento.

 

Di Roma, il dì 11 di Agosto 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Umilissimo Ser.re

Lodovico Cigoli.

 

Fuori: Allo Ecc.mo Sig.re et Patron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

568*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 31. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Oss.mo

 

Non ho per ancora veduto la lettera di V. S. sopra le asprezze lunari([530]): però mi credo esser ciò causato dalla assenza del Sig.r Card.le Gioiosa, e subito che ritorni, farò diligenza eguale al desiderio che ho di vederla.

Il S.r La Galla non ha ancora compito il suo discorso([531]), del quale mi fece vedere la metà; et in essa, doppo haver difesa la verità del telescopio, perchè (come egli dice) potrebbe alcuno per le nove apparenze lunari credersi che la luna sia un altro globo terreo, et a ciò par che l'opinione di Copernico faccia molto, che pone la terra quasi un'altra stella mobile, egli si pone a confutar detta opinione, disputando per li Peripatetici: nè altro ho visto sin hora. Le ho ben detto quel che V. S. mi scrive in questo particolare, et quello che m'è parso: vedrò il resto, et poi glie ne darò raguaglio.

Ho mostra la sua al S.r Demisiani, il quale li è più devoto che mai, et credo ben saprà dimostrarlo. Se uscirà cosa alcuna da' PP. Giesuiti, o altri, a proposito, l'inviarò subito a V. S., alla quale non son men desioso che obligato servire. N. S. la conservi; e le baccio le mani.

 

Di Roma, li 13 d'Agosto 1611.

Di V. S. molto Ill.re et molto Ecc.te

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Mar.se di Mont.li

 

Fuori: Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Oss.mo

Il S.r Gallileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

569.

 

GIO. FRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 13 agosto 1611.

 

Le prime due carte dell'originale sono nella Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 15-16, e giungono fino alle parole «lavorati in India di»; il resto è nella Bibl. Est. in Modena, Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 41. Quest'ultima parte, comprese la data e la sottoscrizione autografa, vede ora per la prima volta la luce.

 

Molto Ill.re Sig.r Ecc.mo

 

Imaginatio facit casum. Il sabbato passato feci una lista di tutti quelli a' quali volevo scrivere per dar loro aviso del mio ritorno. Tra questi havendo posto prima V. S. Ecc.ma, quando fui per essequire il mio intento, diedi principio a scrivere a certi dalli quali desiderava più tosto sbrigarmi, che occupare il mio animo nel tratenirmi con loro, et lasciai V. S. per ultimo, desiderando star un pezzo con lei. Ma tanta e così intensa fu la imaginatione (anco mentre scrivevo ad altri) di essere a ragionar seco, che, per Dio giusto, essendomi sopra venuta la note, et havendo con molta fretta chiuse et espeditte le lettere, ho creduto haver scritto ancora a lei; fin che la domenica seguente, essendo a Consiglio, incominciai a dubitare, et dopo lungo pensamento mi accorsi di haverle scritto per imaginatione, et non in effetto.

Per gratia divina, il mio viaggio è riuscito felicemente per via di Marsiglia, di dove mi sono inviato per terra alla patria, et con questa occasione ho veduto molte città, con mio grande gusto; sì come anco qui ricevo piacere in vedere et avvertire tutte le fabriche et sitti, et ancora qualche usanza a ragion di huomo nuovo et forestiero, in comparatione delle altre città: et veramente parmi che Iddio mi habbia concessa molta gratia, facendomi nascere in questo luoco tanto bello et così dissimile da tutti gli altri, che, per mio giudicio, chi havesse veduto tutto il mondo, trasferendosi poi qui, potrebbe esser certo di vedere molte cose degne e non più vedute. Qui la libertà et la maniera del vivere in ogni stato di persona parmi cosa ammiranda, et forse unica al mondo. Perciò, mentre che io consumo il tempo in pensare a queste cose, creda pure V. S. Ecc.ma che io son corso con l'animo subito alla sua persona, considerando che si sia partita di qua; et le mie considerationi sono tutte fondate sopra il suo et mio interesse.

Quanto al mio, io non vi trovo rimedio o consolatione sofeciente, perchè dalla absenza alla presenza vi è tropo gran passaggio; et sì come in alcuni gusti, che ella mi intende, pare che con l'imaginatione et con qualche manuale agiuto l'huomo gode in absenza quasi tanto come se fosse presente, non dimeno è impossibile haver il gusto del trattenimento et della conversatione, con altri accidenti i quali sono quasi più essentiali che quell'ultimo diletto che da quasi tutti viene reputato come ultimo fine. Orsù, io mi posso ben imaginare di essere con il mio Sig.r Galileo, posso volgermi nella memoria molti de' suoi dolcissimi ragionamenti; ma come è possibile che l'imaginatione mi serva per rapresentarmi et indovinar tante giocondissime novità che nella sua gentilissima conversatione io soleva trarre dalla sua viva voce? Possono forse queste essere compensate da una letteruccia alla settimana, letta da me sì con molto gusto, ma scritta forsi da lui con troppo incommodo? In questo capo adunque, che è fondato sopra l'interesse mio, mi riesce la partenza di V. S. Ecc.ma di inconsolabile et incompensabile([532]) dispiacere.

Quanto poi a' suoi interessi, io mi riporto al suo giudicio, anci al suo senso. Qui lo stipendio et qualche altro suo utile non era, per mio credere, in tutto sprezzabile([533]); l'occassione della spesa credo molta poca con assai gusto, et il suo bisogno certo non tanto che dovesse meterla in pensiero di cose nuove, per aventura incerte et dubbiose. La libertà et la monarchia di sè stessa dove potrà trovarla([534]) come in Venetia? principalmente havendo li appoggi che haveva V. S. Ecc.ma, i quali ogni giorno, con l'accressimento della età et auttorità de' suoi amici, si faceva più considerabile. V. S. al presente è nella sua nobilissima patria; ma è anco vero che è partita dal luogo dove haveva il suo bene. Serve al presente Prencipe suo naturale, grande, pieno di virtù, giovane di singolar aspettatione; ma qui ella haveva il commando sopra quelli che comandano et governano gli altri, et non haveva a servire se non a sè stessa, quasi monarca dell'universo. La virtù et la magnanimità di quel Prencipe dà molto buona speranza che la devotione et il merito di V. S. sia agradito et premiato; ma chi può nel tempestoso mare della Corte promettersi di non esser dalli furiosi venti della emulatione, non dico sommerso, ma almeno travagliato et inquietato? Io non considero la età del Prencipe, la quale par che necessariamente con gli anni habbia da mutare ancora il temperamento et la inclinatione col resto di gusti, poi che già sono informato che la sua virtù ha così buone radici, che si deve anci sempre sperarne migliori et più abondanti frutti; ma chi sa ciò che possino fare gli infiniti et imcomprensibili accidenti del mondo, agiutati dalle imposture de gli huomeni cattivi et invidiosi, i quali, seminando et alevando nell'animo del Prencipe qualche falso et calunnioso concetto, possono valersi([535]) appunto della giustitia([536]) et virtù di lui per rovinare un galanthuomo([537])? Prendono per un pezzo li Prencipi gusto di alcune curiosità; ma chiamati spesso dall'interesse di cose maggiori, volgono l'animo ad altro. Poi credo che il Gran Duca possi compiacersi di andar mirando con uno de gli occhiali di V. S. la città di Firenze et qualche altro luoco circonvicino; ma se per qualche suo bisogno importante gli farà di mestiere vedere quello che si fa per tutta Italia, in Francia, in Spagna, in Allemagna et in Levante, egli ponerà da un canto l'occhiale di V. S.: la quale seben con il suo valore troverà alcun altro stromento utile per questo nuovo accidente, chi sarà colui che possi inventare un occhiale per distinguere i pazzi da i savii, il buono dal cattivo consiglio, l'architetto intelligente da un proto ostinato et ingnorante? Chi non sa che giudice di questo doverà esser la rota di un infinito numero de millioni di sciochi, i voti de' quali sono stimati secondo il numero, e non a peso?

