IL NOSTRO POSTO NELLO SPAZIO, NEL TEMPO ED ALTRO
Roberto Renzetti
Inizio una carrellata divulgativa su alcune questioni fondamentali che ci riguardano molto da vicino ma sulle quali sappiamo generalmente poco.
Per farlo inizio da una frase di Kant che mi sembra ancora profondamente rispondente a quanto comunemente viviamo:
“I nostri sensi non ci ingannano, non perché giudichino sempre bene, ma perché non giudicano mai”
E’ utile, per capire che tipo di valutazioni fanno i nostri sensi, nel
mettersi in rapporto con il mondo circostante, fare degli esempi che
clamorosamente fanno intravedere che tali sensi sono limitati o devono essere
guidati.
Cosa
vediamo?
Riporto di seguito delle immagini, aggiungendo un piccolo commento a
ciascuna.

L’
immagine data è un classico. Anche la domanda che segue è classica: cosa
rappresenta l’immagine? Beh, se date una risposta avete messo a fuoco dei
tratti fornendo voi un determinato ordine. Se infatti vedete una bella signora
fine Ottocento rivolta verso la sua destra, avete stabilito delle corrispondenze
tra la neutra immagine ed i vostri canoni interpretativi. Se, viceversa, nella
foto vedete una vecchia che ha un nasone disegnato dalla leggiadra mandibola
della signora di prima e che ha per bocca il collier della dama precedente,
allora avete fornito, con i vostri sensi un’altra lettura dell’immagine che
continua a restare la stessa.
Si
può proseguire con altre immagini che possono essere lette in modo almeno
duplice. Ne fornisco altre due scrivendo sotto di esse le due possibili letture.

Antilopi rivolte verso destra o teste di uccelli con becchi aperti verso
sinistra?

1°)
Un viso ghignante o una persona che chiede l’elemosina?
2°)
Una coppa o due persone che si guardano fissamente negli occhi?

Una
signora o Clinton al sax?

Uno
o due volti?

Un
teschio o una signora allo specchio?
Vi
sono poi altri tipi di immagini che ci forniscono una realtà deformata per
disturbi che vengono creati alla nostra vista. Inizio con una di esse (illusione
di Zellner):

Gli
otto segmenti obliqui tracciati sono perfettamente paralleli, eppure quei
trattini disegnati in quel modo “rompono” il nostro modo di interpretare e
noi non vediamo parallelismi. Analogamente nelle figure seguenti, si tratta
sempre di rette parallele che per differenti “disturbi” non lo sembrano.

(illusione
di Hering)




Di
seguito incontriamo altre immagini che interpretiamo in modo non corretto.

Due
archi di circonferenza identici che non lo sembrano.

La
trasversale che taglia quei “segmentoni” paralleli è una retta, anche se
sembra spezzata (illusione di Poggendorf).

Le
aree “occupate” dai segmenti delle due figure sono identiche ed anche la
lunghezza di ogni singolo segmento è la stessa (illusione della “pipa”).

Il
segmento ab ha la stessa lunghezza del segmento bc (illusione di Müller-Lier).

Anche
le due aree disegnate qui sopra sono identiche.
Andiamo
ora a “vedere” altri disturbi che la nostra vista può subire. Nelle figure
seguenti abbiamo dei quadrati che non lo sembrano.



Nelle
seguenti abbiamo dei cerchi concentrici che sembrano delle spirali.



In
quest’altra delle circonferenze che sembrano ovali:

Ulteriori
errori di nostra valutazione possono discendere da altri disturbi. Nella figura
seguente, il cerchio appare deformato:

Nella
seguente, appaiono dei pallini neri che non vi sono:

In
quest’altra, le dimensioni degli omini, rigorosamente uguali, sono falsate da
un effetto prospettico:

Di
interesse sono anche le immagini che seguono. Nella prima, una serie di segmenti
sembrano sistemati su di un piano ma, organizzati opportunamente, forniscono una
immagine tridimensionale:

Nella
seconda, il cubo è proteso in avanti o è rientrante?

Altri
due disegni, proposti da J. D. Barrow, tentano un avvicinamento a come funziona
l’elaborazione cerebrale dei dati sensoriali. Nel primo, formato da anelli di
punti, concentrici ed ugualmente spaziati; con ogni anello che contiene lo
stesso numero di punti ed i punti di anelli alternati sono allineati in senso
radiale. Da una parte quindi esistono queste strutture precostituite,
dall’altra l’occhio percepisce tre schemi dominanti: anelli concentrici in
prossimità del centro; “petali” di grandezza crescente ad una certa
distanza dal centro; linee rette radiali vicino al perimetro.

Nel
secondo (“disegno di Marroquin”) è evidente un flusso continuo di
configurazioni differenti. L’occhio tende
a ritrovare configurazioni circolari sempre più ampie che alla fine si
dissolvono in più centri locali. Nel disegno vi è anche un’altra
configurazione più sfuggente e che molti non riescono a vedere: una sorta di
croce svizzera a dodici lati inscritta in ciascuno dei cerchi più grandi,

Un
ultimo esempio di come l’occhio, il senso che per primo ci avvicina a
conoscere, reagisce proviene dalle
due immagini seguenti (disegnate da Morgan Sendall per l'esperimento di
Sheldrake attraverso la TV):

Ebbene
è interessante scoprire cosa nascondono e, nel caso non si riuscisse
nell’impresa, la soluzione è QUI.
Perché tutta questa lunga premessa? Perché noi ci avviciniamo alla conoscenza del mondo esterno con i nostri sensi. Tali sensi, pur essendo eccellenti strumenti per la vita quotidiana, sono piuttosto grossolani e superficiali per indagare la natura con precisione sempre maggiore. Spesso accade ciò che, non a caso, è detto violare il senso comune. Non ci si deve stupire quindi se, ad indagini sempre più accurate, il mondo che ci è offerto da una prima “visione” cambia di immagine ed ha comportamenti diversi da quelli che sembrerebbero “sensati”.
In
che limiti di variabilità delle grandezze note siamo immersi?
L’immagine
seguente, utilizzata dall’astronomo francese C. Flammarion (1842-1925) per
illustrare uno dei suoi libri, rappresenta in modo eccellente la voglia di
conoscere dell’uomo, voglia che esplose in Europa durante il Rinascimento.

