FISICA/MENTE

 

 

IL LASER PERMETTE DI FUMARE IN CLASSE

Roberto Renzetti

(1984)

 

        Insegno matematica e fisica da 15 anni e lo faccio perché ho scelto questa professione. Non mi sento quindi un frustrato, uno che si sarebbe ben realizzato con un'altra professione. La lettera la indirizzo a tutti gli interessati ma, particolarmente, a voi studenti, perché siete in grado di capire quello che sto per dire e capaci di modificare uno stato di cose che si trascina stancamente da anni.

        La scuola non funziona: è una cosa che certamente state provando sulla vostra pelle e che anche noi insegnanti stiamo soffrendo da tempo. Almeno alcuni, perché nella scuola non c'è nessuno spirito di corpo e non c'è perché non può esservi: gli interessi tra di noi insegnanti sono diversi. E neanche a dire che la divisione tra noi esistente è divisione politica in senso stretto; lo è, ma in senso lato. Alcuni tra noi credono che il mestiere di insegnante sia una professione, qualcosa che richiede, come momento di partenza, un bagaglio culturale specifico che, proprio perché operiamo nella scuola, vada cambiato, aggiustato, sistemato, aggiornato, perfezionato, migliorato, modificato, rivisto, rimesso in discussione, arricchito, preparato quotidianamente. Altri hanno imboccato la carriera di insegnanti essenzialmente perché l'orario di presenza effettiva nella scuola era tale da permettere loro di fare un'altra professione (tra queste professioni la principale, per incidenza numerica, è quella di donna di casa o mamma o moglie).

        Gli altri sono in maggioranza. E poiché il nostro status è molto aleatorio, come facciamo noi a far capire alla gente che non opera nella scuola che per fare gli insegnanti occorrono, oltre l'orario di Lezione, altre 5-6 ore di lavoro quotidiano? Quando poi si dice, come spesso si dice, che gli insegnanti non sono preparati, da una parte come insegnante mi sento coinvolto nella critica, e dall'altra, come insegnante che crede di far il suo lavoro, la respingo con forza. C'è qualcuno che parla delle nobili eccezioni. Ma si può impostare la propria vita professionale, che per sua definizione deve essere vissuta in comunità, sentendosi un'eccezione?

        Cerchiamo di capire meglio e per farlo diamo un possibile riferimento: l'insegnamento come professione. Per il lavoro di insegnante occorrono, oltre all'orario di cattedra, altre 5-6 ore di lavoro quotidiano. A tutt'oggi me le faccio tutte a casa, penso, però, che queste ore si debbano fare a scuola. Ma per fare che? Per studiare. Bastano 5 anni post-laurea senza aprire libro per ritornare analfabeti relativamente a quella materia (non è un'esagerazione ma un dato certo).

        E comunque le mie ore di presenza a scuola rappresenterebbero anche un'ottima occasione per dar vita a quella cosa chiamata quartiere (chi se ne ricorda più?). Il quartiere ha bisogno di una biblioteca e di alcuni servizi: la scuola può servire allo scopo. È inutile avere un edificio e delle attrezzature (biblioteca, palestra, laboratori, film, ecc.) per utilizzare il tutto solo 4-5 ore al giorno. È quanto di più antieconomico si possa pensare. Tutte queste cose possono essere utilizzate, quando la scuola è chiusa, dal quartiere, sotto la gestione dei Consigli di zona. Ed io insegnante posso servire allo scopo facendo da consulente scientifico per uso di laboratorio, per bibliografie, per chiarimenti e spiegazioni agli stessi ragazzi che il pomeriggio ne avessero bisogno (sparirebbero le tanto vituperate lezioni private). Ebbene, per pensare alla realizzazione di tutto ciò vi sono almeno due enormi difficoltà: la prima la incontro con quella parte dei miei colleghi che ha deciso che la scuola è il suo secondo lavoro e, poiché questa parte è quella di maggioranza, non vi sarà nessun governante che avrà il coraggio di pestare i piedi a chi domani potrebbe punirlo con il voto; la seconda è di carattere economico e riguarda il fatto che tutto quanto l'insegnante farebbe in più all'interno di una struttura organizzata a tempo pieno (per l'insegnante) dovrebbe prevedere un salario di gran lunga superiore a quello che ora viene corrisposto (che sembra proprio costruito in modo da far sì che far l'insegnante è fare un secondo lavoro).

        E veniamo, ora, alla gestione del quotidiano nella situazione reale che viviamo ogni giorno. All'insegnante si richiede fantasia: in definitiva dipende da lui far esplodere il programma in un modo piuttosto che in un altro. Si dice che in fondo questi contenuti possono anche rimanere da una parte e svolgere un programma in modo creativo. Non è vero e vorrei provare a dire il perché. Coloro che invece invocano il nostro intervento in questo senso sanno che alla fine dei corsi ci sono degli esami con commissioni esterne che vanno a misurare quanto si è fatto del programma ministeriale? Sanno costoro che se un insegnante ha svolto in modo problematico e creativo una buona parte della fisica, gli studenti sui quali questo insegnante ha sperimentato sono quanto di più indifeso possa esistere di fronte alla commissione d'esami? Ma qualcuno può osservare che anch'io sono in commissione d'esame e a questa persona domando: come faccio in circa 20 minuti a capire la creatività che c'è stata nel processo di apprendimento di quel ragazzo all'interno di un insegnamento che prescindesse dalle nozioni ma puntasse ai problemi, alla libertà di errore?