Non voglio più difondermi nel suo interesse, perchè già da prencipio mi obligai stare al suo giudicio et volere. Gli altri amici di V. S. Ecc.ma parlano molto diversamente; anzi uno, che già era de' suoi più cari([538]), mi ha protestato di rinonciare alla mia amicitia, quando io havessi voluto continuare in quella di V. S.: la quale, sicome non può ricuperare il perduto, così mi persuado che sapia conservare l'aquistato([539]). Ma quell'essere in luogo dove l'auttorità degli amici del Berlinzone([540]), come si ragiona, val molto, molto ancora mi travaglia.

Se questo auttunno ella si lascierà vedere, sentirò grandissima([541]) consolatione. Di Levante non ho portato nissuna cosa curiosa: solo ho un tavoliere et uno scrittorio lavorati in India, di fattura maravigliosa. Quattrini di là non si sono portati, anzi saranno certamente restati ben tremille ducati de' miei; tutta via me ne contento, essendo sano alla patria, haver veduto qualche cosa di questo mondo. In India ho tenuta stretta corrispondenza con li fratelli de M. Roco([542]), et ho un altro picciolo registro da aggiongere a quello di Mad.a Anzola Colomba([543]).

Vedo essere troppo lungo e tedioso: la settimana ventura sequirò il resto, et darò risposta alle sue gentilissime lettere, hor hora riceute. Et cordialmente me le raccomando.

 

In V.a, a 13 Ag.o 1611.

Di V. S. Ecc.ma

S.r Galileo([544]).

Desiderosiss.o di s.la

Gio. F. Sag.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Ecc.mo

Il Sig.r Gal.o Galilei, Mathem.co di S. Alt.a

Firenze.

 

 

 

570.

 

MATTEO BOTTI a GALILEO in Firenze.

Parigi, 18 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 33. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt'Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

 

Havendo io presentato alla Maestà della Regina([545]) lo strumento di V. S., ho fatto vedere a S. Maestà che è meglio assai d'un altro che era venuto prima([546]), forse non così ben condizionato. S. M. n'ha havuto([547]) gran gusto, et si è messa fino a ginocchioni in terra, in presenza mia, per veder meglio la luna. Gli è piaciuto infinitamente, et ha aggradito assai il complimento che io ho fatto in nome di V. S., il quale è stato accompagnato da molte sue lodi, non solamente dalla parte mia, ma dalla parte di S. Maestà ancora, che mostra di conoscere et di stimar V. S. com'ella merita. Et io vorrei poter havere occasione di servirla, come io ho desiderato sempre, et come mi par d'essere in obligo non solamente alla buona volontà che mi ha sempre mostrato, ma ancora alle sue rarissime qualità. Et pregandole da Iddio ogni maggior contento, le bacio con molto affetto le mani.

 

Di Parigi, li 18 di Agosto 1611.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Monsig.or Bonsi([548]) m'ha detto che alla Fleccia, dove è quel grande Studio di Gesuiti, et dove uno de' suoi nipoti ha un di questi strumenti, si è fatto grandi osservationi sopra a quel che V. S. ha scritto in questo proposito, e tutto è stato approvato per verissimo.

 

 

S.or Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo

Matteo Botti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

571**.

 

MATTEO BOTTI a COSIMO II, Granduca di Toscana, in Firenze.

Parigi, 18 agosto 1611

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4624, car. 320. – Originale, e in parte autografa. I capitoli che pubblichiamo non sono autografi.

 

... È cosa di tanto stupore l'allegrezza che fa S. M. d'ogni cosa che li venga da V. A., che hiersera hebbi gusto grandissimo che vi fusse presente Mons.r Bonsi, quando gli mostrai l'occhiale del Galilei et il disegno di mattoni di Montelupo. Quando io arrivai al Lovre, Sua Maestà era tornata di fuora e faceva qualche servizio necessario nel piccol gabinetto: io feci intanto mettere sopra la tavola del gabinetto grande l'occhiale et il disegno. Sua M. venne là con la Marchesa di Garcivil; e subito guardando verso la tavola, mi disse: che cose son quelle? voi venite sempre a rallegrarme con qualcosa. E mostrandogli io il disegno del pavimento, Sua Maestà si fece dar da sedere, e ne fece tanta gran festa, e tante cose disse, e tanta sodisfazion ne mostrò, che, come sopra ho detto, hebbi gusto grandissimo che Monsig.r Bonsi vi fussi presente, perchè non vi era quasi nessun altro: e creda V. A. che senza questo testimone io mi vergognerei a dire che S. Maestà non harebbe potuto mostrare maggior gusto se i mattoni fussin arrivati e fussin tutti di diamanti, rubini e smeraldi; et a detta sua, questi pavimenti hanno a essere una delle belle cose di Francia.... Doppo questo, S. Maestà si rizzò e prese con molto gusto l'occhiale del Galilei, et andamo a una finestra; et quivi S. Maestà si messe fino inginocchioni in terra, per veder meglio la luna: lo lodò assai, e disse che era meglio dell'altro. Rizatasi in piedi, cominciò a passeggiar con me per il gabinetto, e si durò tanto, seben venne il Re e molti Signori, che fu più d'una grossa hora....

 

 

 

572*.

 

FEDERICO CESI a GALILEO in Firenze.

Roma, 20 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 35. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et molto Ecc.te S.re Oss.mo

 

Il Sig.r Lagalla non m'ha per ancor mostro il restante della sua opera, e tutt'hoggi habbiamo in terzo, con il S.r Terentio([549]), discorso sopra la sua opinione: dice ne scriverà a V. S. Non siamo stati però sin hora bastanti a rimoverlo dalla sferale perfettione Peripatetica. Il libro, che si stampa qui, solo ho potuto sapere esser pieno di tavole, di numeri, forse per i calcoli di Pianeti Medicei.

Devo, per ogni buon rispetto, essortar V. S. a dar quanto prima in luce il supplemento del suo Nuntio Sydereo. Ella non ha ancor scritto cosa alcuna della cornuta Venere e del tripplice Saturno. Faccialo, per gratia, quanto prima, acciò i suoi figli non trovino qualche sfacciato padre che ardisca adottarseli; chè se bene ciò infelicemente gli riuscirebbe presso gl'huomini di giudicio, pure sarebbe con qualche applauso de gl'emuli et invidiosi della virtù.

Sollecito il S.r Porta, et procuro di veder la lettera delle cose lunari([550]).

Baccio a V. S. la mano, et me le riccordo non meno desioso che obligato di servirla. N. S. la conservi.

 

Di Roma, li 20 d'Agosto 1611.

Di V. S. molto Ill.re et molto Ecc.te

 

 

Aff.mo per ser.la sempre

Fed.co Cesi Mar.se di Mont.li

 

Fuori: Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

573.

 

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 209. – Autografa.

 

Ecc.mo Sig.r mio,

 

È tornato di Bolognia uno molto virtuoso Monsigniore([551]), il quale dice che il Magino à ancho esso uno ochiale, et che non fa mai altro che mirare la luna et le stelle, ridendosi di questi bachiochi che dichino ch'elle non ci siano, et di questi non ne tiene conto nissuno; et già vedetelo che non diede risposta a quello che già io scrissi a V. S. di Roma. Dice ancho che poco importa l'avere o non avere scoperto prima queste cose, ma che bene importa ora il trovare il corso di queste quattro stelle di Giove, et che in questo sarà tutta la lode, nel quale lui, per ritrovar, fa del continuo le sue osservazioni con continua diligenza, e spera in breve di conseguire il suo fine; et questo Mons.re se lo crede, perchè dice essere del Magino sua propia professione più che di nissuno altro. Imperò V. S. solleciti, perchè, sebene io ò detto che la gli à ritrovati, nondimeno, come homo di poca autorità, non mi danno fede; sì che sollecitate, nè vi ritardino cotesti malefici, acciò che il Magino od altri non vi trapassino, m[a] siate il primo, sì come siate stato allo scorgerli, et in questo et in altro, sì come spero in Dio le abbia da sucedere: del che ne lo prego, come per mio servizio propio.