Da
questa voglia con l’impegno e la fatica di generazioni di studiosi si sono
messe insieme alcune conoscenze, certamente parziali e del tutto incomplete, che
vale la pena di seguire.
Ognuno
di noi occupa una posizione nello spazio fisico. Questo spazio è sempre inteso
a tre dimensioni che vengono comunemente indicate con tre lettere
dell’alfabeto x, y, z. Una terna di tre numeri, dopo aver stabilito un punto
da dove si “conta”, determina una posizione nello spazio a tre dimensioni di
un determinato punto P.

E’
proprio così? Gira la testa se si dice che siamo in uno spazio a quattro
dimensioni? Proviamo a dire. E’ certamente vero che due oggetti non possono
occupare nello stesso tempo lo stesso luogo. Ma come faccio a dire che in quel
luogo ieri c’ero io ed oggi c’è un’altra persona? Se pensiamo un attimo,
a quell’oggetto occorre associare un altro numero: l’istante, il tempo in
cui esso si trova in un certo luogo. Se io allora dico: quel sedile a
quell’ora ho individuato bene il tutto ed ho anche messo in mezzo la
possibilità che quel sedile, ad altra ora, sia occupato da altra persona. Siamo
quindi nella necessità di introdurre anche il tempo, per avere informazioni più
complete su un mondo che cambia. Ed allora ci servono 4 numeri per parlare di un
certo oggetto: i tre numeri che ci fornivano il luogo ed il numero che ci
fornisce il tempo: x, y, x, t. Ma già qui ci troviamo in difficoltà per
disegnare questa cosa. Non ne siamo capaci. Possiamo aiutarci con una immagine
mentale: pensare quei tre assi rispettivamente perpendicolari appena disegnati,
muoversi.
Queste
quattro coordinate spazio-temporali, queste quattro variabili, ci permettono di
seguire un dato avvenimento nel suo svolgersi temporale. Certo, sarebbe troppo
ambiziosa una descrizione completa. Per ora ci accontentiamo della descrizione
di un corpo semplice (una sferetta) in moto. Ed anche pensando solo a questo
relativamente semplice evento, le cose non sono così facili perché vi sono
altre cose che possono accadere, al passare del tempo. E’ possibile, ad
esempio, che vari la pressione e/o la temperatura. Si capisce subito che ad ogni
variabile corrisponderebbe un asse, una dimensione e più aumentiamo le
variabili e più aumentano le dimensioni del mondo e più siamo in difficoltà a
disegnarlo, a descriverlo, a raccontarlo. In questi casi si usa un artificio
semplice ed utile. Si fa l’ipotesi che tutto il resto non cambi (almeno per un
breve tempo) e si segue solo la variazione di una grandezza quando se ne
modifica un’altra.
Vi
è poi un’altra questione che ci deve far riflettere: quelle linee sulle quali
prendiamo delle distanze o tempi o quel che volete, le posso allungare fino
all’infinito? E che vuol dire infinito? E se non posso andare fino a quel
fantomatico infinito, fino dove posso arrivare? I problemi sono enormi e su di
essi la filosofia prima e la fisica dopo si sono cimentati per secoli. Il fatto
è che la filosofia su queste cose può solo fare metafisica. E’ la fisica che
deve tentare di trovare i limiti entro cui si muove l’uomo, limiti che
riguardano ogni grandezza che si conosce e/o che si vuole conoscere.
Facciamo
esempi di grandezze che ormai dovrebbero essere patrimonio di tutti: la
temperatura (T) e la velocità. La fisica ha a tutt’oggi (non userò più
quest’ espressione, sarà scontato che le conoscenze scientifiche sono sempre
provvisorie) individuato dei limiti per esse (non si va al di sotto di – 273
°C che è la temperatura che si
chiama zero assoluto o Kelvin, 0 °K; non si supera la velocità della luce che
è di 300.000 Km/s). Per altre grandezze, come la pressione, non sappiamo nulla
di loro limiti. Ciò vuol dire che partiamo da uno zero e, in teoria, andiamo
fino all’infinito. Ma qual è l’ambito di variabilità di tali grandezze che
riguarda la nostra vita quotidiana? Con abbondante approssimazione, si può dire
che, a regime, noi viviamo tra i -
60 °C (213 °K) ed i + 60 °C (333 °K). Per la pressione, credo si possa dire
che la nostra vita si svolge tra la mezza atmosfera e l’atmosfera e mezza. Se
mettiamo questi valori su di un piano pressione-temperatura (P,T), scopriamo che
noi ci muoviamo in un ambito limitatissimo.

Se
solo si pensa che vi sono luoghi in cui l’aria è solida ed altri in cui il
ferro è allo stato di vapore, ci si rende conto della precarietà estrema della
nostra situazione: in quell’ambito, piccolissimo, fuori del quale è la fine.
Ma
vediamo le lunghezze che in qualche modo dominiamo, riusciamo a comprendere
davvero. Disegno su di un solo asse la situazione.

Dico
a parole ciò che ho rappresentato. Noi abbiamo la possibilità di controllare
con i nostri sensi grandezze che vanno da un ordine di grandezza del millimetro
ad un ordine di grandezza del chilometro. Noi non siamo in grado di capire, se
non in modo forzatissimo, cosa sono i 100 chilometri o cosa è il millesimo di
millimetro. Se poi scendiamo a lunghezze che sono più piccole del
decimiliardesimo di metro, allora anche le leggi che regolano il nostro mondo
macroscopico, debbono essere modificate e, da quelle parti, non vale più la
fisica classica, quella di Newton, ma occorrono modifiche sostanziali che sono
state introdotte nella fisica all’inizio del ‘900, con l’elaborazione
della fisica dei Quanti. Sulle lunghezze e quindi distanze molto grandi,
a livello cosmologico, tornerò più oltre.
Passo
ora alla velocità. Seguo lo stesso metodo: rappresento e poi discuto in breve.