        Di quali strumenti dispongo, oltre alla mia buona disponibilità affettiva? E questi strumenti sono solo legati al buon senso o hanno una qualche base oggettiva? Oltre all'insegnante straordinario si vuole anche l'esaminatore straordinario. Improvvisare dovrebbe essere il nostro motto; non credo che molti, tra voi studenti, siano d'accordo con ciò ed inoltre c'è un sottile pericolo che s'annida in tutto questo: quando la sperimentazione (nella nostra accezione: «improvvisazione») non è controllata da un gruppo di lavoro, da classi parallele o da quel che si vuole (purché non sia il Ministero poiché, per esperienza, so che è incapace di farlo) rischia di chiudersi su se stessa e ciascuno di quelli che vi lavora è convinto di ave- re fatto cose stupende che poi si vanno a scontrare con il fatto che, ad esempio, si è lavorato in modo banale su delle banalità (oltre all'altro rischio sempre presente, in mancanza di una precisa programmazione con dei concreti obiettivi da conseguire: l'alibi per certi insegnanti per non fare nulla, per fare fisica come un racconto, magari affascinante, ma privo di ogni scientificità).

        Con la matematica il problema si presenta in modo addirittura più condizionato: la prova di maturità viene preparata altrove e prevede la stretta conoscenza di tutto il programma ministeriale, per fare il quale sono appena sufficienti le ore che si hanno a disposizione (è esperienza di molti insegnanti il sacrificare ore di fisica alla matematica proprio per quello spettro che è la prova di matematica; e si tenga conto che se una tua classe si presenta alla maturità con tutti gli studenti che non sono in grado di fare i problemi c'è una relazione su di te che il Presidente della Commissione invia al Ministero).

        Certo che spesso sono stato tentato di fare altre cose, spesso, soprattutto in connessione con la fisica, mi veniva di sviluppare, ad esempio, il calcolo vettoriale; bisognava subito rientrare nei ranghi e scordarsi il sogno.

        Ma c'è ancora da insistere su questo punto. Supposto che si possa improvvisare, costruire giorno per giorno su problematiche che si vanno arricchendo in seguito a domande, verifiche, insuccessi, ulteriori domande, ecc., chi avrebbe dovuto prepararci a ciò? L'università non l' ha fatto perché non voleva o non era in grado.

        Ed ha ragione Carlo Bernardini a sostenere che è meglio preparare dei ricercatori che poi vanno a fare gli insegnarti piuttosto che abbassare il livello. (cfr. "L'Espresso" 26-2-1984).

        Quali mezzi ci sostengono invece all'interno della scuola? La biblioteca è sempre stravecchia. Il laboratorio, quando c'è, è attrezzato in modo non versatile. Cosa si può «inventare» quando è tutto predeterminato? Ma si può ricorrere agli strumenti semplici. Vero, ma per quanto inverosimile possa sembrare, è più facile all'interno di una scuola comprare un oscilloscopio che non dei vetrini, dell'alcool, del nastro isolante, delle stecche di legno, dei profilati metallici. E poi c'è sempre il problema dell'inventariare ciò che si compra e il preside illuminato che di scienza ne sa più di te che ti spiega: «Professore perché sprecare i soldi in queste stupidaggini? Compriamo un bel laser».

        Come faccio a dirgli che poi mi servirebbe anche uno schermo, un banco ottico, qualche lente e, se possibile, qualche fenditura? Alla fine si compra il laser e senza quelle altre cose che dicevo lo metto nel museo delle magie che la scienza offre, approfittando magari del fatto che il laser mi permette di fumare in classe (per far vedere il fascetto).

        E poi, il tecnico. Sembrerà strano, ma questa figura sta diventando rara. A che serve un tecnico? Dovrebbe essere l'anima del laboratorio: messa a punto degli strumenti, preparazione di esperienze, consultazione di cataloghi, costruzione di strumenti (scusate ma mi piace pensarlo). Una delle solite leggi infami ha elevato lo status dell'assistente a professore (niente di male che un assistente divenga professore, lo si faccia pure preside o ispettore o direttore generale, ma gli si faccia fare quel lavoro!) ed in questo modo gli assistenti sono spariti dai laboratori.

        Ma tu puoi organizzarti da solo! È vero, però, faccio notare che mi si sta chiedendo qualcosa che è ancora al di fuori della mia professionalità. Faccio da solo e per farlo ho svariate ore da dedicare al lavoro. Forse che hanno ragione quelli che prendono le esperienze preconfezionate da una delle ditte che le produce? O, più in generale, quelli che mi dicono «Ma lascia perdere! Chi te lo fa fare!»? O che anch'io debba rassegnarmi a diventare uno della maggioranza? Io credo fermamente di no, però mi sento sempre di più il Fantozzi della situazione.

 


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