Ò inteso come con il Pippione([552]) la aveva, in casa il Sig.r Nori([553]), a venire alle mani, dove egli non è poi comparso. Non so se del passato venisti mai alla dicisione: di grazia, avisatemi; et vi ricordo a venire una volta sola, et poi levarve[....] da torno, et atendere con quelli che sono già famosi e noti al mondo a concorrere, perchè cotesti ucellacci si vogliono far luogho, non per valore propio, ma per la elezione del rivale. Però protestatevi che per una volta farete buono, ma che poi di grazia badi a fare i fatti suoi; et fatela publicha, et non solo colle semplice pratiche, ma principalmente con le buone teorice, acciò poi non vi possino mordere chome fanno, acciò sia manifesto per sodisfazione et degli amici et del Principe; nè gli dar poi più orechia, ma attendere ai suoi studi et a ritrovare i periodi dei quattro Pianeti, sì come fa il Magino, reputando che in questo stia tutto l'onore, et non nella prima scoperta. Ora, avendo sentito, non ò, come amicho e servitore di V. S., volsuto mancare del'obligho mio di darli conto di quello che segue.

Il Sig.r Luca Valerio, la Sig.ra Margerita et quel pretino virtuoso, segretario di Monsignior Dal Borgo, la saluta, cioè il Sig.r Moric[...]; et io con questa le bacio le mani.

 

Di Roma, il dì 23 di Agosto 1611.

Di V. S. Ecelentissima.

 

 

V'ò volsuto scrivere già più volte a V. S, ch'ella di grazia mi faccia le soprascritte semplici, et non di eminenza sopra gli altri, perchè si aquista più tosto delle invidie([554]), et in cambio di giovare nuochano.

 

 

 

Aff.mo Serv.re

Lodovico Cigoli.

 

Fuori: Allo Eccel.mo Sig.re et Patron mio Oss.mo

[Il]Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

574*.

 

MARGHERITA SARROCCHI a GUIDO BETTOLl [in Perugia].

Roma, 27 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 33. – Fuori, al posto dell'indirizzo, si legge, della stessa mano che scrisse la lettera: «Copia della risposta scritta dalla Sig.ra Margherita Sarrochi al Sig.r Guido Bettoli»; e più sotto, di mano di Galileo: «Tratta dell'occhiale e de' nuovi scoprimenti». Tale copia è della mano stessa dalla quale la Sarrocchi fece scrivere parecchie delle lettere a Galileo.

 

Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Ho recivuto la di V. S. de 4([555]) di Giugno, che mi è parso un miracolo che me sii capitata così tardi, poichè ogni ordinario io mando alla posta del Papa, et la lettera non la recevetti prima di hieri; et però non se maravigli se ancora io tardi le rispondo. Gli è vero che due mesi sono n'hebbi una da un frate, alla quale non resposi, per irritrovarmi in letto ammalata et perchè il Sig.r Luca([556]) scrisse a V. S. che per saper la mia opinione ne domandasse a Padre Innocentio del'ordine di S.to Agostino, che sta costì in S.ta Maria Novella. Hora le dico([557]) a V. S., che tutto quello che se dice del ritrovamento delle stelle del Sig.r Galileo è vero, cioè che con Giove son quattro stelle erranti con moto proprio, sempre egualmente distante da Giove, ma non fra di loro; et io con li proprii occhi l'ho vedute mediante l'occhiale del Sig. Gallileo, et fattele vedere a diversi amici: il che tutto il mondo il sa. Con Saturno sono due stelle, una da un lato et l'altra dal'altro, che quasi lo toccano. Venere, quando si congiunge col sole, già vede illuminare et diventar, come la luna, corniculata, infino a tanto che la si vede poi tutta piena; et mentre si va [e]mpiendo, appar minore, chiaro segno, anzi demostratione geometrica, che ella s'aggira intorno al sole; et quando è piena, gli è sopra, et per la gran distanza appar minore: questo, dico, si sa per demostratione geometrica, poi che non può apparir piena per oppositione che habbia col sole. Molti matemateci grandi, et in particulare il P.re Claudio col P.re Gambergere([558]) negavano questo da principio, et dipoi si sono disdetti, essendosene certificati, et ne hanno fatte publiche lettioni.

Quanto poi che cotesti Signori dello Studio et Achademici non habbino scritto contra al Sig.r Gallileo, io lo credo, et lo farò sapere al Sig.r Gallileo; anzi gli mandarò la lettera di V. S. In tanto V. S. gli assicuri che il Sig.r Gallileo, oltre alla sublimità dello ingegno mirabile che ha, è di tanta buona conditione, che quando ancora eglino gli havessero scritto contra, s'acquetarebbe ad una minima loro scusa, essendo che egli non pretende altro che giovare al mondo; chè se fusse avido di haver fama, ne può haver molto maggiore da molte singolari compositioni che egli in diverse scientie ha fatto.

Questo è quanto mi occorre dire in risposta della sua domanda: del resto la ringratio del cortese affetto che ella dimostra verso di me, et delle lodi che, oltre al mio merito, mi dà; et così la prego a valersi di me in ogni sua occorrenza, che mi troverà prontissima et grata alla sua buona voluntà. N. S. la guardi.

 

Di Roma, a dì 27 di Agosto 1611.

 

 

 

575*.

 

INNOCENZO PERUGINO a GIROLAMO PERUGINO in Roma.

Perugia, 27 agosto 1611.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 43. – Autografa.

 

Girollamo Carissimo,

 

Havrei prima d'hora dato risposta alla gratissima vostra, ma il dubio di non fare sdegnare la Sig.ra Margarita([559]) m'ha trattenuto. Per tanto li direte ch'io ho scritto quelle cose per imparare, e non per contradirli, onde non doverebbe sdegnarsi, ma considerare che così si ritrova meglio la verità; et poi una novità tanto grande non può così alla prima esser riceuta da tutti, massime ch'ha difficultà più ch'ella non pensa, come alla giornata si mostrarà da altri dotti anco in geometria con figure geometriche: e già vi è chi vi scrive, e si farà vedere a tempo debito; onde giudico mal fatto il chiamare ignoranti e vulgari quelli che non sono dell'opinione del Galileo. Io non fo questa professione, nè mai ho studiato geometria, ma ho una semplice infarinatura d'astrologia; con tutto ciò, fin che non vedo la cosa più chiara, l'intelletto mio non si può acommodare a capire questa novità; e questa forsi sarà una di quelle opinioni stravaganti che la Signora m'ha praedette nella mia genitura: e quel che più importa, non sono solo. Per tanto mi scusi, chè quando havessi veduto, come havete fatto voi, non sarei così incredulo: oltre che per questo mi doverebbe lodare, e non biasimare, dicendo Salomone: Qui cito credit, levis est corde....

 

 

 

576.

 

GALILEO a CRISTOFORO GRIENBERGER [in Roma].

Firenze, 1° settembre 1611.

 

Riproduciamo questa lettera, della quale non conosciamo alcuna fonte manoscritta, dalla prima stampa, che è nel Vol. II dell'edizione Bolognese delle Opere di Galileo, dove forma un opuscolo col frontespizio: «Lettera del Sig. Galileo Galilei al Padre Christoforo Grienberger della Compagnia di Giesù, in materia delle montuosità della luna. In Bologna, MDCLV, per gli HH. del Dozza», e con pagine numerate da 103 a 123. Dall'edizione Bolognese sono derivate le posteriori, le quali però l'hanno alterata con errori e numerose mutazioni arbitrarie.