Un
centometrista, l’uomo più veloce del mondo, si avvicina ai 10 m/s, cioè ad
un centesimo di chilometro al secondo. Andare a 10 km/sec equivale alla velocità
raggiunta dall’astronave andata sulla Luna, circa 36.000 Km/h! La velocità di
un caccia moltiplicata per 10. Fuori da qui noi non sappiamo pensare altre
velocità. Per velocità che invece ci offre la natura dobbiamo prendere atto di
quel limite di cui dicevo. E per velocità vicine a quel limite, anche qui, le
descrizioni che possiamo dare del mondo non tornano più con la fisica di
Newton. Si è dovuta elaborare una nuova fisica, sempre agli inizi del ‘900,
la Relatività ristretta.
Solo
su un’altra grandezza mi soffermo. Anche qui per far intendere i limiti che
abbiamo. Parlo della frequenza, del mondo delle onde che ci circondano.
Rappresentiamo e discutiamo in breve.

In
quel piccolo intervallo di frequenze (mi riferisco sempre ad ordini di
grandezza) la gran parte di noi riesce a sentire. In un ancora più piccolo
intervallo riusciamo a vedere. Ciò vuol dire che siamo ciechi e sordi! Un
universo pieno di segnali, pieno di informazioni, … e noi in cerca di
strumenti per tentare di cogliere qualche briciola!
L’adattabilità
della vita
Si
sa che la selezione naturale può indirizzare lo sviluppo della vita in modo
tale da renderlo strettamente adeguato al proprio ambiente e da farlo cambiare
con i cambiamenti dell’ambiente, se questi non hanno luogo troppo
rapidamente.
Si
pone, a questo punto, una domanda importante: fino a che punto le condizioni
necessarie alla vita sulla Terra sono semplicemente un riflesso delle condizioni
in cui si è sviluppata la vita terrestre? E fino a che punto sono
indispensabili per qualsiasi forma di vita ? Siamo in grado, insomma, di
stabilire qualche limite alle possibilità della selezione naturale di adattare
la vita alle diverse condizioni ?
Sappiamo
con certezza che le forme di vita più altamente sviluppate tendono ad essere più
sensibili ai cambiamenti delle condizioni esterne in quanto sistemi
chimico-fisici più complessi. Le forme di vita più semplici invece, anche
sulla Terra, possono adattarsi alle condizioni più avverse:
-
l’ossigeno libero nell’atmosfera non è affatto necessario alla vita
di alcuni muschi ed alcune alghe;
-
ad alcuni batteri che vivono in pozzi petroliferi ad oltre 4.000 metri di
profondità non sembra necessaria la luce del Sole;
-
il bacillo Boracicola vive a circa 90 °C in una soluzione al 10% di
acido solforico mostrando disinteresse per temperatura ed acidità;
-
altri batteri vivono nel cloruro di mercurio, potente veleno per
qualsiasi altra forma di vita sulla Terra;
-
certe muffe e certi batteri possono vivere a 3.000 atmosfere, con
completo disinteresse per una pressione che stritolerebbe una portaerei;
-
addirittura il lievito può vivere fino ad 8.000 atmosfere;
-
a pressioni quasi nulle, ad altissime quote nell’atmosfera (22.000
metri),vivonoaltri batteri;
-
spore e semi vivono patentemente nel vuoto mostrando che anche questa
cosa non crea problemi.
Possiamo concludere
come abbiamo iniziato: più elevata è la temperatura, più elevata la
probabilità che molecole complesse si scindano e ciò sembra porre un limite
superiore di temperatura per organismi viventi complessi; quando la temperatura
si abbassa, c’è uno scotto da pagare: più la temperatura scende, più
diminuisce la velocità delle reazioni chimiche, ed una “vita” a bassa
temperatura sarebbe assai più “lenta” della vita terrestre [dove è scritto
che la vita media deve aggirarsi sui 70 anni?].
Noi esseri umani siamo comunque abituati a vedere le cose dal nostro
punto di vista. E’ evidente, ad esempio, che l’acqua sul pianeta Terra ha
giocato un ruolo fondamentale. Ma altrove? Quanto qui detto mostra che noi umani
ci serviamo sempre di un principio antropico, nelle sue formulazioni debole
e forte.
Principio antropico
debole
In
un universo che è grande o infinito nello spazio e/o nel tempo, le condizioni
necessarie per lo sviluppo di vita intelligente si troveranno solo in certe
regioni limitate nel tempo e nello spazio. Gli esseri intelligenti di queste
regioni non devono sorprendersi se osservano che il loro posto nell’universo
soddisfa le condizioni necessarie alla loro esistenza [è come un ricco tra
ricchi che non si accorge dei poveri]. Un esempio di questo principio antropico
debole è il Big Bang. Esso sarebbe avvenuto un miliardo (109) di
anni fa perché questo è il tempo approssimativamente necessario allo sviluppo
di esseri intelligenti.
Principio antropico
forte
Solo in mondi con le stesse condizioni del nostro si può sviluppare vita
intelligente e gli esseri intelligenti di questi mondi si chiederebbero: perché
l’universo è come lo vediamo? La risposta è semplice: se fosse stato
differente noi non saremmo qui.
E’ da notare che su
queste cose non discutono solo dei filosofi, ma fior fiore di fisici.
L’universo
in primissima approssimazione (spazio geometrico e fisico)
Noi
tutti ci troviamo su un pianeta, la Terra. Più o meno possiamo capire quanto
essa sia grande. Essa ha una circonferenza massima di circa 40.000 Km. Con un
aereo di linea che viaggi alle velocità medie di tali aerei, ci vorrebbero 2
giorni a fare il suo giro completo. E’ una grandezza che “comprendiamo” e
non è al di fuori della nostra portata (non parlo, naturalmente, di economia).
La
Terra ha un raggio di 6.500 km. Le terre emerse sono circa il 30%. Le profondità
massime come le montagne più alte si aggirano sui 10 Km. Anche l’atmosfera ha
mediamente una tale altezza dal livello del mare, ma già a 10 Km di quota
l’uomo non avrebbe ossigeno sufficiente.
La
vita dell’uomo è localizzata in quella ristrettissima buccia che è
l’atmosfera. Se la Terra la pensiamo grande come un pallone che ha il diametro
di un metro, l’atmosfera sarebbe spessa come un foglio di carta poggiato sopra
tale pallone. Incredibile, eh? Eppure siamo lì dentro! Inoltre noi non
utilizziamo tutto quell’”enorme” spessore del foglio di carta: solo un
centesimo di esso.
Prima
di continuare è utile introdurre una semplicissima notazione matematica, le
potenze di 10, un semplice concetto di metrologia ed un semplice concetto di
“fisica”.
I
numeri si possono dare come potenze di 10. Se io voglio dire 1, dirò 10°, se
voglio dire 10 dirò 101, se voglio dire 100 dirò 102, se
1.000 dirò 103, … e così via. In pratica il numeretto che è in
alto a destra di 10 mi dice quanti zeri dovrò mettere dopo l’uno. Avverto che
questi numeretti sembrano innocui, ma se ben compresi, fanno paura. Dire per
esempio 1089 è piuttosto facile ma se dicessi che questo numero
rappresenta il numero di atomi stimati costituire l’intero universo, allora
cominciamo ad intendere quanto in modo semplice riesco a scrivere, piuttosto che
mettere un uno seguito da 89 zeri (quasi una intera riga di questo scritto). La
parte metrologica prevede l’affermare che l’unità di lunghezza riconosciuta
internazionalmente è il metro (con i suoi sottomultipli, multipli ed
unità semplificative – come vedremo -). La parte “fisica” afferma
semplicemente che noi ci occuperemo di ordini di grandezza che sono
appunto quelli che procedono per potenze di 10 dell’unità (nel nostro caso)
metro. Per intenderci l’uomo ha un’altezza inferiore ai due metri e molto
minore ai 10 metri, il suo ordine di grandezza sarà il metro, 10° metri; una
casa ha come ordine di grandezza 101 metri, un grattacielo ha un
ordine di grandezza compreso tra 102
e 103 metri (se andranno in porto i megaprogetti di cui si discute);
una montagna tra 103 e 104 metri; …. ; il raggio della
Terra (i 6.500 Km di cui prima) ha un ordine di grandezza di 107
metri; la distanza Terra-Luna ha un ordine di grandezza di 108 metri;
la distanza Terra-Sole è di 1011 metri; …. (come si può vedere i
numeretti in alto a destra si mantengono piccoli, ma già stanno descrivendo
distanze gigantesche).
Ritorniamo
sulla Terra. Essa ruota intorno al Sole ad una distanza media di 150 milioni di
chilometri. Qual è il rapporto tra i volumi di questi due oggetti? Vediamolo
con un paragone ed un disegno. Se la Terra fosse grande come una capocchia di
spillo, alla stessa scala, il Sole sarebbe una sfera di 15 cm di diametro e si
troverebbe a 15 metri di distanza.