 

Molto Reverendo Padre, mio Sig. Colendissimo,

 

Rispondo tardi alla gratissima lettera di V. S. M. R. delli 24 di Giugno([560]), perchè in un mese che, parte avanti la ricevuta e parte dopo, sono stato in letto ammalato, il cumulo delle lettere arrivatemi da diverse bande si è fatto così grande, che mi tiene sbigottito come e quando io possa rispondere([561]) a tutte; rendendomisi di più tal debito difficile in una convalescenza molto languida, et da gl'estremi et insoliti caldi travagliatissima. Aggiugnesi che molte delle dette lettere, come quelle che contengono alcune difficoltà promossemi intorno alle cose scritte et osservate da me, ricercano non solamente necessarie, ma assai lunghe, risposte; et forse ne haverà V. R. già veduta qualcheduna costì in Roma([562]). Ho differito di mano in mano più il rispondere a quelli amici, della cortese familiarità de i quali mi pareva poter prendere maggiore sicurtà; per lo che non diffido da lei scusa e perdono della dimora et silentio tenuto per questo tempo, et tanto più, quanto mi bisognerà essere alquanto prolisso, volendo, se potrò, dar sodisfattione a i dubbii del molto R. P. Gioseffo Biancano, et dell'altro molto R. P. autore del problema De lunarium montium altitudine([563]); per il quale uffitio male la mano, e peggio la testa, mi haveriano ne i passati giorni servito. Ho veduto la lettera del P. Biancano scritta alla R. V.([564]), et ne ho preso particolar contento, scorgendo in essa non solamente la continuata affettione di S. R. verso di me, ma il dispiacere che mostra essersi preso per le mordacità che in più di un luogo pone contra([565]) di me nel sopranominato problema il suo autore, le quali, per confessione di S. R., sono fuori della ragione et del mio merito, anzi rendono sospette di simulatione et fintione le altre parole che paiono esservi poste in mia lode; perchè non è nissuno così semplice, che non intenda come le laudi possono essere per ironia o per adulatione, et insomma con affetto di animo contrario a quello della lingua, profferite, ma non già i biasimi o gl'insulti, li quali sempre procedono ex corde. Et se bene, considerata l'occasione delle rampogne in sè stessa, io potevo senza pregiuditio alcuno della reputation mia disprezzarle e trascurarle, essendo pur troppo chiaro, a chi haverà veduto il mio Avviso Astronomico et il detto Problema, quanto immeritamente mi erano opposte; tuttavia rispetto al luogo onde elle escono, et a i luoghi dove furon pronuntiate et inviate, non conveniva che io le trasandassi o dissimulassi: perchè l'attestatione di uno de i Frattelli di una Congregatione, per somma scieltezza di lettere et perfettione di dottrina già fatta di assoluta autorità nel persuadere et arbitra nel determinare circa i particolari di tutte le scienze, deve essere stimata non poco; e tanto più, venendo pronuntiata([566]) in publici concorsi di litterati, et mandata sino nelle Rome, che tanto è quanto nel cospetto del mondo tutto: onde pare che di non minor difesa mi fosse necessario che di quella di alcuno de i medesimi Fratelli, quale è il Padre Biancano, la R. V. et qualche altro professore del vostro famosissimo Collegio([567]). Per quanto dunque aspetta a questa parte, io resto infinitamente obligato al P. Biancano, et dispiacemi che la lettera, la quale S. R. accenna havermi già scritta, si sia persa, nè mi sia pervenuta in mano; il qual disordine mi haverà, senza mia colpa, fatto apparire poco diligente in rispondere a i debiti che ho a S. R.

Quanto poi all'altra parte della lettera, dove il P. Biancano mostra di concorrere con l'autor del Problema in haver due difficultà nelle cose determinate da me circa la ; cioè, che io con methodo impossibile habbia tentato di misurar le altezze di alcuna delle eminenze di quel corpo; et l'altra, che falsamente et senza alcuna necessità habbia creduto e posto che le dette eminenze si distendino sino all'estrema visibile circonferenza di essa ; già che le medesime difficoltà sono anco scritte nel Problema, tenterò di solverle nell'esaminare unitamente anco le altre cose che in esso Problema mi sono scritte contro: se bene in effetto et essentialmente niun'altra contrarietà vi ritrovo, eccetto che alcune tagliate di parole veementi, pronuntiate forse per agumento del suo credito et diminutione del mio ne gl'animi de gl'uditori, di quelli però che non havessero veduto il mio Avviso Astronomico; perchè qualunque veduto lo havesse, haveria ben anco riconosciuto come il detto Problema, e nel tutto et in ciascuna sua parte, è l'istesso a capello, senza pure un minimo punto di più o di meno, che quello che scrivo io nel mio Avviso: et non posso a bastanza meravigliarmi che un Padre, ripieno di tanta eloquenza, di tanta dottrina e, come io stimo, ornato di ottime qualità et santissimi costumi, si sia indotto a voler impugnare un trovato di altri come mal fondato et mendoso, et a palesarlo per tale col porgliene a fronte un altro perfetto et, come diciamo, numeris omnibus absolutum, et che poi in ultimo non si vegga produrre altro che l'istessa cosa ad unguem biasimata e condennata.

È il primo assunto o fondamento del Problema, che le eminenze nella  siano veramente reali, et non fittitie; il che prova con una ragione presa da una certa esperienza. Io dico l'istesso nell'Avviso, et con la medesima esperienza puntualmente lo dimostro.

Suppone nel secondo([568]) luogo, che la circonferenza estrema della  non habbia di tali eminenze, ma sia perfettamente circolare. Or questo pare veramente che sia detto più per un poco di occasione di tassarmi, che per bisogno che ve ne sia per fabricar la dimostratione, la quale di tal principio niente si serve nè può servirsene, già che in essa circonferenza tali eminenze non si scorgono; et il medesimo autore, nel fabricar la dimostratione, imagina un altro cerchio massimo, il quale, passando per il vertice dell'eminenza da misurarsi, seghi ancora le parti più depresse et, come diremo noi, le pianure di essa .

Or qui voglio, prima ch'io passi alle altre considerationi, fermarmi alquanto, et tentare di purgarmi appresso l'autor del Problema, semai occorrerà che S. R. possa veder questa lettera, dimostrando che per avventura non (come esso scrive) lapsus est Galileus, quod, nullis rationum momentis coactus, lunarem sphaeram montuosa superficie undequaque([569]) circumambiri voluerit: itaque, in maximas difficultatum angustias coniectus, ea respondere conatus est, quae eum magis in laqueos inducant quam eximant. Ac nos ipsi multiplex ac maximum rationum agmen brevi quodam comentariolo, memoriae atque exercitationis gratia, explicuimus, quos eius rationes labefactari ac profligari necesse est([570]). Dispiacemi bene di non haver queste tali ragioni et obietioni, per potere o rispondergli, o cedendo quietarmi et mutar opinione; et se per mezo della R. V. mi potesse succedere di vederle, gliene terrei obligo particolarissimo. Ma tornando al caso, dico che non senza niuna ragione mi son mosso a dire che le asprezze della superficie lunare si estendono sino all'ultima visibil circonferenza, anzi pure che et la ragione et anco in parte il senso mi persuadono a ciò credere; perchè, scorgendosi come la parte più chiara della  è ripiena di montuosità, dove che le gran macchie ne hanno pochissime, et essendo che esse parti chiare si dilatan sino all'ultima visibil circonferenza, alla quale non si vede che arrivino le gran macchie, perchè non devo io con ragione credere che anco quella parte sia montuosa?

Risponde l'autor del Problema: Apparent in ea  facie, quae terras aspicit, tumores? est igitur ratio cur eos inibi esse affirmemus. Non apparent in extrema periphaeria? non est igitur ratio cur eos inibi esse affirmemus; cum si inibi essent, nulla sufficiens ratio prohibeat quin apparerent([571]). Ma io domando al Padre, come ei fa a vedere che nelle parti di mezo della  vi sono eminenze? Mi risponde nel Problema: perchè vede alcune cuspidi nella parte tenebrosa, vicine al confine della luce, illuminate, benchè interamente separate da essa parte lucida. Hora io metto in consideratione a S. R., come simile effetto non può accadere, nè haver luogo nell'estrema circonferenza, nè meno nelle parti assai vicine a quella, et ciò per due ragioni: prima, perchè quando il confine della luce è vicinissimo all'estrema circonferenza et che la parte oscura della  è verso noi, allora le parti montuose della  hanno la parte illuminata avversa a noi, et ci volgono l'oscura, onde i loro vertici solamente un poco per fianco potriano farcisi visibili; ma ciò è anco impossibile, quando bene fussero tutti lucidi, per la seguente seconda ragione: cioè perchè gli spatii et intervalli tenebrosi e bassi, che separano le cuspidi illustrate dal confine del lume, restano invisibili a noi nelle parti estreme della luna mediante la loro bassezza e lo sfuggimento([572]) et il vedersi, come dicono i perspettivi, in scorcio l'ultime parti della superficie lunare, che piegano verso l'estrema circonferenza, per lo che tali cuspidi devono apparire attaccate e congiunte co' i lumi vicini posti sopra l'istesso termine e confine della luce; il che non accade quando il detto confine passa sopra le parti più interiori del disco lunare, dove i raggi dell'occhio, cadendo meno obliqui, comprendono benissimo le separationi di tali cuspidi luminose dal confine delle tenebre. Non val dunque l'illatione del Padre: Apparent tumores in medio? ergo ibi sunt: non apparent([573]) in circumferentia? ergo inibi non sunt; perchè non ci è ragione per la quale nella circonferenza devino apparire.

Soggiungo: Scrive il Padre: Apparent([574]) in  facie, quae terras aspicit, tumores? Rispondo io di no, et dico che i tumori et eminenze della  (come eminenze) non solamente non si veggono o possono vedere da tanta distanza, ma non si scorgerebbero nè anco dalla vicinanza di 100 miglia; sì come i nostri colli et le maggiori montagne niente si discernerebbero sorgere da i piani, da un'altezza e lontananza di 50 miglia et di meno ancora. Come dunque sappiamo noi, la  esser montuosa? Lo sappiamo non col semplice senso, ma coll'accoppiare e congiungere il discorso coll'osservationi et apparenze sensate, argumentando in simil guisa. La linea od arco che distingue la parte oscura della  dalla illuminata, si vede crestata, sinuosa, merlata et in somma inequabilissima; adunque ella non può esser termine dell'illuminatione in una superficie sferica, tersa et eguale, ma sì bene di una montuosa et ineguale. Di più, veggonsi nella parte illuminata della  moltissime macchiette negre et assai maggiori, più frequenti et più oscure vicino al confine della luce che più lontano; veggonsi in oltre tutte le dette macchie oscure distendersi verso la parte opposta all'irradiatione del sole, et circondate verso la parte del sole da alcuni dintorni più chiari che le parti circonvicine, et di altri simili dintorni ancora dall'altra parte opposta, dopo i quali seguitano alcune proiettioni oscure: et tali macchie si vanno diminuendo secondo che il confine dell'illuminatione va procedendo avanti, cioè secondo che il sole più se gli eleva, sì che finalmente si perdono del tutto et si annichilano, restando nel plenilunio lucida ogni parte; et all'incontro, nel voltar del sole et nel decrescer la , tornano a vedersi vicino al confine della luce altre simili macchie negrissime, le quali nell'abbassarsegli il sole vanno allungandosi, mostrandosi parimente circondate da alcuni dintorni molto lucidi. Et finalmente, dentro a la parte non illuminata di essa , alquanto lontano dal termine della luce, appariscono in guisa di stelle alcune particelle illustrate, le quali crescendo appoco appoco si vanno a congiugnere col termine della luce, che parimente camina verso di quelle, quando però la  è crescente; et per l'opposito, nella decrescente simili stellette si separano più e più, et finalmente si estinguono e si perdono. Ma tali accidenti et apparenze in niun modo possono accadere in una superficie sferica, che sia liscia et eguale; ma ben rispondono ad unguem in una ineguale e montuosa: adunque con necessaria dimostratione si conclude, la superficie lunare esser piena di eminenze et bassure.

Queste sono le apparenze e fenomeni, li quali fatti, suppositioni et ipotesi del discorso, necessariissimamente convincono altrui a tenere senza niuna dubitatione che la superficie lunare, che risguarda verso la terra, sia montuosa et ineguale. Ma che simili montuosità et prominenze fossero a noi visibili (rimosse le narrate mutationi di ombre e di lumi) mediante il loro sporgere et rigonfiare verso la vista nostra, è del tutto impossibile; sì come apertamente si scorge nelle parti di essa superficie lunare lontane assai dal confine del lume, et in tutta la medesima superficie nel plenilunio, quando per esser dall'altezza de i raggi solari sopra essa superficie tolte tutte le ombre, et ripiena di luce tutta quella superficie che è esposta alla nostra vista, ci si rappresenta solamente un piano di parti egualmente distese. Hora, perchè delle sopranarrate apparenze di lumi et ombre, quando bene, sicome io assolutamente credo, siano ancora circa l'estrema circonferenza non meno che nelle parti più interne, niuna può in modo alcuno da noi scorgersi e distinguersi; però niuna coniettura, inditio ed argomento ci possono elle somministrare dell'essere o non essere la detta circonferenza montuosa. Et che le narrate varietà di ombre et lumi non possino nell'estrema circonferenza da noi vedersi (ancorchè realmente vi siano quando la  è vicina alla congiuntione col sole, et anco nell'istessa oppositione e plenilunio), procede dallo sfuggimento et inclinatione della sferica superficie lunare, sopra la quale i raggi della nostra vista niente si elevano ne gl'istessi toccamenti che si fanno nell'estrema circonferenza, et pochissimo si inalzano sopra le parti ad essa ultima circonferenza vicinissima; onde le ombre, che solamente occupano le parti più depresse et circondate dalle eminenze, ci restano totalmente ascose, et le cuspidi luminose, benchè separate dal confine della luce, ci appariscono congiunte con quello, restando gli spatii tenebrosi et bassi, che tra esse cuspidi et il confine della luce s'interpongono, non toccati da i raggi della vista, e per tanto invisibili a noi([575]). Io dichiarerò con una particolar dimostratione più apertamente l'intention mia, et ciò non per intelligenza della R. V., chè so che anco il detto sin qui è a lei et a' suoi simili superfluo, ma per meglio esplicarmi a qualche altro che non fusse esercitato nella prospettiva quanto bisognerebbe, se per accidente questa mia lettera gli pervenisse alle mani: però S. R. et gli altri suoi Fratelli intendentissimi mi perdonino et scusino se io troppo mi diffondo.

Dico dunque, che qualunque volta una superficie ineguale e montuosa viene illuminata dal sole o da([576]) altro lume particolare, sì che vi restino le eminenze illustrate et le bassure tenebrose, il sole, o chi nel sole fusse collocato, assolutamente non vedrà alcuna delle parti ombrose, ma solo le illuminate; perchè procedendo in tal caso i raggi della vista et della illuminatione per le medesime linee rette, nè potendo esser ombra dove arriva il raggio illuminante, adunque niuna delle parti oscure potrà esser veduta; ma bisognerà che per vederle il raggio visuale si elevi sopra la detta superficie più del raggio solare: come nella presente figura si scorge, sendo il punto O il luogo del corpo illuminante, e la superficie montuosa BC, le cui eminenze vengono illustrate, et le parti basse restano adombrate. Qui è manifesto, che l'occhio posto in O non vedrà alcuna delle ombre della superficie BC, avvenga che i suoi raggi procedino con quelli del corpo illuminante; ma per veder le parti ombrose è necessario che l'occhio si elevi sopra i raggi luminosi, come per esempio nel punto A. Dico di più, che quando il corpo illuminante fussi lui più elevato sopra la superficie da illuminarsi, et l'occhio meno, come se l'occhio fusse in O et il sole in A, allora molto più resteriano le parti adombrate di essa superficie ascose alla vista. Hora, perchè i raggi visivi che abbracciano l'estrema visibil circonferenza del corpo lunare, non hanno elevazione alcuna sopra essa, ma toccano in lei la superficie della luna, manifestamente si scorge come, costituito il sole in qualsivoglia luogo, mai non potranno da noi esser vedute le ombre delle bassure alla detta circonferenza vicinissime; anzi, restando tali parti oscure celate tra le eminenze circonvicine illuminate, altro non si scorgerà che una continuazione tutta luminosa.

Io sento l'autor del Problema dirmi, che il detto da me sin qui, ben che concluda di necessità che le montuosità nella circonferenza lunare quando ben veramente vi fossero, come nelle parti da essa circonferenza remote concluse, et non possino da noi per via delle medesime apparenze([577]) essere dimostrate, non però inferisce che necessariamente elle vi siano; et che sin hora io non haverei più ragione di affermare che quelle vi siano, che egli si habbia di negarlo: anzi di più mi soggiugne, che se bene le diversità di lumi et di ombre non hanno([578]) luogo nella circonferenza lunare per farci conoscere se sia montuosa o no, pur vi ha luogo altra apparenza, per suo credere necessaria, la quale scorger da noi si dovrebbe, se veramente la detta circonferenza fusse montuosa; e questa è, che si doveria veder dentata in guisa di sega, et non egualmente piegata senza tumore o cavità veruna; il che non si scorgendo da noi, pare a S. R. che io et habbia detto il falso, et che senza necessità nissuna mi sia andato ad inviluppare in intrighi da i quali impossibil mi sia lo sciogliermi et svilupparmi. Resta dunque, che io dichiari, come i motivi et le cause che mi hanno([579]) indotto a credere che le montuosità lunari si distendono sino all'ultima visibil circonferenza, et forse più oltre, non son state arbitrarie, ma necessarie; et poi, che io di nuovo mi affatichi in dichiarare più lucidamente et diffusamente che non feci nel mio Nunzio Sidereo, come nissuna dentatura od asprezza si può nè si deve scorgere nell'ultimo cerchio visibile della .