Ancora alla medesima
scala, la stella più vicina avrebbe il diametro di 15 cm e disterebbe 3.000 Km.
Fornisco alcuni dati che quantificano il sistema solare:
- Diametro della Terra
13.000 Km
- Diametro del Sole
1.400.000 Km
- Diametro orbita della
Terra
300.000.000 Km
- Diametro orbita di
Marte
450.000.000 Km
-
…………………………
...………………..
- Diametro orbita di
Plutone
11.800.000.000 Km
E’ utile ora introdurre una unità di misura di lunghezza di
estrema importanza: l’anno luce.
Si tratta della
distanza che la luce percorre in un anno. La luce (nel vuoto) ha la più elevata
velocità nota: essa viaggia a 300.000 chilometri al secondo (ogni secondo essa
sarebbe in grado di fare 8 volte il giro della Terra all’Equatore),
moltiplicando questo numero per 60 si ha il minuto luce (la distanza percorsa
dalla luce in un minuto), moltiplicando ancora per 60 si ha l’ora luce,
moltiplicando ancora per 24 si ha il giorno luce, moltiplicando ancora per 365
si ha l’anno luce. Facendo tutte queste moltiplicazioni si trova che un anno
luce vale circa 9.000.000.000.000 Km, cioè un ordine di grandezza di 1015
metri.
Con questa nuova unità, indispensabile per trattare con numeri grandi,
come quelli che incontriamo nell’universo, quanto impiega la luce dal Sole ad
arrivare sulla Terra? Otto minuti.
Quando al mattino
vediamo il Sole levarsi all’orizzonte, esso si è già levato da 8 minuti. Noi
vediamo il Sole di otto minuti prima. In teoria, se fosse esploso dopo essersi
levato, continueremmo a vederlo ancora intatto per otto minuti.
Disegnamoci ora il diametro del sistema solare:

si vede subito che la
luce del Sole impiega 7 ore per raggiungere Plutone e impiegherebbe 14 ore per
percorrere l’intero sistema solare.
E questo Sole, quanto è grande? Ed il sistema solare? Insomma, con che
grandezze abbiamo a che fare?
Mettiamo un puntino al centro delle circonferenze seguenti ed abbiamo il
Sole:

la circonferenza
tratteggiata più interna rappresenta l’orbita di Marte; quella seguente a
tratto continuo le dimensioni della stella Mira; la linea tratteggiata
successiva, le dimensioni della stella Betelgeuse; l’ultima, a tratto
continuo, le dimensioni della stella gigante Orione. Anche qui uno inizia a
perdersi se solo si ricorda che siamo confinati dentro quella piccola parte di
buccia atmosferica.
Ed il nostro sistema solare dove è localizzato, nell’universo? Nella
nostra galassia (la Via lattea). Vediamolo con due disegni schematici:


Il
primo disegno schematizza la nostra galassia vista in sezione con le sue
dimensioni approssimate. Il secondo mostra la galassia vista dall’alto
(o dal basso). In ambedue i disegni figura il sistema solare, una cosa
minuscola, microscopica, ai bordi della spirale, nella sua parte fossile,
morente. Inoltre: il Sole gira intorno al centro della galassia
con un periodo di 250.000.000 di anni e con una velocità di 200
chilometri al secondo. La stella più vicina al Sole, nella galassia, è Proxima
Centauri che si trova solo a 4,26 anni luce. Per arrivarci, con le astronavi più
potenti mai realizzate o pensabili, ci vorrebbero circa 100.000 anni.
Il
diametro della galassia è 60.000.000 di volte più grande di quello del sistema
solare (se la galassia fosse lunga come l’Italia – 1.100 Km – il sistema
solare sarebbe grande come un seme di zucca – 1,5 cm -). In essa vi sono circa
due miliardi di stelle (ad occhio nudo se ne vedono circa 6.000). La massa della
galassia è molto piccola, 10-27 kg/cm3 (prevale di gran
lunga il vuoto sulla materia), essa è pari a 100 miliardi di volte quella del
Sole: Ciò equivale a circa 1 o 2 neutroni (o protoni) per ogni centimetro cubo
o ad un atomo di idrogeno ogni centimetro cubo. Per capire di cosa si parla si
tenga conto che in ogni centimetro cubo di gas idrogeno, sulla Terra, vi sono
circa 6.1023 atomi (600.000.000.000.000.000.000.000 atomi!!!).
Intorno
alla galassia vi sono circa 200 ammassi stellari o ammassi globulari (si
può arrivare a circa 100.000 stelle per ognuno).
E
fino qui siamo nella “miseria” della nostra galassia con qualche periferia.
Il fatto è che anche le galassie si raggruppano in ammassi. La nostra galassia
fa parte di un ammasso di circa una ventina di esse situate entro un raggio di
circa 4 milioni di anni luce dalla nostra. Il nome di questo ammasso è Gruppo
Locale. Tra queste galassie vi è
quella di Andromeda che è la più vicina alla nostra, circa 1,5 milioni di anni
luce. La prima galassia, dopo quelle del Gruppo Locale, più vicina a noi è
quella della Vergine (ammasso di circa 100 galassie). Essa dista circa 30
milioni di anni luce.
A
tutt’oggi si conoscono oltre 100.000.000 di galassie che distano mediamente
tra loro circa 50 volte il loro diametro medio. Gli ammassi di galassie distano
da noi anche svariati miliardi di anni luce. Ad esempio il quasar OH 471 è
stato osservato a 12 miliardi di anni luce.
Nell’ammasso
della Chioma di Berenice vi sono circa 1.000 galassie che si estendono per 100
milioni di anni luce. Quest’ammasso dista da noi 300 milioni di anni luce.
Ercole, che dista da noi 500 milioni di anni luce, è l’ammasso che sembra
essere il più grande fino ad ora osservato.
Nell’ammasso
di Perseo e Pesci vi sono svariati ammassi più piccoli (A 426, A 347, A 262,
NGC 383, NGC 507) che sono allineati in modo da formare una sorta di filamento
leggermente curvo. Ci troviamo a 200 milioni di anni luce.
Nell’ammasso
di Perseo e Petaso, vari ammassi più piccoli (20) formano un filamento a forma
di serpente che si estende per un miliardo di anni luce.
Su
questo si potrebbe continuare per migliaia di pagine. Vi sono altri argomenti da
aggiungere con caratteri differenti: le galassie si allontanano l’una
dall’altra ad una velocità media di circa 1.100 chilometri al secondo.

In
proposito vale la legge di Hubble: le galassie si allontanano tra loro ad una
velocità direttamente proporzionale alle distanze che le separano. Il grafico
seguente illustra la situazione: più le galassie sono lontane più sono dotate
di elevata velocità.

Da questa cosa si può fare un conto a ritroso. Percorrendo “a marcia
indietro” il cammino delle galassie, si può tentare di capire qual è stato il
passato e datare l’ipotetica origine dell’universo (ultimamente
l’ipotesi del big-bang ha perso forza e si sta tentando di capire cosa mettere
al suo posto).
Il
riassunto schematico di quanto detto è angosciante e lo si può intuire dalle
figure seguenti:

In questa prima, al
centro vi è la nostra galassia. Sono poi state tracciate delle circonferenze di
raggi 400.000 anni luce e 1.500.000 anni luce (ridotte in scala a 2 cm e 7,5
cm). Dentro di esse vi sono gli oggetti spaziali più importanti (i punti
rappresentano delle stelle o dei gruppi di stelle mentre le spirali
rappresentano delle galassie). Vediamo ora la seconda figura.