Dico per tanto, tre principalmente esser le cause, dalle quali persuaso e convinto ho stimato e stimo che le montuosità lunari siano per tutta la sua visibil circonferenza. La prima delle quali è, che essendo la superficie della  distinta in due parti, per così dire, integrali, cioè in quella che meno vivamente riceve il lume solare (per lo che vulgarmente la domandiamo le macchie) et nell'altra più chiara et splendente, delle quali due parti questa, e la più lucida, si diffonde sino all'ultima circonferenza, et le macchie si raccolgono nelle parti più interne, senza che alcuna di loro (per quanto si vede) si distenda sì ch'arrivi alla circonferenza; in oltre, scorgendo noi col telescopio come le macchie lunari sono egualissime, ritrovandosi solamente in alcune di loro sparse alcune poche quasi isolette o scogli (che altro esempio più simile per hora non mi soviene([580]); et all'incontro vedendosi, frequentissime esser le eminenze et le cavità nelle parti più chiare, sì che (siami lecito usar questa parola) le pianure et piccole e rare vi si ritrovano; io non so qual ragione deva persuadermi a negare che simili asprezze si distendino sino all'estrema circonferenza, la quale dalle parti più chiare solamente (per quanto l'occhio ci mostra) è ingombrata. Ciò veramente non haverei io mai potuto fare senza defraudare la propria coscienza, la quale poi continuamente mi haverebbe mormorato all'orecchio queste parole: Fratello, tu neghi le inegualità nell'ultima circonferenza lunare, perchè tu non puoi assegnar ragioni, che quietino, all'obbiezzione, onde è che quelle non si veggono?; et ben che forse tu satisfacia a qualcuno, tu sai bene che non satisfai a te stesso.

La seconda e più potente ragione è questa. Il termine e confine che divide la parte illuminata della  dall'oscura, col mostrarsi anfrattuoso, merlato et tortuoso, è, come di sopra si è dichiarato, uno de gl'argomenti potentissimi et necessariamente concludenti l'asprezza della superficie lunare: ma tali anfratti, merlature e tortuosità si scorgono sempre in detto confine, ancorchè ei sia vicinissimo all'ultima circonferenza visibile della ; il che accade in quattro termini, ciò è nella prima et nell'estrema apparizione della , quando avanti e doppo il novilunio si dimostra falcata, ma sottilissima, et un giorno avanti et uno doppo il plenilunio: adunque le lunari montuosità già indubitabilmente si spargono et estendono vicino all'ultima circonferenza lunare. Ma perchè in tali luoghi le dette merlature et adombrazioni si veggono in scorcio, mediante lo sfuggimento et incurvazione della globosità della luna, appariscono solamente lunghe, ma strette et sottili, come nella presente figura si scorge: dove le medesime inegualità del confine, che nella quadratura, per esser vedute in faccia o maestà, appariscono grandissime tanto per lunghezza quanto per larghezza, trasferite vicino all'ultima circonferenza lunare, dove si veggono in scorcio et quasi in profilo, perdono assai della larghezza, et appariscano lunghe sì, ma strette et sottili, perchè pochissimo se gli eleva il raggio visuale. Ma trasferendole finalmente sin all'ultima circonferenza, sopra la quale la vista non ha elevazione alcuna, quivi in consequenza totalmente si perdono; il che accade nell'esquisito plenilunio.

Qui non posso dissimulare un poco di ammirazione che mi apportano alcune parole del P. Biancano, quando nella lettera([581]) a V. R. scrive: Che poi veramente non vi siano monti in quel giro, lo dimostra l'osservazione, massime quando la  è sì vicino al plenilunio che pare tonda, perchè allora non si veggono adombrazioni verune, se non poche, nella parte però opposta al sole; le quali poco doppo spariscono, e resta il giro della  tutto lucido, senza alcuna ombra o segno di inegualità([582]). Meravigliomi, dico, come S. R. habbia trascorso di notare, che procedendo nel plenilunio i raggi della nostra vista per le medesime linee rette con i raggi del sole, impossibil cosa è di veder alcuna delle parti ombrose, sì come impossibil cosa è che resti ombra dove arrivano i raggi solari: anzi che, per essere il diametro del sole assai maggiore dell'intervallo tra le nostre pupille, i raggi solari abbracciano et illuminano maggior parte delle bassure vicine alla circonferenza lunare che quello che noi veder possiamo, essendo che i nostri raggi visivi si parton dall'occhio nostro come da vertice e conicamente si vanno allargando sino al perimetro lunare, et quei del sole, per l'opposito, derivando dal corpo solare come base, conicamente si vanno verso la  ristringendo; sì che maggior parte della  abbraccia l'illuminazione del sole, che non fanno([583]) i raggi della nostra vista. Io ho gran sospetto che questi PP. discorrino circa la faccia della luna veduta da noi, come se ella fosse non il convesso di una meza palla, ma una superficie circolare distesa in piano; nel qual caso si vedrebbono le proiezzioni dell'ombre, procedenti dalle eminenze, non meno spaziose e grande verso l'estremità, che intorno alle parti di mezzo.

Conoscesi dunque sin qui, in virtù di sensata apparenza presa dal mescolamento di lumi et di ombre, come le montuosità et asprezze lunari si estendono vicinissime all'ultima circonferenza visibile; et più s'intende come tal mescolamento, benchè ne i plenilunii si ritrovi nell'estrema circonferenza, non vi si potendo scorgere mediante lo sfuggimento della curvità lunare, non ci può in consequenza arguire la montuosità; ma solamente restano alla nostra vista esposti i dorsi tutti illuminati delle eminenze, che in multiplicate falde l'una doppo l'altra con lunghissimi ordini si distendono.

Finalmente la terza ragione, che mi ha forzato, non che persuaso, a porre le montuosità sino nell'estrema circonferenza della luna, è tale. Quando la parte illuminata della luna ci si dimostra sotto la forma di una sottil falce, la circonferenza cava et interiore di essa falce non è parallela all'altra periferia esteriore e convessa; anzi nelle parti di mezzo, le quali potriano chiamarsi il ventre della falce, è ella assai larga, et verso i corni si va ristringendo, sì che nell'una et nell'altra estremità termina in due acutissime et sottilissime punte, nelle quali la cava et la convessa circonferenza, unendosi insieme, ristringono e serrano la parte lucida tra angustissimi spazii: et già in queste estreme corna il confine dell'ombra et della luce doventa quasi l'istesso ultimo cerchio che termina l'emisferio della luna da noi veduto; il qual cerchio, per la sua sottigliezza, non sarebbe da noi ritrovato in cielo senza la scorta del ventre più spazioso e lucido, che a quello ci guida e conduce. Osservisi hora tanto nella crescente quanto nella decrescente luna, et tanto nel superiore quanto nell'inferior corno; et vedrannosi incontro all'una et all'altra estremità di esse([584]) corna, per assai lunghe distanze, poste nell'ultima circonferenza una, due e tre cuspidi illuminate, staccate non solamente dalla punta del corno, ma tra di loro divise e distinte: il quale effetto in modo alcuno non accaderebbe, quando l'esteriore et ultima visibil circonferenza della luna fusse eguale e non montuosa. Ma che tali cuspidi illustrate si vegghino per grandi intervalli disgiunte solamente dall'estremità delle corna, et non dal confine dell'ombra incontro alle parti di mezzo, cioè incontro al ventre, la ragione sarà manifesta a chi delle diverse vedute in virtù della prospettiva sarà capace, et se considererà che le cuspidi incontro al ventre non solamente ci volgono la parte di loro aversa al sole, et però tenebrosa, ma che gli spatii ombrosi, che dalla parte luminosa le separano e distinguono, si perdono, per esser da noi veduti in scorcio; ma le cuspidi e cime poste incontro all'estremità delle corna non solamente ci mostrano, almeno per fianco, la loro parte illuminata, ma gli spatii tra esse et il confine della luce ci si rappresentano non in scorcio, ma in proffilo, et secondo la loro massima lontananza da esso confine; e gli staccamenti, cioè gli spatii tra l'una e l'altra cuspide, non sono perchè esse sieno realmente discontinuate e separate, ma perchè la parte della superficie lunare tra quelle frapposta resta adombrata, e per ciò invisibile.