Questa
figura è disegnata con una scala 300 volte più piccola della precedente. Qui
vi sono delle circonferenze di raggi 300.000.000 di anni luce e 600.000.000 di
anni luce (ridotte in scala a 5 cm e 10 cm). Il punto di intersezione della
crocetta che vi è al centro rappresenta la prima figura! Ora un piccolo punto
rappresenta un cumulo di meno di 50 galassie mentre un punto più grande
rappresenta un ammasso di più di 50 galassie.
Cosa
c’è oltre un raggio di 600.000.000 di anni luce dalla nostra galassia? Ancora
moltissime cose che quotidianamente vengono osservate con sistemi diversi e
sempre più sofisticati (abbiamo già detto che si sono osservati oggetti a 12
miliardi di anni luce, distanza che rappresenta una circonferenza con un raggio
dalla nostra galassia 20 volte superiore all’ultima circonferenza che abbiamo
considerato nella seconda figura).
Adesso
si faccia l’operazione mentale di ritornare all’uomo, in questo infinitesimo
di universo che è la buccia atmosferica in cui vive. Ci si renderà conto della
sua effimera esistenza.
Se
facciamo considerazioni sul tempo, a questo punto le cose non possono essere che
semplicissime. Da quel ritorno indietro di cui si parlava a proposito della
legge di Hubble, si stima una vita dell’universo materiale in 15 o 20 miliardi
di anni. Basta. Cosa c’era prima? Non è dato per ora saperlo. Il tempo
continuerà a scorrere come fino ad ora? Non è dato per ora saperlo. Questi
sono i confini della nostra conoscenza attuale nell’ambito delle teorie
fisiche accettate comunemente. E, si deve tener conto che tali teorie nascono
con l’uomo al centro dell’indagine.
Ora
facciamo il seguente esercizio: andiamo in una porticina laterale che immette
nella basilica di San Pietro. La porta è chiusa e noi possiamo vedere solo un
infinitesimo di tale meraviglia complessa. Da questo poco che vediamo
pretendiamo di descrivere la basilica, con tutti i pregiudizi che ci portiamo
dietro. Siamo presuntuosi ma questa sfida è quella che ci fa crescere nella
conoscenza.
Che
“forma” ha questo spazio? E che senso ha parlare di forma? (una breve
rassegna storica).
Da
sempre l’uomo ha tentato di capire che posto occupasse nello spazio e come
fosse tale spazio. Lo spazio prima piatto, poi finito, poi chiuso, a forma di
semisfera, poi di sfera, poi a forma di tabernacolo, …, poi interminato, poi
infinito, quindi curvo. Ecco, il problema della sua infinità è stato quello più
dibattuto nell’epoca d’oro della filosofia classica. Uno dei più autorevoli
pensatori dell’antichità classica, Aristotele, la cui influenza durerà per
oltre 2.000 anni, limitava il mondo in una sfera (quella delle stelle fisse)
che, a conti fatti successivamente, risultava estremamente piccola. Nessuno
modificò ciò fino a Copernico che ampliò il mondo di circa 2.000 volte.
Restavamo comunque con un mondo limitato da una sfera e piccolo. Il primo che si
fece propagandatore per tutta Europa di un mondo infinito fu Giordano Bruno. Le
sue idee furono riprese con timore solo più tardi e comunque nel Nord Europa,
lontani dall’influenza della Chiesa di Roma. Lo stesso Galileo, molto legato
alla laicità della ricerca scientifica, non aveva elementi per parlare di
infinità del mondo. Egli, pur non considerandolo più racchiuso in una sfera,
lo definiva interminato. Le definizioni più contundenti e apparentemente
definitive di spazio e tempo vennero da Newton. Lo spazio, definito assoluto,
deve essere inteso come infinito nelle tre dimensioni (come un cubo le cui
dimensioni crescono tutte all’infinito). Esso è
immobile ed indifferente a ciò che vi accade. E’ un poco lo spazio
geometrico di Euclide che fa da teatro dentro cui si svolgono i fatti
dell’universo. Per quel che riguarda il tempo invece si afferma che vi è un
tempo assoluto che scorre uniformemente allo stesso modo in qualsiasi parte
dell’universo. Qui c’è della metafisica che subentra nella descrizione del
mondo fisico. Questo spazio non è una entità sperimentabile: è una pura
costruzione mentale che sovrappone due oggetti in sé differenti: lo spazio
matematico e quello fisico. In tal senso è ancora da ricordare la modernità di
Galileo che non si faceva trasportare nell’osservazione della natura da
emozioni metafisiche.
Tra
le altre, alcune critiche importanti alle affermazioni di Newton, vennero da
Berkeley. Egli rifiuta il concetto di spazio assoluto, affermando che di esso
non vi è necessità. I moti e gli altri fenomeni si possono ben riferire alle
stelle fisse (non più intese su di una sfera!) che sono entità fisiche.
L’autorità di Newton non fu neppure sfiorata. Per almeno 100 anni le sue
concezioni del mondo furono universalmente accettate.
Sul
finire del Settecento, Kant iniziò una critica di interesse alle concezioni
newtoniane. Egli definisce spazio e tempo in modo diverso dagli altri
“oggetti” della fisica: essi sono considerati come puri prodotti
dell’intelletto dei quali ci serviamo per coordinare i dati della realtà
esterna. Si tratta di forme soggettive dei fenomeni (tutti gli oggetti di una
esperienza possibile) che, tra l’altro, ci appaiono non per quello che sono ma
per come li vediamo (si ricordi quanto dicevamo all’inizio di questo lavoro).
L’influenza di Kant, unita all’emergere del Romanticismo (tenendo da una
parte le bestialità di Hegel in proposito), fecero da substrato sul quale,
durante tutto l’Ottocento, si elaborarono concezioni di spazio e di universo
sempre più differenti dall’approccio newtoniano.
Intanto
fu la matematica a affondare una critica al suo spazio, a quello euclideo.
Le
geometrie non-euclidee
Il quinto postulato di Euclide, nella forma datagli da Proclo (5° secolo
d. C), così recita:
"Per
un punto non giacente su una retta passa, nel loro piano, una sola parallela ad
essa".
Per secoli ci si era impegnati a trovare una qualche dimostrazione di
questo postulato finché, agli inizi dell' 800, si riuscì a provare
l'impossibilità di dimostrarlo. Coloro
che dettero il più rilevante contributo a questa impresa furono il matematico
ungherese Janos Bolyai (1802 - 1860) ed il matematico russo Nikolaj I.
Lobacevskij (1793-1853) negli anni che vanno dal 1823 al 1855 [il primo che provò
a trarre le conseguenze della negazione del 5° postulato fu il matematico
italiano G. Saccheri (1677 - 1733) nel 1733. Si noti inoltre che già Gauss
(1777 - 1855) aveva elaborato studi molto avanzati nella costruzione di
geometrie che partissero dalla negazione del 5° postulato, ma non li pubblicò].
Alla geometria da loro indipendentemente costruita si dà il nome di geometria
iperbolica. Questa geometria è una delle possibili geometrie non-euclidee,
nel senso che viene costruita a partire dalla sostituzione del quinto postulato
di Euclide con quest'altro:
"Tutte
le linee rette poste in un piano ed irradiantesi da un punto possono, in
rapporto ad ogni altra retta del piano, essere divise in due classi: quelle che
intersecano e quelle che non intersecano l'altra retta considerata. La linea che
separa le due classi dicesi parallela alla retta, data."
La figura 1 può servire ad illustrare il postulato. Secondo la geometria
euclidea, r' (perpendicolare alla perpendicolare tracciata per P alla retta r)
è l'unica parallela alla retta r. Secondo la geometria iperbolica tra le rette
del fascio per P ve ne sono due, h e k, che separano