Da quanto sin qui ho narrato credo che ciascheduno che mediocremente intenda i termini et gl'effetti di prospettiva, haverà sentito che non senza momento alcuno di ragione, come assai resolutamente pronunzia l'autore del Problema, ma spinto e forzato da manifeste apparenze et necessarie conietture, ho affermato, le montuosità lunari distendersi fino all'ultima visibil circonferenza. Resta hora che con ogni possibil chiarezza io tenti di rimover le difficoltà che perturbano alcuni, a i quali sembra pur necessario che dette eminenze dovessero farsi visibili anco nell'estrema circonferenza col renderla dentata in guisa di una sega o di una ruota da carro, et che io dimostri come in modo nissuno può una simile dentatura et scabrosità esser veduta da noi.

Io non credo che alcuno sia per negarmi che non ogni piccolo oggetto è da la medesima lontananza egualmente visibile come un grandissimo, anzi che infiniti per la loro picciolezza restano da gran distanze insensibili. Supposto questo, io considero che delle tre dimensioni de i corpi solidi alcuna può esser grandissima et immensa, et altra piccolissima; et nella  possono essere, et veramente sono, alcune continuazioni di monti lunghe centinaia et centinaia di miglia, larghe non tanto, ma per avventura 50 o 60, ma di altezza 3 o 4 miglia solamente: et di tale montuosità vastissime sono principalmente circondate le macchie boreali della , restando esse macchie egualissime in guisa di pianure immense, et solamente una di loro con alcune poche eminenze et cavità. Soggiungo appresso, che quando simili montuosità dovessero esser vedute secondo la loro lunghezza et larghezza, da tal lontananza si potranno benissimo distinguere, che veder non si potrebbono in conto alcuno quando per la sola altezza loro si havessero a far visibili.

Consideriamo adesso, che le montuosità locate nelle parti della luna remote dall'estrema circonferenza ci si espongono alla vista secondo la loro lunghezza et larghezza; ma quelle che sono nella circonferenza non possono diversificare la perfetta rotondità dell'arco, se non con la disparità delle loro altezze. Hora, stante questo, qual meraviglia sarà se l'immense lunghezze et larghezze delle montuosità lunari si rendono sin dalla terra visibili, con tutto che le loro piccole altezze distinguere non si possino? Et acciochè più apertamente io mi dichiari, veggasi la presente figura, nella quale la linea DAE sia il confine dell'illuminazione, et sia CNA una delle macchie della , sopra la quale passi il detto confine, segandola equabilmente, per esser lei pulita e non aspra; et perchè ella è circondata da grandissime montuosità, restano li due dorsi ABC lunghissimi et larghi, che in guisa di promontorii si distendono sopra la parte ancora tenebrosa: et perchè sono grandissimi, luminosi et circondati da oscurissime tenebre, distintissimamente si fanno([585]) a noi visibili. Ma se noi ci imagineremo, i medesimi esser trasportati nell'estrema circonferenza DFG, altro di loro non resterà esposto alla nostra vista se non le due eminenze FG, FG; le quali non importando più di 4 miglia, cioè più che la cinquecentesima parte di tutto 'l diametro lunare, resteranno del tutto impercettibili([586]). Soggiungo di più, che ritrovandosi nella luna, sì come manifestissimamente il senso ci dimostra, le più alte et discoscese rupi intorno alle macchie superiori, et vedendosi sensatamente che niuna macchia si ritrova nell'estrema circonferenza, molto ragionevolmente possiamo concludere et affermare che nissuna delle massime eminenze sia posta in essa circonferenza, ma solamente asperità simili a quelle che il resto della parte più lucida ingombrano; le quali quando ascendino all'altezza perpendicolare di 2 miglia, verranno([587]) ad elevarsi intorno alla detta circonferenza la millesima parte del diametro lunare, che è cosa insensibilissima in una tanta distanza, come potremo anco dall'esperienza comprendere, formando due cerchi concentrici, il maggiore de i quali si allontani fuori dell'altro la millesima parte del suo diametro; perchè se tra le due circonferenze vorremo segnarne una linea flessuosa e dentata, non potremo fare inegualità così grandi, che in non molta distanza non svanischino. Ma procediamo più oltre in fortificar la nostra dimostrazione, la quale conclude, che quando bene nell'estrema circonferenza fusse un solo ordine di dentature che s'innalzassero sino all'altezza di 2 miglia, non però sariano visibili dalla terra: hor che doviamo dire, quando non un ordine solo di monti, ma molte e molte falde, l'una contraposta all'altra, vi se ne trovano, le quali, alternatamente interponendosi, et facendo queste ostacolo con le loro eminenze all'incavature di quelle, vengono in certo modo a pareggiarsi et adequare tutti i lor vertici secondo la medesima linea?

Io sento farmi da persona di acutissimo ingegno et esquisita perspicacità una gagliarda instanza, e dirmi: Tu affermi che quelle isolette lucide che, quasi piccole stelle, nella superficie della  non ancora illuminata si veggono lontane dal confine del lume, sono vertici di eminenze già illustrati dal sole, li quali sopra le minori montagne si elevano, e poi a poco a poco si allargano, illuminandosi le parti più basse e più spaziose: hora se tali piccole escrescenze si rendono visibili nelle parti medie della superficie lunare, per qual cagione visibili non sariano anco nell'ultima circonferenza, se veramente ella fosse montuosa? Se io risponderò che tali punte luminose si fanno visibili nelle parti di mezo perchè quivi sono circondate intorno intorno da un campo oscuro e tenebroso, che le fa spiccare, il che non avviene delle sopraeminenze dell'estrema circonferenza, le quali sono impiantate sopra lucidissimi gioghi; sentirò all'incontro acutamente soggiugnermi, che se bene le cuspidi supreme dell'ultima circonferenza non sono interamente divise dall'altre parti lucide, sopra le quali si elevano, pur sono, al meno per la loro esterior metà, circondate dal tenebroso campo del cielo notturno, non meno oscuro della parte ombrosa della : per lo che o queste ancora doveriano vedersi, o le altre interiori, non meno che queste, restare invisibili per la piccolezza loro. È la replica, non meno che la prima instanza, ingegnosa e sottile; tutta via (tale è il privilegio della verità) non credo che mi sia per mancar risposta potente a rimovere ogni dubbio: oltre che la natura non ha obbligo o convenzione alcuna con gl'huomini, et massime con me, di fare che l'opere et effetti suoi non siano se non quando io gl'intendo et posso diffendergli da quelli che volessero negargli o destruggergli; et il mio ignorare la causa per la quale noi non veggiamo le asprezze nella circonferenza della , non inferisce che tal causa non ci sia, potendo esserne molte incognite a noi. Tuttavia rispondo doppiamente: et prima dico, che i vertici luminosi che sono nelle parti medie della , per la sola lor posizione sono di assai maggiore grandezza che altri simili a loro, ma posti nella circonferenza; et la diversità deriva dal vedergli allora in faccia, et hora in profilo: sì come, per esempio, la superficie sferica compresa dentro a uno de i cerchi polari, a chi habbia l'occhio perpendicolarmente eretto sopra il polo, apparisce un cerchio perfetto; ma a chi havesse l'occhio nella linea che tocca la medesima sfera nel suo polo, il medesimo cerchio si rappresenterebbe sotto la figura di una sottilissima porzione di cerchio contenuta sotto l'arco di gradi 47 in circa; et il primo dal secondo aspetto sarebbe in grandezza differente, quanto è il cerchio ABCE dalla portione dell'altro cerchio ADC. Hora, perchè i vertici de i monti hanno per lo più del rotondo e globoso, posto che due di loro habbino, per così dire, la cherica illuminata; ma che uno, sendo posto vicino al mezo della , ce la mostri in maestà, simile al cerchio BAEC; et l'altro, situato nella circonferenza, ce la esponga in profilo, simile alla porzione ADC; la sola diversità di positura, caeteris paribus, farà che l'area visibile e luminosa nel primo caso sarà eguale al mezo cerchio ABC, et nel secondo si mostrerà piccolissima et in proporzione quale è la porzione del cerchio ADC. Considerisi dunque la differenza grande che è tra 'l vedere la verticale escrescenza illuminata di un monte locato nelle parti medie della , al vederla posta nella circonferenza. Ma fermiamo con maggior saldezza i fondamenti della verità della nostra asserzione, e diciamo: Ogni corpo luminoso, mentre è veduto da vicino, ci si mostra sotto la sua vera et real figura; ma da lontano pare che s'inghirlandi di alcuni raggi ascitizii, tra i quali i termini della sua figura si perdono, et pare che la sua mole si accresca. Esperienza sensata di tale accidente ci porgono tutti i lumi, et le stelle medesime: perchè quelli, le cui fiammelle da presso si veggono profilate in guisa di lucide linguette, da lontano ci appariscono assai maggiori e raggianti, et la lor figura tra sì grande irradiazione del tutto si smarrisce; e queste, che nel tramontar del sole o poco doppo piccolissime si veggono, nel crescere delle tenebre si accrescono esse ancora in grandezza et di raggi s'incapellano, ascondendo tra quelli i termini delle lor forme: le quali forme quanto mirabilmente si alterino, veggasi nella stella di Venere, la quale, vicino al suo occaso vespertino e l'orto matutino, si mostra, come l'altre stelle, rotonda e radiante, benchè la sua real figura sia di una sottilissima falce, simile alla  quando non eccede l'età di due giorni. Tale irradiatione o capellatura si fa maggiore o minore, secondo che la luce è più gagliarda o meno: onde Mercurio, per esser vicinissimo al sole illuminator di tutti i pianeti, riceve il suo lume tanto vivo e così fieramente s'incorona di raggi, che nè anco col telescopio si può spogliare di così splendida capellatura; l'istesso quasi accade a Marte; ma Giove, e più Saturno, ricevendo il lume, per la molta lontananza, assai più languido e fiacco, s'inghirlandano sì, ma non come Marte e Mercurio, et con l'occhiale assai distintamente si scorgono le lor figure, tosandogli et removendogli la loro capellatura. Da così fatto accidente non resta esente la ; anzi ella ancora di una simile ghirlanda si incorona, et massime in quelle parti dove ella più direttamente riceve la solare irradiazione. Vero è che la sua figura non si deforma, mediante la sua molta grandezza; perchè i crini della medesima lunghezza ingombrando una piccola figura l'alterano più che una grande, in quella guisa che i peli ascondono e tolgono totalmente i dintorni della pelle et la muscolatura di un piccolo ghiro, ma poco celano le fattezze di un gran cavallo. Hora, perchè la  s'incorona ella ancora, come ogn'altro corpo luminoso, de i suoi raggi, qual meraviglia sarà se i piccolissimi colmi et i cavi che potessero intaccare la sua ultima circonferenza, resterano tra la propria capellatura celati? Siaci di ciò argomento Venere, la quale quando è cornicolata, pur ci apparisce circolarmente irradiata, come se i suoi crini havessero radice sopra una luce rotonda. Se dunque tra i raggi di Venere si asconde e perde il grandissimo cavo della sua falce, è ben ragionevole che le piccolissime asprezze che nel perimetro lunare potessero da qualche cima di monte un poco più sublime de gl'altri cagionarsi, rimanghino ingombrate, et dalla propria irradiazione celate.

Qui forse potria dirmi alcuno, che questo discorso conclude quando noi riguardiamo col semplice occhio naturale, ma non usando il telescopio, il quale toglie via la irradiatione e ci rappresenta gl'oggetti luminosi con la loro vera figuratione.

Io rispondo, che l'effetto del telescopio non è altro se non di approssimare le specie de gl'oggetti visibili, portandocele vicine secondo la decima, vigesima, trigesima od altra minore o maggior parte della loro vera et reale lontananza, rappresentandoci i medesimi oggetti tali, quali in simili picciole distanze li vederemmo; et l'effetto de i lumi o corpi illuminati è di incoronarsi di raggi quando sono collocati oltre una certa lontananza, la quale si ritrova essere e maggiore e minore, secondo che il lume è più vivo o meno, sì che i lumi gagliardissimi in poca distanza si irraggiano, et i più languidi in maggiore; et oltre a questo, la irradiatione de i lumi più fieri è maggiore, et de i più debili minore. L'ambiente ancora altera grandissimamente questi medesimi effetti: imperò essi medesimi corpi lucidi, circondati da un campo tenebroso, di molti et lunghi raggi si incoronano; ma situati in spatii chiari, da pochi e piccolissimi raggi si veggono inghirlandati. Habbiamo di tutti questi accidenti essempi da esperienze manifestissime. La fiammella di una candela, veduta da vicino 4 o 6 braccia, si vede terminata et proffilata da la sua propria figura; ma in distanza di 100 o vero 200, apparisce assai maggiore, aggrandita da molti raggi, tra i quali la sua forma si perde: et questa variatione accade molto più ne i luoghi tenebrosi che ne i chiari; et ogni stella, fuori che la , di giorno, o mentre che l'aria è ancor molto chiara, si vede piccolissima et con pochissimi raggi, ma nelle tenebre della notte appare molto grande et radiante. I pianeti più vicini al sole molto maggiormente si irraggiano che i più remoti, perchè ricevono il lume del sole più gagliardo e potente; et però Marte si illumina più fieramente che Giove o che Saturno: et di qui avviene che il telescopio ci mostra il corpo di Giove assolutamente rotondo, senza crini, e di luce alquanto languida; il che assai più accade in Saturno, il quale ci mostra i suoi piccolissimi globi linearmente terminati et senza irradiatione alcuna, ma di lume debolissimo illuminati; all'incontro il globo di Marte difficilmente si può distinguere tra la sua incapellatura, la quale non si può rimuovere col telescopio se non in parte; et Venere quando è superiore al sole, et che ci mostra il suo emisfero tutto illuminato di luce vivissima, perchè dal sole suo vicino la riceve([588]), si irraggia di fulgori così potenti, che non basta la virtù del telescopio per avvicinarcela, sì che noi possiamo perfettamente distinguere il suo vero globo, et separarlo dalla sua irradiatione; ma, all'incontro, quando è sotto al sole et presso alla sua congiunzione, perchè allora è vicinissima alla terra, sì ancora perchè ci mostra una piccola parte del suo emisferio illuminato, et quella anco di luce obliquamente ricevuta et perciò più languida, ancor che alla vista naturale ci apparisca irradiata, tuttavia il telescopio ci porta la sua specie così vicina, che comodissimamente distinguiamo la sua figura cornicolata, simile a quella della  tre giorni doppo il novilunio veduta con la vista naturale.

Hora applicando queste considerazioni al nostro proposito, dico che la , illuminata dal sole, si irraggia et incapella di fulgori lei ancora, ma non tanto quanto Venere, per esser più di quella remota dal sole, et perchè la sua capellatura non solamente è più corta di quella di Venere, ma è aggiunta et attaccata intorno a un grandissimo globo che tale per la sua vicinanza, ci si rappresenta il corpo lunare; e quindi è che la figura di essa  non solo tra la sua irradiatione non si smarrisce, ma pochissimo et quasi insensibilmente si altera, et solamente si vede che la circonferenza della parte illuminata, alquanto si eleva sopra la circonferenza della parte oscura, sì che questa pare termine di un cerchio minore, et quella di uno alquanto maggioretto: et questo apparente ricrescimento della parte lucida sopra la oscura non è altro che la irradiatione ascitizia. La quale irradiatione, se bene non è bastante, per la sua brevità, ad alterare o nascondere la total figura della