Figura
1
le
rette che vanno a secare r da quelle che non vanno a secare r.
Queste
due sono rette parallele alla retta r passanti per il punto P. Si noti che
queste rette hanno ciascuna un suo verso di parallelismo: k ha verso destro
mentre h ha verso sinistro. Si noti inoltre che anche tutte le rette comprese
nell'angolo a
(e sempre passanti per P) non sono secanti la retta r.
E'
evidente che il parallelismo (nel verso destro) di k con r, come il parallelismo
(nel verso sinistro) di h con r, è asintotico. Gli angoli b
di figura, sono chiamati angoli di parallelismo. Ora, caratteristica della
geometria iperbolica, è che l'angolo a
è
acuto (in quella euclidea era retto). Si vengono quindi a modificare quelle
conclusioni della geometria euclidea che discendevano dal postulato delle
parallele. In particolare risulta ora che la somma degli angoli interni di un
dato triangolo non è più uguale a due angoli retti ma è minore di questa
quantità (vedremo tra breve - figura 3 - dei disegni illustrativi di un tal
triangolo e degli altri possibili). Per concludere su questa geometria occorre
dire che tanto per Bolyai che per Lobacevskij la geometria euclidea si ottiene
come caso limite della geometria iperbolica quando ci si riferisca al ristretto
spazio nel quale sulla Terra si svolgono le nostre esperienze.
Su strade diverse, ma sempre non-euclidee, si mosse, qualche anno più
tardi, il matematico tedesco Bernhard Riemann (1826 - 1866). Nello sviluppare
una geometria differenziale egli ebbe modo di introdurre un nuovo tipo di
geometria non-euclidea (il lavoro è del 1854 ma fu pubblicato postumo nel
1868). I postulati fondamentali introdotti da Riemann, in luogo del quinto di
Euclide, sono due:
1)
La retta è una linea finita chiusa.
2)
Per un punto non passa alcuna parallela ad una retta data.
A partire da queste due affermazioni Riemann sviluppò la sua geometria
che prende il nome di geometria ellittica. Nell'elaborare la sua grande
impresa, Riemann dovette attaccare anche un altro dei postulati di Euclide,
quello che afferma che per due
punti si può condurre una sola retta. Per capire quanto qui sostenuto
occorre dire che la geometria di Riemann è relativa a superfici con curvatura
costante (vedi più avanti). Una di queste superfici è certamente la sfera alla
quale ci riferiremo. Pensiamo una circonferenza tracciata su una sfera di raggio
infinito: abbiamo una retta in senso euclideo. Riducendo il raggio di questa
sfera ci troviamo nelle condizioni di Riemann ed una circonferenza su di una
sfera di raggio finito è una retta nel senso di Riemann. Su una sfera, quindi,
per due punti si può far passare una retta ed una sola (una circonferenza
nell'accezione Euclidea). Ma se questi punti si trovano agli estremi di un
diametro della sfera per essi possono passare infinite rette. Una conseguenza
della geometria ellittica è
che, sempre riferendoci al nostro esempio della sfera, la somma degli angoli
interni di un triangolo è maggiore di due angoli retti. Per capire quest'ultima
affermazione, anche per confronto con la geometria euclidea e quella iperbolica,
riferiamoci alla figura 2. Nella
figura 2 a è rappresentato un piano euclideo che ha una curvatura

Figura
2
nulla
e di conseguenza la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a due
angoli retti (geometria euclidea). Nella figura 2 b è rappresentata una. sfera,
superficie a curvatura costante positiva, sulla quale la somma degli angoli
interni di un triangolo è maggiore di due angoli retti (geometria ellittica).
Nella figura 2 c è rappresentata una superficie a sella, superficie che
non ha curvatura costante e che, anzi, ha una curvatura negativa, sulla quale la
somma degli angoli interni di un triangolo è minore di due angoli retti
(geometria iperbolica; si noti a margine che la rappresentatività di questa
geometria fu dimostrata per la prima volta dal matematico italiano E. Beltrami -
1835/1900 - nel 1868).
Già che abbiamo iniziato a confrontare con disegni le tre geometrie in
oggetto, facciamo ancora dei confronti. Pensiamo ad esempio ai triangoli simili
della geometria euclidea. Sempre aiutandoci con la figura 2, si può vedere che,
nel caso euclideo (a) si può parlare di triangoli simili; nel caso ellittico
(b) la somma degli angoli interni di un triangolo risulta più grande quanto più
grande è il triangolo; nel caso iperbolico (e) la somma degli angoli interni di
un triangolo diventa sempre più piccola quanto più il triangolo ingrandisce.
Riguardo alla questione che più direttamente riguarda il quinto
postulato con quelli che lo hanno sostituito, si può vedere figura 3.

Figura 3
Nel caso euclideo (a) vi e' una sola retta, parallela alla data, passante
per un punto P esterno ad essa; nel caso ellittico (b), se si vuo trovare la
parallela all'arco di circonferenza passante per i punti A e B e passante per i
punti C e B (ambedue equidistanti dall'arco di circonferenaa passante per A e B)
si deve tener conto che per C e D non può passare una retta nel senso euclideo
ma solo un arco di circonferenza o geodetica) che necessariamente andrà
ad intersecare il nostro arco passante per A e B (si noti che la linea
tratteggiata sta sulla faccia della sfera a noi offerta); nel caso
iperbolico (c) si vede subito che di rette parallele alla retta r data ve ne
sono certamente due (h e k) e poi tutte quelle comprese nell'angolo formato dai
prolungamenti delle due rette. C'è poi da aggiungere che nel caso euclideo (a),
una data distanza (segmento ordinario) si conserva, qualunque spostamento
facciamo fare ai due punti che delimitano questa distanza; nel caso ellittico
(b) vale la stessa proprietà, con l'avvertenza che ora la distanza è
rappresentata da una geodetica; nel caso iperbolico (c) questa proprietà non si
mantiene più e si dovranno considerare, via via che ci spostiamo sulla sella,
delle distanze diverse. Per
capire meglio ciò si può pensare di ritagliare su un pezzo di
carta un triangolo euclideo:
se lo facciamo
scorrere su di
un piano non incontriamo alcun problema; facciamo la stessa operazione
con un triangolo di buccia d'arancia su di un'altra arancia: dovunque
spostiamo il triangolo, esso trova esatta sistemazione sull'arancia;
prendiamo ora un triangolo di sella: se lo spostiamo lungo la sella non
si adatta se non alla posizione da cui l'abbiamo prelevato.
Per.portare a compimento queste brevi note non resta che definire ciò
che abbiamo introdotto senza alcuna spiegazione: la curvatura di una superficie.
Supponiamo di avere una curva piana rappresentata a tratto continuo nella figura
4 a. Se si vuol conoscere la sua curvatura per un arco (infinitesimo) compreso
tra i punti A e B non si deve far altro che considerare la circonferenza

Figura
4
che
abbia nell'arco come suo arco e quindi fare l'inverso del raggio di questa
circonferenza. Cosicché la curvatura k dell'arco AB sarà k = 1/r. Nel caso più
generale di una superficie le cose si complicano, anche se Euler ha dimostrato
un teorema che facilita di molto le cose. Riferiamoci ad un ellissoide (la sfera
è un caso particolare di ellissoide), quello riprodotto in figura 2 b. Se
vogliamo calcolare la curvatura della superficie in un suo punto P bisognerà
trovare tutte le sezioni perpendicolari all'ellissoide passanti per P: ciascuna
di queste sezioni rappresenterà una linea con propria curvatura (nel nostro
caso è evidente che la curvatura della sezione passante per DBE è inferiore a
quella della sezione per ABC). Ebbene, tra queste sezioni, ve ne sarà una con
curvatura massima ed una con curvatura minima; Euler ha dimostrato che le
curvature massima e minima corrispondono a sezioni tra loro perpendicolari. Con
ciò, se r e' il raggio della circonferenza che meglio approssima la curvatura
minima (in P) ed R il raggio della circonferenza che meglio approssima la
curvatura massima, (in P), per la curvatura in P vale la relazione: k = 1/Rr.
Si vede
subito che al tendere ad infinito di una sola delle quantità a denominatore, k
risulta nulla. La geometria euclidea, approssimazione di una geometria su una
sfera di raggio infinito, presenta k = 0 La geometria ellittica avrà k
> 0. Per
quel che riguarda la geometria iperbolica, osservando che i centri di curvatura
delle sezioni minima e massima si trovano da parti opposte rispetto alla
superficie (figura 5) e che quindi i raggi r ed R vanno presi con segno opposto,
si vede subito che si avrà k < 0.

Figura
5
Quanto ora detto ci permette di
arrivare ad altre conclusioni. Un cono od un cilindro, ad esempio, presentano k
= 0, poiché mentre r è
uguale ad un numero qualunque, R è certamente infinito (infatti se si fa
una sezione, passante per un punto P sulla superficie e parallela alla base di
un cono o di un cilindro all'altezza che si vuole,
si troverà una data curvatura legata al raggio r della circonferenze,
ottenuta, come sezione; ma se si fa la sezione perpendicolare a questa prima.,
sempre per P, si trova un rettangolo od un triangolo (ordinari) a seconda che si
abbia il cilindro od il cono; per P passerà ora una retta, con curvatura nulla,
che e' quindi assimilabile ad una circonferenza di raggio R che vale infinito).
Allora per cilindro e cono si ha k = 0, come nel caso delle superfici euclidee
piane. Ebbene si dimostra facilmente che superfici che abbiano uguale curvatura
sono applicabili l'una all'altra, di modo che se ritagliamo un cono od un
cilindro di carta possiamo farlo aderire perfettamente ad un piano; e questa
operazione non ci è possibile realizzarla né con una sella né con una sfera
perché il k del piano vale zero mentre il k di queste ultime figure geometriche
è diverso da zero (per il caso della sfera si può pensare all'impossibilità
di riprodurre con esattezza la Terra su di una. carta geografica).
Ho solo dato qualche cenno che però mi pare sufficiente per poter
concludere che letteralmente si aprono nuovi mondi. Questi mondi
troveranno sviluppi e rappresentazioni nei lavori di F.Klein (1894-1925), di
H.Minkowskij (1864-1909) e di D.Hilbert (1862-1943).